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COMMEDIA IN TRE ATTI
FONTE Novella «La veglia»
(1904)
STESURA ottobre? 1919
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 24 marzo
1920 - Venezia, Teatro Goldoni, Compagnia Ferrero-Celli-Paoli.
In questa pagina:
Trama ( da dicoseunpo.it)
Introduzione ( da Biblioteca dei
Classici Italiani)
Note di regia
(da Annaproclemer.it e teatrocinemamoderno.it)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Novelle -
La
veglia (raccolta In silenzio)
da
dicoseunpo.it
La commedia è stata scritta nel 1919 e trova spunto in due novelle di Novelle
per un anno: Vexilla regis… del 1897 nella raccolta “Il viaggio” e La veglia del
1904 nella raccolta “Il silenzio”. La prima rappresentazione avvenne a Napoli,
al Teatro Sannazzaro il 14 febbraio 1920 dalla Compagnia di Gemma D’Amora, ma
Pirandello giudicò insufficiente la qualità della messa in scena e la rinnegò.
La prima ufficiale avvenne a Venezia, al Teatro Goldoni il 24 marzo 1920 con la
Compagnia Ferrero-Celli-Paoli. La protagonista Fulvia Gelli era interpretata da
Maria Letizia Celli. Gli altri due coprotagonisti, Silvio Gelli e Marco Mauri
erano rispettivamente interpretati da Marcello Giorda e Ernesto Ferrero.
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Nel primo atto ci
troviamo in una pensione della Valdichiana. Fulvia è alloggiata lì, reduce da un
intervento chirurgico che le ha salvato la vita. Dalle conversazioni di alcuni
presenti nella pensione, si viene a sapere che la donna ha avuto un passato
burrascoso; che dopo aver abbandonato il marito, Silvio Gelli, e la figlia di
tre anni, è stata l’amante di diversi uomini, buon ultimo Marco Mauri, dai quali
è stata ingannata, maltrattata. Per tali ragioni ella ha tentato il suicidio, ed
è stata salvata, quasi per miracolo, da un intervento chirurgico del marito,
noto professore di medicina, chiamato al suo capezzale mentre la donna sembrava
in procinto di morire.
È previsto l’arrivo di Silvio Gelli, che dovrebbe venire a verificare le
condizioni della moglie. Mentre tutti sono in attesa, si precipita nella
pensione Marco Mauri, gridando di essere libero e quindi che non esistono più
ostacoli alla sua unione con Fulvia, che egli chiama Flavia. La donna non ne
vuol sapere, cerca di allontanarlo. Marco è stato il suo ultimo amante, e l’ha
ingannata tacendogli di essere sposato e di avere dei figli. I proprietari
vorrebbero cacciarlo, ben memori delle discussioni che c’erano state fra il
marito che voleva salvare la donna e lui che voleva impedirne l’intervento nel
timore che ella, una volta ripresasi, l’avrebbe abbandonato e avrebbe scelto di
riunirsi al marito. Marco sostiene che Fulvia si sarebbe suicidata per lui,
mentre Fulvia lo nega. Mentre è in corso la discussione sopraggiunge Silvio. C’è
un inevitabile scontro fra Silvio e Marco, con l’inevitabile invito a Fulvia a
scegliere fra i due. Fulvia, con una profonda angoscia nell’animo, sceglie il
marito, pur consapevole che per la figlia Livia, che vive col marito, non potrà
mai essere e comportarsi da madre, in quanto a Livia, ora sedicenne, è stata
taciuta la verità ed è stato raccontato che la sua mamma era morta quando lei
era ancora in tenera età.
Nel secondo atto Fulvia è a casa del marito, con il nome di Francesca. I due,
pur attraverso la lunga interruzione, sono ancora sposati, ma a Livia è stato
fatto credere che la donna che è venuta a vivere nella casa del padre sia la sua
nuova moglie. La ragazza, attaccatissima al ricordo della madre che non ha mai
conosciuto, non le nasconde fin da subito la sua antipatia e la sua ostilità. Il
giorno anniversario della morte della madre la fanciulla fa dire una messa di
suffragio alla quale si presenta con il padre e la governante. Un ulteriore
motivo di ostilità per Livia è il fatto che Fulvia attende la nascita di un
nuovo figlio. Fulvia vive una situazione angosciante, da una parte nel terrore
che qualcuno la riconosca, dall’altro nella inutilità degli sforzi che ella fa
per accattivarsi se non l’affetto almeno la benevolenza della figlia. Doppia
identità alla Pirandello: madre non madre e figlia non figlia. A complicare le
cose arriva inattesa la zia Ernestina, una lontana parente che, assente da
diversi anni, lì per lì, non riconoscendo Fulvia, crede alla storia della morte
della madre di Livia e la compiange teneramente; poi, riconoscendo la nipote,
cerca di aiutarla a riconquistarsi la benevolenza della figlia, pur mancando
della sagacità necessaria. Alla fine, la situazione si complica, e anche su
pressione di Silvio, zia Ernestina deciderà di andarsene, e per questo Livia
troverà una nuova scusa per incolpare la madre.
Nel terzo atto la vicenda trova una conclusione drammatica. Mentre Silvio e
Fulvia sono andati in un’altra città per il parto, al fine di mantenere il
segreto sulla identità di Francesca-Fulvia, Livia, con la complicità della
governante fa delle indagini in parrocchia sul matrimonio della supposta
matrigna, e scopre che in parrocchia non esiste nessun certificato. Questa è
l’arma che Livia intende usare contro Fulvia al suo ritorno, quando, inatteso,
si presenta Marco Mauri a rivendicare il “possesso” di Fulvia. Rivela a zia
Ernestina e a Livia il rapporto che lo lega a Fulvia e che nulla, né la nuova
convivenza con Silvio, né la nascita del nuovo bambino lo potrà interrompere.
Quando Silvio e Fulvia arrivano, Livia si scaglia contro di lei accusandola di
non essere una vera matrigna, ma solo l’amante del padre, quindi niente di più
di una concubina, mentre il figlio non è un fratellastro, ma solo un volgare
bastardo. Davanti a questi insulti Fulvia non regge, rivela a Livia la verità,
facendola svenire, e se ne va con Marco e il nuovo bambino, gridando che
finalmente potrà essere una vera mamma senza più sotterfugi. Abbandonerà ancora
una volta il marito: come prima, ma meglio di prima, perché potrà portare con sé
la nuova figlia.
Nella commedia l’elemento pirandelliano centrale è proprio questa duplice
identità della protagonista.
da
Biblioteca dei Classici Italiani
È una commedia in tre
atti derivata dalle novelle «La veglia» della raccolta In silenzio e «Vexilla
Regis ... » della raccolta Il viaggio. La stesura ha avuto luogo nel 1919, forse
in ottobre. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro Goldoni di Venezia il
24 marzo 1920 dalla Compagnia Ferrero–Celli–Paoli.
L’intera trama ha il suo punto centrale di riferimento in Fulvia Gelli, donna
tormentata, coinvolta in situazioni che la fanno soffrire e che la portano
persino a sdoppiarsi, per sostenere una situazione familiare nella quale il
marito l’ha ricondotta, dopo essere stato da lei abbandonato, insieme con la
figlia, da molti anni. Fulvia era caduta molto in basso, aveva avuto numerosi
amanti e aveva infine tentato di uccidersi perché schifata dall’esistenza che
conduceva.
A soccorrerla
casualmente sarà proprio Silvio Gelli il marito, diventato un celebre chirurgo,
che la opera e la salva; si riavvicina a lei e durante la convalescenza la mette
incinta. I fatti si svolgono in una pensioncina della Toscana (il linguaggio dei
personaggi del luogo ha flessioni toscaneggianti); qui si compie la grande
contesa tra Silvio Gelli e l’ultimo amante di Fulvia, Marco Mauri. Il
comportamento di Fulvia è risentito e sprezzante: non vuole che il marito se la
riprenda per rimorso di quello che le ha fatto: appena diciottenne l’aveva
iniziata a pratiche amorose che hanno determinato in lei il cedimento ad altri
uomini. È, quindi, un amore morboso quello che lega il celebre chirurgo a sua
moglie; la qual cosa capovolge negli spettatori il superficiale giudizio dei
frequentatori della pensione che vedono nel Gelli quasi un santo e in Fulvia un
donna poco degna di lui. Il senso della commedia Come prima, meglio di prima è
nella volontà di Silvio Gelli di continuare il suo rapporto con la moglie,
appena ritrovata, nella sua casa presso il lago di Como, insieme con la figlia
che non l’ha nemmeno conosciuta e crede che la madre sia morta. Fulvia sarà
costretta a sdoppiarsi, a essere Francesca la seconda moglie di Silvio e quindi
matrigna di Livia che invece è figlia sua. Livia prova repulsione per lei e le
rende difficile la vita, la ritiene una donnaccia che usurpa il posto di sua
madre: «Mi fa schifo», afferma, «orrore, come se parlandomi, guardandomi,
facesse ogni volta un tradimento a mia madre». Soltanto la nuova maternità
consola Fulvia dal rapporto torbido col marito e dalle continue offese della
figlia.
Come sempre nelle
commedie di Pirandello il personaggio che dovrebbe essere il peggiore finisce
per risultare l’unico veramente umano, fra gente mediocre o falsa. Nella nuova
maternità Fulvia ritrova la sua originaria purezza e si sente costretta a portar
via la sua bambina da quella casa dove avrebbe dovuto vivere tra il malanimo
della sorella e l’impostura del padre. Rivela la verità a Livia, che ne resta
quasi tramortita; e fugge con Marco Mauri che è tornato a cercarla. La sua vuol
essere una fuga verso la sincerità, l’autenticità dei sentimenti, oltre le
barriere della falsità e dell’ipocrisia, alla ricerca di una vita migliore per
la sua creatura.
I.Borzi. [in: Pirandello, Maschere nude, a cura di Italo Borzi e Maria
Argenziano, Newton Compton, Roma 1994]
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Anna
Proclemer - 1983
- Note di regia |
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Come prima, meglio di
prima
Anna
Proclemer - 1983 |
dal sito di
Anna
Proclemer
1983 – Come prima meglio di prima
di Pirandello. Perché Ardenzi mi offrì la regìa di questo testo che dovevo
interpretare? Perché ci credeva? Per
lusingarmi? Perché non
trovò nessuno che accettasse? Per risparmiare il cachet
di un regista? E chi lo sa. Io comunque accettai con
gioiosa apprensione.
E mi misi a studiare con grande buona volontà.
Lavorai molto sul testo, cercando di sfrondarlo di quegli insopportabili
“pirandellismi” di maniera, che ammorbano le scene di passaggio. Pirandello è un
autore immenso. E
quando scrive le sue grandi scene o le sue grandi battute non potresti
cambiargli non dico una parola, ma neanche una virgola. Le sue virgole sono
sacre. Così come i suoi punto e virgola, e le sue lineette, e i suoi puntini.
Invece, nel “ciacolàre” dei personaggi minori diventa spesso manieristico,
generico, antiquato. Feci un bel lavoro di ripulitura, in quel senso. Pensavo:
adesso gli eredi mi ammazzano.
Invece quando vennero allo spettacolo mi complimentarono soprattutto per i tagli
e i piccoli ammodernamenti che avevo operato sul testo.
Mi trovai benissimo, come sempre, con Eugenio Guglielminetti,
che fece scene e costumi. Io ho molta ammirazione per Eugenio. Avevamo fatto
insieme anche La Gioconda, di D’Annunzio. Eugenio conosce bene la mia
struttura fisica, la mia corporeità scenica, e mi ha sempre fatto dei costumi
che mi si addicono perfettamente. Mi sono sempre sentita bella, in scena, grazie
a lui. |
La distribuzione era di tutto rispetto: Laura Carli, Mario Erpichini, Luigi
Pistilli (che naturalmente entrò subiti in crisi con Erpichini), Lu Bianchi,
Stefania Graziosi.
Io non ero male, credo, nella mia parte. La facevo con grande impegno e spesso
anche con gioia. Ebbi, avemmo, un grande successo. E allora perché sono così
tiepida nei confronti di questa mia nuova esperienza, la
regìa? Per eccesso di modestia o per
eccesso di immotivata aspettativa nei confronti di me stessa? Giuro. Non lo so.
Anna Proclemer
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Salvatore
Pagano - 2009
- Note di regia |
da
Teatro Cinema Moderno
Il
silenzio ha una sua musica, una vita indipendente dalla parola perché è un
insieme di tante cose come il respiro, lo sguardo, il gesto, il pensiero che si
forma piano, piano nella mente, il chiudere gli occhi, il battito del cuore,
ecc. Pirandello per me, è un autore "silenzioso" e non per quello suesposto, il
suo è un silenzio poco visibile con una particolare caratteristica, bisogna
"cercarlo", ed è questo il lavoro di un teatrante che si avvicina al suo teatro,
capire dove alberga questo particolare personaggio invisibile, ma sempre
presente in ogni dramma. Tempo fa lessi che amava stare, quando poteva, nella
sua casa natale ad Agrigento e la sua occupazione preferita era quella di
guardare il mare da lontano e da questo privilegiato osservatorio sono convinto
che ascoltava "il suo silenzio" che ho imparato a capire solo dopo, in età
adulta, quando, da umile teatrante, mi sono avvicinato a lui e forse per le
comuni origini siciliane, colgo queste sfumature, magari sbagliate ma intense
per il loro significato emotivo, a volte, parla più un silenzio di tante parole.
Questo testo è considerato minore, affermazione ridicola se si pensa che tutta
la sua produzione letteraria che gli ha dato un Nobel, è ormai un classico
studiata in tutte le scuole, ma al di là di questo, la storia è "semplice" come
tutte le storie di vita, perché in Pirandello come in Eduardo, si rappresenta
sempre la vita, magari da diverse angolazioni, con il denominatore comune che,
in fondo, i veri protagonisti siamo noi stessi e quando affermo semplice,
intendo la struttura del racconto, che vede il classico evolversi dei fatti
secondo una regola ben precisa, prendere spunto dalla realtà di tutti i giorni,
dove troviamo storie di uomini e donne nelle quali ci possiamo riconoscere
perché, appunto, spaccati di vita con tutte le gioie e paure che viviamo e la
vicenda del dramma è proprio il cercare di capire perché ci si trova dentro alle
storie di cui sopra. Non amo molto raccontare o spiegare gli spettacoli,
preferisco che il pubblico venga a vederli con i soli strumenti critici
possibili, la propria sensibilità e l'istinto ed il silenzio del rito teatrale,
nel buio della sala siamo noi, pubblico e gli attori, il resto è silenzio
(Amleto).
Salvatore Pagano
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COME PRIMA,
MEGLIO DI PRIMA - ATTO PRIMO |

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Fulvia Gelli, (Flora e Francesca)
Silvio Gelli, suo marito
Livia, loro figlia
Marco Mauri
La zia Emestina Galiffi |
Betta, vecchia governante
Don Camillo Zonchi
La vedova Nàccheri
Giuditta, sua figlia
Il fattore Roghi |
Il signor Cesarino, organista e maestro di musica
La signora Barberina, sua moglie
Un commesso di negozio
Giovanni, giardiniere
Una bambinaja |
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2009 - Come prima,
meglio di prima - Compagnia "Luci della ribalta", Pietrasanta
(LU) |
|
da
Biblioteca dei Classici Italiani
Il primo atto, in un paese della Valdichiana;
il secondo e il terzo, in una villa presso il lago di Como.
Oggi.
Al levarsi dello tela sono in iscena Don Camillo Zonchi, il
fattore Roghi, la vedova Nàccheri e sua figlia Giuditta.
Queste
due sul pianerottolo della scaletta dell’orto, in fondo,
guardano giù nella vallata, la Nàccheri con un binòculo, la
figlia Giuditta facendosi solecchio d’una mano, se da lontano
lontano, sulla via che sale al colle, si scorgano le vetture di
ritorno dalla stazione ferroviaria.
Don Camillo Zonchi e il
Roghi sono nella sala; questi, seduto su una seggiola presso il
canapè; l’altro in piedi.
La vedova Nàccheri, sui cinquant’anni,
ha un curioso parrucchino ondulato fitto fitto e pieno di
riccetti sulla fronte, stretto in una reticella.
Il volto magro,
angoloso, dagli occhi calvi, biavi, infossati, dà l’impressione
d’una maschera, tutto bianco com’è di cipria e goffamente
ritinto; ma con l’orribile effetto d’un teschio imbellettato. Veste giovanilmente, costringendo la vecchia persona a una
ridicola snellezza e a una buffa formosità.
Parla a scatti e con
quasi legittimo impero al cognato; con piglio scostante, alla
figlia, di cui è gelosa; agli altri, con una languida importanza
di decaduta signora.
La figlia Giuditta ha ventott’anni:
abbandonata dal marito, è umile e trasandata; capelli cascanti,
viso giallo incavato, e un’aria smarrita di povera bestia
raccolta per carità.
Don Camillo Zonchi ha cinquantaquattr’anni:
canonichetto della Collegiata e maestro di scuola. È un omarino
bruno, itterico, nervoso, con occhietti cattivi. Sopporta lo
scandaloso impero della cognata friggendo d’umiltà vergognosa. Padrone della Pensione, vi figura da ospite della Nàccheri, a
cui, almeno in apparenza, ne lascia il governo. È senza sottana,
con una lunga giacca di saja nera; colletto da prete fissato
alla sottoveste; calzoni a mezza gamba; calze lunghe di lana e
fibbie d’argento alle scarpette.
Il fattore Roghi, sulla
quarantina, è un omaccione pesante, triste, dalla barba non
rifatta da parecchi giorni.
Ha una giacca alla cacciatora, un
vecchio cappellaccio bianco in capo: grossi stivaloni da
campagna con sproni.
Una sala della Pensione Zonchi: vasta sala di vecchia casa a
cui l’intonaco nuovo non riesce a mascherar la vecchiaja.
Un
ampio e alto uscio a vetri nel mezzo lascia scorgere la scura
saletta d’ingresso, che ha in fondo, a sua volta, un usciolino
aperto sulla scaletta dell’orto, di cui si vede il pianerottolo
con la rínghierina di legno verde, scolorita.
Lo sfondo, oltre
questa ringhierina, è di cielo, e luminoso, perché la casa sorge
alta sul colle e da quel pianerottolo si gode la vista della
grande vallata e si dòmina la via che da essa sale al colle,
girandolo due volte.
L’uscio a vetri, chiuso, non lascia più
intravedere la saletta d’ingresso, perché a una certa altezza ha
sui vetri una tendina di mussola celeste, goffa e nuova, fissata
rusticamente alle bacchette.
Nella sala, il solito arredo delle vecchie pensioni di
provincia, disposto con meticolosa simmetria.
Una stufa di
porcellana; un canapè d’antica foggia, con poltroncine e
seggiole imbottite, adorni di cuscini e ricamini fatti in casa;
una mensola non meno antica con un grande specchio dalla grossa
cornice rameggiata e dorata, coperta da una garza celeste,
ingiallita, a riparo delle mosche, vasetti con fiori di carta;
una cantoniera con ninnoli di vecchia majolica; oleografie
volgari, un po’ annerite, alle pareti, e un’antica pèndola che
batte le ore e mezz’ore con un languido suono di campana
lontana.
Usci laterali a destra e a sinistra.
Chiara mattinata, sulla fine d’aprile.
Don Camillo (in attesa, rivolto alle due donne che
guardano dalla scaletta dell’orto): No, eh?
Roghi (dopo una breve pausa d’attesa): Sarà un po’
troppo presto.
Don Camillo (Stizzito, in attesa ancora della risposta): Ehi, Giuditta, dico a te!
La Naccheri (venendo avanti dalla scaletta, furiosa e
schizzante veleno): Crederei che se ci fosse da vedere, tra
me e la Giuditta, a me e non a lei dovreste domandare, perché
con questo se ci fosse da vedere – vedrei meglio io, che lei.
mostrando il grosso binòculo e pigiando sulle parole
Don Camillo: Eh no, abbiate pazienza, Marianna. Anche con
queste (mostra le lenti e se le inforca sulla punta del naso)
tra me e il signor Roghi, vedo sempre meno io, che lui.
Roghi: Ah sì, grazie a Dio, la vista...
La Naccheri: Ma anch’io, signor Roghi, anch’io!
