N.B. La commedia non ha atti né scene. La rappresentazione sarà
interrotta una prima volta, senza che il sipario s'abbassi;
allorché il Direttore Capocomico e il capo dei personaggi si
ritireranno per concertar lo scenario e gli attori sgombreranno
il palcoscenico; una seconda volta, allorché per isbaglio il
Macchinista butterà giù il sipario.
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I PERSONAGGI DELLA COMMEDIA DA FARE
Il padre
La madre
La figliastra
Il figlio
Il giovinetto
La bambina
(questi ultimi due non parlano)
(Poi, evocata) Madama Pace
GLI ATTORI DELLA COMPAGNIA
Il direttore-capocomico
La prima attrice
Il primo attore
La seconda donna
L'attrice giovane
L'attor giovane
Altri attori e attrici
Il direttore di scena
Il suggeritore
Il trovarobe
Il macchinista
Il segretario del capocomico
L'uscere del teatro
Apparatori e servi di scena
Di giorno, su un palcoscenico di teatro di prosa. |
I
precedenti narrativi della commedia sono riconducibili a due
novelle, La tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi
personaggi (1915); ma la fonte diretta è l'abbozzo di un
romanzo, appena un paio di pagine, pervenuto in un
"foglietto" databile al 1910-12. La prima rappresentazione
romana (9 maggio 1921), ad opera della Compagnia di Dario
Niccodemi, ebbe un esito tempestoso. La prima edizione di
Sei personaggi in cerca d'autore. Commedia da fare, figura
in Maschere nude. Teatro di Luigi Pirandello; fondamentale
la quarta edizione del 1925, «riveduta e corretta con
l'aggiunta di una prefazione».
Nella «Prefazione» del 1925 l'autore spiega così la genesi
della commedia: «Posso soltanto dire che, senza sapere
d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli
toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei
personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì
presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti
dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io
li facessi entrare nel mondo dell'arte, componendo delle
loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un
romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano
vivere. E allora, ecco, lasciamoli andare dove son soliti
d'andare i personaggi drammatici per aver vita: su un
palcoscenico».
Il palcoscenico, che gli spettatori trovano entrando in
teatro, si mostra con il sipario alzato, «senza quinte né
scena, quasi al bujo e vuoto». Due scalette ai lati lo
mettono in comunicazione con la sala. È in programma la
prova mattutina del Giuoco delle parti di Pirandello.
Arrivano il Direttore-Capocomico e, alla spicciolata, gli
Attori; ultima, attesa e bizzosa, la Prima Attrice. Inizia
la prova. L'usciere del teatro viene intanto ad annunciare
al Direttore l'arrivo dei Sei Personaggi che dal fondo della
sala, percorrendo il corridoio fra le poltrone, raggiungono
il palcoscenico. Sono: il Padre sulla cinquantina; la Madre
«velata da un fitto crespo vedovile»; la Figliastra
diciottenne, «spavalda, quasi impudente»; uno «squallido
Giovinetto di quattordici anni»; una «Bambina di circa
quattro anni»; e «il Figlio, di ventidue anni, alto, quasi
irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in
un'accigliata indifferenza per la Madre». Il Padre, che si
fa portavoce del gruppo, dice, fra l'incredulità generale,
che, gravati da «un dramma doloroso», essi sono personaggi
in cerca d'autore. «Nel senso, veda», precisa al Capocomico,
«che l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté
materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero
delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere
personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore
più!».
Rifiutati dall'autore, i personaggi propongono al Capocomico
una «commedia da fare» , con un testo da concertare insieme
sul dramma che urge dentro di loro. Così il Padre e la
Figliastra cominciano a rivivere, sopraffacendosi
reciprocamente, i passaggi dolorosi della vicenda che ha
segnato le loro vite negate al mondo dell'arte.
Dalle nozze fra il Padre e la Madre era nato il Figlio
presto affidato a una balia di campagna. Il Padre, «uomo
tormentato e tormentatore» aveva intanto notato una
silenziosa intesa tra la moglie e il suo segretario e, preso
dal «Dèmone dell'Esperimento» (annota con ironia il Figlio),
aveva incoraggiato la loro unione. Dal nuovo legame erano
nati la Figliastra, e poi il Giovinetto e la Bambina. Il
Padre si era interessato «con una incredibile tenerezza
della nuova famigliuola», finché non si era trasferita in un
altro paese; in particolare aveva seguito la crescita della Figliastra,
attendendola spesso all'uscita della scuola.
