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Sei Personaggi in cerca d'autore - Commedia in tre atti -
1921
Prefazione dell'Autore
È da tanti anni a servizio della mia arte (ma come fosse
da jeri) una servetta sveltissima e non per tanto nuova
sempre del mestiere.
Si chiama Fantasia.
Un po' dispettosa e beffarda, se ha il gusto di vestir
di nero, nessuno vorrà negare che non sia spesso alla
bizzarra, e nessuno credere che faccia sempre e tutto
sul serio a un modo solo. Si ficca una mano in tasca; ne
cava un berretto a sonagli; se lo caccia in capo, rosso
come una cresta, e scappa via. Oggi qua; domani là. E si
diverte a portarmi in casa, perché io ne tragga novelle
e romanzi e commedie, la gente più scontenta del mondo,
uomini, donne, ragazzi, avvolti in casi strani da cui
non trovan più modo a uscire; contrariati nei loro
disegni; frodati nelle loro speranze; e coi quali
insomma è spesso veramente una gran pena trattare.
Orbene questa mia servetta Fantasia ebbe, parecchi anni
or sono, la cattiva ispirazione o il malaugurato
capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia, non
saprei dire dove né come ripescata, ma da cui, a suo
credere, avrei potuto cavare il soggetto per un
magnifico romanzo.
Mi trovai davanti un uomo sulla cinquantina, in giacca
nera e calzoni chiari, dall'aria aggrottata e dagli
occhi scontrosi per mortificazione; una povera donna in
gramaglie vedovili, che aveva per mano una bimbetta di
quattr'anni da un lato e con un ragazzo di poco più di
dieci dall'altro; una giovinetta ardita e procace,
vestita anch'essa di nero ma con uno sfarzo equivoco e
sfrontato, tutta un fremito di gajo sdegno mordente
contro quel vecchio mortificato e contro un giovane sui
vent'anni che si teneva discosto e chiuso in sé, come se
avesse in dispetto tutti quanti. Insomma quei sei
personaggi come ora si vedono apparire sul palcoscenico,
al principio della commedia. E or l'uno or l'altro, ma
anche spesso l'uno sopraffacendo l'altro, prendevano a
narrarmi i loro tristi casi, a gridarmi ciascuno le
proprie ragioni, ad avventarmi in faccia le loro
scomposte passioni, press'a poco come ora fanno nella
commedia al malcapitato Capocomico.
Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio
gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione
artistica è il mistero stesso della nascita naturale.
Può una donna, amando, desiderare di diventar madre; ma
il desiderio da solo, per intenso che sia, non può
bastare. Un bel giorno ella si troverà a esser madre,
senza un preciso avvertimento di quando sia stato. Così
un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della
vita, e non può mai dire come e perché, a un certo
momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca
nella fantasia per divenire anch'esso una creatura viva
in un piano di vita superiore alla volubile esistenza
quotidiana. Posso soltanto dire che, senza sapere
d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da
poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il
respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla
scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo
tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal
viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi
entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro
persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo,
un dramma o almeno una novella.
Nati vivi, volevano vivere.
Ora bisogna sapere che a me non è mai bastato
rappresentare una figura d'uomo o di donna, per quanto
speciale e caratteristica, per il solo gusto di
rappresentarla; narrare una particolar vicenda, gaja o
triste, per il solo gusto di narrarla; descrivere un
paesaggio per il solo gusto di descriverlo.
Ci sono certi scrittori (e non pochi) che hanno questo
gusto e, paghi, non cercano altro. Sono scrittori di
natura più propriamente storica.
Ma ve ne sono altri che, oltre questo gusto, sentono un
più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono
figure, vicende, paesaggi che non s'imbevano, per così
dire, d'un particolar senso della vita, e non acquistino
con esso un valore universale. Sono scrittori di natura
più propriamente filosofica.
Io ho la disgrazia d'appartenere a questi ultimi.
Odio l'arte simbolica, in cui la rappresentazione perde
ogni movimento spontaneo per diventar macchina,
allegoria; sforzo vano e malinteso, perché il solo fatto
di dar senso allegorico a una rappresentazione dà a
veder chiaramente che già si tien questa in conto di
favola che non ha per se stessa alcuna verità né
fantastica né effettiva, e che è fatta per la
dimostrazione di una qualunque verità morale. Quel
bisogno spirituale di cui io parlo non si può appagare,
se non qualche volta e per un fine di superiore ironia
(com'è per esempio nell'Ariosto) di un tal simbolismo
allegorico. Questo parte da un concetto, è anzi un
concetto che si fa, o cerca di farsi, immagine; quello
cerca invece nell'immagine, che deve restar viva e
libera di sé in tutta la sua espressione, un senso che
gli dia valore.
