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COMMEDIA IN TRE ATTI

 

 

FONTE Novelle «Personaggi» (1906) - «La tragedia di un personaggio» (1911) - «Colloqui coi personaggi» (1915)

STESURA ottobre 1920 - gennaio 1921

PRIMA RAPPRESENTAZIONE 10 maggio 1921  - Roma, Teatro Valle, Compagnia Dario Niccodemi, interpreti Vera Vergani e Luigi Almirante.

 

In questa pagina:

Introduzione e trama (da Opere Letterarie del 900 Italiano)

Introduzione 2 - «Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro» pirandelliano (da Foglidarte.it)

Articolo - Quando i personaggi si dimostrano più veri delle persone reali di Riccardo Mainetti

Articolo - "E Hollywood disse: i " Sei personaggi " non vanno al cinema - dal Corriere della sera del 9 dicembre 1996

Analisi grafica - L'identità irrapresentabile del personaggio (da Valsesia scuole)

Prefazione di Luigi Pirandello ai Sei personaggi - Rivista Comoedia, gennaio 1925 (da Biblioteca dei Classici Italiani)

 

Approfondimenti nel sito:

Sez. Tematiche - Andrea Camilleri - Biografia del figlio cambiato: Il Padre nei Sei personaggi e il padre di Pirandello

Sez. Tematiche - Pirandello e Artaud. Una nota

Sez. Novelle - Personaggi (raccolta Appendice Novelle per un anno)

Sez. Novelle - La tragedia di un personaggio (raccolta L'uomo solo)

Sez. Novelle - Colloqui coi personaggi (raccolta Appendice Novelle per un anno)

Sez. Video - Sei personaggi in cerca d'autore - Con Romolo Valli, Rossella Falk

 

 

INTRODUZIONE E TRAMA

 

Scritto alla fine del 1920, fu rappresentato per la prima volta il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma, ad opera della Compagnia di Dario Niccodemi, dove ebbe un esito tempestoso. Molti spettatori contestarono la rappresentazione al grido di "Manicomio! Manicomio!". Fu importante, per il successivo successo di questo dramma, la terza edizione, del 1925, in cui l'autore aggiunse una prefazione nella quale chiariva la genesi, gli intenti e le tematiche fondamentali del dramma.
È considerata la prima opera della trilogia del teatro nel teatro, comprendente Questa sera si recita a soggetto e Ciascuno a suo modo.

da Opere Letterarie del 900 Italiano

I precedenti narrativi della commedia sono riconducibili a due novelle, La tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi personaggi (1915); ma la fonte diretta è l'abbozzo di un romanzo, appena un paio di pagine, pervenuto in un "foglietto" databile al 1910-12. La prima rappresentazione romana (9 maggio 1921), ad opera della Compagnia di Dario Niccodemi, ebbe un esito tempestoso. La prima edizione di Sei personaggi in cerca d'autore. Commedia da fare, figura in Maschere nude. Teatro di Luigi Pirandello; fondamentale la quarta edizione del 1925, «riveduta e corretta con l'aggiunta di una prefazione».
Nella «Prefazione» del 1925 l'autore spiega così la genesi della commedia: «Posso soltanto dire che, senza sapere d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere. E allora, ecco, lasciamoli andare dove son soliti d'andare i personaggi drammatici per aver vita: su un palcoscenico».

 

 

Il palcoscenico, che gli spettatori trovano entrando in teatro, si mostra con il sipario alzato, «senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto». Due scalette ai lati lo mettono in comunicazione con la sala. È in programma la prova mattutina del Giuoco delle parti di Pirandello. Arrivano il Direttore-Capocomico e, alla spicciolata, gli Attori; ultima, attesa e bizzosa, la Prima Attrice. Inizia la prova. L'usciere del teatro viene intanto ad annunciare al Direttore l'arrivo dei Sei Personaggi che dal fondo della sala, percorrendo il corridoio fra le poltrone, raggiungono il palcoscenico. Sono: il Padre sulla cinquantina; la Madre «velata da un fitto crespo vedovile»; la Figliastra diciottenne, «spavalda, quasi impudente»; uno «squallido Giovinetto di quattordici anni»; una «Bambina di circa quattro anni»; e «il Figlio, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un'accigliata indifferenza per la Madre». Il Padre, che si fa portavoce del gruppo, dice, fra l'incredulità generale, che, gravati da «un dramma doloroso», essi sono personaggi in cerca d'autore. «Nel senso, veda», precisa al Capocomico, «che l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non poté materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più!».
Rifiutati dall'autore, i personaggi propongono al Capocomico una «commedia da fare» , con un testo da concertare insieme sul dramma che urge dentro di loro. Così il Padre e la Figliastra cominciano a rivivere, sopraffacendosi reciprocamente, i passaggi dolorosi della vicenda che ha segnato le loro vite negate al mondo dell'arte.

Dalle nozze fra il Padre e la Madre era nato il Figlio presto affidato a una balia di campagna. Il Padre, «uomo tormentato e tormentatore» aveva intanto notato una silenziosa intesa tra la moglie e il suo segretario e, preso dal «Dèmone dell'Esperimento» (annota con ironia il Figlio), aveva incoraggiato la loro unione. Dal nuovo legame erano nati la Figliastra, e poi il Giovinetto e la Bambina. Il Padre si era interessato «con una incredibile tenerezza della nuova famigliuola», finché non si era trasferita in un altro paese; in particolare aveva seguito la crescita della Figliastra, attendendola spesso all'uscita della scuola. Morto il compagno, la Madre era ritornata al paese d'origine con i tre figli e, per provvedere al loro sostentamento, si era adattata a fare lavori di cucito per Madama Pace, una «sarta fina», il cui atelier copriva in realtà l'esercizio di una casa d'appuntamenti. La consegna dei lavori era affidata alla Figliastra, che per la sua giovane età era stata adocchiata da Madama Pace, la quale, trovando sempre da lamentarsi della qualità del lavoro, riduceva il pagamento in modo da costringere la ragazza a integrarlo concedendosi ai clienti. Un giorno, «condotto dalla miseria della sua carne ancora viva», il Padre capita nell'atelier di Madama Pace; ma, proprio quando sta per compiersi l'«incesto» con la Figliastra, nella camera irrompe con un grido la Madre. Dopo quel momento la famiglia si ricompone nella casa del Padre in un'atmosfera di tensioni incrociate e laceranti, con il Figlio legittimo che considera gli altri degli intrusi, compresa la Madre che non ha mai conosciuto. Presi dalle reciproche recriminazioni, gli adulti finiscono per trascurare il Giovanetto e la Bambina.

La vicenda dei Sei Personaggi suscita vivo interesse nel Capocomico, che accetta la proposta del Padre di stendere una traccia per la prova degli Attori a cui vengono subito assegnate le parti. I Personaggi però non si riconoscono negli Attori che dovranno interpretarli. Un problema viene intanto sollevato dal Capocomico: l'assenza di Madama Pace, personaggio determinante per la scena dell'atelier. Il Padre offre la soluzione: si appendano agli attaccapanni di scena i cappellini e i mantelli delle attrici affinché, «attratta dagli oggetti stessi del suo commercio», la maitresse compaia. Infatti, come evocata, appare Madama Pace «megera d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola». A questa apparizione gli Attori e il Capocomico schizzano via dal palcoscenico per la scaletta laterale «con un urlo di spavento». Ed ecco che, per prodigio d'arte, la Figliastra riconosce Madama Pace, le si accosta e con lei inizia sottovoce la scena in cui la maitresse le annuncia, in una buffa parlata mezzo spagnola e mezzo italiana, che un «vièchio senor» vuole «amusarse» con lei. Seguono l'entrata del Padre nella camera e il dialogo con la Figliastra, intonato a melliflua galanteria da una parte e nausea sdegnosa dall'altra. Il Capocomico, convinto dell'effetto, vuole subito far provare la scena agli Attori, ma la loro interpretazione, artificiosa e banale, provoca una fragorosa risata della Figliastra che non vi si riconosce, sicché il Capocomico consente che siano intanto i Personaggi a interpretare se stessi. La scena tra la Figliastra e il Padre riprende fino all'arrivo della Madre e alla violenta interruzione prodotta dal suo grido straziato. «Effetto sicuro!», garantisce il Capocomico entusiasta. Per provare la scena finale, viene allestito sommariamente l'ambiente di un giardino con una piccola vasca e due cipressetti contro un fondalino bianco. Nel giardino il Capocomico vorrebbe inserire una scena d'effetto fra la Madre e il Figlio, ma questi rifiuta con sdegno perché nella realtà non c'è stata alcuna scena tra loro. E' vero però che la Madre, entrata nella sua camera, aveva cercato, come sempre, ma inutilmente, un dialogo con lui, che per sfuggirle era uscito in giardino. E qui, con orrore, aveva visto nella vasca la bambina annegata, e mentre si precipitava per ripescarla, aveva scorto dietro gli alberi «il ragazzo che se ne stava lì fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la sorellina affogata». A questo punto sul palcoscenico, come allora nella realtà, dietro lo «spezzato d'alberi» dove il Giovinetto stava nascosto stringendo qualcosa nella tasca, rintrona un colpo di rivoltella a cui segue il grido straziante della Madre. Nello sconcerto degli Attori, che non sanno se il ragazzo sia morto veramente, se sia finzione o realtà, il Padre grida: «Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!». A questo punto il Capocomico, indispettito per la giornata perduta, licenzia tutti e ordina a un elettricista di spegnere le luci, ma dietro il fondalino, come per errore, si accende un riflettore verde, che proietta le ombre dei Personaggi, meno quelle del Giovinetto e della Bambina. Vedendole, il Capocomico fugge dal palcoscenico, atterrito. Spento il riflettore, il Figlio, la Madre e il Padre escono dal fondalino e si fermano in mezzo alla scena «come forme trasognate». Esce per ultima la Figliastra, la quale, ripetendo la sua scelta di perdizione, corre verso una delle scalette, si arresta un momento a guardare gli altri e con una stridula risata scompare dalla sala.



Nella «Prefazione» apposta all'edizione del 1925 Pirandello fornisce un'interpretazione d'autore della commedia, chiarendone la genesi, gli intenti, le fondamentali tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che intercorrono fra loro. Così scrive: «Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l'autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati». Pirandello, che aveva rifiutato il vissuto dei personaggi da lui concepiti, cioè la loro ragion d'essere drammatica, ne ha loro attribuita un'altra che essi non sospettano neppure, quella appunto di «essere in cerca d'autore». Personaggi rifiutati, ma non abbandonati dall'autore che ha sofferto con loro «l'inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole; la molteplice personalità d'ognuno secondo tutte le possibilità d'essere che si trovano in ciascuno di noi; e infine il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la l'orma che la fissa, immutabile». Li ha seguiti quei personaggi, «a loro insaputa», nel vano tentativo di rappresentarsi, intervenendo nel nodo cruciale dell'improvvisa apparizione di Madama Pace che poteva nascere «a quel modo soltanto nella fantasia del poeta, non certo sulle tavole d'un palcoscenico». Infatti l'Autore ha cambiato inavvertitamente la scena sotto gli occhi degli spettatori, mostrando su quello stesso palcoscenico la sua fantasia «in atto di creare». L'importanza dell'atto creativo di questo testo, il più originale e carico di futuro, non solo del teatro di Pirandello ma di tutto il teatro del Novecento, è stata peraltro riconosciuta dal pubblico e dalla critica, da Tilgher a Artaud e a Silvio d'Amico, da Macchia a Leone de Castris e a Borsellino.

Dopo la tumultuosa prima al Teatro Valle di Roma, con Luigi Almirante nel ruolo del Padre e Vera Vergani in quello della Figliastra (in cui gli spettatori contrari inveirono gridando «Manicomio! Manicomio!»), la commedia fu ripresa a Milano, al Teatro Manzoni, il 27 settembre 1921. L'anno seguente, fu allestita a Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a New York al Princess Theatre (a cura di Brock Pemberton); nel 1923 fu rappresentata a Parigi, alla Comédie des Champs-Elysées, da Georges Pitóeff, nella traduzione di Benjamin Crémieux; nel 1924 a Berlino, al Komódie Theater, da Max Reinhardt. L'allestimento parigino di Pitóeff, alla cui prova generale era presente l'autore, doveva risultare illuminante per la riscrittura dei Sei personaggi che Pirandello propose nella messinscena del suo Teatro d'Arte all'Odescalchi di Roma, il 18 maggio 1925, con Lamberto Picasso (il Padre), Marta Abba (la Figliastra) e Gino Cervi (il Figlio). Alla stagione 1963-64 risale la produzione della Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo, con Romolo Valli (il Padre) e Rossella Falk (la Figliastra). Dalla commedia Pirandello ricavò, con Adolf Lantz uno scenario cinematografico mai realizzato. Denis Johnston ne trasse un libretto per l'opera in tre atti musicata da Hugo Weisgall, rappresentata a New York, City Center, il 26 aprile 1959.

 

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Introduzione 2 - «Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro» pirandelliano

 

dal Blog Fogli d'Arte

«Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro» pirandelliano   Uno dei testi più prestigiosi della tradizione teatrale italiana. Un dramma che contiene in sé tutte le future evoluzioni e trasformazioni della drammaturgia e della ricerca contemporanea. Uno spettacolo che raffigura una metafora insuperabile della condizione dell'uomo moderno, in bilico tra realtà e apparenza, verità e finzione. Un racconto di come vita e teatro possano incontrarsi su un palco, creando un magico e misterioso cortocircuito. Tutto questo è Sei personaggi in cerca d'autore (1921), prima opera della trilogia pirandelliana del «teatro nel teatro» (detto anche «metateatro»), completata da Ciascuno a modo suo (1924) e Questa sera si recita a soggetto (1928-1929).
I precedenti narrativi di questo componimento teatrale, tra i più rappresentati e amati dal pubblico, sono da ricondurre alle novelle Personaggi (1906), Tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi personaggi (1915); la fonte diretta è, però, l’abbozzo di un romanzo, appena due pagine pervenute in foglietto, databile al 1910-‘12. Nasce così in Luigi Pirandello l’idea di mettere in scena il meccanismo della creazione artistica nel momento e nell’atto del proprio farsi, la volontà di raccontare il passaggio dalla persona al personaggio. E’ rottura con la struttura tradizionale del dramma, con gli schemi correnti: quello decadente e accentuatamente simbolista di Gabriele D’Annunzio, quello verista di Giovanni Verga e Giuseppe Giocosa, ma anche quello crepuscolare di Ercole Luigi Morselli e quello grottesco di Rosso di San Secondo. L’innovazione non viene immediatamente compresa né dal pubblico né dalla critica: la prima nazionale dello spettacolo, tenutasi il 9 maggio 1921 al teatro Valle di Roma, con la compagnia di Dario Niccodemi, (tra i protagonisti ci sono Vera Vergani e Luigi Almirante), viene accolta al grido di «Manicomio, manicomio!». Lo shock prodotto negli spettatori è tale che l’autore, all’uscita del teatro, viene investito da una baraonda di proteste e urla: alcuni gli gridano «Buf-fo-ne! Buf-fo-ne!», altri gli danno del «criminale». Come spesso accade nel mondo della drammaturgia e, soprattutto, dell’opera lirica, il successo arriva solo con la seconda replica, tenutasi il 27 settembre dello stesso anno al teatro Manzoni di Milano, sempre per iniziativa della compagnia di Dario Niccodemi. Da allora i Sei personaggi in cerca d’autore esibiscono senza sosta il loro fascino sottile e originale, attestandosi come uno tra gli spettacoli più rappresentati e amati dal pubblico di tutto il mondo.
Il testo viene tradotto presto in varie lingue: nel 1922 è già sul palco a Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a New York al Princess (per iniziativa di Brock Pemberton); nel 1923 è la volta di Parigi, dove lo spettacolo è rappresentato alla Comédie des Champs-Elysées, per la regia di Georges Pitóeff (una regia, questa, che rimarrà nella storia del teatro per l’arrivo dei «sei personaggi» con il montacarichi di servizio, avvolti da una luce verdastra e totalmente vestiti di nero). Nel 1924 gli applausi arrivano da Vienna, con la messa in scena di Rudolf Beer al Raimund Theater, e da Berlino, dove a cimentarsi con l’allestimento del testo pirandelliano è Max Reinhardt al Komódie. Dall’anno dopo è la stesura della prefazione, pubblicata nella quarta edizione del testo; qui lo scrittore agrigentino fornisce un'interpretazione d'autore del dramma, chiarendone la genesi, gli intenti, le fondamentali tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che intercorrono fra loro. Questo scritto è importante per la ripresa dello spettacolo sulle scene romane (ripresa nella quale si trova anche un nuovo finale, quello ancor’oggi rappresentato): il 18 maggio 1925 il capolavoro pirandelliano ritorna, infatti, nella «Città eterna», questa volta al teatro Odescalchi, in un allestimento che vede in scena Lamberto Picasso, Marta Abba e Mario Cervi. E’ la consacrazione definitiva e i Sei personaggi in cerca d’autore diventano anche una storia di registi e di attori: a farsi ammaliare dal testo sono Guido Salvini, Orazio Costa, Giorgio De Lullo, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Strehler e Giulio Bosetti, da un lato; Vera Vergani, Lina Satri, Rossella Falk, Romano Valli, Sergio Tofano e Antonio Salines dall’altro, solo per fare qualche nome.
La piéce pirandelliana affascina, però, anche fuori dai confini strettamente teatrali: ne nascono un soggetto cinematografico (mai realizzato), scritto dallo stesso Pirandello con Adolf Lantz, e un’opera lirica in tre atti, rappresentata a New York il 26 aprile 1959, con libretto di Denis Johnston e musica di Hugo Weisgall.
Ma che cosa ha reso questo lavoro una delle pietre miliari del nostro teatro? La trama non ha, in realtà, caratteristiche particolari; ha accenti da feuilleton borghese familiare, da romanzo d’appendice. Sulle tavole di un palcoscenico, dove si stanno facendo le prove del dramma pirandelliano Il gioco delle parti, si presenta una tormentata famiglia, composta da un padre, una madre, un figlio, una figliastra, un giovinetto e una bambina. Questi personaggi chiedono al capocomico e agli attori di mettere in scena la loro fosca e intricata vicenda, intessuta di tradimenti, abbandoni, riconciliazioni, sofferenza, desideri di vendetta, fino al tragico epilogo finale: la morte di due membri della famiglia. Ciò che colpisce l’attenzione dello spettatore non è, dunque, l’intreccio della storia, fitta di luoghi comuni, quanto le illuminazioni metateatrali pirandelliane. Per usare le parole di Francesca Malara e Roberto Alonge nella Storia del teatro moderno e contemporaneo di Einaudi, lo scrittore agrigentino inizia con questo dramma il suo passaggio dal «teatro d’attore», tipico della tradizione ottocentesca, al «teatro di regia», caratteristico della nuova temperie novecentesca. L’enfasi declamatoria degli interpreti e gli intrecci leggeri e mondani di tradizione francese lasciano, dunque, spazio a un «teatro di idee», dove protagonista è la «vita nuda», cioè la vita senza la maschera dell’ipocrisia e delle convenzioni sociali. Un teatro nel quale un ruolo importante assume la figura del regista (allora ancora chiamato «capocomico»), sguardo esterno che dà una corretta lettura del testo, istradando in qualche modo un'autorizzata e privilegiata ipotesi di regia.
In Sei personaggi scompare l’usuale suddivisione in atti e in scene ed appare, per la prima volta nel teatro di Luigi Pirandello, l’eliminazione della «quarta parete» di diderotiana memoria, cioè della parete trasparente che sta tra attore e pubblico, tra palcoscenico e platea. Una innovazione, questa, memore di certe soluzioni futuriste e dadaiste, che troverà la sua massima espressione nella rappresentazione simultanea dello spettacolo Questa sera si recita a soggetto, altra occasione importante per fare il punto sulla drammaturgia contemporanea.
Con i Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, inizia, dunque, il suo rifiuto fermo e netto della «scatola teatrale» ottocentesca. Con questi personaggi «nati vivi», con la loro storia drammatica fatta di un tradimento e di un mancato incesto –una storia, questa, che sembra chiedere a gran voce di «entrare nel mondo dell’arte»- l’autore di Girgenti ci porta in un luogo fuori dal tempo. Racconta, per usare le parole di Enzo Lauretta in Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori chiave, «un dramma che si conclude con quello che i filosofi esistenziali chiamano uno «scacco», dopo il quale ai personaggi-fantasmi non rimane che l’informale, il nulla». Un dramma che è «illusione di realtà», dal momento che –afferma il Padre dei «sei personaggi», parafrasando quanto già scritto in Uno, nessuno e centomila- è commedia della vita che non conclude, perché se domani conclude –addio- è finita»

 

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Articolo - Quando i personaggi si dimostrano più veri delle persone reali

di Riccardo Mainetti

 

Per gentile concessione dell'autore

In attesa di potermi rileggere il testo teatrale questa sera ho deciso di godermi nuovamente lo spettacolo teatrale, in dvd, del dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” scritto da Luigi Pirandello; dramma che ebbi modo di vedere, per la prima volta, in teatro, al Teatro Carcano di Milano, quando frequentavo l’ultimo anno delle superiori e che poi, io acquistai, anni fa, allorquando uscirono in dvd alcuni spettacoli di Pirandello, in dvd appunto.

In un teatro non bene identificato e, del resto, poco importa di quale teatro, in particolare, si tratti, una compagnia, anche qui non ben identificata, si sta preparando a provare la commedia di Luigi Pirandello intitolata “Il giuoco delle parti”.

Sul palcoscenico vanno in scena le piccole scenette della vita quotidiana di una compagnia di teatro, chi arriva in ritardo, chi deve ripassare le parti che faticano ad entrargli in testa, chi, con sufficienza, si pone a confronto con gli componenti della compagnia, e così via.

Quando, dopo tutti gli intoppi, piccoli e grandi, la compagnia è ormai pronta a cominciare, anzi comincia, la prova della commedia pirandelliana ecco che sulla scena compaiono sei personaggi che paiono, o forse sono, sbucati dal nulla. Alla normale, quasi scontata direi, domanda del capocomico su chi siano, quello che tra i sei veste i panni del Padre rivela che essi sono personaggi.

Sì, personaggi, “vivi e reali” ai quali l’autore, dopo aver dato loro la vita ideandoli, non ha però poi avuto il coraggio o la forza di permetter loro di mettere in scena il loro dramma personale.

Immaginatevi la sorpresa, l’ilarità in certi casi, della compagnia di attori a vedersi piombare lì, in scena, così, all’improvviso, quei sei strani figuri che dicono, anzi pretendono, di essere dei personaggi e di essere più veri e reali degli attori stessi.

È infatti sempre il Padre, ad un certo punto, che, rivolto al capocomico poi assurto al rango di autore, dichiara che sì, è vero, loro, in quanto personaggi, creati da un autore, con un’esistenza prefissata, una vita stabilita e scritta sulla carta, sono più reali di qualunque persona reale, financo il loro autore, che gode in una vita che può cangiare di giorno in giorno.

