|
 COMMEDIA
IN TRE ATTI
FONTE Novelle «Personaggi» (1906)
- «La tragedia di un personaggio» (1911)
- «Colloqui coi
personaggi» (1915)
STESURA ottobre
1920 -
gennaio 1921
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 10 maggio 1921
- Roma,
Teatro Valle, Compagnia Dario Niccodemi,
interpreti Vera Vergani e Luigi
Almirante.
In questa pagina:
Introduzione e trama (da
Opere Letterarie del 900 Italiano)
Introduzione 2 - «Sei personaggi in cerca
d’autore», sipario aperto sul «metateatro» pirandelliano (da
Foglidarte.it)
Articolo - Quando i personaggi si dimostrano più veri
delle persone reali di Riccardo Mainetti
Articolo - "E Hollywood disse: i " Sei personaggi " non
vanno al cinema - dal Corriere della sera del 9
dicembre 1996
Analisi grafica -
L'identità irrapresentabile del personaggio (da Valsesia
scuole)
Prefazione di Luigi Pirandello ai Sei personaggi
- Rivista Comoedia, gennaio 1925 (da Biblioteca dei Classici
Italiani)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Tematiche -
Andrea Camilleri - Biografia del figlio cambiato:
Il Padre nei Sei personaggi e il padre di Pirandello
Sez. Tematiche -
Pirandello e
Artaud. Una nota
Sez. Novelle -
Personaggi
(raccolta Appendice Novelle per un anno)
Sez. Novelle -
La tragedia di un personaggio
(raccolta L'uomo solo)
Sez. Novelle -
Colloqui coi personaggi
(raccolta Appendice Novelle per un anno)
Sez. Video -
Sei personaggi in cerca
d'autore - Con
Romolo Valli, Rossella Falk
Scritto alla fine del 1920, fu
rappresentato per la prima volta il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma, ad
opera della Compagnia di Dario Niccodemi, dove ebbe un esito tempestoso. Molti spettatori contestarono la
rappresentazione al grido di "Manicomio! Manicomio!". Fu importante, per il successivo
successo di questo dramma, la terza edizione, del 1925, in cui l'autore aggiunse
una prefazione nella quale chiariva la genesi, gli intenti e le tematiche
fondamentali del dramma.
È considerata la prima opera della trilogia del teatro nel teatro, comprendente
Questa sera si recita a soggetto e Ciascuno a suo modo.
|
|
da
Opere Letterarie del 900 Italiano
I precedenti narrativi della commedia sono riconducibili a due novelle, La
tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi personaggi (1915); ma la fonte
diretta è l'abbozzo di un romanzo, appena un paio di pagine, pervenuto in un
"foglietto" databile al 1910-12. La prima rappresentazione romana (9 maggio
1921), ad opera della Compagnia di Dario Niccodemi, ebbe un esito tempestoso. La
prima edizione di Sei personaggi in cerca d'autore. Commedia da fare, figura in
Maschere nude. Teatro di Luigi Pirandello; fondamentale la quarta edizione del
1925, «riveduta e corretta con l'aggiunta di una prefazione».
Nella «Prefazione» del 1925 l'autore spiega così la genesi della commedia:
«Posso soltanto dire che, senza sapere d'averli punto cercati, mi trovai
davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei
sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti,
ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo
delle vicende reciproche, ch'io li facessi entrare nel mondo dell'arte,
componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo,
un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere. E allora, ecco,
lasciamoli andare dove son soliti d'andare i personaggi drammatici per aver
vita: su un palcoscenico».
Il palcoscenico, che gli spettatori trovano entrando in teatro, si mostra con il
sipario alzato, «senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto». Due scalette ai
lati lo mettono in comunicazione con la sala. È in programma la prova mattutina
del Giuoco delle parti di Pirandello. Arrivano il Direttore-Capocomico e, alla
spicciolata, gli Attori; ultima, attesa e bizzosa, la Prima Attrice. Inizia la
prova. L'usciere del teatro viene intanto ad annunciare al Direttore l'arrivo
dei Sei Personaggi che dal fondo della sala, percorrendo il corridoio fra le
poltrone, raggiungono il palcoscenico. Sono: il Padre sulla cinquantina; la
Madre «velata da un fitto crespo vedovile»; la Figliastra diciottenne,
«spavalda, quasi impudente»; uno «squallido Giovinetto di quattordici anni»; una
«Bambina di circa quattro anni»; e «il Figlio, di ventidue anni, alto, quasi
irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un'accigliata indifferenza
per la Madre». Il Padre, che si fa portavoce del gruppo, dice, fra l'incredulità
generale, che, gravati da «un dramma doloroso», essi sono personaggi in cerca
d'autore. «Nel senso, veda», precisa al Capocomico, «che l'autore che ci creò,
vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu
un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo,
può ridersi anche della morte. Non muore più!».
Rifiutati dall'autore, i personaggi propongono al Capocomico una «commedia da
fare» , con un testo da concertare insieme sul dramma che urge dentro di loro.
Così il Padre e la Figliastra cominciano a rivivere, sopraffacendosi
reciprocamente, i passaggi dolorosi della vicenda che ha segnato le loro vite
negate al mondo dell'arte.
Dalle nozze fra il Padre e la Madre era nato il Figlio presto affidato a una
balia di campagna. Il Padre, «uomo tormentato e tormentatore» aveva intanto
notato una silenziosa intesa tra la moglie e il suo segretario e, preso dal
«Dèmone dell'Esperimento» (annota con ironia il Figlio), aveva incoraggiato la
loro unione. Dal nuovo legame erano nati la Figliastra, e poi il Giovinetto e la
Bambina. Il Padre si era interessato «con una incredibile tenerezza della nuova
famigliuola», finché non si era trasferita in un altro paese; in particolare
aveva seguito la crescita della Figliastra, attendendola spesso all'uscita della
scuola. Morto il compagno, la Madre era ritornata al paese d'origine con i tre
figli e, per provvedere al loro sostentamento, si era adattata a fare lavori di
cucito per Madama Pace, una «sarta fina», il cui atelier copriva in realtà
l'esercizio di una casa d'appuntamenti. La consegna dei lavori era affidata alla
Figliastra, che per la sua giovane età era stata adocchiata da Madama Pace, la
quale, trovando sempre da lamentarsi della qualità del lavoro, riduceva il
pagamento in modo da costringere la ragazza a integrarlo concedendosi ai
clienti. Un giorno, «condotto dalla miseria della sua carne ancora viva», il
Padre capita nell'atelier di Madama Pace; ma, proprio quando sta per compiersi
l'«incesto» con la Figliastra, nella camera irrompe con un grido la Madre. Dopo
quel momento la famiglia si ricompone nella casa del Padre in un'atmosfera di
tensioni incrociate e laceranti, con il Figlio legittimo che considera gli altri
degli intrusi, compresa la Madre che non ha mai conosciuto. Presi dalle
reciproche recriminazioni, gli adulti finiscono per trascurare il Giovanetto e
la Bambina.
La vicenda dei Sei Personaggi suscita vivo interesse nel Capocomico, che accetta
la proposta del Padre di stendere una traccia per la prova degli Attori a cui
vengono subito assegnate le parti. I Personaggi però non si riconoscono negli
Attori che dovranno interpretarli. Un problema viene intanto sollevato dal
Capocomico: l'assenza di Madama Pace, personaggio determinante per la scena
dell'atelier. Il Padre offre la soluzione: si appendano agli attaccapanni di
scena i cappellini e i mantelli delle attrici affinché, «attratta dagli oggetti
stessi del suo commercio», la maitresse compaia. Infatti, come evocata, appare
Madama Pace «megera d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color
carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola». A questa apparizione gli
Attori e il Capocomico schizzano via dal palcoscenico per la scaletta laterale
«con un urlo di spavento». Ed ecco che, per prodigio d'arte, la Figliastra
riconosce Madama Pace, le si accosta e con lei inizia sottovoce la scena in cui
la maitresse le annuncia, in una buffa parlata mezzo spagnola e mezzo italiana,
che un «vièchio senor» vuole «amusarse» con lei. Seguono l'entrata del Padre
nella camera e il dialogo con la Figliastra, intonato a melliflua galanteria da
una parte e nausea sdegnosa dall'altra. Il Capocomico, convinto dell'effetto,
vuole subito far provare la scena agli Attori, ma la loro interpretazione,
artificiosa e banale, provoca una fragorosa risata della Figliastra che non vi
si riconosce, sicché il Capocomico consente che siano intanto i Personaggi a
interpretare se stessi. La scena tra la Figliastra e il Padre riprende fino
all'arrivo della Madre e alla violenta interruzione prodotta dal suo grido
straziato. «Effetto sicuro!», garantisce il Capocomico entusiasta. Per provare
la scena finale, viene allestito sommariamente l'ambiente di un giardino con una
piccola vasca e due cipressetti contro un fondalino bianco. Nel giardino il
Capocomico vorrebbe inserire una scena d'effetto fra la Madre e il Figlio, ma
questi rifiuta con sdegno perché nella realtà non c'è stata alcuna scena tra
loro. E' vero però che la Madre, entrata nella sua camera, aveva cercato, come
sempre, ma inutilmente, un dialogo con lui, che per sfuggirle era uscito in
giardino. E qui, con orrore, aveva visto nella vasca la bambina annegata, e
mentre si precipitava per ripescarla, aveva scorto dietro gli alberi «il ragazzo
che se ne stava lì fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la
sorellina affogata». A questo punto sul palcoscenico, come allora nella realtà,
dietro lo «spezzato d'alberi» dove il Giovinetto stava nascosto stringendo
qualcosa nella tasca, rintrona un colpo di rivoltella a cui segue il grido
straziante della Madre. Nello sconcerto degli Attori, che non sanno se il
ragazzo sia morto veramente, se sia finzione o realtà, il Padre grida: «Ma che
finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!». A questo punto il Capocomico,
indispettito per la giornata perduta, licenzia tutti e ordina a un elettricista
di spegnere le luci, ma dietro il fondalino, come per errore, si accende un
riflettore verde, che proietta le ombre dei Personaggi, meno quelle del
Giovinetto e della Bambina. Vedendole, il Capocomico fugge dal palcoscenico,
atterrito. Spento il riflettore, il Figlio, la Madre e il Padre escono dal
fondalino e si fermano in mezzo alla scena «come forme trasognate». Esce per
ultima la Figliastra, la quale, ripetendo la sua scelta di perdizione, corre
verso una delle scalette, si arresta un momento a guardare gli altri e con una
stridula risata scompare dalla sala.
Nella «Prefazione» apposta all'edizione del 1925 Pirandello fornisce
un'interpretazione d'autore della commedia, chiarendone la genesi, gli intenti,
le fondamentali tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che
intercorrono fra loro. Così scrive: «Io ho voluto rappresentare sei personaggi
che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché
manca l'autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo
loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che
questi sei personaggi sono stati rifiutati». Pirandello, che aveva rifiutato il
vissuto dei personaggi da lui concepiti, cioè la loro ragion d'essere
drammatica, ne ha loro attribuita un'altra che essi non sospettano neppure,
quella appunto di «essere in cerca d'autore». Personaggi rifiutati, ma non
abbandonati dall'autore che ha sofferto con loro «l'inganno della comprensione
reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole; la
molteplice personalità d'ognuno secondo tutte le possibilità d'essere che si
trovano in ciascuno di noi; e infine il tragico conflitto immanente tra la vita
che di continuo si muove e cambia e la l'orma che la fissa, immutabile». Li ha
seguiti quei personaggi, «a loro insaputa», nel vano tentativo di
rappresentarsi, intervenendo nel nodo cruciale dell'improvvisa apparizione di
Madama Pace che poteva nascere «a quel modo soltanto nella fantasia del poeta,
non certo sulle tavole d'un palcoscenico». Infatti l'Autore ha cambiato
inavvertitamente la scena sotto gli occhi degli spettatori, mostrando su quello
stesso palcoscenico la sua fantasia «in atto di creare». L'importanza dell'atto
creativo di questo testo, il più originale e carico di futuro, non solo del
teatro di Pirandello ma di tutto il teatro del Novecento, è stata peraltro
riconosciuta dal pubblico e dalla critica, da Tilgher a Artaud e a Silvio
d'Amico, da Macchia a Leone de Castris e a Borsellino.
Dopo la tumultuosa prima al Teatro Valle di Roma, con Luigi Almirante nel ruolo
del Padre e Vera Vergani in quello della Figliastra (in cui gli spettatori
contrari inveirono gridando «Manicomio! Manicomio!»), la commedia fu ripresa a
Milano, al Teatro Manzoni, il 27 settembre 1921. L'anno seguente, fu allestita a
Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a New York al Princess
Theatre (a cura di Brock Pemberton); nel 1923 fu rappresentata a Parigi, alla
Comédie des Champs-Elysées, da Georges Pitóeff, nella traduzione di Benjamin
Crémieux; nel 1924 a Berlino, al Komódie Theater, da Max Reinhardt.
L'allestimento parigino di Pitóeff, alla cui prova generale era presente
l'autore, doveva risultare illuminante per la riscrittura dei Sei personaggi che
Pirandello propose nella messinscena del suo Teatro d'Arte all'Odescalchi di
Roma, il 18 maggio 1925, con Lamberto Picasso (il Padre), Marta Abba (la
Figliastra) e Gino Cervi (il Figlio). Alla stagione 1963-64 risale la produzione
della Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo, con Romolo Valli (il
Padre) e Rossella Falk (la Figliastra). Dalla commedia Pirandello ricavò, con
Adolf Lantz uno scenario cinematografico mai realizzato. Denis Johnston ne
trasse un libretto per l'opera in tre atti musicata da Hugo Weisgall,
rappresentata a New York, City Center, il 26 aprile 1959.
|
Introduzione 2
- «Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro»
pirandelliano |
dal Blog
Fogli d'Arte
«Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro»
pirandelliano Uno dei testi più prestigiosi della tradizione
teatrale italiana. Un dramma che contiene in sé tutte le future evoluzioni e
trasformazioni della drammaturgia e della ricerca contemporanea. Uno
spettacolo che raffigura una metafora insuperabile della condizione dell'uomo
moderno, in bilico tra realtà e apparenza, verità e finzione. Un
racconto di come vita e teatro possano incontrarsi su un palco, creando
un magico e misterioso cortocircuito. Tutto questo è
Sei personaggi in cerca d'autore (1921), prima opera della trilogia
pirandelliana del «teatro nel teatro» (detto anche «metateatro»),
completata da Ciascuno a modo suo (1924) e Questa sera si recita a
soggetto (1928-1929).
I precedenti narrativi di questo componimento teatrale, tra i più rappresentati
e amati dal pubblico, sono da ricondurre alle novelle
Personaggi (1906), Tragedia di un personaggio (1911) e
Colloqui coi personaggi (1915); la fonte diretta è, però, l’abbozzo di un
romanzo, appena due pagine pervenute in foglietto, databile al 1910-‘12. Nasce
così in Luigi Pirandello l’idea di mettere in scena il meccanismo della
creazione artistica nel momento e nell’atto del proprio farsi, la volontà di
raccontare il passaggio dalla persona al personaggio. E’ rottura con la
struttura tradizionale del dramma, con gli schemi correnti: quello decadente e
accentuatamente simbolista di
Gabriele D’Annunzio, quello verista di Giovanni Verga e
Giuseppe Giocosa, ma anche quello crepuscolare di
Ercole Luigi Morselli e quello grottesco di Rosso di San Secondo.
L’innovazione non viene immediatamente compresa né dal pubblico né dalla
critica: la prima nazionale dello spettacolo, tenutasi il 9 maggio 1921 al
teatro Valle di Roma, con la compagnia di Dario Niccodemi, (tra i
protagonisti ci sono Vera Vergani e Luigi Almirante), viene
accolta al grido di «Manicomio, manicomio!». Lo
shock prodotto negli spettatori è tale che l’autore, all’uscita del
teatro, viene investito da una baraonda di proteste e urla: alcuni gli gridano
«Buf-fo-ne! Buf-fo-ne!», altri gli danno del «criminale». Come spesso accade nel
mondo della drammaturgia e, soprattutto, dell’opera lirica, il successo arriva
solo con la seconda replica, tenutasi il 27 settembre dello stesso anno al
teatro Manzoni di Milano, sempre per iniziativa della compagnia di Dario
Niccodemi. Da allora i Sei personaggi in cerca d’autore esibiscono senza
sosta il loro fascino sottile e originale, attestandosi come uno tra gli
spettacoli più rappresentati e amati dal pubblico di tutto il mondo.
Il testo viene tradotto presto in varie lingue: nel 1922 è già sul palco a
Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a
New York al Princess (per iniziativa di Brock Pemberton); nel 1923
è la volta di Parigi, dove lo spettacolo è rappresentato alla Comédie des
Champs-Elysées, per la regia di
Georges Pitóeff (una regia, questa, che rimarrà nella storia del teatro per
l’arrivo dei «sei personaggi» con il montacarichi di servizio, avvolti da una
luce verdastra e totalmente vestiti di nero). Nel 1924 gli applausi arrivano da
Vienna, con la messa in scena di Rudolf Beer al Raimund Theater, e da
Berlino, dove a cimentarsi con l’allestimento del testo pirandelliano è Max
Reinhardt al Komódie. Dall’anno dopo è la stesura della prefazione,
pubblicata nella quarta edizione del testo; qui lo scrittore agrigentino
fornisce un'interpretazione d'autore del dramma, chiarendone la genesi, gli
intenti, le fondamentali tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che
intercorrono fra loro. Questo scritto è importante per la ripresa dello
spettacolo sulle scene romane (ripresa nella quale si trova anche un nuovo
finale, quello ancor’oggi rappresentato): il 18 maggio 1925 il capolavoro
pirandelliano ritorna, infatti, nella «Città eterna», questa volta al teatro
Odescalchi, in un allestimento che vede in scena Lamberto Picasso,
Marta Abba e Mario Cervi. E’ la consacrazione definitiva e i
Sei personaggi in cerca d’autore diventano anche una
storia di registi e di attori: a farsi ammaliare dal testo sono
Guido Salvini, Orazio Costa, Giorgio De Lullo, Giuseppe
Patroni Griffi, Giorgio Strehler e
Giulio Bosetti, da un lato; Vera Vergani,
Lina Satri, Rossella Falk, Romano Valli,
Sergio Tofano e Antonio Salines dall’altro, solo per fare qualche
nome.
La piéce pirandelliana affascina, però, anche fuori dai confini
strettamente teatrali: ne nascono un soggetto cinematografico (mai realizzato),
scritto dallo stesso Pirandello con
Adolf Lantz, e un’opera lirica in tre atti, rappresentata a New York il
26 aprile 1959, con libretto di Denis Johnston e musica di Hugo
Weisgall.
Ma che cosa ha reso questo lavoro una delle pietre miliari del nostro teatro? La
trama non ha, in realtà, caratteristiche particolari; ha accenti da
feuilleton borghese familiare, da romanzo d’appendice. Sulle tavole di un
palcoscenico, dove si stanno facendo le prove del dramma pirandelliano Il
gioco delle parti, si presenta una tormentata famiglia, composta da un
padre, una madre, un figlio, una figliastra, un giovinetto e una bambina. Questi
personaggi chiedono al capocomico e agli attori di mettere in scena la loro
fosca e intricata vicenda, intessuta di tradimenti, abbandoni, riconciliazioni,
sofferenza, desideri di vendetta, fino al tragico epilogo finale: la morte di
due membri della famiglia. Ciò che colpisce l’attenzione dello spettatore non è,
dunque, l’intreccio della storia, fitta di luoghi comuni, quanto le
illuminazioni metateatrali pirandelliane. Per usare le parole di
Francesca Malara e Roberto Alonge nella Storia del teatro moderno
e contemporaneo di Einaudi, lo scrittore agrigentino inizia con questo
dramma il suo passaggio dal «teatro d’attore», tipico della tradizione
ottocentesca, al «teatro di regia», caratteristico della nuova temperie
novecentesca. L’enfasi declamatoria degli interpreti e gli intrecci leggeri e
mondani di tradizione francese lasciano, dunque, spazio a un «teatro di idee»,
dove protagonista è la «vita nuda», cioè la vita senza la maschera
dell’ipocrisia e delle convenzioni sociali. Un teatro nel quale un ruolo
importante assume la figura del regista (allora ancora chiamato «capocomico»),
sguardo esterno che dà una corretta lettura del testo, istradando in qualche
modo un'autorizzata e privilegiata ipotesi di regia.
In Sei personaggi scompare l’usuale suddivisione in atti e in scene ed
appare, per la prima volta nel teatro di Luigi Pirandello, l’eliminazione della
«quarta parete» di diderotiana memoria, cioè della parete trasparente che
sta tra attore e pubblico, tra palcoscenico e platea. Una innovazione, questa,
memore di certe soluzioni futuriste e dadaiste, che troverà la sua massima
espressione nella rappresentazione simultanea dello spettacolo Questa sera si
recita a soggetto, altra occasione importante per fare il punto sulla
drammaturgia contemporanea.
Con i Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello, premio Nobel
per la letteratura nel 1934, inizia, dunque, il suo
rifiuto fermo e netto della «scatola teatrale» ottocentesca. Con questi
personaggi «nati vivi», con la loro storia drammatica fatta di un tradimento
e di un mancato incesto –una storia, questa, che sembra chiedere a gran
voce di «entrare nel mondo dell’arte»- l’autore di Girgenti ci porta in un luogo
fuori dal tempo. Racconta, per usare le parole di Enzo Lauretta in
Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori chiave, «un dramma che si
conclude con quello che i filosofi esistenziali chiamano uno «scacco», dopo il
quale ai personaggi-fantasmi non rimane che l’informale, il nulla». Un dramma
che è «illusione di realtà», dal momento che –afferma il Padre dei «sei
personaggi», parafrasando quanto già scritto in Uno, nessuno e centomila-
è commedia della vita che non conclude, perché se domani conclude –addio- è
finita»
|
Articolo -
Quando i personaggi si dimostrano più veri delle persone reali
di Riccardo Mainetti |
Per gentile
concessione dell'autore
In attesa di potermi rileggere il
testo teatrale questa sera ho deciso di godermi nuovamente lo spettacolo
teatrale, in dvd, del dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” scritto da Luigi
Pirandello; dramma che ebbi modo di vedere, per la prima volta, in teatro, al
Teatro Carcano di Milano, quando frequentavo l’ultimo anno delle superiori e che
poi, io acquistai, anni fa, allorquando uscirono in dvd alcuni spettacoli di
Pirandello, in dvd appunto.
In un teatro non bene
identificato e, del resto, poco importa di quale teatro, in particolare, si
tratti, una compagnia, anche qui non ben identificata, si sta preparando a
provare la commedia di Luigi Pirandello intitolata “Il giuoco delle parti”.
Sul palcoscenico vanno in scena
le piccole scenette della vita quotidiana di una compagnia di teatro, chi arriva
in ritardo, chi deve ripassare le parti che faticano ad entrargli in testa, chi,
con sufficienza, si pone a confronto con gli componenti della compagnia, e così
via.
Quando, dopo tutti gli intoppi,
piccoli e grandi, la compagnia è ormai pronta a cominciare, anzi comincia, la
prova della commedia pirandelliana ecco che sulla scena compaiono sei personaggi
che paiono, o forse sono, sbucati dal nulla. Alla normale, quasi scontata direi,
domanda del capocomico su chi siano, quello che tra i sei veste i panni del
Padre rivela che essi sono personaggi.
Sì, personaggi, “vivi e reali”
ai quali l’autore, dopo aver dato loro la vita ideandoli, non ha però poi avuto
il coraggio o la forza di permetter loro di mettere in scena il loro dramma
personale.
Immaginatevi la sorpresa,
l’ilarità in certi casi, della compagnia di attori a vedersi piombare lì, in
scena, così, all’improvviso, quei sei strani figuri che dicono, anzi pretendono,
di essere dei personaggi e di essere più veri e reali degli attori stessi.
