Luigi Pirandello 1867 - 1936

Le opere integrali. Riassunti, analisi, tematiche, media.

Deutsch Español Français English Sicilianu Portugues
 

In linea dal 20.12.2000 

Cerca nel sito

ShakespeareWeb

Home

La Biografia

Tematiche

Biblioteca

Audioteca

Videoteca

Teatro

Romanzi

Novelle

Poesie

Saggi e Discorsi

Luigi Pirandello - Il Teatro

»»» Indice Teatro

 

La signora Morli, una e due    

Commedia in tre atti - 1920

FONTE Novelle «Stefano Giogli uno e due» (1909) - «La morta e la viva» (1910)
STESURA estate - autunno? 1920
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 12 novembre 1920 - Roma, Teatro Argentina, Compagnia di Emma Gramatica
 
Approfondimenti nel sito:
Sez. Novelle - Stefano Giogli uno e due (raccolta Appendice Novelle per un anno)
Sez. Novelle - La morta e la viva (raccolta La giara)
Sez. Video - La signora Morli, una e due - RAI 1972 - con Adriana Asti, Giulio Bosetti, Mario Maranzana, Silvano Tranquilli. Regia di Ottavio Spadaro

 

 

  PREMESSA  

 

             È una commedia in tre atti che deriva dalle novelle «La morta e la viva» (1909) e «Stefano dogli uno e due» (1910). È stata scritta nel 1920. Fu rap­presentata la prima volta a Roma, al Teatro Argentina, il 12 novembre 1920 dalla Compagnia Emma Gramatica e pubblicata da Bemporad, Firenze, nel 1922.

             Un doppio affetto, per l’amante e per il marito, può albergare nella stessa persona, fino al punto di farla sentire due persone diverse. Questo particolare aspetto della pirandelliana molteplicità dell’io è la «verità» della commedia La signora Morli, una e due, che non manca certo di un concreto fondamento psicologico e che come tutte le verità praticate oltre le regole sociali e le con­venzioni umane, crea profondi contrasti.

             La duplicità di sentimenti in cui vive, con totale sincerità Evelina Morli, su­scita una vivace contesa fra il marito Ferrante Morli e l’amante, Lello Car­poni: entrambi vogliono Evelina tutta per sé, come è nell’ordine delle cose. Ma, intanto, sono proprio loro due a operare la profonda divisione nei suoi affetti, incominciando persino dal nome che scindono a metà: Ferrante la chiama «Eva» e le fa rivivere gli entusiasmi di un amore spensierato e felice: Lello la chiama «Lina» e la proietta in un’atmosfera di tranquilla rispettabi­lità e di doveri sociali. Così le due personalità della protagonista sono desi­gnate da due nomi che sono parti del suo intero nome «Evelina».

             Come sempre, c’è la reazione degli altri; ma in questo caso il conformismo sociale parteggia per l’amante e non per il marito. Ed è comprensibile: i commenti vengono da parte di amici e di amiche dell’ Avvocato Lello Carponi, di cui ammirano la serietà e la rettitudine, nonché la buona azione da lui compiuta nel prendere con sé Evelina e il figlio Aldo, dopo che il marito Fer­rante Morli, costretto a fuggire per problemi d’interesse, li aveva abbando­nati. Il confronto fra amante e marito avviene al sorprendente ritorno di Fer­rante, che, dopo quattordici anni di lontananza, nessuno più s’aspettava. Né Ferrante pretende ormai nulla: riconosce i meriti dell’Avvocato Carponi; nel colloquio che ha con lui ammette che ha ragione in tutto; e afferma di non vo­lere che il suo ritorno cambi qualcosa. Egli è remissivo e tollerante, mentre agitatissimo risulta Lello Carponi che si vede crollare addosso il suo mondo e non accetta nessuna scusa o giustificazione o ammissione. Conclude osser­vando che ormai la presenza di Ferrante mette pubblicamente in evidenza che Evelina vìve con un uomo che non è il marito.

             L’incontro con Ferrante sconvolge Evelina e si capisce subito che l’antico amore è sopravvissuto in entrambi. A nulla servirà che Ferrante si trasferisca a Roma; parte con lui il figlio Aldo, che è un richiamo per l’affetto della madre, rimasta a Firenze con Carponi e la figlioletta che ha avuto da lui. E sarà proprio Aldo a far precipitare la madre a Roma con un telegramma in cui finge d’essere gravemente ammalato. Lieta di averlo trovato in ottima sa­lute Evelina, invece di rimproverarlo seriamente, accetta lo scherzo e si trat­tiene a Roma per otto giorni.

             Vissuta quattordici anni con Lello «uomo malinconico, posato e scrupoloso», Evelina è diventata «seria e contegnosa». Ferrante, uomo allegro e vivace, le ricorda una vita più lieta di quella che conduce a Firenze; nel breve sog­giorno romano, trascorso in innocente spensieratezza, riscopre l’antica Eva che era in lei; in compagnia del marito e del figlio si diverte come non aveva più fatto, va persino a cavalcare. Ferrante è colpito dalla reazione di Aldo che indirettamente gli rivela la monotonia dell’ attuale vita di Eva: «Ma sai che per me sei tutta, tutta nuova mammina? Io ti sto conoscendo adesso, non ti ho mai veduta così». Ferrante si sente come se non fosse mai partito e non vuole che Eva torni a essere quella che è a Firenze. S’accorge che è ancora innamorata di lui e pretende che rimanga a Roma. Ma Eva gli risponde che se ne va proprio perché sente per lui l’antico amore. Decide di tornare a Fi­renze non solo da Lello cui tanto deve, ma dalla piccola figlia. A Firenze dovrà affrontare la requisitoria dell’Avvocato Carponi che la rimprovera aspramente per essere rimasta otto giorni a Roma. Nel finale Evelina appas­sionatamente gli spiega come là si sia sentita un’altra persona e come vi si trovasse a suo agio. Ma ora proprio per non impazzire non vi andrà più; Aldo se vuol vedere la madre verrà a Firenze.

             Non c’è niente di meccanico e di intellettualìstico nello sdoppiamento di Evelina che risulta basato su sentimenti plausibili e autentici. Nella contesa è lei che risulta la più altruista; la sua decisione finale è un sacrificio basato sull’amore materno. Ancora una volta Pirandello vede nella donna una crea­tura indifesa, vittima dell’egoismo degli uomini.

 

 

»»» Indice Teatro

Inizio Pagina

La signora Morli, una e due

Commedia in tre atti - 1920

 

PERSONAGGI

 

Evelina Morli
Ferrante Morli, suo marito
Lello Carpani, avvocato
Aldo Morli, figlio di Evelina e di Ferrante
Titti Carpani, figlia di Evelina e di Lello
Decio, amico di Aldo
L'avvocato Giorgio Armelli, socio del Carpani
Lucia Armelli, sua moglie
La Signora Tuzzi, amica di Evelina
Lisa, vecchia cameriera
Ferdinando, cameriere
Toto
Una giovane, la signora vedova, una vecchia zia, la nipote, Miss Write.

Il primo e il terzo atto si svolgono a Firenze, il secondo a Roma. Oggi.

La signora Morli, una e due - Adriana Asti - Rai 1972

 

La signora Morli, una e due

Commedia in tre atti - 1920

 

            ATTO PRIMO

 

             Ricco salotto in casa dell’avvocato Carpani. La comune è nella parete di fondo, verso sinistra. Due usci laterali. Quello a destra dà nello studio del

             Carpani.

             Al levarsi della tela, la scena è vuota. Entrano dalla comune Lisa, vecchia domestica con la cuffia e gli occhiali, stupida e pedante, e Ferrante Morli, bell’uomo, forte, sui quarantacinque anni, sbarbato, con folti e ricci capelli, già tutti grigi, vestito con eleganza un po’ abbondante, all’ americana. È in preda a una viva ansietà, ma si sforza di dominarla. Questo sforzo lo fa appa­rire più d’un po’ strano e distratto.

             LISA (dando passo sulla soglia a Ferrante): Ecco, entri qua. Chi debbo annun­ziare?

             FERRANTE: Ah, sì... Pedretti, l’ingegner Pedretti. Sono tutti in casa?

             LISA: Dice anche la signora?

             FERRANTE (con foga): La signora, già! (Contenendosi:) Anche... anche la si­gnora.

             LISA: Sissignore. Credo che sia in casa. Ma lei, scusi, con chi vuol parlare pro­priamente?

             FERRANTE (in fretta): Con l’avvocato, con l’avvocato.

             LISA: Va bene. S’accomodi. Vado ad annunziarla. – Ha detto, mi pare...?

             FERRANTE: Che cosa? – Niente.

             LISA: No. Il nome, scusi. L’ingegnere, come ha detto?

             FERRANTE (senz’imbarazzo, cercando di ricordare): Ah, Pe... Pedretti mi pare d’aver detto.

             LISA (lo guarda stupita, come se domandasse: «Ma come! Non ne è sicuro?»).

             FERRANTE (notando lo stupore, con stizza): Non si confonda, per carità! Sono un po’ distratto.

             LISA: Ingegnere?

             FERRANTE (sbuffando): Dio mio, l’avvocato non mi conosce! (Poi, di scatto, come per darle una lezione:) Lei, scusi, come si chiama?

             LISA: Io? Lisa.

             FERRANTE: E che vuole che importi a me che non la conosco, che lei si chiami Lisa, o che si chiami, poniamo, Beatrice? – Dica che c’è un signore che vuol parlargli, e basta così!

             LISA: Eh, lo so; ma è che il signor avvocato mi rimprovera quando non so ripe­tergli con precisione i nomi dei signori clienti. – Pedretti... l’ingegner Pe­dretti...

             Così dicendo quasi tra sé, s’avvia verso l’uscio a destra; fa per picchiare con le nocche delle dita, ma se ne trattiene, perché dall’uscio a sinistra irrom­pono, gridando e ridendo, Aldo e Decio, entrambi sui diciott’anni, elegantis­simi; in maniche di camicia, con le racchette in mano.

             ALDO (tenendo in una mano dietro la schiena una palla di tennis, che Decio vorrebbe strappargli): No, no! Non te la do! non te la do!

             DECIO: Ma tocca a me ora, scusa!

             ALDO: No! Tu non l’hai ripresa! Non te la do!

             DECIO: Sfido, me l’hai buttata male! Dammela! dammela!

             LISA (che s’è turata le orecchie allo schiamazzo, alzando ora le braccia e fa­cendosi avanti): Per favore, non mi fanno sentire se il signor avvocato ri­sponde!

             FERRANTE (non riuscendo più a dominarsi fin dall’irruzione dei due giovanotti, facendosi avanti anche lui e dicendo quasi a se stesso, sospeso e sorridente, con gli occhi ora all’uno ora all’altro): Vorrei indovinare... vorrei indovi­nare...

             DECIO (con sorpresa, scorgendo ora soltanto il visitatore, rivolgendosi a Aldo): Oh! E chi è il signore?

             FERRANTE (c.s.): Vorrei indovinare...

             ALDO (stordito): Che cosa?

             Lisa approfitta di questa pausa per picchiare all’uscio a destra. Poco dopo lo aprirà e andrà via, richiudendolo.

             FERRANTE (ponendosi davanti l’uno e l’altro giovanotto e seguitando a guar­darli con ansietà sempre più viva e commossa): Ecco... mi permettano... così accanto... (Poi, dopo aver guardato ancora, bene, l’uno e l’altro negli occhi, posando una mano sulla spalla di Decio, gli domanda:) Aldo? sei tu?

             ALDO: No, scusi: Aldo sono io.

             FERRANTE (deluso, che la cosi detta «voce del sangue» lo abbia tradito): Ah – lei?

             ALDO (ridendo): Oh, bella! E perché, se Aldo era lui (indica Decio) gli dava del tu e, sapendo che sono io, mi da del lei? (Ma Decio all’improvviso, ap­profittando della distrazione di Aldo, gli strappa la palla di mano. Tutt’e due, allora, gridando, prendono a inseguirsi, girando attorno a Ferrante.)

             DECIO: Ah! Eccola, me la riprendo!

             ALDO: No! Questo è un tradimento!

             DECIO: Te l’ho fatta! Te l’ho fatta!

             ALDO: No! Ridammela! Ridammela!

             FERRANTE (sorridendo tra i due, sballottato): Signori miei... signori miei... A questo punto, l’uscio a destra si spalanca e ne vien fuori l’avvocato Lello Carpani, irritatissimo. E anche lui sui quarant’anni, molto posato, avvocato di grido, che sa come bisogna comportarsi per farsi valere. Sarebbe, o vor­rebbe essere ben altro, se non stimasse pericoloso abbandonarsi alle velleità letterarie della sua prima giovinezza piuttosto romantica. La quale s’intra­vede ancora da certi mezzi sorrisi, e da come si passa la mano sui capelli, ch’eran tanti e che sono pochini ormai, ma ben rassettati, con la scrimina­tura da un lato e un ciuffetto sulla fronte. La posizione. Tutte le apparenze da sostenere e da rispettare. E come si fa, Dio mio! È pur necessaria questa grande serietà, che contiene tanta segreta malinconia.

             LELLO: Ma Aldo, vergogna! A un signore in visita...

             ALDO (a Ferrante): Oh, già! Scusi. – M’ha strappato la palla, ha visto?

             FERRANTE: Ma io godo moltissimo...

             LELLO: No, la prego: non dica così, perché è una vera indecenza...

             ALDO: Hai ragione, papà. Torno a chiedere scusa al signore.

             LELLO: Ti prego di tacere. Basta a denunziare la tua sconvenienza il fatto che mi giuochi a tennis in camera!

             ALDO: No, permetti?

             LELLO: Basta così!

             ALDO: M’accusi di sconvenienza... Ti prego di guardare! (S’accosta d’un balzo a Decio e gli strappa di mano la racchetta per mostrarla a Lello insieme con la sua.) Di chi sono queste racchette?

             LELLO: Che vuoi che sappia di chi sono!

             ALDO: Questa, della mamma; e questa di Muci.

             LELLO (scattando): Ma che Muci! Si chiama Titti!

             ALDO: Titti, sì: muci-muci – Me le ha lasciate in camera; con la palla. Non c’è caso che a me sarebbe venuto in mente di giocarci, senza questo disordine. E di’ tu, Decio, dov’erano posate?

             DECIO (ipocrita): Ma... non so se debba dirlo...

             ALDO: No, dillo! dillo!

             DECIO: Eh... veramente... sul letto...

             ALDO: Hai capito? Con la palla! Cose che non dovrebbero essere ammissibili in una ragazza governata da Miss Write. Signore, la ossequio. – Vieni, Decio! Via tutti e due dall’uscio a sinistra. Lello resta male.

             FERRANTE: Eh, la gioventù!

             LELLO (pigiando sulla parola): D’oggi! Che vale quanto dire arroganza, impu­denza, petulanza!

             FERRANTE: Anche quella di jeri, là!

             LELLO: No, prego! Sono stato anch’io giovane, e mi sentirei, creda, d’esser tuttora giovanissimo; ma gli eccessi, proprii della gioventù, erano, almeno per me, di ben altro genere.

             FERRANTE: Secondo nature. Mi sa che quel giovanotto debba tener molto da suo padre.

             LELLO (impuntandosi): Ah, lei è a conoscenza che non è mio figlio?

             FERRANTE: Sì. So che...

             LELLO: Ha conosciuto forse il padre?

             FERRANTE: Sissignore. E vengo anzi, se permette, a nome di lui...

             LELLO (tirandosi indietro e quasi parando con la mano la notizia inattesa): Di lui? Che dice? Di Ferrante Morli?

             FERRANTE: Non s’allarmi, prego!

             LELLO: È ritornato?

             FERRANTE: Sissignore.

             LELLO: Ferrante Morli è ritornato? Ma come? dove? quando è ritornato?

             FERRANTE: Da sei giorni.

             LELLO: Da sei giorni? E dove? Qua?

             FERRANTE: Non qua. Ha mandato me. Si calmi, per carità; mi lasci dire.

             LELLO (senza dargli ascolto, indietreggiando e squadrandolo): Manda lei? E che vuole? Che cosa può pretendere dopo quattordici anni?

             FERRANTE: Ecco: niente! Vorrei che mi lasciasse dire...

             LELLO: Ma che mi vuol dire! che mi vuol dire! È uno scompiglio! Uno scon­quasso, ora... (casca a sedere.) Uno ch’era sparito, lei lo capisce? cancellato dalla memoria, come se fosse morto...

             FERRANTE (con strana espressione): Ecco, precisamente.

             LELLO (stordito, voltandosi a guardarlo): Che, precisamente?

             FERRANTE: Quand’uno parte (come partì lui) e ritorna dopo quattordici anni...

             LELLO (balzando di nuovo in piedi): Si ha tutto il diritto di considerarlo come morto!

             FERRANTE (con l’espressione di prima): Ecco, precisamente.

             LELLO: Lei sa come se ne partì? Saprà anche, allora, che fui io a cavarlo dal carcere!

             FERRANTE: Ah no, questo, scusi...

             LELLO: Sissignore! Minacciato d’arresto...

             FERRANTE: Se ne partì...

             LELLO (con forza): Se ne fuggì! E allora lo cavai io, qua, da tutto quel grovi­glio d’imprese spallate, per cui non aveva veduto altro scampo che nella fuga.

             FERRANTE (turbato, ritenuto, come sospeso in una costernata meraviglia): Ah, lei... lei riuscì a chiarire la situazione del Morli?

             LELLO: Io! sissignore!

             FERRANTE: Ma... so che c’era anche un forte ammanco – distorsione d’altri, lei lo saprà – ma di cui purtroppo il responsabile era lui.

             LELLO (mostrando di non volersi indugiare nella discussione risponde, seccato, come se per lui la cosa non abbia importanza): Per quell’ammanco inter­venne la moglie.

             FERRANTE (facendo un violentissimo sforzo su se stesso per dominare lo stu­pore e la commozione): La moglie? Come?

             LELLO (c.s.): Con la dote. Contro il mio parere, badiamo. Non avrei voluto a nessun costo.

             FERRANTE (non riuscendo a nascondere il dolore e la commozione): Ma sì! Fu male! Non doveva mai! (Con ansia:) E allora... allora la signora perdette la dote?

             LELLO (dopo averlo osservato un po’; con freddezza): No, non la perdette... Ma lei forse ha da comunicarmi qualche cosa, per cui questa notizia la turba tanto?

             FERRANTE (cercando di riprendersi per rimediare): No... è... è che lui ignora affatto che la moglie... Mi disse anzi, ch’era sicuro, allontanandosi forse per sempre, ch’ella – almeno materialmente – mercé la dote che le restava intatta e cospicua, non avrebbe patito di quella sua rovina. (Di nuovo con ansia:) Ma lei mi dice che non la perdette?

             LELLO: Grazie a me, non la perdette, caro signore. Se si fosse rivolta a un av­vocato meno scrupoloso...

             FERRANTE (con fervore di gratitudine): Ne sono convinto! ne sono convinto!

             LELLO (interpretando male quel fervore): Oh, sa? tanto per prevenire qualche sottintesa ironia...

             FERRANTE (subito): Ma no! Per carità!

             LELLO: No, dico, se mai! posso dichiararle senz’ambagi che m’interessai tanto alla sorte della signora, abbandonata a ventitré anni, con un bambino di quat­tro, sola, bella, inesperta...

             FERRANTE (con uno scatto inconsulto): Inesperta, no! (Poi subito, per rime­diare:) Per quanto io ne sappia!

             LELLO: Basta a dimostrarlo il fatto che voleva dar via, così senz’altro, la sua dote...

             FERRANTE: Ma potè anche essere per amore del marito...

             LELLO: Ah, sì... questo sì... difatti...

             FERRANTE: Mi duole – badi! – doverlo riconoscere, perché il Morli... – eh, lo conosco bene! «La vita, a chi resta; la morte, a chi tocca»! – era questo il suo motto; per significare che non dobbiamo più impacciarci di chi se ne va.