I sei personaggi riescono ad intrigare con la propria vicenda il capocomico il quale decide di accettare il ruolo di loro autore e mette in scena, o meglio permette loro di mettere in scena, il dramma del quale essi sono portatori.

E la storia comincia a dipanarsi e, nel corso del primo atto, fa la sua comparsa, una comparsa breve e fugace il settimo dei sei personaggi, quello tra loro che non è in cerca di un autore ma che è il motore di tutto il primo atto: Madama Pace, una donna che, dietro la rispettabile facciata di un negozietto di sartoria, nasconde, nel retrobottega, la realtà di una “casa equivoca”.

Qui, nella stanza ubicata nel retrobottega del negozio di Madame Pace, si compie l’incontro, dopo tanti anni tra il Padre e la Figliastra; incontro che, per poco, proprio per pochissimo, non sfocia in qualcosa di molto più intimo.

Dopo questo incontro il Padre accetta di riportare sotto il proprio tetto la Figliastra, la Madre, colei che fu sua moglie, e i due figlioletti nati anch’essi dal secondo matrimonio di lei.

Questo improvviso piombare in casa di quei quattro “nuovi venuti” provoca la ribellione del Figlio Legittimo il quale, con sdegno, si rifiuta di insegnare la propria parte fino a che, costretto, non rivela quello a cui gli è capitato di assistere, e quello di cui è stato protagonista nel giardino della casa; il ritrovamento del corpo della sorellina annegata e il seguente suicidio del fratellino.

Dopo un vibrante battibecco, per così dire, tra il Padre e colui che, nella finzione scenica dovrebbe vestirne i panni, nel quale il secondo, non credendo alla morte del ragazzino, urla “Finzione!” ed il Padre che di rimando urla “Ma quale finzione? Realtà!” la scena si chiude con i sei personaggi, o meglio quelli che dei sei personaggi sopravvivono, lasciano la scena e il capocomico che, dopo aver constatato che oramai si è fatto tardi per le prove, dice alla compagnia di tornare in serata e, dopo aver ordinato il “Buio in sala!”, lascia a sua volta il teatro.

Sulla scena, ormai buia, il sipario si riapre sui sei personaggi, in ombra, che tornano, tutti, un’ultima volta alla ribalta per poi ritirarsi, a loro volta, dalla scena.

 

 

Articolo - "E Hollywood disse: i " Sei personaggi " non vanno al cinema

 

dal Corriere della sera del 9 dicembre 1996

Viene presentato oggi il testo inedito di una sceneggiatura scritta da Pirandello per un film mai girato. Con il drammaturgo nelle vesti di attore E Hollywood disse: i "Sei personaggi" non vanno al cinema "L' Autore e' nel suo studio, seduto dietro la scrivania. Egli da' al suo giovane segretario degli incartamenti e un pacco di carte. Poi si alza e si avvicina alla finestra, guarda fuori. Scende il crepuscolo sui palazzi che circondano quella vista tranquilla d' una grande citta' . L' Autore torna a guardare la stanza e la osserva piombato in una meditazione sempre piu' profonda. Poi si siede. La stanza si riempie di una nebbia, in cui si vedono emergere a poco a poco forme indistinte, ombre vaghe, cangianti e fantastiche. Esse si serrano attorno all' Autore e sembrano opprimerlo col peso di una tristezza vaga, d' una angoscia. L' Autore torna a sedersi alla sua scrivania, ovunque assediato da quegli spettri". Cosi' comincia una sceneggiatura che Luigi Pirandello scrisse a Berlino nel 1928, insieme allo scrittore espressionista Adolf Lantz, per trasformare i "Sei personaggi in cerca d' autore" in un film muto. Lo stesso Pirandello avrebbe dovuto interpretare per il grande schermo il personaggio dell' Autore. Il testo, di cui si erano perse le tracce, fu pubblicato nel 1930 in Germania e in Francia. Ma solo due annni piu' tardi il drammaturgo, sulla scia del successo che aveva avuto il film "Come tu mi vuoi" (tratto dalla commedia omonima e interpretato da Greta Garbo e Erich von Stroheim), tento' la strada di Hollywood, proponendo l' operazione alla Metro Goldwin Meyer con la regia di Irwing Talberg. Ma il film non fu mai realizzato. Cosi' come falli' un successivo tentativo: negli ultimi mesi del ' 35 Pirandello scrisse un altro trattamento dell' opera, stavolta in inglese con Saul Colin, destinato alla regia di Max Reinhardt. Ma in questo caso sopraggiunse la morte dello scrittore, avvenuta nel ' 36, a bloccare l' iniziativa. Degli intenti cinematografici di Pirandello, del suo amore - odio per il grande schermo, parlera' qusta sera lo scrittore e produttore Turi Vasile al Teatro Tordinona di Roma: "Ho ritrovato per caso la sceneggiatura. Pirandello viveva una contrastante attrazione - repulsione nei confronti di quella che definiva l' "arte muta". Ne era ossessionato, tanto che su questo tema scrisse i "Quaderni di Serafino Gubbio, operatore". Per quanto riguarda i "Sei personaggi", egli non intendeva portare al cinema la trama originale della commedia, ma spiegare, attraverso il linguaggio filmico, il segreto della nascita dei personaggi dalla fantasia dell' autore". Molte opere di Pirandello sono diventate film, ma per uno strano destino i "Sei personaggi", il dramma piu' famoso, non e' mai riuscito a varcare la soglia del grande schermo. Lo stesso Vasile, negli anni Sessanta, tento' la produzione cinematografica del testo: "Vittorio De Sica doveva curare la regia e Diego Fabbri la sceneggiatura. Ma la cecita' dei distributori non rese possibile l' operazione". Giuseppe Patroni Griffi come regista e Gabriele Lavia come interprete hanno recentemente affrontato l' opera in palcoscenico. Dice Patroni Griffi: "I film tratti dalle commedie di Pirandello non hanno mai avuto grande successo, non per colpa delle opere, ma per l' incapacita' di chi le ha realizzate. Bunuel sarebbe stato il regista piu' adatto a realizzare un film tratto dai "Sei personaggi". Osserva Lavia: "Spostando sul piano dell' immagine l' estetica pirandelliana, vedrei proprio i "personaggi" materializzarsi sullo schermo e poi uscire da esso per invadere la platea". Due famose "figliastre", protagoniste del dramma, sono state Rossella Falk e Monica Guerritore. Afferma la Falk: "Pirandello e' un autore che ha sempre spaventato per la sua complessita' intellettuale, forse per questo ha avuto un difficile dialogo con il pubblico cinematografico". Conclude la Guerritore: "Ora che ci penso, i "Sei personaggi" sono percorsi da una vena thrilling che funzionerebbe benissimo al cinema".*

Costantini Emilia


(9 dicembre 1996) - Corriere della Sera - Pagina 27

 

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Analisi grafica - L'identità irrapresentabile del personaggio

 

da Valsesia Scuole (link non più attivo)

La vicenda dei sei personaggi non può essere scritta e rappresentata poiché gli strumenti abituali di rappresentazione teatrale sono disadatti a tradurre autenticamente una realtà tanto crudele e psicologicamente oscura. Il copione, i ruoli degli attori la finzione scenica: tutto è troppo convenzionale. Questo dramma può solo essere rivissuto dall'interno dalla coscienza duramente segnata dei personaggi stessi ( idee tragiche di un'esistenza potenzialmente minacciosa per la buona coscienza borghese ). Il modo di rivivere tale vicenda può solo essere quella di un incubo surreale.

 

 

 

 

Indice opere teatrali


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Prefazione di Luigi Pirandello ai Sei personaggi - Rivista Comoedia, gennaio 1925

 

da Biblioteca dei Classici Italiani

 

È da tanti anni a servizio della mia arte (ma come fosse da jeri): una servetta sveltissima e non per tanto nuova sempre del mestiere. Si chiama Fantasia.
Un po' dispettosa e beffarda, se ha il gusto di vestir di nero, nessuno vorrà negare che non sia spesso alla bizzarra, e nessuno credere che faccia sempre e tutto sul serio a un modo solo. Si ficca una mano in tasca; ne cava un berretto a sonagli; se lo caccia in capo, rosso come una cresta, e scappa via. Oggi qua; domani là. E si diverte a portarmi in casa, perché io ne tragga novelle e romanzi e commedie, la gente più scontenta del mondo, uomini, donne, ragazzi, avvolti in casi strani da cui non trovan più modo a uscire; contrariati nei loro disegni; frodati nelle loro speranze; e coi quali insomma è spesso veramente una gran pena trattare. Orbene questa mia servetta Fantasia ebbe, parecchi anni or sono, la cattiva ispirazione o il malaugurato capriccio di condurmi in casa tutta una famiglia, non saprei dire dove né come ripescata, ma da cui, a suo credere, avrei potuto cavare il soggetto per un magnifico romanzo. Mi trovai davanti un uomo sulla cinquantina, in giacca nera e calzoni chiari, dall'aria aggrottata e dagli occhi scontrosi per mortificazione; una povera donna in gramaglie vedovili, che aveva per mano una bimbetta di quattr'anni da un lato e con un ragazzo di poco più di dieci dall'altro; una giovinetta ardita e procace, vestita anch'essa di nero ma con uno sfarzo equivoco e sfrontato, tutta un fremito di gajo sdegno mordente contro quel vecchio mortificato e contro un giovane sui vent'anni che si teneva discosto e chiuso in sé, come se avesse in dispetto tutti quanti. Insomma quei sei personaggi come ora si vedono apparire sul palcoscenico, al principio della commedia. E or l'uno or l'altro, ma anche spesso l'uno sopraffacendo l'altro, prendevano a narrarmi i loro tristi casi, a gridarmi ciascuno le proprie ragioni, ad avventarmi in faccia le loro scom­poste passioni, press'a poco come ora fanno nella commedia al malcapitato capocomico. Quale autore potrà mai dire come e perché un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale. Può una donna, amando, desiderare di diventar madre; ma il desiderio da solo, per intenso che sia, non può bastare. Un bel giorno ella si troverà a esser madre, senza un preciso avvertimento di quando sia stato. Così un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia per divenire anch'esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana. Posso soltanto dire che, senza sapere d'averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch'io li facessi entrare nel mondo dell'arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere.
 Ora bisogna sapere che a me non è mai bastato rappresentare una figura d'uomo o di donna, per quanto speciale e caratteristica, per il solo gusto di rappresentarla; narrare una particolar vicenda, gaja o triste, per il solo gusto di narrarla; descrivere un paesaggio per il solo gusto di descriverlo. Ci sono certi scrittori (e non pochi): che hanno questo gusto e, paghi, non cercano altro. Sono scrittori di natura più propriamente storica. Ma ve ne sono altri che, oltre questo gusto, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono figure, vicende, paesaggi che non s'imbevano, per così dire, d'un particolar senso della vita, e non acquistino con esso un valore universale. Sono scrittori di natura più propriamente filosofica. Io ho la disgrazia d'appartenere a questi ultimi.
Odio l'arte simbolica, in cui la rappresentazione perde ogni movimento spontaneo per diventar macchina, allegoria; sforzo vano e malinteso, perché il solo fatto di dar senso allegorico a una rappresentazione dà a veder chiaramente che già si tien questa in conto di favola che non ha per se stessa alcuna verità né fantastica né effettiva, e che è fatta per la dimostrazione di una qualunque verità morale. Quel bisogno spirituale di cui io parlo non si può appagare, se non qualche volta e per un fine di superiore ironia (com'è per esempio nell'Ariosto): di un tal simbolismo allegorico. Questo parte da un concetto, è anzi un concetto che si fa, o cerca di farsi, immagine; quello cerca invece nell'immagine, che deve restar viva e libera di sé in tutta la sua espressione, un senso che gli dia valore. Ora, per quanto cercassi, io non riuscivo a scoprir questo senso in quei sei personaggi. E stimavo perciò che non mettesse conto farli vivere. Pensavo fra me e me: «Ho già afflitto tanto i miei lettori con centinaja e centinaja di novelle: perché dovrei affliggerli ancora con la narrazione dei tristi casi di questi sei disgraziati?». E, così pensando, li allontanavo da me. O piuttosto, facevo di tutto per allontanarli. Ma non si dà vita invano a un personaggio. Creature del mio spirito, quei sei già vivevano d'una vita che era la loro propria e non più mia, d'una vita che non era più in mio potere negar loro. Tanto è vero che, persistendo io nella mia volontà di scacciarli dal mio spirito, essi, quasi già del tutto distaccati da ogni sostegno narrativo, personaggi d'un romanzo usciti per prodigio dalle pagine del libro che li conteneva, seguitavano a vivere per conto loro; coglievano certi momenti della mia giornata per riaffacciarsi a me nella solitudine del mio studio, e or l'uno or l'altro, ora due insieme, venivano a tentarmi, a propormi questa o quella scena da rappresentare o da descrivere, gli effetti che se ne sarebbero potuti cavare, il nuovo interesse che avrebbe potuto destare una certa insolita situazione, e via dicendo. Per un momento io mi lasciavo vincere; e bastava ogni volta questo mio condiscendere, questo lasciarmi prendere per un po', perché essi ne traessero un nuovo profitto di vita, un accrescimento d'evidenza, e anche, perciò, d'efficacia persuasiva su me. E così a mano a mano diveniva per me tanto più difficile il tornare a liberarmi da loro, quanto a loro più facile il tornare a tentarmi. Ne ebbi, a un certo punto, una vera e propria ossessione. Finché, tutt'a un tratto, non mi balenò il modo d'uscirne.

O perché mi dissi non rappresento questo novissimo caso d'un autore che si rifiuta di far vivere alcuni suoi personaggi, nati vivi nella sua fantasia, e il caso di questi personaggi che, avendo ormai infusa in loro la vita, non si rassegnano a restare esclusi dal mondo dell'arte? Essi si sono già staccati da me; vivono per conto loro; hanno acquistato voce e movimento; sono dunque già divenuti di per se stessi, in questa lotta che han dovuto sostenere con me per la loro vita, personaggi drammatici, personaggi che possono da soli muoversi e parlare; vedono già se stessi come tali; hanno imparato a difendersi da me; sapranno ancora difendersi dagli altri. E allora, ecco, lasciamoli andare dove son soliti d'andare i personaggi drammatici per aver vita: su un palcoscenico. E stiamo a vedere che cosa ne avverrà. Così ho fatto. Ed è avvenuto naturalmente quel che doveva avvenire: un misto di tragico e di comico, di fantastico e di realistico, in una situazione umoristica affatto nuova e quanto mai complessa; un dramma che da sé per mezzo dei suoi personaggi, spiranti parlanti semoventi, che lo portano e lo soffrono in loro stessi, vuole a ogni costo trovare il modo d'essere rappresentato; e la commedia del vano tentativo di questa realizzazione scenica improvvisa. Dapprima, la sorpresa di quei poveri attori d'una Compagnia drammatica che stan provando, di giorno, una commedia su un palcoscenico sgombro di quinte e di scene; sorpresa e incredulità, nel vedersi apparir davanti quei sei personaggi che si annunziano per tali in cerca d'autore; poi, subito dopo, per quell'improvviso mancare della Madre velata di nero, il loro istintivo interessamento al dramma che intravedono in lei e negli altri componenti quella strana famiglia, dramma oscuro, ambiguo, che viene ad abbattersi così impensatamente su quel palcoscenico vuoto e impreparato a riceverlo; e man mano il crescere di questo interessamen­to al prorompere delle passioni contrastanti ora nel Padre, ora nella figliastra, ora nel figlio, ora in quella povera Madre; passioni che cercano, come ho detto, di sopraffarsi a vicenda, con una tragica furia dilaniatrice. Ed ecco che quel senso universale cercato invano dapprima in quei sei personaggi, ora essi, andati da sé sul palcoscenico, riescono a trovarlo in sé nella concitazione della lotta disperata che ciascuno fa contro l'altro e tutti contro il capocomico e gli attori che non li comprendono. Senza volerlo, senza saperlo, nella ressa dell'animo esagitato, ciascun d'essi, per difendersi dalle accuse dell'altro, esprime come sua viva passione e suo tormento quelli che per tanti anni sono stati i travagli del mio spirito: l'inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole; la molteplice personalità d'ognuno secondo tutte le possibilità d'essere che si trovano in ciascuno di noi; e infine il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che la fissa, immutabile.

 

Due soprattutto fra quei sei personaggi, il Padre e la figliastra, parlano di questa atroce inderogabile fissità della loro forma, nella quale l'uno e l'altra vedono espresse per sempre, immutabilmente la loro essenzialità, che per l'uno significa castigo e per l'altra vendetta; e la difendono contro le smorfie fittizie e la incosciente volubilità degli attori e cercano d'imporla al volgare capocomico che vorrebbe alterarla e accomodarla alle così dette esigenze del teatro. Non tutti e sei i personaggi stanno in apparenza sullo stesso piano di formazione, ma non perché vi siano fra essi figure di primo o di secondo piano, cioè «protagonisti» e «macchiette» che allora sarebbe elementare prospettiva, necessaria a ogni architettura scenica o narrativa e non perché non siano tutti, per quello che servono, compiutamente formati. Sono, tutti e sei, allo stesso punto di realizzazione artistica, e tutti e sei, sullo stesso piano di realtà, che è il fantastico della commedia. Se non che il Padre, e la figliastra e anche il figlio sono realizzati come spirito; come natura è la Madre; come, «presenze» il Giovinetto che guarda e compie un gesto e la Bambina del tutto inerte. Questo fatto crea fra essi una prospettiva di nuovo genere. Inconsciamente avevo avuto l'impressione che mi bisognasse farli apparire alcuni più realizzati (artisticamente), altri meno, altri appena appena raffigurati come elementi d'un fatto da narrare o da rappresentare: i più vivi, i più compiutamente creati, il Padre e la figliastra, che vengono naturalmente più avanti e guidano e si trascinano appresso il peso quasi morto degli altri: uno, il figlio, riluttante; l'altro, la Madre, come una vittima rassegnata, tra quelle due creaturine che quasi non hanno alcu­na consistenza se non appena nella loro apparenza e che han bisogno di essere condotte per mano. E infatti! Intatti dovevano proprio apparire ciascuno in quello stadio di creazione raggiunto nella fantasia dell'autore al momento che questi li volle scacciare da sé.

Se ora ci rifletto, l'avere intuito questa necessità, l'aver trovato, inconsciamente, il modo di risolverla con una nuova prospettiva, e il modo con cui l'ho ottenuta, mi sembrano miracoli. Il fatto è che la commedia fu veramente concepita in un'illuminazione spontanea della fantasia, quando, per prodigio, tutti gli elementi dello spirito si rispondono e lavorano a un divino accordo. Nessun cervello umano, lavorandoci a freddo, per quanto ci si fosse travagliato, sarebbe mai riuscito a penetrare e a poter soddisfare tutte le necessità della sua forma. Perciò le ragioni che io dirò per chiarirne i valori non siano intese come intenzioni da me preconcette quando mi accinsi alla sua creazione e di cui ora mi assuma la difesa, ma solo come scoperte che io stesso, poi, a mente riposata, ho potuto fare. Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l'autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati. Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo? Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece accoglierlo nella fantasia e quindi esprimerlo. E io difatti ho accolto e realizzato quei sei personaggi: li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca d'altro autore. isogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro sopra tutto, ma non interessava affatto me, per le ragioni già accennate.

E che cos'è il proprio dramma, per un personaggio? Ogni fantasma, ogni creatura d'arte, per essere, deve avere il suo dramma, cioè un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Il dramma è la ragion d'essere del personaggio; è la sua funzione vitale: necessaria per esistere. Io, di quei sei, ho accolto dunque l'essere, rifiutando la ragion d'essere; ho preso l'organismo affidando a esso, invece della funzione sua propria, un'altra funzione più complessa e in cui quella propria entrava appena come dato di fatto. Situazione terribile e disperata specialmente per i due il Padre e la figliastra che più degli altri tengono a vivere e più degli altri han coscienza di essere personaggi, cioè assolutamente bisognosi d'un dramma e perciò del proprio, che è il solo che essi possano immaginare a se stessi e che intanto vedono rifiutato; situazione «impossibile», da cui sentono di dover uscire a qualunque costo, per questione di vita o di morte. È ben vero che io, di ragion d'essere, di funzione, gliene ho data un'altra, cioè appunto quella situazione «impossibile», il dramma dell'essere in cerca d'autore, rifiutati: ma che questa sia una ragion d'essere, che sia diventata, per essi che già avevano una vita propria, la vera funzione necessaria e sufficiente per esistere, neanche possono sospettare. Se qualcuno glielo dicesse, non lo crederebbero; perché non è possibile credere che l'unica ragione della nostra via sia tutta in un tormento che ci appare ingiusto e inesplicabile.
Non so immaginare, perciò, con che fondamento mi fu mosso l'appunto che il personaggio del Padre non era quello che avrebbe dovuto essere, perché usciva dalla sua qualità e posizione di personaggio invadendo, a volte, e facendo sua l'attività dell'autore. Io che intendo chi non m'intende, capisco che l'appunto viene dal fatto che quel personaggio esprime come proprio un travaglio di spirito che è riconosciuto essere il mio. Il che è ben naturale e non significa assolutamente nulla. A parte la considerazione che quel travaglio di spirito nel personaggio del Padre deriva, ed è sofferto e vissuto, da cause e per ragioni che non hanno nulla da vedere col dramma della mia esperienza personale, considerazione che da sola toglierebbe ogni consistenza alla critica, voglio chiarire che una cosa è il travaglio immanente del mio spirito, travaglio che io posso legittimamente purché gli torni organico riflettere in un personaggio; altra cosa è l'attività del mio spirito svolta nella realizzazione di questo lavoro, l'attività cioè che riesce a formare il dramma di quei sei personaggi in cerca d'autore. Se il Padre fosse partecipe di questa attività, se concorresse a formare il dramma dell'essere quei personaggi senza autore, allora sì, e soltanto allora, sarebbe giustificato il dire che esso sia a volte l'autore stesso, e perciò non sia quello che dovrebbe essere. Ma il Padre, questo suo essere «personaggio in cerca d'autore», lo soffre e non lo crea, lo soffre come una fatalità inesplicabile e come una situazione a cui cerca con tutte le forze di ribellarsi e di rimediare: proprio dunque «personaggio in cerca d'autore» e niente di più, anche se esprima come suo il travaglio del mio spirito. Se esso fosse partecipe dell'attività dell'autore, si spiegherebbe perfettamente quella fatalità; si vedrebbe cioè accolto, sia pure come personaggio rifiutato, ma pur sempre accolto nella matrice fantastica d'un poeta e non avrebbe più ragione di patire quella disperazione di non trovare chi affermi e componga la sua vita di personaggio: voglio dire che accetterebbe assai di buon grado la ragion d'essere che gli dà l'autore e senza rimpianti rinunzierebbe alla propria, mandando all'aria quel capocomico e quegli attori a cui, come a unico scampo, è invece ricorso. C'è un personaggio, quello della Madre, a cui invece non importa affatto aver vita, considerato l'aver vita come fine a se stesso. Non ha il minimo dubbio, lei, di non esser già viva; né le è mai passato per la mente di domandarsi come e perché, in che modo, lo sia. Non ha, insomma, coscienza d'essere personaggio: in quanto non è mai, neanche per un momento, distaccata dalla sua «parte». Non sa d'avere una «parte». Questo le torna perfettamente organico. Infatti la sua parte di Madre non comporta per se stessa, nella sua «naturalità», movimenti spirituali; ed ella non vive come spirito: vive in una continuità di sentimento che non ha mai soluzione, e perciò non può acquistare coscienza della sua vita, che è quanto dire del suo esser personaggio. Ma, con tutto ciò, anch'ella cerca, a modo suo e per i suoi fini, un autore; a un certo punto sembra contenta d'essere stata condotta davanti al capocomico. Forse perché anch'ella spera di aver vita da costui? No: perché spera che il capocomico le faccia rappresentare una scena col figlio, nella quale metterebbe tanta della sua propria vita; ma è una scena che non esiste, che non ha mai potuto, né potrebbe, aver luogo. Tant'ella è incosciente del suo esser personaggio, cioè della vita che può avere, fissata e determinata tutta, attimo per attimo, in ogni gesto e in ogni parola. Ella si presenta con gli altri personaggi sul palcoscenico, ma senza capire quello che essi le fanno fare. Evidentemente immagina che la smania di aver vita da cui sono assaliti il marito e la figlia e per cui anch'ella si ritrova su un palcoscenico, altro non sia che una delle solite incomprensibili stramberie di quell'uomo tor­mentato e tormentatore, e orribile, orribile, una nuova, equivoca levata di testa di quella sua povera ragazza traviata. È del tutto passiva. I casi della sua vita e il valore che questi hanno assunto agli occhi di lei, il suo carattere stesso, sono tutte cose che si dicono dagli altri, e che ella solo una volta contraddice, perché l'istinto materno insorge e si ribella in lei, per chiarire che non volle affatto abbandonare né il figlio né il marito; perché il figlio le fu tolto e il marito la costrinse all'abbandono. Ma rettifica dati di fatto: non sa e non si spiega nessuna cosa. È, insomma, natura. Una natura fissata in una figura di madre.
Questo personaggio mi ha dato una soddisfazione di nuovo genere, che non va taciuta. Quasi tutti i miei critici, invece di definirlo, al solito, «disumano» che sembra sia il peculiare e incorreggibile carattere di tutte indistintamente le mie creature    hanno avuto la bontà di notare, «con vero compiacimento», che finalmente dalla mia fantasia era uscita una figura umanissima. La lode me la spiego in questo modo: che, essendo la mia povera Madre tutta legata al suo atteggiamento naturale di Madre, senza possibilità di liberi movimenti spirituali, cioè quasi un ciocco di carne compiutamente viva in tutte le sue funzioni di procreare, allattare, curare e amare la sua prole, senza punto bisogno perciò di far agire il cervello, essa realizzi in sé il vero e perfetto «tipo umano». Certo è così, perché nulla pare che sia più superfluo dello spirito in un organismo umano.