È infatti sempre il Padre, ad un
certo punto, che, rivolto al capocomico poi assurto al rango di autore, dichiara
che sì, è vero, loro, in quanto personaggi, creati da un autore, con
un’esistenza prefissata, una vita stabilita e scritta sulla carta, sono più
reali di qualunque persona reale, financo il loro autore, che gode in una vita
che può cangiare di giorno in giorno.
I sei personaggi riescono ad
intrigare con la propria vicenda il capocomico il quale decide di accettare il
ruolo di loro autore e mette in scena, o meglio permette loro di mettere in
scena, il dramma del quale essi sono portatori.
E la storia comincia a dipanarsi
e, nel corso del primo atto, fa la sua comparsa, una comparsa breve e fugace il
settimo dei sei personaggi, quello tra loro che non è in cerca di un autore ma
che è il motore di tutto il primo atto: Madama Pace, una donna che, dietro la
rispettabile facciata di un negozietto di sartoria, nasconde, nel retrobottega,
la realtà di una “casa equivoca”.
Qui, nella stanza ubicata nel
retrobottega del negozio di Madame Pace, si compie l’incontro, dopo tanti anni
tra il Padre e la Figliastra; incontro che, per poco, proprio per pochissimo,
non sfocia in qualcosa di molto più intimo.
Dopo questo incontro il Padre
accetta di riportare sotto il proprio tetto la Figliastra, la Madre, colei che
fu sua moglie, e i due figlioletti nati anch’essi dal secondo matrimonio di lei.
Questo improvviso piombare in
casa di quei quattro “nuovi venuti” provoca la ribellione del Figlio Legittimo
il quale, con sdegno, si rifiuta di insegnare la propria parte fino a che,
costretto, non rivela quello a cui gli è capitato di assistere, e quello di cui
è stato protagonista nel giardino della casa; il ritrovamento del corpo della
sorellina annegata e il seguente suicidio del fratellino.
Dopo un vibrante battibecco, per
così dire, tra il Padre e colui che, nella finzione scenica dovrebbe vestirne i
panni, nel quale il secondo, non credendo alla morte del ragazzino, urla “Finzione!”
ed il Padre che di rimando urla “Ma quale finzione? Realtà!” la scena si
chiude con i sei personaggi, o meglio quelli che dei sei personaggi
sopravvivono, lasciano la scena e il capocomico che, dopo aver constatato che
oramai si è fatto tardi per le prove, dice alla compagnia di tornare in serata
e, dopo aver ordinato il “Buio in sala!”, lascia a sua volta il teatro.
Sulla scena, ormai buia, il
sipario si riapre sui sei personaggi, in ombra, che tornano, tutti, un’ultima
volta alla ribalta per poi ritirarsi, a loro volta, dalla scena.
|
Articolo - "E
Hollywood disse: i " Sei personaggi " non vanno al cinema |
dal
Corriere della sera del 9 dicembre 1996
Viene presentato oggi il testo inedito di una sceneggiatura scritta da
Pirandello per un film mai girato. Con il drammaturgo nelle vesti di attore E
Hollywood disse: i "Sei personaggi" non vanno al cinema "L' Autore e' nel suo
studio, seduto dietro la scrivania. Egli da' al suo giovane segretario degli
incartamenti e un pacco di carte. Poi si alza e si avvicina alla finestra,
guarda fuori. Scende il crepuscolo sui palazzi che circondano quella vista
tranquilla d' una grande citta' . L' Autore torna a guardare la stanza e la
osserva piombato in una meditazione sempre piu' profonda. Poi si siede. La
stanza si riempie di una nebbia, in cui si vedono emergere a poco a poco forme
indistinte, ombre vaghe, cangianti e fantastiche. Esse si serrano attorno all'
Autore e sembrano opprimerlo col peso di una tristezza vaga, d' una angoscia. L'
Autore torna a sedersi alla sua scrivania, ovunque assediato da quegli spettri".
Cosi' comincia una sceneggiatura che Luigi Pirandello scrisse a Berlino nel
1928, insieme allo scrittore espressionista Adolf Lantz, per trasformare i "Sei
personaggi in cerca d' autore" in un film muto. Lo stesso Pirandello avrebbe
dovuto interpretare per il grande schermo il personaggio dell' Autore. Il testo,
di cui si erano perse le tracce, fu pubblicato nel 1930 in Germania e in
Francia. Ma solo due annni piu' tardi il drammaturgo, sulla scia del successo
che aveva avuto il film "Come tu mi vuoi" (tratto dalla commedia omonima e
interpretato da Greta Garbo e Erich von Stroheim), tento' la strada di
Hollywood, proponendo l' operazione alla Metro Goldwin Meyer con la regia di
Irwing Talberg. Ma il film non fu mai realizzato. Cosi' come falli' un
successivo tentativo: negli ultimi mesi del ' 35 Pirandello scrisse un altro
trattamento dell' opera, stavolta in inglese con Saul Colin, destinato alla
regia di Max Reinhardt. Ma in questo caso sopraggiunse la morte dello scrittore,
avvenuta nel ' 36, a bloccare l' iniziativa. Degli intenti cinematografici di
Pirandello, del suo amore - odio per il grande schermo, parlera' qusta sera lo
scrittore e produttore Turi Vasile al Teatro Tordinona di Roma: "Ho ritrovato
per caso la sceneggiatura. Pirandello viveva una contrastante attrazione -
repulsione nei confronti di quella che definiva l' "arte muta". Ne era
ossessionato, tanto che su questo tema scrisse i "Quaderni di Serafino Gubbio,
operatore". Per quanto riguarda i "Sei personaggi", egli non intendeva portare
al cinema la trama originale della commedia, ma spiegare, attraverso il
linguaggio filmico, il segreto della nascita dei personaggi dalla fantasia dell'
autore". Molte opere di Pirandello sono diventate film, ma per uno strano
destino i "Sei personaggi", il dramma piu' famoso, non e' mai riuscito a varcare
la soglia del grande schermo. Lo stesso Vasile, negli anni Sessanta, tento' la
produzione cinematografica del testo: "Vittorio De Sica doveva curare la regia e
Diego Fabbri la sceneggiatura. Ma la cecita' dei distributori non rese possibile
l' operazione". Giuseppe Patroni Griffi come regista e Gabriele Lavia come
interprete hanno recentemente affrontato l' opera in palcoscenico. Dice Patroni
Griffi: "I film tratti dalle commedie di Pirandello non hanno mai avuto grande
successo, non per colpa delle opere, ma per l' incapacita' di chi le ha
realizzate. Bunuel sarebbe stato il regista piu' adatto a realizzare un film
tratto dai "Sei personaggi". Osserva Lavia: "Spostando sul piano dell' immagine
l' estetica pirandelliana, vedrei proprio i "personaggi" materializzarsi sullo
schermo e poi uscire da esso per invadere la platea". Due famose "figliastre",
protagoniste del dramma, sono state Rossella Falk e Monica Guerritore. Afferma
la Falk: "Pirandello e' un autore che ha sempre spaventato per la sua
complessita' intellettuale, forse per questo ha avuto un difficile dialogo con
il pubblico cinematografico". Conclude la Guerritore: "Ora che ci penso, i "Sei
personaggi" sono percorsi da una vena thrilling che funzionerebbe benissimo al
cinema".*
|
Analisi
grafica -
L'identità irrapresentabile del personaggio |
da
Valsesia Scuole (link non più
attivo)
La vicenda dei sei personaggi non può essere scritta e rappresentata poiché gli
strumenti abituali di rappresentazione teatrale sono disadatti a tradurre
autenticamente una realtà tanto crudele e psicologicamente oscura. Il copione, i
ruoli degli attori la finzione scenica: tutto è troppo convenzionale. Questo
dramma può solo essere rivissuto dall'interno dalla coscienza duramente segnata
dei personaggi stessi ( idee tragiche di un'esistenza potenzialmente minacciosa
per la buona coscienza borghese ). Il modo di rivivere tale vicenda può solo
essere quella di un incubo surreale.


|
Prefazione di
Luigi Pirandello ai Sei personaggi - Rivista Comoedia, gennaio
1925 |
da
Biblioteca dei Classici Italiani
È da
tanti anni a servizio della mia arte (ma come fosse da jeri): una servetta
sveltissima e non per tanto nuova sempre del mestiere. Si chiama Fantasia. Un
po' dispettosa e beffarda, se ha il gusto di vestir di nero, nessuno vorrà
negare che non sia spesso alla bizzarra, e nessuno credere che faccia sempre e
tutto sul serio a un modo solo. Si ficca una mano in tasca; ne cava un berretto
a sonagli; se lo caccia in capo, rosso come una cresta, e scappa via. Oggi qua;
domani là. E si diverte a portarmi in casa, perché io ne tragga novelle e
romanzi e commedie, la gente più scontenta del mondo, uomini, donne, ragazzi,
avvolti in casi strani da cui non trovan più modo a uscire; contrariati nei loro
disegni; frodati nelle loro speranze; e coi quali insomma è spesso veramente una
gran pena trattare.
Orbene questa mia servetta Fantasia ebbe, parecchi anni or sono, la cattiva
ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia,
non saprei dire dove né come ripescata, ma da cui, a suo credere, avrei potuto
cavare il soggetto per un magnifico romanzo. Mi trovai davanti un uomo sulla
cinquantina, in giacca nera e calzoni chiari, dall'aria aggrottata e dagli occhi
scontrosi per mortificazione; una povera donna in gramaglie vedovili, che aveva
per mano una bimbetta di quattr'anni da un lato e con un ragazzo di poco più di
dieci dall'altro; una giovinetta ardita e procace, vestita anch'essa di nero ma
con uno sfarzo equivoco e sfrontato, tutta un fremito di gajo sdegno mordente
contro quel vecchio mortificato e contro un giovane sui vent'anni che si teneva
discosto e chiuso in sé, come se avesse in dispetto tutti quanti. Insomma quei
sei personaggi come ora si vedono apparire sul palcoscenico, al principio della
commedia. E or l'uno or l'altro, ma anche spesso l'uno sopraffacendo l'altro,
prendevano a narrarmi i loro tristi casi, a gridarmi ciascuno le proprie
ragioni, ad avventarmi in faccia le loro scomposte passioni, press'a poco come
ora fanno nella commedia al malcapitato capocomico.
Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato
nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della
nascita naturale. Può una donna, amando, desiderare di diventar madre; ma il
desiderio da solo, per intenso che sia, non può bastare. Un bel giorno ella si
troverà a esser madre, senza un preciso avvertimento di quando sia stato. Così
un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire
come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca
nella fantasia per divenire anch'esso una creatura viva in un piano di vita
superiore alla volubile esistenza quotidiana. Posso soltanto dire che, senza
sapere d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi
da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla
scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti
uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi
entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni
e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano
vivere.
Ora bisogna sapere che a me non è mai bastato rappresentare una figura
d'uomo o di donna, per quanto speciale e caratteristica, per il solo gusto di
rappresentarla; narrare una particolar vicenda, gaja o triste, per il solo gusto
di narrarla; descrivere un paesaggio per il solo gusto di descriverlo. Ci sono
certi scrittori (e non pochi): che hanno questo gusto e, paghi, non cercano
altro. Sono scrittori di natura più propriamente storica. Ma ve ne sono altri
che, oltre questo gusto, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non
ammettono figure, vicende, paesaggi che non s'imbevano, per così dire, d'un
particolar senso della vita, e non acquistino con esso un valore universale.
Sono scrittori di natura più propriamente filosofica. Io ho la disgrazia
d'appartenere a questi ultimi. Odio l'arte simbolica, in cui la
rappresentazione perde ogni movimento spontaneo per diventar macchina,
allegoria; sforzo vano e malinteso, perché il solo fatto di dar senso allegorico
a una rappresentazione dà a veder chiaramente che già si tien questa in conto di
favola che non ha per se stessa alcuna verità né fantastica né effettiva, e che
è fatta per la dimostrazione di una qualunque verità morale. Quel bisogno
spirituale di cui io parlo non si può appagare, se non qualche volta e per un
fine di superiore ironia (com'è per esempio nell'Ariosto): di un tal simbolismo
allegorico. Questo parte da un concetto, è anzi un concetto che si fa, o cerca
di farsi, immagine; quello cerca invece nell'immagine, che deve restar viva e
libera di sé in tutta la sua espressione, un senso che gli dia valore. Ora, per
quanto cercassi, io non riuscivo a scoprir questo senso in quei sei personaggi.
E stimavo perciò che non mettesse conto farli vivere. Pensavo fra me e me: «Ho
già afflitto tanto i miei lettori con centinaja e centinaja di novelle: perché
dovrei affliggerli ancora con la narrazione dei tristi casi di questi sei
disgraziati?». E, così pensando, li allontanavo da me. O piuttosto, facevo di
tutto per allontanarli. Ma non si dà vita invano a un personaggio. Creature del
mio spirito, quei sei già vivevano d'una vita che era la loro propria e non più
mia, d'una vita che non era più in mio potere negar loro. Tanto è vero che,
persistendo io nella mia volontà di scacciarli dal mio spirito, essi, quasi già
del tutto distaccati da ogni sostegno narrativo, personaggi d'un romanzo usciti
per prodigio dalle pagine del libro che li conteneva, seguitavano a vivere per
conto loro; coglievano certi momenti della mia giornata per riaffacciarsi a me
nella solitudine del mio studio, e or l'uno or l'altro, ora due insieme,
venivano a tentarmi, a propormi questa o quella scena da rappresentare o da
descrivere, gli effetti che se ne sarebbero potuti cavare, il nuovo interesse
che avrebbe potuto destare una certa insolita situazione, e via dicendo. Per un
momento io mi lasciavo vincere; e bastava ogni volta questo mio condiscendere,
questo lasciarmi prendere per un po', perché essi ne traessero un nuovo profitto
di vita, un accrescimento d'evidenza, e anche, perciò, d'efficacia persuasiva su
me. E così a mano a mano diveniva per me tanto più difficile il tornare a
liberarmi da loro, quanto a loro più facile il tornare a tentarmi. Ne ebbi, a un
certo punto, una vera e propria ossessione. Finché, tutt'a un tratto, non mi
balenò il modo d'uscirne.
O
perché mi dissi non rappresento questo novissimo caso d'un autore che si rifiuta
di far vivere alcuni suoi personaggi, nati vivi nella sua fantasia, e il caso di
questi personaggi che, avendo ormai infusa in loro la vita, non si rassegnano a
restare esclusi dal mondo dell'arte? Essi si sono già staccati da me; vivono per
conto loro; hanno acquistato voce e movimento; sono dunque già divenuti di per
se stessi, in questa lotta che han dovuto sostenere con me per la loro vita,
personaggi drammatici, personaggi che possono da soli muoversi e parlare; vedono
già se stessi come tali; hanno imparato a difendersi da me; sapranno ancora
difendersi dagli altri. E allora, ecco, lasciamoli andare dove son soliti
d'andare i personaggi drammatici per aver vita: su un palcoscenico. E stiamo a
vedere che cosa ne avverrà. Così ho fatto. Ed è avvenuto naturalmente quel che
doveva avvenire: un misto di tragico e di comico, di fantastico e di realistico,
in una situazione umoristica affatto nuova e quanto mai complessa; un dramma che
da sé per mezzo dei suoi personaggi, spiranti parlanti semoventi, che lo portano
e lo soffrono in loro stessi, vuole a ogni costo trovare il modo d'essere
rappresentato; e la commedia del vano tentativo di questa realizzazione scenica
improvvisa. Dapprima, la sorpresa di quei poveri attori d'una Compagnia
drammatica che stan provando, di giorno, una commedia su un palcoscenico sgombro
di quinte e di scene; sorpresa e incredulità, nel vedersi apparir davanti quei
sei personaggi che si annunziano per tali in cerca d'autore; poi, subito dopo,
per quell'improvviso mancare della Madre velata di nero, il loro istintivo
interessamento al dramma che intravedono in lei e negli altri componenti quella
strana famiglia, dramma oscuro, ambiguo, che viene ad abbattersi così
impensatamente su quel palcoscenico vuoto e impreparato a riceverlo; e man mano
il crescere di questo interessamento al prorompere delle passioni contrastanti
ora nel Padre, ora nella figliastra, ora nel figlio, ora in quella povera Madre;
passioni che cercano, come ho detto, di sopraffarsi a vicenda, con una tragica
furia dilaniatrice. Ed ecco che quel senso universale cercato invano dapprima in
quei sei personaggi, ora essi, andati da sé sul palcoscenico, riescono a
trovarlo in sé nella concitazione della lotta disperata che ciascuno fa contro
l'altro e tutti contro il capocomico e gli attori che non li comprendono. Senza
volerlo, senza saperlo, nella ressa dell'animo esagitato, ciascun d'essi, per
difendersi dalle accuse dell'altro, esprime come sua viva passione e suo
tormento quelli che per tanti anni sono stati i travagli del mio spirito:
l'inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota
astrazione delle parole; la molteplice personalità d'ognuno secondo tutte le
possibilità d'essere che si trovano in ciascuno di noi; e infine il tragico
conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che
la fissa, immutabile.
Due
soprattutto fra quei sei personaggi, il Padre e la figliastra, parlano di questa
atroce inderogabile fissità della loro forma, nella quale l'uno e l'altra vedono
espresse per sempre, immutabilmente la loro essenzialità, che per l'uno
significa castigo e per l'altra vendetta; e la difendono contro le smorfie
fittizie e la incosciente volubilità degli attori e cercano d'imporla al volgare
capocomico che vorrebbe alterarla e accomodarla alle così dette esigenze del
teatro. Non tutti e sei i personaggi stanno in apparenza sullo stesso piano di
formazione, ma non perché vi siano fra essi figure di primo o di secondo piano,
cioè «protagonisti» e «macchiette» che allora sarebbe elementare prospettiva,
necessaria a ogni architettura scenica o narrativa e non perché non siano tutti,
per quello che servono, compiutamente formati. Sono, tutti e sei, allo stesso
punto di realizzazione artistica, e tutti e sei, sullo stesso piano di realtà,
che è il fantastico della commedia. Se non che il Padre, e la figliastra e anche
il figlio sono realizzati come spirito; come natura è la Madre; come, «presenze»
il Giovinetto che guarda e compie un gesto e la Bambina del tutto inerte. Questo
fatto crea fra essi una prospettiva di nuovo genere. Inconsciamente avevo avuto
l'impressione che mi bisognasse farli apparire alcuni più realizzati
(artisticamente), altri meno, altri appena appena raffigurati come elementi d'un
fatto da narrare o da rappresentare: i più vivi, i più compiutamente creati, il
Padre e la figliastra, che vengono naturalmente più avanti e guidano e si
trascinano appresso il peso quasi morto degli altri: uno, il figlio, riluttante;
l'altro, la Madre, come una vittima rassegnata, tra quelle due creaturine che
quasi non hanno alcuna consistenza se non appena nella loro apparenza e che han
bisogno di essere condotte per mano. E infatti! Intatti dovevano proprio
apparire ciascuno in quello stadio di creazione raggiunto nella fantasia
dell'autore al momento che questi li volle scacciare da sé.
Se ora ci
rifletto, l'avere intuito questa necessità, l'aver trovato, inconsciamente,
il modo di risolverla con una nuova prospettiva, e il modo con cui l'ho
ottenuta, mi sembrano miracoli. Il fatto è che la commedia fu veramente
concepita in un'illuminazione spontanea della fantasia, quando, per
prodigio, tutti gli elementi dello spirito si rispondono e lavorano a un
divino accordo. Nessun cervello umano, lavorandoci a freddo, per quanto ci
si fosse travagliato, sarebbe mai riuscito a penetrare e a poter soddisfare
tutte le necessità della sua forma. Perciò le ragioni che io dirò per
chiarirne i valori non siano intese come intenzioni da me preconcette quando
mi accinsi alla sua creazione e di cui ora mi assuma la difesa, ma solo come
scoperte che io stesso, poi, a mente riposata, ho potuto fare. Io ho voluto
rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a
rappresentarsi appunto perché manca l'autore che essi cercano; e si
rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto
quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono
stati rifiutati. Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo?
Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece accoglierlo nella fantasia
e quindi esprimerlo. E io difatti ho accolto e realizzato quei sei
personaggi: li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca d'altro
autore. isogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non essi stessi,
evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro sopra
tutto, ma non interessava affatto me, per le ragioni già accennate.
E che
cos'è il proprio dramma, per un personaggio? Ogni fantasma, ogni creatura
d'arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia
personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d'essere del
personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere. Io, di quei sei,
ho accolto dunque l'essere, rifiutando la ragion d'essere; ho preso l'organismo
affidando a esso, invece della funzione sua propria, un'altra funzione più
complessa e in cui quella propria entrava appena come dato di fatto. Situazione
terribile e disperata specialmente per i due il Padre e la figliastra che più
degli altri tengono a vivere e più degli altri han coscienza di essere
personaggi, cioè assolutamente bisognosi d'un dramma e perciò del proprio, che è
il solo che essi possano immaginare a se stessi e che intanto vedono rifiutato;
situazione «impossibile», da cui sentono di dover uscire a qualunque costo, per
questione di vita o di morte. È ben vero che io, di ragion d'essere, di
funzione, gliene ho data un'altra, cioè appunto quella situazione «impossibile»,
il dramma dell'essere in cerca d'autore, rifiutati: ma che questa sia una ragion
d'essere, che sia diventata, per essi che già avevano una vita propria, la vera
funzione necessaria e sufficiente per esistere, neanche possono sospettare. Se
qualcuno glielo dicesse, non lo crederebbero; perché non è possibile credere che
l'unica ragione della nostra via sia tutta in un tormento che ci appare ingiusto
e inesplicabile. Non so immaginare, perciò, con che fondamento mi fu mosso
l'appunto che il personaggio del Padre non era quello che avrebbe dovuto essere,
perché usciva dalla sua qualità e posizione di personaggio invadendo, a volte, e
facendo sua l'attività dell'autore. Io che intendo chi non m'intende, capisco
che l'appunto viene dal fatto che quel personaggio esprime come proprio un
travaglio di spirito che è riconosciuto essere il mio. Il che è ben naturale e
non significa assolutamente nulla. A parte la considerazione che quel travaglio
di spirito nel personaggio del Padre deriva, ed è sofferto e vissuto, da cause e
per ragioni che non hanno nulla da vedere col dramma della mia esperienza
personale, considerazione che da sola toglierebbe ogni consistenza alla critica,
voglio chiarire che una cosa è il travaglio immanente del mio spirito, travaglio
che io posso legittimamente purché gli torni organico riflettere in un
personaggio; altra cosa è l'attività del mio spirito svolta nella realizzazione
di questo lavoro, l'attività cioè che riesce a formare il dramma di quei sei
personaggi in cerca d'autore. Se il Padre fosse partecipe di questa attività, se
concorresse a formare il dramma dell'essere quei personaggi senza autore, allora
sì, e soltanto allora, sarebbe giustificato il dire che esso sia a volte
l'autore stesso, e perciò non sia quello che dovrebbe essere. Ma il Padre,
questo suo essere «personaggio in cerca d'autore», lo soffre e non lo crea, lo
soffre come una fatalità inesplicabile e come una situazione a cui cerca con
tutte le forze di ribellarsi e di rimediare: proprio dunque «personaggio in
cerca d'autore» e niente di più, anche se esprima come suo il travaglio del mio
spirito. Se esso fosse partecipe dell'attività dell'autore, si spiegherebbe
perfettamente quella fatalità; si vedrebbe cioè accolto, sia pure come
personaggio rifiutato, ma pur sempre accolto nella matrice fantastica d'un poeta
e non avrebbe più ragione di patire quella disperazione di non trovare chi
affermi e componga la sua vita di personaggio: voglio dire che accetterebbe
assai di buon grado la ragion d'essere che gli dà l'autore e senza rimpianti
rinunzierebbe alla propria, mandando all'aria quel capocomico e quegli attori a
cui, come a unico scampo, è invece ricorso. C'è un personaggio, quello della
Madre, a cui invece non importa affatto aver vita, considerato l'aver vita come
fine a se stesso. Non ha il minimo dubbio, lei, di non esser già viva; né le è
mai passato per la mente di domandarsi come e perché, in che modo, lo sia. Non
ha, insomma, coscienza d'essere personaggio: in quanto non è mai, neanche per un
momento, distaccata dalla sua «parte». Non sa d'avere una «parte». Questo le
torna perfettamente organico. Infatti la sua parte di Madre non comporta per se
stessa, nella sua «naturalità», movimenti spirituali; ed ella non vive come
spirito: vive in una continuità di sentimento che non ha mai soluzione, e perciò
non può acquistare coscienza della sua vita, che è quanto dire del suo esser
personaggio. Ma, con tutto ciò, anch'ella cerca, a modo suo e per i suoi fini,
un autore; a un certo punto sembra contenta d'essere stata condotta davanti al
capocomico. Forse perché anch'ella spera di aver vita da costui? No:
perché spera che il capocomico le faccia rappresentare una scena col figlio,
nella quale metterebbe tanta della sua propria vita; ma è una scena che non
esiste, che non ha mai potuto, né potrebbe, aver luogo. Tant'ella è incosciente
del suo esser personaggio, cioè della vita che può avere, fissata e determinata
tutta, attimo per attimo, in ogni gesto e in ogni parola. Ella si presenta con
gli altri personaggi sul palcoscenico, ma senza capire quello che essi le fanno
fare. Evidentemente immagina che la smania di aver vita da cui sono assaliti il
marito e la figlia e per cui anch'ella si ritrova su un palcoscenico, altro non
sia che una delle solite incomprensibili stramberie di quell'uomo tormentato e
tormentatore, e orribile, orribile, una nuova, equivoca levata di testa di
quella sua povera ragazza traviata. È del tutto passiva. I casi della sua vita e
il valore che questi hanno assunto agli occhi di lei, il suo carattere stesso,
sono tutte cose che si dicono dagli altri, e che ella solo una volta
contraddice, perché l'istinto materno insorge e si ribella in lei, per chiarire
che non volle affatto abbandonare né il figlio né il marito; perché il figlio le
fu tolto e il marito la costrinse all'abbandono. Ma rettifica dati di fatto: non
sa e non si spiega nessuna cosa. È, insomma, natura. Una natura fissata in una
figura di madre. Questo personaggio mi ha dato una soddisfazione di nuovo
genere, che non va taciuta. Quasi tutti i miei critici, invece di definirlo, al
solito, «disumano» che sembra sia il peculiare e incorreggibile carattere di
tutte indistintamente le mie creature hanno avuto la bontà di
notare, «con vero compiacimento», che finalmente dalla mia fantasia era uscita
una figura umanissima. La lode me la spiego in questo modo: che, essendo
la mia povera Madre tutta legata al suo atteggiamento naturale di Madre, senza
possibilità di liberi movimenti spirituali, cioè quasi un ciocco di carne
compiutamente viva in tutte le sue funzioni di procreare, allattare, curare e
amare la sua prole, senza punto bisogno perciò di far agire il cervello, essa
realizzi in sé il vero e perfetto «tipo umano». Certo è così, perché nulla pare
che sia più superfluo dello spirito in un organismo umano.