Non ho
punto bisogno di lenti io, sa? né per leggere, né per cucire, né
per veder qua entro certe cose, che Dio sa se s’avrebbero a
vedere!
Don Camillo: E via, Marianna! Non è di cose da veder qua
entro che si discorre; ma delle vetture giù a valle, Dio bono,
se non si scorgano di ritorno dalla stazione.
Giuditta (che ha seguitato a guardare): Eccole, eccole!
Già due! Ma vanno in giù!
La Nàccheri corre a guardare col binòculo.
Don Camillo: In giù? O come in giù? Possibile?
Giuditta: Sì. Eccone un’altra! La vettura di Dodo.
La Naccheri: Ma che di Dodo! Quella di Dodo è la prima!
Giuditta: No, mamma; guardate bene: è la terza.
La Naccheri: La prima!
Don Camillo: O la prima o la terza, se vanno in giù...
La Naccheri (voltandosi di là verso il cognato, inviperita): Vi dico che è la prima!
Roghi: Mi par difficile che si possano distinguere a
tanta distanza. Si vedran di quassù piccine piccine, così.
E
Dodo, mi scusi, signora Marianna, l’ho visto io partir di piazza
dopo gli altri.
Fa segno sull’indice.
La Naccheri: Questo non vorrebbe dir nulla, perché ha un
cavallo, Dodo, per sua norma, che è un demonio peggio di lui.
Anche a partir l’ultimo, arriva sempre il primo.
Giuditta (alla madre, guardando sempre): E difatti,
guardi, guardi: ha già sorpassato la seconda e sta per sorpassar
la prima. Tant’è vero che è lui!
La Nàccheri scrolla le spalle e viene in sala.
Don Camillo: Io non so, saran tutte in ritardo stamani. A
quest’ora, di solito (la pendola batte le undici)
ecco, sono le undici – gli altri giorni, alle undici, son di
ritorno e si vedono alla seconda girata dello stradone su per la
costa.
A proposito, Giudi... (s’interrompe, imbarazzato, cercando di riprendersi)
– cioè dico...
La Naccheri (di nuovo inviperita, chiamando):
Giuditta! E vieni, corri qua a sentir che altro vuol domandarti
tuo zio!
Don Camillo (c.s.): Ma niente, niente... Volevo
dire una cosa... (forzandosi a far viso fermo):
una cosa appunto, che mi pareva da domandar a lei piuttosto che
a voi.
La Naccheri (sfidandolo): E su, ditela! Sentiamo!
Don Camillo (volgendosi al Roghi): insegnato al
signor professore, prima che partisse, la malizia di far fermare
al ritorno la vettura giù sotto il nostro orto, per tagliar la
salita alla scorciatoja, anziché fare, con la vettura al passo,
tutta la girata fin quassù in cima.
La Naccheri (c.s.): E poi?
Don Camillo: Volevo appunto domandare alla Giuditta, se
si era ricordata d’andare ad aprire il cancellino dell’orto giù.
La Naccheri: Niente altro? Su, e rispondi a tuo
zio, se ti sei ricordata!
Rivolgendosi alla figlia, che si tiene in discosto, mortificata.
Giuditta (guardando in là, infastidita): Ma si, sì,
è aperto.
La Naccheri (con un inchino ironico al cognato, come
se lo facesse per conto della figlia): È aperto. – Un
ordine dello zio!
Mi pareva assai che non se ne fosse ricordata!
Avesse mai obbedito così a suo marito!
Non mi sarebbe
rimasta lì melensa per casa; sulle braccia, e cosi, né acerba,
né matura.
Roghi: Ma è poi sicuro, don Camillo, che il
professore ritornerà stamattina?
Non vorrei star qui ad
aspettarlo inutilmente.
Don Camillo: Ma che! Per ritornare, ritorna di sicuro!
La Naccheri: Vorrei vedere che non ritomasse! – Ah, io
sono stufa, sa!
Don Camillo: Per carità, Marianna!
La Naccheri: Stufa! stufa! stufa!
Don Camillo: State tranquilla, che ritornerà.
– Ma non vi
nascondo, caro Roghi, che mi par difficile, difficile per non
dire impossibile, che voglia accettare il vostro invito.
Roghi: Neanche per un semplice consulto?
Don Camillo: Ma neanche...
Roghi: A me basterebbe che me la vedesse, la mia povera
bambina!
Don Camillo: Eh, se vi riesce che vi venga a vederla! –
Detto e fatto, ve la opera e ve la salva!
Roghi: Dio volesse! Verrei a prenderlo subito subito con
l’automobile.
Giuditta: Per essere, è la carità in persona!
Don Camillo: Già; ma non può. Capirete, dopo il miracolo
di qui...
La Naccheri (interrompendo): E giusto qui ci voleva
codesto miracolo!
Don Camillo (con un’occhiataccia alla cognata, passando sopra
all’interruzione): Sparsa la fama, tutti
vorrebbero averlo!
Roghi: Ma come jeri, a un bisogno, è andato a Sarteano,
così non potrebbe oggi ... ?
Don Camillo: Non può! Avrà più di venti richieste, a dir
poco.
La Naccheri: E non ci mancherebbe altro che, per carità
degli altri, tenesse qua noi nello scompiglio ancora per un
mese!
Don Camillo: Lassù a Merate ha poi la figliuola... avrà i
suoi affari. Era venuto qua per un giorno solo...
La Naccheri: E ne son passati la grazia di
quarantacinque!
Giuditta: Par che la figliuola lassù non sappia ancor
nulla.
Roghi: Ah sì? Della madre qui?
Don Camillo (ammiccando e accennando con la mano all’uscio a destra): Piano, eh! piano... S’è già levata di
letto.
Misteriosamente al Roghi: Ah, caro Roghi, come non siamo tutti esciti di cervello, io non
lo so!
Roghi: Con quel giudice, eh?
Don Camillo (irritato): Ma che giudice! Ma che
giudice! Non diciamo giudice, per carità!
Giuditta (molle molle, afflitta): Un matto, s’ha a
dire!
Don Camillo (incalzando): Da legare, s’ha a dire!
Giuditta (lamentosamente): Quel che ci fece vedere!
Don Camillo (collerico, incalzando ancora): Il diavolo! Tutti i diavoli dell’inferno! Non mi ci fate
pensare!
La Naccheri (che è stata a mirarli, zio e nipote):
Attento veh, attento, signor Roghi, come parlano adesso tutt’e
due.
Don Camillo (stordito): O come parliamo?
La Naccheri: Una, molle molle:
rifacendole il verso con voce nasina:
«Quel che ci fece vedere!». E lui, là, come il rum che dà grazia
alla ricotta:
rifacendo il verso anche a lui:
«Il diavolo! Tutti i diavoli dell’inferno!».
Roghi (non potendo tenersi di ridere): Avete voglia
di scherzare, signora Marianna!
Don Camillo: Già! Come se proprio ne fosse il momento...
O che non è vero che qua s’è visto il diavolo?
La Naccheri: Ma no, eh, ché non istà bene, il diavolo in
casa d’un sacerdote come voi. Il terremoto, si dice!
E creda,
signor Roghi, che mi sarei tanto spassata, io, a vederli ballare
tutt’e due, zio e nipote, se per causa loro non fosse toccato di
ballare anche a me!
Don Camillo: Se si potesse saper prima le cose!
La Naccheri: Gran merito allora, saperle dopo!
Don Camillo: Potevo mai supporre che il marito dovesse
accorrer qui?
La Naccheri: Ma sì che potevate, se lo chiamaste proprio
voi!
Don Camillo: Nossignori! Nient’affatto!
Io gli scrissi a
Merate per il mio ministero di sacerdote, appena ricevuta la
confessione.
Roghi: Ah, quando la signora si tirò?
Don Camillo: Precisamente. Volle confessarsi.
Per morire
in pace con tutti, chiese per mio mezzo al marito il perdono de’
suoi trascorsi.
Ora il professore poteva rispondere alla mia
lettera con un’altra lettera. Nossignori.
Per sua bontà, preferì
venire ad accordar di presenza il perdono.
Roghi: E trovò qui quell’altro?
Don Camillo: Che c’era piombato da Perugia all’alba,
poche ore dopo che la signora s’era ferita.
Nel trambusto, in
principio, non ce n’eravamo neanche accorti.
Giuditta: Non sapevamo chi fosse la signora...
Don Camillo: Si vide lui attorno al letto, che piangeva,
piangeva, come non ho mai visto nessuno!
Roghi: Eh, l’amante!
La Naccheri: Sì, amante... Che amante! – Uno dei tanti. –
L’ultimo.
Roghi: Ah, perché la signora... Sì, dico, – andata
proprio a male?
La Naccheri: Ma sì, roba... roba da guerra!
Giuditta: Piano, per carità!
La Naccheri: Ih che scrupoli! Non c’è poi mica d’aver
tanti riguardi!
Don Camillo: Ma almeno per il professore!
La Naccheri: Sì – che vi pagherà le spese. Il fastidio,
intanto, non ve lo paga di sicuro! Di due mesi a momenti.
Don Camillo: Oh che discorsi!
Poi, ipocritamente al Roghi:
La signora aveva abbandonato da tredici anni il tetto coniugale,
e...
Abbandona la frase, socchiudendo gli occhi, a un indulgente
gesto delle mani.
La Naccheri (rifacendo smorfiosamente con aria compunta il gesto del
cognato): E... e...
Subito, staccando: Qua, dietro l’esempio, caro lei, una voglia abbiamo tutti, ma
una voglia di farci male con la indulgenza e la sopportazione,
che Dio, si spera, ne vorrà tener conto lassù, perché quaggiù,
quanto agli uomini, non si fa che rider di noi, gliel’assicuro
io!
Don Camillo: Ma non è vero!
La Naccheri (staccando ancora): Oh, ce n’è, dico,
di paesi, in Valdichiana; e di pensioni qua, per la cura delle
acque, dico, non c’è soltanto la mia!
Ebbene: proprio qua doveva
capitare codesta signora, e proprio da noi!
Ma colpa sua, veh!
Indica il cognato.
Sua, e di quella lì!
Indica la figlia.
Giuditta: Son io sempre la colpa di tutto...
La Naccheri: Se per te non fosse vangelo, sempre, tutto
ciò che dice e fa tuo zio! – E così, m’intende, tutti i malanni,
alla fine, mi si rammucchiano qui! – Ah, che! Non si maturerà
mai nulla qui:
cantarellando
c’è troppe frasche!
Don Camillo: La vidi arrivar di sera, in legno! giusto
con Dodo. Sola, mogia mogia, con una valigina...
Io ritornavo da
scuola...
La Naccheri: Non c’ero, io!
Giuditta: Ma noi si disse bene, mamma, che la pensione
non era ancora aperta ai forestieri.
La Naccheri: E dunque, non si doveva pigliare!
Don Camillo: Di bujo, una signora sola... Insistette,
chiedendoci posto almeno per la notte...
Giuditta (scotendo in aria le mani): E la notte...
La Naccheri: Un botto, caro lei, nel silenzio della casa,
che mi fece springar un palmo su dal letto!
Roghi: Ma si tirò proprio al ventre?
Don Camillo: Che! Al cuore aveva mirato...
La Naccheri: Lo suppone lui!
Don Camillo: Ma sì! Mano di donna... Premendo il
grilletto, la canna – voi capite – s’abbassò. Si ferì al ventre.
Giuditta: Accorremmo tutti. Poverina, sul letto...
La Naccheri: Poverina, già!
Roghi: Eh via, in quello stato...
Don Camillo: Bianca come un cencio, sorrideva come a
chiederci scusa, e diceva che non era nulla... – Lei scappò per
il medico.
Indica Giuditta.
Roghi: Il dottor Balla?
Don Camillo: Sapete com’è!
Roghi: Se lo so! Mi sta lasciando finir così la mia
povera figliuola!
Don Camillo: E anche qui difatti disse che non c’era più
da far nulla; quando invece, venuto il professore, si vide che a
operarla in tempo non ci sarebbe stato rischio di sorta; mentre,
quando poi la operò lui, il, marito, dopo quattro giorni, già
tutta infetta, capirete, agonizzante, il caso s’era fatto
disperato.
Giuditta: E quel matto lì che non voleva! non voleva!
Roghi: Ah sì? – L’amante? Oh bella! Non voleva che il
marito la operasse?
Don Camillo: Che! Fece il diavolo a quattro!
Se la voleva
caricar su le braccia e portar via, così moribonda, per non
fargliela toccare!
Roghi: Oh bella!
Don Camillo: Perché diceva che, se il marito la salvava,
era perduta per lui!
Giuditta: Ed era più contento che morisse!
Roghi: E il marito? o come fece a sopportarselo davanti,
e così accanto alla moglie?
Don Camillo: Se la prese con me!
La Naccheri: Che gusto!
Don Camillo: Già, come se non avessi fatto di tutto, io,
per farlo andar via, prima ch’egli arrivasse.
Non ci fu verso! –
Tanto vero che non se ne volle andare, neppur quando arrivò lui,
che dopo tutto, ohé, dico, era il marito!
Giuditta a questo punto, si recherà di nuovo in fondo a
guardare, se si scorgano le vetture di ritorno.
La Naccheri: E come gli tenne testa! Bisognava vedere!
Roghi: Sì, eh?
Don Camillo: Col pretesto, capite? che in punto di morte
non c’è più gelosie, e che il marito non poteva, dice, adontarsi
di lui, dopo tredici anni e dopo ciò ch’era passato. Si dovette
mandarlo via con le guardie.
Giuditta (dal pianerottolo della saletta in fondo, annunziando): Ecco, ecco, ritornano le vetture!
La Nàccheri accorre come una papera.
Don Camillo: Oh finalmente!
Giuditta (con un grido di spavento): Oh Dio! Ma è
lui! Lui, di nuovo qua!
Roghi: Chi lui?
Don Camillo: Il matto? Di nuovo qua?
La Naccheri: Lui! sì! lui! lui! – Rièccoci daccapo!
Don Camillo: Ma come! Che altro, ora, vorrà qua?
Giuditta (ritirandosi impaurita): Vien su di corsa!
ha scavalcato il murello dell’orto!
Roghi: È una bella sfrontatezza!
Don Camillo: E di nuovo in assenza del signor professore!
Se lo ritroverà qui tra i piedi!
La Naccheri: E come giulivo! Fa i gesti, oh, così...
così...
Agita in aria le braccia.
Don Camillo: Dateci man forte per carità, caro Roghi!
Non
bisogna farlo entrar qua dalla signora! – Andiamo, andiamo via
tutti di là!
Indica la saletta d’ingresso e s’avvia spingendo fuori gli
altri.
Chiudiamo quest’uscio! Chiudiamo quest’uscio!
Richiude l’uscio a vetri, andando via col Roghi, con la
Nàccheri e Giuditta.
Quasi contemporaneamente s’apre l’uscio a
destra e appare Fulvia Gelli, incerta, sgomenta, pallidissima,
come una che sia stata or ora strappata dalle mani della morte. Ha tuttavia negli occhi un che di fosco; e il volto è come
indurito, sassificato in una disperazione squallida e cupa.
Venuta qui per morire, sprovvista di tutto, levandosi ora di
letto, ha indossato – in mancanza d’altro – il suo abito di
viandante perduta, che stride, in contrasto con quella
disperazione del volto. Stridono ancor più i voluminosi
magnifici capelli in disordine, sfacciatamente ritinti d’un
color fulvo acceso, che le avviluppano come in una fiamma lingueggiante il volto disperato.
Non ha avuto forza
d’agganciarsi il busto sul seno, che è quasi scoperto, e
provoca, ma frigidamente, poiché ella ha un evidente sdegno e un
vero intimo odio per la sua bella persona, come se da un pezzo
non le appartenesse più, e non sapesse più neppure com’esso è,
non avendo mai, se non con feroce ribrezzo, condiviso la gioja
che gli altri ne han preso.
Muove alcuni passi per la sala, verso l’uscio a vetri chiuso,
attraverso al quale giungono le voci concitate delle due donne,
di don Camillo e del Roghi, che cercano d’impedire il passo a
Marco Mauri.
A un tratto, però, questi, sbarazzandosi di tutti
con uno strappo violento, irrompe spalancando l’uscio e si
precipita su Fulvia (ch’egli chiama Flora): abbracciandola,
stringendola a sé freneticamente. È sulla quarantina, bruno,
magro, con lucidi occhi sfuggenti, da matto: quasi ilari, pur
nella più fiera esagitazione, ilari e parlanti.
Fronte rotonda,
specchiante. Capelli da negro, crespi e gremiti, ma già in parte
grigi, spartiti nel mezzo. Sopracciglia foltissime.
Parla e
gestisce con quella certa teatralità che è propria della
passione esaltata: teatralità calda e sincera, ma che pure, a
tratti, quasi vede se stessa, e scatta allora per rimorso in
gesti irosi, o scade, quasi in compenso, improvvisamente, in
toni confidenziali, che fanno, per contrasto e così senza
trapasso, un curiosissimo effetto.
Fulvia tenta dapprima di
respingere, quasi odiosamente, l’abbraccio; ma poi, investita,
soffocata da quella frenesia, nello smarrimento della debolezza
che il male recente le ha lasciato, vien meno e s’abbandona come
morta tra le braccia di lui.
Mauri (liberandosi e spalancando l’uscio): Via
tutti, vi dico!
Precipitandosi su Fulvia e abbracciandola c.s.:
Flora! Flora mia! Flora! Flora! – Libero! Sono libero! Ritorno a
te, liberato! –
Mi son liberato
di tutto e di tutti!
Notando che ella gli s’abbandona tra le braccia, riversa:
Flora mia!
A questo grido, don Camillo, il Roghi, la Nàccheri e
Giuditta, che sono entrati nella sala dietro il Mauri e,
sopraffatti dalla violenza, son rimasti sgomenti e sospesi a
mirare il frenetico abbraccio, accorrono premurosi, e minacciosi
gridando insieme.
Roghi: Ma non vede, perdio, che non si regge!
Don Camillo: Che violenze son codeste?
Giuditta: È svenuta! è svenuta!
Mauri: Svenuta? No! no! – Flora!
Don Camillo (aggressivo): La lasci! via! – La
lasci, e vada via subito di qua!
Mauri (senza dargli ascolto, sorreggendo Fulvia):
Flora mia... Flora... Flora...
Don Camillo (alle donne): Ma levategliela dalle
mani!
Giuditta e la Nàccheri si fanno avanti.
Giuditta: Dia qua... dia qua...
Mauri (gridando minaccioso): Non me la tocchi
nessuno!
Don Camillo: Non appartiene mica a lei!
Mauri: Appartiene a me! a me!
Don Camillo: Ah, nossignori! – C’è qua il marito!
Mauri: E venga! – Dov’è? – Me la strappi dalle braccia,
se è buono!
Roghi (vedendo Fulvia tra le braccia di lui, così abbandonata, che
quasi sta per cadere): Ma la adagi almeno
qua, per ora, in nome di Dio!
Indica il canapè.
Giuditta (accorrendo e ajutandolo a sorregger Fulvia): Qua, venga qua – qua: l’ajuto io!
Mauri (trasportando Fulvia sul canapè): Non è
niente, vi dico! Ora rinviene!
Giuditta: Vado a prendere i sali!
Corre via per l’uscio a sinistra; rientrerà poco dopo.
La Naccheri (al cognato): Ma che siete voi qua?
Siete o no il padrone?
Roghi (a don Camillo): Questa infine è casa vostra!
Mauri (subito rizzandosi con gli occhi spiritati, grida sillabando): Nossignori: – Al–ber–go!
Don Camillo (investendolo): Che? dove? quando? Chi
gliel’ha detto, albergo? dove sta scritto?
Mauri: Sulla porta, giù: – Pensione Zonchi!
Don Camillo: Sissignore – ma d’estate! – Ora non è
stagione, capisce? ed è casa mia soltanto; e vi ricevo chi mi
pare e piace!
Mauri (gridando): Non strillate così!
Don Camillo (restando, quasi sbalordito): Ah senti:
strillo io!
Mauri: Tanto è inutile: non me ne vado!
Don Camillo: Lei andrà via, andrà via, perché...
La Naccheri (intromettendosi e terminando la frase): Questa non è casa vostra!