 

Ma i critici, pur con quella lode, si sono voluti sbrigare della Madre senza curarsi di penetrare il nucleo di valori poetici che il personaggio, nella commedia, sta a significare. Umanissima figura, sì, perché priva di spirito, cioè incosciente d'essere quello che è o incurante di spiegarselo. Ma il fatto d'ignorare d'esser personaggio non le toglie già di esserlo. Ecco il suo dramma, nella mia commedia. E l'espressione più viva di esso balza, in quel suo grido al capocomico che le fa considerare come tutto sia già avvenuto e perciò non possa più esser motivo di nuovo pianto:   «No, avviene ora, avviene sempre! Il mio strazio non è finto, signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio, che si rinnova vivo e presente sempre». Questo ella sente, senza coscienza, e perciò come cosa inesplicabile: ma lo sente con tanta terribilità che non pensa nemmeno possa essere cosa da spiegare a se stessa o agli altri. Lo sente e basta. Lo sente come dolore, e questo dolore, immediato, grida. Così in lei si riflette la fissità della sua vita in una forma, che, in altro modo, tormenta il Padre e la figliastra, Questi, spirito; ella, natura: lo spirito vi si ribella, o come può, cerca di profittarne; la natura, se non sia aizzata dagli stimoli del senso, ne piange. Il conflitto immanente tra il movimento vitale e la forma è condizione inesorabile non solo dell'ordine spirituale, ma anche di quello naturale. La vita che s'è fissata, per essere, nella nostra forma corporale, a poco a poco uccide la sua forma. Il pianto di questa natura fissata è l'irreparabile, continuo invecchiare del nostro corpo. Il pianto della Madre è allo stesso modo passivo e perpetuo. Mostrato attraverso tre facce, invalorato in tre drammi diversi e contemporanei, quell'immanente conflitto trova così nella commedia la più compiuta espressione. E di più, la Madre dichiara anche il particolare valore della forma artistica: forma che non comprende e non uccide la sua vita, e che la vita non consuma; in quel suo grido al capocomico. Se il Padre e la figliastra riattaccassero centomila volte di seguito la loro scena, sempre, al punto fissato, all'attimo in cui la vita dell'opera d'arte dev'essere espressa con quel suo grido, sempre esso risonerebbe: inalterato e inalterabile nella sua forma, ma non come una ripetizione meccanica, non come un ritorno obbligato da necessità esteriori, ma bensì, ogni volta, vivo e come nuovo, nato improvviso così per sempre: imbalsamato vivo nella sua forma immarcescibile. Così, sempre, ad apertura di libro, troveremo Francesca viva confessare a Dante il suo dolce peccato; e se centomila volte di seguito tomeremo a rileggere quel passo, centomila volte di seguito Francesca ridirà le sue parole, non mai ripetendole meccanicamente, ma dicendole ogni volta per la prima volta con sì viva e improvvisa passione che Dante ogni volta ne tramortirà. Tutto ciò che vive, per il fatto che vive, ha forma, e per ciò stesso deve morire: tranne l'opera d'arte, che appunto vive per sempre, in quanto è forma. La nascita d'una creatura della fantasia umana, nascita che è il passo per la soglia tra il nulla e l'eternità, può avvenire anche improvvisa, avendo per gestazione una necessità. In un dramma immaginato serve un personaggio che faccia o dica una certa cosa necessaria; ecco quel personaggio è nato, ed è quello, preciso, che doveva essere. Così nasce Madama Pace fra i sei personaggi, e pare un miracolo, anzi, un trucco su quel palcoscenico rappresentato realisticamente. Ma non è un trucco. La nascita è reale, il nuovo personaggio è vivo non perché fosse già vivo, ma perché felicemente nato, come appunto comporta la sua natura di personaggio, per così dire, «obbligato». È avvenuta perciò una spezzatura, un improvviso mutamento del piano di realtà della scena, perché un personaggio può nascere a quel modo soltanto nella fantasia del poeta, non certo sulla tavole d'un palcoscenico. Senza che nessuno se ne sia accorto, ho cambiato di colpo la scena: la ho riaccolta in quel momento nella mia fantasia pur non togliendola di sotto gli occhi agli spettatori; ho cioè mostrato ad essi, in luogo del palcoscenico, la mia fantasia in atto di creare, sotto specie di quel palcoscenico stesso. Il mutarsi improvviso e incontrollabile di una apparenza da un piano di realtà a un altro è un miracolo della specie di quelli compiuto dal Santo che fa muovere la sua statua, che in quel momento non è più certamente né di legno né di pietra; ma non un miracolo arbitrario. Quel palcoscenico, anche perché accoglie la realtà fantastica dei sei personaggi, non esiste di per se stesso come dato fisso e immutabile, come nulla di questa commedia esiste di posto e di preconcetto: tutto vi si fa, tutto vi si muove, tutto vi è tentativo improvviso. Anche il piano di realtà del luogo in cui si muta e si rimuta questa informe vita che anela alla sua forma, arriva così a spostarsi organicamente. Quando io concepii di far nascere lì per lì Madama Pace su quel palcoscenico, sentii che potevo farlo e lo feci; se avessi avvertito che questa nascita mi scardinava e mi riformava, silenziosamente e quasi inavvertitamente, in un attimo, il piano di realtà della scena, non lo avrei fatto di sicuro, aggelato dalla sua apparente illogicità. E avrei commesso una malaugarata mortificazione della bellezza della mia opera, da cui mi salvò il fervore del mio spirito: perché, contro una bugiarda apparenza logica, quella fantastica nascita è sostenuta da una vera necessità in misteriosa organica correlazione con tutta la vita dell'opera. Che qualcuno ora mi dica che essa non ha tutto il valore che potrebbe avere perché la sua espressione non è composta ma caotica, perché pecca di romanticismo, mi fa sorridere. Capisco perché questa osservazione mi sia stata fatta. Perché nel mio lavoro la rappresentazione del dramma in cui sono involti i sei personaggi appare tumultuosa e non procede mai ordinata: non c'è sviluppo logico, non c'è concatenazione negli avvenimenti. È verissimo. Neanche a cercarlo col lumicino avrei potuto trovare un modo più disordinato, più strambo, più arbitrario e complicato, cioè più romantico, di rappresentare «il dramma in cui sono involti i sei personaggi». È verissimo, ma io non ho affatto rappresentato quel dramma: ne ho rappresentato un altro   e non starò a ripetere quale! in cui, fra le altre belle cose che ognuno secondo i suoi gusti ci può ritrovare, c'è proprio una discreta satira dei procedimenti romantici; in quei miei personaggi così tutti incaloriti a sopraffarsi nella parte che ognun d'essi ha in un certo dramma mentre io li presento come personaggi di un'altra commedia che essi non sanno e non sospettano, così che quella loro esagitazione passionale, propria dei procedimenti romantici, è umoristicamente posta, campata sul vuoto. E il dramma dei personaggi, rappresentato non come si sarebbe organato nella mia fantasia se vi fosse stato accolto, ma così, come dramma rifiutato, non poteva consistere nel mio lavoro se non come «situazione», e in qualche sviluppo, e non poteva venir fuori se non per accenni, tumultuosamente e disordinatamente, in iscorci violenti, in modo caotico: di continuo interrotto, sviato, contraddetto, e, anche, da uno dei suoi personaggi negato, e, da due altri, neanche vissuto.
C'è un personaggio infatti   quello che «nega» il dramma che lo fa personaggio, il figlio che tutto il suo rilievo e il suo valore trae dall'essere personaggio non della «commedia da fare» che come tale quasi non appare ma della rappresentazione ch'io ne ho fatta. È insomma il solo che viva soltanto come «personaggio in cerca d'autore»; tanto che l'autore che egli cerca non è un autore drammatico. Anche questo non poteva essere altrimenti; tanto l'atteggiamento del personaggio è organico nella mia concezione quanto è logico che nella situazione determini maggior confusione e disordine e un altro motivo di contrasto romantico. Ma appunto questo caos, organico e naturale, io dovevo rappresentare; e rappresentare un caos non significa affatto rappresentare caoticamente, cioè romanticamente. E che la mia rappresentazione sia tutt'altro che confusa, ma anzi assai chiara, semplice e ordinata, lo dimostra l'evidenza con cui, agli occhi di tutti i pubblici del mondo, risultano l'intreccio, i caratteri, i piani fantastici e realistici, drammatici e comici del lavoro, e come, per chi ha occhi più penetranti, vengono fuori i valori insoliti in esso racchiusi. Grande è la confusione delle lingue fra gli uomini, se critiche così fatte pur trovan le parole per esprimersi. Tanto grande questa confusione quanto perfetta l'intima legge d'ordine che, in tutto obbedita, fa classica e tipica la mia opera e vieta ogni parola alla sua catastrofe. Quando, difatti, davanti a tutti ormai compresi che per artificio non si crea vita e che il dramma dei sei personaggi, mancando l'autore che lo invalori nello spirito, non si potrà rappresentare, per l'istigazione del capocomico volgarmente ansioso di conoscere come si svolse il fatto, questo fatto è ricordato dal figlio nella successione materiale dei suoi momenti, privo di qualunque senso e perciò senza neanche bisogno della voce umana, s'abbatte bruto, inutile, con la detonazione d'un'arma meccanica sulla scena, e infrange e di­sperde lo sterile tentativo dei personaggi e degli attori, apparentemente non assistito dal poeta. Il poeta, a loro insaputa, quasi guardando da lontano per tutto il tempo di quel loro tentativo, ha atteso, intanto, a creare con esso e di esso la sua opera.

 

Luigi Pirandello

 

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SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE - ATTO PRIMO

Versione Inglese   Versione Spagnola

 


 

 

Allestimento dei Sei personaggi in cerca d'autore di Georges Pitóeff - 10 aprile 1923 - Comédie des Champs-Elysées di Parigi.

 

PERSONAGGI DELLA COMMEDIA DA FARE

Il padre
La madre
La figliastra
Il figlio
Il giovinetto

La bambina (questi ultimi due non parlano)
(Poi, evocata): Madama Pace

GLI ATTORI DELLA COMPAGNIA

 

Il direttore–capocomico
La prima attrice
Il primo attore
La seconda donna
L'attrice giovane
L'attor giovane
Altri attori e attrici

Il direttore di scena
Il suggeritore
Il trovarobe
Il macchinista
Il segretario del capocomico
L'uscere del teatro
Apparatori e servi di scena

 

Di giorno, su un palcoscenico di teatro di prosa.

 

da Biblioteca dei Classici Italiani

N.B. La commedia non ha atti né scene. La rappresentazione sarà interrotta una prima volta, senza che il sipario s'abbassi; allorché il Direttore capocomico e il capo dei personaggi si ritireranno per concertar lo scenario e gli attori sgombreranno il palcoscenico; una seconda volta, allorché per isbaglio il Macchinista butterà giù il sipario.

Troveranno gli spettatori, entrando nella sala del teatro, alzato il sipario, e il palcoscenico com'è di giorno, senza quinte né scena, quasi al bujo e vuoto, perché abbiano fin da principio l'impressione d'uno spettacolo non preparato.

Due scalette, una a destra e l'altra a sinistra, metteranno in comunicazione il palcoscenico con la sala.
Sul palcoscenico il cupolino del suggeritore, messo da parte, a canto alla buca.
Dall'altra parte, sul davanti, un tavolino e una poltrona con spalliera voltata verso il pubblico, per il Direttore–capocomico.
Altri due tavolini, uno più grande, uno più piccolo, con parecchie sedie attorno, messi lì sul davanti per averli pronti, a un bisogno, per la prova. Altre sedie, qua e lì: a destra e a sinistra, per gli attori; e un pianoforte in fondo, da un lato, quasi nascosto.

Spenti i lumi nella sala, si vedrà entrare dalla porta del palcoscenico il macchinista in camiciotto turchino e sacca appesa alla cintola; prendere da un angolo in fondo alcuni assi d'attrezzatura; disporli sul davanti e mettersi in ginocchio e inchiodarli. Alle martellate accorrerà dalla porta dei camerini il Direttore di scena.

 

Il direttore di scena: Oh! Che fai?

Il macchinista: Che faccio? Inchiodo.

Il direttore di scena: A quest'ora?
Guarderà l'orologio.
Sono già le dieci e mezzo. A momenti sarà qui il Direttore per la prova.

Il macchinista: Ma dico, dovrò avere anch'io il mio tempo per lavorare!

Il direttore di scena: L'avrai, ma non ora.

Il macchinista: E quando?

Il direttore di scena: Quando non sarà più l'ora della prova. Su, su, portati via tutto, e lasciami disporre la scena per il secondo atto del Giuoco delle parti.

Il macchinista, sbuffando, borbottando, raccatterà gli assi e andrà via.

 

Intanto dalla porta del palcoscenico cominceranno a venire gli attori della Compagnia, uomini e donne, prima uno, poi un altro, poi due insieme, a piacere: nove o dieci, quanti si suppone che debbano prender parte alle prove della commedia di Pirandello Il giuoco delle parti, segnata all'ordine del giorno.

 

Entreranno, saluteranno il Direttore di scena e si saluteranno tra loro augurandosi il buon giorno.

Alcuni si avvieranno ai loro camerini; altri, fra cui Il suggeritore che avrà il copione arrotolato sotto il braccio, si fermeranno sul palcoscenico in attesa del Direttore per cominciar la prova, e intanto, o seduti a crocchio, o in piedi, scambieranno tra loro qualche parola; e chi accenderà una sigaretta, chi si lamenterà della parte che gli è stata assegnata, chi leggerà forte ai compagni qualche notizia in un giornaletto teatrale.

Sarà bene che tanto le attrici quanto gli attori siano vestiti d'abiti piuttosto chiari e gai, e che questa prima scena a soggetto abbia, nella sua naturalezza, molta vivacità. A un certo punto, uno dei comici potrà sedere al pianoforte e attaccare un ballabile; i più giovani tra gli attori e le attrici si metteranno a ballare.

 

Il direttore di scena (battendo le mani per richiamarli alla disciplina). Via, smettetela! Ecco il signor Direttore!

 

Il suono e la danza cesseranno d'un tratto. Gli attori si volteranno a guardare verso la sala del tetro, dalla cui porta si vedrà entrare il Direttore-capocomico, il quale, col cappello duro in capo, il bastone sotto il braccio e un grosso sigaro in bocca, attraverserà il corridojo tra le poltrone e, salutato dai comici, salirà per una delle due scalette sul palcoscenico. Il segretario gli porgerà la posta: qualche giornale, un copione sottofascia.

 

Il capocomico: Lettere?


Il segretario: Nessuna. La posta è tutta qui.

Il capocomico (porgendogli il copione sottofascia). Porti in camerino.

(Poi, guardandosi attorno e rivolgendosi al Direttore di scena): Oh, qua non ci si vede. Per piacere, faccia dare un po' di luce.

Il direttore di scena: Subito.

 

Si recherà a dar l'ordine.

E poco dopo il palcoscenico sarà illuminato in tutto il lato destro, dove staranno gli attori, d'una viva luce bianca.

Nel mentre, Il suggeritore avrà preso posto nella buca, accesa la lampadina e steso davanti a sè il copione.

 

Il capocomico (battendo le mani). Su, su, cominciamo. (Al Direttore di scena): Manca qualcuno?


Il direttore di scena: Manca la prima attrice.

Il capocomico: Al solito!

(Guarderà l'orologio): Siamo già in ritardo di dieci minuti. La segni, mi faccia il piacere. Così imparerà a venire puntuale alla prova.

 

Non avrà finito la reprensione, che dal fondo della sala si udrà la voce della prima attrice.

 

La prima attrice: No, no, per carità! Eccomi! Eccomi!

(È tutta vestita di bianco, con un cappellone spavaldo in capo e un grazioso cagnolino tra le braccia; correrà attraverso il corridojo delle poltrone e salirà in gran fretta una delle scalette.)

Il capocomico: Lei ha giurato di farsi sempre aspettare.

La prima attrice: Mi scusi. Ho cercato tanto una automobile per fare a tempo! Ma vedo che non avete ancora cominciato. E io non sono subito di scena.

(Poi, chiamando per nome il Direttore di scena e consegnandogli il cagnolino:): Per piacere, me lo chiuda nel camerino.

Il capocomico (borbottando): Anche il cagnolino! Come se fossimo pochi i cani qua.

(Batterà di nuovo le mani e si rivolgerà al suggeritore:): Su, su, il secondo atto del Giuoco delle parti.

(Sedendo sulla poltrona:): Attenzione, signori. Chi è di scena?

 

Gli attori e le attricisgombreranno il davanti del palcoscenico e andranno a sedere da un lato, tranne i tre che principieranno la prova e la prima attrice, che, senza badare alla domanda del capocomico, si sarà messa a sedere davanti ad uno dei due tavolini.

 

Il capocomico (alla prima attrice): Lei dunque è di scena?


La prima attrice: Io, nossignore.

Il capocomico (seccato): E allora si levi, santo Dio!

 

La prima attrice si alzerà e andrà a sedere accanto agli altri attori che si saranno già tratti in disparte.

 

Il capocomico (al suggeritore): Cominci, Cominci.

Il segretario (leggendo nel copione): "In casa di Leone Gala. Una strana sala da pranzo e da studio."

Il capocomico (volgendosi al Direttore di scena): Metteremo la sala rossa.

Il direttore di scena (segnando su un foglio di carta): La rossa. Sta bene.

Il segretario (seguitando a leggere nel copione): "Tavola apparecchiata e scrivania con libri e carte. Scaffali di libri e vetrine con ricche suppellettili da tavola. Uscio in fondo per cui si va nella camera da letto di Leone. Uscio laterale a sinistra per cui si va nella cucina. La comune è a destra."

Il capocomico (alzandosi e indicando): Dunque, stiano bene attenti: di là, la comune. Di qua, la cucina.

(Rivolgendosi all'attore che farà la parte di Socrate): Lei entrerà e uscirà da questa parte.

(Al Direttore di scena): Applicherà la bussola in fondo, e metterà le tendine.

Tornerà a sedere.

 

Il direttore di scena (segnando): Sta bene.

Il segretario (leggendo c.s.): "Scena Prima. Leone Gala, Guido Venanzi, Filippo detto Socrate."

(Al capocomico): Debbo leggere anche la didascalia?

Il capocomico: Ma sì! si! Gliel'ho detto cento volte!

Il segretario (leggendo c.s.): "Al levarsi della tela, Leone Gala, con berretto da cuoco e grembiule, e intento a sbattere con un mestolino di legno un uovo in una ciotola. Filippo ne sbatte un altro, parato anche lui da cuoco. Guido Venanzi ascolta, seduto."

Il primo attore (al capocomico): Ma scusi, mi devo mettere proprio il berretto da cuoco in capo?

Il capocomico (urtato dall'osservazione): Mi pare! Se sta scritto lì! (Indicherà il copione.)

Il primo attore: Ma è ridicolo, scusi!

Il capocomico (balzandi in piedi sulle furie): "Ridicolo! ridicolo!" Che vuole che le faccia io se dalla Francia non ci viene più una buona commedia, e ci siamo ridotti a mettere in iscena commedie di Pirandello, che chi l'intende è bravo, fatte apposta di maniera che né attori né critici né pubblico ne restino mai contenti?

Gli attori rideranno.

E allora egli alzandosi e venendo presso il primo attore, griderà: Il berretto da cuoco, sissignore! E sbatta le uova! Lei crede, con codeste uova che sbatte, di non aver poi altro per le mani? Sta fresco! Ha da rappresentare il guscio delle uova che sbatte!

 

Gli attori torneranno a ridere e si metteranno a far commenti tra loro ironicamente.

 

Il capocomico: Silenzio! E prestino ascolto quando spiego!

(Rivolgendosi di nuovo al Primo attore): Sissignore, il guscio: vale a dire la vuota forma della ragione, senza il pieno dell'istinto che è cieco! Lei è la ragione, e sua moglie l'istinto: in un giuoco di parti assegnate, per cui lei che rappresenta la sua parte è volutamente il fantoccio di se stesso. Ha capito?


Il primo attore (aprendo le braccia): Io no!


Il capocomico (tornandosene al suo posto): E io nemmeno! Andiamo avanti, che poi mi loderete la fine!

(In tono confidenziale): Mi raccomando, si metta di tre quarti, perché se no, tra le astruserie del dialogo e lei che non si farà sentire dal pubblico, addio ogni cosa!