             LELLO: Precisamente! Ma non fu così per lui! E so io quel che dovetti penare per far valere – prima su quell’intenzione di sacrifizio; poi, a poco a poco, sui sentimenti della signora – quell’interesse che, come le dicevo, presi subito alla sua sorte (reciso con forza:) per amore, sì – non esito affatto, ripeto, a dichiararlo – per l’amore che mi nacque improvviso allora per lei – giovane anch’io... (Subito:) Badi, però; poteva essermi di vantaggio ch’ella sacrifi­casse al marito scomparso la sua dote, e si riducesse povera e bisognosa di ajuto e di sostegno. – Non volli! La difesi contro me stesso!

             FERRANTE: Ah, bello!

             LELLO: Le feci costituire la dote a garanzia dei creditori; domandai una dila­zione per dipanare tutta quella matassa arruffata d’affari; mettere in chiaro le spese, coprir quell’ammanco... – Un anno d’inferno! – Non certo – lei capirà – per salvare il signor Morli!

             FERRANTE: Ma giustissimo! Per salvare la dote!

             LELLO: La dote, sì, ma perché lei potesse disporre di sé, non solo liberata da ogni difficoltà materiale, ma anche secondo la sua elezione, senza più nessun ostacolo a ricongiungersi, se voleva, col marito, richiamandolo a sé, in patria, senza più pericolo che fosse arrestato.

             FERRANTE: Bello! Ah bello! Bello!

             LELLO: No – ecco... onesto; e – creda – non facile!

             FERRANTE: Se permette, io dico bello. – Onesto, mi scusi, se lei non avesse amato la signora.

             LELLO: Anzi perché l’amavo!

             FERRANTE: Lei, sì; ma la signora? la signora, è chiaro che doveva ancora amar molto, molto suo marito!

             LELLO (con stizza, subito): Gliel’ho già detto io stesso, mi pare!

             FERRANTE: Appunto. E perciò bello! Lei, mi perdoni, forse non sentì tanto il bi­sogno dell’onestà, quanto di farsene bello di fronte a quell’amore di lei, quasi per sfidarlo col paragone tra la viltà del marito che se n’era scappato e code­sta sua abnegazione che glielo ridava libero di ritornare a un suo richiamo.

             LELLO: Ebbene? Quand’anche fosse così?

             FERRANTE: Ah no, niente! Per chiarire la mia idea...

             LELLO: Ma nient’affatto! Perché non m’arrestai qua, io, caro signore! Dopo averlo cavato dagli imbrogli, fui ancora io ad avviar tutte le ricerche possibili e immaginabili presso i nostri consolati per rintracciarlo all’estero e fargli sa­pere che poteva ritornare tranquillo a casa sua! Le ho detto perciò che io, io più di tutti, ho il diritto di considerarlo come morto!

             FERRANTE: Già! Ma veda, non era possibile, ch’egli avesse notizia di codeste ricerche...

             LELLO: Voglio essere franco in tutto. Contai su questa... non dirò impossibi­lità...

             FERRANTE: Ma sì, impossibile! E del resto, quand’anche codeste ricerche lo avessero raggiunto, lui non sarebbe ritornato lo stesso. Perduto ogni credito, rovinato per colpa d’altri più che sua, non si sarebbe mai acconciato a vivere qua sulla dote della moglie.

             LELLO: Ma se ora è ritornato, scusi, prima della prescrizione di quella con­danna che s’aspettava e per cui era fuggito?

             FERRANTE: È segno, lei dice, che deve aver saputo che nessuna condanna più pendeva su lui?

             LELLO: Mi pare!

             FERRANTE: Lo seppe, difatti, pochi mesi or sono; e s’affrettò a liquidare i suoi affari per il ritorno.

             LELLO: Ma sperando che cosa? Dopo...

             FERRANTE (interrompendolo subito): Ecco... mi lasci dire! Dopo quattordici anni, vuol farmi osservare; spezzato ogni vincolo...

             LFLLO (con impeto): Non si sarà mica aspettato che la moglie stesse ancora in attesa di lui! Da pazzo – una simile speranza! Perché morta tutt’al più – ecco, morta – avrebbe potuto trovarla, se contava ch’ella fosse innamorata di lui fino al punto di poterlo aspettare per quattordici anni, così, senza saperne più nulla!

             FERRANTE (dopo aver tentato parecchie volte d’interromperlo, invano): Quel che dico io! Quel che dico io!

             LELLO (c.s.y. Ma no, caro signore! Bisogna non aver niente qua (si picchia sul petto) per non immaginare che il cuore d’una donna innamorata, d’una mo­glie giovane, che si vede abbandonata da un momento all’altro, col suo bam­bino, avrebbe potuto schiantarsi, schiantarsi – come difatti rischiò di schian­tarsi! – Questo lei non lo sa, caro signore, e che io mi dibattei nella dispera­zione per più di tre anni, a vedermela morire per un altro, che – spassi, estri, follie; uh! cinque anni di vita in comune, tutt’un giuoco d’artifizio: pim! pam! – Si fa presto così a prendersi tutta l’anima d’una donna! E ora lei viene a dirmi, calmo calmo, che quest’uomo non vuol niente!

             FERRANTE: Ha ragione! ha ragione, avvocato! Ma scusi, quando uno dice niente! Meno di così?

             LELLO: No, io rispondo a ciò che m’ha detto lei: che il signor Morli s’è affret­tato a ritornare. – Ricco di nuovo, eh?

             FERRANTE: Sì, ricco...

             LELLO: È pronto, è vero, a riprendersi, come se non fosse avvenuto nulla, la moglie, il figliuolo...

             FERRANTE: Ma no, santo Dio! Pronto ad accettare, ritornando, tutto ciò che la sorte, i casi della vita gli avrebbero fatto trovare.

             LELLO: Glielo dico io che cosa gli hanno fatto trovare!

             FERRANTE: Ne è già informato... (Si presenta a questo punto sulla soglia della comune Lisa.)

             LISA: Permesso, signor avvocato?

             LELLO ’(voltandosi di scatto): Che cos’è?

             LISA: C’è un signore...

             LELLO: Non posso, non posso dare ascolto a nessuno in questo momento. Chi è?

             LISA (smarrita): Il signor Filo... Filoni...

             LELLO: Finali! Finali! Ditegli che torni più tardi. Via! (Lisa si ritira. -A Fer­rante, con forza, riattaccando:) Da undici anni la signora convive con me!

             FERRANTE: Sì sì, va bene.

             LELLO: No, aspetti! Trattata, considerata, rispettata da tutti come una legittima moglie!

             FERRANTE: E madre anche...

             LELLO: Sissignore, d’una ragazza che ha ora sette anni: mia figlia!

             FERRANTE: Va benissimo. Dunque...

             LELLO: No. Aspetti. Ho fatto da padre in tutto questo tempo al suo figliolo – quel giovinotto che lei ha veduto e riconosciuto anche... eccessivamente vi­vace come il padre – sì, purtroppo!

             FERRANTE: Tutte queste cose, le dico...

             LELLO: Aggiungo, no, aggiungo che profittando delle ricerche riuscite vane, trascorso il tempo che la legge prescrive per la ricomparsa del coniuge, avrei potuto anche regolare legalmente col matrimonio la situazione mia e della si­gnora...

             FERRANTE: Ecco, già. E sarebbe stato bene, io credo, che lei lo avesse fatto.

             LELLO: Perché? Per dare al signor Morli adesso la soddisfazione di farlo annul­lare?

             FERRANTE: Ma no, scusi, avvocato. Se sono qua per farle sapere che il signor Morli, informato di tutto al suo arrivo, vuole che tanto lei quanto la signora stiano tranquilli e sicuri ch’egli non darà la minima ombra e non farà nulla, da parte sua, per alterare le condizioni di vita che si sono stabilite durante la sua assenza...

             LELLO: Ah, per questo vorrebbe che io avessi anche legalizzato la mia unione? Le dico che, per il solo fatto del suo ritorno, il mio matrimonio, adesso, sa­rebbe annullato.

             FERRANTE: Già, ma io dico, veda, per la sua figliuola, avvocato. Non m’intendo di legge; ma ritengo che, annullato il secondo matrimonio, contratto in buona fede per la scomparsa, come lei dice, del primo coniuge, i figli di questo se­condo matrimonio, non perdono, è vero?, il diritto della loro legittimità.

             LELLO: No, no!

             FERRANTE: Sarebbe iniquo! Ora, non avendolo lei fatto, la sua figliuola...

             LELLO (prevenendo, dopo avere stentato a comprendere): Già! È naturale... Ora non potrei più farlo... Ma questo importa fino a un certo punto. La mia figliuola è riconosciuta, e basta così. È donna; troverà marito... Se fosse stato un maschio, forse, non mi sarei fatto scrupolo di richiamar la madre a consi­derare una condizione di fatto, su cui, capirà, per mia delicatezza, ho rifug­gito sempre dal richiamarla... – Non perché non fossi sicuro di lei! Ma per­ché... fare il nome di quell’uomo... venire a un atto che importava, da parte di lei, così nell’incertezza, doversi considerare come vedova di colui... – m’era odioso.

             FERRANTE: Ah, ecco...

             LELLO: Tanto più che non ne abbiamo sentito proprio bisogno per la stima ch’ella, grazie a Dio, gode intera, accanto a me, presso tutti. (Riscaldandosi:) È questo, è questo ora lo scompiglio vero, che mi porta il signor Morli col suo ritorno! Mi manda a dire che non vuol niente; che non darà la minima ombra! Ma come vuole che non dia ombra? – Col suo ritorno cangia tutto.

             FERRANTE: No, perché? Non cangia nulla.

             LELLO: Cangia tutto! Per forza! Finché lui non c’era – passati ormai tanti anni – sparito – forse morto – la situazione della signora qua con me era divenuta agli occhi di tutti quasi normale.

             FERRANTE: Già! Ma non vedo...

             LELLO: Come non vede? Ora diventa falsa, col marito di nuovo qua!

             FERRANTE: No, dico, scusi, non vedo che cosa possa farci lui... il Morli...

             LELLO: E non la mette lui, adesso, in questa falsa situazione?

             FERRANTE: Non lui, scusi...

             LELLO: Lui, lui! Perché avrebbe potuto ritornar subito! Questa situazione è stata determinata, provocata dal suo abbandono!

             FERRANTE: Già... ma per impedirlo non credo che lei possa pretendere ch’egli arrivi fino al punto di sopprimersi!

             LELLO: Non pretendo questo! Penso alla reputazione della signora!

             FERRANTE: Capisco! capisco!

             LELLO: Non negherà che ora ella si troverà a convivere, davanti a tutti, con un uomo che, legalmente, non è suo marito.

             FERRANTE: Ma questo è di fatto, scusi!

             LELLO: Nossignore! Di fatto, finora, questo marito non esisteva; nessuno ci pensava più! Ero io per tutti, di fatto, il marito! Ora invece, con lui di nuovo qua...

             FERRANTE (stringendosi nelle spalle): Che vuole che le dica... Mi dispiace...

             LELLO (non riuscendo a darsi pace): È stata da anni, da anni, la mia cura più assidua... Tutta la mia passione per questa donna... (Andando innanzi a Fer­rante quasi aggredendolo:) Sa! avrei saputo farle anch’io, le follie, quelle che forse a lei un tempo piacevano, nel marito! – Nossignori: frenarla, comporla, questa passione, per guadagnarle con la correttezza di tutte le forme, il rispetto della società. – Ora viene lui, e addio! – lo divento l’amante. – Que­sta donna, ha il marito, e convive con l’amante!

             FERRANTE: Lei se n’ha per male, scusi, come se l’amante, intanto, non fosse lei!

             LELLO: Nossignori! Perché per me, ormai è come una moglie!

             FERRANTE: Appunto... Ma mi pare che tra lei e il marito, questo fatto dovrebbe dispiacere più al marito, che a lei.

             LELLO: Ma che vuole che dispiaccia a lui, se mi manda qua uno a dirmi che non glien’importa nulla!

             FERRANTE: Ah no! no! che non glien’importi nulla, signore, io non gliel’ho detto! Il Morli è disposto...

             LELLO: A ripartirsene?

             FERRANTE: No! Ah, no! Basta! Quanto a ripartirsene, stia sicuro che non se ne riparte più!’

             LELLO: E allora? – Disposto a che cosa? – Ma dunque vede che è vero, lei che mi diceva di no?

             FERRANTE: Io? Che cosa?

             LELLO: È pazzo! È pazzo! Ah, è venuto anche sul serio con l’intenzione di ri­prendersi la moglie?

             FERRANTE: Ma no!

             LELLO (senza dargli tempo): Aspetti! aspetti! Abbia pazienza un momento, caro signore!

             Esce concitatamente per l’uscio a sinistra. Ferrante Morli resta interdetto e sospeso su quello che ora avverrà. – Poco dopo, dalla comune, si precipita la Titti – bella ragazzetto di sette anni – vestita di bianco come una farfalla – seguita dalla sua governante inglese Miss Write, giovane e bella, ma asside­rata in una dolente rigidezza.

             TITTI (accorrendo e abbracciando per di dietro Ferrante): Buon giorno, papà, buon giorno! (Poi, tirandosi indietro, e irrigidendosi anche lei, come la sua governante, appena Ferrante le si mostra:) Oh, prego, scusi!

             MISS WRITE: Ma Titti!

             FERRANTE:  Niente – bella bambina!  (Ammirandola:) Ah, deliziosa... – Ma guarda! Sai che somigli molto – molto (volgendosi a Miss Write:) – curioso! (riguardando la ragazza:) ma sì, a quel birbante che ti chiama muci-muciì

             TITTI (alzando una mano come una bambola inorridita): Ah!

             MISS WRITE: Shocking. Non retto dire così, signore. (Rivolgendosi alla Titti:) Make your compliments and let us retire.

             FERRANTE (comprendendo molte cose sulle condizioni del figlio in quella casa, dice con ironia): Ah, bene... – Non credevo, scusi...

             Rientra dall’uscio a destra Lello, seguito da Evelina. La signora Morli ha circa trentasette anni. E quale i casi della vita e la compagnia d’un uomo malinconico, posato e scrupoloso come Lello Carpani l’hanno ridotta: vale a dire seria, contegnosa, compresa del rispetto che una donna e una madre co­sciente dei suoi doveri verso la società e la famiglia, deve ispirare con la sua dignità inappuntabile, temperata però da un misurato languore nello sguardo, nella voce, nei sorrisi, di nobile compatimento, ispirato da non si sa quale soave rimpianto lontano. Tutto questo, si badi, senza la minima ombra di af­fettazione, come una necessità naturale della sua convivenza col Carpani, la quale, senza concorso di volontà o di studio, abbia determinato istintiva­mente in lei questo suo modo d’essere, quasi che, volendo piacere all’uomo con cui convive, ella non abbia mai pensato di poter essere altrimenti. Pe­nerà molto, però, in questo momento, a serbare questo suo naturale contegno, agitata com’è dalla notizia del ritorno del marito, ch’ella del resto riconosce subito nella persona di quel sedicente amico.

             TITTI (accorrendo per abbracciare Lello): Oh, eccoti finalmente!

             LELLO (arrestandola): No, Titti; vai, vai... (Poi, mostrando la ragazza a Fer­rante, con intenzione:) Ecco la mia (indica Evelina) la nostra figliuola.

             FERRANTE (turbatissimo, guardando invece Evelina): Ho avuto... ho avuto il piacere d’ammirarla.

             TITTI (accorrendo verso la madre): Mamma, sai? ho visto la signora Armelli. Ha detto che verrà con l’avvocato. Senti, mamma?

             LELLO (a Titti): Vai, vai, cara! (Ma vedendo che Titti, andata verso la madre, resta smarrita di fronte al turbamento di lei, esclama sorpreso, guardando Evelina:) Che cos’è?

             EVELINA (quasi per venir meno; tra sé, guardando e non volendo guardare Ferrante, dice, convulsa): Ma... la voce... gli occhi... (Poi, risolutamente, ar­rossendo, impallidendo, quasi con un grido:) Ferrante?

             FERRANTE (in un sussulto): Eva!

             EVELINA (con la smania di chi non vorrebbe smarrirsi, e si smarrisce; portan­dosi le mani alla faccia): Oh Dio... Dio mio... (casca a sedere.)

             LELLO (a Ferrante): Ah, come! E lei? Ferrante Morli?

             FERRANTE: Chiedo scusa... (accostandosi a Evelina:) no, Eva... Sii! sii! Me ne vado subito... Non ho saputo resistere alla tentazione di venire a vedere...

             EVELINA (levandosi con franca fierezza): Venire a vedere che cosa?

             FERRANTE (quasi sorridendo, nel vederla così): Ma no! Niente, Eva...

             LELLO: Qua bisogna venir subito, Lina, a una spiegazione!

             EVELINA (combattuta, fremente, vedendo il marito così pallido): No! Basta! Che spiegazione? Non... non c’è bisogno di nessuna spiegazione! (Accorgen­dosi che Titti è ancora lì, stupita, smarrita:) Ma vai, vai, figliuola mia... – (Volgendosi a Miss Write:) Mi pare che lei, signorina, avrebbe potuto portar­sela anche di là! (Titti e Miss Write si ritirano per la comune.)

             EVELINA (a Lello): Nessuno ha diritto di chiedere a me spiegazioni.

             FERRANTE: Ma io non ne ho chieste. È stato lui, Eva...

             EVELINA: Non so con quale ardire tu abbia potuto così all’improvviso, dopo tanti anni, presentarti qua...

             LELLO: Sotto veste d’un amico, sai!

             FERRANTE (ancor sorridente, ma già cominciando a seccarsi sul serio): Ma per non fare scene, Dio mio, come questa a cui tutt’a un tratto, senza ch’io po­tessi impedirglielo, ha voluto trarre qua te, Eva, e me... – Ho rifuggito sem­pre dal farne! Tu lo sai!

             EVELINA: E perché allora... perché allora sei venuto?

             FERRANTE: Ma l’ho detto a lui... gliel’avevo già detto...

             LELLO: No, no, scusi, lei ha manifestato anche l’intenzione...

             FERRANTE: Nessuna intenzione, no! (Con scatto d’impazienza:) Maledetto il momento che a uno viene l’ispirazione di fare un piacere agli altri!

             LELLO: Ah per lei è un piacere questo?

             FERRANTE: Ma sì, perché mi sono preoccupato che v’arrivasse di sorpresa la notizia del mio ritorno, senza sapere con quali intenzioni fossi ritornato!

             EVELINA: Ma io ancora non le so, le tue intenzioni!

             FERRANTE: Nessuna, Eva! Nessuna, ti dico!

             EVELINA: Sarebbe inconcepibile, difatti, che tu potessi averne ancora qualcuna!

             FERRANTE: Avrei voluto, veramente, o scriverti, o mandare qualcuno. Decisi al­l’ultimo di venire io stesso, fidandomi che tu – anche se mi avessi visto – ormai, dopo tant’anni, così... tutto grigio, senza barba... Mi hai invece rico­nosciuto subito!

             LELLO (seccato di questo tentativo d’approccio familiare): Aspetti, aspetti, scusi! Non è possibile! Se è venuto in persona... qualche speranza, per lo meno...

             FERRANTE: Ma no, le dico! Nessuna speranza! Un desiderio, al massimo, di ve­dere... Oh, perdio! mi sembra naturale infine...

             EVELINA (subito, intuendo, con uno scatto quasi ferino): Aldo, tu dici?

             FERRANTE: Mio figlio!

             EVELINA (c.s. tutta vibrante d’ira e di sdegno): Ma che tuo figlio! Tuo figlio? Tu lo abbandonasti, lo lasciasti a me bambino, senza più curarti di lui...

             FERRANTE (gridando più di lei, per interrompere la scena che lo secca enor­memente): Ma sì! ma sì! Va bene! Basta! Ora l’ho visto e me ne vado!

             EVELINA (restando): L’hai visto? Dove? Qua?

             FERRANTE: Poco fa; ma non temere! Non sa d’aver parlato con suo padre!