Don Camillo (seguitando): E non ha più nulla
a far qui! Inteso?
Il Mauri per tutta risposta, poiché Giuditta ritorna coi
sali, si china su Fulvia perfarglieli odorare.
Mauri (a Giuditta): – Dia qua! dia qua!
Don Camillo (al Roghi, indicandoglielo): – Là – vedete come intende lui?
Mauri (chino su Fulvia): Flora mia, son qua io... –
Su, via... Sei salva, guarita...
E io, libero – libero, sai? E
ora ti porto via con me!
Don Camillo (rifacendosi avanti, risoluto): Ah no,
sa! Per questo, può star sicuro: – lei non porta via nessuno!
Mauri: Me l’impedirete voi?
Roghi (facendosi avanti anche lui): Potrei, a un
bisogno, impedirglielo anch’io!
Don Camillo: Ma no: c’è il marito, caro Roghi, che sarà
qui a momenti.
Mauri: E io son venuto per parlare con lui!
Don Camillo: Vi farà cacciar di nuovo!
Mauri: Vorrò vederlo! – Non s’era mica uccisa per lui,
questa donna! – Per me, per me s’era uccisa.
E io, per lei – io,
Marco Mauri – ho abbandonato il mio posto, la mia famiglia, mia
moglie, i miei figli!
Guardando tutti in giro; poi rivolto al Roghi: Veda un po’ se è possibile, che qualcuno ora mi stacchi da lei!
Don Camillo (vedendo che Fulvia, sorretta da Giuditta, comincia a
riaversi e guarda come smarrita): Ma sarà lei...
ecco, ora... sarà lei stessa, la signora!
Mauri (subito voltandosi e accorrendo a lei): Tu, Flora? Mi scaccerai anche tu?
Fulvia leva una mano per tenerlo discosto e si volta verso
don Camillo, ancora stordita, ma già fosca.
Don Camillo: Io la prego di credere, signora, che è
entrato a forza, approfittando dell’assenza del signor
professore!
Fulvia (alzandosi): Che volete ancora da me – voi?
Don Camillo: Ecco! Come gli ho detto io!
Mauri (quasi trasecolato): Flora!... Oh Dio... Mi
dà del voi?
Fulvia (seccata, scrollandosi): Ma se vi conosco
appena!
Don Camillo: E voi l’avete ingannata, codesta signora: –
Io lo so!
Mauri (violentissimo): Statevi zitto, voi!
Don Camillo: Ingannata! ingannata! me l’ha detto lei!
Mauri (a Fulvia): Come! Tu mi conosci appena? Me,
Flora? me, che t’ho dato tutta la mia vita?
Fulvia (con nausea): Ma finite una buona volta di
parlare così!
Mauri (c.s. smorendo): Oh Dio... Come parlo?
– Ma tu piuttosto, Flora...
Fulvia: Io non mi chiamo Flora.
Mauri: Fulvia, sì, Fulvia, lo so! Ma se volesti tu
stessa, che ti chiamassi Flora...
Fulvia (con crudezza sdegnosa): E volete dire anche
come fu, davanti a codesti signori?
Mauri (ferito): No! – Io? – Ah! – Ma allora
veramente tu mi disprezzi?
Fulvia (rimettendosi a sedere, tutta assorta in sé, cupa, mormora,
seccata): Non disprezzo nessuno, io.
Mauri (insistendo): – Perché t’ingannai?
Fulvia (esasperatamente): Ma no, vi dico!
Mauri (rivolgendosi a don Camillo): Me lo
rinfacciate? Ma se lo gridai io stesso a tutti, qua, che avevo
dentro di me lo strazio d’un doppio rimorso!
Anche davanti a tuo
marito lo gridai! – Testimoni tutti qua! – Dite, dite se non gli
gridai ch’era un impostore!
Impostore, sì, impostore! Perché era
«venuto a perdonare»! Lui: a perdonare!
Quando avrebbe dovuto
invece buttarsi in ginocchio qua, davanti a te, e farsi lui
perdonare – come me! come me! – qua, così, ecco!
Le casca davanti in ginocchio e grida:
Perché tutti l’abbiamo ingannata, questa donna!
Fulvia (si leva da sedere senza scatto e dice piano, frigidamente, con
disperata stanchezza): Dio mio, ancora
codesto teatro... Che nausea!
Mauri (come se si vedesse con gli occhi di lei; li in ginocchio, ma
tuttavia non riuscendo a rialzarsi): Ah sì!
nausea, sì!
Hai ragione. Mi vedo; me n’accorgo io stesso!
Si copre la faccia con le mani, e dice piangendo:
Ma non sono io; è la mia passione, Flora! Non grido io: grida
lei!
Faccio nausea a me stesso, a sentirmi gridare così: ma non
posso farne a meno! Non vorrei gridare, e grido!
Si alza infine risolutamente, come se d’improvviso, a forza,
si riprendesse.
Sono venuto qua però per dimostrarti che non t’ho mentito, io,
sai?
La verità ti dissi: quella ch’era la verità per me; perché
non ho avuto mai nessuno io nella vita, veramente per me; –
tranne te, per pochi giorni! – Venti – quanti sono stati? – non
più di venti, in tutta una vita!
Fulvia: Sì, va bene. Venti. Sono finiti. E dunque, basta.
Mauri: No! Come basta? No! – Adesso, Flora? Adesso che è
finito invece l’inganno?
Fulvia: Ma che inganno? di che inganno mi parlate?
Mauri: Del mio! di quello che ti feci! – È finito!
finito! – Mi sono liberato! sono libero ora!
Fulvia (fissandolo fosca, come se cominci a prestargli
attenzione solo ora, per qualche idea che già le si matura
dentro): Di che siete libero?
Mauri: Di disporre di me! Ho lasciato tutto! Il posto. Mi
son dimesso.
E mia moglie, sai? lei stessa, mi ha aperto la
porta: – «Vattene!» – Felicissima.
La Naccheri: Oh guarda!
Mauri (voltandosi a lei, pronto): Non mi ha mai
amato! Non ha mai saputo che farsi di me!
Vive per conto suo;
ricca, con case e poderi. – Solo per un malvagio istinto andò a
scovar lei – (indica Fulvia)
là, a Perugia – e le disse – (si volta verso Fulvia, che si è di nuovo seduta, ma come
assente, ancora assorta in sé)
che ti disse? che ti disse? – Io ancora non lo so!
E poiché Fulvia non risponde, seguita rivolto agli altri:
Forse lei, capite? lusingandosi di ridar la pace a una famiglia,
se ne venne qua per levarsi di mezzo.
Riaccostandosi a Fulvia, allegro, e lanciandosi a dire una cosa, che a un
certo punto non gli par più facile a dire; tuttavia la dice, facendosi coraggio,
con una sfrontatezza, che un po’ fa pena, un po’ fa ridere:
Ma ora l’inganno è finito!
Figurati che ... ma sì, non ho
vergogna a dirlo... – lei stessa, con le sue mani, mi... mi
diede ... sì, un po’ di denaro, per farmene andar via.
Fulvia (levando il capo, subito, per impedire che altri ne faccia le
meraviglie): E poi?
Mauri (stordito alla domanda inopinata): E poi? Che
vuoi dire?
Fulvia: Che farete poi?
Mauri: Che farò? – Oh! – Che farò poi? – Ma se ho te, ho
tutto! Farò di tutto! Mi metterò a dar concerti... Posso – non
nelle grandi città, s’intende.
Fulvia (freddamente e stranamente, alzandosi): Mi
farete il piacere di dire a lui tutto questo, appena sarà di
ritorno.
Mauri (con gioja impetuosa, mentre gli altri restano come basiti): Io? a lui? Sì? Vuoi che gli dica questo?
Fulvia (per troncare, più che mai fredda, rivolgendosi a don Camillo): Dovrebbe già esser qui...
Don Camillo: Già... io non so... questo ritardo...
Mauri: E allegramente, sai? allegramente glielo dirò...
Eh, ora che tu... Sono felice!
Fulvia (infastidita): Vi prego... vi
prego...
Mauri: Ma non sono stato mai io, Flora!
Tu, invece – devi
convenirne: sei stata tu a voler prender la cosa così sul serio!
Fare quello che hai fatto, scusa!
Ma sì, via! – Per quel vecchio
cammello là!
Roghi (non potendo tenersi dal ridere): Ah senti!
La Naccheri (contemporaneamente, gargarizzando):
Ah! ah! ah! ah! La moglie? cammello?
Don Camillo (contemporaneamente anche lui): Ma non
ve lo dico, che è matto?
Mauri (con perfetta serietà): Un vecchio cammello,
vi assicuro, signori. – Nove anni più di me. – Zotica!
Contadina... Lei l’ha veduta! (indica Flora)
– La sposai perché aveva un pianoforte.
La Naccheri (c.s. più forte, irrefrenabilmente):
Ah! ah! ah! ah!
Il riso si comunica per contagio al Roghi e a Giuditta.
Mauri (c.s. irritato un po’): Scusi,
signora, se le dico che in questo, veramente, non c’è niente da
ridere.
Roghi (ridendo ancora): Ma come no, abbiate
pazienza!
Mauri: Perché non capite che cosa voglia dire capitare a
venticinque anni, pieno di sogni in un paesucolo più piccolo,
più brutto – scusate – di questo vostro, e marcirvi quattro,
cinque, dieci eterni anni, pretore!
Roghi (a don Camillo): Ah, ecco dunque, è giudice
davvero!
Don Camillo (con forza convinta): È matto!
Mauri (subito, serio): Mi sono dimesso. – Una vita
che non si può figurare! come nessuno di voi, che vi marcite
dentro qua, può conoscere! – Neanche tu, sai, Flora; che pure
hai conosciuti tutti gli orrori della vita!
Ma, Dio mio, sono
orrori almeno! – Non una vita fatta di niente. – Niente! –
Ombra. – Silenzio d’un tempo che non passa mai. – Neanche acqua
da bere. – Acqua di cisterna, amara, renosiccia... – Ma non
sarebbe nulla!
E quel silenzio! quel silenzio! Figuratevi che vi
si sente anche un soffio di vento, quando scuote la fune della
cisterna giù in piazza, e la carrucola che ne stride; mentre
voi, dentro... – Uh! Un piano di vecchio tavolino, unto,
polveroso, ingombro di carte giudiziarie – e una mosca che vi
scorre a tratti, sopra.
E tutta la vita lì, in quella mosca che
voi state a guardare per ore e ore. – Ebbene, immaginate di
sentire un giorno, in quel silenzio, il suono d’un pianoforte:
l’unico del paese.
Vi corsi incontro come un assetato!
E
sissignori, sposai quella donna più vecchia di me, che mi parve
bellissima e intelligentissima, solo perché aveva quel
pianoforte. – Perché musica, musica io ho studiato, capite: non
ho mai studiato legge io. – Sono un musicista io! – E quella –
dacché la sposai – m’ha chiamato sempre pretore.
Sì, sì, e anche
i figli! – Quattro – cresciuti con lei in campagna –
a–nal–fa–be–ti. – Anch’essi, anch’essi – non mi chiamano mica
papà! pretore mi chiamano! anzi: – Preto’!, come la madre. – È
in casa il Preto’? – No, è alla pretura, il Preto’!
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
Roghi (tra le risa): Oh bella! oh bella!
Mauri: Ridete, sì, ridete! Voglio riderne anch’io, ora! –
Me ne sono liberato, vivaddio! – D’amore e d’accordo – sì! Con
qualche carezza, anche. – E l’avrei strozzata, v’assicuro!
Don Camillo (vedendo apparire dalla porticina
dell’orto, in fondo, Silvio Gelli, che viene avanti tra quelle
risa, costernato): Oh, Dio sia lodato, ecco qua finalmente il
signor professore!
Alto di statura, Silvio Gelli, di circa cinquant’anni,
ossuto, poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d’oro. Non
ha barba né baffi.
Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe
ciocche di capelli biondastri, scoloriti, gli scendono
scompostamente su la fronte e su le tempie. Egli se le rialza di
tanto in tanto, e si tiene allora, per un tratto, le mani sul
capo, come per un gesto di meditazione, che gli è abituale. Ha
l’aria tra stordita e aggrondata d’un uomo che attraversi una
grave crisi di coscienza. Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso,
resta quasi ottusamente inerte, con un sorriso freddo e vano,
rassegato sulle labbra: espressione involontaria d’un che di
beffardo, che è nella sua natura, e che quasi affiora a sua
insaputa da antiche, maligne passioni, non ancora spente in lui,
sebbene già da un pezzo domate. A urtarlo un po’ in queste pause
di ottusa inerzia, che sono in lui come ambigui arresti di
difesa morale, egli s’intorbida: quel sorriso vano gli si
scompone in una contratta smorfia di dolore, come se gli
bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico, per
poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave
e stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo
serena, come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or
ora, in tempestoso fermento, lo hanno travagliato.
Al suo entrare Fulvia si rizza in piedi felinamente, con lo
stesso animo che, tredici anni addietro la condusse alla
perdizione.
È per lei, questo, il momento d’una prova suprema.
E
in tutto il suo aspetto sarà dunque la risoluzione ferma
d’affrontar questa prova, già meditata e preparata oscuramente
nella scena antecedente, a costo di qualunque crudezza, mettendo
a nudo come un vivo lacerto la sua coscienza e quella di lui,
con la più brutale sincerità, avvalendosi anche della presenza
di quel suo pazzo amante.
Silvio (notando la presenza del Mauri, ìlare tra la
ilarità degli altri, e l’aria di sfida della moglie): Ah, di
nuovo qua?
Mauri (irrompente): – Sissignore. E son venuto
per...
Fulvia (pronta, troncando, imperiosa): Lasciate
parlar me!
Al marito, recisamente: Qua di nuovo, sì. – Prega tutti questi signori di lasciarci
soli.
Don Camillo: Oh, subito, signora. Soltanto tengo a
dichiarare al signor professore...
Fulvia (interrompendo di nuovo, per troncare): Che
questo signore è entrato a forza. – Va bene!
Mauri (a don Camillo, accennando a Fulvia): Ma se
siamo già d’accordo!
La Naccheri (al cognato): Se son d’accordo! Che
storie!
Silvio (a Fulvia): L’hai forse chiamato tu?
Fulvia: Non l’ho chiamato io. – Dobbiamo parlar di
questo.
Silvio: Sento che c’è un accordo...
Fulvia: Nessun accordo. Non è vero!
Mauri: Io son venuto da me.
Fulvia: (c.s.): Aspettate a parlare!
Don Camillo: E su, su, andiamo noi, andiamo via!
Invitando col gesto a uscire il Roghi, Giuditta, e la
Nàccheri.
La Naccheri (rivoltandoglisi): Ecco, ecco... Ma
diciamo anche noi, a nostra volta, al signore e alla signora,
che noi qua...
Don Camillo (sulle spine): Ma no, via, Marianna,
che dite?
La Naccheri:. Dico che siamo alla fine d’aprile, ohé! e
che col maggio, voi sapete bene, cominciano a venire i
forestieri per la cura delle acque.
Silvio: Conto, per me, di ripartire prestissimo, signora.
La Naccheri: La prescriverà, m’immagino, anche lei ai
suoi ammalati, signor professore!
Ora, noi, qua, dobbiamo ancora
rimettere in ordine la pensione, ecco!
Don Camillo: Ma non vorrei che il signor professore
credesse...
Silvio: Lei sa bene che ho ragioni impellenti d’andar via
al più presto.
Roghi: Ma se non dovesse oggi, signor professore – ecco,
io vorrei...
Silvio (accennando alla moglie): Vi prego...
Roghi: Sì, sì, attenda, attenda con comodo, signor
professore! lo posso aspettare... aspetterò, ritornerò...
Don Camillo: Ritiriamoci, ritiriamoci adesso...
Spinge fuori il Roghi, la Nàccheri, Giuditta ed esce per
ultimo, inchinandosi e richiudendo l’uscio a vetri.
Fulvia (subito, nervosamente): Ecco, Silvio. Questo
signore, che conosco appena...
Mauri (ferito, protestando): Ma no, Flora!
Fulvia: Vi ho detto di lasciare parlar me!
Mauri: Ma se gli dici così, scusa!
Fulvia: Che volete che significhi, per una come me,
conoscere uno da poco o da molto?
Voltandosi verso il marito:
«Flora» hai sentito? – Mi chiama Flora!
Mauri (in tono di rimprovero): Fulvia!
Fulvia (precipitosamente): No, no, Flora, Flora –
sono Flora. –
Di nuovo al marito: Mi si chiama subito per nome, e mi si dà del tu.
Silvio: A me premerebbe ora di sapere, come e perché –
dopo quanto è avvenuto – si trovi qua di nuovo codesto signore.
Fulvia: Ecco, sì. – Questo signore, Silvio, crede
sinceramente ch’io abbia voluto uccidermi per lui. E non è vero!
Mauri: Ah, non è vero?
Fulvia: Non è vero. L’ho fatto per me. Ditegli come e
dove m’avete conosciuta. Basterà per farglielo comprendere.
Silvio: Ma io non voglio saperlo.
Fulvia: Ero arrestata.
Mauri (subito protestando): No! Che arrestata! Che
dici!
Fulvia: Con un mandato di comparizione, sì. Complicata in
un volgarissimo delitto.
Mauri (c.s.): Ma che! Non creda! Prosciolta in
Camera di Consiglio!
Silvio: Vi dico che non voglio saperlo!
Mauri (seguitando con foga): Venuta soltanto per
deporre. Lo so io!
Fu a Perugia, guardi, un mese appena dopo il
mio trasferimento colà.
C’ero io nella sala del giudice, mio
collega. Fu nel processo per l’assassinio d’un tal Gamba.
Fulvia: Con cui ero andata a Perugia.
Mauri: Sì, un pittore...
Fulvia: Ma che pittore! Un miserabile applicatore
mosaicista della fabbrica di Murano.
Mauri: Già... venuto per restaurare non so che mosaico...
Fulvia: Un mascalzone che s’ubriacava tutti i giorni.
Mauri: E la picchiava! la picchiava!
Fulvia: Fu trovato morto, una notte, sulla strada, con la
testa spaccata.
Silvio Gelli si rialza i capelli sul capo e vi trattiene le
mani.
Mauri (scattando al gesto di Silvio Gelli): Orrore,
eh? «Fin dov’era caduta!» eh? – Ma mi faccia il piacere! lasci
andare!
Fulvia (subito, forte): Non declamate, al vostro
solito!
Mauri (senza darle retta, seguitando, ma in tono più
basso, rivolto a Silvio): Lei m’insegna che tutto sta nel
togliersi d’addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti,
l’abito che ci ha imposto la società. Si provi, lei che
sorride...
Silvio: Ma io non sorrido.
Mauri: Ha sorriso! – Si provi, si provi a rubare una
volta cinque lire e faccia che venga scoperto nell’atto di
rubare.
Me ne saprà dire qualche cosa! – Ma lei non ruba...
Grazie! –
E questa disgraziata avrebbe fatto quello che fece, se
lei, suo marito...
Fulvia (troncando, fierissima): Basta! Vi proibisco
di seguitare!
Silvio (piano, calmo): Io sono venuto qua...
Mauri: Per perdonare, lo sappiamo!
Silvio (pronto, fermo, grave): No! – Per
riconoscere il danno degli antichi miei torti verso questa
donna.
Non m’aspettavo però che altri qua, oltre lei, potesse
arrogarsi di rinfacciarmeli.
Mauri (subito, a sfida): E riparare?
Fulvia (c.s.): Aspettate! Non sapete ciò che vi dite!
Mauri: No, io dico riparare, Flora! E lo dico davanti a
lui! Perché ho anch’io il mio torto verso di te.
Tu mi hai
perdonato, ma io sono qua per riparare, per riparare!
Fulvia (col piglio di chi non vuol discutere): Dunque –
sta bene – ecco – io ti volevo dir questo, Silvio: – che egli è
pronto...
Mauri (insistendo, pigiando, sfidando): A riparare,
sì, a riparare!
Fulvia (esasperatamente, sdegnata, gridando): Ma
non dite a riparare – fate ridere – se io non vi riconosco il
torto, di cui volete accusarvi! – Oh quest’è bella! – Avete
mentito con me – come tanti... Che volete che me n’importi?