Ma i
critici, pur con quella lode, si sono voluti sbrigare della Madre senza curarsi
di penetrare il nucleo di valori poetici che il personaggio, nella commedia, sta
a significare. Umanissima figura, sì, perché priva di spirito, cioè incosciente
d'essere quello che è o incurante di spiegarselo. Ma il fatto d'ignorare d'esser
personaggio non le toglie già di esserlo. Ecco il suo dramma, nella mia
commedia. E l'espressione più viva di esso balza, in quel suo grido al
capocomico che le fa considerare come tutto sia già avvenuto e perciò non possa
più esser motivo di nuovo pianto: «No, avviene ora, avviene sempre!
Il mio strazio non è finto, signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni
momento del mio strazio, che si rinnova vivo e presente sempre». Questo ella
sente, senza coscienza, e perciò come cosa inesplicabile: ma lo sente con
tanta terribilità che non pensa nemmeno possa essere cosa da spiegare a se
stessa o agli altri. Lo sente e basta. Lo sente come dolore, e questo dolore,
immediato, grida. Così in lei si riflette la fissità della sua vita in una
forma, che, in altro modo, tormenta il Padre e la figliastra, Questi, spirito;
ella, natura: lo spirito vi si ribella, o come può, cerca di profittarne; la
natura, se non sia aizzata dagli stimoli del senso, ne piange. Il conflitto
immanente tra il movimento vitale e la forma è condizione inesorabile non solo
dell'ordine spirituale, ma anche di quello naturale. La vita che s'è fissata,
per essere, nella nostra forma corporale, a poco a poco uccide la sua forma. Il
pianto di questa natura fissata è l'irreparabile, continuo invecchiare del
nostro corpo. Il pianto della Madre è allo stesso modo passivo e perpetuo.
Mostrato attraverso tre facce, invalorato in tre drammi diversi e contemporanei,
quell'immanente conflitto trova così nella commedia la più compiuta espressione.
E di più, la Madre dichiara anche il particolare valore della forma artistica:
forma che non comprende e non uccide la sua vita, e che la vita non consuma; in
quel suo grido al capocomico. Se il Padre e la figliastra riattaccassero
centomila volte di seguito la loro scena, sempre, al punto fissato, all'attimo
in cui la vita dell'opera d'arte dev'essere espressa con quel suo grido, sempre
esso risonerebbe: inalterato e inalterabile nella sua forma, ma non come una
ripetizione meccanica, non come un ritorno obbligato da necessità esteriori, ma
bensì, ogni volta, vivo e come nuovo, nato improvviso così per sempre:
imbalsamato vivo nella sua forma immarcescibile. Così, sempre, ad apertura di
libro, troveremo Francesca viva confessare a Dante il suo dolce peccato; e se
centomila volte di seguito tomeremo a rileggere quel passo, centomila volte di
seguito Francesca ridirà le sue parole, non mai ripetendole meccanicamente, ma
dicendole ogni volta per la prima volta con sì viva e improvvisa passione che
Dante ogni volta ne tramortirà. Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha
forma, e per ciò stesso deve morire: tranne l'opera d'arte, che appunto vive per
sempre, in quanto è forma. La nascita d'una creatura della fantasia umana,
nascita che è il passo per la soglia tra il nulla e l'eternità, può avvenire
anche improvvisa, avendo per gestazione una necessità. In un dramma immaginato
serve un personaggio che faccia o dica una certa cosa necessaria; ecco quel
personaggio è nato, ed è quello, preciso, che doveva essere. Così nasce Madama
Pace fra i sei personaggi, e pare un miracolo, anzi, un trucco su quel
palcoscenico rappresentato realisticamente. Ma non è un trucco. La nascita è
reale, il nuovo personaggio è vivo non perché fosse già vivo, ma perché
felicemente nato, come appunto comporta la sua natura di personaggio, per così
dire, «obbligato». È avvenuta perciò una spezzatura, un improvviso mutamento del
piano di realtà della scena, perché un personaggio può nascere a quel modo
soltanto nella fantasia del poeta, non certo sulla tavole d'un palcoscenico.
Senza che nessuno se ne sia accorto, ho cambiato di colpo la scena: la ho
riaccolta in quel momento nella mia fantasia pur non togliendola di sotto gli
occhi agli spettatori; ho cioè mostrato ad essi, in luogo del palcoscenico, la
mia fantasia in atto di creare, sotto specie di quel palcoscenico stesso. Il
mutarsi improvviso e incontrollabile di una apparenza da un piano di realtà a un
altro è un miracolo della specie di quelli compiuto dal Santo che fa muovere la
sua statua, che in quel momento non è più certamente né di legno né di pietra;
ma non un miracolo arbitrario. Quel palcoscenico, anche perché accoglie la
realtà fantastica dei sei personaggi, non esiste di per se stesso come dato
fisso e immutabile, come nulla di questa commedia esiste di posto e di
preconcetto: tutto vi si fa, tutto vi si muove, tutto vi è tentativo improvviso.
Anche il piano di realtà del luogo in cui si muta e si rimuta questa informe
vita che anela alla sua forma, arriva così a spostarsi organicamente. Quando io
concepii di far nascere lì per lì Madama Pace su quel palcoscenico, sentii che
potevo farlo e lo feci; se avessi avvertito che questa nascita mi scardinava e
mi riformava, silenziosamente e quasi inavvertitamente, in un attimo, il piano
di realtà della scena, non lo avrei fatto di sicuro, aggelato dalla sua
apparente illogicità. E avrei commesso una malaugarata mortificazione della
bellezza della mia opera, da cui mi salvò il fervore del mio spirito: perché,
contro una bugiarda apparenza logica, quella fantastica nascita è sostenuta da
una vera necessità in misteriosa organica correlazione con tutta la vita
dell'opera. Che qualcuno ora mi dica che essa non ha tutto il valore che
potrebbe avere perché la sua espressione non è composta ma caotica, perché pecca
di romanticismo, mi fa sorridere. Capisco perché questa osservazione mi sia
stata fatta. Perché nel mio lavoro la rappresentazione del dramma in cui sono
involti i sei personaggi appare tumultuosa e non procede mai ordinata: non c'è
sviluppo logico, non c'è concatenazione negli avvenimenti. È verissimo. Neanche
a cercarlo col lumicino avrei potuto trovare un modo più disordinato, più
strambo, più arbitrario e complicato, cioè più romantico, di rappresentare «il
dramma in cui sono involti i sei personaggi». È verissimo, ma io non ho affatto
rappresentato quel dramma: ne ho rappresentato un altro e non starò
a ripetere quale! in cui, fra le altre belle cose che ognuno secondo i suoi
gusti ci può ritrovare, c'è proprio una discreta satira dei procedimenti
romantici; in quei miei personaggi così tutti incaloriti a sopraffarsi nella
parte che ognun d'essi ha in un certo dramma mentre io li presento come
personaggi di un'altra commedia che essi non sanno e non sospettano, così che
quella loro esagitazione passionale, propria dei procedimenti romantici, è
umoristicamente posta, campata sul vuoto. E il dramma dei personaggi,
rappresentato non come si sarebbe organato nella mia fantasia se vi fosse stato
accolto, ma così, come dramma rifiutato, non poteva consistere nel mio lavoro se
non come «situazione», e in qualche sviluppo, e non poteva venir fuori se non
per accenni, tumultuosamente e disordinatamente, in iscorci violenti, in modo
caotico: di continuo interrotto, sviato, contraddetto, e, anche, da uno dei suoi
personaggi negato, e, da due altri, neanche vissuto. C'è un personaggio
infatti quello che «nega» il dramma che lo fa personaggio, il
figlio che tutto il suo rilievo e il suo valore trae dall'essere personaggio non
della «commedia da fare» che come tale quasi non appare ma della
rappresentazione ch'io ne ho fatta. È insomma il solo che viva soltanto come
«personaggio in cerca d'autore»; tanto che l'autore che egli cerca non è un
autore drammatico. Anche questo non poteva essere altrimenti; tanto
l'atteggiamento del personaggio è organico nella mia concezione quanto è logico
che nella situazione determini maggior confusione e disordine e un altro motivo
di contrasto romantico. Ma appunto questo caos, organico e naturale, io dovevo
rappresentare; e rappresentare un caos non significa affatto rappresentare
caoticamente, cioè romanticamente. E che la mia rappresentazione sia tutt'altro
che confusa, ma anzi assai chiara, semplice e ordinata, lo dimostra l'evidenza
con cui, agli occhi di tutti i pubblici del mondo, risultano l'intreccio, i
caratteri, i piani fantastici e realistici, drammatici e comici del lavoro, e
come, per chi ha occhi più penetranti, vengono fuori i valori insoliti in esso
racchiusi. Grande è la confusione delle lingue fra gli uomini, se critiche così
fatte pur trovan le parole per esprimersi. Tanto grande questa confusione quanto
perfetta l'intima legge d'ordine che, in tutto obbedita, fa classica e tipica la
mia opera e vieta ogni parola alla sua catastrofe. Quando, difatti, davanti a
tutti ormai compresi che per artificio non si crea vita e che il dramma dei sei
personaggi, mancando l'autore che lo invalori nello spirito, non si potrà
rappresentare, per l'istigazione del capocomico volgarmente ansioso di conoscere
come si svolse il fatto, questo fatto è ricordato dal figlio nella successione
materiale dei suoi momenti, privo di qualunque senso e perciò senza neanche
bisogno della voce umana, s'abbatte bruto, inutile, con la detonazione d'un'arma
meccanica sulla scena, e infrange e disperde lo sterile tentativo dei
personaggi e degli attori, apparentemente non assistito dal poeta. Il poeta, a
loro insaputa, quasi guardando da lontano per tutto il tempo di quel loro
tentativo, ha atteso, intanto, a creare con esso e di esso la sua opera.
Luigi Pirandello
|
SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE -
ATTO PRIMO |

|
|
|
Allestimento dei Sei personaggi in cerca d'autore
di Georges Pitóeff - 10 aprile 1923 - Comédie des
Champs-Elysées di Parigi. |
|
|
|
PERSONAGGI DELLA COMMEDIA DA
FARE
Il padre La madre La figliastra Il figlio
Il giovinetto
La bambina (questi ultimi due non parlano) (Poi,
evocata): Madama Pace |
|
GLI ATTORI DELLA COMPAGNIA
|
|
Il direttore–capocomico
La prima attrice Il primo attore La seconda donna
L'attrice giovane L'attor giovane Altri attori e
attrici |
Il direttore di scena Il
suggeritore Il trovarobe Il macchinista Il
segretario del capocomico L'uscere del teatro
Apparatori e servi di scena |
|
|
Di giorno, su un palcoscenico di teatro di prosa.
N.B. La commedia non ha atti né
scene. La rappresentazione sarà interrotta una prima volta, senza che il sipario
s'abbassi; allorché il Direttore capocomico e il capo dei personaggi si
ritireranno per concertar lo scenario e gli attori sgombreranno il palcoscenico;
una seconda volta, allorché per isbaglio il Macchinista butterà giù il sipario.
Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e
il palcoscenico com'è di giorno, senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto,
perché abbiano fin da principio l'impressione d'uno spettacolo non preparato.
Due scalette, una a destra e l'altra a sinistra, metteranno in comunicazione
il palcoscenico con la sala. Sul palcoscenico il cupolino del suggeritore,
messo da parte, a canto alla buca.
Dall'altra parte, sul davanti, un tavolino e una poltrona con spalliera voltata
verso il pubblico, per il Direttore–capocomico. Altri due tavolini, uno più
grande, uno più piccolo, con parecchie sedie attorno, messi lì sul davanti per
averli pronti, a un bisogno, per la prova. Altre sedie, qua e lì: a destra e a
sinistra, per gli attori; e un pianoforte in fondo, da un lato, quasi nascosto.
Spenti i lumi nella sala, si vedrà entrare dalla porta del palcoscenico il
macchinista in camiciotto turchino e sacca appesa alla cintola; prendere da un
angolo in fondo alcuni assi d'attrezzatura; disporli sul davanti e mettersi in
ginocchio e inchiodarli. Alle martellate accorrerà dalla porta dei camerini il
Direttore di scena.
Il direttore di scena: Oh! Che fai?
Il macchinista: Che
faccio? Inchiodo.
Il direttore di scena: A quest'ora? Guarderà l'orologio.
Sono già le dieci e mezzo. A momenti sarà qui il Direttore per la prova.
Il macchinista: Ma dico, dovrò avere anch'io il mio tempo per
lavorare!
Il direttore di scena: L'avrai, ma non ora.
Il macchinista:
E quando?
Il direttore di scena: Quando non sarà più l'ora della prova. Su, su,
portati via tutto, e lasciami disporre la scena per il secondo atto del Giuoco
delle parti.
Il macchinista, sbuffando, borbottando, raccatterà gli
assi e andrà via.
Intanto dalla porta del palcoscenico cominceranno a venire gli attori della
Compagnia, uomini e donne, prima uno, poi un altro, poi due insieme, a piacere:
nove o dieci, quanti si suppone che debbano prender parte alle prove della
commedia di Pirandello Il giuoco delle parti, segnata all'ordine del giorno.
Entreranno, saluteranno il Direttore di scena e si saluteranno tra loro
augurandosi il buon giorno.
Alcuni si avvieranno ai loro camerini; altri, fra cui Il suggeritore che avrà il
copione arrotolato sotto il braccio, si fermeranno sul palcoscenico in attesa
del Direttore per cominciar la prova, e intanto, o seduti a crocchio, o in
piedi, scambieranno tra loro qualche parola; e chi accenderà una sigaretta, chi
si lamenterà della parte che gli è stata assegnata, chi leggerà forte ai
compagni qualche notizia in un giornaletto teatrale.
Sarà bene che tanto le attrici quanto gli attori siano vestiti d'abiti piuttosto
chiari e gai, e che questa prima scena a soggetto abbia, nella sua naturalezza,
molta vivacità. A un certo punto, uno dei comici potrà sedere al pianoforte e
attaccare un ballabile; i più giovani tra gli attori e le attrici si metteranno
a ballare.
Il direttore di scena (battendo le mani per richiamarli alla
disciplina). Via, smettetela! Ecco il signor Direttore!
Il
suono e la danza cesseranno d'un tratto. Gli attori si volteranno a guardare
verso la sala del tetro, dalla cui porta si vedrà entrare il
Direttore-capocomico, il quale, col cappello duro in capo, il bastone sotto il
braccio e un grosso sigaro in bocca, attraverserà il corridojo tra le poltrone
e, salutato dai comici, salirà per una delle due scalette sul palcoscenico. Il
segretario gli porgerà la posta: qualche giornale, un copione sottofascia.
Il
capocomico: Lettere?
Il segretario: Nessuna. La posta è tutta qui.
Il
capocomico (porgendogli il copione sottofascia). Porti in camerino.
(Poi,
guardandosi attorno e rivolgendosi al Direttore di scena): Oh, qua non ci si
vede. Per piacere, faccia dare un po' di luce.
Il
direttore di scena: Subito.
Si
recherà a dar l'ordine.
E
poco dopo il palcoscenico sarà illuminato in tutto il lato destro, dove staranno
gli attori, d'una viva luce bianca.
Nel mentre, Il suggeritore avrà preso posto nella buca, accesa la lampadina e
steso davanti a sè il copione.
Il
capocomico (battendo le mani). Su, su, cominciamo. (Al Direttore
di scena): Manca qualcuno?
Il direttore di scena: Manca la prima attrice.
Il
capocomico: Al solito!
(Guarderà
l'orologio): Siamo già in ritardo di dieci minuti. La segni, mi faccia il
piacere. Così imparerà a venire puntuale alla prova.
Non avrà finito la reprensione, che dal fondo della sala si udrà la voce della
prima attrice.
La
prima attrice: No, no, per carità! Eccomi! Eccomi!
(È
tutta vestita di bianco, con un cappellone spavaldo in capo e un grazioso
cagnolino tra le braccia; correrà attraverso il corridojo delle poltrone e
salirà in gran fretta una delle scalette.)
Il
capocomico: Lei ha giurato di farsi sempre aspettare.
La
prima attrice: Mi scusi. Ho cercato tanto una automobile per fare a tempo!
Ma vedo che non avete ancora cominciato. E io non sono subito di scena.
(Poi,
chiamando per nome il Direttore di scena e consegnandogli il cagnolino:):
Per piacere, me lo chiuda nel camerino.
Il
capocomico (borbottando): Anche il cagnolino! Come se fossimo pochi i
cani qua.
(Batterà
di nuovo le mani e si rivolgerà al suggeritore:): Su, su, il secondo atto
del Giuoco delle parti.
(Sedendo
sulla poltrona:): Attenzione, signori. Chi è di scena?
Gli attori e le attricisgombreranno il davanti del palcoscenico e andranno a
sedere da un lato, tranne i tre che principieranno la prova e la prima attrice,
che, senza badare alla domanda del capocomico, si sarà messa a sedere davanti ad
uno dei due tavolini.
Il
capocomico (alla prima attrice): Lei dunque è di scena?
La prima attrice: Io, nossignore.
Il
capocomico (seccato): E allora si levi, santo Dio!
La
prima attrice si alzerà e andrà a sedere accanto agli altri attori che si
saranno già tratti in disparte.
Il
capocomico (al suggeritore): Cominci, Cominci.
Il
segretario (leggendo nel copione): "In casa di Leone Gala. Una strana
sala da pranzo e da studio."
Il
capocomico (volgendosi al Direttore di scena): Metteremo la sala
rossa.
Il
direttore di scena (segnando su un foglio di carta): La rossa. Sta
bene.
Il
segretario (seguitando a leggere nel copione): "Tavola apparecchiata
e scrivania con libri e carte. Scaffali di libri e vetrine con ricche
suppellettili da tavola. Uscio in fondo per cui si va nella camera da letto di
Leone. Uscio laterale a sinistra per cui si va nella cucina. La comune è a
destra."
Il
capocomico (alzandosi e indicando): Dunque, stiano bene attenti: di
là, la comune. Di qua, la cucina.
(Rivolgendosi
all'attore che farà la parte di Socrate): Lei entrerà e uscirà da questa
parte.
(Al
Direttore di scena): Applicherà la bussola in fondo, e metterà le tendine.
Tornerà a sedere.
Il
direttore di scena (segnando): Sta bene.
Il
segretario (leggendo c.s.): "Scena Prima. Leone Gala, Guido Venanzi,
Filippo detto Socrate."
(Al
capocomico): Debbo leggere anche la didascalia?
Il
capocomico: Ma sì! si! Gliel'ho detto cento volte!
Il
segretario (leggendo c.s.): "Al levarsi della tela, Leone Gala, con
berretto da cuoco e grembiule, e intento a sbattere con un mestolino di legno un
uovo in una ciotola. Filippo ne sbatte un altro, parato anche lui da cuoco.
Guido Venanzi ascolta, seduto."
Il
primo attore (al capocomico): Ma scusi, mi devo mettere proprio il
berretto da cuoco in capo?
Il
capocomico (urtato dall'osservazione): Mi pare! Se sta scritto lì! (Indicherà
il copione.)
Il
primo attore: Ma è ridicolo, scusi!
Il
capocomico (balzandi in piedi sulle furie): "Ridicolo! ridicolo!" Che
vuole che le faccia io se dalla Francia non ci viene più una buona commedia, e
ci siamo ridotti a mettere in iscena commedie di Pirandello, che chi l'intende è
bravo, fatte apposta di maniera che né attori né critici né pubblico ne restino
mai contenti?
Gli attori rideranno.
E
allora egli alzandosi e venendo presso il primo attore, griderà: Il berretto
da cuoco, sissignore! E sbatta le uova! Lei crede, con codeste uova che sbatte,
di non aver poi altro per le mani? Sta fresco! Ha da rappresentare il guscio
delle uova che sbatte!
Gli attori torneranno a ridere e si metteranno a far commenti tra loro
ironicamente.
Il
capocomico: Silenzio! E prestino ascolto quando spiego!
(Rivolgendosi
di nuovo al Primo attore): Sissignore, il guscio: vale a dire la vuota forma
della ragione, senza il pieno dell'istinto che è cieco! Lei è la ragione, e sua
moglie l'istinto: in un giuoco di parti assegnate, per cui lei che rappresenta
la sua parte è volutamente il fantoccio di se stesso. Ha capito?
Il primo attore (aprendo le braccia): Io no!
Il capocomico (tornandosene al suo posto): E io nemmeno! Andiamo
avanti, che poi mi loderete la fine!