             LELLO: Ma lo saprà, verrà a saperlo! Non sarà possibile tenerglielo nascosto! – Ah, eccolo qua..

             Entrano dall’uscio a sinistra Aldo e Decio. Aldo ha il cappello in capo, per uscire; Decio lo tiene in mano. Subito Evelina si lancia incontro al figlio, come per ripararlo.

             EVELINA (frenetica): No, no, Aldo! no! mio! mio soltanto! (Volgendosi come una belva a Ferrante:) Se sei ritornato per questo, puoi andartene, perché non hai, non hai più nessun diritto su lui!

             ALDO (sbalordito): Mamma, ma che cos’è? che dici?

             EVELINA (seguitando, con foga crescente): No! Nessuno! nessuno! perché tu sei rimasto a me; t’ho cresciuto io, Aldo; io soltanto ho sofferto per te, e sol­tanto la tua mamma tu ti sei trovata accanto!

             ALDO (comprendendo e guardando l’estraneo): Ma che... che forse... lui?

             EVELINA (abbracciandolo, riparandolo): No! Tu non devi neanche guardarlo!

             FERRANTE (ad Aldo; impaziente e imperioso, vedendo ch’egli accenna di scio­gliersi dal cieco abbraccio della madre): Stai, stai lì!

             EVELINA (voltandosi di nuovo contro di lui, senza lasciare il figlio): Non c’è bisogno che glielo dica tu di stare qui!

             ALDO: Ma no, mamma, aspetta! Non sono un bambino!

             EVELINA (atterrita): Come!... Che dici, Aldo?

             ALDO: Dico che... preso così, scusami... – Ho diritto anch’io di sapere...

             EVELINA (subito): No, niente, Aldo! niente! Perché lo riconosce lui stesso di non avere nessun diritto su te! Ha detto che non vuole niente, e che se ne va! È vero?

             FERRANTE (ridendo dell’agitazione di lei e della fretta di mandarlo via): Masi! Calmati! Calmati! Non voglio niente!

             EVELINA (subito): Te ne puoi dunque andare!

             FERRANTE: Ecco, me ne vado...

             ALDO (risolutamente, staccandosi): Aspetta, mamma! Ti dico che io voglio sa­pere!

             LELLO (a Ferrante): Ecco, vede? vede? lei che non vuol niente!

             FERRANTE (a Lello): Io? Ma no! È lui! (Indica Aldo.)

             EVELINA (al figlio): Che vuoi sapere? Non ti basta quello che sai?

             ALDO: Sì: quello che m’hai detto tu. Ma forse egli avrà ora esposto qua le ra­gioni per cui, per tanti anni, non s’è fatto vivo!

             FERRANTE: Ah no, caro, nessuna ragione! nessuna!

             ALDO: Ne avrai avute!

             FERRANTE: Nessuna, davanti a tua madre che grida, giustamente, perché l’ab­bandonai con te, bambino.

             EVELINA (interrompendolo): E non è forse vero?

             FERRANTE: Sì, e dico infatti «giustamente»!

             ALDO: Ma davanti a me!

             EVELINA: Ah no, nient’affatto! Ci devo esser io!

             FERRANTE (ridendo): Temi che inventi? – Ma no! Perché tu stia tranquilla, ec­cole qua a mio figlio, spicce spicce, le mie ragioni. Volli abbandonarvi tutt’e due. Te e lei! Per andare a divertirmi! Va bene così?

             EVELINA: Ah no! Perché così tu vuoi fargli supporre...

             FERRANTE (con scatto d’impazienza): Ma se non voglio averne per lui! non lo capisci? Prima di tutto perché credo con te, che per lui debbano valere sol­tanto le tue; e poi perché non ammetto che debba giudicarmi mio figlio!

             LELLO: Ma egli ha pure tutto il diritto di sapere...

             FERRANTE (subito, interrompendo): Nossignore! Perché io non gì’impongo, né gli chiedo di venirsene con me! – Potrei dirle a lei (indica Evelina) se mai, le mie ragioni; ma me ne guardo bene! – lo posso riconoscere le sue e accettarle in pace, – lei, le mie, no – per forza! (Volgendosi subito a Evelina:) Perché tu, Eva, hai ora – qua, lui (indica Lello) – e di là, tua figlia! – Due fatti, con­tro cui non potrebbero mai valere le mie ragioni, fossero pure le più giuste e le più vere! – Dunque, basta! – Me ne vado.

             ALDO: E non pensi che queste che sono ragioni per lei...

             EVELINA (cercando d’interromperlo): Ma che dici?

             ALDO (forte, reciso): Lasciami dire, ti prego, mamma! Tra te e lui, ci sono pure io! – Dovete pure tener conto di me! (A Ferrante:) Tu non dovevi più ritor­nare, se volevi riconoscere e tener ferme soltanto queste ragioni di lei, nelle quali io non entro affatto!

             EVELINA (con un grido): Come non entri? Che dici!

             ALDO (pronto, con forza): Ma sì, mamma, scusa! Se son lui (indica Lello) e la Titti le tue ragioni, quelle ch’egli accetta, – io non c’entro, io ne son fuori!

             EVELINA (subito, con forza): E che forse la Titti m’ha impedito d’esser mamma anche per te?

             ALDO (tentando d’arginare quella foga, dolcemente): No no, mamma!

             EVELINA (c.s.y. Quando? quando mai? Sono stata tutta per te; tutte per te le mie cure!

             ALDO (c.s.): Sì, sì...

             LELLO: Questa è ingratitudine!

             EVELINA: E anche lui (indica Lello) è stato per te un padre affettuoso!

             ALDO: Ma sì! va benissimo! E gliene sono grato! – Ma considera la mia situa­zione, ora, con lui qua! (Indica Ferrante.)

             LELLO: Ah, questo sì, è giusto. Gliel’ho detto anch’io! Giustissimo!

             EVELINA (stordita, non aspettandosi quest’approvazione da parte di Lello): Come? Che dici, giustissimo?

             ALDO: Ma sì, mamma: se mio padre è tornato, ti par giusto ch’io stia qua an­cora con lui? (Indica Lello; poi, scorgendo per caso Decio di cui s’era scor­dato): È vero, Decio? Non ti pare? Su, su, di’! tu puoi giudicarne meglio d’ogni altro, da estraneo...

             DECIO: Ma no... io... chiedo scusa...

             ALDO: No, no. – Di’, di’ francamente.

             DECIO: Ma io non so...

             LELLO: È inutile! è inutile! Perché è proprio così, Lina, tuo figlio ha ragione!

             ALDO: Finché mio padre non c’era...

             LELLO: Anche la nostra situazione, adesso, gliel’ho fatto notare (indica Fer­rante) diventa falsa, con lui qua, agli occhi di tutti. – E tuo figlio natural­mente...

             EVELINA: Ma se finora c’è stato, qua con noi!

             LELLO: Sì; finché non si sapeva nulla di lui, neppure se fosse in vita!

             EVELINA (ad Aldo): Ma se lui, Dio mio, lui stesso te lo dice, di rimanere con me!

             FERRANTE: O se no, me ne riparto...

             LELLO (con uno scatto di sincerità): Ecco! Bene! Dovrebbe far questo, lei!

             ALDO (subito): Sarebbe inutile! (Voltandosi a Ferrante:) Te ne riparti? Vengo con te; e sarà peggio per lei!

             EVELINA: Ma allora sei tu, Aldo?

             ALDO: No, mamma! Dio mio, non so come tu non te ne persuada! Tu te ne stai con lui (indica Lello) e con la Titti – com’è giusto. Ma è giusto allora che an­ch’io me ne vada con mio padre...

             FERRANTE: Volete lasciarmi dire due parole?

             EVELINA: Ecco che parla lui, adesso!

             FERRANTE: No, Eva, – con calma! con calma!

             EVELINA: Lo so che cosa vuoi dire! Che non essendomi bastato lui bambino, è vero?, e avendo io ora un’altra figlia e lui... (indica Lello.)

             FERRANTE: Ma non te ne fo un rimprovero!

             EVELINA: E intanto mi porti via il figlio, senz’aver mai fatto nulla per lui! (Vol­tandosi verso Aldo e abbracciandolo e stringendolo a sé con furia di dispe­razione:) Non è possibile! Non è possibile, Aldo! Io non ti lascio andar via! Io non potrei più vivere; non potrei più vivere senza di te, figlio mio! Come puoi pensare d’abbandonarmi, d’abbandonar la tua mamma?

             ALDO: Ma no... vedi...

             EVELINA: Che vedo? Non capisci che viene a essere una condanna per me, se tu te ne vai con lui, se mi lasci qua senza di te? E ti pare ch’io me la meriti, se lui stesso ti dice di no?

             ALDO: Ma perché condanna, mamma?

             EVELINA: Condanna! condanna!

             ALDO: Ma nient’affatto! T’ho detto che è giusto! E se tu non pensassi soltanto alla tua situazione...

             LELLO: È certo che tu la renderai più falsa, andandotene.

             EVELINA (con subitaneo contrasto, rivolgendosi contro Lello): No, no! – Ha ragione! – Dice che io non penso alla sua! – Che penso alla mia, e non penso alla sua! – Ha ragione! – (Ad Aldo:) No, non me n’importa, della mia – è che io non voglio perderti, Aldo!

             ALDO: Ma perché perdermi? Chi ti dice che mi perderai?

             EVELINA: Non starai più con me!

             ALDO: Ma ci vedremo sempre...

             EVELINA: Come? dove? sei stato con me sempre, da piccino; e non lo sai, non lo sai tutto quello che ho sofferto; tutto quello che io feci anche per lui... (In­dica Ferrante.)

             LELLO (con fermezza, turbandosi): Gliel’ho già detto, Lina!

             EVELINA (subito): Io non lo dico per lui; lo dico per mio figlio!

             FERRANTE: Ma Eva, scusa...

             EVELINA (di scatto, dura, aggrottata): Che vuoi tu?

             FERRANTE: Non per mio figlio; ma per te...

             EVELINA: Non voglio saper più nulla, io!

             FERRANTE: Ma non intendo parlare di te, come sei ora!

             EVELINA: Di quella che fui, in me, non c’è più traccia!

             FERRANTE: Non è vero! Ah! non è vero! Lo so per prova! Lo credetti anch’io, quando volli troncar tutto, di nettò, fuggendo come un pazzo, senza lasciare più, apposta, nessuna traccia di me! – Scusa, tant’è vero, che t’è bastato ri­sentir la mia voce, e sei cascata lì a sedere...

             EVELINA: Ma sfido!

             LELLO: Mi sembra perfettamente inutile...

             FERRANTE: Inutilissimo! inutilissimo! Ma per mandare così una voce – a quat­tordici anni di distanza – a una certa piccola Eva folle...

             EVELINA: Folle, sì! folle! folle!

             FERRANTE: Non rimpiangere, saresti ingrata!

             EVELINA: Ma lo scontai!

             FERRANTE: Questo sì! Ma anch’io! È peggio di te! Non rimpiangere! Per questo, capisci?, volli sparire. Quando una vita, come quella che vivemmo tu e io, per cinque anni, crolla – è tale il crollo, che: basta! serrare i denti! sparire! – So quello che volesti fare per me! Una pazzia... Se il mio unico pensiero era stato quello di salvare almeno te e lui (indica Aido) – così, proprio come ho fatto – sparendo! – Vedi che, sì – avrai sofferto – ma non t’è finita male... Con me, se fossi ritornato, sapendo a tempo dell’opera sua (indica Lello) – immagina che vita sarebbe stata... Diversi, non si può essere se non con gli altri. – Tu, con lui... (indica di nuovo Lello) – ma diversi noi due, Eva – dopo essere stati com’eravamo – no, ah! sarebbe stato per me una cosa impossibile! meglio niente!

             ALDO: Avresti potuto pensare che c’ero io, anche.

             FERRANTE: No! Anche per te, anche per te – meglio! Dopo quanto avvenne, per colpa d’altri, ma certo anche per il disordine mio – t’avrei fatto male e non bene, restando! (Subito cangiando tono, calmo, arguto, sorridente, per ri­chiamare ai fatti:) – Signori miei, insomma, io v’ho trovati qua in perfettis­sima pace. Mi pare che voi adesso rimpiangiate, non la mia fuga di tanti anni fa, ma ch’io sia ritornato!

             LELLO: Appunto! appunto! – guastando tutto, con questo ritorno!

             FERRANTE: Vediamo di guastare il meno possibile! Sono qua per questo.

             EVELINA (ad Aldo): Dunque, tu vuoi andartene con tuo padre? Bada che io non so... non so come farò... quello che farò, se tu te ne vai...

             ALDO: Ma se ti dico che ci vedremo sempre...

             EVELINA: Voglio sapere dove!

             LELLO: Già, perché... (rivolgendosi a Ferrante:) spero che lei non penserà di domiciliarsi qua, nella stessa città...

             FERRANTE: Ah, no... certo...

             LELLO: Sarebbe una condizione per me, per lei (indica Evelina) intollerabile!

             FERRANTE: Stia tranquillo. Non mi domicilierò qua certamente.

             EVELINA: E dunque, come sarà questo sempre?

             ALDO: Ma si vedrà, mamma... Combineremo...

             EVELINA: No, no! – Ora! – Lo voglio sapere ora! lo voglio sapere prima! – Non verrà fuori che tu non potrai più venire qua perché io sto con lui! (Indica Lello, guardando come a sfida Ferrante).

             FERRANTE (sorridendo): Ma non ti rivolgere a me. Io non dico niente! Fate voi! Fate voi!

             LELLO (schizzando stizza; irritato, non si sa se dalla gelosia, o dal dispetto di vedersi tutto scombinato): Comoda, ah, comoda, la sua parte!

             FERRANTE: E dalli! Ma non me lo dica lei, almeno, scusi!

             LELLO: Glielo dico io, sissignore, glielo dico io!

             FERRANTE: Oh bella! Ma abbia pazienza, si rende un po’ conto perché la cosa le sembra così?

             LELLO: Ma perché è così! Non crede che sia comodo lasciar fare agli altri dopo aver messo tutto sossopra?

             FERRANTE: Nient’affatto. Guardi. Le sembra così, perché io proprio non voglio nulla, neanche mio figlio; di fronte a lei che invece vorrebbe tutto.

             LELLO:Io?

             FERRANTE: Sissignore. Tutto. Come se io non solo non ci fossi, ma non fossi mai stato nessuno né per questa donna, né per questo ragazzo. Bene. Io fac­cio come vuol lei, cioè appunto come se non ci fossi; ed ecco che lei se n’ir­rita e se la piglia con me. – Se la pigliasse almeno con lui! (Indica Aldo.) – Quantunque, per esser logico, lei dovrebbe riconoscere che mio figlio, qua, non dovrebbe metter più piede.

             LELLO (stordito): Come per esser logico?

             FERRANTE: Ma sissignore! Perché lei si dà pensiero delle false situazioni e della buona reputazione, solo quando fanno comodo a lei. Bene. Voglio darmene pensiero anch’io. E posso pretendere – poiché il marito sono io, infine, io e non lei – posso pretendere che mio figlio, qua, non metta più piede!

             EVELINA (subito, costematissima): Ah, vedi? vedi?

             FERRANTE (scoppiando a ridere): Ma no! ma no! Stai tranquilla, cara! Non pre­tendo nulla, io! – Non posso soffrire la pedanteria, lo sai! – Povera piccola Eva, sei diventata accanto a lui una brava saggia mammina feroce. Ti ricordi? IViù! (Farà questo grido, che evidentemente era il modo con cui un tempo la chiamava, con una strana luce negli occhi e alzando tutte e due le braccia.) E tu mi saltavi al collo.

             Evelina, che durante tutta la scena ha cercato di nascondere il vivo e pro­fondo turbamento richiamandosi di continuo alla sua malinconica e austera dignità, tanto più soffusa d’una cert’aria di comicità, quanto più in lei vuol essere sincera, e che nella difesa del figlio ha messo tanta aggressività con­tro la sorridente remissione del marito, perché in questa aggressività trovava anche una difesa contro il suo proprio turbamento, ora a quel grido di lui, per nascondere ancora una volta questo turbamento, ricorre a un fiero atto di sdegno.

             FERRANTE (subito, notando quest’atto): No! Basta... Scusami... Mi pare impos­sibile che, pur essendo all’aspetto quasi la stessa, tu sia divenuta un’altra, così...

             EVELINA (non potendone più): Ma insomma!

             FERRANTE: Basta, basta, sì. Me ne vado. Non c’è da far tragedie, come vedete, disposto come sono alla massima condiscendenza. Tuo figlio se ne starà con te, con me, come vorrà. E standosene con me non soffrirà, perché ho pensato per lui, credi, più che non paja. Da questo bel giovanotto (posa una mano sulla spalla di Decio) mi farete sapere quello che stabilirete fra voi due: dove, come e quando vi volete vedere; e non ne parliamo più... (Fa per av­viarsi, con Decio, quando sulla comune si presenta la Signora Armelli, sui trent’anni, molto ritinta e riccamente abbigliata.)

             SIGNORA ARMELLI: Permesso?

             EVELINA: Oh, Lucia. Vieni, vieni.

             FERRANTE (piano a Decio): Su, su, andiamo, andiamocene, noi due! (Saluta con la mano Aldo, e inosservato dagli altri esce con Decio approfittando della visita sopravvenuta.)

             SIGNORA ARMELLI (a Lello): C’è mio marito in automobile che la aspetta giù, avvocato, per andare... non so, al convegno per la causa...

             LELLO (imbarazzatissimo): Già! Ma non è possibile, vede? (Voltandosi a cer­car nella stanza Ferrante:) Dov’è? Se n’è andato?

             SIGNORA ARMELLI (stordita): Chi?

             LELLO: Niente niente. Scenderò io stesso giù a portare a Giorgio le carte e a dirgli che faccia lui perché per oggi io non posso... non posso... (Esce di fretta per l’uscio a destra.)

             SIGNORA ARMELLI: Oh Dio, ma che cos’è accaduto?

             EVELINA: Ah Lucia, che cosa! che cosa! Vedi questo ingrato? (indica Aldo. – Poi volgendosi a lui:) Perché non te ne sei andato via subito con lui?

             ALDO: Ma per carità, mamma.

             EVELINA (alla signora Armelli): Lo abbiamo cresciuto insieme, è vero, Lucia? E ora...

             SIGNORA ARMELLI: E ora?

             EVELINA: Hai veduto quel signore che si disponeva a uscire quando tu sei en­trata?

             SIGNORA ARMELLI: Sì, col signor Decio...

             EVELINA: È mio marito!

             SIGNORA ARMELLI (sbalordita): Tuo marito? tuo marito?

             EVELINA: Sì, che si porterà via con sé Aldo!

             SIGNORA ARMELLI (con un grido represso): Ah!

             EVELINA: E lui è felicissimo d’andarsene!

             SIGNORA ARMELLI (sentendosi vacillare e accennando di portarsi le mani al volto, esclama quasi sotto voce): Oh Dio... Oh Dio... (E mentre Evelina e Aldo accorrono a sorreggerla, casca su una sedia, svenuta.)

             EVELINA (guardando quasi impaurita il figlio): Che cos’è?

             ALDO (confuso, premuroso, chinandosi sulla svenuta): Signora Armelli... Dio mio... signora Lucia... (Poi alla madre con un gesto espressivo delle mani:) Mamma... mamma... va’, corri pei sali...

             EVELINA (trasecolata): Ma come, tu... con lei? (E si porta le mani alle tempie, come a reggersi la testa che le va via davanti alla rivelazione d’una cosa così enorme e incredibile.)

             ALDO (piano, con una certa stizza): Anche per questo, vedi?, è bene che io me ne vada... – Su, corri, corri...

             Evelina, con la bocca aperta, le mani per aria, fa per avvicinarsi, ma come se non sapesse più dove andare; poi si volge ancora una volta verso il figlio come impaurita, ma Aldo con le mani le fa un atto iroso d’andare.