Rivolgendosi di scatto al marito:
Senti forse anche tu qualche dovere verso me per avermi salvata?
– No, niente, caro! Grazie!
Silvio (stordito): Come! Io...
Fulvia (subito incalzando, ma col tono di chi vuol
ragionare): Sei forse venuto qua come medico, per operarmi?
Silvio: No.
Fulvia (c.s.): Ma anche operandomi – (cosa che
nessuno però ti chiese di fare).
Mauri: Io m’opposi! io m’opposi!
Fulvia (c.s. senza badare al Mauri): Io, per me certo, non
te lo chiesi – è vero?
Silvio (impacciato, come sopraffatto, non sapendo a che
cosa tenda quell’interrogatorio): No... – io lo feci...
Fulvia (subito, venendogli in ajuto, con uno strano
lustro negli occhi): Quasi irresistibilmente, è vero?
Silvio: Vedendoti in quello stato...
Fulvia: E dunque! – Ero come morta. Fu un miracolo anche
per te! – Se sapessi come credo adesso ai miracoli!
Silvio: Che vuoi, insomma, concludere?
Fulvia: Niente. Questo.
Che non devi credere neanche tu
d’aver adesso verso di me qualche dovere per avermi così...
diciamo «restituito alla vita». – Nessun dovere, nessun dovere.
Non ne accetto! – Né da te, né da altri. Né doveri, né
riparazioni.
Silvio: E che intendi di fare allora?
Mauri: Se ne viene con me!
Fulvia: Sono qua. Vedete voi...
Giacché mi trovo tra un
dovere che riconosco insussistente, e un rimorso che dichiaro
immaginario...
Silvio: Tu sei sempre la stessa!
Fulvia: Ah, questo sì, vedi? questo sì, mi fa veramente
piacere!
Che i miei capelli tinti, questa mia faccia d’ora, non
ti impediscano di vedermi ancora, di fronte a te, quella di
prima!
Silvio: Ma ti vedo adesso, così – in questo momento! Non
ti ho veduta così in tutti questi giorni!
Mauri: Ci sono io, ora, qua!
Fulvia (subito, voltandosi a lui): Voi non ci siete
per nulla! Vi ho detto di non parlare!
Rivolgendosi di nuovo al marito:
Mi hai veduta come un tempo? Perciò sei stato tutto... non so,
come sospeso...
Silvio: Io?
Fulvia: Sì, turbato, incerto... pentito dentro di te – ne
sono sicura!
Silvio: No, di che?
Fulvia: Ma d’aver fatto qua, inconsultamente, più di
quanto t’eri proposto!
Silvio: No! non è vero! – Non per questo!
Fulvia: Ma sul serio ti credi molto cambiato tu?
Silvio: Potresti giudicarne dal fatto che mi trovo qua.
Fulvia: Ah, ma non t’aspettavi questo, venendo qua!
Silvio: No – ah, questo no! questo no davvero! – Non
sarei venuto!
Fulvia (pronta, con disprezzo): E dunque puoi
andartene!
Silvio (contenendosi): Io dico, che tu debba
tenermi qua, ora, così...
accenna al Mauri.
Mauri: Ma so tutto io, sa! Di lei – so tutto!
Silvio: Che sapete? Ciò che vi avrà detto lei, saprete!
Dei miei torti. Non di ciò che ho sofferto per essi.
Fulvia: Molto hai sofferto?
Silvio: Molto – se mi ha condotto qua. Non m’obbligherai
a dirlo davanti a un estraneo.
Fulvia: Ah no, caro, fuori! fuori! – Perché questo
estraneo, caro, è qua – non tanto per me quanto per te.
Mauri: E io non sono un estraneo per lei!
Indica Fulvia.
Silvio (rispondendo a Fulvia): Per me? Che vuol
dire?
Fulvia: Oh! d’un gran professore come sei ora, non
s’immagina certo! Quasi ho soggezione io stessa, a dirlo.
Ma se
sono qua – e così. – con questo accanto, o con un altro – via,
tu sai bene che è per te – per te, com’eri prima! – Che vuoi?
posso ricordarmi soltanto d’allora, io!
Di quando giocavi con
me, che avevo appena diciott’anni, come un gatto col topolino –
per il gusto di vedere dove sarei arrivata. – Ecco qua, dove
sono arrivata. – E tu hai molto sofferto! – Sarei curiosa di
saper come.
Silvio: Te l’ho detto, come.
Fulvia: No: scusa: m’hai detto anzi, che non ti riesce di
soffrire.
Silvio: Che non sento – t’ho detto, – di toccare la mia
sofferenza: in me, in te. Questo t’ho detto!
Fulvia: Ah già! Il vuoto, sì.
Silvio: Tu non puoi comprendere. E certe cose non si
spiegano.
Fulvia: Non avevi nessuno con te?
Allude, con questo, alla figlia, e s’infosca più che mai.
Silvio: Mi vedevo inetto...
Fulvia: Indegno, no?
Silvio: Anche indegno. Perché ho riconosciuto che tu eri
andata via per causa mia.
E perciò appunto non m’è riuscito di
colmarlo, questo vuoto.
Fulvia (con sprezzo): Ma dunque dici che hai
sofferto per me!
Silvio: No. Non come tu credi. Neanche in questo momento.
No! Per la vita, che è così...
Mauri: Ah, questo è vero! Ha ragione! Anch’io, sa!
Silvio (senza badargli): Tu qua t’uccidi... un
altro là impazzisce... chi crede di ragionare e non conclude
nulla...
Mauri (quasi tra sé): La vita è brutale! Se lo so!
Silvio (c.s.): Vengo qua, dico: «Muore; vuol
andarsene in pace; va’, va’, accorri ... ». – E il mio
sentimento s’infrange qua contro una realtà che non potevo
immaginare.
Fulvia: Che vuoi fare ora?
Silvio: M’hai aggredito, appena entrato – con codesto
signore. Non vuoi doveri, non vuoi riparazioni. – Non so... Ti
vedo decisa – non so a che cosa...
Fulvia (con voce improvvisa, come per una subitanea
scoperta): Tu non sai, caro mio, quanta malizia hai ancora
nello sguardo, quando – senza volerlo – guardi di sottecchi.
Silvio (stordito): Io?
Fulvia: Tu, tu, sì.
Silvio: Malizia?
Fulvia: Malizia, malizia. Me ne sono accorta così bene!
ora, sì – or ora – come ti sei voltato a guardare così.
Imita il modo.
Silvio: Fastidio, forse – o stanchezza.
Fulvia: No. Malizia, malizia. Quella di prima! Devi darti
per forza, anche adesso, un’aria di fronte a me.
Questa, o
un’altra. – Tutti gli uomini ve la date!
Ma dimenticate come le
donne vi hanno veduto, quando non ve la date più, in certi
momenti. Mi spiego?
E perciò le donne ridono sotto il naso, poi,
nel veder le arie degli uomini. – O ne provano dispetto o
disgusto. –
Ma questo ora non importa.
Silvio: Tieni a liberarmi d’ogni dovere, per mettere a
prova davvero se sono o non sono cambiato?
Fulvia: No no – non per questo! Ma ecco – vedi la tua
malizia?
Silvio: No, Fulvia – credi! È soltanto perché una prova
su questo non potrei dartela!
Fulvia: E io non la voglio! – Non capisci che non voglio
da te nessun obbligo d’ora? Io sono ora... quella che sono.
Non
voglio approfittarmi della tua venuta, vincolandoti per la vita
che m’hai ridata.
Di questa mia vita d’ora, di quel che sono
ora, di tutto ciò che può accadermi ora, non m’importa più nulla
– proprio nulla! E tu saresti uno sciocco, se te ne facessi
qualche scrupolo.
Sei accorso qua, perché credesti che non
potessi sopravvivere. Peggio per me, se non sono morta!
Mauri (con forza): Ma ci sono qua io, Flora!
Fulvia (subito con leggerezza sprezzante, mostrandolo
al marito): Ecco – vedi? – c’è lui. – Volevo dirti questo!
Mauri (c.s.): Io: io – tutto per te!
Fulvia (quasi atterrita): Per carità, non parlate
d’amore! –
Al marito:
Disposto, pronto a riprendermi con sé.
Mauri: Con me! Per sempre!
Fulvia: Bravo, caro! Come dicono i fidanzati.
Mauri (con forza): No! – Come posso dirtelo
soltanto io!
Fulvia (spiegando, come sopra al marito): Ha
lasciato per me moglie e figliuoli. – Anche il posto, non è
vero?
Mauri: Tutto!
Fulvia: E m’offrirà una bellissima posizione! – Darà
concerti in provincia!
Peccato che la voce con questa mia
vitaccia, mi si sia arrochita! Ci metteremmo insieme: lui
sonerebbe e io canterei!
Scoppia a ridere stridulamente.
Mauri (ferito): Tu dunque ridi di me?
Fulvia (subito): No, no: credo, credo nella vostra
bravura di pianista.
Silvio (sdegnato): Tutto questo, via, non è serio!
Fulvia: E ti fa molta impressione? – A me, nessuna. – Vi
prego, insomma, di non darvi pensiero di me, nessuno dei due.
Quante volte devo dirlo? – Stabiliamo così alla buona. – Ho
vissuto per anni, caro mio, giorno per giorno.
Mi sono mancate
le cose più necessarie; e il domani senza certezza non mi
spaventa più.
Può passarsi, il destino, tutti i suoi capricci,
con me. – Sono cosa sua.
S’accosta al marito e lo guarda con uno strano, orribile
ammiccamento di donna perduta:
– Anche quei tuoi, sai?
Silvio (smorendo): Che, miei?
Fulvia (ridendo, ma con un misto di pianto, in una
convulsione che diverrà man mano più forte, quanto più, per
vincerla, ella si strazierà, dicendo di sé le cose più crude): Mah! quelli che ti passasti, quand’ero come una bambina, e
m’insegnavi cose che mi parevano orribili!
Silvio (per richiamarla a sé): Fulvia!
Fulvia: Mi sono divenuti familiari.
Silvio (c.s.): Fulvia! Fulvia!
Fulvia: Oh, sai, famosa!
Silvio: Tu hai la voluttà di dilaniarti!
Fulvia: Con le tue mani, sì. – Le ho fatte sapere anche a
lui, sai? Perciò egli spasima così di me!
Subito – staccando – al colmo dell’orgasmo – grida tre volte:
Che schifo! Che schifo! Che schifo!
Segue come un nitrito, e in un brivido lungo di ribrezzo,
restringendosi tutta in sé con le mani afferrate ai capelli e il
volto nascosto dalle braccia, aggiunge:
Ah Dio, che schifo!
Subito, Silvio e Mauri le si fanno accosto, premurosi e
sconvolti, e mentre l’orgasmo di lei par che si scarichi in un
tremore convulso, di freddo, le parlano insieme concitatamente.
Silvio: Non è possibile seguitare così!
Mauri (supplice): Ma come, Flora! Se ti ho tenuta
come una santa! come una santa!
Fulvia (all’improvviso, rialzandosi ancora convulsa,
ma di nuovo risoluta, e ponendo le mani sulle spalle del Mauri): Sì, è vero, sì! – Voi, sì!
Subito correggendosi, spiccatamente:
Tu, sì! – Ma fammi il piacere: – zitto!
Mauri (felice, provandosi a prenderle una mano per
baciargliela): Oh Flora! Grazie!
Fulvia (ritraendo subito la mano, con ribrezzo): No... no... no...
Mauri: Mi basterà che tu abbia così... pena... pena
soltanto... codesta pena che hai, del mio amore, e niente più –
niente! – E così dolce, che mi basterà.
Fulvia (in fretta): Sì, va bene.
Poi, rivolgendosi al marito:
Dunque, sarà così. – Vado con lui. – Puoi ripartirtene, caro,
con la coscienza tranquilla d’aver compiuto una buona azione.
Silvio (la guarda con occhi pieni d’una sofferenza
atroce, poi contenendosi a stento, dice gravemente): Io ti
prego, Fulvia, di levarmi da questa situazione.
Fulvia: Ti dico sinceramente. Che tu sii venuto, – è una
buona azione.
Dell’altra che hai compiuto, quasi senza volerlo,
e che non era certo nella tua intenzione, venendo – se si riduce
per me a un cattivo servizio – in coscienza ti dico che non
posso né voglio fartene responsabile – dunque puoi proprio
ripartirtene in pace con te stesso. – O al più, guarda – se
proprio lo vuoi – (non ho più nulla del mio!): – vedi? e sono una
donna veramente volgare – puoi darmi un po’ di denaro – come a
lui l’ha dato sua moglie!
Scoppia a ridere indicando il Mauri.
Mauri (scattando): No! – niente danaro! no! Non
accettar danaro da lui, Flora!
Fulvia: Stupido! Non capisci che non è per noi? Dico per
lui!
Quanto più ne dà, per lui, meglio è. – Si vede così chiaro
che (pigiando con intenzione le parole) – non ostante ch’io faccia di tutto – gli persiste un
certo rimorso. – Gli propongo di liquidarlo in contanti.
Silvio (non potendone più, con estrema risolutezza): Basta così, Fulvia! – Io debbo parlarti!
Fulvia (con furore appena contenuto e aria di minaccia): Ah, no, sai!
Non arrischiarti ora a parlarmi di ciò che ti leggo
negli occhi!
Mauri (tra sé, sogghignando): Della figlia... della
figlia!
Silvio: Debbo pure parlartene!
Fulvia: Guai a te, se lo fai! Ma non vedi che sto qui da
un’ora a imbrattarmi di fango per impedirti di parlarne?
Silvio: Non vuoi dunque che te ne parli?
Fulvia: No!
Silvio: Mi provochi!
Fulvia: Se hai sfuggito di parlarne anche poc’anzi!
Silvio: Te ne parlo adesso!
Fulvia: Ti sfido a farlo; con me così (passa un braccio
sul collo di Mauri): decisa ad andarmene con lui!
Silvio: Sta bene. – Vado... Ma bada che veramente tu
perdi ora ogni diritto d’accusarmi!
Fulvia: Io?
Rivolgendosi al Mauri:
L’ho accusato?
A lui:
T’ho lodato; ringraziato; t’ho detto d’andartene via tranquillo.
– Sei tu là, impedito. Insisti tu!
Vuoi parlare, per cercarti
scuse, ch’io non ti chiedo.
Mauri (c.s.): Eh – lo specchio! lo specchio!
Silvio (provocante): Che dite voi, specchio?
Mauri (placido, quasi sorridente): Quello, caro
signore, che ci mettiamo noi stessi davanti, senza saperlo.
Ce
lo troviamo davanti: ci pare che ci parli un altro, e siamo noi
stessi. – Io lo so bene.
Silvio: Lo saprete per voi!
Mauri: Anche per lei, anche per lei!
Silvio (a Fulvia): Perché mi butti in faccia un
rimorso, ch’io stesso t’ho dichiarato e provato?
Fulvia: No, scusa: voglio levartelo!
Silvio: Come? così? «imbrattandoti di fango» per
accrescermelo?
Fulvia (con voce nuova, di disperata sincerità, quasi
avvilita, come se fosse arrivata al punto di non poter più
sostenere la sua parte): Ah Dio, sono stata qua tanti giorni
con lui – e lui stesso ha detto come – quella di prima – con
tutto il cuore sospeso – il mio cuore d’un tempo – là, nella mia
casa – il mio cuore di madre – tutti questi giorni in attesa che
mi parlasse della figlia – dicendo a me stessa: «stai così...
stai così... egli ora è buono... è venuto... ora te ne parla,
ora te ne parla ... ».
Silvio (forte, vibratamente, per rompere la commozione
di lei): Ma se non potevo parlartene!
Fulvia (subito, violenta, cangiando tono anche lei): E perché vuoi parlarmene adesso?
Silvio: Ma per dirti appunto perché non te n’ho parlato!
Fulvia: Ora non voglio più saperlo! – Sono ragioni per
te!
Silvio: No, non per me! Per tua figlia!
Fulvia: Ragioni di non parlarmene? Anche per lei?
Silvio: Unicamente per lei!
Fulvia: Perché mi crede morta, è vero! – Eh, si sa! – Storia vecchia! –
Chi gliel’ha detto? gliel’hai detto tu, che sono morta?
Silvio: Non gliel’ho detto io...
Fulvia: L’ha creduto da sé, e tu gliel’hai lasciato credere? – E va bene.
Basta. Lo supponevo: – Vuoi dire che il miracolo di farmi rivivere anche per
lei, non puoi farlo?
Silvio: No, dimmi tu, se lo credi, se lo vedi possibile! – Non faccio
altro che pensare a questo da un mese. Subito, dacché vidi la possibilità che tu
guarissi. – Tu hai atteso che te ne parlassi. Ma non te n’ho parlato per questo!
– Come si può fare? – Dimmi tu! – Rispunti a casa, ora, così?
Fulvia (con orrore): No, no!
Silvio (seguitando): Dove sei stata tutto questo tempo? E perché
le si è lasciato credere che tu fossi morta, senz’esser vero?
Fulvia: Non è possibile – no!
Silvio: Ecco – lo vedi tu stessa!
Fulvia: E credi che me n’importi? – Se fossi morta davvero... Ma non
sono! Non lo dico per me bada! Tu non sai ancora, caro mio, tutto intero il
miracolo che hai operato! – Non me lo sarei mai atteso! – Stato di grazia! –
Tornata per un momento come allora... Caro mio, se non puoi farmi rivivere per
tua figlia, può lei ora, invece, rivivere per me!
Silvio (stordito, costernato): Che dici? per te? E come?
Fulvia: Lei – o un’altra – se l’ho già in me, per me è la stessa!
Silvio: Fulvia, che dici?
Mauri: Come! – Tu dunque ... ?
Fulvia: E perché sono così spensierata? – Per questo! – Non vedi che non
m’importa più di niente?
Mauri: Ti sei lasciata riprendere da lui?
Silvio (levandosi ormai d’ogni ambascia, d’ogni dubbio, con animo
fermissimamente risoluto): Ah – se è così – senz’altro, allora!
Fulvia: Che cosa?
Mauri (quasi tra sé): Ma questo è un tradimento!
Silvio: Avevo già pensato – prima che tu dicessi questo – che c’era forse
un mezzo – uno solo – per riparare!
Fulvia: Che rnezzo? Se mi hai uccisa per lei!
Silvio: No – c’è! c’è! – E ora, senz’altro, bisogna che tu lo accetti,
per quanto possa esser duro per te e per me.
Fulvia: E sarebbe?
Silvio: Verrai con me!
Mauri: No, Flora! Non farlo! non farlo!
Silvio: Lei ora lo farà!
Fulvia (a Mauri, per rassicurarlo): Aspettate!
Al marito, con aria di sfida: Con te, dove?
Silvio: Dove? A casa!
Fulvia: E come?
Silvio (subito, conforza): Come moglie! come moglie!
Fulvia: E se c’è lei che mi crede morta?
Silvio: Ecco, sì – questo è duro – e irreparabile! – Ma bisogna superare
questo, nel solo modo in cui è possibile!
Fulvia: Non capisco come dici!
Silvio: Ma che tu sii moglie, anche se in apparenza per lei non potrai
esser madre!
Fulvia: Moglie senz’esser madre? Ah, tu intendi «un’altra»?
Mauri (subito): È una barbarie! è una barbarie!
Fulvia: Ma io non sono un’altra!
Silvio: Certo! Sarà solo apparenza! Tu sarai pure la madre!
Fulvia: E lei mi crederà la matrigna?
Mauri: Non accettare, Flora! non accettare! E una barbarie!
Silvio: Non c’è altro mezzo! – Se questa è una barbarie, che è meglio: la
condizione che le offrite voi?
Mauri: Meglio, sì! centomila volte meglio! La fame, Flora... con me!
Meglio! Pensa che strazio, essere un’altra per tua figlia!
Silvio: Se puoi sopportarlo...
Fulvia (subito, con sprezzo, ma già sopra pensiero): Ma non è
questo! Sopporto tutto, io! – Se la figlia è mia – io non sono un’altra – sono
sua madre!
Si alza e come se cominciasse a comprendere soltanto ora: Tu dunque mi
riprenderesti con te?
Mauri (trasecolato): Accetti?