(Battendo di nuovo le mani): Attenzione, attenzione! Attacchiamo!

Il segretario: Scusi, signor Direttore, permette che mi ripari col cupolino? Tira una cert'aria!

Il capocomico: Ma sì, faccia, faccia!

 

L'uscere del teatro sarà intanto entrato nella sala, col berretto gallonato in capo e, attraversato il corridojo fra le poltrone, si sarà appressato al palcoscenico per annunziare al Direttore-capocomico l'arrivo dei Sei Personaggi, che, entrati anch'essi nella sala, si saranno messi a seguirlo, a una certa distanza, un po' smarriti e perplessi, guardandosi attorno.

 

Chi voglia tentare una traduzione scenica di questa commedia bisogna che s'adoperi con ogni mezzo a ottenere tutto l'effetto che questi Sei Personaggi non si confondano con gli attori della Compagnia.

La disposizione degli uni e degli altri, indicata nelle didascalie, allorché quelli saliranno sul palcoscenico, gioverà senza dubbio; come una diversa colorazione luminosa per mezzo di appositi riflettori. Ma il mezzo più efficace e idoneo, che qui si suggerisce, sarà l'uso di speciali maschere per i Personaggi: maschere espressamente costruite d'una materia che per il sudore non s'afflosci e non pertanto sia lieve agli attori che dovranno portarle: lavorate e tagliate in modo che lascino liberi gli occhi, le narici e la bocca. S'interpreterà così anche il senso profondo della commedia.

I Personaggi non dovranno infatti apparire come fantasmi, ma come realtà create, costruzioni della fantasia immutabili: e dunque più reali e consistenti della volubile naturalità degli attori. Le maschere ajuteranno a dare l'impressione della figura costruita per arte e fissata ciascuna immutabilmente nell'espressione del proprio sentimento fondamentale, che è il rimorso per il Padre, la vendetta per la figliastra, lo sdegno per il figlio, il dolore per la Madre con fisse lagrime di cera nel livido delle occhiaje e lungo le gote, come si vedono nelle immagini scolpite e dipinte della Mater dolorosa nelle chiese. E sia anche il vestiario di stoffa e foggia speciale, senza stravaganze, con pieghe rigide e volume quasi statuario, e insomma di maniera che non dia l'idea che sia fatto d'una stoffa che si possa comperare in una qualsiasi bottega della città e tagliato e cucito in una qualsiasi sartoria.

 

Il Padre sarà sulla cinquantina: stempiato, ma non calvo, fulvo di pelo, con baffetti folti quasi acchiocciolati attorno alla bocca ancor fresca, aperta spesso a un sorriso incerto e vano. Pallido, segnatamente nell'ampia fronte; occhi azzurri ovati, lucidissimi e arguti; vestirà calzoni chiari e giacca scura: a volte sarà mellifluo, a volte avrà scatti aspri e duri.

La Madre sarà come atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d'avvilimento. Velata da un fitto crespo vedovile, vestirà umilmente di nero, e quando solleverà il velo, mostrerà un viso non patito, ma come di cera, e terrà sempre gli occhi bassi.

La figliastra, di diciotto anni, sarà spavalda, quasi impudente. Bellissima, vestirà a lutto anche lei, ma con vistosa eleganza. Mostrerà dispetto per l'aria timida, afflitta e quasi smarrita del fratellino, squallido Giovinetto di quattordici anni, vestito anch'egli di nero; e una vivace tenerezza, invece, per la sorellina, Bambina di circa quattro anni, vestita di bianco con una fascia di seta nera alla vita.

Il figlio, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un'accigliata indifferenza per la Madre, porterà un soprabito viola e una lunga fascia verde girata attorno al collo.

 

L'uscere (col berretto in mano): Scusi, signor Commendatore.


Il capocomico (di scatto, sgarbato): Che altro c'è?

L'uscere (timidamente): Ci sono qua certi signori, che chiedono di lei.

 

Il capocomico e gli attori si volteranno stupiti a guardare dal palcoscenico giù nella sala.

 

Il capocomico (di nuovo sulle furie): Ma io qua provo! E sapete bene che durante la prova non deve passar nessuno!

(Rivolgendosi in fondo): Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?

Il padre (facendosi avanti, seguito dagli altri, fino a una delle due scalette): Siamo qua in cerca d'un autore

Il capocomico (fra stordito e irato): D'un autore? Che autore?

Il padre: D'uno qualunque, signore.

Il capocomico: Ma qui non c'è nessun autore, perché non abbiamo in prova nessuna commedia nuova.

La figliastra (con gaja vivacità, salendo di furia la scaletta). Tanto meglio, tanto meglio, allora, signore! Potremmo esser noi la loro commedia nuova.

Qualcuno degli attori (fra i vivaci commenti e le risate degli altri): Oh, senti, senti!

Il padre (seguendo sul palcoscenico la figliastra). Già, ma se non c'è l'autore!

(Al capocomico): Tranne che non voglia esser lei...

 

La Madre, con la Bambina per mano, e il Giovinetto saliranno i primi scalini della scaletta e resteranno lì in attesa.

Il figlio resterà sotto, scontroso.

 

Il capocomico: Lor signori vogliono scherzare?

Il padre: No, che dice mai, signore! Le portiamo al contrario un dramma doloroso.

La figliastra: E potremmo essere la sua fortuna!

Il capocomico: Ma mi facciano il piacere d'andar via, che non abbiamo tempo da perdere coi pazzi!

Il padre (ferito e mellifluo): Oh, signore, lei sa bene che la vita è piena d'infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.

Il capocomico: Ma che diavolo dice?

Il padre: Dico che può stimarsi realmente una pazzia, sissignore, sforzarsi di fare il contrario; cioè, di crearne di verosimili, perché pajano vere. Ma mi permetta di farle osservare che, se pazzia è, questa è pur l'unica ragione del loro mestiere.

 

Gli attori si agiteranno, sdegnati.

 

Il capocomico (alzandosi e squadrandolo): Ah sì? Le sembra un mestiere da pazzi, il nostro?

Il padre: Eh, far parer vero quello che non è; senza bisogno, signore: per giuoco... Non è loro ufficio dar vita sulla scena a personaggi fantasticati?

Il capocomico (subito facendosi voce dello sdegno crescente dei suoi attori): Ma io la prego di credere che la professione del comico, caro signore, è una nobilissima professione! Se oggi come oggi i signori commediografi nuovi ci danno da rappresentare stolide commedie e fantocci invece di uomini, sappia che è nostro vanto aver dato vita - qua, su queste tavole - a opere immortali!

 

Gli attori, soddisfatti, approveranno e applaudiranno il loro capocomico.

 

Il padre (interrompendo e incalzando con foga). Ecco! benissimo! a esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni! Meno reali, forse; ma più veri! Siamo dello stessissimo parere!

 

Gli attori si guardano tra loro, sbalorditi.

 

Il direttore: Ma come! Se prima diceva...

Il padre: No, scusi, per lei dicevo, signore, che ci ha gridato di non aver tempo da perdere coi pazzi, mentre nessuno meglio di lei può sapere che la natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione.

Il capocomico: Sta bene, sta bene. Ma che cosa vuol concludere con questo?

Il padre: Niente, signore. Dimostrarle che si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla... o donna. E che si nasce anche personaggi!

Il capocomico (con finto ironico stupore): E lei, con codesti signori attorno, è nato personaggio?

Il padre: Appunto, signore. E vivi, come ci vede.

 

Il capocomico e gli attori scoppieranno a ridere, come per una burla.

 

Il padre (ferito): Mi dispiace che ridano così, perché portiamo in noi, ripeto, un dramma doloroso, come lor signori possono argomentare da questa donna velata di nero.

 

Così dicendo porgerà la mano alla Madre per aiutarla a salire gli ultimi scalini e, seguitando a tenerla per mano, la condurrà con una certa tragica solennità dall'altra parte del palcoscenico, che s'illuminerà subito di una fantastica luce.

La Bambina e il Giovinetto seguiranno la Madre; poi il figlio, che si terrà discosto, in fondo; poi la figliastra, che s'apparterà anche lei sul davanti, appoggiata all'arcoscenico.

Gli attori, prima stupefatti, poi ammirati di questa evoluzione, scoppieranno in applausi come per uno spettacolo che sia stato loro offerto.

 

Il capocomico (prima sbalordito, poi sdegnato): Ma via! Facciano silenzio!

(Poi, rivolgendosi ai Personaggi): E loro si levino! Sgombrino di qua!

(Al Direttore di scena): Perdio, faccia sgombrare!

Il direttore di scena (facendosi avanti, ma poi fermandosi, come trattenuto da uno strano sgomento): Via! Via!

Il padre (al capocomico): Ma no, veda, noi...

Il capocomico (gridando): Insomma, noi qua dobbiamo lavorare!

Il primo attore: Non è lecito farsi beffe così...

Il padre (risoluto, facendosi avanti): Io mi faccio maraviglia della loro incredulità! Non sono forse abituati lor signori a vedere balzar vivi quassù, uno di fronte all'altro, i personaggi creati da un autore? Forse perché non c'è là (indicherà la buca del suggeritore): un copione che ci contenga?

La figliastra (facendosi avanti al capocomico, sorridente, lusingatrice): Creda che siamo veramente sei personaggi, signore, interessantissimi! Quantunque, sperduti.

Il padre (scartandola): Sì, sperduti, va bene!

(Al capocomico subito): Nel senso, veda, che l'autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non potè materialmente, metterci al mondo dell'arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché - vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l'eternità!

Il capocomico: Tutto questo va benissimo! Ma che cosa vogliono loro qua?

Il padre: Vogliamo vivere, signore!

Il capocomico (ironico): Per l'eternità?

Il padre: No, signore: almeno per un momento, in loro.

Un attore: Oh, guarda, guarda!

La prima attrice: Vogliono vivere in noi!

L'attor giovane (indicando la figliastra): Eh, per me volentieri, se mi toccasse quella lì!

Il padre: Guardino, guardino: la commedia è da fare;

(al capocomico): ma se lei vuole e i suoi attori vogliono, la concerteremo subito tra noi!

Il capocomico (seccato): Ma che vuol concertare! Qua non si fanno di questi concerti! Qua si recitano drammi e commedie!

Il padre: E va bene! Siamo venuti appunto per questo qua da lei!

Il capocomico: E dov'è il copione?

Il padre: È in noi, signore.

 

Gli attori rideranno.

 

Il padre: Il dramma è in noi; siamo noi; e siamo impazienti di rappresentarlo, così come dentro ci urge la passione!


La figliastra (schernevole, con perfida grazia di caricata impudenza): La passione mia, se lei sapesse, signore! La passione mia...per lui!

Indicherà il padre e farà quasi per abbracciarlo; ma scoppierà poi in una stridula risata.

 

Il padre (con scatto iroso): Tu statti a posto, per ora! E ti prego di non ridere così!

La figliastra: No? E allora mi permettano: benché orfana da appena due mesi, stiano a vedere lor signori come canto e come danzo!

 

Accennerà con malizia il "Prends garde ... Tchou-Thin-Tchou" di Dave Stamper ridotto a Fox-trot o One-Step lento da Francis Salabert: la prima strofa, accompagnandola con passo di danza.

 

Les chinois sont un peuple malin,
De Shangai... Pekin,
Ils ont mis des criteaux partout:
Prenez garde... Tchou -Thin -Tchou!

 

Gli attori, segnatamente i giovani, mentre ella canterà e ballerà, come attratti da un fascino strano, si moveranno verso lei e leveranno appena le mani quasi a ghermirla.

Ella sfuggirà e, quando gli attori scoppieranno in applausi, resterà, alla riprensione del capocomico, come astratta e lontana.

 

Gli attori e le attrici (ridendo e applaudendo): Bene! Brava! Benissimo!

Il capocomico (irato): Silenzio! Si credono forse in un caffè-concerto?

(Tirandosi un po' in disparte il padre, con una certa costernazione): Ma dica un po', è pazza?

Il padre: No, che pazza! È peggio!

La figliastra (subito accorrendo al capocomico): Peggio! Peggio! Eh altro, signore! Peggio!

Senta, per favore: ce lo faccia rappresentar subito, questo dramma, perché vedrà che a un certo punto, io - quando questo amorino qua (prenderà per mano la Bambina che se ne starà presso la Madre e la porterà davanti al capocomico): vede com'è bellina? (la prenderà in braccio e la bacerà): cara! cara!

(La rimetterà a terra e aggiungerà, quasi senza volere, commossa): ebbene, quando quest'amorino qua, Dio la toglierà d'improvviso a quella povera madre: e quest'imbecillino qua (spingerà avanti il Giovinetto, afferrandolo per una manina sgarbatamente): farà la più grossa delle corbellerie, proprio da quello stupido che è (lo ricaccerà con una spinta verso la Madre): allora vedrà che io prenderò il volo! Sissignore! prenderò il volo! il volo! E non mi par l'ora, creda, non mi par l'ora! Perché, dopo quello che è avvenuto di molto intimo tra me e lui (indicherà il padre con un orribile ammiccamento): non posso più vedermi in questa compagnia, ad assistere allo strazio di quella madre per quel tomo là (indicherà il figlio): lo guardi! lo guardi! indifferente, gelido lui, perché è il figlio legittimo, lui! pieno di sprezzo per me, per quello là, (indicherà il Giovinetto): per quella creaturina; ché siamo bastardi - ha capito? bastardi.

(Si avvicinerà alla Madre e l'abbraccerà). E questa povera madre - lui - che è la madre comune di noi tutti - non la vuol riconoscere per madre anche sua - e la considera dall'alto in basso, lui, come madre soltanto di noi tre bastardi - vile!

 

Dirà tutto questo, rapidamente, con estrema eccitazione e arrivata al "vile" finale, dopo aver gonfiato la voce sul "bastardi", lo pronunzierà piano, quasi sputandolo.

 

La madre (con infinita angoscia al capocomico): Signore, in nome di queste due creaturine, la supplico...

(si sentirà mancare e vacillerà): - oh Dio mio...

Il padre (accorrendo a sorreggerla con quasi tutti gli attori sbalorditi e costernati). Per carità una sedia, una sedia a questa povera vedova!

Gli attori (accorrendo): - Ma è dunque vero? - Sviene davvero?

Il capocomico: Qua una sedia, subito!

 

Uno degli attori offrirà una sedia; gli altri si faranno attorno premurosi.

La madre, seduta, cercherà d'impedire che il padre le sollevi il velo che le nasconde la faccia.

 

Il padre: La guardi, signore, la guardi...

La madre: Ma no, Dio, smettila!

Il padre: Lasciati vedere! (Le solleverà il velo).

La madre (alzandosi e recandosi le mani al volto, disperatamente). Oh, signore, la supplico d'impedire a quest'uomo di ridurre a effetto il suo proposito, che per me è orribile!

Il capocomico (soprappreso, stordito): Ma io non capisco più dove siamo, né di che si tratti!

(Al Padre): Questa è la sua signora?

Il padre (subito): Sissignore, mia moglie!

Il capocomico: E com'è dunque vedova, se lei è vivo?

 

Gli attori scaricheranno tutto il loro sbalordimento in una fragorosa risata.

 

Il padre (ferito, con aspro risentimento): Non ridano! Non ridano così, per carità! È appunto questo il suo dramma, signore. Ella ebbe un altro uomo. Un altro uomo che dovrebbe esser qui!

La madre (con un grido): No! No!

La figliastra. Per sua fortuna è morto: da due mesi, glie l'ho detto. Ne portiamo ancora il lutto, come vede.

Il padre: Ma non è qui, veda, non già perché sia morto. Non è qui perché - la guardi, signore, per favore, e lo comprenderà subito! - Il suo dramma non potè consistere nell'amore di due uomini, per cui ella, incapace, non poteva sentir nulla - altro, forse, che un po' di riconoscenza (non per me: per quello!): - Non è una donna, è una madre! - E il suo dramma - (potente, signore, potente!): consiste tutto, difatti, in questi quattro figli dei due uomini ch'ella ebbe.

La madre: Io, li ebbi? Hai il coraggio di dire che fui io ad averli, come se li avessi voluti? Fu lui, signore! Me lo diede lui, quell'altro, per forza! Mi costrinse, mi costrinse ad andar via con quello!

La figliastra (di scatto, indignata): Non è vero!

La madre (sbalordita): Come non è vero?

La figliastra; Non è vero! Non è vero!

La madre: E che puoi saperne tu?

La figliastra: Non è vero!

(Al capocomico): Non ci creda! Sa perché lo dice? Per quello lì (indicherà il figlio): lo dice! Perché si macera, si strugge per la noncuranza di quel figlio lì, a cui vuol dare a intendere che, se lo abbandonò di due anni, fu perché lui (indicherà il padre): la costrinse.

La madre (con forza): Mi costrinse, mi costrinse, e ne chiamo Dio in testimonio!

(Al capocomico): Lo domandi a lui (indicherà il marito): se non è vero! Lo faccia dire a lui!...Lei (indicherà la Figlia): non può saperne nulla.

La figliastra: So che con mio padre, finché visse, tu fosti sempre in pace e contenta. Negalo, se puoi!

La madre: Non lo nego, no...

La figliastra: Sempre pieno d'amore e di cure per te! (Al Giovinetto, con rabbia): Non è vero? Dillo! Perché non parli, sciocco?

La madre: Ma lascia questo povero ragazzo! Perché vuoi farmi credere un'ingrata, figlia? Io non voglio mica offendere tuo padre! Ho risposto a lui, che non per mia colpa né per mio piacere abbandonai la sua casa e mio figlio!

Il padre: È vero, signore. Fui io.

 

Pausa.

 

Il primo attore (ai suoi compagni): Ma guarda che spettacolo!

La prima attrice: Ce lo danno loro, a noi!

L'attor giovane: Una volta tanto!

Il capocomico (che comincerà a interessarsi vivamente): Stiamo a sentire! stiamo a sentire!

 

E così dicendo, scenderà per una delle scalette nella sala e resterà in piedi davanti al palcoscenico, come a cogliere, da spettatore, l'impressione della scena.

 

Il figlio (senza muoversi dal suo posto, freddo, piano, ironico): Sì, stiano a sentire che squarcio di filosofia, adesso! Parlerà loro del Demone dell'Esperimento.

Il padre: Tu sei un cinico imbecille, e te l'ho detto cento volte!

(Al capocomico già nella sala): Mi deride, signore, per questa frase che ho trovato in mia scusa.

Il figlio (sprezzante): Frasi.

Il padre: Frasi! Frasi! Come se non fosse il conforto di tutti, davanti a un fatto che non si spiega, davanti a un male che si consuma, trovare una parola che non dice nulla, e in cui ci si acquieta!

La figliastra: Anche il rimorso, già! sopra tutto.

Il padre: Il rimorso? Non è vero; non l'ho acquietato in me soltanto con le parole.

La figliastra: Anche con un po' di danaro, sì, sì, anche con un po' di danaro! Con le cento lire che stava per offrirmi in pagamento, signori!

 

Movimento d'orrore degli attori.

 

Il figlio (con disprezzo alla sorellastra): Questo è vile!

La figliastra: Vile? Erano là, in una busta cilestrina sul tavolino di mogano, là nel retrobottega di Madama Pace. Sa, signore? una di quelle Madame che con la scusa di vendere "Robes et Manteaux" attirano nei loro "ateliers" noi ragazze povere, di buona famiglia.

Il figlio: E s'è comperato il diritto di tiranneggiarci tutti, con quelle cento lire che lui stava per pagare, e che per fortuna non ebbe poi motivo - badi bene - di pagare.

La figliastra: Eh, ma siamo stati proprio lì lì, sai! (Scoppia a ridere).

La madre (insorgendo): Vergogna, figlia! Vergogna!

La figliastra (di scatto): Vergogna? È la mia vendetta! Sto fremendo, signore, fremendo di viverla, quella scena! La camera... qua la vetrina dei mantelli; là, il divano-letto; la specchiera; un paravento; e davanti la finestra, quel tavolino di mogano con la busta cilestrina delle cento lire. La vedo! Potrei prenderla!

Ma lor signori si dovrebbero voltare: son quasi nuda! Non arrossisco più, perché arrossisce lui adesso! (Indicherà il padre). Ma vi assicuro ch'era molto pallido, molto pallido in quel momento!

(Al capocomico): Creda a me, signore!

Il capocomico: Io non mi raccapezzo più!

Il padre: Sfido! Assaltato così! Imponga un po' d'ordine, signore, e lasci che parli io, senza prestare ascolto all'obbrobrio, che con tanta ferocia costei le vuol dare a intendere di me, senza le debite spiegazioni.

La figliastra: Qui non si narra! qui non si narra!

Il padre: Ma io non narro! voglio spiegargli.

La figliastra: Ah, bello, sì! A modo tuo!

 

Il capocomico, a questo punto, risalirà sul palcoscenico per rimettere l'ordine.

 

Il padre: Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai! Guardi la mia pietà, tutta la mia pietà per questa donna (indicherà la madre): è stata assunta da lei come la più feroce delle crudeltà.


La madre: Ma se m'hai scacciata!

Il padre: Ecco, la sente? Scacciata! Le è parso ch'io l'abbia scacciata!

La madre: Tu sai parlare; io non so... Ma creda, signore, che dopo avermi sposata... chi sa perché! (ero una povera, umile donna...)

Il padre: Ma appunto per questo, per la tua umiltà ti sposai, che amai in te, credendo...

(S'interromperà alle negazioni di lei; aprirà le braccia, in atto disperato, vedendo l'impossibilità di farsi intendere da lei, e si rivolgerà al capocomico): No, vede? Dice di no! Spaventevole, signore, creda, spaventevole, la sua (si picchierà sulla fronte): sordità, sordità mentale! Cuore, sì, per i figli! Ma sorda, sorda di cervello, sorda, signore, fino alla disperazione!

La figliastra: Sì, ma si faccia dire, ora, che fortuna è stata per noi la sua intelligenza.

Il padre: Se si potesse prevedere tutto il male che può nascere dal bene che crediamo di fare!

 

A questo punto la prima attrice, che si sarà macerata vedendo il primo attore civettare con la figliastra, si farà avanti e domanderà al capocomico:

 

La prima attrice: Scusi, signor Direttore, seguiterà la prova?

Il capocomico: Ma sì! ma sì! Mi lasci sentire adesso!

L'attor giovane: È un caso così nuovo!

L'attrice giovane: Interessantissimo!

La prima attrice: Per chi se n'interessa!

(E lancerà un'occhiata al Primo attore).

Il capocomico (al Padre): Ma bisogna che lei si spieghi chiaramente. (Si metterà a sedere).

Il padre: Ecco, sì. Veda, signore, c'era con me un pover'uomo, mio subalterno, mio segretario, pieno di devozione, che se la intendeva in tutto e per tutto con (indicherà la madre): senz'ombra di male - badiamo! - buono, umile come lei, incapace l'uno e l'altra, non che di farlo, ma neppure di pensarlo, il male!

La figliastra: Lo pensò lui, invece, per loro - e lo fece!