 

Tela

 

La signora Morli, una e due

Commedia in tre atti - 1920

 

            ATTO SECONDO

 

             Giardino della villa di Ferrante Morli a Roma. La villa è a sinistra; se ne scorge tra gli alberi la facciata, col portone aperto, a cui si sale per alcuni scalini d’invito, non più di cinque, che man mano si restringono fino alla so­glia del portone. A destra è prima il cancello con un magnifico eucaliptus presso uno dei pilastri; poi, fino infondo, la ringhiera che s’intravede di tra gli alberi, tutta coperta d’edera e di roselline rampicanti. Alberato è anche il fondo della scena, in parte sul davanti praticabile. Tra due alberi, un’altalena. In mezzo qualche tavolino e sedie e sedili da giardino.

             Sono passati circa due mesi dal primo atto. È un dolcissimo pomeriggio d’a­prile.

             Sono in iscena il cameriere Ferdinando, sui cinquanta anni, in marsina, Toto, giovinastro equivoco, che accompagna una Giovane non meno equivoca, in cappellino, la quale viene a profferirsi per governante.

             FERDINANDO: Per me, se volete, entrate pure. (Indica il portone della villa.) Ce n’è di là altre due che aspettano. (Osserva la Giovane.) Ma per dir la verità, non mi pare il genere...

             TOTO (aggressivo e provocante, facendosi avanti): Come sarebbe a dire, che non ti pare il genere?

             LA GIOVANE (tirandolo indietro, non tanto per metter pace, quanto per far ve­dere che basta lei sola): Lascia, Toto; andiamocene. L’avviso del giornale diceva: «Donna eccepibile».

             FERDINANDO (correggendo): Ineccepibile! ineccepibile!

             LA GIOVANE: E va bene! «Governo casa signore solo.»

             FERDINANDO: Già, ma vedete, qua, propriamente, questa donna non la vorreb­bero né il signore né il signorino...

             LA GIOVANE (interrompendo):. Ah, come? c’è pure il signorino?

             FERDINANDO: Sì; ma questo per voi non vorrebbe dire, perché «solo» anche lui. Meglio anzi!

             TOTO (cs.): Oh! Che discorsi fai? Bada come parli!

             FERDINANDO: No; faccio per dire adesso!

             TOTO (interrompendo, agitando un giornale che tiene in mano aperto): Ma al­lora perché mettono l’avviso sul giornale e fanno incomodare le persone a venire fin qua?

             FERDINANDO: Abbiate pazienza. Lasciatemi finire. La governante la vorrebbe la signora.

             TOTO (subito scattando): Che? La signora?

             LA GIOVANE (cs., quasi contemporaneamente): Senti senti, che scappa fuori adesso anche la signora! Si sente sonare il campanello del cancello.

             TOTO (alla donna, tirandola via con sé): Vieni via! vieni via!

             FERDINANDO (accorrendo verso il cancello): Un momento... aspettate un mo­mento. (Ferdinando apre il cancello. Entrano la Vecchia zia, grassa, ciabattona, e la Nipote, sui trent’anni, molto formosa ma finta modesta.)

             LA VECCHIA ZIA: È qua che cercano la donna per un signore solo?

             FERDINANDO: Qua, entrate.

             TOTO (subito alle due nuove arrivate): Ma non date retta!

             LA GIOVANE (sulle mosse d’andar via con Toto): Questo si chiama ingannare la gente. Dicono «signore solo», e poi viene fuori che c’è pure la signora!

             FERDINANDO: Ma no!

             LA VECCHIA ZIA: Come? La signora?

             LA GIOVANE (rispondendo a Ferdinando): L’avete detto voi!

             FERDINANDO: Se non mi lasciate spiegare! – La signora c’è e non c’è.

             TOTO: E che solo e solo allora, me lo dici? se ci ha l’amante che va e viene?

             FERDINANDO: Ma non è l’amante, è la moglie!

             LA GIOVANE: La moglie che va e viene?

             FERDINANDO: È venuta per qualche giorno, e ora se ne riparte.

             LA VECCHIA ZIA: Perché non sta con lui?

             FERDINANDO: Sta fuori.

             LA GIOVANE (con un riso sguajato): Ho capito! Ce l’avrà lei allora, l’amante.

             LA VECCHIA ZIA: E come? e lui, il marito?

             FERDINANDO: Io non so niente. So che la signora, prima di partire, vorrebbe la­sciar qua per il governo della casa una donna... ma...

             LA GIOVANE (subito, facendogli il verso): Ineccepibile! (E scoppia di nuovo a ridere, c.s.)

             FERDINANDO: Posata... anziana...

             TOTO (afferrando con una mano e tirando a Ferdinando il bavero dalla mar­sina): Per tua regola, quando sull’avviso si mette come ci sta scritto qua... (S’interrompe e lo guarda negli occhi.) Ci siamo intesi! (Poi, subito, rivol­gendosi alla Giovane e tirandosela via con sé:) Andiamo via! Escono tutt’e due per il cancello.

             LA VECCHIA ZIA: Eh già. Se prima mettono una cosa, e poi ne vien fuori un’al­tra...

             FERDINANDO: Ma no ! (Piano, con uno sguardo d’intelligenza:) Si capisce che cosa cercavano quei due là, lei per un verso e lui per l’altro. Ma voi entrate. La signora starà poco a venire. Voi mi sembrate adatta.

             LA VECCHIA ZIA: Io? Ma che! Non mi metto mica a servizio io...

             FERDINANDO (squadrando la Nipote): Ah, è allora per...

             LA VECCHIA ZIA: Per questa mia nipote qua, buona come il pane.

             LA NIPOTE (con gli occhi bassi): Già... ma se c’è la signora...

             FERDINANDO (spazientito): Oh, insomma, entrate, se volete, e come verrà la si­gnora, ve l’intenderete con lei. (Suona di nuovo il campanello del cancello.)

             FERDINANDO (accorrendo ad aprire e indicando l’entrata della villa alle due donne): Di là, di là...

             LA VECCHIA ZIA (alla Nipote): Vediamo prima che signora è... Si dirigono verso il portone aperto della villa, a sinistra, ed escono. Ferdi­nando intanto apre il cancello, ed entra l’avvocato Giorgio Arme!li: media statura, piuttosto grasso; sessant’anni; capelli bianchi, corti, tagliati rigoro­samente a spazzola; viso acceso, occhietti acuti, baffi neri, insegati e ritinti, ritinte anche le sopracciglia; tiene sempre rigida la nuca, come per un torci­collo fisso; è compitissimo, elegantissimo, parla piano, spiccando tutte le sil­labe e porgendo quasi a una a una le parole con l’accompagnamento d’un gesto delle dita a chiocciolino.

             FERDINANDO: Scusi, il signore?

             ARMELLI: Sono l’avvocato Giorgio Armelli. Vengo da Firenze. Vorrei parlare con la signora Lina.

             FERDINANDO: La signora Lina? Non sta mica qui.

             ARMELLI: Come non sta qui?

             FERDINANDO: Qui non ci sta nessuna signora Lina.

             ARMELLI: Ma come? Non è la casa del signor Morli, questa?

             FERDINANDO: Sissignore.

             ARMELLI: E dunque! La signora si chiama Lina.

             FERDINANDO: No, sa. La signora qua si chiama Eva.

             ARMELLI: Lina! Lina! Volete insegnarlo a me?

             FERDINANDO: Potrei giurare, signore, d’averla sentita chiamare sempre Eva dal marito.

             ARMELLI: Ah! Ho capito. Perché veramente... sì sì... Evelina, ecco, si chiama Evelina... Si vede che il marito ne avrà presa la prima parte, e la chiama Eva. Noi a Firenze la chiamiamo signora Lina.

             FERDINANDO: Scusi; io non sapevo...

             ARMELLI: Chiarito l’equivoco – basta! – E così, dunque?

             FERDINANDO: Per il momento la signora non è in casa.

             ARMELLI (meravigliato): Ah no? E come? Col figlio... (Rimane in sospeso e costernato.)

             FERDINANDO (interpretando a suo modo la sospensione): Sissignore, col figlio e il marito; sono usciti per una passeggiata a cavallo.

             ARMELLI (strabiliando, a due riprese): Una passeggiata? – A cavallo?

             FERDINANDO: Sissignore.

             ARMELLI (c.s., a tre riprese): La signora Lina? – A cavallo? – E col figlio?

             FERDINANDO (col viso di chi non capisce il perché di tanto stupore risponde na­turalmente): E il marito, sissignore.

             ARMELLI: Ma dunque, perfettamente guarito?

             FERDINANDO: Scusi, chi, guarito?

             ARMELLI: Come, chi? Il figlio!

             FERDINANDO: Ma non è stato mai malato, ch’io sappia.

             ARMELLI (cascando dalle nuvole): Come come? Non è stato mai malato, il fi­glio? anzi, gravissimo? quasi per morire?

             FERDINANDO: Da che ci sto io, no, signore; e sono a momenti due mesi. Vispo come un grillo.

             ARMELLI: Ah, ma dunque? Dio mio... Arrivò, otto giorni or sono, a Firenze un telegramma che dava il figlio quasi per ispacciato dai medici; per cui la madre è accorsa qua... – E noi che s’è stati in tanta costernazione, senza nes­suna risposta ai nostri telegrammi...

             FERDINANDO: Ah, ecco, per questo! Sissignore: ne sono arrivati tanti, di questi giorni! Un diluvio!

             ARMELLI: Ma sì, Dio mio, costernatissimi! Vi dico che voleva venir con me perfino mia moglie! – Ma allora... allora hanno fatto finta... per attirare qua la madre? Non so... non capisco però, come la signora Lina...

             FERDINANDO: Eh, caro signore...

             ARMELLI: Indignatissima, mi figuro! Sfido! Se sono scherzi da fare a una madre! (Voltandosi di scatto, come se Ferdinando avesse parlato:) Che?

             FERDINANDO: Mah! Ne combinano! Ne combinano!

             ARMELLI: Padre e figlio?

             FERDINANDO: Mai fermi un momento!

             ARMELLI: E la signora?

             FERDINANDO: Eh... sa, direi che... anche lei...

             ARMELLI: Ah sì? Sbalordisco... Perché... (E resta tutt’a un tratto in tronco.)

             FERDINANDO (per rimediare): Ma fa piacere, sa, vederli così, sempre allegri...

             ARMELLI: Ah; lo credo, lo credo. – E allora... allora non dite niente, mi racco­mando, di questa mia visita: per non guastar la loro allegria. Corro io, adesso, a spedire un telegramma d’urgenza per tranquillar tutti a Firenze; e ritornerò più tardi per parlare con la signora.

             FERDINANDO (esitante): Non debbo avvertire...?

             ARMELLI: No, no. Anche nel vostro interesse, perché forse la signora non vo­leva si sapesse che il figlio non è stato mai malato, essendosi trattenuta qua una settimana...

             FERDINANDO: Già; ma io non sapevo...

             ARMELLI (Per troncare, accomodante): Lasciamo le cose come sono; come se io non fossi venuto. Ritornerò più tardi, nuovo di tutto. Fidatevi. Entra a questo punto dal cancello rimasto aperto la Signora vedova, sui tren­tacinque anni, in gramaglie.

             SIGNORA VEDOVA: Permesso?

             ARMELLI (avviandosi, a Ferdinando): Siamo intesi, eh? Addio. (Salutando Ferdinando con la mano, esce dal cancello.)

             FERDINANDO (secccitissimo, quasi sgarbato): Viene per l’avviso del giornale, signora?

             SIGNORA VEDOVA: Sono una povera vedova...

             FERDINANDO: Va bene, scusi. Favorisca dentro. (Indica il portone della villa.) Ce n’è altre quattro che aspettano. Creda che io non ne posso più!

             SIGNORA VEDOVA: Ma è solo, veda, per la mia sventura che io...

             FERDINANDO (sbrigativo): Lo credo, lo credo. Parlerà con la signora. S’acco­modi di là.

             SIGNORA VEDOVA (si porta invece il fazzoletto listato di nero agli occhi e si mette a piangere con impeto, ma silenziosamente; poi dice): Da appena un mese...

             FERDINANDO (un po’ pentito per lo sgarbo usatole): Il marito?

             SIGNORA VEDOVA: Che mi voleva tanto bene!

             FERDINANDO: Eh, disgrazie... – Sa però, se lei piange così, signora, non credo che questa sia una casa per lei. GliePavverto.

             SIGNORA VEDOVA: Ecco, volevo appunto qualche notizia. Il signore è forse ve­dovo anche lui?

             FERDINANDO: Che! Ha moglie. Moglie e un figliuolo. Ma la moglie sta a Fi­renze. (Piano in confidenza:) Sa... pasticci!

             SIGNORA VEDOVA: E che età ha?

             FERDINANDO: La signora?

             SIGNORA VEDOVA: No, lui.

             FERDINANDO: Mah... tra i quaranta e i cinquanta...

             SIGNORA VEDOVA: Ah, dunque... ancora...

             FERDINANDO: Che cosa?

             SIGNORA VEDOVA: Non tanto vecchio...

             FERDINANDO (che ha capito l’antifona): Signora, io debbo apparecchiare qua per il tè. (Vengono dal fondo a sinistra le voci e le risate di Ferrante Morli, d’Evelina e di Aldo che ritornano dalla passeggiata a cavedio, e sono entrati nel giardino dalla parte della rimessa.) Vada, vada. Ecco che giungono. – (Indicando la villa:) Di là, dove aspettano le altre...

             Ferrante Morli e Aldo, che hanno intrecciato le mani a seggiolino per sor­reggervi su Evelina, entrano rumorosamente dal fondo a sinistra, tutti e tre in costume da cavalcare. A Evelina, da tanti anni non più abituata a montare a cavallo, s’è intorpidita una gamba. Ella ha una amazzone nuova, con re­dingote di panno marrone molto scia/lata a un sol bottone, alta fin sopra il ginocchio, calzoncini aderenti di stoffa scozzese, abbottonati da un lato e gambali. Durante la scena seguente Ferdinando uscirà parecchie volte dalla scena e vi rientrerà, sempre attraverso il portone della villa, intento ad appa­recchiare in giardino il tavolino per il tè.

             EVELINA (sorretta a sedere sulle mani di Ferrante e di Aldo, tenendosi con le braccia appoggiata a entrambi): Ma no! Giù! Che fate! Giù! giù!

             ALDO: No! così, così!

             FERRANTE: In trionfo! in trionfo!

             EVELINA: Qua! qua! basta! giù! Fatemi scendere! (Scende e si prova a poggiare a terra il piede.)

             FERRANTE: È passato?

             EVELINA (subito): Ah! (E solleva il piede.).No... Dio! mi formicola... mi formi­cola...

             ALDO: Siedi; siedi...

             FERRANTE: No, meglio in piedi... Così, guarda: alzati, alzati e premi sullapunta dei piedi!

             EVELINA: Ma no, non posso! non me lo sento più, il piede!

             FERRANTE: Da’ ascolto a me! Ti reggo io... (La regge. Evelina prova a rizzarsi sulla punta dei piedi.) Così... così...

             ALDO: Ti passa? – ti passa?

             EVELINA (ridendo nervosamente): Sì... sì...

             FERRANTE: Vedi? – Ah, il mio caubòil A che siamo ridotti!

             EVELINA: Sfido! dopo tant’anni che non monto più a cavallo!

             FERRANTE (ad Aldo): L’avessi vista sul suo «jumper» (pronunziare giùmpeur): Tutt’una con esso! Che salti!

             EVELINA: Basta, basta! Per carità, basta, Dio mio! Sono come ubriaca... Basta, di pazzie, ora!

             ALDO: Ma che basta!

             EVELINA: No, no, basta! basta!

             FERRANTE: Lasciamola dire! Diceva così anche prima! E sai in che modo buffo, venendomi avanti con certi occhi da bambina spaventata e scotendo il dito... Come dicevi?

             EVELINA (ripetendo con grazia fuggevole l’antico modo, quasi bambinesco, ma con aria di volerne subito profittare richiamandosi a un proposito serio): «Non ci faccio più!» – Ah, ma davvero sai! Ora basta, ora basta: «non ci fac­cio più» davvero! – E prima di tutto, via quest’abito! (Accenna d’avviarsi.)

             ALDO (subito, trattenendola): No, no! Resta così, mammina!

             EVELINA (cercando di svincolarsi): Ma no – via – lasciami!

             ALDO (c.s.): No, così..-, come un maschietto in mezzo a noi...

             EVELINA (impostandosi severamente): Aldo! Impertinente! (Ma come Ferrante scoppia a ridere forte, vedendole assumere quell’aria di severità, subito smettendola e fingendo d’esser seccata:) Sì, bravo, ridi...

             FERRANTE (seguitando a ridere): Ma sì, abbi pazienza, Iviù! T’ho visto far con la testa... (Le rifa il gesto con cui ha accompagnato il rimprovero del figlio, come se questo gesto gli ricordasse le mossene di lei per i rimproveri che un tempo soleva rivolgere a lui, ed esclama:) Tu non sai come sei tutta, sempre, la stessa!

             EVELINA: Sfido!

             FERRANTE (subito, rifacendole anche il modo con cui ha detto «Sfido!»): Ecco: «Sfido!» – E l’ha ripetuto già due volte! (Ad Aldo:) – Non sapeva far altro che dirmi «Sfido!».

             EVELINA (involontariamente, tirata dal discorso, ripete): Sfido! (Ma subito l’avverte e s’arresta: basta questo, per far prorompere naturalmente quei due in una gran risata; e allora subito ella, per ripigliarsi:) Sì, sì, perché prima era lui a farmi commettere tutte le pazzie, e poi aveva il coraggio di farmele notare, sissignori: che erano pazzie! Io allora, mortificata, gli dicevo: – Non lo faremo più! – E lui: – Che? Queste sono niente! Vedrai quelle che faremo domani! – (Abbassa gli occhi e aggiunge:) E le facevamo davvero.

             ALDO (dopo averla contemplata un pezzo, beato): Ma sai che per me sei tutta, tutta nuova, mammina? Io ti sto conoscendo adesso! Non t’ho mai veduta così!

             EVELINA (con comico dispetto, facendo gli occhiacci): Me l’immagino bene, conciata poi in questo modo... – No, via, lasciate che vada a levarmi di così... Peccato! Per una volta sola, una spesa così forte... (Sale i cinque gradini d’invito davanti al portone della villa.)

             ALDO (con un sobbalzo): Che!

             FERRANTE (c.S.): Per una volta sola?

             EVELINA: Ah sì! Se aspettate di riprendermici un’altra volta!

             FERRANTE: E il bajo che resta di là?

             EVELINA: Potete cominciare a rivenderlo... (Poi con tono d’ammonimento a Ferrante, per richiamarlo alle spese pazze d’una volta, che determinarono la sua rovina:) E ti prego... e ti prego... (Fa per ritirarsi.)

             FERDINANDO (dal giardino): Ci sono di là, signora, parecchie donne venute a profferirsi per governanti...

             ALDO (aprecipizio, protestando): Nononononò! Niente, mammina, governanti!

             FERRANTE: Abbasso le governanti!

             ALDO: Non vogliamo saperne!

             FERRANTE: Muffa! Muffa da signora Lina!

             ALDO: Pensieri da mamma Lina! Via! via! via!

             EVELINA: Ohe, ragazzo! Ma sai che tu m’hai conosciuta sempre da mamma Lina?

             ALDO: Eh, scusa, l’ho dettolo stesso, or ora... Ma a Firenze, non qua, mammina! Qua non ci sta mica, di casa, mamma Lina, né presumerai d’esser quella, ora – vestita così...

             EVELINA: E perciò vado subito a spogliarmi, e me ne riparto stasera, cari miei! (Scappa via per il portone della villa.)

             FERRANTE (a Ferdinando, seccato e risoluto): Vai, vai a cacciar via tutte quelle donne, e senza farle uscire di qua: non voglio neanche vederle!

             FERDINANDO: Sapesse che roba! (Fa per avviarsi a eseguire l’ordine.)