(In
tono confidenziale): Mi raccomando, si metta di tre quarti, perché se no,
tra le astruserie del dialogo e lei che non si farà sentire dal pubblico, addio
ogni cosa!
(Battendo
di nuovo le mani): Attenzione, attenzione! Attacchiamo!
Il
segretario: Scusi, signor Direttore, permette che mi ripari col cupolino?
Tira una cert'aria!
Il
capocomico: Ma sì, faccia, faccia!
L'uscere
del teatro sarà intanto entrato nella sala, col berretto gallonato in capo e,
attraversato il corridojo fra le poltrone, si sarà appressato al palcoscenico
per annunziare al Direttore-capocomico l'arrivo dei Sei Personaggi, che, entrati
anch'essi nella sala, si saranno messi a seguirlo, a una certa distanza, un po'
smarriti e perplessi, guardandosi attorno.
Chi voglia tentare una traduzione scenica di questa commedia bisogna che
s'adoperi con ogni mezzo a ottenere tutto l'effetto che questi Sei
Personaggi non si confondano con gli attori della Compagnia.
La
disposizione degli uni e degli altri, indicata nelle didascalie, allorché quelli
saliranno sul palcoscenico, gioverà senza dubbio; come una diversa colorazione
luminosa per mezzo di appositi riflettori. Ma il mezzo più efficace e idoneo,
che qui si suggerisce, sarà l'uso di speciali maschere per i Personaggi:
maschere espressamente costruite d'una materia che per il sudore non s'afflosci
e non pertanto sia lieve agli attori che dovranno portarle: lavorate e tagliate
in modo che lascino liberi gli occhi, le narici e la bocca. S'interpreterà così
anche il senso profondo della commedia.
I
Personaggi non dovranno infatti apparire come fantasmi, ma come
realtà create, costruzioni della fantasia immutabili: e dunque più reali e
consistenti della volubile naturalità degli attori. Le maschere ajuteranno a
dare l'impressione della figura costruita per arte e fissata ciascuna
immutabilmente nell'espressione del proprio sentimento fondamentale, che è il
rimorso per il Padre, la
vendetta per la figliastra, lo sdegno per il figlio, il dolore
per la Madre con fisse lagrime di cera nel livido delle occhiaje e lungo le
gote, come si vedono nelle immagini scolpite e dipinte della Mater dolorosa
nelle chiese. E sia anche il vestiario di stoffa e foggia speciale, senza
stravaganze, con pieghe rigide e volume quasi statuario, e insomma di maniera
che non dia l'idea che sia fatto d'una stoffa che si possa comperare in una
qualsiasi bottega della città e tagliato e cucito in una qualsiasi sartoria.
Il
Padre sarà sulla cinquantina: stempiato, ma non calvo, fulvo di pelo, con
baffetti folti quasi acchiocciolati attorno alla bocca ancor fresca, aperta
spesso a un sorriso incerto e vano. Pallido, segnatamente nell'ampia fronte;
occhi azzurri ovati, lucidissimi e arguti; vestirà calzoni chiari e giacca
scura: a volte sarà mellifluo, a volte avrà scatti aspri e duri.
La
Madre sarà come atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e
d'avvilimento. Velata da un fitto crespo vedovile, vestirà umilmente di nero, e
quando solleverà il velo, mostrerà un viso non patito, ma come di cera, e terrà
sempre gli occhi bassi.
La
figliastra, di diciotto anni, sarà spavalda, quasi impudente. Bellissima,
vestirà a lutto anche lei, ma con vistosa eleganza. Mostrerà dispetto per l'aria
timida, afflitta e quasi smarrita del fratellino, squallido Giovinetto di
quattordici anni, vestito anch'egli di nero; e una vivace tenerezza, invece, per
la sorellina, Bambina di circa quattro anni, vestita di bianco con una fascia di
seta nera alla vita.
Il
figlio, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il
Padre e in un'accigliata indifferenza per la Madre, porterà un soprabito viola e
una lunga fascia verde girata attorno al collo.
L'uscere (col berretto in mano): Scusi, signor Commendatore.
Il capocomico (di scatto, sgarbato): Che altro c'è?
L'uscere (timidamente): Ci sono qua certi signori, che chiedono di
lei.
Il
capocomico e gli attori si volteranno stupiti a guardare dal palcoscenico giù
nella sala.
Il
capocomico (di nuovo sulle furie): Ma io qua provo! E sapete bene che
durante la prova non deve passar nessuno!
(Rivolgendosi
in fondo): Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?
Il
padre (facendosi avanti, seguito dagli altri, fino a una delle due
scalette): Siamo qua in cerca d'un autore
Il
capocomico (fra stordito e irato): D'un autore? Che autore?
Il
padre: D'uno qualunque, signore.
Il
capocomico: Ma qui non c'è nessun autore, perché non abbiamo in prova
nessuna commedia nuova.
La
figliastra (con gaja vivacità, salendo di furia la scaletta). Tanto
meglio, tanto meglio, allora, signore! Potremmo esser noi la loro commedia
nuova.
Qualcuno degli attori (fra i vivaci commenti e le risate degli altri):
Oh, senti, senti!
Il
padre (seguendo sul palcoscenico la figliastra). Già, ma se non c'è
l'autore!
(Al
capocomico): Tranne che non voglia esser lei...
La
Madre, con la Bambina per mano, e il Giovinetto saliranno i primi scalini della
scaletta e resteranno lì in attesa.
Il
figlio resterà sotto, scontroso.
Il
capocomico: Lor signori vogliono scherzare?
Il
padre: No, che dice mai, signore! Le portiamo al contrario un dramma
doloroso.
La
figliastra: E potremmo essere la sua fortuna!
Il
capocomico: Ma mi facciano il piacere d'andar via, che non abbiamo tempo da
perdere coi pazzi!
Il
padre (ferito e mellifluo): Oh, signore, lei sa bene che la vita è
piena d'infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di
parer verosimili; perché sono vere.
Il
capocomico: Ma che diavolo dice?
Il
padre: Dico che può stimarsi realmente una pazzia, sissignore, sforzarsi di
fare il contrario; cioè, di crearne di verosimili, perché pajano vere. Ma mi
permetta di farle osservare che, se pazzia è, questa è pur l'unica ragione del
loro mestiere.
Gli attori si agiteranno, sdegnati.
Il
capocomico (alzandosi e squadrandolo): Ah sì? Le sembra un mestiere
da pazzi, il nostro?
Il
padre: Eh, far parer vero quello che non è; senza bisogno, signore: per
giuoco... Non è loro ufficio dar vita sulla scena a personaggi fantasticati?
Il
capocomico (subito facendosi voce dello sdegno crescente dei suoi attori):
Ma io la prego di credere che la professione del comico, caro signore, è una
nobilissima professione! Se oggi come oggi i signori commediografi nuovi ci
danno da rappresentare stolide commedie e fantocci invece di uomini, sappia che
è nostro vanto aver dato vita - qua, su queste tavole - a opere immortali!
Gli attori, soddisfatti, approveranno e applaudiranno il loro capocomico.
Il
padre (interrompendo e incalzando con foga). Ecco! benissimo! a
esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni! Meno reali,
forse; ma più veri! Siamo dello stessissimo parere!
Gli attori si guardano tra loro, sbalorditi.
Il
direttore: Ma come! Se prima diceva...
Il
padre: No, scusi, per lei dicevo, signore, che ci ha gridato di non aver
tempo da perdere coi pazzi, mentre nessuno meglio di lei può sapere che la
natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la
sua opera di creazione.
Il
capocomico: Sta bene, sta bene. Ma che cosa vuol concludere con questo?
Il
padre: Niente, signore. Dimostrarle che si nasce alla vita in tanti modi, in
tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla... o donna. E che si nasce anche
personaggi!
Il
capocomico (con finto ironico stupore): E lei, con codesti signori
attorno, è nato personaggio?
Il
padre: Appunto, signore. E vivi, come ci vede.
Il
capocomico e gli attori scoppieranno a ridere, come per una burla.
Il
padre (ferito): Mi dispiace che ridano così, perché portiamo in noi,
ripeto, un dramma doloroso, come lor signori possono argomentare da questa donna
velata di nero.
Così dicendo porgerà la mano alla Madre per aiutarla a salire gli ultimi scalini
e, seguitando a tenerla per mano, la condurrà con una certa tragica solennità
dall'altra parte del palcoscenico, che s'illuminerà subito di una fantastica
luce.
La
Bambina e il Giovinetto seguiranno la Madre; poi il figlio, che si terrà
discosto, in fondo; poi la figliastra, che s'apparterà anche lei sul davanti,
appoggiata all'arcoscenico.
Gli attori, prima stupefatti, poi ammirati di questa evoluzione, scoppieranno in
applausi come per uno spettacolo che sia stato loro offerto.
Il
capocomico (prima sbalordito, poi sdegnato): Ma via! Facciano
silenzio!
(Poi,
rivolgendosi ai Personaggi): E loro si levino! Sgombrino di qua!
(Al
Direttore di scena): Perdio, faccia sgombrare!
Il
direttore di scena (facendosi avanti, ma poi fermandosi, come trattenuto
da uno strano sgomento): Via! Via!
Il
padre (al capocomico): Ma no, veda, noi...
Il
capocomico (gridando): Insomma, noi qua dobbiamo lavorare!
Il
primo attore: Non è lecito farsi beffe così...
Il
padre (risoluto, facendosi avanti): Io mi faccio maraviglia della
loro incredulità! Non sono forse abituati lor signori a vedere balzar vivi
quassù, uno di fronte all'altro, i personaggi creati da un autore? Forse perché
non c'è là (indicherà la buca del suggeritore): un copione che ci
contenga?
La
figliastra (facendosi avanti al capocomico, sorridente, lusingatrice):
Creda che siamo veramente sei personaggi, signore, interessantissimi!
Quantunque, sperduti.
Il
padre (scartandola): Sì, sperduti, va bene!
(Al
capocomico subito): Nel senso, veda, che l'autore che ci creò, vivi, non
volle poi, o non potè materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero
delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può
ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento
della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche
bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi
era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché - vivi germi - ebbero la ventura
di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire,
far vivere per l'eternità!
Il
capocomico: Tutto questo va benissimo! Ma che cosa vogliono loro qua?
Il
padre: Vogliamo vivere, signore!
Il
capocomico (ironico): Per l'eternità?
Il
padre: No, signore: almeno per un momento, in loro.
Un
attore: Oh, guarda, guarda!
La
prima attrice: Vogliono vivere in noi!
L'attor giovane (indicando la figliastra): Eh, per me volentieri, se
mi toccasse quella lì!
Il
padre: Guardino, guardino: la commedia è da fare;
(al
capocomico): ma se lei vuole e i suoi attori vogliono, la concerteremo
subito tra noi!
Il
capocomico (seccato): Ma che vuol concertare! Qua non si fanno di
questi concerti! Qua si recitano drammi e commedie!
Il
padre: E va bene! Siamo venuti appunto per questo qua da lei!
Il
capocomico: E dov'è il copione?
Il
padre: È in noi, signore.
Gli attori rideranno.
Il
padre: Il dramma è in noi; siamo noi; e siamo impazienti di rappresentarlo,
così come dentro ci urge la passione!
La figliastra (schernevole, con perfida grazia di caricata impudenza):
La passione mia, se lei sapesse, signore! La passione mia...per lui!
Indicherà il padre e farà quasi per abbracciarlo; ma scoppierà poi in una
stridula risata.
Il
padre (con scatto iroso): Tu statti a posto, per ora! E ti prego di
non ridere così!
La
figliastra: No? E allora mi permettano: benché orfana da appena due mesi,
stiano a vedere lor signori come canto e come danzo!
Accennerà con malizia il "Prends garde ... Tchou-Thin-Tchou" di Dave Stamper
ridotto a Fox-trot o One-Step lento da Francis Salabert: la prima strofa,
accompagnandola con passo di danza.
Les
chinois sont un peuple malin, De Shangai... Pekin, Ils ont mis des
criteaux partout: Prenez garde... Tchou -Thin -Tchou!
Gli attori, segnatamente i giovani, mentre ella canterà e ballerà, come attratti
da un fascino strano, si moveranno verso lei e leveranno appena le mani quasi a
ghermirla.
Ella sfuggirà e, quando gli attori scoppieranno in applausi, resterà, alla
riprensione del capocomico, come astratta e lontana.
Gli attori e le attrici (ridendo e applaudendo): Bene! Brava!
Benissimo!
Il
capocomico (irato): Silenzio! Si credono forse in un caffè-concerto?
(Tirandosi
un po' in disparte il padre, con una certa costernazione): Ma dica un po', è
pazza?
Il
padre: No, che pazza! È peggio!
La
figliastra (subito accorrendo al capocomico): Peggio! Peggio! Eh
altro, signore! Peggio!
Senta, per favore: ce lo faccia rappresentar subito, questo dramma, perché vedrà
che a un certo punto, io - quando questo amorino qua (prenderà per mano la
Bambina che se ne starà presso la Madre e la porterà davanti al capocomico):
vede com'è bellina? (la prenderà in braccio e la bacerà): cara! cara!
(La
rimetterà a terra e aggiungerà, quasi senza volere, commossa): ebbene,
quando quest'amorino qua, Dio la toglierà d'improvviso a quella povera madre: e
quest'imbecillino qua (spingerà avanti il Giovinetto, afferrandolo per una
manina sgarbatamente): farà la più grossa delle corbellerie, proprio da
quello stupido che è (lo ricaccerà con una spinta verso la Madre): allora
vedrà che io prenderò il volo! Sissignore! prenderò il volo! il volo! E non mi
par l'ora, creda, non mi par l'ora! Perché, dopo quello che è avvenuto di molto
intimo tra me e lui (indicherà il padre con un orribile ammiccamento):
non posso più vedermi in questa compagnia, ad assistere allo strazio di quella
madre per quel tomo là (indicherà il figlio): lo guardi! lo guardi!
indifferente, gelido lui, perché è il figlio legittimo, lui! pieno di sprezzo
per me, per quello là, (indicherà il Giovinetto): per quella creaturina;
ché siamo bastardi - ha capito? bastardi.
(Si
avvicinerà alla Madre e l'abbraccerà). E questa povera madre - lui - che è
la madre comune di noi tutti - non la vuol riconoscere per madre anche sua - e
la considera dall'alto in basso, lui, come madre soltanto di noi tre bastardi -
vile!
Dirà tutto questo, rapidamente, con estrema eccitazione e arrivata al "vile"
finale, dopo aver gonfiato la voce sul "bastardi", lo pronunzierà piano, quasi
sputandolo.
La
madre (con infinita angoscia al capocomico): Signore, in nome di
queste due creaturine, la supplico...
(si
sentirà mancare e vacillerà): - oh Dio mio...
Il
padre (accorrendo a sorreggerla con quasi tutti gli attori sbalorditi e
costernati). Per carità una sedia, una sedia a questa povera vedova!
Gli attori (accorrendo): - Ma è dunque vero? - Sviene davvero?
Il
capocomico: Qua una sedia, subito!
Uno degli attori offrirà una sedia; gli altri si faranno attorno premurosi.
La
madre, seduta, cercherà d'impedire che il padre le sollevi il velo che le
nasconde la faccia.
Il
padre: La guardi, signore, la guardi...
La
madre: Ma no, Dio, smettila!
Il
padre: Lasciati vedere! (Le solleverà il velo).
La
madre (alzandosi e recandosi le mani al volto, disperatamente). Oh,
signore, la supplico d'impedire a quest'uomo di ridurre a effetto il suo
proposito, che per me è orribile!
Il
capocomico (soprappreso, stordito): Ma io non capisco più dove siamo,
né di che si tratti!
(Al
Padre): Questa è la sua signora?
Il
padre (subito): Sissignore, mia moglie!
Il
capocomico: E com'è dunque vedova, se lei è vivo?
Gli attori scaricheranno tutto il loro sbalordimento in una fragorosa risata.
Il
padre (ferito, con aspro risentimento): Non ridano! Non ridano così,
per carità! È appunto questo il suo dramma, signore. Ella ebbe un altro uomo. Un
altro uomo che dovrebbe esser qui!
La
madre (con un grido): No! No!
La
figliastra. Per sua fortuna è morto: da due mesi, glie l'ho detto. Ne
portiamo ancora il lutto, come vede.
Il
padre: Ma non è qui, veda, non già perché sia morto. Non è qui perché - la
guardi, signore, per favore, e lo comprenderà subito! - Il suo dramma non potè
consistere nell'amore di due uomini, per cui ella, incapace, non poteva sentir
nulla - altro, forse, che un po' di riconoscenza (non per me: per quello!): -
Non è una donna, è una madre! - E il suo dramma - (potente, signore, potente!):
consiste tutto, difatti, in questi quattro figli dei due uomini ch'ella ebbe.
La
madre: Io, li ebbi? Hai il coraggio di dire che fui io ad averli, come se li
avessi voluti? Fu lui, signore! Me lo diede lui, quell'altro, per forza! Mi
costrinse, mi costrinse ad andar via con quello!
La
figliastra (di scatto, indignata): Non è vero!
La
madre (sbalordita): Come non è vero?
La
figliastra; Non è vero! Non è vero!
La
madre: E che puoi saperne tu?
La
figliastra: Non è vero!
(Al
capocomico): Non ci creda! Sa perché lo dice? Per quello lì (indicherà il
figlio): lo dice! Perché si macera, si strugge per la noncuranza di quel
figlio lì, a cui vuol dare a intendere che, se lo abbandonò di due anni, fu
perché lui (indicherà il padre): la costrinse.
La
madre (con forza): Mi costrinse, mi costrinse, e ne chiamo Dio in
testimonio!
(Al
capocomico): Lo domandi a lui (indicherà il marito): se non è vero!
Lo faccia dire a lui!...Lei (indicherà la Figlia): non può saperne nulla.
La
figliastra: So che con mio padre, finché visse, tu fosti sempre in pace e
contenta. Negalo, se puoi!
La
madre: Non lo nego, no...
La
figliastra: Sempre pieno d'amore e di cure per te! (Al Giovinetto, con
rabbia): Non è vero? Dillo! Perché non parli, sciocco?
La
madre: Ma lascia questo povero ragazzo! Perché vuoi farmi credere
un'ingrata, figlia? Io non voglio mica offendere tuo padre! Ho risposto a lui,
che non per mia colpa né per mio piacere abbandonai la sua casa e mio figlio!
Il
padre: È vero, signore. Fui io.
Pausa.
Il
primo attore (ai suoi compagni): Ma guarda che spettacolo!
La
prima attrice: Ce lo danno loro, a noi!
L'attor giovane: Una volta tanto!
Il
capocomico (che comincerà a interessarsi vivamente): Stiamo a
sentire! stiamo a sentire!
E
così dicendo, scenderà per una delle scalette nella sala e resterà in piedi
davanti al palcoscenico, come a cogliere, da spettatore, l'impressione della
scena.
Il
figlio (senza muoversi dal suo posto, freddo, piano, ironico): Sì,
stiano a sentire che squarcio di filosofia, adesso! Parlerà loro del Demone
dell'Esperimento.
Il
padre: Tu sei un cinico imbecille, e te l'ho detto cento volte!
(Al
capocomico già nella sala): Mi deride, signore, per questa frase che ho
trovato in mia scusa.
Il
figlio (sprezzante): Frasi.
Il
padre: Frasi! Frasi! Come se non fosse il conforto di tutti, davanti a un
fatto che non si spiega, davanti a un male che si consuma, trovare una parola
che non dice nulla, e in cui ci si acquieta!
La
figliastra: Anche il rimorso, già! sopra tutto.
Il
padre: Il rimorso? Non è vero; non l'ho acquietato in me soltanto con le
parole.
La
figliastra: Anche con un po' di danaro, sì, sì, anche con un po' di danaro!
Con le cento lire che stava per offrirmi in pagamento, signori!
Movimento d'orrore degli attori.
Il
figlio (con disprezzo alla sorellastra): Questo è vile!
La
figliastra: Vile? Erano là, in una busta cilestrina sul tavolino di mogano,
là nel retrobottega di Madama Pace. Sa, signore? una di quelle Madame che con la
scusa di vendere "Robes et Manteaux" attirano nei loro "ateliers" noi ragazze
povere, di buona famiglia.
Il
figlio: E s'è comperato il diritto di tiranneggiarci tutti, con quelle cento
lire che lui stava per pagare, e che per fortuna non ebbe poi motivo - badi bene
- di pagare.
La
figliastra: Eh, ma siamo stati proprio lì lì, sai! (Scoppia a ridere).
La
madre (insorgendo): Vergogna, figlia! Vergogna!
La
figliastra (di scatto): Vergogna? È la mia vendetta! Sto fremendo,
signore, fremendo di viverla, quella scena! La camera... qua la vetrina dei
mantelli; là, il divano-letto; la specchiera; un paravento; e davanti la
finestra, quel tavolino di mogano con la busta cilestrina delle cento lire. La
vedo! Potrei prenderla!
Ma
lor signori si dovrebbero voltare: son quasi nuda! Non arrossisco più, perché
arrossisce lui adesso! (Indicherà il padre). Ma vi assicuro ch'era molto
pallido, molto pallido in quel momento!
(Al
capocomico): Creda a me, signore!
Il
capocomico: Io non mi raccapezzo più!
Il
padre: Sfido! Assaltato così! Imponga un po' d'ordine, signore, e lasci che
parli io, senza prestare ascolto all'obbrobrio, che con tanta ferocia costei le
vuol dare a intendere di me, senza le debite spiegazioni.
La
figliastra: Qui non si narra! qui non si narra!
Il
padre: Ma io non narro! voglio spiegargli.
La
figliastra: Ah, bello, sì! A modo tuo!
Il
capocomico, a questo punto, risalirà sul palcoscenico per rimettere l'ordine.
Il
padre: Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un
mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci,
signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come
sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e
col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo
d'intenderci; non c'intendiamo mai! Guardi la mia pietà, tutta la mia pietà per
questa donna (indicherà la madre): è stata assunta da lei come la più
feroce delle crudeltà.
La madre: Ma se m'hai scacciata!
Il
padre: Ecco, la sente? Scacciata! Le è parso ch'io l'abbia scacciata!
La
madre: Tu sai parlare; io non so... Ma creda, signore, che dopo avermi
sposata... chi sa perché! (ero una povera, umile donna...)
Il
padre: Ma appunto per questo, per la tua umiltà ti sposai, che amai in te,
credendo...
(S'interromperà
alle negazioni di lei; aprirà le braccia, in atto disperato, vedendo
l'impossibilità di farsi intendere da lei, e si rivolgerà al capocomico):
No, vede? Dice di no! Spaventevole, signore, creda, spaventevole, la sua (si
picchierà sulla fronte): sordità, sordità mentale! Cuore, sì, per i figli!
Ma sorda, sorda di cervello, sorda, signore, fino alla disperazione!
La
figliastra: Sì, ma si faccia dire, ora, che fortuna è stata per noi la sua
intelligenza.
Il
padre: Se si potesse prevedere tutto il male che può nascere dal bene che
crediamo di fare!
A
questo punto la prima attrice, che si sarà macerata vedendo il primo attore
civettare con la figliastra, si farà avanti e domanderà al capocomico:
La
prima attrice: Scusi, signor Direttore, seguiterà la prova?
Il
capocomico: Ma sì! ma sì! Mi lasci sentire adesso!
L'attor giovane: È un caso così nuovo!
L'attrice giovane: Interessantissimo!
La
prima attrice: Per chi se n'interessa!
(E
lancerà un'occhiata al Primo attore).
Il
capocomico (al Padre): Ma bisogna che lei si spieghi chiaramente. (Si
metterà a sedere).
Il
padre: Ecco, sì. Veda, signore, c'era con me un pover'uomo, mio subalterno,
mio segretario, pieno di devozione, che se la intendeva in tutto e per tutto con
(indicherà la madre): senz'ombra di male - badiamo! - buono, umile come
lei, incapace l'uno e l'altra, non che di farlo, ma neppure di pensarlo, il
male!