Fulvia (senza badare al Mauri, rivolgendosi al marito, o piuttosto,
parlando quasi tra sé): Ma come? – Ah già, il matrimonio c’è... Non ci
sarebbe più bisogno di nulla!
Silvio: È solo per lei! Apparenza ...
Mauri (tra sé): Ah che tradimento ... Lasciarsi riprendere da lui!
Fulvia (c.s.): Ha già sedici anni ... Certo non può avere nessuna
memoria di me.
Silvio: Ne aveva poco più di tre ...
Fulvia (subito, con sdegno): Quando io morii –
Poi, riprendendosi: Ma gli altri? Potranno riconoscermi!
Silvio: Nessuno, dove sto ora – quasi in campagna. Ma questo non importa!
Cambieremo paese.
Mauri (risoluto): Dunque, per me, Flora, è proprio finito? Non è
possibile, bada! non è possibile!
Fulvia (scrollandosi infastidita): Ma che volete voi!
Mauri (terribile): Come, che voglio! E come faccio io ora? Come
resto senza di te?
Silvio (facendosi innanzi): Dovreste capire che non è più tempo di
parlare così!
Mauri (c.s.): Io ho spezzato, distrutto la mia vita per lei!
Fulvia (interrompendoli, rivolta al marito): Lascia, aspetta. Gli
parlo io...
Mauri (abbracciandola, frenetico): Non voglio sentir nulla! Sei
mia! Non ti lascio!
Silvio (avvicinandosi per strappargliela): Ah, con la violenza?
Fulvia (divincolandosi): Lasciatemi!
Mauri (c.s.): Non ti lascio! Non la lascio!
Fulvia (riuscendo a liberarsi e respingendolo): Lasciatemi, vi
dico!
Silvio: Fuori! Fuori di qua! Via, fuori!
Mauri (rompendo in disperati singhiozzi): Ma per pietà, almeno!
Fulvia (vibrante): Che pietà volete, se io avevo già troncato ogni
legame con voi?
Mauri: Ma io, no! io, no!
Fulvia: Questo vostro pianto, ora, è veramente di più.
Mauri: Una vita... Come se non fossi uno, io! – Mi stronchi... – dici che
sono di più!
Casca a sedere, come stroncato veramente, singhiozzando sempre.
Silvio: Via, via, basta...
Fulvia (facendo un cenno a Silvio, e accostandosi al Mauri): Un
po’ di carità, un po’ di carità... Bisogna mandarlo via con le buone!
Tela
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COME PRIMA, MEGLIO DI PRIMA - ATTO SECONDO |

Sala nella villa del dottor Silvio Gelli, presso uno dei
villaggi intorno al lago di Como.
La sala è vasta, chiara di tanto
azzurro intorno, che dilaga tra il verde.
Arredo di tinta tenue, molto signorile, ma non nuovo, perché
Fulvia Gelli possa riconoscerlo per quello stesso, che, tredici
anni addietro, lasciò in un’altra casa.
In fondo è una veranda,
da cui si scende nel giardino.
Due usci laterali a destra. La
comune a sinistra.
Sono passati dal primo atto circa quattro mesi. È agosto.
Sono in iscena, al levarsi della tela, Fulvia, la governante
Betta e il Commesso di negozio.
Fulvia è in una ricca e gaja
vestaglia estiva. Ha ancora i suoi capelli di fuoco, ma composti
in una placida pettinatura.
Non ha più il fosco pallore del
primo atto: pare rasserenata.
La vecchia governante Betta ha
l’aria d’una mezza signora: sta con gli altri due presso a un
tavolino ed esamina con l’occhialetto e palpa e tasta i molti
scampoli di tela, bianchi e anche colorati, celesti, rosei,
lilla, e i varii merletti, che il commesso di negozio ha tratti
da una grande scatola di tela cerata con cinghie di cuojo,
posata su una sedia accanto al tavolino.
Commesso: Già! Se la signora vuol proprio pigliarsi il
fastidio...
Fulvia: Ma no! Non sarà mica un fastidio!
Commesso: Capisco – pardon! – per una madre...
Ma sarà un
po’ lungo, mi permetto di farle osservare, preparare tutt’intero
un corredino di nascita...
Fulvia: Oh, mi servirà anche per passare il tempo!
Commesso: Capisco. Dicevo, perché ne abbiamo tanti, già
belli e pronti in bottega – una meraviglia, sa? – tutti
assortiti – di tutto punto – delicatissimi...
Fulvia (a Betta che esamina una tela): Che ve ne
pare, di questa?
Betta: Ah! – lenta... lenta...
Commesso: Pelle d’uovo, codesta! Sopraffina. – Si fanno
di codesta, ora. Oppure di nansouk.
Betta (giocando con le parole): Sarà nansù – io non
so; ma è lenta.
Commesso (piccato): No, scusi – ho detto che
codesta è pelle d’uovo.
Betta: Pelle d’uovo – ma è lenta.
Commesso: Ma no, per carità! Lieve, morbida – sfido! per
le carni tenere d’un neonato! – ma resistentissima. Garantisco.
Fulvia: Sarà, sarà... Ma non è, a ogni modo, quella ch’io
cercavo.
C’era una volta un’altra tela – fina così, morbida – ma
ben più solida!
Commesso: Dice forse cambrì, la signora?
Betta: Eh, ma le antiche mussoline!
Fulvia: No no – non cambrì.
Commesso: Battista di lino? battista di cotone?
Fulvia: Non so. Voglio fargliela vedere. – Fatemi il
piacere, Betta, salite su.
Livia conserva ancora in quella
vecchia cassapanca, – sapete?
Betta: Lo so.
Fulvia: Anche alcuni capi del suo corredino di nascita:
li ho visti.
Betta: Sissignora. Vado.
Si avvia.
Fulvia: No, meglio... aspettate! Non ditele nulla.
Pregatela di scender qui un momento.
Betta: Sissignora.
Via per il secondo uscio a destra.
Fulvia: Vedrà, vedrà che morbidezza e che altra solidità!
Commesso: Eh, ma lavato questo nansouk, sa come
infittisce, signora?
E creda che, quanto a morbidezza, non c’è
niente che regga al paragone di questa pelle d’uovo.
Fulvia: Intanto restiamo d’accordo, è vero, per queste
battiste qui colorate. Se ci fosse un lilla più tenue...
Commesso: Sissignora, ne abbiamo in bottega. Ma anche
questo mi pare che vada benissimo...
Fulvia: E quanto ai valenciennes poi no, proprio no:
questi non vanno.
Commesso: Eh, lo so. È proprio da piangere, creda! Le
condizioni presenti del mercato...
Entra dal secondo uscio a destra Livia.
Ha poco più di sedici
anni.
Seria, rigida, s’intorbida ogni qualvolta si sforza di
guardare in faccia.
È vestita insolitamente di strettissimo
lutto.
Fulvia non s’accorge in prima ch’ella è entrata.
Livia: Mi hai fatto chiamare?
Fulvia (voltandosi appena): Ah sì, Livia, vieni.
Vedendola così vestita di nero, e restando:
Oh, e perché così?
Livia abbassa gli occhi e non risponde.
Fulvia (sovvenendosi subito): Ah già... sì sì...
scusami, sai!
Cambiando idea, in conseguenza:
E allora niente, niente...
Livia (fredda): Che volevi?
Fulvia: No, niente. Vai subito in chiesa?
Livia: Fra poco. Il parroco ha detto che non poteva prima
delle undici.
Fulvia: Finirete tardi, allora. Tre messe...
Livia: Io volevo due.
Fulvia (subito in tono di rimprovero, ma dolce; come
ferita): No, Livia. Questo è un voler fare un dispiacere a
papà.
Non dico poi a me!
Livia (c.s.): Volevo che fossero due, appunto per
non fare un dispiacere a te.
Dirà questo come se, sotto l’apparenza d’una benevola
attenzione, non fosse contenuta un’ingiuria per lei.
Fulvia (con amarezza): Ma che vuoi che faccia a me
dispiacere, se non questo: che tu possa pensarlo?
Sono state tre
messe ogni anno; saranno tre anche quest’anno. Papà verrà con
te?
Livia: Non so se voglia venire.
Fulvia: Verrà, verrà. Glielo dirò io di venire. Staccando:
Stavo qui a sceglier la tela per il corredino.
Livia (rigida, come per cosa che non la riguardi
affatto): Ah...
Fulvia (non potendo non notare il contegno di lei):
Vai, vai; non volevo mica il tuo ajuto.
E vedendo che Livia se ne va senz’altro, aggiunge irritata,
cangiando improvvisamente tono e umore:
Volevo che mi lasciassi, almeno per un po’, la chiave di quella
cassapanca, dov’è custodito quel resto del tuo corredino.
Livia: Sta bene. Te la manderò giù.
Esce per il secondo uscio a destra.
Fulvia (al Commesso che nel frattempo avrà ripiegato e
rimesso dentro la scatola tutti gli scampoli e i merletti):
Scusi...
Commesso: Oh, per carità, signora!
Fulvia: Per farla finita, restiamo così: prendo il
nansouk.
Commesso: Ah, benissimo! Creda, è la scelta migliore,
signora.
Fulvia: La quantità che le ho detto.
Commesso: Benissimo. Ho già preso l’appunto. Le manderò
allora tutto in giornata. Riverisco, signora.
Fulvia: A rivederla.
Il Commesso, reggendo la scatola, esce per la comune, mentre
dal secondo uscio a destra rientra in iscena Betta.
Fulvia (subito, vedendola, in tono derisorio): La
fate dire anche voi, dunque, una messa in suffragio dell’anima
benedetta?
Betta (da vecchia volpe): Mi perdoni, signora. È
uso, omnai. Ogni anno, in questo giorno... Mi perdoni...
Fulvia (sdegnata, severa): Perché volete che vi
perdoni?
Betta: Ma perché forse quest’anno, ecco, si poteva non
farne sapere nulla alla signora.
Fulvia: Sentite dunque che c’è qualche cosa di male in
questo?
Betta: No, signora. Si fa per la povera figliuola...
Fulvia: Ah, per lei! Non lo fate dunque per voi, né per
la padrona morta?
Betta: Anche per me, sissignora, e per la povera padrona.
È uso, le dico.
Fulvia: Tutti gli anni, dacché è morta?
Betta: Tutti gli anni, sissignora! Una la figlia, una io,
una il signor dottore.
Fulvia: Anche Livia, da allora?
Betta: Eh, la prima, lei!
Fulvia: Ah, questo no, vedete! Non vi fate bene il conto,
cara Betta!
Livia doveva esser piccina, e non poteva pensare allora a far dir messe.
Tranne che non ci abbiate pensato voi,
per suo conto, o il padre.
Betta (rimanendo imbarazzata): Già... veramente...
Sarà stato il padre...
Fulvia (ridendo): Come va, come va quest’affare?
Voi dovreste ricordarvi, perché siete stata sempre qua, voi!
Vi
è morta tra le braccia, la padrona!
Silvio Gelli, che è stato di là a parlare con Livia, entrando
a questo punto per il primo uscio a destra, ode le ultime parole
di Fulvia, e subito, costernatissimo, temendo ch’ella stia quasi
per svelare il segreto, la richiama.
Silvio: Fulvia!
Ma subito resta interdetto, tradito dal primo impeto che gli
ha fatto venire sulle labbra il vero nome di lei.
Fulvia (subito voltandosi, rimediando con gioja
maligna): Chi chiami? Fulvia? Oh Dio benedetto!
Capisco che
oggi è l’anniversario; ma che tu debba pensarci fino al punto di
chiamarmi col «suo» nome, via, mi sembra un po’ troppo!
Silvio: Scusami... sì, hai ragione...
Fulvia: Di niente, caro! È naturale. Nomi soprammessi,
sfuggono.
Mi chiamano Flora, sapete, Betta? Brutto nome,
veramente: di cagna.
Mi ha chiamata Francesca, col mio secondo
nome.
Al marito:
Bisogna che te ne ricordi, caro!
Lo guarda, lo vede costernato, come sospeso.
Fulvia:
Che cos’è? Sto cercando di rimediare, con buona grazia, mi
sembra, a una tua gaffe.
Silvio (un po’ irritato, facendole intendere che la
sua costernazione non è per questo): Sì, va bene... Ma...
Fulvia (comprendendo): Niente, parlavamo delle tre
messe d’oggi...
A Betta:
Non v’ha dato nulla Livia per me?
Silvio (subito): Ecco, venivo per questo.
Fulvia (turbandosi, eccitandosi): Non mi vuol dare
la chiave della cassapanca?
Silvio (a Betta): Andate, andate, Betta. Credo che
Livia abbia bisogno di voi.
Fulvia: Forse sta a piangere perché gliel’ho chiesta?
Silvio (a Betta che non sa allontanarsi): Andate,
vi dico!
Betta via per il secondo uscio a destra.
Fulvia (attaccando subito, con sdegno): Senti, ah,
questo no!
Silvio: Lasciami dire!
Fulvia: Ho fatto trasportare io stessa in camera sua –
vedendo che ne soffriva – gli antichi mobili della nostra camera
da letto, e glien’ho consegnate le chiavi!
Silvio: È vero, sì...
Fulvia (seguitando, con foga sempre più appassionata):
E n’avevo tanto bisogno, tanto! di rivedermeli attorno, quei
mobili!
Silvio: Ma devi pensare...
Fulvia (pronta, forte): Penso a tutto! Ma questo
no, Dio mio!
Lo feci io, con le mie mani, quel corredino per
lei! prima che nascesse!
Silvio: Sì, sì!
Fulvia: Ricordi che non volevi? Me lo strappavi dalle
mani!
Ritrovarlo insieme con gli abiti miei di allora, fu per
me... ah Dio, non lo so dire!
Vi affondai la faccia; vi respirai
la mia purezza di allora; la risentii viva in me, qua, nella
gola – come un sapore – vi piansi dentro, e me ne lavai tutta
l’anima...
Staccando:
Bene: gliel’ho dati; me li sono strappati io stessa da me...
Silvio: Ma capisci...
Fulvia (pronta c.s.): Perché capisco! perché
capisco! Ma c’era qua il commesso.
Volevo mostrargli la tela
d’una di quelle camicine. Che cos’è, male? Non posso?
Silvio: Ma non è questo!
Fulvia: E che cos’è? Perché le ha indossate lei, non
vuole che le faccia uguali, ora, per quest’altra?
Torbida, minacciosa:
– Bada – ah, bada! Moglie – sta bene – rappresento qua un’altra
– pensi di me ciò che vuole!
Ma madre no, sai? bada! come madre
mi deve rispettare!
Silvio: Ma ti rispetta...
Fulvia: Non dico madre di lei! dico di quella che verrà!
Badi! badi!
Me la difendo, perché non mi resta più altro qua per
sentirmi ancora viva.
Silvio: Non eccitarti così, per carità!
Fulvia: Non mi eccito, no. Quello che hai saputo fare per
uccidermi!
Pausa.
Poi, piano, tentennando il capo:
Fissare anche il giorno della morte...
Silvio: Ma no... Me lo chiese, una volta...
Fulvia: E tu, là! subito la data. E tre messe...
Di’ la
verità: devi essere stato anche tu a ordinare a quella vecchia
marmotta...
Silvio: E dàlli! Te l’ho detto!
A furia di ripeterlo –
forse per acquistarsi una maggiore benevolenza da Livia – è
facile che quell’imbecille ci creda lei stessa, alla fine!
Fulvia: D’avermi tenuta morta tra le braccia?
Ride.
Ah! ah! ah! ah! Fino al punto di farmi
dire in suffragio una messa insieme con te!
Silvio: Questo delle messe è un pensiero di Livia. Mi
domandò una volta; non credetti di doverle dire di no.
Fulvia: Ma se l’hai accompagnata sempre in chiesa.
Silvio: Per farle piacere. Sai che non soglio andarci per
me.
Fulvia: Ci andrai anche oggi!
Silvio: Non vado!
Fulvia: Voglio che tu vada!
Silvio: Non vado, non vado!
Fulvia: Non privarmi di questo spettacolo, che almeno,
via, è da ridere! Pòstumo – per me! –
Staccando:
Gliel’ho già detto a Livia, che andrai.
Silvio: E io le ho detto or ora che non vado.
Fulvia: Me lo fai dunque apposta?
Silvio: Che cosa?
Fulvia: Per farmi odiare di più?
Silvio: Deve comprenderlo anche lei, e lo comprende,
difatti, che ora è un riguardo, questo...
Fulvia (pronta, scoppiando di nuovo a ridere,
allegramente): Che tu devi a me? Ah! ah! ah! ah!
Silvio: Ti va di ridere...
Fulvia: Ma sì, caro! È meglio che me la prenda a ridere!
Ride ancora.
Perché ti senti ridicolo tu
stesso, vestito di nero, compunto, a messa, per me, che sono qua
viva,
ride di nuovo
e faccio le corna!
Silvio: Ma per nulla! Se non l’ho fatto per me...
Fulvia (staccando, con altra voce): Scusa: ora me
lo devi, il riguardo?
Silvio: Come, ora? perché?
Fulvia: Perché si riduce tutto a mio danno!
Silvio (forte, con convinzione): Ma ho inteso di
rispettarti sempre, io, qua!
Fulvia (pronta): Me? Ah, no, caro! La tua
impostura!
Silvio (fermo e serio): Io ti prego di credere alla mia
sincerità.
Fulvia: Ci credo, ah ci credo! E ciò che è orribile in te
è questo, difatti: la sincerità della tua impostura: codesta...
oh, via! non mi far parlare!
Silvio: No, di’, di’, parla!
Fulvia (ancora una volta staccando, con altra voce):
Vuoi farmi del bene davvero?
Silvio (stordito da questa che gli pare un’improvvisa
diversione): Come? Certo!
Fulvia (subito, fredda): Non avere nessun riguardo
per me!
Silvio: Ma che dici?
Fulvia: Dico questo: trattami come una... una di quelle
cagnacce di strada, che per caso ti si sia messa dietro,
attaccata alle calcagna.
Silvio: Ah sì! Bello, così!
Fulvia (c.s. quasi che parlasse d’un’altra): Così,
così. Non potendo più levartela dai piedi, per forza,
rassegnato, hai dovuto portartela in casa.
Se lei potesse
credere questo, forse, vedendomi trattata così, disprezzata,
avvilita, e nello stesso tempo, me, umile, docile...
Silvio: Ma non è possibile!
Fulvia: Ah, ora, grazie, lo so! Hai fatto il contrario!
C’è un odore di santità, qui, che viene da quella morta...
Silvio (alludendo alla figlia): Non aveva avuto
madre!
Che la pensasse almeno come una santa, dovendo farle un
inganno, mi parve che questo fosse il più pietoso, non solo per
lei, ma anche per te!
Fulvia (con impeto, subito frenato): Non dire per
me! non dire per me! Non l’hai fatto per me, scusa!
Per te l’hai
fatto, per quietarti in qualche modo la coscienza che ti
rimordeva. E non l’hai quietata!
Non si quieta mica con le
imposture la coscienza.
Silvio: T’ho pregata di non usare più codesta parola!
Fulvia: Scusa, mi hai fatto morire, e poi mi hai
santificata! e ti sei santificato, e hai santificato tutto qua!
Staccando e cambiando tono ancora una volta:
Posso ammettere che la mia morte poteva essere, lì per lì, una
«necessaria» menzogna. Ma se lei era così piccina!
Le si era
schiusa, la vita, con te solo accanto! Ti avrà domandato...
così, della madre, da grandicella, è vero?
Dovendo fingere,
scusa, non potevi, anche senza dirglielo, farle intendere che
non eri stato lieto nel tuo matrimonio?
Silvio: Già, si! A giudicarne adesso!
Fulvia: T’avrebbe amato di più; non avrebbe rimpianto
nulla!
Silvio: Ma dovevo immaginare che potesse succeder questo!
Scusa, è strano! Ne parli, come se tu ne fossi gelosa...
Fulvia: Ah, sì, nel cuore di mia figlia!
Silvio: Ma pensa che sei in fondo tu stessa!
Fulvia: Non è vero! non è vero! lo stessa? L’ho toccato!
L’ho sentito! Sono morta! morta veramente!