             FERRANTE: Via! via! (E come Ferdinando esce:) Senti, Aldo. Seriamente. Bi­sogna ch’ella rimanga qua, con noi!

             ALDO (angustiato di quell’aria risoluta del padre, con un sospiro): Eh...

             FERRANTE (con forza): No, Bisogna! bisogna!

             ALDO: Figurati se lo vorrei anch’io! Ma capirai...

             FERRANTE (subito, fosco e duro): Capisco solo una cosa io, adesso: che non posso più tollerare, assolutamente, ch’ella ritorni là. Bisogna impedirglielo a ogni costo!

             ALDO: Ammalandomi di colpo per davvero?

             FERRANTE (con pronta e aspra severità): Aldo, t’ho detto «seriamente»!

             ALDO: Ma, papà, se dici seriamente...

             FERRANTE: Seriissimamente!

             ALDO: E allora temo, purtroppo, che non verrai a capo di nulla.

             FERRANTE: Perché ti sembro fatto soltanto per scherzare, io?

             ALDO: No, papà! – Perché vedo che ti rivolgi a me.

             FERRANTE: Come a dire, a uno che sa soltanto scherzare?

             ALDO: Ma no, Dio mio! Ti parlo anch’io adesso seriamente. Vedo... vedo con tanta pena, che tu...

             FERRANTE (interrompendolo, smaniando): Non dovevo, non dovevo farla ve­nire! – Ma sei stato anche tu! «Per farle prendere una boccata d’aria!»

             ALDO: Eh già... Per questo soltanto! Credendo che tu ormai...

             FERRANTE: Ma non vedi, con l’aria che ha preso, con l’aria che ha respirato su­bito, di nuovo accanto a me...

             ALDO: Già, sì, è un’altra!

             FERRANTE: Ma che un’altra! L’ho ritrovata, s’è ritrovata lei stessa, subito, tutta, qua – lei, lei – quella che era prima! Pare a te un’altra! Come era parsa a me là, quando la rividi come una mummia... Fosse venuta quella, mi sarei an­ch’io divertito «a farle prendere un po’ d’aria!». Ma che! S’è avuta per male, lì per lì, di trovarti qua sano; ha fatto un po’ l’indignata per la crudeltà dello scherzo; se n’è voluta andare prima all’albergo, ma poi, nel vederci andar via mogi mogi, s’è messa a ridere...

             ALDO: E io, quando ha riso...

             FERRANTE: Tu, sì; ma io mi son sentito lacerare tutto, subito, dentro, a quel riso! – Tu non lo sai, come ha riso!

             ALDO: Ha riso... e poi... ce la siamo portata via.

             FERRANTE: Ah, caro mio... Ho riso anch’io, guardandoti, come ti ha guardato lei. Ma poi i nostri occhi si sono incontrati; ed è stato uno sgomento (un at­timo!) – Sono sicuro, guarda, che tu come sei ora, cresciuto, un giovanotto, non sei stato più niente per lei; come per me – niente; perché, per noi, pic­colo, così soltanto, potevi essere in quell’attimo, e non questo che sei. Ho visto nel suo sorriso, dopo che mi guardò, quella stessa momentanea fred­dezza ch’era nel mio, impacciata, come se tu, così grande, non fossi... non fossi nostro (oh, per un momento, bada!) e noi due, io e lei... – non so dirtelo – divisi – presenti e divisi – come divisi, sì, in due vite distanti e contempo­ranee, vere tutt’e due e vane tutt’e due nello stesso tempo! – Ora, in questi otto giorni, tu l’hai vista: quella che è stata per tant’anni la tua mamma là, è sparita. Qua è vera quella che conosco io. E questa è mia, è mia; dev’esser mia; non può più ritornare là!

             ALDO (quasi sgomento): Ma papà, tu così...

             FERRANTE (forte, non ammettendo repliche): Non posso più tollerarlo!

             ALDO: Già; ma vuoi...

             FERRANTE (pronto, interrompendo c.s.): Che rimanga qua assolutamente!

             ALDO: E l’altra?

             FERRANTE (stordito dalla subita e placida domanda del figlio, che lo arresta): Che altra?

             ALDO: Quella di là! Come la conoscevo io; come la conoscono tutti gli altri, là, a Firenze. È vera anche quella, sai, papà!

             FERRANTE (c.s.): Come, vera? No! Ormai no! Non può, non deve più esser quella!

             ALDO: E come, papà, se ha pure quell’altra sua vita, là, che tu non puoi cancel­lare?

             FERRANTE (scrollando furiosamente le spalle): Ma che vita! che vita!

             ALDO: Bene o male. Quella che è. Come ha potuto fargliela quel...

             FERRANTE (subito, voltandosi di scatto, furibondo): Non me lo nominare!

             ALDO: Oh, papà: un uomo che s’è fumato tutto da sé, piano piano, come un si­garo dolce. È rimasto intero, ma di cenere; che guaj se lo scrolli un po’ o se ci soffii sopra, appena appena!

             FERRANTE: Ah, se lo scrollo! Lo scrollo! lo scrollo! – Ci soffio! ci soffio! (Esi inette a passeggiare sulle furie.)

             ALDO (quasi tra sé): Sarà un bel guajo...

             FERRANTE (vedendolo, si ferma un po’, per poi riprendere a passeggiare): Sì; contentati di dire così, tu, e basta...

             ALDO: Ma che vuoi che ci faccia io? Non ci ho mica colpa io, papà...

             FERRANTE: Lo so! Ma è tempo, sai, che lei su, la signora, cominci, cominci a riconoscere che la colpa fu anche sua, sua, allora!

             ALDO: Ma no, papà, io dico colpa, se lei se ne vuol ripartire. Ti rivolgi a me. Io ho potuto farla venire, e avrò fatto male; ho fatto male certamente. Non posso mica trattenerla... Si ode a questo punto dall’interno del portone la voce di Evelina.

             VOCE DI EVELINA: Ferdinando, il tè.

             FERRANTE: Eccola! Non posso farmi vedere da lei così agitato. (S’avvia conci­tatamente verso il fondo e scompare tra gli alberi. Rientra in iscena poco dopo Evelina, in abito grigio, da viaggio.)

             EVELINA (vedendo Aldo ancora in abito da cavaliere): Come, e tu ancora così?

             ALDO (confuso, guardandosi l’abito addosso): Ah, sì... Mi sono trattenuto a parlare con papà.

             EVELINA: E dove... dov’è andato?

             ALDO: Mah... non so, di là...

             EVELINA: E non viene a prendere il tè?

             ALDO: Credo che... che ne abbia poca voglia, oggi, papà. Pausa. Evelina lascia cadere, apposta, il discorso. Entra Ferdinando con la tejera e con le paste.

             EVELINA: Oh, bravo Ferdinando. Posa qua, posa qua. (Indica il tavolino appa­recchiato.)

             FERDINANDO: Comanda altro?

             EVELINA: Nient’altro, grazie. (E come Ferdinando va via, si mette a versare il tè e il latte, prima per Aldo, poi per sé. Dura ancora un po’ la pausa. Poi, ri­volgendosi ad Aldo, domanda:) Non sarà cambiato, è vero, l’orario delle fer­rovie?

             ALDO: Te ne vuoi dunque, proprio, ripartire stasera? No, mammina!

             EVELINA: Sì, sì, sì!

             ALDO: No; almeno stasera, no!

             EVELINA: Stasera, stasera...

             ALDO: Domani, senti...

             EVELINA: Stasera. Basta!

             ALDO: Tutto domani, qui; e poi^doman l’altro mattina...

             EVELINA: Basta, basta ti dico! È ormai deciso... Ma come sono buone queste paste! Prendine una.

             ALDO (rifiutando, ingrugnato): Grazie. (Poi:) Qua, per tua regola, è tutto buono.

             EVELINA: Sì. Tranne te.

             ALDO: No. Tranne te. Sono appena otto giorni, e...

             EVELINA: Avrei dovuto ripartirmene il giorno stesso dell’arrivo, appena sco­perta la vostra bella birbonata!

             ALDO (con le mani congiunte e aria e voce di preghiera bambinesca e biri­china): Mammina!

             EVELINA: Smettila, Aldo!

             ALDO: Mi sono tanto strapazzato, oggi, a cavallo.

             EVELINA: Peggio per te!

             ALDO: Mi fa tanto male il capo!

             EVELINA: Smettila, ti dico!

             ALDO: E va bene, vattene! Se poi, appena montata in treno, io mi metto a letto per davvero con la febbre...

             EVELINA: Oh sai, impostore, ricordati la favola di quello che gridava al lupo! Io non vengo più, bada, neanche se sei davvero ammalato. Ci hai fatto que­sto bel guadagno!

             ALDO (con la più tranquilla impudenza): Eh sì... Tu scherzi...

             EVELINA (voltandosi sbalordita): Io scherzo? Io dico sul serio!

             ALDO: E intanto questo accadrà sicuramente prestissimo, con la vitaccia ameri­cana che facciamo qua, io e papà. Io non ci sono abituato... Senza le cure di nessuno...

             EVELINA: Ma va’ là, impostore, che non sei stato mai così bene come adesso!

             ALDO: Sì; ma anche tu, sai, mammina! Vedessi come stai bene, tu!

             EVELINA: Via, basta ti dico, Aldo.

             ALDO: No, via, confessa, confessa, mammina, che tu ti sentiresti maledetta­mente più felice, qua, con papà!

             EVELINA (balzando in piedi): Insomma, vuoi che me ne risalga su?

             ALDO: Ma non devi neanche credere, sai, come quando sei arrivata, che io abbia’ancora quattro anni, oh!

             EVELINA (lo guarda come se cascasse dalle nuvole): Ma che dici? io? io ho creduto che...? (Siede di nuovo e si mette a ridere.)

             ALDO: Tu, tu, sì, me l’ha detto papà! – Lo sgomento! Un attimo!

             EVELINA: Io? Ma che dici? Sei impazzito?

             ALDO (caricando burlescamente l’espressione): Vi siete guardati e niente! come se io, così cresciuto, un bel giovanotto, non fossi più vostro. Più niente per te; come per lui – più niente!

             EVELINA (un po’ smorendo, stupita ma pur sorridente, riconoscendo la verità di quel che realmente, al suo arrivo, guardando il marito, aveva anche lei avvertito in confuso, nel turbamento): Ma che pazzie...

             ALDO (subito, intuendo): Mammina, come lo dici! Deve essere stato vero!

             EVELINA (reagendo al suo sentimento): Follie, follie di tuo padre! – Non è stato vero nient’affatto!

             ALDO (sognante, dopo una breve pausa): Potessi andare a nascondermi là, die­tro quell’albero, e ricomparirvi davanti un cosino... così, col cerchio e la bacchetta...

             EVELINA (profondamente turbata, sconvolta; non potendone più): Aldo, Aldo, per carità, basta! basta! Non posso più sentirti parlare! (E sì mette a piangere, nascondendosi il volto.) Pausa. Rientra dal fondo Ferrante. Fa segno ad Aldo d’andar via in silenzio:

             Aldo va via. E allora egli, piano, s’accosta a Evelina. A poco a poco, lentis­simamente, a cominciar da questa scena la luce andrà scemando per modo che, alla fine dell’atto, resti soltanto come un ultimo barlume di crepuscolo.

             EVELINA (rialzando il capo, e credendo di parlare ancora a Aldo): Tu dovresti piuttosto... (vedendo Ferrante, e arrestandosi:) Ah – dov’è andato?

             FERRANTE (in apparenza calmo, sorridente): T’ha visto piangere, e se n’è an­dato.

             EVELINA (confusa, imbarazzata dalla presenza di lui, perché non più sicura di sé): E tu... di dove sei venuto?

             FERRANTE: Se volevi darmi un po’ di tè...

             EVELINA: Ah... il.tè... ma sarà freddo... (E si volta a chiamar verso il portone della villa:) Aldo!

             FERRANTE: Lo prendo anche freddo... – lascia!

             EVELINA (nell’imbarazzo, volendo dare a intendere che ha chiamato il figlio per un’altra ragione): No... E, perché... Sono un po’ nervosa... Diceva tante sciocchezze... Ma tu dov’eri?

             FERRANTE (freddo, senza dar la minima importanza alla cosa): Di là. Ho sen­tito...

             EVELINA (che ha versato il tè nella tazza, porgendolo senza guardarlo): È pro­prio freddo, sai...

             FERRANTE: Non importa... (All’atto di Evelina di prendere il bricco del latte:) No, senza, senza latte... (E dal taschino in alto del panciotto trae una fialetta oblunga e versa alcune gocce del liquido che vi è contenuto premendo col pollice la piccola leva del turacciolo d’argento automatico.)

             EVELINA (che è stata a guardare): E che è?

             FERRANTE: Gin.

             EVELINA: Lo porti con te?

             FERRANTE: L’America! (Eaccompagna l’esclamazione con un gesto vago della mano.)

             EVELINA: No... Non sta bene... – ti... ti... (Vorrebbe esprimere il suo dispiacere, ma si trattiene.)

             FERRANTE: Non mi fa niente... Un sorso ogni tanto...

             EVELINA: Ma... Dio mio, ad Aldo... ad Aldo no, non lasciar prendere codesto vizio!

             FERRANTE: Stai tranquilla. Del resto, non è vizio neanche per me, perché, se voglio...

             EVELINA (con impeto di premura, subito di nuovo trattenuto): Ecco sì... non... non lo fare...

             FERRANTE: Davanti ad Aldo?

             EVELINA: No, per te stesso.

             FERRANTE: E allora, non perché non voglia più io, ma perché non vuoi tu?

             EVELINA (sempre più imbarazzata): Dico per te... È proprio un brutto vizio... E ad Aldo, anzi, volevo raccomandare appunto...

             FERRANTE: Che invece di dir «quelle sciocchezze», pensasse a farmi un po’ da papà?

             EVELINA: Ma sì, perché tu spendi, tu spendi enormemente, all’impazzata, di nuovo!

             FERRANTE (sorridendo): No, no.

             EVELINA: Come no! T’ho visto buttar via il danaro... come prima, Dio mio!

             FERRANTE: No. Un po’ in questi giorni, perché ci sei tu. – «Come prima», dici? – Ma tu, prima, non te ne accorgevi!

             EVELINA: È vero, sì! cieca! cieca! – Ma pensa che tu hai ora Aldo con te!

             FERRANTE: Oh, se fosse per questo, no! Non pensai che avevo accanto te, allora! Figurati, se potrebbe trattenermi Aldo adesso! – Ma non dubitare che ora ci penso...

             EVELINA: Sul serio?

             FERRANTE: Sì, ci penso... – ci penserò, via, se non oggi, domani – ma sai per­ché? Perché sono di nuovo qua; e mi ci sento, qua, di nuovo... non so, come... – come dovresti sentire anche tu! – come se non fossi mai partito, ecco – e lo avessi, ah perdio, ancora e senza fine, quel danaro – non questo d’ora! – quello, quello! – quello che, per non averlo allora calcolato, mi di­strusse, spezzò la nostra vita... – Ah, ma ora l’ho di nuovo e lo tengo, lo terrò perché mi par di riaverla in pugno con esso, la mia vita – quella, quella di prima! L’ho sentito in questi otto giorni, con te qua... – Stai sicura che non me lo lascerò più sfuggire.

             EVELINA (timida dolente): Già; ma io... io...

             FERRANTE (scartando, fosco, estroso): Te ne vai? E allora che vuoi che me ne importi più?

             EVELINA: No! Come? E Aldo?

             FERRANTE (con un riso cattivo, e finto sdegno e finta indifferenza): Aldo?... Aldo, se mai... – In America!

             EVELINA: Ah, no! Mai! Mai! Questo non devi neanche pensarlo!

             FERRANTE: Ma no, via, non temere!

             EVELINA: Me lo dici per spaventarmi?

             FERRANTE: No, cara. Sarebbe un ricatto, lo non ne faccio. Sai bene che volevo lasciartelo là... Ha voluto venir via lui. – Ripigliarti, trattenerti qua per mezzo del figlio, non lo farò mai. – Sei stata qua otto giorni. Sei venuta per lui. Hai visto come (a bassa voce per la delicatezza del sottinteso:) come ho mante­nuto la promessa.

             EVELINA (piano anche lei, senz’ombra di ribellione, come per obbedienza a una necessità): Me ne sarei ripartita subito!

             FERRANTE: Sì, e per farti rimanere, dopo questa minaccia, mi sono trattenuto con tutte le forze dell’anima e del corpo! Ma non è possibile, non èpossibile, Eva, che tu...

             EVELINA (interrompe, di nuovo timida, su le spine): No, no... basta... Che dici, ora?... basta...

             FERRANTE: Dico che, dopo questi otto giorni di festa, di... di quella nostra an­tica festa, non è possibile che tu, chiudendoti la notte, nella tua stanza, sola – Pigia su la parola «sola» e le battute seguenti saranno intercalate da tutti e due nel discorso, rapidamente; come per non toccarsi.

             EVELINA (subito a occhi bassi): – ma certo! –

             FERRANTE (pigiando): – e a chiave! –

             EVELINA (c.s.): – a chiave, sì –

             FERRANTE: – non abbia pensato, che ti era accanto –

             EVELINA: – no, no –

             FERRANTE: – eh via, sii sincera! – Fui tuo marito! – E tu tremi tutta –

             EVELINA (subito): No!

             FERRANTE: Come no?

             EVELINA: No... scostati... smetti, Dio mio! non mi tormentare!

             FERRANTE: Ma dunque vedi che è vero?

             EVELINA: E che pretendi, se è vero? Ragione di più per ripartirmene, se mai – per me e per te!

             FERRANTE: Per me? No! Come?

             EVELINA: Ma sì! Anche per te... Perché io... (e non sa più come proseguire.)

             FERRANTE (incalzandola): Perché tu? Che vuoi dire?

             EVELINA (con grazia da innamorata, ma un po’ ambigua, da potersi anche in­terpretare come un espediente di estrema difesa): Vorrei poter venire ancora qua...

             FERRANTE: E come? Così?

             EVELINA (subito): Ah, per Aldo!

             FERRANTE: Per Aldo! – Grazie! – Non per me!

             EVELINA (con la grazia di prima): Anche per te; ma... così...

             FERRANTE: Grazie tante! Ah, grazie tante, così! Che vuoi che mi importi di mio figlio, se vieni per lui? Verrà lui da te! – Così non voglio più io allora!

             EVELINA (sempre con quel suo giuoco di grazia): Dovresti capire, che non sa­rebbe possibile altrimenti.

             FERRANTE: Ma perché? Se è vero che tu mi vuoi ancora bene?

             EVELINA (pronta, interrompendo): Appunto perché è vero!

             FERRANTE: E vuoi che ti lasci ripartire, che ti lasci ritornare là, se mi dici che è vero? No! no! (fa per abbracciarla.)

             EVELINA: No, lasciami... lasciami... Qua con te potrei esser di nuovo soltanto una folle!

             FERRANTE: Ma sì! ma sì! Com’io ti voglio! La mia piccola folle d’allora!

             EVELINA: E ti par possibile?

             FERRANTE: Perché no?

             EVELINA: Perché non sono più quella, da tanti anni...

             FERRANTE: E in questi otto giorni qua, come sei stata?

             EVELINA: Ah così... per otto giorni... Può sempre, in qualche momento, a una donna non brutta capitare... (e lascia il discorso in sospeso.)

             FERRANTE (spingendola a dire): Capitare, che cosa?

             EVELINA: Che so! Di vedersi guardata da qualcuno con una strana insistenza... e, colta all’improvviso, turbarsene; sentendosi ancora bella, compiacersene... Si può, senza che paja di comméttere una colpa, in quell’istante di turba­mento o di compiacenza, carezzar col pensiero dentro di sé quel desiderio su­scitato; immaginare... così, come in sogno, un’altra vita, un altro amore... Ma poi... basta! La vista delle cose attorno, un minimo richiamo della realtà...

             FERRANTE: Ma non è anche questa, non è anche questa una realtà per te?

             EVELINA: No... sono come... non so...