Ora, per quanto cercassi, io non riuscivo a scoprir
questo senso in quei sei personaggi. E stimavo perciò
che non mettesse conto farli vivere.
Pensavo fra me e me: «Ho già afflitto tanto i miei
lettori con centinaja e centinaja di novelle: perché
dovrei affliggerli ancora con la narrazione dei tristi
casi di questi sei disgraziati?».
E, così pensando, li allontanavo da me. O piuttosto,
facevo di tutto per allontanarli.
Ma non si dà vita invano a un personaggio.
Creature del mio spirito, quei sei già vivevano d'una
vita che era la loro propria e non più mia, d'una vita
che non era più in mio potere negar loro.
Tanto è vero che, persistendo io nella mia volontà di
scacciarli dal mio spirito, essi, quasi già del tutto
distaccati da ogni sostegno narrativo, personaggi d'un
romanzo usciti per prodigio dalle pagine del libro che
li conteneva, seguitavano a vivere per conto loro;
coglievano certi momenti della mia giornata per
riaffacciarsi a me nella solitudine del mio studio, e or
l'uno or l'altro, ora due insieme, venivano a tentarmi,
a propormi questa o quella scena da rappresentare o da
descrivere, gli effetti che se ne sarebbero potuti
cavare, il nuovo interesse che avrebbe potuto destare
una certa insolita situazione, e via dicendo.
Per un momento io mi lasciavo vincere; e bastava ogni
volta questo mio condiscendere, questo lasciarmi
prendere per un po', perché essi ne traessero un nuovo
profitto di vita, un accrescimento d'evidenza, e anche,
perciò, d'efficacia persuasiva su me. E così a mano a
mano diveniva per me tanto più difficile il tornare a
liberarmi da loro, quanto a loro più facile il tornare a
tentarmi. Ne ebbi, a un certo punto, una vera e propria
ossessione. Finché, tutt'a un tratto, non mi balenò il
modo d'uscirne.
O perché mi dissi non rappresento questo novissimo caso
d'un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi
personaggi, nati vivi nella sua fantasia, e il caso di
questi personaggi che, avendo ormai infusa in loro la
vita, non si rassegnano a restare esclusi dal mondo
dell'arte? Essi si sono già staccati da me; vivono per
conto loro; hanno acquistato voce e movimento; sono
dunque già divenuti di per se stessi, in questa lotta
che han dovuto sostenere con me per la loro vita,
personaggi drammatici, personaggi che possono da soli
muoversi e parlare; vedono già se stessi come tali;
hanno imparato a difendersi da me; sapranno ancora
difendersi dagli altri. E allora, ecco, lasciamoli
andare dove son soliti d'andare i personaggi drammatici
per aver vita: su un palcoscenico. E stiamo a vedere che
cosa ne avverrà.
Così ho fatto. Ed è avvenuto naturalmente quel che
doveva avvenire: un misto di tragico e di comico, di
fantastico e di realistico, in una situazione umoristica
affatto nuova e quanto mai complessa; un dramma che da
sé per mezzo dei suoi personaggi, spiranti parlanti
semoventi, che lo portano e lo soffrono in loro stessi,
vuole a ogni costo trovare il modo d'essere
rappresentato; e la commedia del vano tentativo di
questa realizzazione scenica improvvisa. Dapprima, la
sorpresa di quei poveri attori d'una Compagnia
drammatica che stan provando, di giorno, una commedia su
un palcoscenico sgombro di quinte e di scene; sorpresa e
incredulità, nel vedersi apparir davanti quei sei
personaggi che si annunziano per tali in cerca d'autore;
poi, subito dopo, per quell'improvviso mancare della
Madre velata di nero, il loro istintivo interessamento
al dramma che intravedono in lei e negli altri
componenti quella strana famiglia, dramma oscuro,
ambiguo, che viene ad abbattersi così impensatamente su
quel palcoscenico vuoto e impreparato a riceverlo; e man
mano il crescere di questo interessamento al prorompere
delle passioni contrastanti ora nel Padre, ora nella
Figliastra, ora nel Figlio, ora in quella povera Madre;
passioni che cercano, come ho detto, di sopraffarsi a
vicenda, con una tragica furia dilaniatrice.