La
figliastra: Lo pensò lui, invece, per loro - e lo fece!
Il
padre: Non è vero! Io intesi di fare il loro bene - e anche il mio, sì, lo
confesso! Signore, ero arrivato al punto che non potevo dire una parola all'uno
o all'altra, che subito non si scambiassero tra loro uno sguardo d'intelligenza;
che l'una non cercasse subito gli occhi dell'altro per consigliarsi, come si
dovesse prendere quella mia parola, per non farmi arrabbiare. Bastava questo,
lei lo capisce, per tenermi in una rabbia continua, in uno stato di
esasperazione intollerabile!
Il
capocomico: E perché non lo cacciava via, scusi, quel suo segretario?
Il
padre: Benissimo! Lo cacciai difatti, signore! Ma vidi allora questa povera
donna restarmi per casa come sperduta, come una di quelle bestie senza padrone,
che si raccolgono per carità.
La
madre: Eh, sfido!
Il
padre (subito, voltandosi a lei, come per prevenire): figlio, è vero?
La
madre: Mi aveva tolto prima dal petto il figlio, signore.
Il
padre: Ma non per crudeltà! Per farlo crescere sano e robusto, a contatto
della terra!
La
figliastra (additandolo, ironica): E si vede!
Il
padre (subito): Ah, è anche colpa mia, se poi è cresciuto così? Lo
avevo dato a balia, signore, in campagna, a una contadina, non parendomi lei
forte abbastanza, benché di umili natali. È stata la stessa ragione, per cui
avevo sposato lei. Ubbie, forse; ma che ci vuol fare? Ho sempre avuto di queste
maledette aspirazioni a una certa solida sanità morale! (la figliastra, a
questo punto, scoppierà di nuovo a ridere fragorosamente). Ma la faccia
smettere! È insopportabile!
Il capocomico: La smetta! Mi lasci sentire, santo Dio!
Subito, di nuovo, alla riprensione del capocomico, ella resterà come assorta e
lontana, con la risata a mezzo.
Il
capocomico ridiscenderà dal palcoscenico per cogliere l'impressione della scena.
Il
padre: Io non potei più vedermi accanto questa donna. (lndicherà la madre).
Ma non tanto, creda, per il fastidio, per l'afa - vera afa - che ne avevo io,
quanto per la pena - una pena angosciosa - che provavo per lei.
La
madre: E mi mandò via!
Il
padre Ben provvista di tutto, a quell'uomo, sissignore, - per liberarla di
me!
La
madre: E liberarsi lui!
Il
padre: Sissignore, anch'io - lo ammetto! E n'è seguito un gran male. Ma a
fin di bene io lo feci... e più per lei che per me: lo giuro!
(Incrocerà
le braccia sul petto; poi, subito, rivolgendosi alla madre): Ti perdei mai
d'occhio, dì, ti perdei mai d'occhio, finché colui non ti portò via, da un
giorno all'altro, a mia insaputa, in un altro paese, scioccamente impressionato
di quel mio interessamento puro, puro, signore, creda, senza il minimo secondo
fine. M'interessai con una incredibile tenerezza della nuova famigliuola che le
cresceva. Glielo può attestare anche lei! (Indicherà La figliastra).
La
figliastra: Eh, altro! Piccina piccina, sa? con le treccine sulle spalle e
le mutandine più lunghe della gonna - piccina così - me lo vedevo davanti al
portone della scuola, quando ne uscivo. Veniva a vedermi come crescevo.
Il
padre: Questo è perfido! Infame!
La
figliastra: No, perché?
Il
padre: Infame! Infame!
(Subito,
concitatamente, al capocomico, in tono di spiegazione): La mia casa,
signore, andata via lei, (indicherà La madre): mi parve subito vuota. Era
il mio incubo; ma me la riempiva! Solo, mi ritrovai per le stanze come una mosca
senza capo. Quello lì, (indicherà il figlio): allevato fuori - non so -
appena ritornato in casa, non mi parve più mio. Mancata tra me e lui la madre, è
cresciuto per sé, a parte, senza nessuna relazione né affettiva né intellettuale
con me. E allora (sarà strano, signore, ma è così), io fui incuriosito prima,
poi man mano attratto verso la famigliuola di lei, sorta per opera mia: il
pensiero di essa cominciò a riempire il vuoto che mi sentivo attorno. Avevo
bisogno, proprio bisogno di crederla in pace, tutta intesa alle cure più
semplici della vita, fortunata perché fuori e lontana dai complicati tormenti
del mio spirito. E per averne una prova, andavo a vedere quella bambina
all'uscita della scuola.
La figliastra: Già! Mi seguiva per via: mi sorrideva e, giunta a casa, mi
salutava con la mano - così! Lo guardavo con tanto d'occhi, scontrosa. Non
sapevo chi fosse! Lo dissi alla mamma. E lei dovette subito capire ch'era lui.
(La madre farà cenno di sì col capo) . Dapprima non volle mandarmi più a
scuola, per parecchi giorni.Quando ci tornai, lo rividi all'uscita - buffo! -
con un involtone di carta tra le mani. Mi s'avvicinò, mi carezzò; e trasse da
quell'involto una bella, grande paglia di Firenze con una ghirlandina di
roselline di maggio - per me!
Il capocomico: Ma tutto questo è racconto, signori miei!
Il
figlio (sprezzante): Ma sì, letteratura! letteratura!
Il
padre: Ma che letteratura! Questa è vita, signore! Passione!
Il
capocomico: Sarà! Ma irrappresentabile!
Il
padre: D'accordo, signore! Perché tutto questo è antefatto. E io non dico di
rappresentar questo. Come vede, infatti, lei (indicherà la figliastra):
non è più quella ragazzetta con le treccine sulle spalle
La
figliastra: e le mutandine fuori della gonna!
Il
padre: Il dramma viene adesso, signore! Nuovo, complesso.
La
figliastra (cupa, fiera, facendosi avanti): Appena morto mio padre.
Il
padre (subito, per non darle tempo di parlare): ...la miseria,
signore! Ritornano qua, a mia insaputa, per la stolidaggine di lei. (Indicherà
la madre).
Sa
scrivere appena; ma poteva farmi scrivere dalla figlia, da quel ragazzo, che
erano in bisogno!
La
madre: Mi dica lei, signore, se potevo indovinare in lui tutto questo
sentimento.
Il
padre: Appunto questo è il tuo torto, di non aver mai indovinato nessuno dei
miei sentimenti!
La
madre: Dopo tanti anni di lontananza, e tutto ciò che era accaduto...
Il
padre: E che è colpa mia, se quel brav'uomo vi portò via così?
(Rivolgendosi
al capocomico): Le dico, da un giorno all'altro...perché aveva trovato fuori
non so che collocamento. Non mi fu possibile rintracciarli; e allora per forza
venne meno il mio interessamento, per tanti anni. Il dramma scoppia, signore,
impreveduto e violento, al loro ritorno; allorché io, purtroppo, condotto dalla
miseria della mia carne ancora viva...Ah, miseria, miseria veramente, per un
uomo solo, che non abbia voluto legami avvilenti; non ancor tanto vecchio da
poter fare a meno della donna, e non più tanto giovane da poter facilmente e
senza vergogna andarne in cerca! Miseria? che dico! orrore, orrore: perché
nessuna donna più gli può dare amore. - E quando si capisce questo, se ne
dovrebbe fare a meno... Mah! Signore, ciascuno - fuori, davanti agli altri - è
vestito di dignità: ma dentro di sè sa bene tutto ciò che nell'intimità con se
stesso si passa, d'inconfessabile. Si cede, si cede alla tentazione; per
rialzarcene subito dopo, magari, con una gran fretta di ricomporre intera e
solida, come una pietra su una fossa, la nostra dignità, che nasconde e
seppellisce ai nostri stessi occhi ogni segno e il ricordo stesso della
vergogna. È così di tutti! Manca solo il coraggio di dirle, certe cose!
La
figliastra: Perché quello di farle, poi, lo hanno tutti!
Il
padre Tutti! Ma di nascosto! E perciò ci vuol più coraggio a dirle! Perché
basta che uno le dica - è fatta! - gli s'appioppa la taccia di cinico. Mentre
non è vero, signore: è come tutti gli altri; migliore, migliore anzi, perché non
ha paura di scoprire col lume dell'intelligenza il rosso della vergogna, là,
nella bestialità umana, che chiude sempre gli occhi per non vederlo. La donna -
ecco - la donna, infatti, com'è? Ci guarda, aizzosa, invitante. La afferri!
Appena stretta, chiude subito gli occhi. È il segno della sua dedizione. Il
segno con cui dice all'uomo: "Accecati, io son cieca!".
La
figliastra: E quando non li chiude più? Quando non sente più il bisogno di
nascondere a se stessa, chiudendo gli occhi, il rosso della sua vergogna, e
invece vede, con occhi ormai aridi e impassibili, quello dell'uomo, che pur
senz'amore s'è accecato? Ah, che schifo, allora che schifo di tutte codeste
complicazioni intellettuali, di tutta codesta filosofia che scopre la bestia e
poi la vuol salvare, scusare...Non posso sentirlo, signore! Perché quando si è
costretti a "semplificarla" la vita - così, bestialmente - buttando via tutto
l'ingombro "umano" d'ogni casta aspirazione, d'ogni puro sentimento, idealità,
doveri, il pudore, la vergogna, niente fa più sdegno e nausea di certi rimorsi:
lagrime di coccodrillo!
Il
capocomico: Veniamo al fatto, veniamo al fatto, signori miei! Queste son
discussioni!
Il
padre: Ecco, sissignore! Ma un fatto è come un sacco: vuoto, non si regge.
Perché si regga, bisogna prima farci entrar dentro la ragione e i sentimenti che
lo han determinato. Io non potevo sapere che, morto là quell'uomo, e ritornati
essi qua in miseria, per provvedere al sostentamento dei figliuoli, ella (indicherà
la madre): si fosse data attorno a lavorare da sarta, e che giusto fosse
andata a prender lavoro da quella... da quella Madama Pace!
La
figliastra: Sarta fina, se lor signori lo vogliono sapere! Serve in
apparenza le migliori signore, ma ha tutto disposto, poi, perché queste migliori
signore servano viceversa a lei...senza pregiudizio delle altre così così!
La
madre: Mi crederà, signore, se le dico che non mi passò neppur lontanamente
per il capo il sospetto che quella megera mi dava lavoro perché aveva adocchiato
mia figlia...
La
figliastra: Povera mamma! Sa, signore, che cosa faceva quella lì, appena le
riportavo il lavoro fatto da lei? Mi faceva notare la roba che aveva sciupata,
dandola a cucire a mia madre; e diffalcava, diffalcava. Cosicché, lei capisce,
pagavo io, mentre quella poverina credeva di sacrificarsi per me e per quei due,
cucendo anche di notte la roba di Madama Pace!
Azione ed esclamazioni di sdegno degli attori.
Il
capocomico (subito): E là, lei, un giorno, incontrò-
La
figliastra (indicando il padre): - lui, lui, sissignore! vecchio
cliente! Vedrà che scena da rappresentare! Superba!
Il
padre: Col sopravvenire di lei, della madre
La
figliastra (subito, perfidamente): - quasi a tempo! -
Il
padre (gridando): - no, a tempo, a tempo! Perché, per fortuna, la
riconosco a tempo! E me li riporto tutti a casa, signore! Lei s'immagini, ora,
la situazione mia e la sua, una di fronte all'altro: ella, così come la vede; e
io che non posso più alzarle gli occhi in faccia!
La figliastra: Buffissimo! Ma possibile, signore, pretendere da me - "dopo"
- che me ne stessi come una signorinetta modesta, bene allevata e virtuosa,
d'accordo con le sue maledette aspirazioni "a una solida sanità morale"?
Il
padre: Il dramma per me è tutto qui, signore: nella coscienza che ho, che
ciascuno di noi - veda - si crede "uno" ma non è vero: è "tanti", signore,
"tanti", secondo tutte le possibilità d'essere che sono in noi: "uno" con
questo, "uno" con quello - diversissimi! E con l'illusione, intanto, d'esser
sempre "uno per tutti", e sempre "quest'uno" che ci crediamo, in ogni nostro
atto. Non è vero! non è vero! Ce n'accorgiamo bene, quando in qualcuno dei
nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all'improvviso come
agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non esser tutti in
quell'atto, e che dunque una atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello
solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna, per una intera esistenza, come
se questa fosse assommata tutta in quell'atto! Ora lei intende la perfidia di
questa ragazza? M'ha sorpreso in un luogo, in un atto, dove e come non doveva
conoscermi, come io non potevo essere per lei; e mi vuol dare una realtà, quale
io non potevo mai aspettarmi che dovessi assumere per lei, in un momento fugace,
vergognoso, della mia vita! Questo, questo, signore, io sento sopratutto. E
vedrà che da questo il dramma acquisterà un grandissimo valore. Ma c'è poi la
situazione degli altri! Quella sua.. . (indicherà il figlio).
Il
figlio (scrollandosi sdegnosamente): Ma lascia star me, ché io non
c'entro!
Il
padre: Come non c'entri?
Il
figlio: Non c'entro, e non voglio entrarci, perché sai bene che non son
fatto per figurare qua in mezzo a voi!
La
figliastra: Gente volgare, noi! - Lui, fino! - Ma lei può vedere, signore,
che tante volte io lo guardo per inchiodarlo col mio disprezzo, e tante volte
egli abbassa gli occhi - perché sa il male che m'ha fatto.
Il figlio (guardandola appena): Io?
La
figliastra: Tu! tu! Lo devo a te, caro, il marciapiedi! a te!
(Azione
d'orrore degli attori).
Vietasti, sì o no, col tuo contegno - non dico l'intimità della casa - ma quella
carità che leva d'impaccio gli ospiti? Fummo gli intrusi, che venivamo a
invadere il regno della tua "legittimità"! Signore, vorrei farlo assistere a
certe scenette a quattr'occhi tra me e lui! Dice che ho tiranneggiato tutti. Ma
vede? E stato proprio per codesto suo contegno, se mi sono avvalsa di quella
ragione ch'egli chiama "vile"; la ragione per cui entrai nella casa di lui con
mia madre - che è anche sua madre - da padrona!
Il figlio (facendosi avanti lentamente): Hanno tutti buon giuoco,
signore, una parte facile tutti contro di me. Ma lei s'immagini un figlio, a cui
un bel giorno, mentre se ne sta tranquillo a casa, tocchi di veder arrivare,
tutta spavalda, così, "con gli occhi alti", una signorina che gli chiede del
padre, a cui ha da dire non so che cosa; e poi la vede ritornare, sempre con la
stess'aria, accompagnata da quella piccolina là; e infine trattare il padre -
chi sa perché - in modo molto ambiguo e "sbrigativo" chiedendo danaro, con un
tono che lascia supporre che lui deve, deve darlo, perché ha tutto l'obbligo di
darlo -
Il padre: - ma l'ho difatti davvero, quest'obbligo: è per tua madre!
Il figlio: E che ne so io? Quando mai l'ho veduta io, signore? Quando mai ne
ho sentito parlare? Me la vedo comparire, un giorno, con lei, (indicherà la
figliastra): con quel ragazzo, con quella bambina, mi dicono: "Oh sai? è
anche tua madre!". Riesco a intravedere dai suoi modi (indicherà di nuovo la
figliastra): per qual motivo, così da un giorno all'altro, sono entrati in
casa... Signore, quello che io provo, quello che sento, non posso e non voglio
esprimerlo. Potrei al massimo confidarlo, e non vorrei neanche a me stesso. Non
può dunque dar luogo, come vede, a nessuna azione da parte mia. Creda, creda,
signore, che io sono un personaggio non "realizzato" drammaticamente; e che sto
male, malissimo, in loro compagnia! - Mi lascino stare!
Il padre: Ma come? Scusa! Se proprio perché tu sei così -
Il figlio (con esasperazione violenta): - e che ne sai tu, come sono?
quando mai ti sei curato di me?
Il padre: Ammesso! Ammesso! E non è una situazione anche questa? Questo tuo
appartarti, così crudele per me, per tua madre che, rientrata in casa, ti vede
quasi per la prima volta, così grande, e non ti conosce, ma sa che tu sei suo
figlio... (Additando la madre al capocomico): Eccola, guardi: piange!
La
figliastra (con rabbia, pestando un piede): Come una stupida!
Il
padre (subito additando anche lei al capocomico): E lei non può
soffrirlo, si sa! (Tornando a riferirsi al figlio): - Dice che non
c'entra, mentre è lui quasi il pernio dell'azione! Guardi quel ragazzo, che se
ne sta sempre presso la madre, sbigottito, umiliato... È così per causa di lui!
Forse la situazione più penosa è la sua: si sente estraneo, più di tutti; e
prova, poverino, una mortificazione angosciosa di essere accolto in casa - cosi
per carità... (In confidenza): Somiglia tutto al padre! Umile; non
parla...
Il
capocomico: Eh, ma non è mica bello! Lei non sa che impaccio danno i ragazzi
sulla scena.
Il
padre: Oh, ma lui glielo leva subito, l'impaccio, sa! E anche quella
bambina, che è anzi la prima ad andarsene...
Il
capocomico: Benissimo, sì! E le assicuro che tutto questo m'interessa,
m'interessa vivamente. Intuisco, intuisco che c'è materia da cavarne un bel
dramma!
La
figliastra (tentando d'intromettersi): Con un personaggio come me!
Il
padre (scacciandola, tutto in ansia come sarà, per la decisione del
capocomico): Stai zitta, tu!
Il
capocomico (seguitando senza badare all'interruzione): Nuova, sì...
Il
padre: Eh, novissima, signore!
Il
capocomico: Ci vuole un bel coraggio però - dico - venire a buttarmelo
davanti così.. .
Il
padre: Capirà, signore: nati, come siamo, per la scena...
Il
capocomico: Sono comici dilettanti?
Il
padre: No: dico nati per la scena, perché...
Il
capocomico: Eh via, lei deve aver recitato!
Il
padre: Ma no, signore: quel tanto che ciascuno recita nella parte che si è
assegnata, o che gli altri gli hanno assegnato nella vita. E in me, poi, è la
passione stessa, veda, che diventa sempre, da sè, appena si esalti - come in
tutti - un po' teatrale...
Il
capocomico: Lasciamo andare, lasciamo andare! - Capirà, caro signore, che
senza l'autore... - Io potrei indirizzarla a
qualcuno...
Il padre: Ma no, guardi: sia lei!
Il
capocomico: Io? Ma che dice?
Il
padre: Sì, lei! lei! Perché no?
Il
capocomico: Perché non ho mai fatto l'autore, io!
Il
padre: E non potrebbe farlo adesso, scusi? Non ci vuol niente. Lo fanno
tanti! Il suo compito è facilitato dal fatto che siamo qua, tutti, vivi davanti
a lei.
Il
capocomico: Ma non basta!
Il
padre: Come non basta? Vedendoci vivere il nostro dramma...
Il
capocomico: Già! Ma ci vorrà sempre qualcuno che lo scriva!
Il
padre: No - che lo trascriva, se mai, avendolo così davanti - in azione -
scena per scena. Basterà stendere in prima, appena appena, una traccia - e
provare!
Il
capocomico (risalendo, tentato, sul palcoscenico): : Eh...quasi
quasi, mi tenta...Così, per un giuoco... Si potrebbe veramente provare...
Il
padre: Ma sì, signore! Vedrà che scene verranno fuori! Gliele posso segnar
subito io!
Il
capocomico: Mi tenta... mi tenta. Proviamo un po'... Venga qua con me nel
mio camerino.
(Rivolgendosi
agli attori): - Loro restano per un momento in libertà; ma non s'allontanino
di molto. Fra un quarto d'ora, venti minuti, siano di nuovo qua.
(Al
Padre): Vediamo, tentiamo...Forse potrà venir fuori veramente qualcosa di
straordinario...
Il
padre: Ma senza dubbio! Sarà meglio, non crede? far venire anche loro.
Indicherà gli altri Personaggi.
Il
capocomico: Sì, vengano, vengano!
(S'avvierà;
ma poi tornando a volgersi agli attori): - Mi raccomando, eh! puntuali! Fra
un quarto d'ora.
Il
capocomico e i Sei Personaggi attraverseranno il palcoscenico e scompariranno.
Gli attori resteranno, come storditi, a guardarsi tra loro.
Il
primo attore: Ma dice sul serio? Che vuol fare?
L'attor giovane: Questa è pazzia bell'e buona!
Un
terzo attore: Ci vuol fare improvvisare un dramma, così su due piedi?
L'attor giovane: Già! Come i Comici dell'Arte!
La
prima attrice: Ah, se crede che io debba prestami a simili scherzi...
L'attrice giovane: Ma non ci sto neanch'io!
Un
quarto attore: Vorrei sapere chi sono quei là. (Alluderà ai Personaggi).
Il
terzo attore: Che vuoi che siano! Pazzi o imbroglioni!
L'attor giovane: E lui si presta a dar loro ascolto?
L'attrice giovane: La vanità! La vanità di figurare da autore...
Il
primo attore: Ma cose inaudite! Se il teatro, signori miei, deve ridursi a
questo...
Un
quinto attore: Io mi ci diverto!
Il
terzo attore: Mah! Dopo tutto, stiamo a vedere che cosa ne nasce.
E
così conversando tra loro, gli attori sgombreranno il palcoscenico, parte
escendo dalla porticina in fondo, parte rientrando nei loro camerini.
Il
sipario resterà alzato.
La
rappresentazione sarà interrotta per una ventina di minuti.
Tela
|
SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE -
ATTO SECONDO |

I campanelli del teatro avviseranno che la rappresentazione ricomincia. Dai
camerini, dalla porta e anche dalla sala ritorneranno sul palcoscenico gli
attori, il direttore di scena, il Macchinista, il suggeritore, il trovarobe e,
contemporaneamente, dal suo camerino il direttore-capocomico coi Sei Personaggi.
Spenti i lumi della sala, si rifarà sul palcoscenico la luce di prima.
Il
capocomico: Su, su, signori! Ci siamo tutti? Attenzione, attenzione. Si
comincia! - Macchinista!
Il
macchinista: Eccomi qua!
Il capocomico: Disponga subito la scena della saletta. Basteranno due
fiancate e un fondalino con la porta. Subito, mi raccomando!
Il
Macchinista correrà subito ad eseguire, e mentre il capocomico s'intenderà col
Direttore di scena, col trovarobe, col suggeritore e con gli attori intorno alla
rappresentazione imminente, disporrà quel simulacro di scena indicata: due
fiancate e un fondalino con la porta, a strisce rosa e oro.
Il
capocomico (al trovarobe): Lei veda un po' se c'è in magazzino un
letto a sedere.
Il trovarobe: Sissignore, c'è quello verde.
La
figliastra: No no, che verde! Era giallo, fiorato, di "peluche", molto
grande! - Comodissimo.
Il trovarobe: Eh, così non c'è.
Il
capocomico: Ma non importa! Metta quello che c'è.
La figliastra: Come non importa? La greppina famosa di Madama Pace!
Il
capocomico: Adesso è per provare! La prego, non s'immischi!
(Al
Direttore di scena): Guardi se c'è una vetrina piuttosto lunga e bassa.
La
figliastra: Il tavolino, il tavolino di mogano per la busta cilestrina!
Il
direttore di scena (al capocomico). C'è quello piccolo, dorato.
Il
capocomico: Va bene, prenda quello!
Il
padre: Una specchiera.
La
figliastra: E il paravento! Un paravento, mi raccomando: se no, come faccio?
Il
direttore di scena: Sissignora, paraventi ne abbiamo tanti, non dubiti.
Il
capocomico (alla figliastra): Poi qualche attaccapanni, è vero?
La
figliastra: Sì, molti, molti!