             FERRANTE: Perché non vuoi toccarlo qua, in me, in te stessa, il tuo sentimento...

             EVELINA: Sono come lontana... lontana...

             FERRANTE: No! Tu devi essere qua!

             EVELINA: Non posso... non posso...

             FERRANTE: Mia! Mia! Mia!

             EVELINA: No, Ferrante – via! Basta... Ajutami, Dio mio! Intendendo che io debbo pure – debbo – poter tornare là!

             FERRANTE: E perché, là, sì? – Tu hai pure qua tuo figlio! E io sono tuo marito!

             EVELINA: Ah, ma non è la stessa cosa...

             FERRANTE: Come non è?

             EVELINA: Non è! Prima di tutto perché... guarda! – se io restassi qua con te – (e dovrei per forza restare, perché certo non potrei più, allora, ritornare là – tu lo intendi!) – ebbene, perderei per sempre ogni diritto di rivedere mia figlia. E sarebbe per me impossibile! – Poi, per me stessa...

             FERRANTE: Per lui, vuoi dire!

             EVELINA (subito, con forza): Ma non per lui! – Per te, anzi!

             FERRANTE (scrollando le spalle): Ma via... ma via...

             EVELINA (c.s.): Sì, sì, per te! per te e per me! Perché non potrei più dire – lo capisci – che vengo qua per Aldo, perché verrei, invece, realmente, per te! Mentre tu puoi esser sicuro che là vado solo perché c’è mia figlia...

             FERRANTE: Bello! Ah, un bellissimo ragionamento codesto! Grazie! Là dove andresti soltanto per poter rivedere tua figlia, là, sì! E qua, invece, dove ver­resti...

             EVELINA (subito, ostinata): Per te...

             FERRANTE (compiendo la frase): No!

             EVELINA (c.s.): No! – precisamente: – no! E non deve sembrarti soltanto un ragionamento, perché credi che è anche il mio sentimento, ed è sincero! Pensa che c’è pure mia figlia là!

             FERRANTE: Va bene; e Aldo, qua.

             EVELINA: Aldo... – Tu non puoi intenderlo, non puoi intenderlo, perché soltanto una donna – questo – lo può intendere. – Io sento che ci sei tu, in Aldo, nel mio amore per Aldo; mentre mia figlia, là, la sento sola! Ecco.

             FERRANTE: E perché è così, vuoi ora ritornare da quell’altro?

             EVELINA: Ma non che voglia! debbo! – È una necessità, che non è dipesa solo da me. L’hai riconosciuta tu stesso, santo Dio, ritornando; e anche accettata.

             FERRANTE: Finché non sapevo...

             EVELINA (subito troncando): Che cosa? Non mi forzerai a dire... Non posso mica dirti che cosa io sento là... Io debbo più, più che la gratitudine a chi m’ha difesa, protetta, salvata dalla disperazione in cui ero caduta per te, senza mai approfittare del mio stato, con una devozione...

             FERRANTE: Basta! basta! basta!

             EVELINA: No! È bene che tu lo sappia!

             FERRANTE: Ma me le ha decantate lui, non dubitare, tutte le sue benemerenze! – Non capisco però, come avendo tanta... tanta vita, quanta in questi giorni hai saputo ritrovarne in te – ti sia potuta acconciare a vivere là... con quello...

             EVELINA: Ma no, che c’entra! – Qua, con te... con questa vita senza né capo né coda... sfido! – Là, una vita tranquilla... Non ho mai neppur pensato di po­terne avere un’altra. Ho tanto da fare, da badare... Qua dai tu, tutto. Là do io; e ho la soddisfazione di farla io, agli altri, la vita...

             FERRANTE: Negandola a me! Perché a chi la darò più, io, la vita, se tu te ne vai.

             EVELINA (con slancio, posandogli le mani sulle spalle): Ma a me, a me, come l’hai data sempre anche quando non c’eri! – Sì... Tutta la vita – tutta la vita, che mi veniva da Aldo, perché era tuo – la tua vita! – Seguita a darla a lui, qua, e sarà come se la dessi anche a me! (Troncando, perché vede Aldo sulla soglia del portone della villa. Dalla soglia della villa Aldo, spòrgendo il capo, domanda:)

             ALDO: Pace?

             EVELINA: Pace, pace... sì.

             ALDO (balzando sulla scena e correndo a Evelina): Ah! Dunque resti? Viva la mammina!

             EVELINA: No... Parto...

             ALDO: Ma che partire più! Come parti, se hai fatto pace?

             EVELINA: Ma parto anzi per questo; perché ci siamo intesi!

             ALDO: No, no, senti, almeno fino a domani!

             EVELINA: Ma se ho tutto pronto su per la partenza!

             ALDO: E tu lascialo pronto! – Via, sì – concesso! concesso!

             FERRANTE: Niente affatto. Non ci siamo intesi. Non è vero! – Parte. E se vuoi partire anche tu con lei... Sono stato un pazzo, un pazzo a ritornare. Ero riu­scito così bene a strapparmelo dal petto il cuore e a calpestarlo, così, sotto il piede. Nossignori! Sono ritornato... (Con esasperazione, quasi gridando;) Non posso vedervi insieme! Ecco – eravate voi due... C’ero anch’io con voi, quando tu eri, così, piccino... Ora voi potete stare insieme – e io no, ne sono fuori! Perché lei deve poter ritornare là! Ebbene, ritorni là! ritorni là! (Silen­zio – lunga pausa. – Ma a questo scatto di disperata passione, Evelina, sen­tendosi tutta sconvolgere, reclina il capo e si mette a piangere. – Aldo le si accosta, le pone una mano sulla spalla, si china verso lei e non osa dir nulla. Ferrante – che s’è allontanato un po’ in fondo al giardino passeggiando – riesce a riprendersi, a dominarsi, s’accolta anche lui ad Evelina e le dice:) No, Eva... su, non voglio che tu pianga qua... Basta... Io, capisco, capisco... Ma alla vita che puoi avere qua, che hai ancora in te – e l’hai dimostrato, l’hai dimostrato in questi giorni, – bada che io non voglio rinunziare.

             EVELINA: Ah no! Non più! non più, adesso!

             FERRANTE: Come non più? io voglio!

             EVELINA: Ma io lo dico per te.

             FERRANTE: Non pensare a me. Ci stordiremo!

             EVELINA: No... no.

             FERRANTE: Sono gli unici istanti di vita che posso ancora darti... Figurati se ci rinunzio! Su via, su Aldo, a noi! (Prendono l’uno e l’altro Evelina per le braccia.)

             EVELINA: No, lasciatemi...

             FERRANTE: Qua, Eva non deve pensare. E quando tu sarai stanca là, d’essere mamma Lina: voglio, voglio, intendi, che ritorni ad essere qua la mia piccola, la mia piccola Eva folle. – Non per me, per te sola... – Basta... su... su...

             EVELINA: Ma no... dove?

             FERRANTE: Ma al solito...

             ALDO: Già! La volata, mammina! (Indica l’altalena:) Non abbiamo fatto oggi la volata. Ma resta inteso che tu non parti più per stasera – almeno questo sì! concesso... concesso!... Tutto domani e poi basta!

             EVELINA: E poi basta! Badate!

             ALDO: Sì, sì grazie, grazie, mammina: tutto domani, e poi basta! – Concer­tiamo subito subito una bella pazzia per stasera? – Sì!, mammina, vieni, vieni! (La tira col padre per la mano verso l’altalena infondo.)

             EVELINA: Ma no! ma no...

             ALDO: Qua, sull’altalena...

             EVELINA: Ma no...

             ALDO: Sì, sì... (La fa montare.) Perché ti venga una bella idea volante, mam­mina! (La spinge.) Su... oplà... là...

             Suona il campanello al cancello. Ferrante, rimasto fosco e taciturno sul da­vanti della scena, si volta al suono, e poiché è lì presso, e vede davanti al cancello un signore, si reca ad aprire. Si fa avanti l’avvocato Giorgio Armelli.

             FERRANTE: Desidera?

             ARMELLI: Sono l’avvocato Giorgio Armelli... Vengo da Firenze.

             EVELINA (voltandosi dall’altalena e scorgendolo): Ah, Dio... Ferma, ferma, Aldo... – C’è l’avvocato!

             ARMELLI (vedendola andare sull’altalena): Uh... Dio mio... Signora Lina!

             ALDO: Oh guarda, l’avvocato!

             EVELINA: Ma, Aldo, ti dico ferma!

             ALDO: Ecco, mamma... Tieni conto che m’alzo adesso dal letto... (Fingendosi convalescente, debolissimo, riesce a fermar l’altalena.) Ecco, scendi...

             EVELINA (riassumendo, come può, tutta la sua aria di dignitosa signora): Mi scusi tanto, avvocato!

             ARMELLI: Ma no... di che?

             EVELINA (indicando Aldo): Lei sa com’è matto... Ha voluto farmi provare... (indica l’altalena.)

             ALDO: E metta che sono ancora debolissimo! Posso ben dire d’averla scampata bella, caro avvocato!

             ARMELLI: Mi... mi congratulo...

             EVELINA: Segga, segga, avvocato.

             ARMELLI: No, grazie. Ho di là la carrozza... (indica fuori del cancello.) Me ne riparto tra un’ora per Firenze. (Poi imbarazzato, perché non è stato ancora presentato a Ferrante:) Ma io... veramente...

             EVELINA: Ah, già, scusi... (Presentando:) L’avvocato Giorgio Armelli – mio... mio marito, Ferrante Morli.

             FERRANTE (con un riso poco invitante): Il socio?

             ARMELLI: Sissignore... Da tanti anni, socio dell’avvocato Lello Carpani. – For­tunatissimo, signor Morli.

             EVELINA: E sarà venuto per affari professionali, m’immagino, avvocato...

             ARMELLI: No, ecco... No, e sì – veramente... Avevo un affaruccio da sbrigare e l’ho sbrigato. Venivo per prendere notizie e anche per darne, perché – lei può immaginarsi – siamo stati tutti, là, in gran pensiero.

             FERRANTE: E si figuri noi qua, caro signore!

             ARMELLI: Ah, lo credo, lo credo... Ma vedo che, grazie a Dio, Aldino, adesso...

             ALDO: Ah no, sa! Non sto mica ancora bene, io...

             ARMELLI: Eh, ma, via – puoi contentarti... Mentre... ecco, a Firenze... a Firenze, corrono anche là per i ragazzi certe malattie...

             ALDO (scoppia in una gran risata).

             EVELINA (in tono di rimprovero): Ma, Aldo!

             ALDO (ridendo sempre): E non capisci, mamma, che cosa viene a dirti? Che s’è ammalata la Titti, adesso, a Firenze!

             E seguita a ridere, a ridere, comunicando il riso a Ferrante e poi anche ad Evelina, per quanto lei forse non voglia.

             EVELINA (mentre la risata involontaria le muore sulle labbra): Anche la Titti là adesso?

             ARMELLI (rimasto imbarazzato, mortificato, tentando di sostenersi): No ecco... veramente...

             EVELINA (per scusare il figlio): Lei vede bene, avvocato, che questo briccone qua... (indica Aldo, sottintendendo «Non è stato mai malato».)

             ARMELLI: Già, ma io, ecco... posso assicurare...

             ALDO (subito sopraffacendolo con voce goffa): Ma sì! Malattiacce, malattiacce, caro avvocato, che sogliono venire ai figli, quando la mamma è lontana.

             ARMELLI: Già, sì...

             ALDO: E sa come si chiamano? «Mammanconìe».

             EVELINA: Vede che bel tipo, avvocato?

             ALDO: No, scusa! Un bel tipo anche lui, allora, se si serve dello stesso mezzo!

             FERRANTE: Eh, mi pare!

             ARMELLI: Ma no, scusi... E che propriamente...

             EVELINA (subito): Dio mio, avvocato, lei non mi vuol dire che la Titti è amma­lata davvero?

             ARMELLI: No, no... E che chiede, chiede molto di lei, ecco! Si sa, la mamma...

             ALDO: Ecco, dunque, vede? «Mammanconìa». Dica così.

             EVELINA: Sì, Aldo, ma per concludere allora, ch’io me ne debbo ripartire subito – ora stesso!

             ALDO: No!

             EVELINA: Sì!

             ALDO: Se la Titti non ha niente...

             EVELINA (rivolgendosi recisamente all’Armelli:) Ha detto che ha fuori la vet­tura, avvocato?

             ALDO: Avevi promesso...

             EVELINA: Basta, Aldo. (Ad Armelli): Vengo subito con lei. Avevo già deciso di partire questa sera. Ho tutto pronto su. M’aspetti un momento. (Via di fretta per il portone della villa.)

             ARMELLI: Ecco... veramente la ragazza...

             ALDO: Ammalata?

             ARMELLI: Ha avuto una febbretta due giorni fa.

             ALDO: Ma passata adesso?

             ARMELLI: Sì, passata... Ma mia moglie la tiene a letto per precauzione.

             FERRANTE: Per carità, non la turbino senza ragione... Non le dica nulla durante il viaggio, la prego, di questa febbretta già passata...

             ARMELLI: No, no, stia sicuro... nulla!

             ALDO: Scommetto, avvocato, che non è neanche vero che la Titti la chiede così molto, come ha detto lei.

             ARMELLI: Ah, no! per questo ti posso assicurare...

             ALDO: Ma non fino al punto che la mamma non possa star qui neanche per un altro giorno... Guardi, avvocato, andremo tutti e quattro a cena questa sera. Venga, venga con noi!

             ARMELLI: Ma che! No, non è possibile!

             Sopravviene Evelina pronta per partire, seguita da Ferdinando che attraver­sando la scena recherà la borsa da viaggio alla carrozza che si suppone fuori del cancello.

             EVELINA: Che cos’è?

             ALDO: Senti, mamma, l’avvocato dice che non c’è da avere tanta fretta, e che vorrebbe venire, dice, a cena con noi, fuori, questa sera...

             ARMELLI: Ma no! io?

             ALDO: Come no! Lei...

             ARMELLI: Ma se ho preso finanche il biglietto per partire, figliuolo mio! Impos­sibile!

             EVELINA: Non gli dia retta. Non dia retta a questo matto, avvocato. Andiamo, andiamo... (A un pensiero che le sovviene improvviso: E tirandosi Aldo in di­sparte:) Ho visto nella valigia una gran confusione... certe... sì, pazzie... che tuo padre ha voluto comperare per forza... Non posso portarmele là... A le­varle non facevo a tempo. Lascio tutto. Le leverai tu, e mi spedirai la valigia domani. Mi porto solo la borsa da viaggio.

             ALDO: Sì, sì. Brava! Così resta qua la roba ad aspettarti, mammina!

             EVELINA: Ah, no, caro! Adesso t’aspetto io a Firenze.

             ALDO: Che! Non finisce il mese che sono di nuovo ammalato.

             EVELINA: Eh, no – basta... Con questo gancio non mi tiri più, sai!

             ALDO: Eh, ma ne abbiamo tanti altri! Guarda! (rivolgendosi a Ferrante:) Papà, tu quando hai detto che partirai?

             FERRANTE: Io?

             ALDO: Ma sì, per quel viaggio che mi hai detto che devi fare in Spagna... per le piriti... non so...

             FERRANTE: Ah sì! Ai primi del mese venturo forse...

             ALDO: Capisci, mamma? Resterò solo per una ventina di giorni. E tu verrai a tenermi compagnia almeno per una settimana! Ecco fatto!

             EVELINA: Sì, sì... va bene, va bene. Dammi un bacio per ora e lasciami andare, che l’avvocato ha fretta. (Lo abbraccia e lo bacia.)

             ALDO: L’avrei fatto divertire tanto io stasera, avvocato!

             ARMELLI: Eh, caro... Tu sei giovane. Addio, addio.

             EVELINA (accostandosi a Ferrante): Addio, anche a te...

             FERRANTE (piano): No, a rivederci!

             EVELINA: Andiamo, avvocato! Addio, Aldo.

             ALDO: T’accompagno fino alla carrozza.

             ARMELLI (saluta Ferrante che inclina appena il capo): Tanti ossequii. (Via con Aldo ed Evelina.)

             Ferrante resta solo nel giardino. Si ode fuori del cancello una cara allegra risata di Evelina, certo per qualche cosa che le avrà detto Aldo. Nel giardino è già quasi sera. Rientra dal cancello prima Ferdinando, che attraversa la scena per riuscire dal portone della villa, poi Aldo.

             ALDO: Partita...

             I due uomini, soli, non sanno più né che cosa dirsi, né che cosa fare. Nella tristezza del barlume crepuscolare, come una bolla che assommi silenziosa­mente, s’accende il globo di luce elettrica in cima al portone.

 

Tela

 

»»» Indice Teatro

Inizio Pagina

La signora Morli, una e due

Commedia in tre atti - 1920

 

            ATTO TERZO

 

             Stanza di passaggio in casa dell’avvocato Carpani. La comune infondo. L’u­scio laterale a destra dà nella camera del Carpani; quello a sinistra, nella camera di Titti. Quanto all’ arredamento, è necessario soltanto un ampio letto a sedere. Gli altri mobili, armadio, cassettone, ecc., diano l’impressione di un interno intimo, agiato. Prime ore del mattino. (Dal secondo al terzo atto passa soltanto una notte.)

             Al levarsi della tela sonoin iscena Lello, la Signora Armelli e la Signora Tuzzi-Lello passeggia fosco per la stanza. La signora Armelli sulla soglia del­l’uscio a sinistra parla, rivolta verso l’interno, a Titti ancora a letto. La si­gnora Tuzzi seduta, quasi sdrajata, sul letto a sedere tiene la testa reclinata sulla spalliera, come una che, avendo vegliato tutta la notte, abbia ora inav­vertitamente ceduto al sonno.

             SIGNORA ARMELLI (parlando verso l’interno): Ma no, ma no, figliuola mia! se mai, più tardi.

             LELLO: Ps! Piano, piano, signora Lucia...

             SIGNORA ARMELLI (voltandosi): Perché? (E come Lello le accenna che la si­gnora Tuzzi s’è addormentata:) Ah, poverina, dorme? (Ma poi, come a una minaccia di Titti d’alzarsi dal letto, grida facendo qucdche passo verso l’in­terno:) Insomma, no, Titti! Io non te lo permetto! (E rientra in iscena, richiu­dendo l’uscio.)

             LELLO: Ma che cosa vuole, si può sapere?

             SIGNORA TUZZI (svegliandosi al rumore, infastidita): Dio mio, che cos’è?

             SIGNORA ARMELLI (rispondendo a Lello): Che? Vorrebbe alzarsi a quest’ora!

             LELLO: Ma non c’è Miss Write di là?

             SIGNORA ARMELLI: Ma sì! Dice che s’è sognata che arrivava (sta per dire la mamma, – si trattiene, dice:) lei; e vorrebbe alzarsi... (Alla signora Tuzzi:) Mi dispiace, cara, d’averti svegliata...

             SIGNORA TUZZI: Ma no... non dormivo... M’ero un po’ appoggiata... così... (Si stropiccia con le mani le braccia, come per freddo.)

             LELLO: Povera signora, si sarà infreddolita...

             SIGNORA TUZZI: Sì... un po’. Fa ancora freddo di notte.

             LELLO: Passare una nottata così!

             SIGNORA TUZZI: Ma non lo dica nemmeno, caro avvocato! Ho tenuto compagnia a lei, a Lucia...

             LELLO: E io le sono proprio grato. Ma ora, guardi, mando giù la Lisa a pren­dere una vettura, e lei se n’andrà a riposare.

             SIGNORA TUZZI: No, no, no...

             LELLO: Ma sì – comodamente a casa!

             SIGNORA TUZZI: No, guardi: prenderò un caffè, e sarò perfettamente a posto. – Lei piuttosto, avvocato...

             SIGNORA ARMELLI: Ma gliel’ho già detto tre volte!

             SIGNORA TUZZI: Vada, vada a riposarsi un momento!

             LELLO: Ma che! Non posso... non posso...

