Una riflessione
di
Vito La Paglia
È forse un luogo comune quello secondo cui alcuni beni si
apprezzano solo nel momento in cui vengono irrimediabilmente
perduti; ben oltre l'abuso che di questa frase si è fatto e
si farà, è comunque doveroso ammetterne la veridicità.
Consideriamo la seguente situazione: un uomo si sveglia la
mattina e guardandosi allo specchio non si riconosce, perché
il giorno prima il suo medico gli ha detto che gli restano
solo pochi mesi di vita a causa di un male devastante. Da
quel momento, tutto in lui cambia: cambia il suo modo di
vedere il mondo, di osservare la vita propria e altrui; i
particolari infinitesimi del quotidiano assumono
improvvisamente un'importanza spaventosa, per il semplice
motivo che egli sta per perderli per sempre.
Questo, in breve, è il tema di fondo dell'atto unico
L'uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello, che
l'autore trae dalla propria novella Caffè notturno.
La scena è nota: il protagonista e il Pacifico Avventore,
suo comprimario, sono seduti al tavolino di un modesto caffè
notturno. Dai guai familiari che affliggono il secondo
personaggio, L'UOMO DAL FIORE prende spunto per iniziare una
serie di riflessioni sull'esistenza, sulla importanza della
quotidianità, dei dettagli delle cose. Ciò che all'inizio
potrebbe sembrare nient'altro che una fissazione maniacale
per i particolari, dai braccioli delle sedie nelle sale
d'attesa ai gesti che i commessi dei negozi compiono per
fare un nodo a un pacco, si rivela in itinere per ciò che
realmente è: l'estremo e unico punto di contatto con la vita
da parte di un uomo che sta per morire e lo sa.
L'atto unico si va sviluppando secondo un criterio ben
preciso: da una breve fase iniziale in cui il Pacifico
Avventore espone le proprie vicissitudini e in cui i due
personaggi sembrano quasi equipararsi come "peso" scenico,
si passa alle fantasticherie e alle digressioni esistenziali
delL'UOMO DAL FIORE, nelle cui parole si avverte il ritmo
stesso dell'esistenza della gente "comune". Immagini
normali, le vetrine dei negozi, la gente per strada,
divengono nelle parole dell'Uomo dal fiore il simbolo stesso
della vita che scorre; ed essa scorre per tutti, anche e
soprattutto per coloro che, colpevolmente, non si fermano ad
assaporarne ogni dettaglio, anche quello apparentemente più
insignificante. Finché non è troppo tardi.
Infine, "come da copione" verrebbe voglia di dire, riappare
ancora una volta nel teatro pirandelliano il tema
dell'angosciosa solitudine. Solo è L'UOMO DAL FIORE di
fronte alla morte e sola è anche sua moglie, il cui capo
appare due volte di sfuggita da dietro un cantone. Nel
protagonista è viva una fortissima contraddizione: da un
lato egli prova una profonda pietà per quella donna che non
ha altra colpa che quella di volergli stare accanto fino
alla fine; dall'altro, non può tollerare (la sua condizione
e la sua nuova visione del mondo glielo impediscono) lei
voglia morire: " […] s'è fatto uno sgraffio qua sul
labbro, e poi m'ha preso la testa e mi voleva baciare […]
baciare in bocca […] perché dice che vuol morire con me […]
È pazza […]".
In aggiunta a ciò l'Uomo ha preso a detestare la moglie
perché questa vorrebbe tenerlo in casa con sé, accudendolo
fino alla fine, ma negandogli, inevitabilmente, quel gusto
della vita che egli ora va cercando in tutte le piccole cose
di ogni giorno. Tale è l'avversione del protagonista per
l'intento della moglie che la si avverte anche nella scelta
dei vocaboli: "È come una di quelle cagne sperdute,
ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si
attaccano alle calcagna […]. Non pare più una donna, ma uno
strofinaccio […]".
Su questo scenario di pietà e dolore scende, infine,
lentamente la tela, rappresentata idealmente dalle ultime
parole dell'Uomo, tangibile segno di un'estrema volontà di
attaccamento alla vita, tramite il proprio permanere nella
memoria altrui: "E mi faccia un piacere, domattina,
quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco
dalla stazione. All'alba, lei può fare la strada a piedi. Il
primo cespuglietto d'erba su la proda. Ne conti i fili per
me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò […].
Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando […]. Buona notte,
caro signore. "