Le sto davanti, e
sono morta! Non sono io, questa qua, viva; è un’altra, sua
madre... di là, morta! Vorrei prenderla per le braccia, (allude a Livia)
scuoterla, guardarla fissa negli occhi e dirle: No! no! Credi a
me, cara: perché è morta.. Non possono più far male, i morti, e
perciò, dopo molto tempo, si pensa di essi solo il bene.
Anche
la morte, cara, può essere una menzogna!
Staccando, vibrante, con un’espressione quasi da folle:
Sai quante volte mi viene questa tentazione?
Silvio: Per carità, Fulvia!
Fulvia: Non temere, ché ci penso, io più di te!
Pausa.
Fulvia:
Sfido! con te tutto dedito per tanti anni alla venerazione di
quell’anima santa, doveva sembrarle per forza un tradimento,
così, all’improvviso, da un giorno all’altro.
Pausa.
Fulvia:
Prima, sì – ci avrà pensato... così, una volta l’anno.
Staccando:
Ma non è vero! non è vero! Si dimentica tutto! ci si adatta a
tutto! È un’altra cosa ora!
È quella sua, sì, vera gelosia, per
conto della morta, ora.
Pausa.
Fulvia:
Doveva nascerle per forza, appena entrata io qua. Prima, era lei
come lei.
Appena entrata io, a prender posto accanto a te, lei
s’è fatta la rappresentante di quell’altra. Naturale.
Colei che
ne tiene il posto. Ha voluto tutto ciò che le apparteneva: i
mobili, tutto. Ho dovuto darglieli io stessa.
M’è parso giusto.
Tanto questa menzogna s’è fatta realtà qua, per tutti: l’unica,
l’unica, in cui viva tua figlia!
Dico tua, vedi? Non la sento,
non la sento più realmente come mia! Non la sento! E non ti pare
una cosa disumana?
Bisogna ucciderla, ucciderla, questa
menzogna, perché io sono viva, viva, viva!
Silvio: Per carità, per carità, Fulvia! Hai riconosciuto
tu stessa la necessità di tacere – anche per te!
Fulvia: Proprio per me? Tu vuoi tacere per non offendere
sua madre, ecco perché!
Silvio: Ma se sei tu!
Fulvia: Non è vero! Io per lei sono – questa – e non
posso essere sua madre!
Sono arrivata al punto di crederci io
stessa! Mi pare, mi pare veramente figlia di quell’altra. È
spaventoso!
Fin dal primo momento che la vidi e dovetti frenare
ogni impeto che mi lanciava ad abbracciarla, a rifarmela mia sul
mio petto! Le parole riguardose che fui costretta a dirle, che
lei quasi m’impose col suo contegno, sono rimaste – irremovibili
– non solo, ma così, proprio – realtà – realtà – anche per me.
La guardo, con quelle spallucce lì, con quell’aria, e non credo
più io stessa, proprio non sento più, che glieli abbia fatti io,
quegli occhi, quella bocca; come se veramente ci fosse stata qui
un’altra, da cui lei è nata – che io non so! – E il bello è poi,
che non lo sa neanche lei! – L’ombra, divenuta realtà! E che
realtà!
Ha ucciso in me, veramente, il mio istinto materno per
lei!
Ora più che mai, che lo risento in me vivo per un’altra. –
Via, via, via. – Non voglio più pensarci. – Si stia con la sua
morta. E mi lasci qua – viva e in pace – per quella che verrà.
Silvio: Non dirlo! Sei stata qua con lei – son quattro
mesi ormai...
Fulvia: A sorriderle, su questa graticola a fuoco
lento... – Dio mio, basta ti dico. Non ne parliamo più.
Va a distendersi su una sedia a sdrajo.
– Discorsi che si fanno... Poi non ci si pensa più.
Pausa tenuta.
– Questa notte mi sono svegliata. Mi son messa a pensare,
calmissima.
Sì, questo dolore c’è, questa cosa orribile nella
mia vita.
Ma pure... – eh, si dorme! E se mi sveglio, posso
mettermi a guardarmi le mani al lume del lampadino rosa...
Silvio, tentato, a questo punto le si fa presso, e la contempla
lì distesa.
Fulvia: – Che?... –Niente... così... le mani... il letto... i mobili
nuovi della camera... – La vita è uguale; e ha tante cose a cui
posso pensare, oltre questo mio dolore... –
Scotendosi un po’:
Bisogna dire che non è vero che quando uno ha un dolore, non
pensa più ad altro.
Pensa a tante altre cose. Io pensavo questa
notte... – indovina? Ah come vorrei essere, come vorrei essere
allegra!
E questo è segno, sai? che non sono una canaglia.
Silvio (che le si è fatto sempre più accosto e ha
seguitato a contemplarla): Per carità, che dici!
E fa per prenderle una mano.
Fulvia (ritraendo la mano): Va’ là, che ti piaccio
ora, perché ho questi capelli così!
Silvio: No, Fulvia... Ti stanno bene, sì...
Fulvia: Ti eccitano!
Silvio: Per carità, non dirlo...
Fulvia (sdegnata, nel vederlo così preso di lei per le
sue grazie ambigue, involontarie): Ma io non voglio mica
essere allegra così!
Sopravviene a questo punto Betta dalla comune, in grande
esultanza.
Betta (annunziando): Signor dottore, signor
dottore!
Silvio (levandosi, urtato d’essere stato sorpreso in
quel momento d’intimità): Che cos’è?
Betta: La zia Emestina! È arrivata la zia Ernestina!
Silvio (Subito, costernatissimo): Come! qua?
Fulvia (con lieta meraviglia): O senti! – La zia
Ernestina! È ancora viva?
Silvio (per richiamarla alla sua finzione di seconda
moglie): Francesca!
E subito volgendosi a Betta e avviandosi con lei verso la
comune:
Dov’è? Com’è arrivata?
Fulvia (tra sé, mentre il marito s’avvia con Betta):
Ah già! Io non la conosco!
Betta (rispondendo a Silvio): In carrozza... Sta a
pagare il vetturino...
Silvio: Andate subito! Non la fate entrar qui!
Conducetela su da Livia!
Betta: Vado, sissignore! Ah, come sarà contenta la
signorina!
Via di furia per la comune.
Silvio: Non ci mancava che lei oggi!
Fulvia: Ma come, scusa, la mandi da Livia? – È mia zia!
Saprà tutto!
Silvio: Tutto, sì; ma sa anche come deve comportarsi con
Livia.
Fulvia: Ah, anche lei?
Silvio: Sai bene com’è...
Fulvia: Me l’immagino! Indignata, offesa nei suoi pudori
– per scroccarti ancora del danaro – morta, sepolta...
Silvio: Ma come si fa adesso? – Se ti rivede, si tradirà!
– bisogna mandarla via subito! – Me l’ero levata dai piedi – e
rieccola daccapo!
Si sentono dietro la comune le voci di Betta e della zia
Ernestina.
Poco dopo, questa si precipiterà in iscena incontro a
Silvio, con le braccia levate in atto tragico. È una magra
vecchina invelenita più dagli antichi disinganni che dalla
miseria, stupida come una gallina, e sempre mezzo stordita, come
se fosse sorda. Ma non è sorda.
E quella storditaggine può
essere anche finta. Ha i capelli tinti d’una rossa orribile
manteca. Si presenta parata di strettissimo lutto.
Betta (dall’interno): Ma no, scusi! non di qua! non
di qua!
Zia Ernestina (dall’intemo): Lasciatemi!
Entra c.s. con Betta.
Morta? morta dunque davvero, la mia povera nipote?
Silvio (su le furie, temendo che Livia la senta di su):
Si stia zitta, perdio! – Le proibisco di parlare!
A Betta:
Andate, andate su, voi, e impedite a Livia almeno di scendere!
Betta corre via per il secondo uscio a destra.
Zia Ernestina: Dev’esser morta davvero, se hai potuto
riprender moglie! Ti scrissi; non m’hai risposto...
Silvio (con rabbia, per farla tacere, indicandole
Fulvia): Eccola lì! – Ma si stia zitta!
Zia Ernestina (stordita sul serio, accorgendosi della
presenza di Fulvia, ma non riconoscendola e credendola veramente
la seconda moglie di Silvio): Oh – scusi: non l’avevo vista,
signora. Sono la zia dell’altra moglie...
Dal secondo uscio a destra irrompe improvvisamente Livia con
le braccia tese verso la zia Ernestina.
Livia: Zia! zia! zia!
Zia Ernestina: Livia!
Si abbracciano strette strette, a lungo.
Livia: Zia mia! zia mia!
Zia Ernestina (piangendo): Orfanella mia! povera
orfanella mia!
Silvio (infuriato, cercando di strapparla
dall’abbraccio): Via, basta! Non mi faccia qua ora codeste
scene!
Zia Ernestina: Sì... sì.... hai ragione – per riguardo
qua...
Silvio: Per riguardo a niente! Ma voglio che si ricordi
che sua nipote è morta da tredici anni!
Pigerà sulle parole, per farle intendere che davanti a Livia
bisogna ch’ella seguiti a sostenere l’antica finzione.
Zia Ernestina (non comprendendo affatto): Ah già...
sì... – ma per me... ora...
Silvio (subito, cercando di rimediare): Per lei il
dolore sarà ancora come recente; ma si ricordi pure, che tanto
per Livia quanto per lei la disgrazia non è di jeri, né di
quattro mesi fa!
Zia Ernestina (c.s. seguitando a non riconoscere
Fulvia): Ah, già – Sì! Son più di quattro mesi... Chiedo
scusa, signora...
Livia (fiera, fredda, provocante, supponendo che il
padre abbia mostrato tanta durezza per un riguardo verso la
seconda moglie): Andiamo su! vieni con me, zia Ernestina!
Zia Ernestina (subito): Sì, figliuola mia...
orfanella mia, sì... sì... Sei anche tu vestita di nero...
E tutt’e due, abbracciate, se ne escono per il secondo uscio
a destra.
Fulvia (con un’impressione quasi di gelo): Non mi
ha riconosciuta...
Silvio: È colpa mia, è colpa mia. Mi scrisse veramente,
chiedendomi...
Fulvia: Ma hai visto? Non m’ha riconosciuta...
Silvio: Deve credere così...
Fulvia: Ch’io sia morta davvero?
Silvio: Supponendomi riammogliato! – Dovevo risponderle,
avvertirla, spiegarle.
Ma potevo immaginare che dovesse venire,
dopo che la cacciai via malamente tant’anni fa, per il fastidio
che mi dava?
Fulvia: È ritornata per lei, (allude su a Livia)
sicura di trovare ora in lei un’alleata che la protegga, contro
te e contro me.
Silvio: Ah no: s’inganna!
Fulvia: Sei certo che non le abbia scritto lei?
Silvio: Ma no! Non hai visto che è arrivata
all’improvviso?
Fulvia (quasi tra sé): La zia Emestina... Ma
guarda! – E non m’ha riconosciuta...
Silvio (accennando ad avviarsi per il secondo uscio a
destra): Se ne ritornerà ora stesso donde è venuta!
Fulvia (per richiamarlo): No! Che fai?
Silvio: La mando via!
Fulvia (alludendo a Livia): Ma non hai visto come
s’è piantata lì, provocante, credendo tu la bistrattassi per me?
Silvio: Ma glielo dirò io – che non la voglio io, io!
Fulvia: Crederà sempre che sia per causa mia! Non vedi
che, per forza, tutto qua si ritorce contro di me?
Silvio: Che vuoi che faccia allora?
Fulvia: Come se l’è stretta fra le braccia: «Zia mia, zia
mia!» – E quella stupida là: «Orfanella mia!». – Se non fosse da
piangere...
Silvio: Insomma, io non posso star tranquillo, con lei
qua! Bisogna che vada via immediatamente!
Fulvia: Fammi il piacere: accompagna Livia in chiesa, e
mandamela giù. Mi farò riconoscere.
Silvio: E la indurrai a ripartirsene subito?
Fulvia: Vedremo, vedremo.
Silvio: No, no – non la voglio – non la voglio per casa!
Deve ripartirsene!
Fulvia: E se potesse giovare?
Silvio: Ma che vuoi che giovi quella lì!
Silvio esce per il secondo uscio a destra.
Fulvia (sola – dopo una pausa – assorta): Zia
Ernestina... – la credevo morta...
Rientra Betta dalla comune, reggendo a fatica due grosse valige
della zia Ernestina una di qua, una di là a contrappeso.
Betta: Pésano... pésano...
Fulvia: Sono della zia... (si corregge subito)
della signorina Galiffi?
Betta: E ha portato anche un baule!
Fulvia: Ah – è dunque venuta per restare?
Betta: Almeno dalla roba che porta... – Su, in
foresteria, è vero?
Fulvia: Sì, sì – per ora...
Betta via, con le valige, per il secondo uscio a destra.
Poco
dopo da quest’uscio entra, tutta imbarazzata e titubante come
una vecchia pollastra scappata dalla stia, la zia Ernestina.
Zia Ernestina: Permesso?
Fulvia (recandosi a chiuder l’uscio da cui zia
Ernestina è entrata, decisa a pigliarsela un po’ a godere prima
di svelarsi): Venga, venga – s’accomodi. Livia è già andata?
Doveva essere in ritardo...
Zia Ernestina (su le spine): Sì... – col padre.
Fulvia: S’accomodi, s’accomodi.
Zia Ernestina: Grazie. – In chiesa...
Fulvia: Come dice?
Zia Ernestina: Dico che è andata in chiesa, col padre.
Fulvia: Sì sì, per le messe. Forse anche lei avrebbe
desiderato andarci – perché saprà che oggi –
piano, pigiando, con uno sguardo d’intelligenza:
– per la figlia – è l’anniversario.
Zia Ernestina: Ah – la signora sa, dunque?
Fulvia: Come vuole che non sappia, scusi!
Zia Ernestina: Ma io non so nulla, invece! – Dev’esser
morta da poco, è vero? la mia povera nipote.
Fulvia (la guarda, forzandosi a dissimulare lo stupore
che la agghiaccia; poi dice): Eh, non da poco veramente...
Zia Ernestina: Manco di qua da sei anni circa. Ero
l’unica parente.
Mi si poteva avvertire... – Ma com’è morta?
com’è morta? la signora lo sa?
Fulvia (tentenna il capo, poi dice): Sì, lo so.
Zia Ernestina: Male?
Fulvia: Eh, male, sì!
Pausa – poi:
L’hanno uccisa.
Zia Ernestina (con un balzo): Uccisa? Come! Chi
l’ha uccisa?
Fulvia: Zitta, per carità!
Con aria misteriosa:
Non se n’è saputo nulla.
Zia Ernestina: Uccisa!... Ma come? dove? Neanche i
giornali ne parlarono!
Fulvia: Ma... sa!... di certi delitti non si parla sui
giornali.
Piano, guardandola di nuovo con aria misteriosa, come per
rassicurarla, in confidenza:
Stia tranquilla!
Zia Ernestina (intontita): Io?
Poi, più che mai smarrita:
E come l’ha saputo lei? Da suo marito?
Fulvia (fa cenno di sì, con truce cipiglio, poi, di
nuovo, piano, in confidenza): Mi ha confidato tutto.
Zia Ernestina (trasecolata): Lui? Oh Dio! Che cosa?
Fulvia (c.s.): Non tema! non tema! lo so tacere...
E le posa, come a giurarlo, una mano sulle mani.
Zia Ernestina (c.s.): Le giuro che io non so nulla,
signora! Oh Dio! Ma che c’entri dunque lui?
Badi che io sono la
zia di lei!
Fulvia: Ma che zia! Mi faccia il piacere. Non seguiti a
far la parte con me! Le dico che so tutto, scusi!
Zia Ernestina (c.s.): Io? La parte? Che parte?
Fulvia: Ma se lei è la complice!
Zia Ernestina: Io? La complice?
Fulvia: Lei! Lei!
Zia Ernestina: Che dice? Io? Complice di che?
Fulvia: Come, di che? Dell’uccisione!
Zia Ernestina: Io?
Fulvia (non resistendo più alla vista del trasecolato
terrore della vecchia, scoppia a ridere come una matta): Ah!
ah! ah! ah!
E subito facendolesi vicinissima, scostandosi i capelli dalle
tempie e dalla fronte e tenendosi il volto come per
presentarglielo: Ma dici davvero, zia Emestina? Ma guardami bene! Non mi
riconosci?
Zia Ernestina (come basita, tirandosi indietro col
busto e parando le mani): Che?... Che?:..
Fulvia: Sono io! Non mi riconosci davvero?
Zia Ernestina: Fulvia? Tu?
Fulvia: Zitta! Ora sono Francesca!
Zia Ernestina: Ma come?
Fulvia: Eh! come... Te l’ho detto come!
Zia Ernestina: Oh Dio... Mi pare d’impazzire!... Tu?...
Qua di nuovo?
Fulvia (nega vivacemente col dito): Francesca,
Francesca.
Zia Ernestina: Come!... Fulvia...
Fulvia (c.s. e poi sillabando): Fran–ce–sca.
Zia Ernestina: Impazzisco davvero.
Fulvia (subito, abbracciandola): Povera zia
Emestina, no! Ma è proprio vero, sai, proprio vero: la complice!
Me l’ha detto lui!
Zia Ernestina: No... no... Ti giuro che io...
Fulvia: Scusa, e per chi allora è andata a pregare Livia
in chiesa?
Zia Ernestina (cominciando a smarrirsi di nuovo):
Già... io...
Fulvia: Vedi? Ti sei anche tu vestita di nero! Più
complice di così?
Zia Ernestina: Ma perché ho creduto davvero che ora tu...
Fulvia: E sì: difatti: eccomi qua: la signora Francesca
Gelli!
Zia Ernestina: Lasciati vedere... Sai, che non ci vedo
quasi più!
Fulvia: Effetto della tintura, zia!
Accenna ai capelli tinti della vecchia.
Deleteria, deleteria per la vista... Guardatene! Anch’io, vedi?
Mostra i suoi.
E me l’hanno detto. Si può anche accecare.
Zia Ernestina: Ma no, è l’età! Ecco, anche per codesti
capelli non ti riconoscevo...
Fulvia: Scusa, scusa, e la voce?
Zia Ernestina: Dopo tredici anni, che vuoi! E sono anche
un po’ sorda.
Poi con la certezza che... (non sia mai, figliuola
mia!)
Ma dimmi, dimmi com’è stato? Vi siete riconciliati, eh? e avete
dovuto fare per la figlia quest’altra finzione..
Fulvia: Sì, almeno credevo...
Zia Ernestina: Ah, s’è saputo? Ma Livia, no, Livia
crede...
Fulvia: Lo credono tutti, per questo!
Zia Ernestina: E allora?
Fulvia: Mah, il guajo è che ho finito per crederlo
anch’io, come la Betta.
Zia Ernestina: Che? Oh Dio, non ricominciare!
Fulvia: No no. Mi sono abituata ormai.
Devi crederlo
anche tu, zia; ma proprio crederlo come... che so! come puoi
credere a te stessa.
Zia Ernestina: Ah, si sa! Dici per Livia? per la gente?
Fulvia: No, per te, per te. Dico proprio per te! Per te
come zia di lei!
Zia Ernestina: Di Livia?
Fulvia: No! Di quella che fu tua nipote!
Con stranezza:
Bella nipote, te ne puoi vantare!
Pausa.
Lo facesti per danaro; ma t’assicuro io, che avresti potuto
provarne onta per davvero!
Zia Ernestina (sbalordita): Come?
Fulvia: Pessima! Pessima! Una vitaccia!
Staccando, nel veder la faccia della zia Ernestina:
Vorresti forse difenderla dopo che ... ?
Zia Ernestina (c.s.): Ma scusa, non parli di te?
Fulvia: No, cara zia! Ti dico che io sono la signora
Francesca Gelli, e non puoi sapere con quale e quanta voluttà
rovescio tutte le infamie che so addosso a quella tua nipote
Fulvia, che qua, lo vedi? innalzata alle glorie del paradiso, si
va a pregare in chiesa – tutti – anche la serva!
Con scatto di gioja quasi frenetica:
Sono madre di nuovo io, sai?
Zia Ernestina: Madre?
Fulvia: Madre, madre – come prima! – quella di prima!
quella che lei non conobbe!
Allude alla figlia.
Ah, zia Emestina – credi, credi – è una vera rinascita per me!
Capisci che mi risento madre come allora – in attesa – prima
ch’ella mi nascesse? Così, così!