Ed ecco che quel senso universale cercato invano
dapprima in quei sei personaggi, ora essi, andati da sé
sul palcoscenico, riescono a trovarlo in sé nella
concitazione della lotta disperata che ciascuno fa
contro l'altro e tutti contro il Capocomico e gli attori
che non li comprendono.
Senza volerlo, senza saperlo, nella ressa dell'animo
esagitato, ciascun d'essi, per difendersi dalle accuse
dell'altro, esprime come sua viva passione e suo
tormento quelli che per tanti anni sono stati i travagli
del mio spirito: l'inganno della comprensione reciproca
fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle
parole; la molteplice personalità d'ognuno secondo tutte
le possibilità d'essere che si trovano in ciascuno di
noi; e infine il tragico conflitto immanente tra la vita
che di continuo si muove e cambia e la forma che la
fissa, immutabile.
Inizio pagina
Due soprattutto fra quei sei personaggi, il Padre e la
Figliastra, parlano di questa atroce inderogabile
fissità della loro forma, nella quale l'uno e l'altra
vedono espresse per sempre, immutabilmente la loro
essenzialità, che per l'uno significa castigo e per
l'altra vendetta; e la difendono contro le smorfie
fittizie e la incosciente volubilità degli attori e
cercano d'imporla al volgare Capocomico che vorrebbe
alterarla e accomodarla alle così dette esigenze del
teatro.
Non tutti e sei i personaggi stanno in apparenza sullo
stesso piano di formazione, ma non perché vi siano fra
essi figure di primo o di secondo piano, cioè
«protagonisti» e «macchiette» che allora sarebbe
elementare prospettiva, necessaria a ogni architettura
scenica o narrativa e non perché non siano tutti, per
quello che servono, compiutamente formati. Sono, tutti e
sei, allo stesso punto di realizzazione artistica, e
tutti e sei, sullo stesso piano di realtà, che è il
fantastico della commedia. Se non che il Padre, e la
Figliastra e anche il Figlio sono realizzati come
spirito; come natura è la Madre; come, «presenze» il
Giovinetto che guarda e compie un gesto e la Bambina del
tutto inerte. Questo fatto crea fra essi una prospettiva
di nuovo genere. Inconsciamente avevo avuto
l'impressione che mi bisognasse farli apparire alcuni
più realizzati (artisticamente), altri meno, altri
appena appena raffigurati come elementi d'un fatto da
narrare o da rappresentare: i più vivi, i più
compiutamente creati, il Padre e la Figliastra, che
vengono naturalmente più avanti e guidano e si
trascinano appresso il peso quasi morto degli altri:
uno, il Figlio, riluttante; l'altro, la Madre, come una
vittima rassegnata, tra quelle due creaturine che quasi
non hanno alcuna consistenza se non appena nella loro
apparenza e che han bisogno di essere condotte per mano.
E infatti! Intatti dovevano proprio apparire ciascuno in
quello stadio di creazione raggiunto nella fantasia
dell'autore al momento che questi li volle scacciare da
sé.
Se ora ci rifletto, l'avere intuito questa necessità,
l'aver trovato, inconsciamente, il modo di risolverla
con una nuova prospettiva, e il modo con cui l'ho
ottenuta, mi sembrano miracoli. Il fatto è che la
commedia fu veramente concepita in un'illuminazione
spontanea della fantasia, quando, per prodigio, tutti
gli elementi dello spirito si rispondono e lavorano a un
divino accordo. Nessun cervello umano, lavorandoci a
freddo, per quanto ci si fosse travagliato, sarebbe mai
riuscito a penetrare e a poter soddisfare tutte le
necessità della sua forma. Perciò le ragioni che io dirò
per chiarirne i valori non siano intese come intenzioni
da me preconcette quando mi accinsi alla sua creazione e
di cui ora mi assuma la difesa, ma solo come scoperte
che io stesso, poi, a mente riposata, ho potuto fare.
Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un
autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto
perché manca l'autore che essi cercano; e si rappresenta
invece la commedia di questo loro vano tentativo, con
tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che
questi sei personaggi sono stati rifiutati.
Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo?
Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece
accoglierlo nella fantasia e quindi esprimerlo. E io
difatti ho accolto e realizzato quei sei personaggi: li
ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca
d'altro autore.
Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non
essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che,
senza dubbio, interessa loro sopra tutto, ma non
interessava affatto me, per le ragioni già accennate.
E che cos'è il proprio dramma, per un personaggio?
Ogni fantasma, ogni creatura d'arte, per essere, deve avere
il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e
per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d'essere del
personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per
esistere.
Io, di quei sei, ho accolto dunque l'essere, rifiutando la
ragion d'essere; ho preso l'organismo affidando a esso,
invece della funzione sua propria, un'altra funzione più
complessa e in cui quella propria entrava appena come dato
di fatto. Situazione terribile e disperata specialmente per
i due il Padre e la Figliastra che più degli altri tengono a
vivere e più degli altri han coscienza di essere personaggi,
cioè assolutamente bisognosi d'un dramma e perciò del
proprio, che è il solo che essi possano immaginare a se
stessi e che intanto vedono rifiutato; situazione
«impossibile», da cui sentono di dover uscire a qualunque
costo, per questione di vita o di morte. È ben vero che io,
di ragion d'essere, di funzione, gliene ho data un'altra,
cioè appunto quella situazione «impossibile», il dramma
dell'essere in cerca d'autore, rifiutati: ma che questa sia
una ragion d'essere, che sia diventata, per essi che già
avevano una vita propria, la vera funzione necessaria e
sufficiente per esistere, neanche possono sospettare. Se
qualcuno glielo dicesse, non lo crederebbero; perché non è
possibile credere che l'unica ragione della nostra via sia
tutta in un tormento che ci appare ingiusto e inesplicabile.
Non so immaginare, perciò, con che fondamento mi fu mosso
l'appunto che il personaggio del Padre non era quello che
avrebbe dovuto essere, perché usciva dalla sua qualità e
posizione di personaggio invadendo, a volte, e facendo sua
l'attività dell'autore. Io che intendo chi non m'intende,
capisco che l'appunto viene dal fatto che quel personaggio
esprime come proprio un travaglio di spirito che è
riconosciuto essere il mio. Il che è ben naturale e non
significa assolutamente nulla. A parte la considerazione che
quel travaglio di spirito nel personaggio del Padre deriva,
ed è sofferto e vissuto, da cause e per ragioni che non
hanno nulla da vedere col dramma della mia esperienza
personale, considerazione che da sola toglierebbe ogni
consistenza alla critica, voglio chiarire che una cosa è il
travaglio immanente del mio spirito, travaglio che io posso
legittimamente purché gli torni organico riflettere in un
personaggio; altra cosa è l'attività del mio spirito svolta
nella realizzazione di questo lavoro, l'attività cioè che
riesce a formare il dramma di quei sei personaggi in cerca
d'autore. Se il Padre fosse partecipe di questa attività, se
concorresse a formare il dramma dell'essere quei personaggi
senza autore, allora sì, e soltanto allora, sarebbe
giustificato il dire che esso sia a volte l'autore stesso, e
perciò non sia quello che dovrebbe essere. Ma il Padre,
questo suo essere «personaggio in cerca d'autore», lo soffre
e non lo crea, lo soffre come una fatalità inesplicabile e
come una situazione a cui cerca con tutte le forze di
ribellarsi e di rimediare: proprio dunque «personaggio in
cerca d'autore» e niente di più, anche se esprima come suo
il travaglio del mio spirito. Se esso fosse partecipe
dell'attività dell'autore, si spiegherebbe perfettamente
quella fatalità; si vedrebbe cioè accolto, sia pure come
personaggio rifiutato, ma pur sempre accolto nella matrice
fantastica d'un poeta e non avrebbe più ragione di patire
quella disperazione di non trovare chi affermi e componga la
sua vita di personaggio: voglio dire che accetterebbe assai
di buon grado la ragion d'essere che gli dà l'autore e senza
rimpianti rinunzierebbe alla propria, mandando all'aria quel
Capocomico e quegli attori a cui, come a unico scampo, è
invece ricorso.
C'è un personaggio, quello della Madre, a cui invece non
importa affatto aver vita, considerato l'aver vita come fine
a se stesso. Non ha il minimo dubbio, lei, di non esser già
viva; né le è mai passato per la mente di domandarsi come e
perché, in che modo, lo sia. Non ha, insomma, coscienza
d'essere personaggio: in quanto non è mai, neanche per un
momento, distaccata dalla sua «parte». Non sa d'avere una
«parte».
