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Tratto
dalla novella Caffe’ notturno, L’uomo
dal fiore in bocca, e’ stato rappresentato
per la prima volta il 21 febbraio 1923 al Teatro
degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia.
Si tratta di un atto unico in cui l’Uomo e
l’Interlocutore si confrontano sul senso della vita:
l’Uomo che sta per morire (il fiore e’ la metafora
dell’epitelioma, il cancro che lo condanna) e per il
quale la vita ha il senso di un microcosmo da
osservare con l’intensita’ e il rigore scientifico
di un entomologo, e l’interlocutore invece
che
rappresenta la normalita’ di chi ha tutto il tempo
davanti a sé, e si lascia coinvolgere in una piccola
serie di eventi quotidiani.
L’atmosfera, inizialmente realistica, acquista
presto una valenza metafisica nell’analisi ossessiva
che il protagonista propone attraverso una
gestualita’ spiata da un mondo che ormai lo trova
come mero spettatore.
L’Interlocutore, normale, intrappolato nella propria
quotidianita’, si eleva poco a poco come a simbolo
della morte stessa, presenza concreta e indifferente
ai sentimenti di chi questa morte aspetta.
Il dialogo presto si tramuta in monologo che la
morte, sarcasticamente attonita, ascolta e alla fine
risolve, con glaciale neutralita’.
Siamo nel 1931 all’inizio del ventennio fascista,
metafora della morte della liberta’ e del patto
sociale che supporta la democrazia. Sara’ infatti la
voce di Mussolini ad aprire lo spettacolo, voce che
si scioglie in un suono suadente di mandolino. |