L'Enrico IV è stabilmente collocato nella storia del teatro
come boa di riferimento o di svolta della moderna
drammaturgia. Attraversa il nostro immaginario come una
meteora compatta, dai lineamenti precisi. Nella memoria
emergono, come residui, immagini di altre interpretazioni
che - anche se non immediatamente identificabili - danno un
senso di familiarità, come di qualcosa di già visto o
sentito. Grava inoltre sul testo una sorta di "effetto
serra", provocato dall'accumulo di letteratura critica: una
miriade di note, commenti e tesi, talvolta preziose e
illuminanti, spesso intrise di superfetazioni,
filosofeggianti o estetizzanti. Questo status conferisce al
testo una granitica fisionomia, formalmente intangibile, che
a prima vista appare difficile da sgretolare per
individuarne le motivazioni interne, quelle che ne
determinarono l'urgenza e la necessità della scrittura.
Motivazioni che sono per noi viceversa necessarie per
riappropriarsi del testo in maniera diretta e consapevole.
Eppure proprio nella reiterazione, alla prova del
palcoscenico, anche nell'Enrico IV, come del resto
accade per tutti i capolavori, si aprono dei varchi che
rendono possibile un nuovo confronto e a sollecitare una
nuova esperienza capace di mettere in circuito le
contraddizioni e le motivazioni del nostro stesso
vivere. Occorre non credere alla tentazione di una sua
attualizzazione, ma conservare una "distanza",
immergendolo nella temperie della sua epoca. Il
diaframma ci permette una lettura riflessa e un certo
grado di libertà interpretativa. Bastano lievi mutamenti
strutturali della linea drammaturgica. Come ad esempio
quella di smontare la visione tragica che pare
sottendere la partitura scenica (della cui durata e
consistenza il testo stesso pone più di una remora),
decongestionandola con una infiltrazione di elementi
eterogenei: elegia, rimpianti, confidenze colloquiali,
illuminazioni della memoria, tenebre mentali, scherno e
guitteria, scatti di ira e di rivolta.Il linguaggio
pirandelliano, tanto famoso da divenire proverbiale come
etichetta di ogni complicazione intellettualistica, con
quel suo assurdo ragionare sull'assurdo, con quella
capziosa reiterazione della questione Realtà/Finzione,
messo alla prova da queste svariate sollecitazioni,
condotte su soprassalti delle emozioni, secondo una
"logica" delle emozioni, si dimostra assai meno criptico
di quanto potevano pensare. L'assunto generale resta
esplicito e chiaro, conserva metodo e raziocinio ma se
ne evidenziano nel contempo le ragioni del cuore, le
possibilità di intuizione e di fantasia. "Il pazzo,
nella stragrande maggioranza dei casi, è un ribelle che
ha fallito, quindi ha in se qualcosa di positivo che è
il fatto stesso di essersi ribellato ad un mondo che è
violento proprio nella sua banalità oltre che
normalità". Uno cioè capace di calarsi in apnea nel
fondo della propria pazzia alla ricerca di valori
celati. Un lavoro lungo, durato per Enrico dodici anni,
mentre il grigiore sommerge tutto togliendo contorni
alla realtà, il sogno si colora divenendo immagine da
vivere in uno specchio esibizionista. Mentre "la vita
sfugge dalle maniche", e il grande Alienato simula con
la sua maschera e le sue clownerie una diversità che si
oppone alla borghese demenza imperante, e combatte una
società distratta e carente di autentici valori, che
ignara danza l'ultimo tango sull'orlo di una catastrofe
annunciata, convinta che le convenzioni o finzioni
sociali abbiamo più forza di ogni tentativo individuale
di affermare un proprio destino. In una sorta di terra
di nessuno dove i confini tra vero e falso si fanno più
labili e le responsabilità e la partecipazione personale
oscilla tra la dimenticanza e la rimozione, balza in
primo piano un disagio esistenziale, che è poi quello
del primo novecento in crisi (Strindberg occhieggia,
Nietzche ammonisce, gli espressionisti urlano) le cui
propaggini, con altri colori e altri toni permangono
ancora tra noi. Lo sconosciuto rinnega il proprio ceto
aristocratico, conservandone però intatta l'alterigia,
per un ruolo al di sopra della mischia con un atto
solipsistico e di abnorme egoismo. Si rifugia nel mondo
immaginario della storia dove ogni avvenimento è
coerente con le sue cause e rimane inalterabile proprio
perché storico e già vissuto, con la consapevolezza
dell'irrecuperabilità del passato, perché le cose non
possono più essere le stesse con il loro carico di
speranze, di amori, di progetti. Tale consapevolezza
porterà Enrico IV all'isolamento totale, ad una
drammatica e irreversibile rottura non solo con il
proprio presente ma anche con ogni illusione di futuro,
in un panorama grigio dove l'unica emozione palese resta
la paura della inesorabile marcia verso la fine. Il
personaggio ha in effetti una statura tragica, ma poiché
non esiste catarsi, egli dimostra l'impossibilità stessa
per l'uomo d'oggi della tragedia. E nel vuoto in cui
precipita, l'aspirazione al tragico si colora di
grottesco. La sua determinazione, sfigurata da un
egocentrismo esagerato, si irraggia su tutti quelli che
entrano nel suo cerchio e lo rendono un personaggio
terribile e temibile