Questo le torna perfettamente organico. Infatti la sua parte
di Madre non comporta per se stessa, nella sua «naturalità»,
movimenti spirituali; ed ella non vive come spirito: vive in
una continuità di sentimento che non ha mai soluzione, e
perciò non può acquistare coscienza della sua vita, che è
quanto dire del suo esser personaggio. Ma, con tutto ciò,
anch'ella cerca, a modo suo e per i suoi fini, un autore; a
un certo punto sembra contenta d'essere stata condotta
davanti al Capocomico. Forse perché anch'ella spera di
aver vita da costui? No: perché spera che il Capocomico
le faccia rappresentare una scena col Figlio, nella quale
metterebbe tanta della sua propria vita; ma è una scena che
non esiste, che non ha mai potuto, né potrebbe, aver luogo.
Tant'ella è incosciente del suo esser personaggio, cioè
della vita che può avere, fissata e determinata tutta,
attimo per attimo, in ogni gesto e in ogni parola.
Ella si presenta con gli altri personaggi sul palcoscenico,
ma senza capire quello che essi le fanno fare. Evidentemente
immagina che la smania di aver vita da cui sono assaliti il
marito e la figlia e per cui anch'ella si ritrova su un
palcoscenico, altro non sia che una delle solite
incomprensibili stramberie di quell'uomo tormentato e
tormentatore, e orribile, orribile, una nuova, equivoca
levata di testa di quella sua povera ragazza traviata. È del
tutto passiva. I casi della sua vita e il valore che questi
hanno assunto agli occhi di lei, il suo carattere stesso,
sono tutte cose che si dicono dagli altri, e che ella solo
una volta contraddice, perché l'istinto materno insorge e si
ribella in lei, per chiarire che non volle affatto
abbandonare né il figlio né il marito; perché il figlio le
fu tolto e il marito la costrinse all'abbandono. Ma
rettifica dati di fatto: non sa e non si spiega nessuna
cosa.
È, insomma, natura. Una natura fissata in una figura di
madre.
Questo personaggio mi ha dato una soddisfazione di nuovo
genere, che non va taciuta. Quasi tutti i miei critici,
invece di definirlo, al solito, «disumano» che sembra sia il
peculiare e incorreggibile carattere di tutte
indistintamente le mie creature hanno avuto la bontà di
notare, «con vero compiacimento», che finalmente dalla mia
fantasia era uscita una figura umanissima. La lode me
la spiego in questo modo: che, essendo la mia povera Madre
tutta legata al suo atteggiamento naturale di Madre, senza
possibilità di liberi movimenti spirituali, cioè quasi un
ciocco di carne compiutamente viva in tutte le sue funzioni
di procreare, allattare, curare e amare la sua prole, senza
punto bisogno perciò di far agire il cervello, essa realizzi
in sé il vero e perfetto «tipo umano». Certo è così, perché
nulla pare che sia più superfluo dello spirito in un
organismo umano.
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pagina
Ma i critici, pur con quella lode, si sono voluti sbrigare
della Madre senza curarsi di penetrare il nucleo di valori
poetici che il personaggio, nella commedia, sta a
significare.
Umanissima figura, sì, perché priva di spirito, cioè
incosciente d'essere quello che è o incurante di
spiegarselo. Ma il fatto d'ignorare d'esser personaggio non
le toglie già di esserlo. Ecco il suo dramma, nella mia
commedia. E l'espressione più viva di esso balza, in quel
suo grido al Capocomico che le fa considerare come tutto sia
già avvenuto e perciò non possa più esser motivo di nuovo
pianto: «No, avviene ora, avviene sempre! Il mio strazio
non è finto, signore! Io sono viva e presente, sempre, in
ogni momento del mio strazio, che si rinnova vivo e presente
sempre». Questo ella sente, senza coscienza, e perciò
come cosa inesplicabile: ma lo sente con tanta terribilità
che non pensa nemmeno possa essere cosa da spiegare a se
stessa o agli altri. Lo sente e basta. Lo sente come dolore,
e questo dolore, immediato, grida. Così in lei si riflette
la fissità della sua vita in una forma, che, in altro modo,
tormenta il Padre e la Figliastra, Questi, spirito; ella,
natura: lo spirito vi si ribella, o come può, cerca di
profittarne; la natura, se non sia aizzata dagli stimoli del
senso, ne piange.