Il padre: Non è vero! Io intesi di fare il loro bene - e anche il mio, sì, lo confesso! Signore, ero arrivato al punto che non potevo dire una parola all'uno o all'altra, che subito non si scambiassero tra loro uno sguardo d'intelligenza; che l'una non cercasse subito gli occhi dell'altro per consigliarsi, come si dovesse prendere quella mia parola, per non farmi arrabbiare. Bastava questo, lei lo capisce, per tenermi in una rabbia continua, in uno stato di esasperazione intollerabile!

Il capocomico: E perché non lo cacciava via, scusi, quel suo segretario?

Il padre: Benissimo! Lo cacciai difatti, signore! Ma vidi allora questa povera donna restarmi per casa come sperduta, come una di quelle bestie senza padrone, che si raccolgono per carità.

La madre: Eh, sfido!

Il padre (subito, voltandosi a lei, come per prevenire): figlio, è vero?

La madre: Mi aveva tolto prima dal petto il figlio, signore.

Il padre: Ma non per crudeltà! Per farlo crescere sano e robusto, a contatto della terra!

La figliastra (additandolo, ironica): E si vede!

Il padre (subito): Ah, è anche colpa mia, se poi è cresciuto così? Lo avevo dato a balia, signore, in campagna, a una contadina, non parendomi lei forte abbastanza, benché di umili natali. È stata la stessa ragione, per cui avevo sposato lei. Ubbie, forse; ma che ci vuol fare? Ho sempre avuto di queste maledette aspirazioni a una certa solida sanità morale! (la figliastra, a questo punto, scoppierà di nuovo a ridere fragorosamente). Ma la faccia smettere! È insopportabile!


Il capocomico: La smetta! Mi lasci sentire, santo Dio!

 

Subito, di nuovo, alla riprensione del capocomico, ella resterà come assorta e lontana, con la risata a mezzo.

Il capocomico ridiscenderà dal palcoscenico per cogliere l'impressione della scena.

 

Il padre: Io non potei più vedermi accanto questa donna. (lndicherà la madre). Ma non tanto, creda, per il fastidio, per l'afa - vera afa - che ne avevo io, quanto per la pena - una pena angosciosa - che provavo per lei.

La madre: E mi mandò via!

Il padre Ben provvista di tutto, a quell'uomo, sissignore, - per liberarla di me!

La madre: E liberarsi lui!

Il padre: Sissignore, anch'io - lo ammetto! E n'è seguito un gran male. Ma a fin di bene io lo feci... e più per lei che per me: lo giuro!

(Incrocerà le braccia sul petto; poi, subito, rivolgendosi alla madre): Ti perdei mai d'occhio, dì, ti perdei mai d'occhio, finché colui non ti portò via, da un giorno all'altro, a mia insaputa, in un altro paese, scioccamente impressionato di quel mio interessamento puro, puro, signore, creda, senza il minimo secondo fine. M'interessai con una incredibile tenerezza della nuova famigliuola che le cresceva. Glielo può attestare anche lei! (Indicherà La figliastra).

La figliastra: Eh, altro! Piccina piccina, sa? con le treccine sulle spalle e le mutandine più lunghe della gonna - piccina così - me lo vedevo davanti al portone della scuola, quando ne uscivo. Veniva a vedermi come crescevo.

Il padre: Questo è perfido! Infame!

La figliastra: No, perché?

Il padre: Infame! Infame!

(Subito, concitatamente, al capocomico, in tono di spiegazione): La mia casa, signore, andata via lei, (indicherà La madre): mi parve subito vuota. Era il mio incubo; ma me la riempiva! Solo, mi ritrovai per le stanze come una mosca senza capo. Quello lì, (indicherà il figlio): allevato fuori - non so - appena ritornato in casa, non mi parve più mio. Mancata tra me e lui la madre, è cresciuto per sé, a parte, senza nessuna relazione né affettiva né intellettuale con me. E allora (sarà strano, signore, ma è così), io fui incuriosito prima, poi man mano attratto verso la famigliuola di lei, sorta per opera mia: il pensiero di essa cominciò a riempire il vuoto che mi sentivo attorno. Avevo bisogno, proprio bisogno di crederla in pace, tutta intesa alle cure più semplici della vita, fortunata perché fuori e lontana dai complicati tormenti del mio spirito. E per averne una prova, andavo a vedere quella bambina all'uscita della scuola.


La figliastra: Già! Mi seguiva per via: mi sorrideva e, giunta a casa, mi salutava con la mano - così! Lo guardavo con tanto d'occhi, scontrosa. Non sapevo chi fosse! Lo dissi alla mamma. E lei dovette subito capire ch'era lui. (La madre farà cenno di sì col capo) . Dapprima non volle mandarmi più a scuola, per parecchi giorni.Quando ci tornai, lo rividi all'uscita - buffo! - con un involtone di carta tra le mani. Mi s'avvicinò, mi carezzò; e trasse da quell'involto una bella, grande paglia di Firenze con una ghirlandina di roselline di maggio - per me!


Il capocomico: Ma tutto questo è racconto, signori miei!

Il figlio (sprezzante): Ma sì, letteratura! letteratura!

Il padre: Ma che letteratura! Questa è vita, signore! Passione!

Il capocomico: Sarà! Ma irrappresentabile!

Il padre: D'accordo, signore! Perché tutto questo è antefatto. E io non dico di rappresentar questo. Come vede, infatti, lei (indicherà la figliastra): non è più quella ragazzetta con le treccine sulle spalle

La figliastra: e le mutandine fuori della gonna!

Il padre: Il dramma viene adesso, signore! Nuovo, complesso.

La figliastra (cupa, fiera, facendosi avanti): Appena morto mio padre.

Il padre (subito, per non darle tempo di parlare): ...la miseria, signore! Ritornano qua, a mia insaputa, per la stolidaggine di lei. (Indicherà la madre).

Sa scrivere appena; ma poteva farmi scrivere dalla figlia, da quel ragazzo, che erano in bisogno!

La madre: Mi dica lei, signore, se potevo indovinare in lui tutto questo sentimento.

Il padre: Appunto questo è il tuo torto, di non aver mai indovinato nessuno dei miei sentimenti!

La madre: Dopo tanti anni di lontananza, e tutto ciò che era accaduto...

Il padre: E che è colpa mia, se quel brav'uomo vi portò via così?

(Rivolgendosi al capocomico): Le dico, da un giorno all'altro...perché aveva trovato fuori non so che collocamento. Non mi fu possibile rintracciarli; e allora per forza venne meno il mio interessamento, per tanti anni. Il dramma scoppia, signore, impreveduto e violento, al loro ritorno; allorché io, purtroppo, condotto dalla miseria della mia carne ancora viva...Ah, miseria, miseria veramente, per un uomo solo, che non abbia voluto legami avvilenti; non ancor tanto vecchio da poter fare a meno della donna, e non più tanto giovane da poter facilmente e senza vergogna andarne in cerca! Miseria? che dico! orrore, orrore: perché nessuna donna più gli può dare amore. - E quando si capisce questo, se ne dovrebbe fare a meno... Mah! Signore, ciascuno - fuori, davanti agli altri - è vestito di dignità: ma dentro di sè sa bene tutto ciò che nell'intimità con se stesso si passa, d'inconfessabile. Si cede, si cede alla tentazione; per rialzarcene subito dopo, magari, con una gran fretta di ricomporre intera e solida, come una pietra su una fossa, la nostra dignità, che nasconde e seppellisce ai nostri stessi occhi ogni segno e il ricordo stesso della vergogna. È così di tutti! Manca solo il coraggio di dirle, certe cose!

La figliastra: Perché quello di farle, poi, lo hanno tutti!

Il padre Tutti! Ma di nascosto! E perciò ci vuol più coraggio a dirle! Perché basta che uno le dica - è fatta! - gli s'appioppa la taccia di cinico. Mentre non è vero, signore: è come tutti gli altri; migliore, migliore anzi, perché non ha paura di scoprire col lume dell'intelligenza il rosso della vergogna, là, nella bestialità umana, che chiude sempre gli occhi per non vederlo. La donna - ecco - la donna, infatti, com'è? Ci guarda, aizzosa, invitante. La afferri! Appena stretta, chiude subito gli occhi. È il segno della sua dedizione. Il segno con cui dice all'uomo: "Accecati, io son cieca!".

La figliastra: E quando non li chiude più? Quando non sente più il bisogno di nascondere a se stessa, chiudendo gli occhi, il rosso della sua vergogna, e invece vede, con occhi ormai aridi e impassibili, quello dell'uomo, che pur senz'amore s'è accecato? Ah, che schifo, allora che schifo di tutte codeste complicazioni intellettuali, di tutta codesta filosofia che scopre la bestia e poi la vuol salvare, scusare...Non posso sentirlo, signore! Perché quando si è costretti a "semplificarla" la vita - così, bestialmente - buttando via tutto l'ingombro "umano" d'ogni casta aspirazione, d'ogni puro sentimento, idealità, doveri, il pudore, la vergogna, niente fa più sdegno e nausea di certi rimorsi: lagrime di coccodrillo!

Il capocomico: Veniamo al fatto, veniamo al fatto, signori miei! Queste son discussioni!

Il padre: Ecco, sissignore! Ma un fatto è come un sacco: vuoto, non si regge. Perché si regga, bisogna prima farci entrar dentro la ragione e i sentimenti che lo han determinato. Io non potevo sapere che, morto là quell'uomo, e ritornati essi qua in miseria, per provvedere al sostentamento dei figliuoli, ella (indicherà la madre): si fosse data attorno a lavorare da sarta, e che giusto fosse andata a prender lavoro da quella... da quella Madama Pace!

La figliastra: Sarta fina, se lor signori lo vogliono sapere! Serve in apparenza le migliori signore, ma ha tutto disposto, poi, perché queste migliori signore servano viceversa a lei...senza pregiudizio delle altre così così!

La madre: Mi crederà, signore, se le dico che non mi passò neppur lontanamente per il capo il sospetto che quella megera mi dava lavoro perché aveva adocchiato mia figlia...

La figliastra: Povera mamma! Sa, signore, che cosa faceva quella lì, appena le riportavo il lavoro fatto da lei? Mi faceva notare la roba che aveva sciupata, dandola a cucire a mia madre; e diffalcava, diffalcava. Cosicché, lei capisce, pagavo io, mentre quella poverina credeva di sacrificarsi per me e per quei due, cucendo anche di notte la roba di Madama Pace!

 

Azione ed esclamazioni di sdegno degli attori.

 

Il capocomico (subito): E là, lei, un giorno, incontrò-

La figliastra (indicando il padre): - lui, lui, sissignore! vecchio cliente! Vedrà che scena da rappresentare! Superba!

Il padre: Col sopravvenire di lei, della madre

La figliastra (subito, perfidamente): - quasi a tempo! -

Il padre (gridando): - no, a tempo, a tempo! Perché, per fortuna, la riconosco a tempo! E me li riporto tutti a casa, signore! Lei s'immagini, ora, la situazione mia e la sua, una di fronte all'altro: ella, così come la vede; e io che non posso più alzarle gli occhi in faccia!


La figliastra: Buffissimo! Ma possibile, signore, pretendere da me - "dopo" - che me ne stessi come una signorinetta modesta, bene allevata e virtuosa, d'accordo con le sue maledette aspirazioni "a una solida sanità morale"?

Il padre: Il dramma per me è tutto qui, signore: nella coscienza che ho, che ciascuno di noi - veda - si crede "uno" ma non è vero: è "tanti", signore, "tanti", secondo tutte le possibilità d'essere che sono in noi: "uno" con questo, "uno" con quello - diversissimi! E con l'illusione, intanto, d'esser sempre "uno per tutti", e sempre "quest'uno" che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero! non è vero! Ce n'accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all'improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che dunque una atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna, per una intera esistenza, come se questa fosse assommata tutta in quell'atto! Ora lei intende la perfidia di questa ragazza? M'ha sorpreso in un luogo, in un atto, dove e come non doveva conoscermi, come io non potevo essere per lei; e mi vuol dare una realtà, quale io non potevo mai aspettarmi che dovessi assumere per lei, in un momento fugace, vergognoso, della mia vita! Questo, questo, signore, io sento sopratutto. E vedrà che da questo il dramma acquisterà un grandissimo valore. Ma c'è poi la situazione degli altri! Quella sua.. . (indicherà il figlio).

 

Il figlio (scrollandosi sdegnosamente): Ma lascia star me, ché io non c'entro!

Il padre: Come non c'entri?

Il figlio: Non c'entro, e non voglio entrarci, perché sai bene che non son fatto per figurare qua in mezzo a voi!

La figliastra: Gente volgare, noi! - Lui, fino! - Ma lei può vedere, signore, che tante volte io lo guardo per inchiodarlo col mio disprezzo, e tante volte egli abbassa gli occhi - perché sa il male che m'ha fatto.


Il figlio (guardandola appena): Io?

La figliastra: Tu! tu! Lo devo a te, caro, il marciapiedi! a te!

(Azione d'orrore degli attori).

Vietasti, sì o no, col tuo contegno - non dico l'intimità della casa - ma quella carità che leva d'impaccio gli ospiti? Fummo gli intrusi, che venivamo a invadere il regno della tua "legittimità"! Signore, vorrei farlo assistere a certe scenette a quattr'occhi tra me e lui! Dice che ho tiranneggiato tutti. Ma vede? E stato proprio per codesto suo contegno, se mi sono avvalsa di quella ragione ch'egli chiama "vile"; la ragione per cui entrai nella casa di lui con mia madre - che è anche sua madre - da padrona!


Il figlio (facendosi avanti lentamente): Hanno tutti buon giuoco, signore, una parte facile tutti contro di me. Ma lei s'immagini un figlio, a cui un bel giorno, mentre se ne sta tranquillo a casa, tocchi di veder arrivare, tutta spavalda, così, "con gli occhi alti", una signorina che gli chiede del padre, a cui ha da dire non so che cosa; e poi la vede ritornare, sempre con la stess'aria, accompagnata da quella piccolina là; e infine trattare il padre - chi sa perché - in modo molto ambiguo e "sbrigativo" chiedendo danaro, con un tono che lascia supporre che lui deve, deve darlo, perché ha tutto l'obbligo di darlo -


Il padre: - ma l'ho difatti davvero, quest'obbligo: è per tua madre!


Il figlio: E che ne so io? Quando mai l'ho veduta io, signore? Quando mai ne ho sentito parlare? Me la vedo comparire, un giorno, con lei, (indicherà la figliastra): con quel ragazzo, con quella bambina, mi dicono: "Oh sai? è anche tua madre!". Riesco a intravedere dai suoi modi (indicherà di nuovo la figliastra): per qual motivo, così da un giorno all'altro, sono entrati in casa... Signore, quello che io provo, quello che sento, non posso e non voglio esprimerlo. Potrei al massimo confidarlo, e non vorrei neanche a me stesso. Non può dunque dar luogo, come vede, a nessuna azione da parte mia. Creda, creda, signore, che io sono un personaggio non "realizzato" drammaticamente; e che sto male, malissimo, in loro compagnia! - Mi lascino stare!


Il padre: Ma come? Scusa! Se proprio perché tu sei così -


Il figlio (con esasperazione violenta): - e che ne sai tu, come sono? quando mai ti sei curato di me?


Il padre: Ammesso! Ammesso! E non è una situazione anche questa? Questo tuo appartarti, così crudele per me, per tua madre che, rientrata in casa, ti vede quasi per la prima volta, così grande, e non ti conosce, ma sa che tu sei suo figlio... (Additando la madre al capocomico): Eccola, guardi: piange!

La figliastra (con rabbia, pestando un piede): Come una stupida!

Il padre (subito additando anche lei al capocomico): E lei non può soffrirlo, si sa! (Tornando a riferirsi al figlio): - Dice che non c'entra, mentre è lui quasi il pernio dell'azione! Guardi quel ragazzo, che se ne sta sempre presso la madre, sbigottito, umiliato... È così per causa di lui! Forse la situazione più penosa è la sua: si sente estraneo, più di tutti; e prova, poverino, una mortificazione angosciosa di essere accolto in casa - cosi per carità... (In confidenza): Somiglia tutto al padre! Umile; non parla...

Il capocomico: Eh, ma non è mica bello! Lei non sa che impaccio danno i ragazzi sulla scena.

Il padre: Oh, ma lui glielo leva subito, l'impaccio, sa! E anche quella bambina, che è anzi la prima ad andarsene...

Il capocomico: Benissimo, sì! E le assicuro che tutto questo m'interessa, m'interessa vivamente. Intuisco, intuisco che c'è materia da cavarne un bel dramma!

La figliastra (tentando d'intromettersi): Con un personaggio come me!

Il padre (scacciandola, tutto in ansia come sarà, per la decisione del capocomico): Stai zitta, tu!

Il capocomico (seguitando senza badare all'interruzione): Nuova, sì...

Il padre: Eh, novissima, signore!

Il capocomico: Ci vuole un bel coraggio però - dico - venire a buttarmelo davanti così.. .

Il padre: Capirà, signore: nati, come siamo, per la scena...

Il capocomico: Sono comici dilettanti?

Il padre: No: dico nati per la scena, perché...

Il capocomico: Eh via, lei deve aver recitato!

Il padre: Ma no, signore: quel tanto che ciascuno recita nella parte che si è assegnata, o che gli altri gli hanno assegnato nella vita. E in me, poi, è la passione stessa, veda, che diventa sempre, da sè, appena si esalti - come in tutti - un po' teatrale...

Il capocomico: Lasciamo andare, lasciamo andare! - Capirà, caro signore, che senza l'autore... - Io potrei indirizzarla a

qualcuno...


Il padre: Ma no, guardi: sia lei!

Il capocomico: Io? Ma che dice?

Il padre: Sì, lei! lei! Perché no?

Il capocomico: Perché non ho mai fatto l'autore, io!

Il padre: E non potrebbe farlo adesso, scusi? Non ci vuol niente. Lo fanno tanti! Il suo compito è facilitato dal fatto che siamo qua, tutti, vivi davanti a lei.

Il capocomico: Ma non basta!

Il padre: Come non basta? Vedendoci vivere il nostro dramma...

Il capocomico: Già! Ma ci vorrà sempre qualcuno che lo scriva!

Il padre: No - che lo trascriva, se mai, avendolo così davanti - in azione - scena per scena. Basterà stendere in prima, appena appena, una traccia - e provare!

Il capocomico (risalendo, tentato, sul palcoscenico): : Eh...quasi quasi, mi tenta...Così, per un giuoco... Si potrebbe veramente provare...

Il padre: Ma sì, signore! Vedrà che scene verranno fuori! Gliele posso segnar subito io!

Il capocomico: Mi tenta... mi tenta. Proviamo un po'... Venga qua con me nel mio camerino.

(Rivolgendosi agli attori): - Loro restano per un momento in libertà; ma non s'allontanino di molto. Fra un quarto d'ora, venti minuti, siano di nuovo qua.

(Al Padre): Vediamo, tentiamo...Forse potrà venir fuori veramente qualcosa di straordinario...

Il padre: Ma senza dubbio! Sarà meglio, non crede? far venire anche loro.

Indicherà gli altri Personaggi.

 

Il capocomico: Sì, vengano, vengano!

(S'avvierà; ma poi tornando a volgersi agli attori): - Mi raccomando, eh! puntuali! Fra un quarto d'ora.

 

Il capocomico e i Sei Personaggi attraverseranno il palcoscenico e scompariranno.

Gli attori resteranno, come storditi, a guardarsi tra loro.

 

Il primo attore: Ma dice sul serio? Che vuol fare?

L'attor giovane: Questa è pazzia bell'e buona!

Un terzo attore: Ci vuol fare improvvisare un dramma, così su due piedi?

L'attor giovane: Già! Come i Comici dell'Arte!

La prima attrice: Ah, se crede che io debba prestami a simili scherzi...

L'attrice giovane: Ma non ci sto neanch'io!

Un quarto attore: Vorrei sapere chi sono quei là. (Alluderà ai Personaggi).

Il terzo attore: Che vuoi che siano! Pazzi o imbroglioni!

L'attor giovane: E lui si presta a dar loro ascolto?

L'attrice giovane: La vanità! La vanità di figurare da autore...

Il primo attore: Ma cose inaudite! Se il teatro, signori miei, deve ridursi a questo...

Un quinto attore: Io mi ci diverto!

Il terzo attore: Mah! Dopo tutto, stiamo a vedere che cosa ne nasce.

 

E così conversando tra loro, gli attori sgombreranno il palcoscenico, parte escendo dalla porticina in fondo, parte rientrando nei loro camerini.

Il sipario resterà alzato.

La rappresentazione sarà interrotta per una ventina di minuti.

Tela

 

Indice opere teatrali


Atto primo


Atto secondo


Atto terzo


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SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE - ATTO SECONDO

Versione Inglese   Versione Spagnola

I campanelli del teatro avviseranno che la rappresentazione ricomincia.
Dai camerini, dalla porta e anche dalla sala ritorneranno sul palcoscenico gli attori, il direttore di scena, il Macchinista, il suggeritore, il trovarobe e, contemporaneamente, dal suo camerino il direttore-capocomico coi Sei Personaggi.
Spenti i lumi della sala, si rifarà sul palcoscenico la luce di prima.

 

Il capocomico: Su, su, signori! Ci siamo tutti? Attenzione, attenzione. Si comincia! - Macchinista!

Il macchinista: Eccomi qua!


Il capocomico: Disponga subito la scena della saletta. Basteranno due fiancate e un fondalino con la porta. Subito, mi raccomando!

 

Il Macchinista correrà subito ad eseguire, e mentre il capocomico s'intenderà col Direttore di scena, col trovarobe, col suggeritore e con gli attori intorno alla rappresentazione imminente, disporrà quel simulacro di scena indicata: due fiancate e un fondalino con la porta, a strisce rosa e oro.

 

Il capocomico (al trovarobe): Lei veda un po' se c'è in magazzino un letto a sedere.


Il trovarobe: Sissignore, c'è quello verde.

 

La figliastra: No no, che verde! Era giallo, fiorato, di "peluche", molto grande! - Comodissimo.


Il trovarobe: Eh, così non c'è.

 

Il capocomico: Ma non importa! Metta quello che c'è.


La figliastra: Come non importa? La greppina famosa di Madama Pace!

Il capocomico: Adesso è per provare! La prego, non s'immischi!

(Al Direttore di scena): Guardi se c'è una vetrina piuttosto lunga e bassa.

La figliastra: Il tavolino, il tavolino di mogano per la busta cilestrina!

Il direttore di scena (al capocomico). C'è quello piccolo, dorato.

Il capocomico: Va bene, prenda quello!

Il padre: Una specchiera.

La figliastra: E il paravento! Un paravento, mi raccomando: se no, come faccio?

Il direttore di scena: Sissignora, paraventi ne abbiamo tanti, non dubiti.

Il capocomico (alla figliastra): Poi qualche attaccapanni, è vero?

La figliastra: Sì, molti, molti!

Il capocomico (al Direttore di scena): Veda quanti ce n'è, e li faccia portare.

Il direttore di scena: Sissignore, penso io!