Morto il
compagno, la Madre era ritornata al paese d'origine con i
tre figli e, per provvedere al loro sostentamento, si era
adattata a fare lavori di cucito per Madama Pace, una «sarta
fina», il cui atelier copriva in realtà l'esercizio di una
casa d'appuntamenti. La consegna dei lavori era affidata
alla Figliastra, che per la sua giovane età era stata
adocchiata da Madama Pace, la quale, trovando sempre da
lamentarsi della qualità del lavoro, riduceva il pagamento
in modo da costringere la ragazza a integrarlo concedendosi
ai clienti. Un giorno, «condotto dalla miseria della sua
carne ancora viva», il Padre capita nell'atelier di Madama
Pace; ma, proprio quando sta per compiersi l'«incesto» con
la Figliastra, nella camera irrompe con un grido la Madre.
Dopo quel momento la famiglia si ricompone nella casa del
Padre in un'atmosfera di tensioni incrociate e laceranti,
con il Figlio legittimo che considera gli altri degli
intrusi, compresa la Madre che non ha mai conosciuto. Presi
dalle reciproche recriminazioni, gli adulti finiscono per
trascurare il Giovanetto e la Bambina.
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La vicenda dei Sei Personaggi suscita vivo interesse nel
Capocomico, che accetta la proposta del Padre di stendere
una traccia per la prova degli Attori a cui vengono subito
assegnate le parti. I Personaggi però non si riconoscono
negli Attori che dovranno interpretarli. Un problema viene
intanto sollevato dal Capocomico: l'assenza di Madama Pace,
personaggio determinante per la scena dell'atelier. Il Padre
offre la soluzione: si appendano agli attaccapanni di scena
i cappellini e i mantelli delle attrici affinché, «attratta
dagli oggetti stessi del suo commercio», la maitresse
compaia. Infatti, come evocata, appare Madama Pace «megera
d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color
carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola».
A
questa apparizione gli Attori e il Capocomico schizzano via
dal palcoscenico per la scaletta laterale «con un urlo di
spavento». Ed ecco che, per prodigio d'arte, la Figliastra
riconosce Madama Pace, le si accosta e con lei inizia
sottovoce la scena in cui la maitresse le annuncia, in una
buffa parlata mezzo spagnola e mezzo italiana, che un «vièchio
senor» vuole «amusarse» con lei. Seguono l'entrata del Padre
nella camera e il dialogo con la Figliastra, intonato a
melliflua galanteria da una parte e nausea sdegnosa
dall'altra. Il Capocomico, convinto dell'effetto, vuole
subito far provare la scena agli Attori, ma la loro
interpretazione, artificiosa e banale, provoca una fragorosa
risata della Figliastra che non vi si riconosce, sicché il
Capocomico consente che siano intanto i Personaggi a
interpretare se stessi. La scena tra la Figliastra e il
Padre riprende fino all'arrivo della Madre e alla violenta
interruzione prodotta dal suo grido straziato. «Effetto
sicuro!», garantisce il Capocomico entusiasta. Per provare
la scena finale, viene allestito sommariamente l'ambiente di
un giardino con una piccola vasca e due cipressetti contro
un fondalino bianco. Nel giardino il Capocomico vorrebbe
inserire una scena d'effetto fra la Madre e il Figlio, ma
questi rifiuta con sdegno perché nella realtà non c'è stata
alcuna scena tra loro. E' vero però che la Madre, entrata
nella sua camera, aveva cercato, come sempre, ma
inutilmente, un dialogo con lui, che per sfuggirle era uscito
in giardino. E qui, con orrore, aveva visto nella vasca la
bambina annegata, e mentre si precipitava per ripescarla,
aveva scorto dietro gli alberi «il ragazzo che se ne stava
lì fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la
sorellina affogata». A questo punto sul palcoscenico, come
allora nella realtà, dietro lo «spezzato d'alberi» dove il
Giovinetto stava nascosto stringendo qualcosa nella tasca,
rintrona un colpo di rivoltella a cui segue il grido
straziante della Madre. Nello sconcerto degli Attori, che
non sanno se il ragazzo sia morto veramente, se sia finzione
o realtà, il Padre grida: «Ma che finzione! Realtà, realtà,
signori! realtà!». A questo punto il Capocomico,
indispettito per la giornata perduta, licenzia tutti e
ordina a un elettricista di spegnere le luci, ma dietro il
fondalino, come per errore, si accende un riflettore verde,
che proietta le ombre dei Personaggi, meno quelle del
Giovinetto e della Bambina. Vedendole, il Capocomico fugge
dal palcoscenico, atterrito. Spento il riflettore, il
Figlio, la Madre e il Padre escono dal fondalino e si
fermano in mezzo alla scena «come forme trasognate». Esce
per ultima la Figliastra, la quale, ripetendo la sua scelta
di perdizione, corre verso una delle scalette, si arresta un
momento a guardare gli altri e con una stridula risata
scompare dalla sala.