Il conflitto immanente tra il movimento vitale e la forma è
condizione inesorabile non solo dell'ordine spirituale, ma
anche di quello naturale. La vita che s'è fissata, per
essere, nella nostra forma corporale, a poco a poco uccide
la sua forma. Il pianto di questa natura fissata è
l'irreparabile, continuo invecchiare del nostro corpo. Il
pianto della Madre è allo stesso modo passivo e perpetuo.
Mostrato attraverso tre facce, invalorato in tre drammi
diversi e contemporanei, quell'immanente conflitto trova
così nella commedia la più compiuta espressione. E di più,
la Madre dichiara anche il particolare valore della forma
artistica: forma che non comprende e non uccide la sua vita,
e che la vita non consuma; in quel suo grido al Capocomico.
Se il Padre e la Figliastra riattaccassero centomila volte
di seguito la loro scena, sempre, al punto fissato,
all'attimo in cui la vita dell'opera d'arte dev'essere
espressa con quel suo grido, sempre esso risonerebbe:
inalterato e inalterabile nella sua forma, ma non come una
ripetizione meccanica, non come un ritorno obbligato da
necessità esteriori, ma bensì, ogni volta, vivo e come
nuovo, nato improvviso così per sempre: imbalsamato vivo
nella sua forma immarcescibile. Così, sempre, ad apertura di
libro, troveremo Francesca viva confessare a Dante il suo
dolce peccato; e se centomila volte di seguito tomeremo a
rileggere quel passo, centomila volte di seguito Francesca
ridirà le sue parole, non mai ripetendole meccanicamente, ma
dicendole ogni volta per la prima volta con sì viva e
improvvisa passione che Dante ogni volta ne tramortirà.
Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma, e per
ciò stesso deve morire: tranne l'opera d'arte, che appunto
vive per sempre, in quanto è forma.
La nascita d'una creatura della fantasia umana, nascita che
è il passo per la soglia tra il nulla e l'eternità, può
avvenire anche improvvisa, avendo per gestazione una
necessità. In un dramma immaginato serve un personaggio che
faccia o dica una certa cosa necessaria; ecco quel
personaggio è nato, ed è quello, preciso, che doveva essere.
Così nasce Madama Pace fra i sei personaggi, e pare un
miracolo, anzi, un trucco su quel palcoscenico rappresentato
realisticamente. Ma non è un trucco. La nascita è reale, il
nuovo personaggio è vivo non perché fosse già vivo, ma
perché felicemente nato, come appunto comporta la sua natura
di personaggio, per così dire, «obbligato». È avvenuta
perciò una spezzatura, un improvviso mutamento del piano di
realtà della scena, perché un personaggio può nascere a quel
modo soltanto nella fantasia del poeta, non certo sulla
tavole d'un palcoscenico. Senza che nessuno se ne sia
accorto, ho cambiato di colpo la scena: la ho riaccolta in
quel momento nella mia fantasia pur non togliendola di sotto
gli occhi agli spettatori; ho cioè mostrato ad essi, in
luogo del palcoscenico, la mia fantasia in atto di creare,
sotto specie di quel palcoscenico stesso. Il mutarsi
improvviso e incontrollabile di una apparenza da un piano di
realtà a un altro è un miracolo della specie di quelli
compiuto dal Santo che fa muovere la sua statua, che in quel
momento non è più certamente né di legno né di pietra; ma
non un miracolo arbitrario. Quel palcoscenico, anche perché
accoglie la realtà fantastica dei sei personaggi, non esiste
di per se stesso come dato fisso e immutabile, come nulla di
questa commedia esiste di posto e di preconcetto: tutto vi
si fa, tutto vi si muove, tutto vi è tentativo improvviso.
Anche il piano di realtà del luogo in cui si muta e si
rimuta questa informe vita che anela alla sua forma, arriva
così a spostarsi organicamente. Quando io concepii di far
nascere lì per lì Madama Pace su quel palcoscenico, sentii
che potevo farlo e lo feci; se avessi avvertito che questa
nascita mi scardinava e mi riformava, silenziosamente e
quasi inavvertitamente, in un attimo, il piano di realtà
della scena, non lo avrei fatto di sicuro, aggelato dalla
sua apparente illogicità. E avrei commesso una malaugarata
mortificazione della bellezza della mia opera, da cui mi
salvò il fervore del mio spirito: perché, contro una
bugiarda apparenza logica, quella fantastica nascita è
sostenuta da una vera necessità in misteriosa organica
correlazione con tutta la vita dell'opera.