E mi sento io, qua, io sola –
per quello che sono ora, viva come prima – la vera santa – io,
per tutto il martirio che ho sofferto, prima e dopo, – questi
quattro mesi qua, con lei... – ah, che cosa, se sapessi! – Dio
Dio, che cosa!... che cosa!
Zia Ernestina: Me l’immagino, me l’immagino... Ma te l’ha
dato senza saperlo, quella poverina...
Fulvia: Senza saperlo, ma con che ferocia! Fredda, sai?
oh, mansa! Il vero livore!
All’improvviso, si turba profondamente; si alza, stringendosi
forte una mano sugli occhi.
Oh Dio, basta che non mi fissi!
Zia Ernestina (sorpresa da questo moto improvviso):
Che cosa?
Fulvia: Niente. Una cosa che ho detto poco fa a suo
padre. Bisogna che me la scacci dalla mente.
Forzandosi a rientrare nella coscienza abituale:
Credi che ho fatto di tutto, zia, non per farmi amare... non per
me, ma perché lei... non so, sentisse – ecco – sentisse che
io... – non te lo so dire! – Anche i suoi dispetti, certe volte,
mi son parsi carini... mi han fatto sorridere entro di me. Ma se
n’è accorta. E a vederla cangiare in viso, allora!
Un martirio,
ti dico. L’ho potuto sopportare, perché sono così di nuovo,
credi, com’ero per lei a diciott’anni.
Staccando come per un’idea che le sorge improvvisa:
A proposito! Mi dovresti fare un favore, zia Emestina.
Son
sicura che lei si presterà.
Zia Ernestina: Un favore? Io?
Fulvia: Sì. Dovresti indurla, proprio per farmi un
dispetto, dicendoglielo, a comparirmi davanti, uno di questi
giorni, all’improvviso, con quel mio abito di velo a roselline,
ch’ella conserva.
Zia Ernestina: Ma no! Che ti viene in mente?
Fulvia: Sì, sì, zia! Mi farebbe tanto piacere, rivedermi
in lei, per un momento, com’ero all’età sua!
Zia Ernestina: Ma che idea, no!
Fulvia: È vero che mi somiglia poco...
Zia Ernestina: E come vuoi che lo faccia! Non lo farebbe
mai!
Fulvia: Per non profanar quella veste davanti ai miei
occhi? Forse hai ragione.
Zia Ernestina: E poi, io – ma figurati! – Sai che mi
troverò in un bell’impiccio, io, ora?
Fulvia: Oh! Non arrischiarti a lasciare trapelar nulla!
Silvio è costernatissimo... Non m’ha raccomandato altro.
Vuole
che te ne vada via subito, anzi.
Zia Ernestina: Ah, come? Così subito?
Fulvia: Povera zia Ernestina, venuta per angariare
l’intrusa, d’accordo con la nipotina!
Zia Ernestina: Ma no! Che dici?
Fulvia: Non t’ha chiamato lei? di’ la verità!
Zia Ernestina: No, ti giuro! Ero venuta soltanto per
sapere...
Fulvia: Scusa, e il baule?
Ride.
Zia Ernestina (presa in trappola): Già... l’ho
portato... Ma non potevo immaginare...
Fulvia: Non fa nulla; non fa nulla. E per me, anzi,
ora...
Ma bisognerebbe che tu sapessi fingere – ma proprio bene
– senza mai tradirti...
Zia Ernestina: Dio mio... sarà difficile...
Fulvia: L’hai fatto per tanti anni!
Zia Ernestina: Già, ma non con te davanti!
Fulvia: Ecco: tu pensa sempre a ciò che fu tua nipote!
Zia Ernestina: No! Dio liberi!
Fulvia: Perché?
Zia Ernestina: Non ci ho mai pensato, trattando con
Livia!
Fulvia: Appunto. Pensaci ora!
Zia Ernestina (con orrore): Trattando con te? Oh!
Fulvia: Non essere sciocca! Io non sono tua nipote! Ma
vedrai che Livia mi tratta come quella.
Glielo leggo negli
occhi, sospetta di me, chi sa che orrori!
Zia Ernestina: Ma no, un’innocente!
Fulvia: L’odio le fa da diavolo! Quello dell’albero, sai?
Zia Ernestina: Che albero?
Fulvia: La storia sacra, zia Ernestina! L’albero della
conoscenza... il serpente...
Zia Ernestina (senza comprendere): Ah... già...
Poi:
E tuo marito? Tuo marito?
Fulvia: Che cosa?
Zia Ernestina: Com’è ora con te?
Fulvia (si turba, la guarda, esita a rispondere: poi,
accigliandosi): Mi stomaca.
Zia Ernestina: Ma sai che è divenuto ... ?
Fulvia: Lo so, lo so, che cosa è divenuto! Me, però,
capisci? mi vuole come quella ancora ...!
A quattr’occhi,
capisci? vorrebbe che quella santa, rediviva e istruita, tutta
la sua probità...
Fa un gesto ambiguo con le mani.
Zia Ernestina (pudibonda, ma con viva curiosità):
Non capisco...
Fulvia (con nausea): Ma sì, gliela sconquassasse;
per poi la mattina dopo, raggiustarsela addosso, tutta ancora un
po’ rabbuffata, davanti alla figlia. È ancora quello di prima,
sai?
Ma allora, almeno, non aveva cinquant’anni e non faceva il
probo per professione, e io non capivo, come capisco adesso!
Scusami, scusami, zia Emestina: non devi capire neanche tu!
Zia Ernestina (scottata nel suo pudore, torna, come se
nulla fosse, al primo discorso): Ecco: io ti dovrei guardare,
dovrei averti davanti il meno possibile...
Fulvia: Dici, per non tradirti?
Zia Ernestina: Già... Ma scusa, non si potrebbe, a poco a
poco...
Fulvia: No! Impossibile! Non te lo sto dicendo? E poi,
questi tredici anni ci sono stati davvero!
E questo suo livore
d’ora... Sarebbe terribile per lei... Guai! Ne sono così
convinta che non ci penso neanche più... e
subito staccando, imperiosamente e piano:
Zitta!
Rientra dalla comune Betta.
Betta: Signora, c’è il professore: il signor Cesarino.
Fulvia: Oh Dio, Livia oggi non prende certo la lezione!
Bisognava farglielo sapere, senza farlo venire fin qua...
Betta: Già. Ma la signora sa che vengono anche per...
fa cenno con la mano: «per mangiare».
Fulvia: Ah, c’è anche la signora Barberina?
Betta: Sissignora. Stanno tutt’e due a scuotersi di là
tutta la polvere d’addosso, sudatissimi.
Fulvia: Fateli entrare, poverini.
Betta via.
Fulvia (piano, accostandosi): Attenta ora, mi raccomando,
zia Ernestina!
Entrano il signor Cesarino e la signora Barberina.
Due tipi
buffi: quello, fino fino, calvo, ma pure con molti capelli
tutt’intorno al cranio e sugli orecchi, candidissimi e rigonfi.
È paonazzo dal gran sole che ha preso, venendo a piedi.
Perduto
in un abbondantissimo abito nuovo di seta cruda evidentemente
tagliato e cucito dalla saggia moglie, ha ripiegato da piedi non
solo i calzoni, ma anche sui polsi, più d’una volta, le maniche,
anche per il caldo, che gli fa tenere un gran fazzoletto,
bagnato di sudore, in mano.
La signora Barberina, atticciata e
balorda, sempre in apprensione per la svolazzante vivacità del
marito, veste un abito chiaro, d’una chiarezza che strilla sulla
sordità pesante della sua bruna carnagione pacifica, e ha un
vistoso cappellino di paglia a sghimbescio, che le sta proprio
un amore.
Signora Barberina (dalla comune): Permesso?
Fulvia: Avanti, avanti, signora Barberina.
Signora Barberina: Riverisco, signora.
Signor Cesarino (inchinandosi, sbracciandosi):
Signora gentilissima...
Fulvia (facendo le presentazioni): Mi permettano.
Il signor Cesarino Rota, maestro di musica di Livia, e la
signora Barberina, sua moglie. – La signorina Galiffi – prozia
di Livia.
Inchini da una parte e dall’altra.
Fulvia:
Si accomodino, prego.
Signor Cesarino: Che caldo! che caldo! signora mia... Qua
è una delizia! – La polvere!
Signora Barberina (notando con orrore e facendo notare
al marito, che è entrato in sala con le maniche e coi calzoni
ancora rimboccati): Ma Cesarino!
Signor Cesarino (non comprendendo): Che cosa?
Signora Barberina: Dio mio, ma si entra così?
Signor Cesarino: (subito, riparando, a cominciar dai
calzoni): Ah, già... Mi perdonino!
Se non che, svolgendo la rimboccatura del primo calzone, un
mucchietto di polvere cade sul tappeto.
Signor Cesarino:
Oh, guarda quanta terra...
Signora Barberina: Ma va’ di là, santo Dio!
Signor Cesarino (subito, alzandosi e dirigendosi verso
la comune): Sì, ecco... Mi permettano, mi permettano...
Esce per rientrare poco dopo.
Signora Barberina: Scusi tanto, signora!
Fulvia: Ma no, non è niente.
Signora Barberina: È così mai distratto! Non se ne
possono fare un’idea!
Fulvia: Eh, artista!
Signora Barberina: Per lo stradone, poi, veramente...
Fulvia: Ecco, mi dispiace tanto, che...
Signor Cesarino (rientrando): Ah, eccomi qua...
E subito ripigliando istintivamente a rimboccarsi le maniche:
E la mia allieva? la mia allieva?
Fulvia: Dicevo appunto questo, signor Cesarino. Mi
dispiace che Livia...
Signor Cesarino: Non sta forse bene?
Fulvia: No. È andata in chiesa col padre...
Signor Cesarino (preoccupatissimo, per la sua qualità
d’organista): E che cos’è oggi? Che funzioni? – Dio mio,
Barberina!
Fulvia: Ma no, stia tranquillo! È una funzione privata.
Oggi è –
rivolgendosi alla zia Ernestina:
dica lei, signorina: il dodicesimo o il tredicesimo?
Zia Ernestina (sbalordita, cadendo dalle nuvole):
Io? Che cosa? Non saprei!
Fulvia: Dico l’anniversario...
Signor Cesarino (subito, sovvenendosi): Ah, della
morte?
Signora Barberina (c. s. compuntissima): Della sua
mamma, già!
Fulvia (indicando, con compunzione anche lei, la zia
Ernestina): Nipote appunto della signorina...
Zia Ernestina (vivamente, come per ripigliarsi dallo
sbalordimento): Già... già... sì – oggi, – l’anniversario.
Fulvia: Il tredicesimo – è vero?
Zia Ernestina: Sì sì, – il tredicesimo... il
tredicesimo...
Signor Cesarino: Oh guarda... guarda...
Signora Barberina: Noi non sapevamo... Domandiamo scusa,
allora. Non saremmo venuti...
Fulvia: Già: non s’è pensato ad avvertirli.
Signora Barberina: Quanto mi dispiace!
Accennando a levarsi:
Ma allora...
Fulvia (subito): No no – possono trattenersi.
Alla zia Ernestina:
Non credo, signorina, è vero, che Livia... – Oh, per sonare,
certo oggi non sonerà ...
Signor Cesarino: Ma via! dopo tredici anni!
Signora Barberina (strillando): Cesarino! – ma non
senti che c’è qua ...?
Indica la zia Ernestina, che non sa più che viso fare.
Signor Cesarino: Ah, pardon, pardon!
Signora Barberina: Veste ancora di nero, non vedi?
Fulvia: Sì, perché la amava proprio come una figliuola.
Signor Cesarino: Eh, si vede... si vede... È venuta ora a
trovare qua la sua nipotina, eh?
Zia Ernestina: Già... sì!... son venuta...
Signor Cesarino: Proprio per questa triste ricorrenza?
Zia Ernestina (non sapendo che rispondere): Già...
sì....
Signora Barberina: Ah, ma dunque sarà meglio che noi...
Fulvia: No, ecco – volevo dir questo.
Non credo che Livia
potrà aver dispiacere che rimangano a tavola, come al solito, il
suo professore e la signora.
Tanto più che doveva pensar lei ad
avvertirli di non venire. – Ma capiranno: c’è qua la zia... –
Dica, dica lei, signorina!
Zia Ernestina (c.s.): Che?... che debbo dire?
Fulvia: Nessuno meglio di lei è in grado d’interpretar
l’animo della figliuola ...
Zia Ernestina (impappinandosi e riprendendosi a stento):
Già... ma... capirai ... capirà... sono... sono ospite anch’io
qua... di... di lei...
Fulvia: Ah, bene!
E allora io, per conto mio, non
permetterò che il professore e la signora se ne ritornino
indietro, di mezzogiorno, con questo sole...
Signor Cesarino: Già il tocco! già il tocco!
Fulvia: Ah sì? E allora a momenti saranno qua...
Signor Cesarino: Di volo... con l’automobile... che
bellezza! – Le assicuro, signora mia, che noi due, a ritornare a
piedi adesso, si morirebbe...
Fulvia (alzandosi): No no. – Vadano, vadano a
mettersi in comodità. –
Si alzano tutti.
Fulvia:
Possono andar di là al solito.
Indica il primo uscio a destra.
Signora Barberina: Grazie... mi leverò allora, con
permesso, il cappello...
Signor Cesarino: E io vorrei, con licenza della
signora... Ecco, oggi dovevo anche accomodare il pianoforte...
Signora Barberina: Ma no, Cesarino! Non hai inteso che
oggi non si suona?
Signor Ceasarino: Accordare non è sonare!
Fulvia: La farà poi, se mai, signor Cesarino: dopo tavola
...
Signor Ceasarino: Ah, bene bene... E allora, ci
permettano ... Andiamo a rinfrescarci un po’!
Signora Barberina: Con permesso...
S’inchina.
Escono per il primo uscio a destra, marito e moglie.
Zia Ernestina (a precipizio, con aria da spiritata):
Ah, no no no no no! Me ne vado, me ne vado! – Non ci resisto!
Fulvia (sorridendo): Eh, vedo anch’io, zia
Emestina...
Zia Ernestina: Ma che! – Non ci resisto! Ora stesso me ne
vado!
Si ode a questo punto la voce di Betta dalla comune.
Voce di Betta (che annunzia): Eccoli di ritorno!
Zia Ernestina: Vado su! vado su! Vado a prepararmi! Via!
via! via!
Esce di furia per il secondo uscio a destra.
Quasi
contemporaneamente entra dalla comune Silvio Gelli.
Silvio (con ansia, alludendo alla partenza di zia
Ernestina): Ebbene?
Fulvia (guarda verso la comune, poi domanda):
Livia?
Silvio: È entrata di là. Sarà su. – Che hai fatto?
Fulvia: Se ne va; se ne va via da sé...
Silvio: Oggi stesso?
Fulvia: Oggi... non so, domani... – Ha riconosciuto lei
stessa l’impossibilità di rimanere.
Silvio: Ah, bene! Ma non vorrei che oggi, a tavola...
Fulvia: C’è, per fortuna, il maestro con la signora.
Silvio: Sono di là?
Indica il primo uscio a destra.
Fulvia: Sì, vai vai. Fa’ presto. A momenti saremo a
tavola.
Silvio, via per il primo uscio a destra.
Poco dopo, dal
secondo, entra Livia che si dirige risolutamente, con fosco
cipiglio, verso Fulvia.
Livia: Hai detto tu a zia Emestina d’andarsene?
Fulvia (addolorata di vedersela davanti così, le risponde
con grande dolcezza): No, cara. Non io...
Livia: E chi dunque la fa partire appena arrivata?
Fulvia: Non so, nessuno... – Lei stessa.
Livia: Lei stessa non può essere!
Fulvia: Eppure torno a dirti che è lei...
Livia: Ma se – arrivando questa mattina – mi disse ch’era
venuta per rimanere qua a lungo con me!
Fulvia: Lo so anch’io. M’hanno detto che ha portato con
sé anche un baule...
Livia: Dunque, vedi...
Fulvia: Io t’assicuro, Livia, che per conto mio non avrei
avuto nulla in contrario.
Dissi anzi a tuo padre che avrei avuto
piacere ch’ella rimanesse.
Livia: Ah, dunque è lui?
Fiera, dura, guardandola negli occhi:
Perché?
Fulvia: Non per me, credi, Livia. – Lo so, tu devi
sospettare così.
Livia: Sospettare... E così chiaro, mi sembra!
Fulvia: No, scusa. Perché allora ti dico che potresti
ricordare che già un’altra volta – senza che ci fossi io – egli
non la volle più in casa e la mandò via. Me l’ha detto lui – se
è vero...
Livia: Allora, sì! È vero. – Ma il caso, ora, sarebbe
diverso.
Fulvia (sempre con accorata e più intensa dolcezza):
Perché ora ci sono io – tu dici.
E l’ho detto anch’io, difatti,
a tuo padre. Gli ho fatto notare appunto, che tu ne avresti
incolpato me.
Livia: Non ostante questo, però, – per incarico di lui –
tu l’hai licenziata.
Fulvia: Ma non l’ho licenziata io! Né altri! – Che vuoi
che ti dica?
Se ha deciso d’andarsene, così da un momento
all’altro, sarà perché... non so, dopo aver parlato con me qua,
avrà concepito forse... avversione, antipatia. – È il mio
destino, qua, per quanto io faccia di tutto... – E tu se potessi
essere un po’ giusta verso di me, dovresti riconoscerlo.
Credi,
sono stata con lei affabilissima. Ma mi hanno detto che è stata
sempre un po’ bisbetica e fastidiosa...
Livia: Io le voglio bene!
Fulvia: Me l’immagino. E credi che l’ho trattata
affabilmente anche per questo.
Io non so... abbiamo finanche
riso insieme.
Non so proprio di che cosa si sia potuta avere a
male...
Tentando di volgere in riso, affettuosamente, il discorso,
appigliandosi a ciò che ha di comico la figura della zia
Ernestina:
Ma forse... – sai perché?
Si china un po’ verso lei sorridendo, per mostrarle il capo,
e sollevando con una mano una ciocca de’ suoi capelli, aggiunge:
Questi capelli...
Livia: Che vuoi dire?
Fulvia: È tinta anche lei, lo sai. Me li ha guardati con
un viso così arcigno...
Teme forse che la sua tintura debba
sfigurare troppo accanto alla mia.
Tu non puoi comprendere
ancora certe debolezze...
Livia (dura, recisa): Ah, certo! Meglio che non le
comprenda!
Fulvia (avvertendo che lo sdegno di lei si riferisce
solo ai suoi capelli tinti e non a quelli della vecchia):
Eppure... eppure io seguito a tingermeli per te, sai?
Livia (con nausea): Per me?
Fulvia: Per te, sì. – E per consiglio di tuo padre.
Livia: Non capisco.
Fulvia: Non capisci, lo so.
Ma immagina che io abbia
naturalmente, sotto questa tintura, i capelli dello stesso
colore dei tuoi – ma proprio tali e quali!
Livia: Ebbene?
Fulvia: Potresti pensare che il colore a codesti tuoi ti
sia potuto venire da quelli di tua madre...
Livia (ponendosi ambo le mani sul capo, come a
riparare i capelli di sua madre, e dice, scostandosi): Sì, lo
so!
Fulvia: Te l’ha detto tuo padre? Ed ecco perché mi
consiglia di seguitare a tingermi i miei.
E io lo faccio: mentre
non vorrei più, ti giuro.
Con un desiderio angoscioso, improvviso che la intenerisce,
al ricordo di se stessa giovine come è ora la figlia:
– Ti guardo codesti ricciolini teneri sulla nuca...
Mi verrebbe
voglia di prenderli con due dita e allungarteli pian piano...
senza farti male...
Livia ha un moto istintivo di ribrezzo.
Fulvia (lo nota, ma quasi per pietà di se stessa dice
con un sorriso indefinibile): Tu provi il solletico solo a
sentirtelo dire.
Livia (c.s. con uno scatto irrefrenabile): No!
Fulvia: È ribrezzo delle mie dita? – Hai ragione.
Anch’io
penso che così forse, quand’eri piccina, te li carezzava tua
madre...
Livia si nasconde la faccia e scoppia in pianto.
Sopravviene
dal primo uscio a destra Silvio che, evidentemente, stava alle
vedette.