 

Il direttore di scena correrà anche lui a eseguire: e, mentre il capocomico seguiterà a parlare col suggeritore e poi coi Personaggi e gli attori, farà trasportare i mobili indicati dai servi di scena e li disporrà come crederà più opportuno.

 

Il capocomico (al suggeritore): Lei, intanto, prenda posto. Guardi: questa è la traccia delle scene, atto per atto.

(Gli porgerà alcuni fogli di carta). Ma bisogna che ora lei faccia una bravura.

Il segretario: Stenografare?

Il capocomico (con lieta sorpresa): Ah, benissimo! Conosce la stenografia?

Il segretario: Non saprò suggerire; ma la stenografia...

Il capocomico: Ma allora di bene in meglio!

(Rivolgendosi a un servo di scena): Vada a prendere la carta nel mio camerino. - molta, molta - quanta ne trova!

 

Il Servo di scena correrà, e ritornerà poco dopo con un bel fascio di carta, che porgerà al suggeritore.

 

Il capocomico (seguitando, al suggeritore): Segua le scene, man mano che saranno rappresentate, e cerchi di fissare le battute, almeno le più importanti!

(Poi, rivolgendosi agli attori): Sgombrino, signori! Ecco, si mettano da questa parte (indicherà la sinistra): e stiano bene attenti!


La prima attrice: Ma, scusi, noi...


Il capocomico (prevenendola): Non ci sarà da improvvisare, stia tranquilla!

Il primo attore: E che dobbiamo fare?

Il capocomico: Niente! Stare a sentire e guardare per ora! Avrà ciascuno, poi, la sua parte scritta. Ora si farà così alla meglio, una prova! La faranno loro!

Indicherà i Personaggi.

 

Il padre (come cascato dalle nuvole, in mezzo alla confusione del palcoscenico): Noi? Come sarebbe a dire, scusi, una prova?

Il capocomico: Una prova - una prova per loro!

Indicherà gli attori.

 

Il padre: Ma se i personaggi siamo noi...


Il capocomico: E va bene: "i personaggi"; ma qua, caro signore, non recitano i personaggi. Qua recitano gli attori. I personaggi stanno lì nel copione (indicherà la buca del suggeritore): - quando c'è un copione!

Il padre: Appunto! Poiché non c'è e lor signori hanno la fortuna d'averli qua vivi davanti, i personaggi...


Il capocomico: Oh bella! Vorrebbero far tutto da sè? recitare, presentarsi loro davanti al pubblico?

Il padre: Eh già, per come siamo.

Il capocomico: Ah, le assicuro che offrirebbero un bellissimo spettacolo!

Il primo attore: E che ci staremmo a fare nojaltri, qua, allora?

Il capocomico: Non s'immagineranno mica di saper recitare loro! Fanno ridere...

(Gli attori, difatti, rideranno). Ecco, vede, ridono!

(Sovvenendosi): Ma già, a proposito! Bisognerà assegnar le parti. Oh, è facile: sono già di per sè assegnate.

(Alla Seconda Donna): lei signora, la madre.

(Al Padre): Bisognerà trovarle un nome.

Il padre: Amalia, signore

Il capocomico: Ma questo è il nome della sua signora. Non vorremo mica chiamarla col suo vero nome!

Il padre: E perché no, scusi? se si chiama così... Ma già, se dev'essere la signora... (Accennerà appena con la mano alla Seconda Donna).

Io vedo questa (accennerà alla madre): come Amalia, signore. Ma faccia lei... (Si smarrirà sempre più). Non so più che dirle...Comincio già... non so, a sentir come false, con un altro suono, le mie stesse parole.


Il capocomico: Ma non se ne curi, non se ne curi, quanto a questo! Penseremo noi a trovare il tono giusto! E per il nome, se lei vuole "Amalia", sarà Amalia; o ne troveremo un altro. Per adesso designeremo i personaggi così:

(all'Attor Giovane): lei "Il Figlio", (alla prima attrice): lei, signorina, s'intende, "La figliastra".


La figliastra (esilarata): Come come? Io, quella lì?

(Scoppierà a ridere).


Il capocomico (irato): Che cos'ha da ridere?


La prima attrice (indignata): Nessuno ha mai osato ridersi di me! Pretendo che mi si rispetti, o me ne vado!


La figliastra: Ma no, scusi, io non rido di lei.


Il capocomico (alla figliastra): Dovrebbe sentirsi onorata d'esser rappresentata da...


La prima attrice (subito, con sdegno): "quella lì!"


La figliastra: Ma non dicevo per lei, creda! dicevo per me, che non mi vedo affatto in lei, ecco. Non so, non...non m'assomiglia per nulla!

 

Il padre: Già, è questo; veda, signore! La nostra espressione -


Il capocomico: - ma che loro espressione! Credono d'averla in sè, loro, l'espressione? Nient'affatto!


Il padre: Come! Non abbiamo la nostra espressione?


Il capocomico: Nient'affatto! La loro espressione diventa materia qua, a cui dan corpo e figura, voce e gesto gli attori, i quali - per sua norma - han saputo dare espressione a ben più alta materia: dove la loro è così piccola, che se si reggerà sulla scena, il merito, creda pure, sarà tutto dei miei attori.


Il padre: Non oso contraddirla, signore. Ma creda che è una sofferenza orribile per noi che siamo così come ci vede, con questo corpo, con questa figura -


Il capocomico (troncando, spazientito): - ma si rimedia col trucco, si rimedia col trucco, caro signore, per ciò che riguarda la figura!


Il padre: Già; ma la voce, il gesto -


Il capocomico: - oh, insomma! Qua lei, come lei, non può essere! Qua c'è l'attore che lo rappresenta; e basta!


Il padre: Ho capito, signore. Ma ora forse indovino anche perché il nostro autore, che ci vide vivi così, non volle poi comporci per la scena. Non voglio fare offesa ai suoi attori. Dio me ne guardi! Ma penso che a vedermi adesso rappresentato... non so da chi...


Il primo attore (con alterigia alzandosi e venendogli incontro, seguito dalle gaje giovani attrici che rideranno): Da me, se non le dispiace.


Il padre (umile e mellifluo). Onoratissimo, signore.

(S'inchinerà). Ecco, penso che, per quanto il signore s'adoperi con tutta la sua volontà e tutta la sua arte ad accogliermi in sè... (Si smarrirà).


Il primo attore: Concluda, concluda.

Risata delle attrici.

 

Il padre: Eh, dico, la rappresentazione che farà - anche forzandosi col trucco a somigliarmi... - dico, con quella statura... (tutti gli attori rideranno): difficilmente potrà essere una rappresentazione di me, com'io realmente sono. Sarà piuttosto - a parte la figura - sarà piuttosto com'egli interpreterà ch'io sia, com'egli mi sentirà - se mi sentirà - e non com'io dentro di me mi sento. E mi pare che di questo, chi sia chiamato a giudicare di noi, dovrebbe tener conto.

 

Il capocomico: Si dà pensiero dei giudizi della critica adesso? E io che stavo ancora a sentire! Ma lasci che dica, la critica. E noi pensiamo piuttosto a metter su la commedia, se ci riesce!

(Staccandosi e guardando in giro): Su, su! È già disposta la scena?

(Agli attori e ai Personaggi): Si levino, si levino d'attorno! Mi lascino vedere.

(Discenderà dal palcoscenico).

Non perdiamo altro tempo!

(Alla figliastra): Le pare che la scena stia bene così?

La figliastra: Mah! io veramente non mi ci ritrovo.

Il capocomico: E dàlli! Non pretenderà che le si edifichi qua, tal quale, quel retrobottega che lei conosce, di Madama Pace!

(Al Padre): M'ha detto una saletta a fiorami?

Il padre: Sissignore. Bianca.

Il capocomico: Non è bianca; è a strisce; ma poco importa! Per i mobili, su per giù, mi pare che ci siamo! Quel tavolinetto, lo portino un po' più qua davanti!

(I servi di scena eseguiranno).

(Al trovarobe): Lei provveda intanto una busta, possibilmente cilestrina, e la dia al signore. (Indicherà il padre).

Il trovarobe: Da lettere?

Il capocomico e Il padre: Da lettere, da lettere.


Il trovarobe: Subito! (Escirà).


Il capocomico: Su, su! La prima scena è della Signorina.

(La prima attrice si farà avanti).

Ma no, aspetti, lei! dicevo alla Signorina. (Indicherà la figliastra). Lei starà a vedere -


La figliastra (subito aggiungendo): - come la vivo!


La prima attrice (risentita): Ma saprò viverla anch'io, non dubiti, appena mi ci metto!


Il capocomico (con le mani alla testa): Signori miei, non facciamo altre chiacchiere! Dunque, la prima scena è della Signorina con Madama Pace. Oh, (si smarrirà, guardandosi attorno e risalirà sul palcoscenico): e questa Madama Pace?


Il padre: Non è con noi, signore.


Il capocomico: E come si fa?


Il padre: Ma è viva, viva anche lei!

Il capocomico: Già! Ma dov'è?

Il padre: Ecco, mi lasci dire.

(Rivolgendosi alle attrici): Se loro signore mi volessero far la grazia di darmi per un momento i loro cappellini.


Le attrici (un po' sorprese, un po' ridendo, a coro):
- Che?
- I cappellini?
- Che dice?
- Perché?
- Ah, guarda!


Il capocomico: Che vuol fare coi cappellini delle signore?

 

Gli attori rideranno.

 

Il padre: Oh nulla, posarli per un momento su questi attaccapanni. E qualcuna dovrebbe essere così gentile di levarsi anche il mantello.

Gli attori (c.s.):
- Anche il mantello?
- E poi?
- Dev'esser matto!


Qualche attrice (c.s.):
- Ma perché?
- Il mantello soltanto?


Il padre: Per appenderli, un momentino...Mi facciano questa grazia. Vogliono?

Le attrici (levandosi i cappellini e qualcuna anche il mantello, seguiteranno a ridere, ed andando ad appenderli qua e là agli attaccapanni):
- E perché no?
- Ecco qua!
- Ma badate che è buffo sul serio!
- Dobbiamo metterli in mostra?


Il padre: Ecco, appunto, sissignora: così in mostra!

Il capocomico: Ma si può sapere per che farne?

Il padre: Ecco, signore: forse, preparandole meglio la scena, attratta dagli oggetti stessi del suo commercio, chi sa che non venga tra noi...

(Invitando a guardare verso l'uscio in fondo della scena): Guardino! guardino!

 

L'uscio in fondo s'aprirà e verrà avanti di pochi passi Madama Pace, megera d'enorme grassezza, con una pomposa parrucca di lana color carota e una rosa fiammante da un lato, alla spagnola; tutta ritinta, vestita con goffa eleganza di seta rossa sgargiante, un ventaglio di piume in una mano e l'altra mano levata a sorreggere tra due dita la sigaretta accesa.

 

Subito, all'apparizione, gli attori e il capocomico schizzeranno via dal palcoscenico con un urlo di spavento, precipitandosi alla scaletta e accenneranno di fuggire per il corridojo.

La figliastra, invece, accorrerà a Madama Pace, umile, come davanti a una padrona.

 

La figliastra (accorrendo): Eccola! Eccola!

Il padre (raggiante): È lei! Lo dicevo io? Eccola qua!

Il capocomico (vincendo il primo stupore, indignato): Ma che trucchi son questi?


Il primo attore (quasi contemporaneamente): Ma dove siamo, insomma?

L'attor giovane (c.s.): Di dove è comparsa quella lì?

L'attrice giovane (c.s.): La tenevano in serbo!

La prima attrice (c.s.): Questo è un giuoco di bussolotti!

Il padre (dominando le proteste): Ma scusino! Perché vogliono guastare, in nome d'una verità volgare, di fatto, questo prodigio di una realtà che nasce, evocata, attratta, formata dalla stessa scena, e che ha più diritto di viver qui, che loro; perché assai più vera di loro? Quale attrice fra loro rifarà poi Madama Pace? Ebbene: Madama Pace è quella! Mi concederanno che l'attrice che la rifarà, sarà meno vera di quella - che è lei in persona! Guardino: mia figlia l'ha riconosciuta e le si è subito accostata! Stiano a vedere, stiano a vedere la scena!

 

Titubanti, il capocomico e gli attori risaliranno sul palcoscenico.

Ma già la scena tra la figliastra e Madama Pace, durante la protesta degli attori e la risposta del Padre, sarà cominciata, sottovoce, pianissimo, insomma naturalmente, come non sarebbe possibile farla avvenire su un palcoscenico. Cosicché, quando gli attori, richiamati dal padre all'attenzione, si volteranno a guardare, e vedranno Madama Pace che avrà già messo una mano sotto il mento alla figliastra per farle sollevare il capo, sentendola parlare in un modo affatto inintelligibile, resteranno per un momento intenti; poi, subito dopo, delusi.

 

Il capocomico: Ebbene?


Il primo attore: Ma che dice?

La prima attrice: Così non si sente nulla!

L'attor giovane: Forte! forte!

La figliastra (lasciando Madama Pace che sorriderà di un impagabile sorriso, e facendosi avanti al crocchio degli attori): "Forte", già! Che forte? Non son mica cose che si possano dir forte! Le ho potute dir forte io per la sua vergogna, (indicherà il padre): che è la mia vendetta! Ma per Madama è un'altra cosa, signori: c'è la galera!


Il capocomico: Oh bella! Ah, è così? Ma qui bisogna che si facciano sentire, cara lei! Non sentiamo nemmeno noi, sul palcoscenico! Figurarsi quando ci sarà il pubblico in teatro! Bisogna far la scena. E del resto possono ben parlar forte tra loro, perché noi non saremo mica qua, come adesso, a sentire: loro fingono d'esser sole, in una stanza, nel retrobottega, che nessuno le sente.

 

La figliastra, graziosamente, sorridendo maliziosa, farà più volte cenno di no, col dito.

 

Il capocomico: Come no?


La figliastra (sottovoce, misteriosamente). C'è qualcuno che ci sente, signore, se lei (indicherà Madama Pace): parla forte!

Il capocomico (costernatissimo): Deve forse scappar fuori qualche altro?

 

Gli attori accenneranno di scappar di nuovo dal Palcoscenico.

 

Il padre: No, no, signore. Allude a me. Ci debbo esser io, là dietro quell'uscio, in attesa; e Madama lo sa. Anzi, mi permettano! Vado per esser subito pronto.

(Farà per avviarsi).

Il capocomico (fermandolo): Ma no, aspetti! Qua bisogna rispettare le esigenze del teatro! Prima che lei sia pronto...

La figliastra (interrompendolo): Ma sì, subito! subito! Mi muojo, le dico, dalla smania di viverla, di vederla questa scena! Se lui vuol esser subito pronto, io sono prontissima!


Il capocomico (gridando): Ma bisogna che prima venga fuori, ben chiara, la scena tra lei e quella lì. (Indicherà Madama Pace). Lo vuol capire?

La figliastra: Oh Dio mio, signore: m'ha detto quel che lei già sa: che il lavoro della mamma ancora una volta è fatto male, la roba è sciupata; e che bisogna ch'io abbia pazienza, se voglio che ella seguiti ad ajutarci nella nostra miseria.

Madama Pace (facendosi avanti, con una grand'aria di importanza). Eh ciò, señor; porqué yò nó quero aproveciarme...avantaciarme...

Il capocomico (quasi atterrito): Come come? Parla così!

 

Tutti gli attori scoppieranno a ridere fragorosamente.

 

La figliastra (ridendo anche lei): Sì, signore, parla così, mezzo spagnolo e mezzo italiano, in un modo buffissimo!

Madama Pace: Ah, no me par bona crianza che loro ridano de mi, si yò me sfuerzo de hablar, como podo, italiano, señor!

Il capocomico: Ma no! Ma anzi! Parli così! parli così, signora! Effetto sicuro! Non si può dar di meglio anzi, per rompere un po' comicamente la crudezza della situazione. Parli, parli così! Va benissimo!

La figliastra: Benissimo! Come no? Sentirsi fare con un tal linguaggio certe proposte: effetto sicuro, perché par quasi una burla, signore! Ci si mette a ridere a sentirsi dire che c'è un "vièchio señor" che vuole "amusarse con migo" - non è vero, Madama?


Madama Pace: Viejito, ciò! Viejito, linda; ma mejor para ti: ch'i se no te dò gusto, te porta prudencia!


La madre (insorgendo, tra lo stupore e la costernazione di tutti gli attori, che non badavano a lei, e che ora balzeranno al grido a trattenerla ridendo, poiché essa avrà intanto strappato a Madama Pace la parrucca e l'avrà buttata a terra): Strega! strega! assassina! La figlia mia!


La figliastra (accorrendo a trattenere la madre): No, no, mamma, no! per carità!

Il padre (accorrendo anche lui, contemporaneamente): Stà buona, stà buona! A sedere!

La madre: Ma levatemela davanti, allora!

La figliastra (al capocomico accorso anche lui): Non è possibile, non è possibile che la mamma stia qui!


Il padre (anche lui al capocomico): Non possono stare insieme! È per questo, vede, quella lì, quando siamo venuti, non era con noi! Stando insieme, capirà, per forza s'anticipa tutto.

Il capocomico: Non importa! Non importa! È per ora come un primo abbozzo! Serve tutto, perché io colga anche così, confusamente, i vari elementi.

(Rivolgendosi alla madre e conducendola per farla sedere di nuovo al suo posto): Via, via, signora, sia buona, sia buona: si rimetta a sedere!

 

Intanto la figliastra, andando di nuovo in mezzo alla scena, si rivolgerà a Madama Pace:

 

La figliastra: Su, su, dunque, Madama.

Madama Pace (offesa): Ah no, gracie tante! Yò aquy no fado più nada con tua madre presente.

La figliastra: Ma via, faccia entrate questo "vièchio señor porqué‚ se amusi con migo!".

(Voltandosi a tutti imperiosa): Insomma, bisogna farla, questa scena! - Su, avanti!

(A Madama Pace): Lei se ne vada!

Madama Pace: Ah, me voj, me voj - me voj seguramente...

 

Escirà furiosa raccattando la parrucca e guardando fieramente gli attori che applaudiranno sghignazzando.

 

La figliastra (al Padre): E lei faccia l'entrata! Non c'è bisogno che giri! Venga qua! Finga d'essere entrato! Ecco: io me e sto qua a testa bassa - modesta! - E su! Metta fuori la voce! Mi dica con voce nuova, come uno che venga da fuori: "Buon giorno, signorina".

Il capocomico (sceso già dal palcoscenico). Oh guarda! Ma insomma, dirige lei o dirigo io?

(Al padre che guarderà sospeso e perplesso): Eseguisca, sì: vada là in fondo, senza uscire, e rivenga avanti.

 

Il padre eseguirà quasi sbigottito.

Pallidissimo; ma già investito nella realtà della sua vita creata, sorriderà appressandosi dal fondo, come alieno del dramma che sarà per abbattersi su di lui.

Gli attori si faran subito intenti alla scena che comincia.

 

Il capocomico (piano, in fretta, al suggeritore nella buca). E lei, attento, attento a scrivere, adesso!

 

La scena

 

Il padre (avanzando con voce nuova): Buon giorno, signorina.

La figliastra (a capo chino, con contenuto ribrezzo): Buon giorno.

Il padre (la spierà un po', di sotto al cappellino che quasi le nasconde il viso, e scorgendo ch'ella è giovanissima, esclamerà quasi fra sè, un po' per compiacenza, un po' anche per timore di compromettersi in un'avventura rischiosa). Ah... - Ma... dico, non sarà la prima volta, è vero? che lei viene qua.

La figliastra (c.s.): No, signore.

Il padre: C'è venuta qualche altra volta?

(E poiché la figliastra fa cenno di sì col capo): Più d'una?

(Aspetterà un po' la risposta; tornerà a spiarla di sotto al cappellino: sorriderà; poi dirà): E dunque, via... non dovrebbe più essere così...Permette che le levi io codesto cappellino?


La figliastra (subito, per prevenirlo, ma contenendo il ribrezzo): No, signore: me lo levo da me!

(Eseguirà in fretta,convulsa).

 

La madre, assistendo alla scena, col figlio e con gli altri due piccoli e più suoi, i quali se ne staranno sempre accanto a lei, appartati nel lato opposto a quello degli attori, sarà come sulle spine, e seguirà con varia espressione, di dolore, di sdegno, d'ansia, d'orrore, le parole e gli atti di quei due; e ora si nasconderà il volto, ora metterà qualche gemito.

 

La madre: Oh Dio! Dio mio!


Il padre (resterà, al gemito, come impietrato per un lungo momento; poi riprenderà col tono di prima): Ecco, mi dia: lo poso io.

(Le toglierà dalle mani il cappellino). Ma su una bella, cara testolina come la sua, vorrei che figurasse un più degno cappellino. Vorrà ajutarmi a sceglierne qualcuno, poi, qua tra questi di Madama? - No?


L'attrice giovane (interrompendolo): Oh, badiamo bene! Quelli là sono i nostri cappelli!

Il capocomico (subito, arrabbiatissimo): Silenzio, perdio! Non faccia la spiritosa! - Questa è la scena!

(Rivolgendosi alla figliastra): Riattacchi, prego, signorina!

La figliastra (riattaccando): No, grazie, signore.

Il padre: Eh via, non mi dica di no! Vorrà accettarmelo. Me n'avrei a male... Ce n'è di belli, guardi! E poi faremmo contenta Madama. Li mette apposta qua in mostra!

La figliastra: Ma no, signore, guardi: non potrei neanche portarlo.

Il padre: Dice forse per ciò che ne penserebbero a casa, vedendola rientrare con un cappellino nuovo? Eh via! Sa come si fa? Come si dice a casa?

La figliastra (smaniosa, non potendone più): Ma non per questo, signore! Non potrei portarlo, perché sono...come mi vede: avrebbe già potuto accorgersene!

(Mostrerà l'abito nero).

Il padre: A lutto, già! È vero: vedo. Le chiedo perdono. Creda che sono veramente mortificato.

La figliastra (facendosi forza e pigliando ardire anche per vincere la nausea). Basta, basta, signore! Tocca a me ringraziarla, e non a lei di mortificarsi o d'affliggersi. Non badi più, la prego, a quel che le ho detto. Anche per me, capirà...

(Si sforzerà di sorridere e aggiungerà): Bisogna proprio ch'io non pensi, che sono vestita così.

Il capocomico (interrompendo, rivolto al suggeritore nella buca e risalendo sul palcoscenico). Aspetti, aspetti!

Non scriva, tralasci, tralasci quest'ultima battuta !

(Rivolgendosi al padre e alla figliastra): Va benissimo! Va benissimo!

(Poi al padre soltanto): Qua lei attaccherà com'abbiamo stabilito!

(Agli attori): Graziosissima questa scenetta del cappellino, non vi pare?


La figliastra: Eh, ma il meglio viene adesso! perché non si prosegue?

Il capocomico: Abbia pazienza un momento!

(Tornando a rivolgersi agli attori): Va trattata, naturalmente, con un po' di leggerezza -

Il primo attore: - di spigliatezza, già -

La prima attrice: Ma sì, non ci vuol niente!

(Al primo attore): Possiamo subito provarla, no?

Il primo attore: Oh, per me... Ecco, giro per far l'entrata!