Che qualcuno ora mi dica che essa non ha tutto il valore che
potrebbe avere perché la sua espressione non è composta ma
caotica, perché pecca di romanticismo, mi fa sorridere.
Capisco perché questa osservazione mi sia stata fatta.
Perché nel mio lavoro la rappresentazione del dramma in cui
sono involti i sei personaggi appare tumultuosa e non
procede mai ordinata: non c'è sviluppo logico, non c'è
concatenazione negli avvenimenti. È verissimo. Neanche a
cercarlo col lumicino avrei potuto trovare un modo più
disordinato, più strambo, più arbitrario e complicato, cioè
più romantico, di rappresentare «il dramma in cui sono
involti i sei personaggi». È verissimo, ma io non ho affatto
rappresentato quel dramma: ne ho rappresentato un altro e
non starò a ripetere quale! in cui, fra le altre belle cose
che ognuno secondo i suoi gusti ci può ritrovare, c'è
proprio una discreta satira dei procedimenti romantici; in
quei miei personaggi così tutti incaloriti a sopraffarsi
nella parte che ognun d'essi ha in un certo dramma mentre io
li presento come personaggi di un'altra commedia che essi
non sanno e non sospettano, così che quella loro
esagitazione passionale, propria dei procedimenti romantici,
è umoristicamente posta, campata sul vuoto. E il dramma dei
personaggi, rappresentato non come si sarebbe organato nella
mia fantasia se vi fosse stato accolto, ma così, come dramma
rifiutato, non poteva consistere nel mio lavoro se non come
«situazione», e in qualche sviluppo, e non poteva venir
fuori se non per accenni, tumultuosamente e
disordinatamente, in iscorci violenti, in modo caotico: di
continuo interrotto, sviato, contraddetto, e, anche, da uno
dei suoi personaggi negato, e, da due altri, neanche
vissuto.
C'è un personaggio infatti quello che «nega» il dramma che
lo fa personaggio, il Figlio che tutto il suo rilievo e il
suo valore trae dall'essere personaggio non della «commedia
da fare» che come tale quasi non appare ma della
rappresentazione ch'io ne ho fatta. È insomma il solo che
viva soltanto come «personaggio in cerca d'autore»; tanto
che l'autore che egli cerca non è un autore drammatico.
Anche questo non poteva essere altrimenti; tanto
l'atteggiamento del personaggio è organico nella mia
concezione quanto è logico che nella situazione determini
maggior confusione e disordine e un altro motivo di
contrasto romantico.
Ma appunto questo caos, organico e naturale, io dovevo
rappresentare; e rappresentare un caos non significa affatto
rappresentare caoticamente, cioè romanticamente. E che la
mia rappresentazione sia tutt'altro che confusa, ma anzi
assai chiara, semplice e ordinata, lo dimostra l'evidenza
con cui, agli occhi di tutti i pubblici del mondo, risultano
l'intreccio, i caratteri, i piani fantastici e realistici,
drammatici e comici del lavoro, e come, per chi ha occhi più
penetranti, vengono fuori i valori insoliti in esso
racchiusi.
Grande è la confusione delle lingue fra gli uomini, se
critiche così fatte pur trovan le parole per esprimersi.
Tanto grande questa confusione quanto perfetta l'intima
legge d'ordine che, in tutto obbedita, fa classica e tipica
la mia opera e vieta ogni parola alla sua catastrofe.
Quando, difatti, davanti a tutti ormai compresi che per
artificio non si crea vita e che il dramma dei sei
personaggi, mancando l'autore che lo invalori nello spirito,
non si potrà rappresentare, per l'istigazione del Capocomico
volgarmente ansioso di conoscere come si svolse il fatto,
questo fatto è ricordato dal Figlio nella successione
materiale dei suoi momenti, privo di qualunque senso e
perciò senza neanche bisogno della voce umana, s'abbatte
bruto, inutile, con la detonazione d'un'arma meccanica sulla
scena, e infrange e disperde lo sterile tentativo dei
personaggi e degli attori, apparentemente non assistito dal
poeta.
Il poeta, a loro insaputa, quasi guardando da lontano per
tutto il tempo di quel loro tentativo, ha atteso, intanto, a
creare con esso e di esso la sua opera.
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