Enrico IV - Tragedia in tre atti - 1922
Lettera a Ruggero Ruggeri - 1921
Testo integrale della lettera che Luigi Pirandello scrisse
all'attore Ruggero Ruggeri, per il quale pensò il
personaggio di Enrico IV. È interessante notare come lo
scrittore non solo indichi il contenuto dell'opera, ma si
preoccupi anche di tracciarne le linee interpretative.
Caro Amico, mi affretto a rispondere alla Sua lettera del
19, di cui La ringrazio con tutto il cuore. Le dissi a Roma
l'ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho
seguitato a pensarci e ho maturato alla fine la commedia,
che mi pare tra le mie più originali: Enrico IV, tragedia in
tre atti di Luigi Pirandello.
Le accennerò in breve di che si tratta:
Antefatto: - Circa venti anni addietro alcuni giovani
signori e signore dell'aristocrazia pensarono di fare per
loro diletto, in tempo di carnevale, una «cavalcata in
costume» in una villa patrizia: ciascuno di quei signori
s'era scelto un personaggio storico, re o principe, da
figurare, con la sua dama accanto, regina o principessa, sul
cavallo bardato secondo i costumi dell'epoca.
Uno di questi signori s'era scelto il
personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio
possibile s'era dato la pena e il tormento d'uno studio
intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva quasi per
circa un mese ossessionato.
Sciaguratamente, il giorno della cavalcata, mentre sfilava
con la sua dama accanto nel mmagnifico corteo, per un
improvviso adombramento del cavallo, cadde, batté la testa e
quando si riebbe dalla forte commozione cerebrale restò
fissato nel personaggio di Enrico IV.
Non ci fu verso di rimuoverlo più da quella fissazione, di
fargli lasciare quel costume in cui s'era mascherato: la
maschera, con tanta ossessione studiata fino allo scrupolo
dei minimi particolari, diventò in lui la persona del grande
e tragico Imperatore.
Sono passati vent'anni.
Ora egli vive - Enrico IV - in una sua villa solitaria:
tranquillo pazzo. Ha quasi cinquant'anni. Ma il tempo, per
lui (per la sua maschera, che è la sua stessa persona) non è
più passato ai suoi occhi e nel suo sentimento: s'è fissato
con lui, il tempo. Egli, già vecchio, è sempre il giovine
Enrico IV della cavalcata.
Un bel giorno si presenta nella villa a un nipote di lui, il
quale seconda la tranquilla pazzia dello zio, a cui è
affezionatissimo, un medico alienista.
C'è forse un mezzo per guarire quel demente: ridargli con un
trucco violento la sensazione della distanza del tempo.
La tragedia comincia adesso, e credo che sia d'una veramente
insolita profondità filosofica ma viva tutta in una
drammaticità piena di non meno insoliti effetti. Non
gliel'accenno per non guastarLe le impresssioni della prima
lettura. Data la situazione, avvengono cose veramente
imprevedibili, se Ella pensa che colui che tutti credono
pazzo, in realtà da anni non è più pazzo ma simula
filosoficamente la pazzia per ridersi entro di sé degli
altri che lo credono pazzo e perché si piace in quella
carnevalesca rappresentazione che dà a sé e agli altri della
sua «imperialità» in quella villa addobbata imperialmente
come una degna sede di Enrico IV; e se Ella pensa che poi,
quando a insaputa di lui, è messo in opera il trucco del
medico alienista, egli, finto pazzo, tra spaventosi brividi,
crede per un momento d'esser pazzo davvero e sta per
scoprire la sua finzione, quando in un momento, riesce a
riprendersi e si vendica in un modo che - sì, via questo
davvero, per lasciarLe qualche sorpresa, non glielo dirò.
Senza falsa modestia, l'argomento mi pare degno di Lei e
della potenza della Sua arte. Spero che riuscirò a renderlo,
perché l'attività della mia fantasia è ora più che mai viva
e piena e forte. Ma prima di mettermi al lavoro, vorrei che
Ella me nedicesse qualche cosa, se lo approva e Le piace. Ha
visto i Sei personaggi in cerca d'autore? - Sapesse
che vivo dolore è stato per me non aver potuto dare a Lei,
in giro con lo Sly, questa commedia; non perché in
fondo sia scontento dell'interpretazione della compagnia
Niccodemi, ma perché m'ero figurato Lei e non Gigetto
Almirante nella personificazione della parte del «Padre».
Pazienza!
Mi saluti tanto tanto, La prego, il nostro caro Virgilio
[Talli] che è stato tanto buono d'inviarmi un telegramma di
fraterna solidarietà in occasione della tragica morte del
mio povero Nino Martoglio. Spero, mio caro Amico, che la Sua
amicizia e quella di Virgilio varranno a togliere una certa
freddezza che la signora Alda Borelli ha veramente più d'un
motivo d'avere verso di me. Gliene dirò qualche cosa la
prossima volta.
Adesso la lettera è troppo lunga, e Le stringo forte,
fraternamente, la mano.
Roma, 21 settembre 1921
Suo aff.mo
Luigi Pirandello
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