             SIGNORA ARMELLI: Come non può! – Col da fare che ha avuto jeri, per giunta: – solo – capisci? nell’assenza di mio marito. – Tutto il peso dello studio ad­dosso...

             SIGNORA TUZZI (scotendo amaramente il capo): E un simile colpo a tradimento! – Via, via, faccia questo piacere a noi, avvocato!

             LELLO: Vi assicuro, signore mie, che non potrei.

             SIGNORA ARMELLI: Si stenda almeno sul Ietto, per un pajo d’ore!

             SIGNORA TUZZI: Ecco, anche senza dormire...

             LELLO: Sarebbe peggio, credano! Non posso neanche star seduto. – Ho bisogno di muovermi... Una smania!

             SIGNORA TUZZI: Eh, ha ragione!

             LELLO: Vadano, vadano loro, piuttosto.

             SIGNORA ARMELLI (alla signora Tuzzi): Tu; se vuoi...

             SIGNORA TUZZI: Ma no; quando andrai via tu...

             SIGNORA ARMELLI: Io ho lasciato detto a casa jersera di mandar questa mattina il cameriere alla stazione per. avvertire Giorgio, appena arriva, che venga a prendermi qua...

             SIGNORA TUZZI: Ecco, brava! Così sapremo. Porterà certo qualche notizia... se l’ha veduta...

             SIGNORA ARMELLI (sospirando): Speriamo!

             SIGNORA TUZZI (a Lello): E forse – chi sa! – le darà, avvocato, una spiegazione plausibile.

             LELLO (fosco, agitato): Oh, una spiegazione ci sarà... ci sarà... (E all’improv­viso, colto da un capogiro, si porta una mano su gli occhi:) Dio mio...

             SIGNORA ARMELLI (subito, premurosa): Che cos’è?

             SIGNORA TUZZI (c.s.y. Si sente male?

             LELLO: Niente... niente... un piccolo capogiro...

             SIGNORA ARMELLI: Ma vede? ma vede? – Su! su! su! Non le permettiamo più di stare in piedi...

             SIGNORA TUZZI: Sia buono, via!

             SIGNORA ARMELLI: Obbedisca, obbedisca – a letto!

             LELLO (lasciandosi portare dalle signore fino all’uscio a destra): Sì, grazie... sì; un po’ di stanchezza... La notte perduta... (Via.)

             SIGNORA ARMELLI: Mi fa una pena! mi fa una pena!

             SIGNORA TUZZI (scotendo il capo con sdegno, con aria di dire: «Che cosa è il mondo!».): Mah! dopo essere stato così esemplare...

             SIGNORA ARMELLI: Esemplare? Eroico!

             SIGNORA TUZZI: Col suo valore, con la sua posizione, avrebbe potuto costituirsi attorno...

             SIGNORA ARMELLI: Ma sì, una famiglia, tersa come uno specchio! – Invece, è andato a confondersi con una donna compromessa in... in chi sa che pasticci!

             SIGNORA TUZZI: Già. Dicono tra l’altro, che il marito...

             SIGNORA ARMELLI: Sì, se ne dovette scappare! E l’abbandonò col figlio. Capitò qua, in cerca d’un avvocato; scelse lui; lui la vide; se ne innamorò... – Lottare, come ha lottato, pover’uomo, per farla entrare in relazione con la gente per bene – ed essere alla fine compensato così!

             SIGNORA TUZZI: Io non so! C’era parsa a tutte così... seria, tranquilla...

             SIGNORA ARMELLI: Oh, senti: lei sostiene che il figlio se n’è voluto andar lui col padre, con la scusa che qua ormai non poteva più stare... – Figurati che scusa! Noi tutte, amiche, la migliore società, avevamo reso normalissima la situazione e nessuno più, nessuno, trattando con Aldo, stava a pensare che la madre e l’avvocato non fossero marito e moglie; Aldo lo chiamava papà... – Per me non c’è dubbio: dev’essere stata lei! è stata lei!

             SIGNORA TUZZI: A indurre il figlio ad andarsene col padre?

             SIGNORA ARMELLI: Nessuno me lo leva dalla testa!

             SIGNORA TUZZI: Per avere il pretesto di... di fare la spola tra Roma e Firenze?

             SIGNORA ARMELLI: Precisamente! – Io non credo, non credo che Aldo... (si cor­regge:) il figlio, altrimenti, se ne sarebbe andato!

             SIGNORA TUZZI: Ma allora può darsi che anche...

             SIGNORA ARMELLI: La malattia del figlio, dici?

             SIGNORA TUZZI: Sia una commedia concertata.

             SIGNORA ARMELLI: Ma sì! Tutti d’accordo, là! – È chiaro, ormai! Scusa, più chiaro di così?

             SIGNORA TUZZI (nauseata): Ah! mettere avanti il figlio... – la malattia del figlio,

             per... – ah! È ributtante!

             SIGNORA ARMELLI: Ributtante! ributtante! (Poi risoluta:) Io non so che decisione prenderà qua lui. (Allude a Lello.)

             SIGNORA TUZZI: Oh, ma credo che, se è così...

             SIGNORA ARMELLI: No, sai – è tanto... troppo debole... troppo debole... – per bontà...

             SIGNORA TUZZI: Supponi che...

             SIGNORA ARMELLI: Ah, ma io, no! – io, basta! – Io, per me, qua, se lui se la tiene, non rimetterò più piede!

             SIGNORA TUZZI: Ma figurati – neanch’io!

             SIGNORA ARMELLI: Ma tutte, credo!

             SIGNORA TUZZI: Che sciocca, infine! Aver fatto accettare una simile situazione, e perderla, rovinarsi, così, in un momento!

             SIGNORA ARMELLI: Mi dispiace sinceramente per questo poverino (allude a

             Lello) che poi, capisci? è anche socio di mio marito. Ma non transigo! Avrà un bel persuadermi Giorgio: – non transigo, non transigo!

             Si schiude cautamente l’uscio a sinistra, ed entra Miss Write col suo cappello a cuffia annodato sotto il mento, pronta per andar via.

             SIGNORA ARMELLI (alludendo a Titti): S’è addormentata?

             MISS WRITE: Sì, signora.

             SIGNORA TUZZI: Ah, finalmente!

             MISS WRITE: Io, signora, adesso – ho pensato, ho pensato – desidero andar via.

             SIGNORA ARMELLI: Ma no, per carità; adesso, no...

             SIGNORA TUZZI: Aspetti almeno, prima, che ritorni lei... la signora!

             MISS WRITE: Ah no, ah no – desidero andare via prima, prima. Adesso.

             SIGNORA ARMELLI: Dio mio, ma parli almeno con l’avvocato! Adesso è impossi­bile... è andato a riposare un po’... Abbia pazienza ancora per qualche ora.

             MISS WRITE: Per qualche ora, sì – bene.

             SIGNORA TUZZI: E intanto, se non le dispiace, ci faccia portare...

             SIGNORA ARMELLI: Ah già... sì, da Lisa, la prego... un po’ di caffè...

             MISS WRITE: Caffè. Bene. Farò portare. (Miss Write, via per la comune.)

             SIGNORA ARMELLI (subito, in tono di grazioso rimprovero): Hai avuto troppa fretta, troppa fretta!

             SIGNORA TUZZI: Io? Ma no... È stata lei! M’assicurò che qua non sarebbe più rimasta, assolutamente!

             SIGNORA ARMELLI (con ammirazione, alludendo alla moralità della governante inglese): Ma come sono!

             SIGNORA TUZZI: Proprio assolutamente, ti dico! E allora, vista questa risoluzione irremovibile di licenziarsi, sapendo che la Nori cercava una governante...

             Entra dalla comune Lisa con un vassojo e l’occorrente per il caffè.

             SIGNORA ARMELLI: Oh, ecco – brava, Lisa!

             LISA: Aspettavo che venissero a prenderlo di là... Avevo apparecchiato anzi per la colazione...

             SIGNORA ARMELLI: No no, basta una tazza di caffè... Grazie.

             (Si sente sonare il campanello, lontano. )

             SIGNORA TUZZI: Suonano, mi pare...

             SIGNORA ARMELLI (guardando l’orologio da polso): Ah, ma forse... – son già le sette e mezzo – può darsi che sia lui, Giorgio...

             La Lisa va ad aprire. La signora Armelli verserà intanto il caffè per la si­gnora Tuzzi e per sé.

             SIGNORA TUZZI: Sentiremo, sentiremo...

             Si ode dall’interno la voce di Evelina, ansiosa.

             VOCE DI EVELINA: Titti! Titti mia! Dov’è la Titti?

             Subito la signora Armelli e la signora Tuzzi si turbano, posano le tazze e si irrigidiscono.

             SIGNORA TUZZI: Ah, eccola!

             SIGNORA ARMELLI: È arrivata con mio marito! Io allora vado subito via! Entra Evelina, seguita dall’ avvocato Giorgio Armelli.

             EVELINA: Ah, tu qua, Lucia? Anche lei, signora? (Si spaventa:) Ma dunque? Dio mio! (E si precipita verso la camera di Titti.)

             SIGNORA ARMELLI (cercando d’impedirle l’entrata): No – guarda, è tranquillis­sima.

             EVELINA: Lasciami, voglio vederla!

             SIGNORA ARMELLI: Già, ma dorme...

             EVELINA: Farò piano... Non la sveglierò...

             Evelina entra nella camera di Titti. Subito le due signore corrono a prendere sul cassettone i loro cappelli e se li calcano in capo, chinandosi per guar­darsi allo specchio dell’alzata, con movimenti sincroni e uguali.

             SIGNORA ARMELLI: Andiamo via!

             SIGNORA TUZZI: Andiamo via!

             GIORGIO: Non così subito, per carità!

             SIGNORA ARMELLI: Subito!

             SIGNORA TUZZI: Subito!

             SIGNORA ARMELLI: Ci dirai, via facendo...

             SIGNORA TUZZI: Ci dirà... ci dirà...

             GIORGIO: Uh... cose! cose!

             SIGNORA ARMELLI: Ah sì?

             SIGNORA TUZZI: Ah sì?

             SIGNORA ARMELLI: E hai il coraggio di dire «non così subito»?

             SIGNORA TUZZI: Cose indecenti?

             GIORGIO: Follie... Cavalli... altalena...

             SIGNORA ARMELLI: Circo equestre! – Andiamo via!

             SIGNORA TUZZI: Andiamo via!

             Le due signore stanno per andar via con Giorgio, quando s’apre l’uscio di destra ed entra Lello Carpani, il quale, vedendoli andar via, chiama, meravi­gliato, dolente:

             LELLO: Giorgio!

             GIORGIO (voltandosi): Oh, Lello... Buon giorno, caro...

             LELLO: Ma come! Ve ne andate?

             SIGNORA ARMELLI: Sì, sì, avvocato!

             SIGNORA TUZZI: È arrivata!

             LELLO: Arrivata?

             GIORGIO: Sì, con me... È corsa di là!

             LELLO (alle signore): E loro... se ne vanno?

             SIGNORA ARMELLI: Ah sì, mi dispiace, avvocato... ma...

             SIGNORA TUZZI: Ormai...

             LELLO (a Giorgio): E anche tal

             GIORGIO: Ma io ritorno subito! E... per... sì, per lasciarti in libertà adesso...

             SIGNORA ARMELLI: Ma certamente! certamente!

             Rientra dall’uscio a sinistra Evelina. Si sarà liberata del cappello e del velo da viaggio. Lieta di aver trovato la figlia già guarita, non s’accorge in prima del contegno freddo, ostile, impacciato di tutti e quattro.

             EVELINA: Ah, niente! M’ero spaventata, vedendovi qua... (Guarda le amiche; le vede col cappello in capo:) Ma come... State per andar via?

             SIGNORA ARMELLI: Sì. E tengo a dichiarare, che siamo state qua questa notte, non per la bambina già guarita, che non aveva più bisogno di noi – ma per lui! (Indica Lello.)

             EVELINA (stordita, volgendosi a Lello): Per te? (Non capisce e balbetta:) Come... perché?

             LELLO (indispettito nel vederla così, come ignara di tutto): Ma dopo il tele­gramma, Lina! (Indica Giorgio.)

             EVELINA (più che mai stordita, volgendosi a Giorgio): Telegramma? Che tele­gramma?

             LELLO (c.s.): Che m’annunziava che Aldo non è stato mai malato!

             EVELINA (che non sa di questo telegramma, rivolgendosi di nuovo a Giorgio): Ah, come! Lei? (Sottintende: «Ha spedito a tradimento questo telegramma?».)

             GIORGIO (subito imbarazzato): Per tranquillare, veda... per tranquillare...

             EVELINA: Ma io le ho pur spiegato in viaggio. (Dirà questo, sospettando ch’e­gli abbia perpetrato il tradimento di quel telegramma durante il viaggio.)

             GIORGIO (intuendo): Ma è stato prima! è stato prima!

             EVELINA: E quando, prima?

             GIORGIO: Sì... perché, veda... ero venuto jeri alla villa, prima che lei ritornasse dalla sua passeggiata a cavallo (movimento di sorpresa delle due signore e di Lello) e, saputo dal cameriere che Aldo, grazie a Dio...

             EVELINA: Ah, ecco... – per tranquillare...

             LELLO (con forza, insorgendo a difesa di Giorgio): Per tranquillare, sì! Perché noi tutti qua, per otto giorni...

             EVELINA (subito, dolente, affettuosa): Ma l’ho già detto a lui in treno, Lello! Ti giuro che io non ho visto nessuno, nessuno dei tanti telegrammi spediti da voi, di cui lui mi ha parlato! Vi avrei tranquillato subito io stessa!

             LELLO: Te li hanno dunque nascosti?

             EVELINA: Certo per trattenermi là con loro, temendo che, se avessi saputo della vostra inquietudine, mi sarei affrettata a ripartire! Ah, ma son sicura che in nessuno di quei telegrammi tu avrai accennato alla disperazione di Titti, per­ché non posso credere che Aldo mi avrebbe tenuto nascosto anche questo! Ti prego di dirmelo! È vero?

             LELLO: È vero, sì! Ma perché abbiamo creduto che lui, là, stesse, a dir poco, per morire! Darti l’annunzio che qua la Titti piangeva per te – metterti come tra due fuochi – c’è parso troppo... Tanto più che qua, per lei (allude alla Titti:) c’erano queste buone amiche, che non si son mica divertite, sai?

             SIGNORA ARMELLI: Basta, la prego, avvocato...

             SIGNORA TUZZI: Queste son cose...

             SIGNORA ARMELLI: Sì, ecco – che vi direte tra voi. Noi non dobbiamo, né vo­gliamo più entrarci. (Ostentatamente, rivolgendosi soltanto a Lello:) A rive­derla, avvocato!

             EVELINA: Ma io sono stata, infine, in compagnia di mio figlio, che non vedevo più da circa due mesi!

             SIGNORA ARMELLI (con uno scatto d’indignazione): Ah, via... (Rivolgendosi alla signora Tuzzi:) Andiamocene, andiamocene!

             SIGNORA TUZZI: Sì, ecco, è troppo...

             EVELINA: Ve ne indignate? Anche tu, Lucia?

             SIGNORA ARMELLI (fremente, contenendosi a stento): Ma sì, cara! Il figlio... (atto di nausea:) – ah! Avrei almeno il pudore di non nominarlo, ecco!

             EVELINA (con scatto spontaneo, sbalordita): Tu? Mio figlio? E dici il pudore? Ma Lucia!

             SIGNORA ARMELLI (facendosi torbida): Che?

             EVELINA (subito, sorridente, calma, arguta): No, niente, cara! – Ti faccio sol­tanto osservare che, anche per tutto il peggio che tu possa sospettare, io – dopo tutto – sto tornando, mi pare, dalla casa di mio marito.

             SIGNORA ARMELLI: Ah, basta, basta, via! andiamo! Via, via, Giorgio! Andiamo! La signora Armelli, via, con la signora Tuzzi e con Giorgio.

             EVELINA (piano, quasi più stupita che sdegnata): Oh guarda. Sono proprio in­dignate.

             LELLO (macerato dalla bile): E te ne meravigli? Ma ti pare davvero una scusa che ritorni dalla casa di tuo marito?

             EVELINA (di scatto); Ah sì! Per loro, sì! Perché la signora Lucia Armelli (l’altra, non lo so), ma la signora Lucia Armelli, quando ritorna in casa, non lo può mica dire, sai? a suo marito, dove è stata.

             LELLO: Ma lascia star quella! Voglio sapere che cosa puoi dire tu, ora, a me!

             EVELINA (offesa, ma fors’anche più addolorata che offesa, lo guarda un po’; poi si passa una mano sulla fronte e dice, stanca:) No, per carità. Così, no, Lello.

             LELLO (investendola): No? Come no? – Chiaro! chiaro! – Voglio che tu mi ri­sponda! – È chiaro!

             EVELINA (cs. ma con più recisione): Oh Dio, ti prego! Lello, per te stesso!

             LELLO (cs. più violento): Ma io voglio sapere! Ho diritto di sapere! Lo sai quello che hai fatto?

             EVELINA: Lo so. Mi sono trattenuta là otto giorni.

             LELLO (la guarda e vedendola così placida e semplice, quasi si sente mancare il fiato per proseguire): E... e ti par poco? Lasciando credere a tutti, qua...

             EVELINA: Io? Che ho lasciato credere? Senza codesta tua aggressione, t’avrei detto tutto io stessa, ritornando; perché non ho proprio nulla da nascondere, io.

             LELLO: Nulla, eh? nulla! – Otto giorni là con lui, e...

             EVELINA (profondamente avvilita per lui, più che per sé, troncando): Ma no, caro!

             LELLO: Come no?

             EVELINA: Non «con lui» – «in casa di lui», se mai.

             LELLO: Ah, brava! «In casa» – così, innocentemente? E non «con lui»; con tuo figlio soltanto, eh?

             EVELINA (cs.): Ma sì, anche con lui.

             LELLO: Ah, ecco! Ammetti. Ma come con un fratello, è vero? Un fratello cheti chiama Eva, no? che ti chiama... come ti chiama?... non so... «Jù!», come una cavalla!

             EVELINA (turbata da questo richiamo a quell’altra sua vita là, col marito; of­fesa per la crudezza del richiamo e, nello stesso tempo, più che mai addolo­rata, si nasconde il volto con le mani mormorando): Oh Dio mio... oh Dio mio... Pausa. Lello passeggia concitato. Si ferma. La guarda.

             LELLO: Ma non la trovi intanto una scusa, d’esserti trattenuta là otto giorni, senza che tuo figlio fosse malato; non la trovi! non la trovi! Stai con la faccia nascosta... Parla! Di’ almeno qualche cosa... (Stupito, come davanti a un vuoto che gli s’apra sempre più davanti, per quel silenzio nascosto che sem­pre più gli s’appalesa come una confessione tacita della colpa:) Non hai nulla da dire? E allora? Ah dunque, allora...

             EVELINA (levandosi, piano, con tristezza grave e quasi sorda, avendo intuito il sospetto dì lui, ma sentendo altresì che, pur potendo subito distruggerlo, le resterà sempre da dire una cosa di maggior peso per lei): Ma no, caro, non è questo.

             LELLO: Non... non è questo? E che cos’è? che cos’è? che intendi dire? Parla, perdio!

             EVELINA: Parla... sì, parla... Che vuoi che ti dica, così? Dico che m’hai fatto sentire, con la crudezza delle tue parole... non so, vedere che là... (Resta so­spesa: vorrebbe aggiungere: «che là ho pure una mia vita, a cui tu hai il torto di richiamarmi così crudelmente mentre già a me par quasi un sogno, trovandomi adesso qua, in quest’altra vita, da cui mi frastorni e m’allontani, con questa scena che m’offende».)

             LELLO (rimasto in attesa angosciosa, premendola a dire, con sgarbo): Che là? Che cosa?

             EVELINA: No... niente... niente di male... Sono stata con Aldo e con lui, ma sempre, ogni giorno, col pensiero di dovere ritornare a casa mia.

             LELLO: Vivendo, intanto, e sollazzandoti là?