Escirà, per esser pronto a rientrare dalla porta del fondalino.

 

Il capocomico (alla prima attrice): E allora, dunque, guardi, è finita la scena tra lei e quella Madama Pace, che penserò poi io a scrivere. Lei se ne sta...No, dove va?

La prima attrice: Aspetti, mi rimetto il cappello...

Eseguirà, andando a prendere il suo cappello dall'attaccapanni.

 

Il capocomico: Ah già, benissimo! Dunque, lei resta qui a capo chino.

La figliastra (divertita): Ma se non è vestita di nero!

La prima attrice: Sarò vestita di nero, e molto più propriamente di lei!

Il capocomico (alla figliastra): Stia zitta, la prego! E stia a vedere! Avrà da imparare!

(Battendo le mani): Avanti! avanti! L'entrata!

E ridiscenderà dal palcoscenico per cogliere l'impressione della scena.

 

S'aprirà l'uscio in fondo e verrà avanti il primo attore, con l'aria spigliata, sbarazzina d'un vecchietto galante.

La rappresentazione della scena, eseguita dagli attori, apparirà fin dalle prime battute un'altra cosa, senza che abbia tuttavia, neppur minimamente, l'aria di una parodia; apparirà piuttosto come rimessa in bello.

Naturalmente, la figliastra e il padre, non potendo riconoscersi affatto in quella prima attrice e in quel primo attore, sentendo proferir le loro stesse parole, esprimeranno in vario modo, ora con gesti, or con sorrisi, or con aperta protesta, l'impressione che ne ricevono di sorpresa, di meraviglia, di sofferenza, ecc., come si vedrà appresso.

S'udrà dal cupolino chiaramente la voce del suggeritore.

 

Il primo attore: "Buon giorno, signorina..."


Il padre (subito, non riuscendo a contenersi). Ma no!

 

La figliastra, vedendo entrare in quel modo il primo attore, scoppierà intanto a ridere.

 

Il capocomico (infuriato): Facciano silenzio! E lei finisca una buona volta di ridere! Così non si può andare avanti!

La figliastra (venendo dal proscenio): Ma scusi, è naturalissimo, signore! La signorina (indicherà la prima attrice): se ne sta lì ferma, a posto; ma se dev'esser me, io le posso assicurare che a sentirmi dire "buon giorno" a quel modo e con quel tono, sarei scoppiata a ridere, proprio così come ho riso!


Il padre (avanzandosi un poco anche lui): Ecco, già...l'aria, il tono...

Il capocomico: Ma che aria! Che tono! Si mettano da parte, adesso, e mi lascino veder la prova!

Il primo attore (facendosi avanti): Se debbo rappresentare un vecchio, che viene in una casa equivoca...

Il capocomico: Ma sì, non dia retta, per carità! Riprenda, riprenda, ché va benissimo!

(In attesa che l'attore riprenda): Dunque...

Il primo attore: "Buon giorno, signorina..."

La prima attrice: "Buon giorno..."

Il primo attore (rifacendo il gesto del Padre, di spiare cioè sotto al cappellino, ma poi esprimendo ben distintamente prima la compiacenza e poi il timore): "Ah... - ma...dico, non sarà la prima volta, spero..."

Il padre (correggendo, irresistibilmente): Non "spero" - "è vero?", "è vero?"

Il capocomico: Dice "è vero" - interrogazione.

Il primo attore (accennando al suggeritore): Io ho sentito "spero!"

Il capocomico: Ma sì, è lo stesso! "è vero" o "spero". Prosegua, prosegua - Ecco, forse un po' meno caricato...Ecco glielo farò io, stia a vedere...

(Risalirà sul palcoscenico, poi, rifacendo lui la parte fin dall'entrata): - "Buon giorno, signorina..."

La prima attrice: "Buon giorno."

Il capocomico: "Ah, ma... dico... "

(rivolgendosi al primo attore per fargli notare il modo come avrà guardato la prima attrice di sotto al cappellino): Sorpresa...timore e compiacimento...

(Poi, riprendendo, rivolto alla prima attrice): "Non sarà la prima volta, è vero? che lei viene qua... "

(Di nuovo, volgendosi con uno sguardo d'intelligenza al primo attore): Mi spiego?

(Alla prima attrice): E lei allora: "No, signore".

(Di nuovo, al primo attore): Insomma come debbo dire? "Souplesse!"

E ridiscenderà dal Palcoscenico.

 

La prima attrice: "No, signore..."

Il primo attore: "C'è venuta qualche altra volta? Più d'una?"

Il capocomico: Ma, no, aspetti! Lasci far prima a lei (indicherà la prima attrice): il cenno di sì. "C'è venuta qualche altra volta?"

 

La prima attrice solleverà un po' il capo socchiudendo penosamente; come per disgusto, gli occhi, e poi a un "Giù" del capocomico crollerà due volte il capo.

 

La figliastra (irresistibilmente): Oh Dio mio!

(E subito si porrà una mano sulla bocca per impedire la risata).

Il capocomico (voltandosi): Che cos'è?


La figliastra (subito): Niente, niente!

Il capocomico (al primo attore): A lei, a lei, seguiti!

Il primo attore: "Più d'una? E dunque, via...non dovrebbe più esser così... Permette che le levi io codesto cappellino?"

 

Il primo attore dirà quest'ultima battuta con un tal tono, e la accompagnerà con una tal mossa, che la figliastra, rimasta con le mani sulla bocca, per quanto voglia frenarsi, non riuscirà più a contenere la risata, che le scoppierà di tra le dita irresistibilmente, fragorosa.

 

La prima attrice (indignata, tornandosene a posto): Ah, io non sto mica a far la buffona qua per quella lì!


Il primo attore: E neanch'io! Finiamola!

Il capocomico (alla figliastra, urlando): La finisca! la finisca!

La figliastra. Sì, mi perdoni...mi perdoni...

Il capocomico: Lei è una maleducata! ecco quello che è! Una presuntuosa!

Il padre (cercando d'interporsi): Sissignore, è vero, è vero; ma la perdoni.

Il capocomico (risalendo sul palcoscenico): Che vuole che perdoni! È un'indecenza!

Il padre: Sissignore, ma creda, creda, che fa un effetto così strano -

Il capocomico: ...strano? che strano? perché strano?

Il padre: Io ammiro, signore, ammiro i suoi attori: il Signore là, (indicherà il primo attore): la Signorina, (indicherà la prima attrice): ma, certamente...ecco, non sono noi...

Il capocomico: Eh sfido! Come vuole che sieno, «loro», se sono gli attori?

Il padre: Appunto, gli attori! E fanno bene, tutti e due, le nostre parti. Ma creda che a noi pare un'altra cosa, che vorrebbe esser la stessa, e intanto non è!

Il capocomico: Ma come non è? Che cos'è allora?

Il padre: Una cosa, che...diventa di loro; e non più nostra.

Il capocomico: Ma questo, per forza! Gliel'ho già detto!

Il padre: Sì, capisco, capisco...-

Il capocomico: - e dunque, basta!

(Rivolgendosi agli attori): Vuol dire che faremo poi le prove tra noi, come vanno fatte. È stata sempre per me una maledizione provare davanti agli autori! Non sono mai contenti!

(Rivolgendosi al padre e alla figliastra): Su, riattacchiamo con loro; e vediamo se sarà possibile che lei non rida più.

La figliastra: Ah, non rido più, non rido più! Viene il bello adesso per me; stia sicuro!

Il capocomico: Dunque: quando lei dice: "Non badi la prego, a quello che ho detto...Anche per me - capirà!" -

(rivolgendosi al Padre): bisogna che lei attacchi subito: "Capisco, ah capisco..." e che immediatamente domandi -

La figliastra (interrompendo): - come! che cosa?

Il capocomico: La ragione del suo lutto!

La figliastra: Ma no, signore! Guardi: quand'io gli dissi che bisognava che non pensassi d'esser vestita così, sa come mi rispose lui? "Ah, va bene! E togliamolo, togliamolo via subito, allora, codesto vestitino!"


Il capocomico: Bello! Benissimo! Per far saltare così tutto il teatro?

La figliastra: Ma è la verità!

Il capocomico: Ma che verità, mi faccia il piacere! Qua siamo a teatro! La verità, fino a un certo punto!

La figliastra: E che vuol fare lei allora, scusi?

Il capocomico: Lo vedrà, lo vedrà! Lasci fare a me adesso!

La figliastra: No, signore! Della mia nausea, di tutte le ragioni, una più crudele e più vile dell'altra, per cui io sono "questa", "così", vorrebbe forse cavarne un pasticcetto romantico sentimentale, con lui che mi chiede le ragioni del lutto, e io che gli rispondo lacrimando che da due mesi m'è morto papà? No, no, caro signore! Bisogna che lui mi dica come m'ha detto: "Togliamo via subito allora, codesto vestitino!". E io, con tutto il mio lutto nel cuore, di appena due mesi, me ne sono andata là, vede? là, dietro quel paravento, e con queste dita che mi ballano dall'onta, dal ribrezzo, mi sono sganciato il busto, la veste...

Il capocomico (ponendosi le mani tra i capelli): Per carità! Che dice?

La figliastra (gridando, frenetica): La verità! la verità, signore!

Il capocomico: Ma sì, non nego, sarà la verità...e comprendo, comprendo tutto il suo orrore, signorina; ma comprenda anche lei che tutto questo sulla scena non è possibile!

La figliastra: Non è possibile? E allora, grazie tante, io non ci sto!

Il capocomico: Ma no, veda...

La figliastra: Non ci sto! non ci sto! Quello che è possibile sulla scena ve lo siete combinato insieme tutti e due, di là, grazie! Lo capisco bene! Egli vuol subito arrivare alla rappresentazione (caricando): dei suoi travagli spirituali; ma io voglio rappresentare il mio dramma! il mio!

Il capocomico (seccato, scrollandosi fieramente): Oh, infine, il suo! Non c'è soltanto il suo, scusi! C'è anche quello degli altri! Quello di lui, (indicherà il padre): quello di sua madre! Non può stare che un personaggio venga, così, troppo avanti, e sopraffaccia gli altri, invadendo la scena. Bisogna contener tutti in un quadro armonico e rappresentare quel che è rappresentabile! Lo so bene anch'io che ciascuno ha tutta una sua vita dentro e che vorrebbe metterla fuori. Ma il difficile è appunto questo: farne venir fuori quel tanto che è necessario, in rapporto con gli altri; e pure in quel poco fare intendere tutta l'altra vita che resta dentro! Ah, comodo, se ogni personaggio potesse in un bel monologo, o...senz'altro...in una conferenza venire a scodellare davanti al pubblico tutto quel che gli bolle in pentola!

(Con tono bonario, conciliativo): Bisogna che lei si contenga, signorina. E creda, nel suo stesso interesse, perché può anche fare una cattiva impressione, glielo avverto, tutta codesta furia dilaniatrice, codesto disgusto esasperato, quando lei stessa, mi scusi, ha confessato di essere stata con altri, prima che con lui, da Madama Pace, più di una volta!


La figliastra (abbassando il capo, con profonda voce, dopo una pausa di raccoglimento): È vero! Ma pensi che quegli altri sono egualmente lui, per me.

Il capocomico (non comprendendo): Come, gli altri? Che vuol dire?

La figliastra: Per chi cade nella colpa, signore, il responsabile di tutte le colpe che seguono, non è sempre chi, primo, determinò la caduta? E per me è lui, anche da prima ch'io nascessi. Lo guardi; e veda se non è vero!

Il capocomico: Benissimo! E le par poco il peso di tanto rimorso su lui? Gli dia modo di rappresentarlo!

La figliastra: E come, scusi? dico, come potrebbe rappresentare tutti i suoi "nobili" rimorsi, tutti i suoi tormenti "morali", se lei vuol risparmiargli l'orrore d'essersi un bel giorno trovata tra le braccia, dopo averla invitata a togliersi l'abito del suo lutto recente, donna e già caduta, quella bambina, signore, quella bambina ch'egli si recava a vedere uscire dalla scuola?

(Dirà queste ultime parole con voce tremante di commozione).

 

La madre, nel sentirle dire così, sopraffatta da un ‚empito d'incontenibile ambascia, che s'esprimerà prima in alcuni gemiti soffocati, romperà alla fine in un pianto perduto.

La commozione vincerà tutti.

 

Lunga pausa.

 

La figliastra (appena la madre accennerà di quietarsi, soggiungerà, cupa e risoluta): Noi siamo qua tra noi, adesso, ignorati ancora dal pubblico. Lei darà domani di noi quello spettacolo che crederà, concertandolo a suo modo. Ma lo vuol vedere davvero, il dramma? scoppiare davvero, com'è stato?

Il capocomico: Ma sì, non chiedo di meglio, per prenderne fin d'ora quanto sarà possibile!

La figliastra: Ebbene, faccia uscire quella madre.

La madre (levandosi dal suo pianto, con un urlo): No, no! Non lo permetta, signore! Non lo permetta!

Il capocomico: Ma è solo per vedere, signora!

La madre: Io non posso! non posso!

Il capocomico: Ma se è già tutto avvenuto, scusi! Non capisco!

La madre: No, avviene ora, avviene sempre! Il mio strazio non è finito, signore! Io sono viva e presente, sempre, in ogni momento del mio strazio, che si rinnova, vivo e presente sempre. Ma quei due piccini là, li ha lei sentiti parlare? Non possono più parlare, signore! Se ne stanno aggrappati a me, ancora, per tenermi vivo e presente lo strazio: ma essi, per sè, non sono, non sono più! E questa, (indicherà la figliastra): signore, se n'è fuggita, è scappata via da me e s'è perduta, perduta... Se ora io me la vedo qua è ancora per questo, solo per questo, sempre, sempre, per rinnovarmi sempre, presente, lo strazio che vivo e ho sofferto anche per lei!


Il padre (solenne): Il momento eterno, com'io le ho detto, signore! Lei (indicherà la figliastra): è qui per cogliermi, fissarmi, tenermi agganciato e sospeso in eterno, alla gogna, in quel solo momento fuggevole e vergognoso della mia vita. Non può rinunziarvi, e lei, signore, non può veramente risparmiarmelo.

Il capocomico: Ma sì, io non dico di non rappresentarlo: formerà appunto il nucleo di tutto il primo atto, fino ad arrivare alla sorpresa di lei - (indicherà la madre).


Il padre: Ecco, sì. Perché è la mia condanna, tutta signore!: tutta la nostra passione, che deve culminare nel grido finale di lei! - (indicherà anche lui la madre).


La figliastra: L'ho ancora qui negli orecchi! M'ha reso folle quel grido! - Lei può rappresentarmi come vuole signore: non importa! Anche vestita, purché abbia almeno le braccia - solo le braccia - nude, perché, guardi, stando così, (si accosterà al padre e gli appoggerà la testa sul petto): con la testa appoggiata così, e le braccia così al suo collo, mi vedevo pulsare qui, nel braccio qui, una vena; e allora, come se soltanto quella vena viva mi facesse ribrezzo, strizzai gli occhi, così, così, ed affondai la testa nel suo petto!

(Voltandosi verso la madre): Grida, grida, mamma!

(Affonderà la testa nel petto del Padre, e con le spalle alzate come per non sentire il grido, soggiungerà con voce di strazio soffocato): Grida, come hai gridato allora!


La madre (avventandosi per separarli): No! Figlia, figlia mia!

(E dopo averla staccata da lui): Bruto, bruto, è mia figlia! Non vedi che è mia figlia?


Il capocomico (arretrando, al grido; fino alla ribalta, fra lo sgomento degli attori): Benissimo; sì, benissimo!

E allora, sipario, sipario!

Il padre (accorrendo a lui, convulso): Ecco, sì: perché è stato veramente così, signore!

Il capocomico (ammirato e convinto): Ma sì, qua, senz'altro! Sipario! Sipario!

 

Alle grida reiterate del capocomico, il Macchinista butterà giù il sipario, lasciando fuori, davanti alla ribalta, il capocomico e il padre.

 

Il capocomico (guardando in alto, con le braccia alzate). Ma che bestia! Dico sipario per intendere che l'Atto deve finir così, e m'abbassano il sipario davvero!

(Al Padre, sollevando un lembo della tenda per rientrare nel palcoscenico): Sì, sì, benissimo! benissimo! Effetto sicuro! Bisogna finir così. Garantisco, garantisco, per questo primo atto!

 

Rientrerà col Padre.

Tela

 

Indice opere teatrali


Atto primo


Atto secondo


Atto terzo


Inizio pagina

 

SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE - ATTO TERZO

Versione Inglese   Versione Spagnola

Riaprendosi il sipario si vedrà che i Macchinisti e Apparatori avranno disfatto quel primo simulacro di scena e messo su, invece, una piccola vasca da giardino.

 

Da una parte del palcoscenico staranno seduti in fila gli attori e dall'altra i Personaggi.

Il capocomico sarà in piedi, in mezzo al palcoscenico, con una mano sulla bocca a pugno chiuso in atto di meditare.

 

Il capocomico (scrollandosi dopo una breve pausa): Oh, dunque: veniamo al Secondo Atto! Lascino, lascino fare a me, come avevamo prima stabilito, che andrà benone!


La figliastra: La nostra entrata in casa di lui (indicherà il padre): a dispetto di quello lì! (indicherà il figlio)


Il capocomico (spazientito): Sta bene; ma lasci fare a me, le dico!


La figliastra: Purché appaja chiaro il dispetto!


La madre (dal suo canto tentennando il capo): Per tutto il bene che ce n'è venuto...


La figliastra (voltandosi a lei di scatto): Non importa! Quanto più danno a noi, tanto più rimorso per lui!


Il capocomico (spazientito): Ho capito, ho capito! E si terrà conto di questo in principio sopratutto! Non dubiti!

 

La madre (supplichevole): Ma faccia che si capisca bene, la prego, signore, per la mia coscienza ch'io cercai in tutti i modi -


La figliastra (interrompendo con sdegno, e seguitando): - di placarmi, di consigliarmi che questo dispetto non gli fosse fatto!

(Al capocomico): La contenti, la contenti, perché è vero! Io ne godo moltissimo; perché, intanto, si può vedere: più lei è così supplice, più tenta d'entrargli nel cuore, e più quello lì si tien lontano: "as-sen-te"! Che gusto!

 

Il capocomico: Vogliamo insomma cominciarlo, questo secondo atto?


La figliastra: Non parlo più. Ma badi che svolgerlo tutto nel giardino, come lei vorrebbe, non sarà possibile!


Il capocomico: Perché non sarà possibile?

La figliastra. Perché lui (indicherà di nuovo il figlio): se ne sta sempre chiuso in camera, appartato! E poi, in casa, c'è da svolgere tutta la parte di quel povero ragazzo lì, smarrito, come le ho detto.

Il capocomico: Eh già! Ma d'altra parte, capiranno, non possiamo mica appendere i cartellini o cambiar di scena a vista, tre o quattro volte per atto!

 

Il primo attore: Si faceva un tempo...


Il capocomico: Sì, quando il pubblico era forse come quella bambina lì!

La prima attrice: E l'illusione, più facile!

Il padre (con uno scatto, alzandosi): L'illusione? Per carità, non dicano l'illusione! Non adoperino codesta parola, che per noi è particolarmente crudele!

Il capocomico (stordito): E perché, scusi?

Il padre: Ma sì, crudele! crudele! Dovrebbe capirlo!

Il capocomico: E come dovremmo dire allora? L'illusione da creare, qua, agli spettatori -

Il primo attore: - con la nostra rappresentazione -

Il capocomico: - l'illusione d'una realtà!

Il padre: Comprendo, signore. Forse lei, invece, non può comprendere noi. Mi scusi! Perché - veda - qua per lei e per i suoi attori si tratta soltanto - ed è giusto - del loro giuoco.

La prima attrice (interrompendo sdegnata): Ma che giuoco! Non siamo mica bambini! Qua si recita sul serio.

Il padre: Non dico di no. E intendo, infatti, il giuoco della loro arte, che deve dare appunto - come dice il signore - una perfetta illusione di realtà.


Il capocomico: Ecco, appunto!

Il padre: Ora, se lei pensa che noi come noi (indicherà sè e sommariamente gli altri cinque Personaggi): non abbiamo altra realtà fuori di questa illusione!


Il capocomico (stordito, guardando i suoi attori rimasti anch'essi come sospesi e smarriti): E come sarebbe a dire?


Il padre (dopo averli un po' osservati, con un pallido sorriso): Ma sì, signori! Quale altra? Quella che per loro è un'illusione da creare, per noi è invece l'unica nostra realtà.

(Breve pausa. Si avanzerà di qualche passo verso il capocomico, e soggiungerà): Ma non soltanto per noi, del resto, badi! Ci pensi bene.

(Lo guarderà negli occhi). Mi sa dire chi è lei?

(E rimarrà con l'indice appuntato su lui).

Il capocomico (turbato, con un mezzo sorriso): Come, chi sono? - Sono io!

Il padre: E se le dicessi che non è vero, perché lei è me?

Il capocomico: Le risponderei che lei è un pazzo!

 

Gli attori rideranno.

 

Il padre: Hanno ragione di ridere: perché qua si giuoca;

(al Direttore): e lei può dunque obbiettarmi che soltanto per un giuoco quel signore là (indicherà il primo attore): che è "lui", dev'esser "me", che viceversa sono io, "questo". Vede che l'ho colto in trappola?

 

(Gli attori torneranno a ridere).

Il capocomico (seccato): Ma questo s'è già detto poco fa! Daccapo?

Il padre: No, no. Non volevo dir questo, infatti. Io la invito anzi a uscire da questo giuoco (guardando la prima attrice, come per prevenire): - d'arte! d'arte! - che lei è solito di fare qua coi suoi attori; e torno a domandarle seriamente: chi è lei?


Il capocomico (rivolgendosi quasi strabiliato, e insieme irritato, agli attori): Oh, ma guardate che ci vuole una bella faccia tosta! Uno che si spaccia per personaggio, venire a domandare a me, chi sono!

Il padre (con dignità, ma senza alterigia): Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre "qualcuno". Mentre un uomo - non dico lei, adesso - un uomo così in genere, può non esser "nessuno".


Il capocomico: Già! Ma lei lo domanda a me, che sono il direttore! Il capocomico! Ha capito?

Il padre (quasi in sordina, con melliflua umiltà): Soltanto per sapere, signore, se veramente lei com'è adesso, si vede... come vede per esempio, a distanza di tempo, quel che lei era una volta, con tutte le illusioni che allora si faceva; con tutte le cose, dentro e intorno a lei, come allora le parevano - ed erano, erano realmente per lei! - Ebbene, signore: ripensando a quelle illusioni che adesso lei non si fa più, a tutte quelle cose che ora non le "sembrano" più come per lei "erano" un tempo; non si sente mancare, non dico queste tavole di palcoscenico, ma il terreno, il terreno sotto i piedi, argomentando che ugualmente "questo" come lei ora si sente, tutta la sua realtà d'oggi così com'è, è destinata a parerle illusione domani?


Il capocomico (senza aver ben capito, nell'intontimento della speciosa argomentazione ): Ebbene? E che vuol concludere con questo?