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Nella
«Prefazione» apposta all'edizione del 1925 Pirandello
fornisce un'interpretazione d'autore della commedia,
chiarendone la genesi, gli intenti, le fondamentali
tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che
intercorrono fra loro. Così scrive: «Io ho voluto
rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il
dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca
l'autore che essi cercano; e si rappresenta invece la
commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che
essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi
sono stati rifiutati». Pirandello, che aveva rifiutato il
vissuto dei personaggi da lui concepiti, cioè la loro ragion
d'essere drammatica, ne ha loro attribuita un'altra che essi
non sospettano neppure, quella appunto di «essere in cerca
d'autore». Personaggi rifiutati, ma non abbandonati
dall'autore che ha sofferto con loro «l'inganno della
comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota
astrazione delle parole; la molteplice personalità d'ognuno
secondo tutte le possibilità d'essere che si trovano in
ciascuno di noi; e infine il tragico conflitto immanente tra
la vita che di continuo si muove e cambia e la l'orma che la
fissa, immutabile».
Li ha seguiti quei personaggi, «a loro
insaputa», nel vano tentativo di rappresentarsi,
intervenendo nel nodo cruciale dell'improvvisa apparizione
di Madama Pace che poteva nascere «a quel modo soltanto
nella fantasia del poeta, non certo sulle tavole d'un
palcoscenico». Infatti l'Autore ha cambiato inavvertitamente
la scena sotto gli occhi degli spettatori, mostrando su
quello stesso palcoscenico la sua fantasia «in atto di
creare». L'importanza dell'atto creativo di questo testo, il
più originale e carico di futuro, non solo del teatro di
Pirandello ma di tutto il teatro del Novecento, è stata
peraltro riconosciuta dal pubblico e dalla critica, da Tilgher a Artaud e a Silvio d'Amico, da Macchia a Leone de
Castris e a Borsellino.
Dopo la tumultuosa prima al Teatro Valle di Roma, con Luigi
Almirante nel ruolo del Padre e Vera Vergani in quello della
Figliastra (in cui gli spettatori contrari inveirono
gridando «Manicomio! Manicomio!»), la commedia fu ripresa a
Milano, al Teatro Manzoni, il 27 settembre 1921. L'anno
seguente, fu allestita a Londra al Kingsway Theatre (a cura
della Stage Society) e a New York al Princess Theatre (a
cura di Brock Pemberton); nel 1923 fu rappresentata a
Parigi, alla Comédie des Champs-Elysées, da Georges Pitóeff,
nella traduzione di Benjamin Crémieux; nel 1924 a Berlino,
al Komódie Theater, da Max Reinhardt. L'allestimento
parigino di Pitóeff, alla cui prova generale era presente
l'autore, doveva risultare illuminante per la riscrittura
dei Sei personaggi che Pirandello propose nella messinscena
del suo Teatro d'Arte all'Odescalchi di Roma, il 18 maggio
1925, con Lamberto Picasso (il Padre), Marta Abba (la
Figliastra) e Gino Cervi (il Figlio). Alla stagione 1963-64
risale la produzione della Compagnia dei Giovani diretta da
Giorgio De Lullo, con Romolo Valli (il Padre) e Rossella
Falk (la Figliastra). Dalla commedia Pirandello ricavò, con
Adolf Lantz uno scenario cinematografico mai realizzato.
Denis Johnston ne trasse un libretto per l'opera in tre atti
musicata da Hugo Weisgall, rappresentata a New York, City
Center, il 26 aprile 1959.
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