Il
capocomico (al Direttore di scena): Veda quanti ce n'è, e li faccia
portare.
Il
direttore di scena: Sissignore, penso io!
Il
direttore di scena correrà anche lui a eseguire: e, mentre il capocomico
seguiterà a parlare col suggeritore e poi coi Personaggi e gli attori, farà
trasportare i mobili indicati dai servi di scena e li disporrà come crederà più
opportuno.
Il
capocomico (al suggeritore): Lei, intanto, prenda posto. Guardi:
questa è la traccia delle scene, atto per atto.
(Gli
porgerà alcuni fogli di carta). Ma bisogna che ora lei faccia una bravura.
Il
segretario: Stenografare?
Il
capocomico (con lieta sorpresa): Ah, benissimo! Conosce la
stenografia?
Il
segretario: Non saprò suggerire; ma la stenografia...
Il
capocomico: Ma allora di bene in meglio!
(Rivolgendosi
a un servo di scena): Vada a prendere la carta nel mio camerino. - molta,
molta - quanta ne trova!
Il
Servo di scena correrà, e ritornerà poco dopo con un bel fascio di carta, che
porgerà al suggeritore.
Il
capocomico (seguitando, al suggeritore): Segua le scene, man mano che
saranno rappresentate, e cerchi di fissare le battute, almeno le più importanti!
(Poi,
rivolgendosi agli attori): Sgombrino, signori! Ecco, si mettano da questa
parte (indicherà la sinistra): e stiano bene attenti!
La prima attrice: Ma, scusi, noi...
Il capocomico (prevenendola): Non ci sarà da improvvisare, stia
tranquilla!
Il
primo attore: E che dobbiamo fare?
Il
capocomico: Niente! Stare a sentire e guardare per ora! Avrà ciascuno, poi,
la sua parte scritta. Ora si farà così alla meglio, una prova! La faranno loro!
Indicherà i Personaggi.
Il
padre (come cascato dalle nuvole, in mezzo alla confusione del
palcoscenico): Noi? Come sarebbe a dire, scusi, una prova?
Il
capocomico: Una prova - una prova per loro!
Indicherà gli attori.
Il
padre: Ma se i personaggi siamo noi...
Il capocomico: E va bene: "i personaggi"; ma qua, caro signore, non recitano
i personaggi. Qua recitano gli attori. I personaggi stanno lì nel copione (indicherà
la buca del suggeritore): - quando c'è un copione!
Il
padre: Appunto! Poiché non c'è e lor signori hanno la fortuna d'averli qua
vivi davanti, i personaggi...
Il capocomico: Oh bella! Vorrebbero far tutto da sè? recitare, presentarsi
loro davanti al pubblico?
Il
padre: Eh già, per come siamo.
Il
capocomico: Ah, le assicuro che offrirebbero un bellissimo spettacolo!
Il
primo attore: E che ci staremmo a fare nojaltri, qua, allora?
Il
capocomico: Non s'immagineranno mica di saper recitare loro! Fanno ridere...
(Gli
attori, difatti, rideranno). Ecco, vede, ridono!
(Sovvenendosi):
Ma già, a proposito! Bisognerà assegnar le parti. Oh, è facile: sono già di per
sè assegnate.
(Alla
Seconda Donna): lei signora, la madre.
(Al
Padre): Bisognerà trovarle un nome.
Il
padre: Amalia, signore
Il
capocomico: Ma questo è il nome della sua signora. Non vorremo mica
chiamarla col suo vero nome!
Il
padre: E perché no, scusi? se si chiama così... Ma già, se dev'essere la
signora... (Accennerà appena con la mano alla Seconda Donna).
Io
vedo questa (accennerà alla madre): come Amalia, signore. Ma faccia
lei... (Si smarrirà sempre più). Non so più che dirle...Comincio già...
non so, a sentir come false, con un altro suono, le mie stesse parole.
Il capocomico: Ma non se ne curi, non se ne curi, quanto a questo! Penseremo
noi a trovare il tono giusto! E per il nome, se lei vuole "Amalia", sarà Amalia;
o ne troveremo un altro. Per adesso designeremo i personaggi così:
(all'Attor
Giovane): lei "Il Figlio", (alla prima attrice): lei, signorina,
s'intende, "La figliastra".
La figliastra (esilarata): Come come? Io, quella lì?
(Scoppierà
a ridere).
Il capocomico (irato): Che cos'ha da ridere?
La prima attrice (indignata): Nessuno ha mai osato ridersi di me!
Pretendo che mi si rispetti, o me ne vado!
La figliastra: Ma no, scusi, io non rido di lei.
Il capocomico (alla figliastra): Dovrebbe sentirsi onorata d'esser
rappresentata da...
La prima attrice (subito, con sdegno): "quella lì!"
La figliastra: Ma non dicevo per lei, creda! dicevo per me, che non mi vedo
affatto in lei, ecco. Non so, non...non m'assomiglia per nulla!
Il
padre: Già, è questo; veda, signore! La nostra espressione -
Il capocomico: - ma che loro espressione! Credono d'averla in sè, loro,
l'espressione? Nient'affatto!
Il padre: Come! Non abbiamo la nostra espressione?
Il capocomico: Nient'affatto! La loro espressione diventa materia qua, a cui
dan corpo e figura, voce e gesto gli attori, i quali - per sua norma - han
saputo dare espressione a ben più alta materia: dove la loro è così piccola, che
se si reggerà sulla scena, il merito, creda pure, sarà tutto dei miei attori.
Il padre: Non oso contraddirla, signore. Ma creda che è una sofferenza
orribile per noi che siamo così come ci vede, con questo corpo, con questa
figura -
Il capocomico (troncando, spazientito): - ma si rimedia col trucco,
si rimedia col trucco, caro signore, per ciò che riguarda la figura!
Il padre: Già; ma la voce, il gesto -
Il capocomico: - oh, insomma! Qua lei, come lei, non può essere! Qua c'è
l'attore che lo rappresenta; e basta!
Il padre: Ho capito, signore. Ma ora forse indovino anche perché il nostro
autore, che ci vide vivi così, non volle poi comporci per la scena. Non voglio
fare offesa ai suoi attori. Dio me ne guardi! Ma penso che a vedermi adesso
rappresentato... non so da chi...
Il primo attore (con alterigia alzandosi e venendogli incontro, seguito
dalle gaje giovani attrici che rideranno): Da me, se non le dispiace.
Il padre (umile e mellifluo). Onoratissimo, signore.
(S'inchinerà).
Ecco, penso che, per quanto il signore s'adoperi con tutta la sua volontà e
tutta la sua arte ad accogliermi in sè... (Si smarrirà).
Il primo attore: Concluda, concluda.
Risata delle attrici.
Il
padre: Eh, dico, la rappresentazione che farà - anche forzandosi col trucco
a somigliarmi... - dico, con quella statura... (tutti gli attori rideranno):
difficilmente potrà essere una rappresentazione di me, com'io realmente sono.
Sarà piuttosto - a parte la figura - sarà piuttosto com'egli interpreterà ch'io
sia, com'egli mi sentirà - se mi sentirà - e non com'io dentro di me mi sento. E
mi pare che di questo, chi sia chiamato a giudicare di noi, dovrebbe tener
conto.
Il
capocomico: Si dà pensiero dei giudizi della critica adesso? E io che stavo
ancora a sentire! Ma lasci che dica, la critica. E noi pensiamo piuttosto a
metter su la commedia, se ci riesce!
(Staccandosi
e guardando in giro): Su, su! È già disposta la scena?
(Agli
attori e ai Personaggi): Si levino, si levino d'attorno! Mi lascino vedere.
(Discenderà
dal palcoscenico).
Non
perdiamo altro tempo!
(Alla
figliastra): Le pare che la scena stia bene così?
La
figliastra: Mah! io veramente non mi ci ritrovo.
Il
capocomico: E dàlli! Non pretenderà che le si edifichi qua, tal quale, quel
retrobottega che lei conosce, di Madama Pace!
(Al
Padre): M'ha detto una saletta a fiorami?
Il
padre: Sissignore. Bianca.
Il
capocomico: Non è bianca; è a strisce; ma poco importa! Per i mobili, su per
giù, mi pare che ci siamo! Quel tavolinetto, lo portino un po' più qua davanti!
(I
servi di scena eseguiranno).
(Al
trovarobe): Lei provveda intanto una busta, possibilmente cilestrina, e la
dia al signore. (Indicherà il padre).
Il
trovarobe: Da lettere?
Il
capocomico e Il padre: Da lettere, da lettere.
Il trovarobe: Subito! (Escirà).
Il capocomico: Su, su! La prima scena è della Signorina.
(La
prima attrice si farà avanti).
Ma
no, aspetti, lei! dicevo alla Signorina. (Indicherà la figliastra). Lei
starà a vedere -
La figliastra (subito aggiungendo): - come la vivo!
La prima attrice (risentita): Ma saprò viverla anch'io, non dubiti,
appena mi ci metto!
Il capocomico (con le mani alla testa): Signori miei, non facciamo
altre chiacchiere! Dunque, la prima scena è della Signorina con Madama Pace. Oh,
(si smarrirà, guardandosi attorno e risalirà sul palcoscenico): e questa
Madama Pace?
Il padre: Non è con noi, signore.
Il capocomico: E come si fa?
Il padre: Ma è viva, viva anche lei!
Il
capocomico: Già! Ma dov'è?
Il
padre: Ecco, mi lasci dire.
(Rivolgendosi
alle attrici): Se loro signore mi volessero far la grazia di darmi per un
momento i loro cappellini.
Le attrici (un po' sorprese, un po' ridendo, a coro): - Che? -
I cappellini? - Che dice? - Perché? - Ah, guarda!
Il capocomico: Che vuol fare coi cappellini delle signore?
Gli attori rideranno.
Il
padre: Oh nulla, posarli per un momento su questi attaccapanni. E qualcuna
dovrebbe essere così gentile di levarsi anche il mantello.
Gli attori (c.s.): - Anche il mantello? - E poi? - Dev'esser
matto!
Qualche attrice (c.s.): - Ma perché? - Il mantello soltanto?
Il padre: Per appenderli, un momentino...Mi facciano questa grazia.
Vogliono?
Le
attrici (levandosi i cappellini e qualcuna anche il mantello,
seguiteranno a ridere, ed andando ad appenderli qua e là agli attaccapanni):
- E perché no? - Ecco qua! - Ma badate che è buffo sul serio! -
Dobbiamo metterli in mostra?
Il padre: Ecco, appunto, sissignora: così in mostra!
Il
capocomico: Ma si può sapere per che farne?
Il
padre: Ecco, signore: forse, preparandole meglio la scena, attratta dagli
oggetti stessi del suo commercio, chi sa che non venga tra noi...
(Invitando
a guardare verso l'uscio in fondo della scena): Guardino! guardino!
L'uscio in fondo s'aprirà e verrà avanti di pochi passi Madama Pace, megera
d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color carota e una rosa
fiammante da un lato, alla spagnola; tutta ritinta, vestita con goffa eleganza
di seta rossa sgargiante, un ventaglio di piume in una mano e l'altra mano
levata a sorreggere tra due dita la sigaretta accesa.
Subito, all'apparizione, gli attori e il capocomico schizzeranno via dal
palcoscenico con un urlo di spavento, precipitandosi alla scaletta e
accenneranno di fuggire per il corridojo.
La
figliastra, invece, accorrerà a Madama Pace, umile, come davanti a una padrona.
La
figliastra (accorrendo): Eccola! Eccola!
Il
padre (raggiante): È lei! Lo dicevo io? Eccola qua!
Il
capocomico (vincendo il primo stupore, indignato): Ma che trucchi son
questi?
Il primo attore (quasi contemporaneamente): Ma dove siamo, insomma?
L'attor giovane (c.s.): Di dove è comparsa quella lì?
L'attrice giovane (c.s.): La tenevano in serbo!
La
prima attrice (c.s.): Questo è un giuoco di bussolotti!
Il
padre (dominando le proteste): Ma scusino! Perché vogliono guastare,
in nome d'una verità volgare, di fatto, questo prodigio di una realtà che nasce,
evocata, attratta, formata dalla stessa scena, e che ha più diritto di viver
qui, che loro; perché assai più vera di loro? Quale attrice fra loro rifarà poi
Madama Pace? Ebbene: Madama Pace è quella! Mi concederanno che l'attrice che la
rifarà, sarà meno vera di quella - che è lei in persona! Guardino: mia figlia
l'ha riconosciuta e le si è subito accostata! Stiano a vedere, stiano a vedere
la scena!
Titubanti, il capocomico e gli attori risaliranno sul palcoscenico.
Ma
già la scena tra la figliastra e Madama Pace, durante la protesta degli attori e
la risposta del Padre, sarà cominciata, sottovoce, pianissimo, insomma
naturalmente, come non sarebbe possibile farla avvenire su un palcoscenico.
Cosicché, quando gli attori, richiamati dal padre all'attenzione, si volteranno
a guardare, e vedranno Madama Pace che avrà già messo una mano sotto il mento
alla figliastra per farle sollevare il capo, sentendola parlare in un modo
affatto inintelligibile, resteranno per un momento intenti; poi, subito dopo,
delusi.
Il
capocomico: Ebbene?
Il primo attore: Ma che dice?
La
prima attrice: Così non si sente nulla!
L'attor giovane: Forte! forte!
La
figliastra (lasciando Madama Pace che sorriderà di un impagabile sorriso,
e facendosi avanti al crocchio degli attori): "Forte", già! Che forte? Non
son mica cose che si possano dir forte! Le ho potute dir forte io per la sua
vergogna, (indicherà il padre): che è la mia vendetta! Ma per Madama è
un'altra cosa, signori: c'è la galera!
Il capocomico: Oh bella! Ah, è così? Ma qui bisogna che si facciano sentire,
cara lei! Non sentiamo nemmeno noi, sul palcoscenico! Figurarsi quando ci sarà
il pubblico in teatro! Bisogna far la scena. E del resto possono ben parlar
forte tra loro, perché noi non saremo mica qua, come adesso, a sentire: loro
fingono d'esser sole, in una stanza, nel retrobottega, che nessuno le sente.
La
figliastra, graziosamente, sorridendo maliziosa, farà più volte cenno di no, col
dito.
Il
capocomico: Come no?
La figliastra (sottovoce, misteriosamente). C'è qualcuno che ci
sente, signore, se lei (indicherà Madama Pace): parla forte!
Il
capocomico (costernatissimo): Deve forse scappar fuori qualche altro?
Gli attori accenneranno di scappar di nuovo dal Palcoscenico.
Il
padre: No, no, signore. Allude a me. Ci debbo esser io, là dietro
quell'uscio, in attesa; e Madama lo sa. Anzi, mi permettano! Vado per esser
subito pronto.
(Farà
per avviarsi).
Il
capocomico (fermandolo): Ma no, aspetti! Qua bisogna rispettare le
esigenze del teatro! Prima che lei sia pronto...
La
figliastra (interrompendolo): Ma sì, subito! subito! Mi muojo, le
dico, dalla smania di viverla, di vederla questa scena! Se lui vuol esser subito
pronto, io sono prontissima!
Il capocomico (gridando): Ma bisogna che prima venga fuori, ben
chiara, la scena tra lei e quella lì. (Indicherà Madama Pace). Lo vuol
capire?
La
figliastra: Oh Dio mio, signore: m'ha detto quel che lei già sa: che il
lavoro della mamma ancora una volta è fatto male, la roba è sciupata; e che
bisogna ch'io abbia pazienza, se voglio che ella seguiti ad ajutarci nella
nostra miseria.
Madama Pace (facendosi avanti, con una grand'aria di importanza). Eh
ciò, señor; porqué yò nó quero aproveciarme...avantaciarme...
Il
capocomico (quasi atterrito): Come come? Parla così!
Tutti gli attori scoppieranno a ridere fragorosamente.
La
figliastra (ridendo anche lei): Sì, signore, parla così, mezzo
spagnolo e mezzo italiano, in un modo buffissimo!
Madama Pace: Ah, no me par bona crianza che loro ridano de mi, si yò me
sfuerzo de hablar, como podo, italiano, señor!
Il
capocomico: Ma no! Ma anzi! Parli così! parli così, signora! Effetto sicuro!
Non si può dar di meglio anzi, per rompere un po' comicamente la crudezza della
situazione. Parli, parli così! Va benissimo!
La
figliastra: Benissimo! Come no? Sentirsi fare con un tal linguaggio certe
proposte: effetto sicuro, perché par quasi una burla, signore! Ci si mette a
ridere a sentirsi dire che c'è un "vièchio señor" che vuole "amusarse con migo"
- non è vero, Madama?
Madama Pace: Viejito, ciò! Viejito, linda; ma mejor para ti: ch'i se no te
dò gusto, te porta prudencia!
La madre (insorgendo, tra lo stupore e la costernazione di tutti gli
attori, che non badavano a lei, e che ora balzeranno al grido a trattenerla
ridendo, poiché essa avrà intanto strappato a Madama Pace la parrucca e l'avrà
buttata a terra): Strega! strega! assassina! La figlia mia!
La figliastra (accorrendo a trattenere la madre): No, no, mamma, no!
per carità!
Il
padre (accorrendo anche lui, contemporaneamente): Stà buona, stà
buona! A sedere!
La
madre: Ma levatemela davanti, allora!
La
figliastra (al capocomico accorso anche lui): Non è possibile, non è
possibile che la mamma stia qui!
Il padre (anche lui al capocomico): Non possono stare insieme! È per
questo, vede, quella lì, quando siamo venuti, non era con noi! Stando insieme,
capirà, per forza s'anticipa tutto.
Il
capocomico: Non importa! Non importa! È per ora come un primo abbozzo! Serve
tutto, perché io colga anche così, confusamente, i vari elementi.
(Rivolgendosi
alla madre e conducendola per farla sedere di nuovo al suo posto): Via, via,
signora, sia buona, sia buona: si rimetta a sedere!
Intanto la figliastra, andando di nuovo in mezzo alla scena, si rivolgerà a
Madama Pace:
La
figliastra: Su, su, dunque, Madama.
Madama Pace (offesa): Ah no, gracie tante! Yò aquy no fado più nada
con tua madre presente.
La
figliastra: Ma via, faccia entrate questo "vièchio señor porqué‚ se amusi
con migo!".
(Voltandosi
a tutti imperiosa): Insomma, bisogna farla, questa scena! - Su, avanti!
(A
Madama Pace): Lei se ne vada!
Madama Pace: Ah, me voj, me voj - me voj seguramente...
Escirà furiosa raccattando la parrucca e guardando fieramente gli attori che
applaudiranno sghignazzando.
La
figliastra (al Padre): E lei faccia l'entrata! Non c'è bisogno che
giri! Venga qua! Finga d'essere entrato! Ecco: io me e sto qua a testa bassa -
modesta! - E su! Metta fuori la voce! Mi dica con voce nuova, come uno che venga
da fuori: "Buon giorno, signorina".
Il
capocomico (sceso già dal palcoscenico). Oh guarda! Ma insomma,
dirige lei o dirigo io?
(Al
padre che guarderà sospeso e perplesso): Eseguisca, sì: vada là in fondo,
senza uscire, e rivenga avanti.
Il
padre eseguirà quasi sbigottito.
Pallidissimo; ma già investito nella realtà della sua vita creata, sorriderà
appressandosi dal fondo, come alieno del dramma che sarà per abbattersi su di
lui.
Gli attori si faran subito intenti alla scena che comincia.
Il
capocomico (piano, in fretta, al suggeritore nella buca). E lei,
attento, attento a scrivere, adesso!
La
scena
Il
padre (avanzando con voce nuova): Buon giorno, signorina.
La
figliastra (a capo chino, con contenuto ribrezzo): Buon giorno.
Il
padre (la spierà un po', di sotto al cappellino che quasi le nasconde il
viso, e scorgendo ch'ella è giovanissima, esclamerà quasi fra sè, un po' per
compiacenza, un po' anche per timore di compromettersi in un'avventura rischiosa).
Ah... - Ma... dico, non sarà la prima volta, è vero? che lei viene qua.
La
figliastra (c.s.): No, signore.
Il
padre: C'è venuta qualche altra volta?
(E
poiché la figliastra fa cenno di sì col capo): Più d'una?
(Aspetterà
un po' la risposta; tornerà a spiarla di sotto al cappellino: sorriderà; poi
dirà): E dunque, via... non dovrebbe più essere così...Permette che le levi
io codesto cappellino?
La figliastra (subito, per prevenirlo, ma contenendo il ribrezzo):
No, signore: me lo levo da me!
(Eseguirà
in fretta,convulsa).
La
madre, assistendo alla scena, col figlio e con gli altri due piccoli e più suoi,
i quali se ne staranno sempre accanto a lei, appartati nel lato opposto a quello
degli attori, sarà come sulle spine, e seguirà con varia espressione, di dolore,
di sdegno, d'ansia, d'orrore, le parole e gli atti di quei due; e ora si
nasconderà il volto, ora metterà qualche gemito.
La
madre: Oh Dio! Dio mio!
Il padre (resterà, al gemito, come impietrato per un lungo momento; poi
riprenderà col tono di prima): Ecco, mi dia: lo poso io.
(Le
toglierà dalle mani il cappellino). Ma su una bella, cara testolina come la
sua, vorrei che figurasse un più degno cappellino. Vorrà ajutarmi a sceglierne
qualcuno, poi, qua tra questi di Madama? - No?
L'attrice giovane (interrompendolo): Oh, badiamo bene! Quelli là sono
i nostri cappelli!
Il
capocomico (subito, arrabbiatissimo): Silenzio, perdio! Non faccia la
spiritosa! - Questa è la scena!
(Rivolgendosi
alla figliastra): Riattacchi, prego, signorina!
La
figliastra (riattaccando): No, grazie, signore.
Il
padre: Eh via, non mi dica di no! Vorrà accettarmelo. Me n'avrei a male...
Ce n'è di belli, guardi! E poi faremmo contenta Madama. Li mette apposta qua in
mostra!
La
figliastra: Ma no, signore, guardi: non potrei neanche portarlo.
Il
padre: Dice forse per ciò che ne penserebbero a casa, vedendola rientrare
con un cappellino nuovo? Eh via! Sa come si fa? Come si dice a casa?
La
figliastra (smaniosa, non potendone più): Ma non per questo, signore!
Non potrei portarlo, perché sono...come mi vede: avrebbe già potuto
accorgersene!
(Mostrerà
l'abito nero).
Il
padre: A lutto, già! È vero: vedo. Le chiedo perdono. Creda che sono
veramente mortificato.
La
figliastra (facendosi forza e pigliando ardire anche per vincere la
nausea). Basta, basta, signore! Tocca a me ringraziarla, e non a lei di
mortificarsi o d'affliggersi. Non badi più, la prego, a quel che le ho detto.
Anche per me, capirà...
(Si
sforzerà di sorridere e aggiungerà): Bisogna proprio ch'io non pensi, che
sono vestita così.
Il
capocomico (interrompendo, rivolto al suggeritore nella buca e risalendo
sul palcoscenico). Aspetti, aspetti!
Non
scriva, tralasci, tralasci quest'ultima battuta !
(Rivolgendosi
al padre e alla figliastra): Va benissimo! Va benissimo!
(Poi
al padre soltanto): Qua lei attaccherà com'abbiamo stabilito!
(Agli
attori): Graziosissima questa scenetta del cappellino, non vi pare?
La figliastra: Eh, ma il meglio viene adesso! perché non si prosegue?
Il
capocomico: Abbia pazienza un momento!
(Tornando
a rivolgersi agli attori): Va trattata, naturalmente, con un po' di
leggerezza -
Il
primo attore: - di spigliatezza, già -
La
prima attrice: Ma sì, non ci vuol niente!
(Al
primo attore): Possiamo subito provarla, no?
Il
primo attore: Oh, per me... Ecco, giro per far l'entrata!
Escirà, per esser pronto a rientrare dalla porta del fondalino.