             EVELINA (non sopportando più la naturale, scusabilissima volgarità dei so­spetti di lui): Per carità, taci! Non finire di rompere ora, così, il sogno che mi tenne là, di questa casa, di te, di mia figlia, e che sentii subito – subito, ap­pena vi ho rimesso il piede – come la mia vera vita! – Sì, qua... te... tutto... – È un sogno adesso, là... quella che fui là, quello che feci...

             LELLO (dapprima quasi sbalordito di sentirle dire così; poi, subito, accenden­dosi di nuovo): Ma io... io ancora non lo so, non lo so che cosa fosti là, che facesti! Sei rimasta otto giorni – questo solo so – quando l’obbligo tuo, tro­vando che là ti avevano (con un violento scatto di nausea) oh, vigliaccamente, vigliaccamente, sai? brutalmente ingannata – l’obbligo tuo era di ritornartene subito qua!

             EVELINA: Sì, sì, è vero, è vero! – Ma Aldo...

             LELLO: Che Aldo! Dici Aldo? Senti: ci vuole una bella sfrontatezza! Come se non sapessi che fu «lui», «lui!» È il figlio, d’accordo! Un inganno da mascal­zone, sì, sì, una trappola per riprenderti «americanamente», servendosi del fi­glio! E tu ti sei lasciata riprendere!

             EVELINA (con forza): Ma no!

             LELLO: Come no? Non sei rimasta, invece di ripartirtene subito?

             EVELINA: Ti giuro che volevo ripartirmene subito, appena alla stazione mi vidi davanti Aldo, sano, che rideva... E glielo dissi, sai? glielo dissi. (Con l’aria grave della signora Lina, ma sinceramente): Manifestai tutto lo sdegno. – Ma sai Aldo com’è... quello che cominciò a dire, a fare...

             LELLO (sempre convinto che non sia stato Aldo soltanto): Aldo, eh?

             EVELINA (non comprendendo l’ironia della domanda): Sì, al suo solito, tante pazzie...

             LELLO (c.s.): Aldo! – Non mi dici quello che cominciò a far lui!

             EVELINA (ingenuamente): Eh, lui no, non venne alla stazione.

             LELLO: Ah, non venne? Consentisti però ad andare con tuo figlio in casa di lui...

             EVELINA (c.s.): No, prima no; prima andai all’albergo. E non mi sarei mai ar­resa ad andare in casa di lui, se...

             LELLO (troncando con sdegno): Ma via! Poi ci andasti! E allora, sotto lo stesso tetto, con tuo marito... tutti i ricordi antichi, eh? (Sghignazzando:) Ma niente di male, niente di male, si sa! Era, dopo tutto, tuo marito!

             EVELINA (irrigidendosi, con alterezza dolente): Ti prego di credere che, se sono ritornata, vuol dire che puoi essere sicuro che «ho sentito» di poter ritornare.

             LELLO: Grazie, grazie di codesto sentimento! Ah, mi piace tanto! «Hai sentito» di poter ritornare?

             EVELINA: Sì. E ti dico che non merito affatto codesto tuo dileggio. (Cangiando aria e tono:) Sbagli, sbagli, Lello, a mostrarti, a parlare ancora così con me. Perché mi costringi allora a una sincerità di cui nessuna donna avrebbe l’ob­bligo – guarda! – neppure con se stessa; figurati poi col proprio marito! E tu non sei neanche mio marito.

             LELLO (subito, quasi trionfante nell’ira): Ah, eccola, eccola la confessione che ti sfugge senza volerlo!

             EVELINA (stordita, quasi tra sé): La confessione?

             LELLO: Ma sì, ecco, lo dici tu stessa che è quello adesso tuo marito!

             EVELINA (di nuovo, altera, recisa, contenendosi): Non è «quello!» – Io dicevo a te. – Ma dunque davvero puoi credere che sia «quello» come intendi tu, e farmi poi capace di ritornare a te, a mia figlia? (Pausa. Lello resta come in­terdetto. E allora con sdegnoso rammarico, come per un’imposizione della coscienza a cui non può più opporsi, aggiunge:) Ah, ma vedi? vedi? io mi sento costretta ora a dirti una cosa, che avrei potuto risparmiare a te e a me; che avevo sentito, venendo, di non doverti più dire. Ma ora debbo dirtela! debbo dirtela!

             LELLO: Che cosa?

             EVELINA: Questa. Che se sono ritornata, non devi credere che non mi sia co­stato nulla il ritorno.

             LELLO: Ah, confessi... confessi anche che t’è costato molto?

             EVELINA: Sì. Là, sì. Ma appena mi sono staccata di là, no. Ho sentito soltanto il desiderio di ritornare al più presto.

             LELLO: E vuoi, di’, vuoi che ti ringrazii anche di codesta sincerità?

             EVELINA: L’hai voluta tu, mostrandoti così diverso, nemico, a me che ritornavo alla mia casa perfettamente rimessa nel sentimento che ho di tutta questa mia vita qua e con l’unico pensiero della mia bambina malata...

             LELLO: Ah, ecco – per lei! Sei dunque ritornata unicamente per lei?

             EVELINA: Ma no – anche per te.

             LELLO: Grazie di nuovo, cara! Ma come vuoi che ci creda più, se m’hai detto che t’è costato molto staccarti di là? E segno che tu là con lui...

             EVELINA (subito arrestandolo): No! Ah, no! Tu mi costringi prima a ferirti con la mia sincerità, strappata così, per forza, e vuoi fartene poi un’arma contro di me? – No! Perché, se pure essa m’ha costretto a dirti che m’è costato molto, questo – se mai – farebbe più grave il sacrifizio con cui avrei pagato il diritto di poter ritornare a te e a mia figlia!

             LELLO: Ah, di bene in meglio! Il sacrifizio! Altro che molto, dunque, t’è co­stato! Dici sacrifizio, ora!

             EVELINA (pigiando sulle parole): Ho detto «se pure»; ho detto «se mai». Non l’ho più sentito, venendo. La mia vita è qua – questa. – Sono stordita ancora... (Con la meravigliosa ingenuità di una che non può fare a meno di dire, quasi senza pensare che cosa dice e a chi la dice:) E così strano, è così strano quello che sento, che... – tu forse avrai ragione – ma sono ora qua così tran­quilla, che non capisco più – ti giuro – di che cosa ti lamenti ancora...

             LELLO: Sei diventata incosciente? Come, di che mi lamento? Ti par poco adesso lo scandalo? Ne hai pure avuto una prova tu stessa, or ora!

             EVELINA: Dici di quelle due pettegole?

             LELLO: Ma puoi esser certa che tutti, adesso... È la rovina, la rovina della tua reputazione, lo vuoi capire? È finita!

             EVELINA (come se parlasse d’un’altra): Finita... la signora Lina? (E aggiunge sotto voce, come se lo dicesse Aldo:) Muffa della signora Lina! (E ride.)

             LELLO (più che mai trasecolato, mirandola): Ma che dici? sei impazzita?

             EVELINA (riprendendosi, ma sempre un po’ stordita): No... È che... (E si butta a ragionare con ambigua serietà:) – dico che, se quelle due pettegole non fossero accecate dall’invidia o dal dispetto...

             LELLO: E dalli! Lasciale stare, quelle due! Non saranno quelle due sole, ti dico! Ma tutti! tutti!

             EVELINA (seguitando come sopra: Eva e Lina; la voce di Eva, l’aria di Lina): Aspetta, scusa. Tutti sanno, mi pare, perché sono andata da mio figlio.

             LELLO: Già! Ma sanno anche, ora, che non era vero niente, che tuo figlio fosse malato, e che, non ostante questo...

             EVELINA (subito dice per lui): Sono rimasta là otto giorni con mio marito. (E non potendone più, sbuffa:) Auff !

             LELLO: Sotto lo stesso tetto!

             EVELINA: Questo lo dicono loro.

             LELLO: No, questa è la verità!

             EVELINA: Sì, ma per quello che ne pensano loro, intendo. (Si ferma un po’ a guardarlo, come per confermare un patto:) Oh, non più per te, ora! Almeno spero.

             LELLO (approvando ironicamente, con un inchino rabbioso): Benissimo! Ma bisognerebbe che lo credessero anche gli altri! Non basta, cara, che lo creda io! E vai, vai tu adesso a farlo credere agli altri!

             EVELINA: Scusa, se sono ritornata a te...

             LELLO (con un grido): Peggio! Dopo essere stata là!

             EVELINA (stanca): Oh, insomma, senti, Lello, a me basta la mia coscienza, e che mi creda tu. Non m’importa degli altri. Pensino quello che vogliono... come vogliono...

             LELLO: Ma importa a me, se permetti! A me! a me! Per la tua reputazione! E anche per me stesso!

             EVELINA: Per te stesso, no, scusa; perché tu, comunque pensino gli altri, non ti dovresti lamentare.

             LELLO: Ah, nemmeno?

             EVELINA: Nemmeno. Perché, se è peggio per me, è meglio per te: che io sia ri­tornata, dopo essere stata là – l’hai detto tu stesso. Suppongo, perché la gente, mio marito adesso – almeno legalmente – sa che è quello là...

             LELLO (gridando): Ma no! Nient’affatto! Perché io non mi sono mai conside­rato come il tuo amante! Il mio studio è stato sempre questo!

             EVELINA: Lo so. E infatti non mi viene di dirlo, credi, neanche a me, che tu sei il mio amante. Io forse non capisco ancora bene: scusa, ti lamenti per gli altri o per te?

             LELLO: Per me e per gli altri mi lamento!

             EVELINA: E allora hai torto doppiamente. (Pigiando sulle parole:) Ho lasciato là mio marito, per ritornare a te. Per la gente, come amante, puoi esserne con­tento, mi pare. Ma siccome poi non hai voluto mai considerarti, mai essere il mio amante, ma mio marito, è vero?

             LELLO: Mi pare!

             EVELINA: Ecco, dunque: marito, con tutto il diritto di pretendere alla fedeltà della propria moglie, è vero?

             LELLO: Mi pare!

             EVELINA: Oh, e allora come marito puoi anche essere contento e soddisfatto, perché t’assicuro che ho osservato per te tutto il mio dovere di moglie, ed ec­comi qua! – Che vuoi di più?

             LELLO (scattando): Ah, bello! Ah, grazie, così! Là l’amore, e qua il dovere? Grazie, cara, no! Io preferisco allora il contrario!

             EVELINA: Ah, ora, il contrario?

             LELLO: Il contrario! il contrario, sicuro! Che fosse stato lui, là, tuo marito, un sacrifizio per te, e non il tuo ritorno qua – così!

             EVELINA: Ma se non è stato...

             LELLO: L’hai detto tu stessa! tu! E viene a essere per me un insulto – guarda! – così, la tua fedeltà!

             EVELINA: Anche un insulto?

             LELLO: Sì, cara, un insulto! un insulto! E non so che farmene!

             EVELINA: Ma sai? credetti che bisognasse a me – se tu non sai che fartene – per potermi riaccostare, senza arrossire, a «tua» figlia. – Se mi dici che non sai che fartene...

             LELLO (accecato dall’ira): Ma che vuoi che m’importi, in questo caso, di mia figlia!

             EVELINA (ironica e con forza): Ah, ecco! Benissimo! Anche lui là mi disse: – «Che vuoi che m’importi di mio figlio, se vieni qua per lui?».

             LELLO (impressionato): Ti disse così?

             EVELINA (con foga appassionata): Così! così! Ed è tempo che la finiate tutti e due! Perché importa a me, se non importa a voi! – Oh, insomma! Tu hai qua la Titti; lui s’è preso Aldo là. Ciascuno di voi può stare per sé, con tutta la sua vita. Ma io no, perché Aldo là è mio e suo; la Titti qua è mia e tua. Lui mi vuole per sé; tu mi vuoi per te! Non posso mica dividermi, io, metà là e metà qua. Sono là e qua! Una e una!

             LELLO: Là e qua? Ah no! Là e qua, no! Là e qua, no! – O qua o là, cara! o qua olà!

             EVELINA: E non capisci che non toccherebbe di dirlo a te, questo?

             LELLO: No no: te lo dico io! te lo dico io! Qua e là, no!

             EVELINA (sdegnata, fiera): Ma come intendi ch’io dica qua e là? Dico per i miei figli; non per te e per lui! E perciò potevo farti osservare che non con­veniva a te di ribellarti e di fare lo sdegnoso! – Se con qualcuno io avrei l’obbligo di stare, non l’avrei con te!

             LELLO: Come?

             EVELINA: No! Perché se sono qua con te, nessuno può credere che sia per «ob­bligo», né per convenienza; tanto più ora, se è vero che per questa mia andata là la mia reputazione è irrimediabilmente compromessa! Starei con te perché voglio starci, ad onta della mia reputazione.

             LELLO: Ma se ora so che non vorresti...

             EVELINA: Come non vorrei, se sono ritornata, se ho difeso là, contro me stessa, il mio diritto di ritornare! (Minacciosa, recisa:) Vuoi che vada là? Mi re­spingi tu, allora! E allora il diritto di rivedere qua mia figlia io non lo perdo, bada! Me ne starò là, e faremo, come tu preferisci, al contrario!

             LELLO (stretto dall’argomentazione, con un viso molto inebetito): lo preferisco? io, preferisco?

             EVELINA: Eh, mi pare...

             LELLO (irritato di non potersi in alcun modo riprendere; con violenza): Io non preferisco niente! non preferisco niente!

             EVELINA (prima placida, sicura; poi, man mano, con foga crescente): Oh, e neanche io, vedi? Niente. M’impongo di non preferire niente, perché non vo­glio perderlo il diritto di rivedere i miei figli. Se pretendi che non veda più Aldo, rompo con te. Sì, sì, caro mio! Proprio come là ho respinto lui, per ri­tornare a vedere qua mia figlia. Siete uomini, voi – e basta! Io sono madre! Messa in una situazione impossibile! Una là con quello che mi fa essere... come qua con te, Dio mio, non mi passa, non mi passa neppure per il capo di poter essere! Un’altra – un’altra. – Ma non rimpiango, oh, non credere che rimpianga nulla per questo! Perché io... non so... sono pure «questa», qua. Non soffro, non soffro, ti giuro, Lello, d’essere qua, questa, come per tanti anni sono stata! Non mi costa nulla volermi anche per me, come tu mi vuoi, placida, sennata, ordinata; tutt’al contrario di come... io non so perché... di­vento subito per quell’altro, appena... appena mi guarda dentro gli occhi.

             LELLO: E ti grida: «Iviù!».

             EVELINA: Già, così... Vedi, m’è corso come un brivido per tutte le carni.

             LELLO (furioso, sprezzante): E vai dunque là, vai dunque là, dove c’è chi ti fa correre di codesti brividi per le carni!...

             EVELINA (forte, gridando, quasi piangendo dalla rabbia di non esser com­presa): Ma no! Sei sciocco! Non farmi impazzire, ora! Sento che impazzisco, io, così! E non voglio impazzire! Non sono mica impazzita, io, là, ti prego di credere! Ho tenuto a posto me e lui! Mi è parso piuttosto d’impazzire durante il viaggio, pensando... pensando... (Parandoglisi davanti improvvisamente:) Tu non sei mica lo stesso, scusa, con me e con un’altra donna!

             LELLO (stordito): Come? io? che c’entro io ora? Quale donna?

             EVELINA: Dico una qualunque; una donna che per caso... (non dico che sia vero), una donna che ti facesse essere diverso da quello che sei per me...

             LELLO (scrollandosi, non comprendendo): Come, diverso? Ma che dici?

             EVELINA: No, senti, senti quante cose ho pensato; – Tu, per me, lo sai perché sei così? Pare facile! una sciocchezza. Sei così, perché naturalmente il senti­mento che io t’ispiro, il sentimento che tu hai per me ti fa essere così.

             LELLO: Naturalmente.

             EVELINA: Ma se t’ispirassi domani un altro sentimento? Se tu non sentissi per me quello che ora senti? Tu diventeresti un altro.

             LELLO: Perché non t’amerei più, sfido! Un altro, per te. Ma sarei sempre io.

             EVELINA: No! no! Ecco, è questo! Non è vero! Perché tu, anche adesso, anche adesso, potresti avere un diverso sentimento per un’altra donna; e basterebbe questo perché tu fossi uno con quella e uno con me: diverso! – Vedi? è que­sto! L’ho provato io, con tutto l’orrore di vedere in me un’altra – quell’altra – oltre questa che sono qua per te e per me stessa: – due, in una persona sola! In un solo corpo, ma che potrebbe essere di «questa» e di «quella», se non dovesse parere mostruoso e assurdo che allora, per se stesso, questo corpo, non sarebbe più nulla, fuori di quel sentimento che lo fa essere ora di «questa» e ora di «quella»; e con la memoria intanto dell’una e dell’altra – vedi? que­sto è il terribile! – terribile perché rompe quell’illusione che ciascuno si fa, ricordando, di essere «uno», sempre lo stesso. Non è vero! L’ho veduto, l’ho provato io! Se tu m’avessi vista là, a cavallo...

             LELLO: Sei andata a cavallo?

             EVELINA: Sì; come prima! una cavallerizza! e Giorgio Armelli m’ha sorpreso sull’altalena... Se mi avesse visto la Titti! Dio, Dio... Non m’avrebbe più ri­conosciuta; avrebbe esclamato: «Ma come! Quella, la mia mamma?». Eppure per me, là, allora, era naturale, naturalissimo... E io stessa, ora, guardandomi di qua... mi pare un sogno... vedendomi poi anche «questa», qua... un’altra; irriconoscibile... Una qua, una là... E l’una che non ha nulla da vedere con l’altra, se non questo tormento di scoprirsi, di sentirsi «due», veramente, fino a respingere là – com’ho fatto – mio marito, non già perché non mi sentissi viva di tutta quell’altra mia vita là; ma perché qua c’era quest’altra, che sentii, sentii ugualmente viva di tutt’intera quest’altra mia vita – così diversa – capi­sci? – diversa – diversa! (Casca a sedere, come schiantata, con le mani sulla faccia.)

             LELLO (dopo una breve pausa): E vorresti, dopo questo, ritornare ancora là, «a quell’altra tua vita»?

             EVELINA (precipitosamente): No! Basta! basta! Impazzirei! Verrà lui, Aldo, qua, d’ora in poi! Per me, basta; puoi esserne sicuro! Mai più! – Vedersi un’altra? È la pazzia. Sono anche quell’altra, sai? E certo! Ma non debbo più vedermi, così, qua e là, questa e quella. Basta! basta!

             Si schiude l’uscio a sinistra e compare la Titti, palliduccia, spettinata, non ben sicura sulle lunghe gambette. Da questo punto, con stacco netto, dia la scena la sensazione della vita che si riassetta tranquilla su le sue basi natu­rali.

             TITTI: Mamma!

             EVELINA (subito voltandosi e accorrendo a sorreggerla e abbracciandola): Titti! Titti mia! Come? Oh Dio! Ti sei levata da te?

             TITTI (fremente): Sì, sì...

             EVELINA: Hai ragione, la mia Titti! Tanti discorsi inutili, sciocchi, inconclu­denti qua, e ho lasciato sola di là la mia Titti! (Se la guarda; se la carezza; le ravvia i capellucci.) Come sei pallidina! come sei magrolina! (Mostrandola a Lello:) Ma guarda: più alta... sì, guarda! non ti pare che si sia fatta più alta?

             LELLO (tranquillissimo ora anche lui, chinandosi a guardare la figlia): Eh sì, eh sì... oh guarda: t’arriva quasi alla spalla...

             EVELINA (serrandosi di nuovo al seno la figlia): Quasi alla spalla... quasi alla spalla, la mia piccina bella! la mia piccina! (Eprende a dondolarla, a dondo­larla piano, così dicendo, mentre Lello le guarda tutt’e due, rasserenato e sorridente.) Ma non voglio, non voglio, sai?, che tu mi diventi presto una donnina, piccolina mia, piccolina mia, non voglio, non voglio...