Il padre: Oh, niente, signore. Farle vedere che se noi (indicherà di nuovo sè e gli altri Personaggi): oltre la illusione, non abbiamo altra realtà, è bene che anche lei diffidi della realtà sua, di questa che lei oggi respira e tocca in sè, perché - come quella di jeri - è destinata a scoprirlesi illusione domani.


Il capocomico (rivolgendosi a prenderla in riso): Ah, benissimo! E dica per giunta che lei, con codesta commedia che viene a rappresentarmi qua, è più vero e reale di me!

Il padre (con la massima serietà): Ma questo senza dubbio, signore!

Il capocomico: Ah sì?

Il padre: Credevo che lei lo avesse già compreso fin da principio.

Il capocomico: Più reale di me?

Il padre: Se la sua realtà può cangiare dall'oggi al domani...

Il capocomico: Ma si sa che può cangiare, sfido! Cangia continuamente, come quella di tutti!

Il padre (con un grido): Ma la nostra no, signore! Vede? La differenza è questa! Non cangia, non può cangiare, né esser altra, mai, perché già fissata - così - "questa" - per sempre - (è terribile, signore!): realtà immutabile, che dovrebbe dar loro un brivido nell'accostarsi a noi!


Il capocomico (con uno scatto, parandoglisi davanti per un'idea che gli sorgerà all'improvviso). Io vorrei sapere però, quando mai s'è visto un personaggio che, uscendo dalla sua parte, si sia messo a perorarla così come fa lei, e a proporla, a spiegarla. Me lo sa dire? Io non l'ho mai visto!


Il padre: Non l'ha mai visto, signore, perché gli autori nascondono di solito il travaglio della loro creazione. Quando i personaggi son vivi, vivi veramente davanti al loro autore, questo non fa altro che seguirli nelle parole, nei gesti ch'essi appunto gli propongono, e bisogna ch'egli li voglia com'essi si vogliono; e guai se non fa così! Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant'altre situazioni in cui l'autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l'autore non si sognò mai di dargli!


Il capocomico: Ma sì, questo lo so!

Il padre: E dunque, perché si fa meraviglia di noi? Immagini per un personaggio la disgrazia che le ho detto, d'esser nato vivo dalla fantasia d'un autore che abbia voluto poi negargli la vita, e mi dica se questo personaggio lasciato così, vivo e senza vita, non ha ragione di mettersi a fare quel che stiamo facendo noi, ora, qua davanti a loro, dopo averlo fatto a lungo a lungo, creda, davanti a lui per persuaderlo, per spingerlo, comparendogli ora io, ora lei, (indicherà la figliastra): ora quella povera madre...


La figliastra (venendo avanti come trasognata): È vero, anch'io, anch'io signore, per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo scrittojo, all'ora del crepuscolo, quand'egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l'ombra gl'invadesse la stanza e che quell'ombra brulicasse di noi, che andavamo a tentarlo...

(Come se si vedesse ancora là in quello scrittojo e avesse fastidio della presenza di tutti quegli attori): Se loro tutti se n'andassero! se ci lasciassero soli!

La mamma lì, con quel figlio - io con quella bambina - quel ragazzo là sempre solo - e poi io con lui (indicherà appena il padre): - e poi io sola, io sola...- in quell'ombra (balzerà a un tratto, come se nella visione che ha di sè, lucente in quell'ombra e viva, volesse afferrarsi): ah, la mia vita! Che scene, che scene andavamo a proporgli! - Io, io lo tentavo più di tutti!


Il padre: Già! Ma forse è stato per causa tua; appunto per codeste tue troppe insistenze, per le tue troppe incontinenze!


La figliastra: Ma che! Se egli stesso m'ha voluta così!

(Verrà presso al capocomico per dirgli come in confidenza): Io credo che fu piuttosto, signore, per avvilimento o per sdegno del teatro, così come il pubblico solitamente lo vede e lo vuole...


Il capocomico: Andiamo avanti, andiamo avanti, santo Dio, e veniamo al fatto, signori miei!.

 

La figliastra: Eh, ma mi pare, scusi, che di fatti ne abbia fin troppi, con la nostra entrata in casa di lui! (Indicherà il Padre): Diceva che non poteva appendere i cartellini o cangiar di scena ogni cinque minuti!


Il capocomico: Già! Ma appunto! Combinarli, aggrupparli in un'azione simultanea e serrata, e non come pretende lei, che vuol vedere prima il suo fratellino che ritorna dalla scuola e s'aggira come un'ombra per le stanze, nascondendosi dietro gli usci a meditare un proposito, in cui - com'ha detto? -


La figliastra: - si dissuga, signore, si dissuga tutto!


Il capocomico: Non ho mai sentito codesta parola! E va bene: "crescendo soltanto negli occhi", è vero?


La figliastra: Sissignore: eccolo lì! (Lo indicherà presso la madre).

Il capocomico: Brava! E poi, contemporaneamente, vorrebbe anche quella bambina che giuoca, ignara, nel giardino. L'uno in casa, e l'altra nel giardino, è possibile?

La figliastra: Ah, nel sole, signore, felice! È l'unico mio premio, la sua allegria, la sua festa, in quel giardino; tratta dalla miseria, dallo squallore di un'orribile camera dove dormivamo tutti e quattro - e io con lei - io, pensi! con l'orrore del mio corpo contaminato, accanto a lei che mi stringeva forte forte coi suoi braccini amorosi e innocenti. Nel giardino, appena mi vedeva, correva a prendermi per mano. I fiori grandi non li vedeva; andava a scoprire invece tutti quei "pittoli pittoli" e me li voleva mostrare, facendo una festa, una festa!

 

Così dicendo, straziata dal ricordo, romperà in un pianto lungo, disperato, abbattendo il capo sulle braccia abbandonate sul tavolino.

La commozione vincerà tutti.

Il capocomico le si accosterà quasi paternamente, e le dirà per confortarla:

 

Il capocomico: Faremo il giardino, faremo il giardino, non dubiti: e vedrà che ne sarà contenta! Le scene le aggrupperemo lì!

(Chiamando per nome un Apparatore): Ehi, calami qualche spezzato d'alberi! Due cipressetti qua davanti a questa vasca!

Si vedranno calare dall'alto del palcoscenico due cipressetti. Il Macchinista, accorrendo, fermerà coi chiodi i due pedani.

 

Il capocomico (alla figliastra): Così alla meglio, adesso, per dare un'idea.

(Richiamerà per nome l'Apparatore). Ehi, dammi ora un po' di cielo!

L'apparatore: (dall'alto): Che cosa?

Il capocomico: Un po' di cielo! Un fondalino, che cada qua dietro questa vasca!

 

Si vedrà calare dall'alto del palcoscenico una tela bianca.

 

Il capocomico: Ma non bianco! T'ho detto cielo! Non fa nulla, lascia: rimedierò io.

(Chiamando): Ehi, elettricista, spegni tutto e dammi un po' di atmosfera... atmosfera lunare...blu, blu alle bilance, e blu sulla tela, col riflettore... Così! Basta!

 

Si sarà fatta, a comando, una misteriosa scena lunare, che indurrà gli attori a parlare e muoversi come di sera, in un giardino, sotto la luna.

 

Il capocomico (alla figliastra): Ecco, guardi! E ora il giovinetto, invece di nascondersi dietro gli usci delle stanze, potrebbe aggirarsi qua nel giardino, nascondendosi dietro gli alberi. Ma capirà che sarà difficile trovare una bambina che faccia bene la scena con lei, quando le mostra i fiorellini.

(Rivolgendosi al Giovinetto): Venga, venga avanti lei, piuttosto! Vediamo di concretare un po'!

(E poiché il ragazzo non si muove): Avanti, avanti!

(Poi, tirandolo avanti, cercando di fargli tener ritto il capo che ogni volta ricasca giù): Ah, dico, un bel guajo, anche questo ragazzo...Ma com'è? ...Dio mio, bisognerebbe pure che qualche cosa dicesse...

(Gli s'appresserà, gli poserà una mano sulla spalla, lo condurrà dietro allo spezzato d'alberi). Venga, venga un po': mi faccia vedere! Si nasconda un po' qua...Così... Si provi a sporgere un po' il capo, a spiare...

(Si scosterà per vedere l'effetto: e appena il Giovinetto eseguirà l'azione tra lo sgomento degli attori che resteranno impressionatissimi): Ah, benissimo...benissimo...

(Rivolgendosi alla figliastra): E dico, se la bambina, sorprendendolo così a spiare, accorresse a lui e gli cavasse di bocca almeno qualche parola?


La figliastra (sorgendo in piedi): Non speri che parli, finché c'è quello lì! (Indicherà il figlio). Bisognerebbe che lei mandasse via, prima, quello lì.

Il figlio (avviandosi risoluto verso una delle due scalette): Ma prontissimo! Felicissimo! Non chiedo di meglio!

Il capocomico (subito trattenendolo): No! Dove va? Aspetti!

 

La madre si alzerà sgomenta, angosciata dal pensiero che egli se ne vada davvero, e istintivamente leverà le braccia quasi per trattenerlo, pur senza muoversi dal suo posto.

 

Il figlio (arrivando alla ribalta, al capocomico che lo tratterrà): Non ho proprio nulla, io, da far qui! Me ne lasci andare, la prego! Me ne lasci andare!

Il capocomico: Come non ha nulla da fare?

La figliastra (placidamente, con ironia): Ma non lo trattenga! Non se ne va!

Il padre: Deve rappresentare la terribile scena del giardino con sua madre!

Il figlio (subito, risoluto, fieramente): Io non rappresento nulla! E l'ho dichiarato fin da principio!

(Al capocomico): Me ne lasci andare!

La figliastra (accorrendo, al capocomico): Permette, signore?

(Gli farà abbassare le braccia, con cui trattiene il figlio.) Lo lasci!

(Poi, rivolgendosi a lui, appena il capocomico lo avrà lasciato): Ebbene, vattene! -

 

Il figlio resterà proteso verso la scaletta, ma, come legato da un potere occulto, non potrà scenderne gli scalini; poi, tra lo stupore e lo sgomento ansioso degli attori, si moverà lentamente lungo la ribalta, diretto all'altra scaletta del palcoscenico; ma giuntovi, resterà anche lì proteso, senza poter discendere.

 

La figliastra, che lo avrà seguito con gli occhi in atteggiamento di sfida, scoppierà a ridere.

 

La figliastra: - Non può, vede? non può! Deve restar qui, per forza, legato alla catena, indissolubilmente. Ma se io che prendo il volo, signore, quando accade ciò che deve accadere - proprio per l'odio che sento per lui, proprio per non vedermelo più davanti - ebbene, se io sono ancora qua, e sopporto la sua vista e la sua compagnia - si figuri se può andarsene via lui che deve, deve restar qua veramente con questo suo bel padre, e quella madre là, senza più altri figli che lui...

(Rivolgendosi alla madre): - E su, su, mamma! Vieni...

(Rivolgendosi al capocomico per indicargliela): - Guardi, s'era alzata, s'era alzata per trattenerlo...

(Alla madre, quasi attirandola per virtù magica): - Vieni, Vieni...

(Poi al capocomico): - Immagini che cuore può aver lei di mostrare qua ai suoi attori quello che prova; ma è tanta la brama d'accostarsi a lui, che - eccola - vede? è disposta a vivere la sua scena!

 

Difatti la madre si sarà accostata, e appena la figliastra finirà di proferire le ultime parole, aprirà le braccia per significare che acconsente.

 

Il figlio (subito): Ah, ma io no! Io no! Se non me ne posso andare, resterò qua; ma le ripeto che io non rappresento nulla!

Il padre (al capocomico, fremendo): Lei lo può costringere, signore!

Il figlio: Non può costringermi nessuno!

Il padre: Ti costringerò io!

 

La figliastra: Aspettate! Aspettate! Prima, la bambina alla vasca!

(Correrà a prendere la Bambina, si piegherà sulle gambe davanti a lei, le prenderà la faccina tra le mani). Povero amorino mio, tu guardi smarrita, con codesti occhioni belli: chi sa dove ti par d'essere! Siamo su un palcoscenico, cara! Che cos'è un palcoscenico? Ma, vedi? un luogo dove si giuoca a far sul serio. Ci si fa la commedia. E noi faremo ora la commedia. Sul serio, sai! Anche tu...

(L'abbraccerà, stringendosela sul seno e dondolandosi un po'). Oh amorino mio, amorino mio, che brutta commedia farai tu! che cosa orribile è stata pensata per te! Il giardino, la vasca...Eh, finta, si sa! Il guajo è questo, carina: che è tutto finto, qua! Ah, ma già forse a te bambina, piace più una vasca finta che una vera; per poterci giocare, eh? Ma no, sarà per gli altri un gioco; non per te, purtroppo, che sei vera, amorino, e che giochi per davvero in una vasca vera, bella, grande, verde, con tanti bambù che vi fanno l'ombra, specchiandovisi, e tante tante anatrelle che vi nuotano sopra, rompendo quest'ombra. Tu la vuoi acchiappare, una di queste anatrelle..

(Con un urlo che riempie tutti di sgomento): no, Rosetta mia, no! La mamma non bada a te, per quella canaglia di figlio là! Io sono con tutti i miei diavoli in testa...E quello lì...

(Lascerà la Bambina e si rivolgerà col solito piglio al Giovinetto): Che stai a far qui, sempre con codest'aria di mendico? Sarà anche per causa tua, se quella piccina affoga: per codesto tuo star così, come se io facendovi entrare in casa non avessi pagato per tutti!

(Afferrandogli un braccio per forzarlo a cacciar fuori dalla tasca una mano): Che hai lì? Che nascondi? Fuori, fuori questa mano!

(Gli strapperà la mano dalla tasca e, tra l'orrore di tutti, scoprirà ch'essa impugna una rivoltella. Lo mirerà un po' come soddisfatta: poi dirà, cupa): Ah! Dove, come te la sei procurata?

(E poiché il Giovinetto, sbigottito, sempre con gli occhi sbarrati e vani, non risponderà): Sciocco, in te, invece d'ammazzarmi, io, avrei ammazzato uno di quei due; o tutti e due: il padre e il figlio!

 

Lo ricaccerà dietro al cipressetto da cui stava a spiare; poi prenderà la Bambina e la calerà dentro la vasca, mettendovela a giacere in modo che resti nascosta; infine, si accascerà lì, col volto tra le braccia appoggiate all'orlo della vasca.

 

Il capocomico: Benissimo!

(Rivolgendosi al figlio): E contemporaneamente...

Il figlio (con sdegno): Ma che contemporaneamente! Non è vero, signore! Non c'è stata nessuna scena fra me e lei! (Indicherà la madre). Se lo faccia dire da lei stessa, come è stato.

 

Intanto la Seconda Donna e l'Attor Giovane si saranno staccati dal gruppo degli attori e l'una si sarà messa a osservare con molta attenzione la madre che le starà di fronte, e l'altro il figlio, per poterne poi rifare le parti.

 

La madre: Sì, è vero, signore! Io ero entrata nella sua camera.


Il figlio: Nella mia camera, ha inteso? Non nel giardino!

Il capocomico: Ma questo non ha importanza! Bisogna raggruppar l'azione, ho detto!

Il figlio (scorrendo l'Attor Giovane che l'osserva): Che cosa vuol lei?

L'attor giovane: Niente; la osservo.

Il figlio (voltandosi dall'altra parte, alla Seconda Donna): Ah - e qua c'è lei? Per rifar la sua parte? (Indicherà la madre).

Il capocomico: Per l'appunto! Per l'appunto! E dovrebbe esser grato, mi sembra, di questa loro attenzione!

Il figlio: Ah, si! Grazie! Ma non ha ancora compreso che questa commedia lei non la può fare! Noi non siamo mica dentro di lei, e i suoi attori stanno a guardarci da fuori. Le par possibile che si viva davanti a uno specchio che, per di più, non contento d'agghiacciarci con l'immagine della nostra stessa espressione, ce la ridà come una smorfia irriconoscibile di noi stessi?


Il padre: Questo è vero! Questo è vero! Se ne persuada!

Il capocomico (all'Attor Giovane e alla Seconda Donna): Va bene, si levino davanti!

Il figlio: È inutile! Io non mi presto.

Il capocomico: Si stia zitto, adesso, e mi lasci sentir sua madre! (Alla madre): Ebbene? Era entrata?

La madre: Sissignore, nella sua camera, non potendone più. Per votarmi il cuore di tutta l'angoscia che m'opprime. Ma appena lui mi vide entrare -

Il figlio: - nessuna scena! Me ne andai; me n'andai per non fare una scena. Perché non ho mai fatto scene, io; ha capito?

La madre: È vero! È così. È così!

Il capocomico: Ma ora bisogna pur farla questa scena tra lei e lui! È indispensabile!

La madre: Per me, signore, io sono qua! Magari mi desse lei il modo di potergli parlare un momento, di potergli dire tutto quello che mi sta nel cuore.

 

Il padre (appressandosi al figlio, violentissimo): Tu la farai! per tua madre! per tua madre!

Il figlio (più che risoluto): Non faccio nulla!

Il padre (afferrandolo per il petto, e scrollandolo): Per Dio, obbedisci! Obbedisci! Non senti come ti parla! Non hai viscere di figlio?

Il figlio (afferrandolo anche lui): No! No! e finiscila una buona volta!

 

Costernazione generale.

La madre, spaventata, cercherà di interporsi, di separarli.

 

La madre (c.s.): Per carità! Per carità!

Il padre (senza lasciarlo): Devi obbedire! Devi obbedire!

Il figlio (colluttando con lui e alla fine buttandolo a terra presso la scaletta, tra l'orrore di tutti): Ma che cos'è codesta frenesia che t'ha preso? Non ha ritegno di portare davanti a tutti la sua vergogna e la nostra! Io non mi presto! non mi presto! E interpreto così la volontà di chi non volle portarci sulla scena!

Il capocomico: Ma se ci siete venuti!

Il figlio (additando il padre): Lui, non io!

Il capocomico: E non è qua anche lei?

Il figlio: C'è voluto venir lui, trascinandoci tutti e prestandosi anche a combinare di là insieme con lei non solo quello che è realmente avvenuto; ma come se non bastasse, anche quello che non c'è stato!

Il capocomico: Ma dica, dica lei almeno che cosa c'è stato! Lo dica a me! Se n'è uscito dalla sua camera, senza dir nulla?

Il figlio (dopo un momento d'esitazione): Nulla. Proprio, per non fare una scena!

Il capocomico (incitandolo): Ebbene, e poi? che ha fatto?

Il figlio (tra l'angosciosa attenzione di tutti, muovendo alcuni passi sul palcoscenico): Nulla...Attraversando il giardino...

S'interromperà, fosco, assorto.

 

Il capocomico (spingendolo sempre più a dire, impressionato dal ritegno di lui): Ebbene? attraversando il giardino?

Il figlio (esasperato, nascondendo il volto con un braccio): Ma perché mi vuol far dire, signore? È orribile!

 

La madre tremerà tutta, con gemiti soffocati, guardando verso la vasca.

 

Il capocomico (piano, notando quello sguardo, si rivolgerà al figlio con crescente apprensione): La bambina?

Il figlio (guardando davanti a sè, nella sala): Là, nella vasca...

Il padre (a terra, indicando pietosamente la madre): E lei lo seguiva, signore!

Il capocomico (al figlio, con ansia): E allora, lei?

Il figlio (lentamente, sempre guardando davanti a sè). Accorsi; mi precipitai per ripescarla... Ma a un tratto m'arrestai, perché dietro quegli alberi vidi una cosa che mi gelò: il ragazzo, il ragazzo che se ne stava lì fermo, con occhi da pazzo, a guardare nella vasca la sorellina affogata. -

 

La figliastra, rimasta curva presso la vasca a nascondere la Bambina, risponderà come un'eco dal fondo, singhiozzando perdutamente.

 

Pausa.

 

- Feci per accostarmi; e allora...

 

Rintronerà dietro gli alberi, dove il Giovinetto è rimasto nascosto, un colpo di rivoltella.

 

La madre (con un grido straziante, accorrendo col figlio e con tutti gli attori in mezzo al subbuglio generale): figlio! figlio mio!

(E poi, fra la confusione e le grida sconnesse degli altri): Ajuto! Ajuto!


Il capocomico (tra le grida, cercando di farsi largo, mentre il Giovinetto sarà sollevato da capo e da piedi e trasportato via, dietro la tenda bianca): S'è ferito? s'è ferito davvero?

 

Tutti, tranne il capocomico e il padre, rimasto per terra presso la scaletta, saranno scomparsi dietro il fondalino abbassato, che fa da cielo, e vi resteranno un po' parlottando angosciosamente, poi, da una parte e dall'altra di esso, rientreranno in iscena gli attori.

 

La prima attrice (rientrando da destra, addolorata): È morto! Povero ragazzo! È morto! Oh che cosa!


Il primo attore (rientrando da sinistra, ridendo): Ma che morto! Finzione! finzione! Non ci creda!

Altri attori da destra: Finzione? Realtà! realtà! È morto!

Altri attori da sinistra: No! Finzione! Finzione!

Il padre (levandosi e gridando tra loro): Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! realtà!

E scomparirà anche lui, disperatamente, dietro il fondalino.

 

Il capocomico (non potendone più): Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Luce! Luce! Luce! -

 

D'un tratto, tutto il palcoscenico e tutta la sala del teatro sfolgoreranno di vivissima luce.

Il capocomico rifiaterà come liberato da un incubo, e tutti si guarderanno negli occhi, sospesi e smarriti.

 

Il capocomico: - Ah! Non m'era mai capitata una cosa simile! Mi hanno fatto perdere una giornata!

(Guarderà l'orologio). Andate, andate! Che volete più fare adesso? Troppo tardi per ripigliare la prova. A questa sera!

(E appena gli attori se ne saranno andati, salutandolo): Ehi, elettricista, spegni tutto!

(Non avrà finito di dirlo, che il teatro piomberà per un attimo nella più fitta oscurità). Eh, perdio! Lasciami almeno accesa una lampadina, per vedere dove metto i piedi!

 

Subito, dietro il fondalino, come per uno sbaglio d'attacco, s'accenderà un riflettore verde, che proietterà, grandi e spiccate, le ombre dei Personaggi, meno il Giovinetto e la Bambina.

Il capocomico, vedendole, schizzerà via dal palcoscenico, atterrito.

Contemporaneamente si spegnerà il riflettore dietro il fondalino, e si rifarà sul palcoscenico il notturno azzurro di prima.

 

Lentamente, dal lato destro della tela verrà prima avanti il figlio, seguito dalla madre con le braccia protese verso di lui; poi dal lato sinistro il padre.
Si fermeranno a metà del palcoscenico, rimanendo lì come forme trasognate.

Verrà fuori, ultima, da sinistra, la figliastra che correrà verso una delle scalette; sul primo scalino si fermerà un momento a guardare gli altri tre e scoppierà in una stridula risata, precipitandosi poi giù per la scaletta; correrà attraverso il corridojo tra le poltrone; si fermerà ancora una volta e di nuovo riderà, guardando i tre rimasti lassù; scomparirà dalla sala, e ancora, dal ridotto, se ne udrà la risata.

 

Poco dopo calerà la

Tela

 

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