Il
capocomico (alla prima attrice): E allora, dunque, guardi, è finita
la scena tra lei e quella Madama Pace, che penserò poi io a scrivere. Lei se ne
sta...No, dove va?
La
prima attrice: Aspetti, mi rimetto il cappello...
Eseguirà, andando a prendere il suo cappello dall'attaccapanni.
Il
capocomico: Ah già, benissimo! Dunque, lei resta qui a capo chino.
La
figliastra (divertita): Ma se non è vestita di nero!
La
prima attrice: Sarò vestita di nero, e molto più propriamente di lei!
Il
capocomico (alla figliastra): Stia zitta, la prego! E stia a vedere!
Avrà da imparare!
(Battendo
le mani): Avanti! avanti! L'entrata!
E
ridiscenderà dal palcoscenico per cogliere l'impressione della scena.
S'aprirà l'uscio in fondo e verrà avanti il primo attore, con l'aria spigliata,
sbarazzina d'un vecchietto galante.
La
rappresentazione della scena, eseguita dagli attori, apparirà fin dalle prime
battute un'altra cosa, senza che abbia tuttavia, neppur minimamente, l'aria di
una parodia; apparirà piuttosto come rimessa in bello.
Naturalmente, la figliastra e il padre, non potendo riconoscersi affatto in
quella prima attrice e in quel primo attore, sentendo proferir le loro stesse
parole, esprimeranno in vario modo, ora con gesti, or con sorrisi, or con aperta
protesta, l'impressione che ne ricevono di sorpresa, di meraviglia, di
sofferenza, ecc., come si vedrà appresso.
S'udrà dal cupolino chiaramente la voce del suggeritore.
Il
primo attore: "Buon giorno, signorina..."
Il padre (subito, non riuscendo a contenersi). Ma no!
La
figliastra, vedendo entrare in quel modo il primo attore, scoppierà intanto a
ridere.
Il
capocomico (infuriato): Facciano silenzio! E lei finisca una buona
volta di ridere! Così non si può andare avanti!
La
figliastra (venendo dal proscenio): Ma scusi, è naturalissimo,
signore! La signorina (indicherà la prima attrice): se ne sta lì ferma, a
posto; ma se dev'esser me, io le posso assicurare che a sentirmi dire "buon
giorno" a quel modo e con quel tono, sarei scoppiata a ridere, proprio così come
ho riso!
Il padre (avanzandosi un poco anche lui): Ecco, già...l'aria, il
tono...
Il
capocomico: Ma che aria! Che tono! Si mettano da parte, adesso, e mi lascino
veder la prova!
Il
primo attore (facendosi avanti): Se debbo rappresentare un vecchio,
che viene in una casa equivoca...
Il
capocomico: Ma sì, non dia retta, per carità! Riprenda, riprenda, ché va
benissimo!
(In
attesa che l'attore riprenda): Dunque...
Il
primo attore: "Buon giorno, signorina..."
La
prima attrice: "Buon giorno..."
Il
primo attore (rifacendo il gesto del Padre, di spiare cioè sotto al
cappellino, ma poi esprimendo ben distintamente prima la compiacenza e poi il
timore): "Ah... - ma...dico, non sarà la prima volta, spero..."
Il
padre (correggendo, irresistibilmente): Non "spero" - "è vero?", "è
vero?"
Il
capocomico: Dice "è vero" - interrogazione.
Il
primo attore (accennando al suggeritore): Io ho sentito "spero!"
Il
capocomico: Ma sì, è lo stesso! "è vero" o "spero". Prosegua, prosegua -
Ecco, forse un po' meno caricato...Ecco glielo farò io, stia a vedere...
(Risalirà
sul palcoscenico, poi, rifacendo lui la parte fin dall'entrata): - "Buon
giorno, signorina..."
La
prima attrice: "Buon giorno."
Il
capocomico: "Ah, ma... dico... "
(rivolgendosi
al primo attore per fargli notare il modo come avrà guardato la prima attrice di
sotto al cappellino): Sorpresa...timore e compiacimento...
(Poi,
riprendendo, rivolto alla prima attrice): "Non sarà la prima volta, è vero?
che lei viene qua... "
(Di
nuovo, volgendosi con uno sguardo d'intelligenza al primo attore): Mi
spiego?
(Alla
prima attrice): E lei allora: "No, signore".
(Di
nuovo, al primo attore): Insomma come debbo dire? "Souplesse!"
E
ridiscenderà dal Palcoscenico.
La
prima attrice: "No, signore..."
Il
primo attore: "C'è venuta qualche altra volta? Più d'una?"
Il
capocomico: Ma, no, aspetti! Lasci far prima a lei (indicherà la prima
attrice): il cenno di sì. "C'è venuta qualche altra volta?"
La
prima attrice solleverà un po' il capo socchiudendo penosamente; come per
disgusto, gli occhi, e poi a un "Giù" del capocomico crollerà due volte il capo.
La
figliastra (irresistibilmente): Oh Dio mio!
(E
subito si porrà una mano sulla bocca per impedire la risata).
Il
capocomico (voltandosi): Che cos'è?
La figliastra (subito): Niente, niente!
Il
capocomico (al primo attore): A lei, a lei, seguiti!
Il
primo attore: "Più d'una? E dunque, via...non dovrebbe più esser così...
Permette che le levi io codesto cappellino?"
Il
primo attore dirà quest'ultima battuta con un tal tono, e la accompagnerà con
una tal mossa, che la figliastra, rimasta con le mani sulla bocca, per quanto
voglia frenarsi, non riuscirà più a contenere la risata, che le scoppierà di tra
le dita irresistibilmente, fragorosa.
La
prima attrice (indignata, tornandosene a posto): Ah, io non sto mica
a far la buffona qua per quella lì!
Il primo attore: E neanch'io! Finiamola!
Il
capocomico (alla figliastra, urlando): La finisca! la finisca!
La
figliastra. Sì, mi perdoni...mi perdoni...
Il
capocomico: Lei è una maleducata! ecco quello che è! Una presuntuosa!
Il
padre (cercando d'interporsi): Sissignore, è vero, è vero; ma la
perdoni.
Il
capocomico (risalendo sul palcoscenico): Che vuole che perdoni! È
un'indecenza!
Il
padre: Sissignore, ma creda, creda, che fa un effetto così strano -
Il
capocomico: ...strano? che strano? perché strano?
Il
padre: Io ammiro, signore, ammiro i suoi attori: il Signore là, (indicherà
il primo attore): la Signorina, (indicherà la prima attrice): ma,
certamente...ecco, non sono noi...
Il
capocomico: Eh sfido! Come vuole che sieno, «loro», se sono gli attori?
Il
padre: Appunto, gli attori! E fanno bene, tutti e due, le nostre parti. Ma
creda che a noi pare un'altra cosa, che vorrebbe esser la stessa, e intanto non
è!
Il
capocomico: Ma come non è? Che cos'è allora?
Il
padre: Una cosa, che...diventa di loro; e non più nostra.
Il
capocomico: Ma questo, per forza! Gliel'ho già detto!
Il
padre: Sì, capisco, capisco...-
Il
capocomico: - e dunque, basta!
(Rivolgendosi
agli attori): Vuol dire che faremo poi le prove tra noi, come vanno fatte. È
stata sempre per me una maledizione provare davanti agli autori! Non sono mai
contenti!
(Rivolgendosi
al padre e alla figliastra): Su, riattacchiamo con loro; e vediamo se sarà
possibile che lei non rida più.
La
figliastra: Ah, non rido più, non rido più! Viene il bello adesso per me;
stia sicuro!
Il
capocomico: Dunque: quando lei dice: "Non badi la prego, a quello che ho
detto...Anche per me - capirà!" -
(rivolgendosi
al Padre): bisogna che lei attacchi subito: "Capisco, ah capisco..." e che
immediatamente domandi -
La
figliastra (interrompendo): - come! che cosa?
Il
capocomico: La ragione del suo lutto!
La
figliastra: Ma no, signore! Guardi: quand'io gli dissi che bisognava che non
pensassi d'esser vestita così, sa come mi rispose lui? "Ah, va bene! E
togliamolo, togliamolo via subito, allora, codesto vestitino!"
Il capocomico: Bello! Benissimo! Per far saltare così tutto il teatro?
La
figliastra: Ma è la verità!
Il
capocomico: Ma che verità, mi faccia il piacere! Qua siamo a teatro! La
verità, fino a un certo punto!
La
figliastra: E che vuol fare lei allora, scusi?
Il
capocomico: Lo vedrà, lo vedrà! Lasci fare a me adesso!
La
figliastra: No, signore! Della mia nausea, di tutte le ragioni, una più
crudele e più vile dell'altra, per cui io sono "questa", "così", vorrebbe forse
cavarne un pasticcetto romantico sentimentale, con lui che mi chiede le ragioni
del lutto, e io che gli rispondo lacrimando che da due mesi m'è morto papà? No,
no, caro signore! Bisogna che lui mi dica come m'ha detto: "Togliamo via subito
allora, codesto vestitino!". E io, con tutto il mio lutto nel cuore, di appena
due mesi, me ne sono andata là, vede? là, dietro quel paravento, e con queste
dita che mi ballano dall'onta, dal ribrezzo, mi sono sganciato il busto, la
veste...
Il
capocomico (ponendosi le mani tra i capelli): Per carità! Che dice?
La
figliastra (gridando, frenetica): La verità! la verità, signore!
Il
capocomico: Ma sì, non nego, sarà la verità...e comprendo, comprendo tutto
il suo orrore, signorina; ma comprenda anche lei che tutto questo sulla scena
non è possibile!
La
figliastra: Non è possibile? E allora, grazie tante, io non ci sto!
Il
capocomico: Ma no, veda...
La
figliastra: Non ci sto! non ci sto! Quello che è possibile sulla scena ve lo
siete combinato insieme tutti e due, di là, grazie! Lo capisco bene! Egli vuol
subito arrivare alla rappresentazione (caricando): dei suoi travagli
spirituali; ma io voglio rappresentare il mio dramma! il mio!
Il
capocomico (seccato, scrollandosi fieramente): Oh, infine, il suo!
Non c'è soltanto il suo, scusi! C'è anche quello degli altri! Quello di lui, (indicherà
il padre): quello di sua madre! Non può stare che un personaggio venga,
così, troppo avanti, e sopraffaccia gli altri, invadendo la scena. Bisogna
contener tutti in un quadro armonico e rappresentare quel che è rappresentabile!
Lo so bene anch'io che ciascuno ha tutta una sua vita dentro e che vorrebbe
metterla fuori. Ma il difficile è appunto questo: farne venir fuori quel tanto
che è necessario, in rapporto con gli altri; e pure in quel poco fare intendere
tutta l'altra vita che resta dentro! Ah, comodo, se ogni personaggio potesse in
un bel monologo, o...senz'altro...in una conferenza venire a scodellare davanti
al pubblico tutto quel che gli bolle in pentola!
(Con
tono bonario, conciliativo): Bisogna che lei si contenga, signorina. E
creda, nel suo stesso interesse, perché può anche fare una cattiva impressione,
glielo avverto, tutta codesta furia dilaniatrice, codesto disgusto esasperato,
quando lei stessa, mi scusi, ha confessato di essere stata con altri, prima che
con lui, da Madama Pace, più di una volta!
La figliastra (abbassando il capo, con profonda voce, dopo una pausa di
raccoglimento): È vero! Ma pensi che quegli altri sono egualmente lui, per
me.
Il
capocomico (non comprendendo): Come, gli altri? Che vuol dire?
La
figliastra: Per chi cade nella colpa, signore, il responsabile di tutte le
colpe che seguono, non è sempre chi, primo, determinò la caduta? E per me è lui,
anche da prima ch'io nascessi. Lo guardi; e veda se non è vero!
Il
capocomico: Benissimo! E le par poco il peso di tanto rimorso su lui? Gli
dia modo di rappresentarlo!
La
figliastra: E come, scusi? dico, come potrebbe rappresentare tutti i suoi
"nobili" rimorsi, tutti i suoi tormenti "morali", se lei vuol risparmiargli
l'orrore d'essersi un bel giorno trovata tra le braccia, dopo averla invitata a
togliersi l'abito del suo lutto recente, donna e già caduta, quella bambina,
signore, quella bambina ch'egli si recava a vedere uscire dalla scuola?
(Dirà
queste ultime parole con voce tremante di commozione).
La
madre, nel sentirle dire così, sopraffatta da un ‚empito d'incontenibile
ambascia, che s'esprimerà prima in alcuni gemiti soffocati, romperà alla fine in
un pianto perduto.
La
commozione vincerà tutti.
Lunga pausa.
La
figliastra (appena la madre accennerà di quietarsi, soggiungerà, cupa e
risoluta): Noi siamo qua tra noi, adesso, ignorati ancora dal pubblico. Lei
darà domani di noi quello spettacolo che crederà, concertandolo a suo modo. Ma
lo vuol vedere davvero, il dramma? scoppiare davvero, com'è stato?
Il
capocomico: Ma sì, non chiedo di meglio, per prenderne fin d'ora quanto sarà
possibile!
La
figliastra: Ebbene, faccia uscire quella madre.
La
madre (levandosi dal suo pianto, con un urlo): No, no! Non lo
permetta, signore! Non lo permetta!
Il
capocomico: Ma è solo per vedere, signora!
La
madre: Io non posso! non posso!
Il
capocomico: Ma se è già tutto avvenuto, scusi! Non capisco!
La
madre: No, avviene ora, avviene sempre! Il mio strazio non è finito,
signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio, che
si rinnova, vivo e presente sempre. Ma quei due piccini là, li ha lei sentiti
parlare? Non possono più parlare, signore! Se ne stanno aggrappati a me, ancora,
per tenermi vivo e presente lo strazio: ma essi, per sè, non sono, non sono più!
E questa, (indicherà la figliastra): signore, se n'è fuggita, è scappata
via da me e s'è perduta, perduta... Se ora io me la vedo qua è ancora per
questo, solo per questo, sempre, sempre, per rinnovarmi sempre, presente, lo
strazio che vivo e ho sofferto anche per lei!
Il padre (solenne): Il momento eterno, com'io le ho detto, signore!
Lei (indicherà la figliastra): è qui per cogliermi, fissarmi, tenermi
agganciato e sospeso in eterno, alla gogna, in quel solo momento fuggevole e
vergognoso della mia vita. Non può rinunziarvi, e lei, signore, non può
veramente risparmiarmelo.
Il
capocomico: Ma sì, io non dico di non rappresentarlo: formerà appunto il
nucleo di tutto il primo atto, fino ad arrivare alla sorpresa di lei - (indicherà
la madre).
Il padre: Ecco, sì. Perché è la mia condanna, tutta signore!: tutta la
nostra passione, che deve culminare nel grido finale di lei! - (indicherà
anche lui la madre).
La figliastra: L'ho ancora qui negli orecchi! M'ha reso folle quel grido! -
Lei può rappresentarmi come vuole signore: non importa! Anche vestita, purché
abbia almeno le braccia - solo le braccia - nude, perché, guardi, stando così, (si
accosterà al padre e gli appoggerà la testa sul petto): con la testa
appoggiata così, e le braccia così al suo collo, mi vedevo pulsare qui, nel
braccio qui, una vena; e allora, come se soltanto quella vena viva mi facesse
ribrezzo, strizzai gli occhi, così, così, ed affondai la testa nel suo petto!
(Voltandosi
verso la madre): Grida, grida, mamma!
(Affonderà
la testa nel petto del Padre, e con le spalle alzate come per non sentire il
grido, soggiungerà con voce di strazio soffocato): Grida, come hai gridato
allora!
La madre (avventandosi per separarli): No! Figlia, figlia mia!
(E
dopo averla staccata da lui): Bruto, bruto, è mia figlia! Non vedi che è mia
figlia?
Il capocomico (arretrando, al grido; fino alla ribalta, fra lo sgomento
degli attori): Benissimo; sì, benissimo!
E
allora, sipario, sipario!
Il
padre (accorrendo a lui, convulso): Ecco, sì: perché è stato
veramente così, signore!
Il
capocomico (ammirato e convinto): Ma sì, qua, senz'altro! Sipario!
Sipario!
Alle grida reiterate del capocomico, il Macchinista butterà giù il sipario,
lasciando fuori, davanti alla ribalta, il capocomico e il padre.
Il
capocomico (guardando in alto, con le braccia alzate). Ma che bestia!
Dico sipario per intendere che l'Atto deve finir così, e m'abbassano il sipario
davvero!
(Al
Padre, sollevando un lembo della tenda per rientrare nel palcoscenico): Sì,
sì, benissimo! benissimo! Effetto sicuro! Bisogna finir così. Garantisco,
garantisco, per questo primo atto!
Rientrerà col Padre.
Tela
|
SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE -
ATTO TERZO |

Riaprendosi il sipario si vedrà che i Macchinisti e Apparatori avranno disfatto
quel primo simulacro di scena e messo su, invece, una piccola vasca da giardino.
Da
una parte del palcoscenico staranno seduti in fila gli attori e dall'altra i
Personaggi.
Il
capocomico sarà in piedi, in mezzo al palcoscenico, con una mano sulla bocca a
pugno chiuso in atto di meditare.
Il
capocomico (scrollandosi dopo una breve pausa): Oh, dunque: veniamo
al Secondo Atto! Lascino, lascino fare a me, come avevamo prima stabilito, che
andrà benone!
La figliastra: La nostra entrata in casa di lui (indicherà il padre):
a dispetto di quello lì! (indicherà il figlio)
Il capocomico (spazientito): Sta bene; ma lasci fare a me, le dico!
La figliastra: Purché appaja chiaro il dispetto!
La madre (dal suo canto tentennando il capo): Per tutto il bene che
ce n'è venuto...
La figliastra (voltandosi a lei di scatto): Non importa! Quanto più
danno a noi, tanto più rimorso per lui!
Il capocomico (spazientito): Ho capito, ho capito! E si terrà conto
di questo in principio sopratutto! Non dubiti!
La
madre (supplichevole): Ma faccia che si capisca bene, la prego,
signore, per la mia coscienza ch'io cercai in tutti i modi -
La figliastra (interrompendo con sdegno, e seguitando): - di
placarmi, di consigliarmi che questo dispetto non gli fosse fatto!
(Al
capocomico): La contenti, la contenti, perché è vero! Io ne godo moltissimo;
perché, intanto, si può vedere: più lei è così supplice, più tenta d'entrargli
nel cuore, e più quello lì si tien lontano: "as-sen-te"! Che gusto!
Il
capocomico: Vogliamo insomma cominciarlo, questo secondo atto?
La figliastra: Non parlo più. Ma badi che svolgerlo tutto nel giardino, come
lei vorrebbe, non sarà possibile!
Il capocomico: Perché non sarà possibile?
La
figliastra. Perché lui (indicherà di nuovo il figlio): se ne sta
sempre chiuso in camera, appartato! E poi, in casa, c'è da svolgere tutta la
parte di quel povero ragazzo lì, smarrito, come le ho detto.
Il
capocomico: Eh già! Ma d'altra parte, capiranno, non possiamo mica appendere
i cartellini o cambiar di scena a vista, tre o quattro volte per atto!
Il
primo attore: Si faceva un tempo...
Il capocomico: Sì, quando il pubblico era forse come quella bambina lì!
La
prima attrice: E l'illusione, più facile!
Il
padre (con uno scatto, alzandosi): L'illusione? Per carità, non
dicano l'illusione! Non adoperino codesta parola, che per noi è particolarmente
crudele!
Il
capocomico (stordito): E perché, scusi?
Il
padre: Ma sì, crudele! crudele! Dovrebbe capirlo!
Il
capocomico: E come dovremmo dire allora? L'illusione da creare, qua, agli
spettatori -
Il
primo attore: - con la nostra rappresentazione -
Il
capocomico: - l'illusione d'una realtà!
Il
padre: Comprendo, signore. Forse lei, invece, non può comprendere noi. Mi
scusi! Perché - veda - qua per lei e per i suoi attori si tratta soltanto - ed è
giusto - del loro giuoco.
La
prima attrice (interrompendo sdegnata): Ma che giuoco! Non siamo mica
bambini! Qua si recita sul serio.
Il
padre: Non dico di no. E intendo, infatti, il giuoco della loro arte, che
deve dare appunto - come dice il signore - una perfetta illusione di realtà.
Il capocomico: Ecco, appunto!
Il
padre: Ora, se lei pensa che noi come noi (indicherà sè e sommariamente
gli altri cinque Personaggi): non abbiamo altra realtà fuori di questa
illusione!
Il capocomico (stordito, guardando i suoi attori rimasti anch'essi come
sospesi e smarriti): E come sarebbe a dire?
Il padre (dopo averli un po' osservati, con un pallido sorriso): Ma
sì, signori! Quale altra? Quella che per loro è un'illusione da creare, per noi
è invece l'unica nostra realtà.
(Breve
pausa. Si avanzerà di qualche passo verso il capocomico, e soggiungerà): Ma
non soltanto per noi, del resto, badi! Ci pensi bene.
(Lo
guarderà negli occhi). Mi sa dire chi è lei?
(E
rimarrà con l'indice appuntato su lui).
Il
capocomico (turbato, con un mezzo sorriso): Come, chi sono? - Sono
io!
Il
padre: E se le dicessi che non è vero, perché lei è me?
Il
capocomico: Le risponderei che lei è un pazzo!
Gli attori rideranno.
Il
padre: Hanno ragione di ridere: perché qua si giuoca;
(al
Direttore): e lei può dunque obbiettarmi che soltanto per un giuoco quel
signore là (indicherà il primo attore): che è "lui", dev'esser "me", che
viceversa sono io, "questo". Vede che l'ho colto in trappola?
(Gli
attori torneranno a ridere).
Il
capocomico (seccato): Ma questo s'è già detto poco fa! Daccapo?
Il
padre: No, no. Non volevo dir questo, infatti. Io la invito anzi a uscire da
questo giuoco (guardando la prima attrice, come per prevenire): - d'arte!
d'arte! - che lei è solito di fare qua coi suoi attori; e torno a domandarle
seriamente: chi è lei?
Il capocomico (rivolgendosi quasi strabiliato, e insieme irritato, agli
attori): Oh, ma guardate che ci vuole una bella faccia tosta! Uno che si
spaccia per personaggio, venire a domandare a me, chi sono!
Il
padre (con dignità, ma senza alterigia): Un personaggio, signore, può
sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita
sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre "qualcuno". Mentre un uomo -
non dico lei, adesso - un uomo così in genere, può non esser "nessuno".
Il capocomico: Già! Ma lei lo domanda a me, che sono il direttore! Il
capocomico! Ha capito?
Il
padre (quasi in sordina, con melliflua umiltà): Soltanto per sapere,
signore, se veramente lei com'è adesso, si vede... come vede per esempio, a
distanza di tempo, quel che lei era una volta, con tutte le illusioni che allora
si faceva; con tutte le cose, dentro e intorno a lei, come allora le parevano -
ed erano, erano realmente per lei! - Ebbene, signore: ripensando a quelle
illusioni che adesso lei non si fa più, a tutte quelle cose che ora non le
"sembrano" più come per lei "erano" un tempo; non si sente mancare, non dico
queste tavole di palcoscenico, ma il terreno, il terreno sotto i piedi,
argomentando che ugualmente "questo" come lei ora si sente, tutta la sua realtà
d'oggi così com'è, è destinata a parerle illusione domani?
Il capocomico (senza aver ben capito, nell'intontimento della speciosa
argomentazione ): Ebbene? E che vuol concludere con questo?
Il padre: Oh, niente, signore. Farle vedere che se noi (indicherà di
nuovo sè e gli altri Personaggi): oltre la illusione, non abbiamo altra
realtà, è bene che anche lei diffidi della realtà sua, di questa che lei oggi
respira e tocca in sè, perché - come quella di jeri - è destinata a scoprirlesi
illusione domani.
Il capocomico (rivolgendosi a prenderla in riso): Ah, benissimo! E
dica per giunta che lei, con codesta commedia che viene a rappresentarmi qua, è
più vero e reale di me!
Il
padre (con la massima serietà): Ma questo senza dubbio, signore!
Il
capocomico: Ah sì?
Il
padre: Credevo che lei lo avesse già compreso fin da principio.
Il
capocomico: Più reale di me?
Il
padre: Se la sua realtà può cangiare dall'oggi al domani...
Il
capocomico: Ma si sa che può cangiare, sfido! Cangia continuamente, come
quella di tutti!
Il
padre (con un grido): Ma la nostra no, signore! Vede? La differenza è
questa! Non cangia, non può cangiare, né esser altra, mai, perché già fissata -
così - "questa" - per sempre - (è terribile, signore!): realtà
immutabile, che dovrebbe dar loro un brivido nell'accostarsi a noi!
Il capocomico (con uno scatto, parandoglisi davanti per un'idea che gli
sorgerà all'improvviso). Io vorrei sapere però, quando mai s'è visto un
personaggio che, uscendo dalla sua parte, si sia messo a perorarla così come fa
lei, e a proporla, a spiegarla. Me lo sa dire? Io non l'ho mai visto!
Il padre: Non l'ha mai visto, signore, perché gli autori nascondono di
solito il travaglio della loro creazione. Quando i personaggi son vivi, vivi
veramente davanti al loro autore, questo non fa altro che seguirli nelle parole,
nei gesti ch'essi appunto gli propongono, e bisogna ch'egli li voglia com'essi
si vogliono; e guai se non fa così! Quando un personaggio è nato, acquista
subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti
immaginato in tant'altre situazioni in cui l'autore non pensò di metterlo, e
acquistare anche, a volte, un significato che l'autore non si sognò mai di
dargli!
Il capocomico: Ma sì, questo lo so!
Il
padre: E dunque, perché si fa meraviglia di noi? Immagini per un personaggio
la disgrazia che le ho detto, d'esser nato vivo dalla fantasia d'un autore che
abbia voluto poi negargli la vita, e mi dica se questo personaggio lasciato
così, vivo e senza vita, non ha ragione di mettersi a fare quel che stiamo
facendo noi, ora, qua davanti a loro, dopo averlo fatto a lungo a lungo, creda,
davanti a lui per persuaderlo, per spingerlo, comparendogli ora io, ora lei, (indicherà
la figliastra): ora quella povera madre...
La figliastra (venendo avanti come trasognata): È vero, anch'io,
anch'io signore, per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo
scrittojo, all'ora del crepuscolo, quand'egli, abbandonato su una poltrona, non
sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l'ombra
gl'invadesse la stanza e che quell'ombra brulicasse di noi, che andavamo a
tentarlo...
(Come
se si vedesse ancora là in quello scrittojo e avesse fastidio della presenza di
tutti quegli attori): Se loro tutti se n'andassero! se ci lasciassero soli!
La
mamma lì, con quel figlio - io con quella bambina - quel ragazzo là sempre solo
- e poi io con lui (indicherà appena il padre): - e poi io sola, io
sola...- in quell'ombra (balzerà a un tratto, come se nella visione che ha di
sè, lucente in quell'ombra e viva, volesse afferrarsi): ah, la mia vita! Che
scene, che scene andavamo a proporgli! - Io, io lo tentavo più di tutti!
Il padre: Già! Ma forse è stato per causa tua; appunto per codeste tue
troppe insistenze, per le tue troppe incontinenze!
La figliastra: Ma che! Se egli stesso m'ha voluta così!
(Verrà
presso al capocomico per dirgli come in confidenza): Io credo che fu
piuttosto, signore, per avvilimento o per sdegno del teatro, così come il
pubblico solitamente lo vede e lo vuole...
Il capocomico: Andiamo avanti, andiamo avanti, santo Dio, e veniamo al
fatto, signori miei!.
La
figliastra: Eh, ma mi pare, scusi, che di fatti ne abbia fin troppi, con la
nostra entrata in casa di lui! (Indicherà il Padre): Diceva che non
poteva appendere i cartellini o cangiar di scena ogni cinque minuti!
Il capocomico: Già! Ma appunto! Combinarli, aggrupparli in un'azione
simultanea e serrata, e non come pretende lei, che vuol vedere prima il suo
fratellino che ritorna dalla scuola e s'aggira come un'ombra per le stanze,
nascondendosi dietro gli usci a meditare un proposito, in cui - com'ha detto? -
La figliastra: - si dissuga, signore, si dissuga tutto!
Il capocomico: Non ho mai sentito codesta parola! E va bene: "crescendo
soltanto negli occhi", è vero?
La figliastra: Sissignore: eccolo lì! (Lo indicherà presso la madre).
Il
capocomico: Brava! E poi, contemporaneamente, vorrebbe anche quella bambina
che giuoca, ignara, nel giardino. L'uno in casa, e l'altra nel giardino, è
possibile?
La
figliastra: Ah, nel sole, signore, felice! È l'unico mio premio, la sua
allegria, la sua festa, in quel giardino; tratta dalla miseria, dallo squallore
di un'orribile camera dove dormivamo tutti e quattro - e io con lei - io, pensi!
con l'orrore del mio corpo contaminato, accanto a lei che mi stringeva forte
forte coi suoi braccini amorosi e innocenti. Nel giardino, appena mi vedeva,
correva a prendermi per mano. I fiori grandi non li vedeva; andava a scoprire
invece tutti quei "pittoli pittoli" e me li voleva mostrare, facendo una festa,
una festa!
Così dicendo, straziata dal ricordo, romperà in un pianto lungo, disperato,
abbattendo il capo sulle braccia abbandonate sul tavolino.
La
commozione vincerà tutti.
Il
capocomico le si accosterà quasi paternamente, e le dirà per confortarla:
Il
capocomico: Faremo il giardino, faremo il giardino, non dubiti: e vedrà che
ne sarà contenta! Le scene le aggrupperemo lì!
(Chiamando
per nome un Apparatore): Ehi, calami qualche spezzato d'alberi! Due
cipressetti qua davanti a questa vasca!
Si
vedranno calare dall'alto del palcoscenico due cipressetti. Il Macchinista,
accorrendo, fermerà coi chiodi i due pedani.
Il
capocomico (alla figliastra): Così alla meglio, adesso, per dare
un'idea.
(Richiamerà
per nome l'Apparatore). Ehi, dammi ora un po' di cielo!
L'apparatore: (dall'alto): Che cosa?
Il
capocomico: Un po' di cielo! Un fondalino, che cada qua dietro questa vasca!
Si
vedrà calare dall'alto del palcoscenico una tela bianca.
Il
capocomico: Ma non bianco! T'ho detto cielo! Non fa nulla, lascia: rimedierò
io.
(Chiamando):
Ehi, elettricista, spegni tutto e dammi un po' di atmosfera... atmosfera
lunare...blu, blu alle bilance, e blu sulla tela, col riflettore... Così! Basta!
Si
sarà fatta, a comando, una misteriosa scena lunare, che indurrà gli attori a
parlare e muoversi come di sera, in un giardino, sotto la luna.
Il
capocomico (alla figliastra): Ecco, guardi! E ora il giovinetto,
invece di nascondersi dietro gli usci delle stanze, potrebbe aggirarsi qua nel
giardino, nascondendosi dietro gli alberi. Ma capirà che sarà difficile trovare
una bambina che faccia bene la scena con lei, quando le mostra i fiorellini.
(Rivolgendosi
al Giovinetto): Venga, venga avanti lei, piuttosto! Vediamo di concretare un
po'!
(E
poiché il ragazzo non si muove): Avanti, avanti!
(Poi,
tirandolo avanti, cercando di fargli tener ritto il capo che ogni volta ricasca
giù): Ah, dico, un bel guajo, anche questo ragazzo...Ma com'è? ...Dio mio,
bisognerebbe pure che qualche cosa dicesse...
(Gli
s'appresserà, gli poserà una mano sulla spalla, lo condurrà dietro allo spezzato
d'alberi). Venga, venga un po': mi faccia vedere! Si nasconda un po'
qua...Così... Si provi a sporgere un po' il capo, a spiare...
(Si
scosterà per vedere l'effetto: e appena il Giovinetto eseguirà l'azione tra lo
sgomento degli attori che resteranno impressionatissimi): Ah,
benissimo...benissimo...
(Rivolgendosi
alla figliastra): E dico, se la bambina, sorprendendolo così a spiare,
accorresse a lui e gli cavasse di bocca almeno qualche parola?
La figliastra (sorgendo in piedi): Non speri che parli, finché c'è
quello lì! (Indicherà il figlio). Bisognerebbe che lei mandasse via,
prima, quello lì.
Il
figlio (avviandosi risoluto verso una delle due scalette): Ma
prontissimo! Felicissimo! Non chiedo di meglio!
Il
capocomico (subito trattenendolo): No! Dove va? Aspetti!
La
madre si alzerà sgomenta, angosciata dal pensiero che egli se ne vada davvero, e
istintivamente leverà le braccia quasi per trattenerlo, pur senza muoversi dal
suo posto.
Il
figlio (arrivando alla ribalta, al capocomico che lo tratterrà): Non
ho proprio nulla, io, da far qui! Me ne lasci andare, la prego! Me ne lasci
andare!
Il
capocomico: Come non ha nulla da fare?
La
figliastra (placidamente, con ironia): Ma non lo trattenga! Non se ne
va!
Il
padre: Deve rappresentare la terribile scena del giardino con sua madre!
Il
figlio (subito, risoluto, fieramente): Io non rappresento nulla! E
l'ho dichiarato fin da principio!
(Al
capocomico): Me ne lasci andare!
La
figliastra (accorrendo, al capocomico): Permette, signore?
(Gli
farà abbassare le braccia, con cui trattiene il figlio.)
Lo lasci!
(Poi, rivolgendosi a lui, appena il capocomico lo avrà lasciato): Ebbene,
vattene! -
Il
figlio resterà proteso verso la scaletta, ma, come legato da un potere occulto,
non potrà scenderne gli scalini; poi, tra lo stupore e lo sgomento ansioso degli
attori, si moverà lentamente lungo la ribalta, diretto all'altra scaletta del
palcoscenico; ma giuntovi, resterà anche lì proteso, senza poter discendere.
La
figliastra, che lo avrà seguito con gli occhi in atteggiamento di sfida,
scoppierà a ridere.
La
figliastra: - Non può, vede? non può! Deve restar qui, per forza, legato
alla catena, indissolubilmente. Ma se io che prendo il volo, signore, quando
accade ciò che deve accadere - proprio per l'odio che sento per lui, proprio per
non vedermelo più davanti - ebbene, se io sono ancora qua, e sopporto la sua
vista e la sua compagnia - si figuri se può andarsene via lui che deve, deve
restar qua veramente con questo suo bel padre, e quella madre là, senza più
altri figli che lui...
(Rivolgendosi
alla madre): - E su, su, mamma! Vieni...
(Rivolgendosi
al capocomico per indicargliela): - Guardi, s'era alzata, s'era alzata per
trattenerlo...
(Alla
madre, quasi attirandola per virtù magica): - Vieni, Vieni...
(Poi
al capocomico): - Immagini che cuore può aver lei di mostrare qua ai suoi
attori quello che prova; ma è tanta la brama d'accostarsi a lui, che - eccola -
vede? è disposta a vivere la sua scena!
Difatti la madre si sarà accostata, e appena la figliastra finirà di proferire
le ultime parole, aprirà le braccia per significare che acconsente.
Il
figlio (subito): Ah, ma io no! Io no! Se non me ne posso andare,
resterò qua; ma le ripeto che io non rappresento nulla!
Il
padre (al capocomico, fremendo): Lei lo può costringere, signore!
Il
figlio: Non può costringermi nessuno!
Il
padre: Ti costringerò io!
La
figliastra: Aspettate! Aspettate! Prima, la bambina alla vasca!
(Correrà
a prendere la Bambina, si piegherà sulle gambe davanti a lei, le prenderà la
faccina tra le mani). Povero amorino mio, tu guardi smarrita, con codesti
occhioni belli: chi sa dove ti par d'essere! Siamo su un palcoscenico, cara! Che
cos'è un palcoscenico? Ma, vedi? un luogo dove si giuoca a far sul serio. Ci si
fa la commedia. E noi faremo ora la commedia. Sul serio, sai! Anche tu...
(L'abbraccerà,
stringendosela sul seno e dondolandosi un po'). Oh amorino mio, amorino mio,
che brutta commedia farai tu! che cosa orribile è stata pensata per te! Il
giardino, la vasca...Eh, finta, si sa! Il guajo è questo, carina: che è tutto
finto, qua! Ah, ma già forse a te bambina, piace più una vasca finta che una
vera; per poterci giocare, eh? Ma no, sarà per gli altri un gioco; non per te,
purtroppo, che sei vera, amorino, e che giochi per davvero in una vasca vera,
bella, grande, verde, con tanti bambù che vi fanno l'ombra, specchiandovisi, e
tante tante anatrelle che vi nuotano sopra, rompendo quest'ombra. Tu la vuoi
acchiappare, una di queste anatrelle..
(Con
un urlo che riempie tutti di sgomento): no, Rosetta mia, no! La mamma non
bada a te, per quella canaglia di figlio là! Io sono con tutti i miei diavoli in
testa...E quello lì...
(Lascerà
la Bambina e si rivolgerà col solito piglio al Giovinetto): Che stai a far
qui, sempre con codest'aria di mendico? Sarà anche per causa tua, se quella
piccina affoga: per codesto tuo star così, come se io facendovi entrare in casa
non avessi pagato per tutti!
(Afferrandogli
un braccio per forzarlo a cacciar fuori dalla tasca una mano): Che hai lì?
Che nascondi? Fuori, fuori questa mano!
(Gli
strapperà la mano dalla tasca e, tra l'orrore di tutti, scoprirà ch'essa impugna
una rivoltella. Lo mirerà un po' come soddisfatta: poi dirà, cupa): Ah!
Dove, come te la sei procurata?
(E
poiché il Giovinetto, sbigottito, sempre con gli occhi sbarrati e vani, non
risponderà): Sciocco, in te, invece d'ammazzarmi, io, avrei ammazzato uno di
quei due; o tutti e due: il padre e il figlio!
Lo
ricaccerà dietro al cipressetto da cui stava a spiare; poi prenderà la Bambina e
la calerà dentro la vasca, mettendovela a giacere in modo che resti nascosta;
infine, si accascerà lì, col volto tra le braccia appoggiate all'orlo della
vasca.
Il
capocomico: Benissimo!
(Rivolgendosi
al figlio): E contemporaneamente...
Il
figlio (con sdegno): Ma che contemporaneamente! Non è vero, signore!
Non c'è stata nessuna scena fra me e lei! (Indicherà la madre). Se lo
faccia dire da lei stessa, come è stato.
Intanto la Seconda Donna e l'Attor Giovane si saranno staccati dal gruppo degli
attori e l'una si sarà messa a osservare con molta attenzione la madre che le
starà di fronte, e l'altro il figlio, per poterne poi rifare le parti.
La
madre: Sì, è vero, signore! Io ero entrata nella sua camera.
Il figlio: Nella mia camera, ha inteso? Non nel giardino!
Il
capocomico: Ma questo non ha importanza! Bisogna raggruppar l'azione, ho
detto!
Il
figlio (scorrendo l'Attor Giovane che l'osserva): Che cosa vuol lei?
L'attor giovane: Niente; la osservo.
Il
figlio (voltandosi dall'altra parte, alla Seconda Donna): Ah - e qua
c'è lei? Per rifar la sua parte? (Indicherà la madre).
Il
capocomico: Per l'appunto! Per l'appunto! E dovrebbe esser grato, mi sembra,
di questa loro attenzione!
Il
figlio: Ah, si! Grazie! Ma non ha ancora compreso che questa commedia lei
non la può fare! Noi non siamo mica dentro di lei, e i suoi attori stanno a
guardarci da fuori. Le par possibile che si viva davanti a uno specchio che, per
di più, non contento d'agghiacciarci con l'immagine della nostra stessa
espressione, ce la ridà come una smorfia irriconoscibile di noi stessi?
Il padre: Questo è vero! Questo è vero! Se ne persuada!
Il
capocomico (all'Attor Giovane e alla Seconda Donna): Va bene, si
levino davanti!
Il
figlio: È inutile! Io non mi presto.
Il
capocomico: Si stia zitto, adesso, e mi lasci sentir sua madre! (Alla
madre): Ebbene? Era entrata?
La
madre: Sissignore, nella sua camera, non potendone più. Per votarmi il cuore
di tutta l'angoscia che m'opprime. Ma appena lui mi vide entrare -
Il
figlio: - nessuna scena! Me ne andai; me n'andai per non fare una scena.
Perché non ho mai fatto scene, io; ha capito?
La
madre: È vero! È così. È così!
Il
capocomico: Ma ora bisogna pur farla questa scena tra lei e lui! È
indispensabile!
La
madre: Per me, signore, io sono qua! Magari mi desse lei il modo di potergli
parlare un momento, di potergli dire tutto quello che mi sta nel cuore.
Il
padre (appressandosi al figlio, violentissimo): Tu la farai! per tua
madre! per tua madre!
Il
figlio (più che risoluto): Non faccio nulla!
Il
padre (afferrandolo per il petto, e scrollandolo): Per Dio,
obbedisci! Obbedisci! Non senti come ti parla! Non hai viscere di figlio?
Il
figlio (afferrandolo anche lui): No! No! e finiscila una buona volta!
Costernazione generale.
La
madre, spaventata, cercherà di interporsi, di separarli.
La
madre (c.s.): Per carità! Per carità!
Il
padre (senza lasciarlo): Devi obbedire! Devi obbedire!
Il
figlio (colluttando con lui e alla fine buttandolo a terra presso la
scaletta, tra l'orrore di tutti): Ma che cos'è codesta frenesia che t'ha
preso? Non ha ritegno di portare davanti a tutti la sua vergogna e la nostra! Io
non mi presto! non mi presto! E interpreto così la volontà di chi non volle
portarci sulla scena!
Il
capocomico: Ma se ci siete venuti!
Il
figlio (additando il padre): Lui, non io!
Il
capocomico: E non è qua anche lei?
Il
figlio: C'è voluto venir lui, trascinandoci tutti e prestandosi anche a
combinare di là insieme con lei non solo quello che è realmente avvenuto; ma
come se non bastasse, anche quello che non c'è stato!
Il
capocomico: Ma dica, dica lei almeno che cosa c'è stato! Lo dica a me! Se
n'è uscito dalla sua camera, senza dir nulla?
Il
figlio (dopo un momento d'esitazione): Nulla. Proprio, per non fare
una scena!
Il
capocomico (incitandolo): Ebbene, e poi? che ha fatto?
Il
figlio (tra l'angosciosa attenzione di tutti, muovendo alcuni passi sul
palcoscenico): Nulla...Attraversando il giardino...
S'interromperà, fosco, assorto.
Il
capocomico (spingendolo sempre più a dire, impressionato dal ritegno di
lui): Ebbene? attraversando il giardino?
Il
figlio (esasperato, nascondendo il volto con un braccio): Ma perché
mi vuol far dire, signore? È orribile!
La
madre tremerà tutta, con gemiti soffocati, guardando verso la vasca.
Il
capocomico (piano, notando quello sguardo, si rivolgerà al figlio con
crescente apprensione): La bambina?
Il
figlio (guardando davanti a sè, nella sala): Là, nella vasca...
Il
padre (a terra, indicando pietosamente la madre): E lei lo seguiva,
signore!
Il
capocomico (al figlio, con ansia): E allora, lei?
Il
figlio (lentamente, sempre guardando davanti a sè). Accorsi; mi
precipitai per ripescarla... Ma a un tratto m'arrestai, perché dietro quegli
alberi vidi una cosa che mi gelò: il ragazzo, il ragazzo che se ne stava lì
fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la sorellina affogata. -
La
figliastra, rimasta curva presso la vasca a nascondere la Bambina, risponderà
come un'eco dal fondo, singhiozzando perdutamente.
Pausa.
-
Feci per accostarmi; e allora...
Rintronerà dietro gli alberi, dove il Giovinetto è rimasto nascosto, un colpo di
rivoltella.
La
madre (con un grido straziante, accorrendo col figlio e con tutti gli
attori in mezzo al subbuglio generale): figlio! figlio mio!
(E
poi, fra la confusione e le grida sconnesse degli altri): Ajuto! Ajuto!
Il capocomico (tra le grida, cercando di farsi largo, mentre il
Giovinetto sarà sollevato da capo e da piedi e trasportato via, dietro la tenda
bianca): S'è ferito? s'è ferito davvero?
Tutti, tranne il capocomico e il padre, rimasto per terra presso la scaletta,
saranno scomparsi dietro il fondalino abbassato, che fa da cielo, e vi
resteranno un po' parlottando angosciosamente, poi, da una parte e dall'altra di
esso, rientreranno in iscena gli attori.
La
prima attrice (rientrando da destra, addolorata): È morto! Povero
ragazzo! È morto! Oh che cosa!
Il primo attore (rientrando da sinistra, ridendo): Ma che morto!
Finzione! finzione! Non ci creda!
Altri attori da destra: Finzione? Realtà! realtà! È morto!
Altri attori da sinistra: No! Finzione! Finzione!
Il
padre (levandosi e gridando tra loro): Ma che finzione! Realtà,
realtà, signori! realtà!
E
scomparirà anche lui, disperatamente, dietro il fondalino.
Il
capocomico (non potendone più): Finzione! realtà! Andate al diavolo
tutti quanti! Luce! Luce! Luce! -
D'un tratto, tutto il palcoscenico e tutta la sala del teatro sfolgoreranno di
vivissima luce.
Il
capocomico rifiaterà come liberato da un incubo, e tutti si guarderanno negli
occhi, sospesi e smarriti.
Il
capocomico: - Ah! Non m'era mai capitata una cosa simile! Mi hanno
fatto perdere una giornata!
(Guarderà
l'orologio). Andate, andate! Che volete più fare adesso? Troppo tardi per
ripigliare la prova. A questa sera!
(E
appena gli attori se ne saranno andati, salutandolo): Ehi, elettricista,
spegni tutto!
(Non
avrà finito di dirlo, che il teatro piomberà per un attimo nella più fitta
oscurità). Eh, perdio! Lasciami almeno accesa una lampadina, per vedere dove
metto i piedi!
Subito, dietro il fondalino, come per uno sbaglio d'attacco, s'accenderà un
riflettore verde, che proietterà, grandi e spiccate, le ombre dei Personaggi,
meno il Giovinetto e la Bambina.
Il
capocomico, vedendole, schizzerà via dal palcoscenico, atterrito.
Contemporaneamente si spegnerà il riflettore dietro il fondalino, e si rifarà
sul palcoscenico il notturno azzurro di prima.
Lentamente, dal lato destro della tela verrà prima avanti il figlio, seguito
dalla madre con le braccia protese verso di lui; poi dal lato sinistro il padre.
Si fermeranno a metà del palcoscenico, rimanendo lì come forme trasognate.
Verrà fuori, ultima, da sinistra, la figliastra che correrà verso una delle
scalette; sul primo scalino si fermerà un momento a guardare gli altri tre e
scoppierà in una stridula risata, precipitandosi poi giù per la scaletta;
correrà attraverso il corridojo tra le poltrone; si fermerà ancora una volta e
di nuovo riderà, guardando i tre rimasti lassù; scomparirà dalla sala, e ancora,
dal ridotto, se ne udrà la risata.
Poco dopo calerà la
Tela
Se vuoi
contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole essere
citati a
pirandelloweb@gmail.com
If you want to
contribute, send your material, specifying if and how to be named at
pirandelloweb@gmail.com
Il contenuto di queste pagine
proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui
abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e
relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti
inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro
materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.
|