Silvio: Livia, che cos’è?
Fulvia (subito): Niente! niente! Piange per la
partenza della zia. Bisogna assolutamente che tu la faccia
restare.
Silvio: Masi, si vedrà...
Fulvia: No, deve, deve restare, deve restare!
Silvio: Va bene; resterà. Ma Livia sa bene (le si accosta per abbracciarla)
che non merita questo suo pianto...
Livia (aggrappandosi al padre, in una convulsione
d’odio e di ribrezzo): Non piango per questo! non piango per
questo!
Silvio (con Livia sul petto, guardando severamente
Fulvia): E allora?
Fulvia (apre desolatamente le braccia, guardando come
da lontano): Io non so...
Entra, dopo una breve pausa, Betta dal primo uscio a destra,
fermandosi sulla sqglia.
Betta: E pronto, signora!
E si ritira.
Silvio: Su, su, Livia! Basta. Andiamo ... C’è gente di
là... Non è bene che sen tano...
Livia (riprendendosi): Sì... sì...
Silvio: Asciughiamo codeste lagrime ...
S’avvia, con Livia abbracciata; poi sollevando il capo verso
Fulvia:
Andiamo...
Fulvia (riaprendo le braccia e sospirando): Andiamo.
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COME PRIMA, MEGLIO DI PRIMA - ATTO TERZO |

La stessa scena del secondo atto.
Sei mesi dopo: di febbrajo,
verso sera.
Sono in iscena Livia e la zia Emestina. Non sono più vestite
di nero né l’una né l’altra.
Livia è irrequieta, smaniosa. Sta
seduta presso un tavolinetto, su cui stanno libri, riviste. Ne
prende in mano qualcuno; lo sfoglia; lo butta.
La zia Ernestina
è in piedi e va di qua, di là, per riscaldarsi.
La luce del
giorno manca a poco a poco.
Zia Ernestina: Pareva dovessero arrivare col buon tempo;
ho paura invece che stia per guastarsi di nuovo. –
Pausa.
Zia Ernestina:
Brrr... fa un freddo qua... –
Pausa.
Zia Ernestina:
Non ne senti tu?
Livia (buttando via una rivista, risponde
sgarbatamente): No.
Zia Ernestina: Eh, beata te!
Pausa. – Si stropiccia le mani.
Zia Ernestina:
Febbrajo, febbrajo... – Viaggiare con questo gelo, con una
bambina appena nata... –
Pausa.
Zia Ernestina:
Ma di’, si può sapere dov’è andata Betta?
Livia: Non lo so.
Zia Ernestina: Sono più di quattr’ore che è di fuori. –
Mi pare che si dovrebbe pure preparare qualche cosa per
l’arrivo.
Non c’è preparato niente!
Livia (alzandosi indignata): È preparato tutto!
Poi, dopo una pausa:
Potresti capire che m’indigna codesta tua premura!
Zia Ernestina (con un sorriso di smorfiosa
mansuetudine): No, sai com’è? Penso che gioja fu, quando tu
nascesti...
Livia: E che c’entro io?
Zia Ernestina: Dopo tutto, è una tua sorellina...
Livia (con scatto irresistibile): Stupida!
Lunghissima pausa.
Livia, tutta vibrante, scaraventa sul
tavolino un libro, che aveva preso in mano, dopo la rivista.
Si
volge più d’una volta verso la zia, come per dirle qualche cosa,
ma è troppo colma d’odio e di dispetto, e si trattiene.
Zia Ernestina (sospirando): Eh! – saranno guai!
Livia: È incredibile!
Ma come puoi tu, tu, ricordar la
mia nascita, la gioja che ne ebbe mia madre? – È incredibile!
incredibile!
Zia Ernestina: È un’altra vita che comincia... E ce n’è
tanto bisogno qua!
Livia: Io aspetto ancora di sapere una cosa; e poi te la
lascio qua – a te che hai fatto lega – codesta vita che
comincia!
Zia Ernestina: Aspetti? Che aspetti?
Livia: Lo so io!
Zia Ernestina: Che gusto anche tu, adesso, a far la
misteriosa! – Che intendi dire che me la lasci qua? – Te ne
vorresti
andare?
Livia (infastidita): Oh, basta, zia Emestina. – Non
voglio parlare con te.
Zia Ernestina (dopo una pausa): Hai tuo padre, del
resto, qua, che ti vuol tanto bene, e che ha tanti riguardi...
Livia (con violenza rabbiosa): Basta, ti dico! –
Non capisci che non posso sentirti dire così?
Zia Ernestina: Non parlo più.
Dopo una lunga pausa però, non sapendo resistere, ripiglia:
Ma certe idee, pure, dovresti levartele dal capo...
Altra pausa.
Zia Ernestina:
Perché son prevenzioni, credi, prevenzioni...
Livia (sbuffando): Oh Dio, ancora!
Zia Ernestina (rinzelandosi): Dici che ho fatto
lega! – Ero venuta qua per te!
Livia: Per difendermi, già!
Zia Ernestina: Per difenderti! per difenderti!
Livia: E ora difendi lei!
Zia Ernestina: Ma non la difendo! – Sono giusta. – Vedo
che sei tu! Non vuoi disarmare!
Livia (con scatto subitaneo, aggressiva): Ma lo sai
tu veramente che donna ha portato in casa mio padre?
Zia Ernestina (sbalordita): Che... che donna?
Livia: Aspetta! aspetta! – Spero di potertelo dire tra
poco!
Zia Ernestina (dopo una pausa di sbalordimento: in
tono di rimprovero contenuto): Ma che pensi! che cerchi! –
Statti quieta, figliuola mia; e credi che quella è una donna che
ha molto sofferto...
Livia: Sofferto. Si vede dai capelli.
Zia Ernestina: Credi... credi... – (Con un gesto
comico, pensando ai suoi capelli ritinti:): Che c’entrano i
capelli!
Livia: Intanto sappiamo come l’ha portata!
Zia Ernestina: Dio mio, l’aveva conosciuta...
Livia (a precipizio): Da prima ch’io nascessi;
l’aveva dimenticata; poi s’ammalò; fu chiamato; corse a
salvarla... –
S’interrompe a un tratto.
Aspetta, ti dico, che saprò dartene notizie più precise!
Zia Ernestina: Hai chiesto forse informazioni?
Livia: Tu non t’impicciare!
Zia Ernestina: C’è di mezzo il signor parroco?
Livia: Si vedranno, allora, i riguardi che ha avuto per
me mio padre. – Già sta sempre come in agguato, con la paura che
lo fa guardare continuamente davanti e dietro. – E io lo so, lo
so di che teme!
Zia Ernestina: Tu non sai niente! Sta in apprensione per
te!
Livia: Ch’io venga a sapere, sì! – In due mesi ch’è
fuori, è tornato otto volte ...
Zia Ernestina: Per rivederti, e stare un giorno con te!
Livia: No, no! Per altro! – E non fa più nulla! – È una
pietà, un avvilimento ... per non dire un’altra cosa: a
cinquant’anni, vederlo così, perduto dietro una donna come
quella. – Perché non la sposò prima, se è vero che la conosceva
da tanto tempo?
Zia Ernestina: Perché forse prima non poteva. Oh bella!
Livia: Non era mica maritata, lei. Lui era vedovo...
Perché non poteva?
Zia Ernestina: E che ne sai tu che – potendolo – non lo
faceva, per esempio, per te?
Livia: Per me? – Per me, no! Per me sarebbe stato meglio
che l’avesse fatto prima, quand’ancora non capivo.
Zia Ernestina: E sarà stato allora per altro! Non
cercare!
Livia: Dici per mia madre? No! Perché ciò che anzi mi
sdegna sopratutto è che questo suo amore si vede così chiaro che
lo riporta alla sua gioventù, proprio ai tempi di mia madre –
come un’irriverenza tanto più cruda alla memoria di lei.
Mi pare
quasi che la tradisca ora: mi fa questa impressione; come se mia
madre, dopo tredici anni, ritornasse, per questo loro amore
postumo, viva e giovane per soffrirne! – Per questo, per questo
la odio tanto più, questa donna, quanto più la vedo, che mi
vorrebbe esser materna.
Mi fa schifo, orrore, come se,
parlandomi, guardandomi, facesse ogni volta un tradimento a mia
madre.
Zia Ernestina: Ma che dici? che vai fameticando?
O vedete
un po’ che pensieri in una testa di bambina, Signore Iddio! – È
peccato, pensare certe cose!
Livia: Sì, sì – e quando vedrai quello che farò...
Zia Ernestina: Ah senti: meno male che tuo padre ritorna
stasera!
Livia: Portandomi la sorellina!
Zia Ernestina: Me ne volevo andare.
Mi pento di non
averlo fatto! – Ma ora, subito, appena ritornano... – Che! che!
... Io sono pacifica!
Livia: Come! Avrai la vita che comincia ...
Zia Ernestina: Ma io lo dicevo per te! – Che vuoi che
cominci per me! Sono vecchia. – Fastidii!
Livia: Eh sí! – Comincerà anche per me, la vita...
Zia Ernestina (scrollandosi): Oh infine! Te la vedi
tu! –
Altra lunga pausa.
Si reca a guardare dalla veranda nel
giardino.
Zia Ernestina:
Ma guarda! Il cancello del giardino, di nuovo aperto!
Livia: L’avrà lasciato così il giardiniere. Sarà qui
vicino.
Zia Ernestina: Già, ma è sera, a momenti... E con questo
tempo! Non c’è neanche Betta in casa... – Io ho paura.
Livia: Dici per quel signore dell’altra volta?
Zia Ernestina: Proprio lì era – davanti al cancello – ti
ricordi?
Livia: Che spiava – sì. Ma com’è che tu non lo conoscevi?
Zia Ernestina: Io? – Ma che! – Come?
Livia: Se ti disse che aveva conosciuto la mamma!
Zia Ernestina: Ma che! deve aver sbagliato! – Tu eri
affacciata su alla finestra.
Voleva far sapere che conosceva la
signora e disse la mamma, indicando te su.
Livia: Dunque tu credi proprio che parlasse di questa
signora?
Zia Ernestina (impressionata): Ah, che forse le tue
ricerche ... ?
Livia: No, no. Non ci pensavo più, se tu ora non me lo
ricordavi. Ma può essere anche lui una prova.
Uno che viene –
chi sa da dove – a cercarla...
Zia Ernestina: L’avrà veduta qualche volta!
Livia: Chi sa dove...
Zia Ernestina: Ma Livia! Smetti almeno davanti a me di
parlare così, perché a’ miei tempi le ragazze...
Livia: Eh via, cara zia! – Le ragazze? Davvero credi che
non capisca che razza di donna dev’essere stata quella? – Con
quel bel campione! Neanche un soprabito aveva... – Ti disse che
sarebbe ritornato?
Zia Ernestina: Che avrebbe aspettato il suo ritorno.
Livia: Dunque oggi!
Quasi tra sé:
Vorrei parlargli!
Zia Ernestina (dopo un momento di riflessione,
decidendosi): Senti: io vado a chiudere il cancello!
S’avvia.
Livia: No, zia. Lasci fuori il giardiniere?
Zia Ernestina: Avrà la chiave!
Scende dalla veranda nel giardino.
Livia resta assorta a
pensare.
Poco dopo, la zia Emestina rientra tutta abbrezzata dal
freddo.
Zia Ernestina (rientrando): Ah, proprio si gela
stasera!
Livia (dopo una pausa, ancora assorta): E non ti
sembra strano, che papà – risposando – abbia sentito il bisogno
di venirsene qui, dove – dopo sette anni – non conosciamo ancora
nessuno?
Zia Ernestina: Ah, questo sì! Ha scelto proprio un brutto
posto, te lo dico io! Così abbandonato, fuori mano...
Dirà questo, strofinandosi le braccia con le mani incrociate
sul petto, per il freddo.
A un tratto, sobbalzando a un tonfo
cupo improvviso, che viene dall’interno:
Oh Dio!
Livia: Che è stato?
Zia Ernestina: Non hai inteso di là?
Betta entra dalla comune, tutta infagottata, con un vecchio
cappello in capo.
Livia (ridendo): Ah, è Betta!
Betta (non comprendendo il perché dello spavento e
della risata): Che cosa?
Zia Ernestina: La porta... Che spavento! –
A Betta:
Freddo, eh?
Betta: E a momenti pioverà...
Zia Ernestina: Io sto morendo. Corro a prendermi su uno
scialletto.
Via per il secondo uscio a destra.
Subito Betta s’accosta a
Livia con aria misteriosa.
Betta (piano, gestendo vivamente con le mani): Chiaro come la luce del sole, sa! Non c’è più dubbio!
Livia (con viva ansia): Dite, dite!
Betta: Non poteva qua, non poteva senza scandalo!
Livia: È arrivata la risposta?
Betta: Eh altro! – Da due giorni... Voleva venir lui
stesso a comunicargliela. Ma, povero vecchio... Mi aspettava.
Livia: Ebbene? – Niente?
Betta: Niente! – Nessun bando in chiesa, né a Merate, né
a Lodi. Nessuna richiesta al municipio di stato libero!
Livia: E dunque?
Betta: Chiaro come la luce del sole, che matrimonio non
c’è stato. – Non è moglie! – Non sono sposati!
Livia: Ma è sicuro che l’atto di morte non poteva
bastare?
Betta: Sicurissimo! – Anche per i vedovi, signorina, c’è
bisogno dei bandi! – Scusi, in tredici anni, non avrebbe potuto
riammogliarsi, anche più di una volta? – Niente! Non sono
sposati! Ne può esser sicura.
Livia: Ma sì! Dev’esser così!
Betta: E così si spiega tutto, allora – perché sia andata
a mettere al mondo così lontano la figliuola!
Qua – dovendo
denunziare la nascita – lei capisce, si sarebbe scoperta la
magagna: che non è moglie; che quella è una bastardella
qualunque...
Ma lo sapremo subito, fra un pajo di giorni!
Livia: Non mi servirà più! – Mi basta questo!
Betta: Ma che eran modi da signora, quelli!
Livia (fissa in un pensiero odioso contro il padre): Ha potuto far questo.
Betta: Eh, le arti di queste donne! Si può esser
sant’uomini: se ci si casca...
Livia: Ma il pudore, almeno, di non mettermela accanto,
sotto lo stesso tetto! Farmela chiamar mamma!
Betta: Già – io non so...
Livia: Ah – ma ora!
Piano:
Zitta!
Rientra dal secondo uscio a destra la zia Ernestina con uno
scialletto di lana sulle spalle.
Zia Ernestina: Oh, dico, bisognerà far lume qua. – S’è
fatto bujo.
Livia (a Betta, di furia): Andiamo su, andiamo su,
Betta!
Livia e Betta escono per il secondo uscio a destra.
Zia Ernestina (sola, dopo averle seguite con gli occhi): Ma che hanno? Di dove ritorna quella pettegola? –
Sta a pensare col fiato trattenuto; poi, lasciandolo andare:
Ah, che storia! – Basta, accendiamo.
Si reca presso la comune a girar la
chiavetta della luce elettrica.
Nel frattempo Marco Mauri, già entrato nel
giardino quando la zia Ernestina è andata a chiudere il cancello, entra per la
veranda.
È molto invecchiato in un anno, ma con gli occhi più che mai vivi, di
quella tragica ilarità dei pazzi. È senza soprabito, e ancora con un vecchio
abito estivo.
Si tiene in fondo, in ombra, presso la veranda.
Mauri (appena la zia
Ernestina fa lume nella scena): – Permesso?
Zia Ernestina (con terrore,
voltandosi, ancora con la mano sulla chiavetta della luce): Oh Dio! Chi è?
Mauri: Io. Non si spaventi.
Zia Ernestina: Entrate così,
come un ladro? – Di dove siete entrato?
Mauri: Dal cancello, prima che
lei lo richiudesse.
Zia Ernestina: Vi tenevate
dunque in agguato?
Mauri: I ladri, signora, non
chiedono permesso, e non aspettano che si faccia lume per entrare.
Zia Ernestina: Ma chi siete?
Che volete, di nuovo qua?
Mauri: Le chiesi l’altra volta,
se si ricorda...
Zia Ernestina: Non sono
ritornati!
Mauri: Lei mi disse oggi.
Zia Ernestina: Ma non sono
ritomati! E non si sa, se e quando ritorneranno. Potete dunque andare!
Mauri: Non s’inquieti. Vuol
dire che aspetterò ancora. Tranne che lei non voglia indicarmi dove potrei
andare a trovarla subito... – E credo che sarebbe meglio, perché qua...
Zia Ernestina: Sono in viaggio!
sono in viaggio!
Squadrandolo, incuriosita, ma sempre
arcigna e sospettosa: Ma che avete da dirle? perché volete
aspettarla? – Il vostro nome?
Mauri: Inutile che lo lasci a
lei, il mio nome. Bisogna ch’io la veda e le parli.
Alludendo a Fulvia: Mi conosce, e anche il marito. Lei
forse è una parente?
Zia Ernestina: Sì, la zia.
Mauri (guardandola male): Di chi?
Zia Ernestina (evadendo,
messa in sospetto dalla domanda): La zia della... della... cioè, prozia,
veramente – della figliuola.
Mauri: Prozia paterna?
Zia Ernestina (senza più
riflettere; confusa): No – materna.
Mauri: E allora...
Ripigliandosi: Ma che! – Non può essere! Ne aveva
una sola!
Zia Ernestina (vinta dalla
curiosità – piano – ma pur senza disarmare): Io, io – sono io!
Mauri (la guarda con occhi
ilari, teneri, e dice piano, con gioja): La zia Emestina? Lei è dunque la zia Emestina? – Fulvia credeva che lei fosse morta!
Zia Ernestina: Piano – zitto –
per carità!
Mauri (più piano,
misteriosamente): Perché è morta lei, invece, qua?
Ma lo dice con gioja, e si mette un
dito sulla bocca, stringendo coi denti il labbro inferiore. Poi aggiunge, con un
gesto allegro delle mani, come se fosse una fortuna: Ancora morta, eh? ancora morta per la
figlia?
Trae un gran sospiro.
Ah, come sono contento! Come mi sento
leggero! come mi sento leggero! – Temevo questo soltanto! Che qua si fosse
chiarito...
Subito con foga, abbracciandola: – E allora m’ajuti, m’ajuti, zia
Emestina, lei che conosce lo strazio...
Zia Ernestina (atterrita,
divincolandosi): Ma siete matto? – Io non vi conosco!
Mauri: No, dico lo strazio!
Zia Ernestina (c.s.): Ma che
strazio! Di che?
Mauri: Di Fulvia! di Fulvia!
Zia Ernestina: Ma dove? –
Lasciatemi! –
Svincolandosi: Grido!
Mauri: Se è ancora morta per la
figlia!
Zia Ernestina: Ma ne ha
un’altra, ora, di figlia – tutta per sé – da un mese!
Mauri (con un gesto e con
voce d’allegra noncuranza): Non importa! Non importa!
Zia Ernestina: Come non
importa?
Mauri: Lo sapevo. – Non
importa! – Anche con questa figlia, allora, se ne voleva venire con me! –
Niente... Fu un momento! Ebbe la debolezza di cedergli. – Quello che ho passato,
zia Ernestina!... Ah!...
Strizza tutto il volto, e scuote le
mani.
Poi, riaprendo gli occhi, pallidissimo, ha come una vertigine e sta per
cadere. – La zia Ernestina si spaventa.
Mauri: Niente... niente...
Ride.
– Penso da stamattina, come lo
chiamavano gli antichi quel fiume...
Zia Ernestina (trasecolata): Che fiume?
Mauri: Ah sì, il Lete – Il
Lete, ecco...
Caricando il tono: Il fiume dell’oblio!
Zia Ernestina: Siete ubriaco?
Mauri: No. Scorre veramente
nelle taverne, ora, questo fiume. Ma io non bevo! – E sono tante notti, cara zia Emestina, che non dormo più. Mi sento gli occhi, sa come? – qua, questi due
archi delle ciglia – sa, gli archi di certi ponticelli che accavalcano la rena,
i ciottoli d’un greto asciutto, arido, pieno di grilli? – Così! – E ce li ho
qua, davvero, negli orecchi, due grilli maledetti, che stridono, stridono da
farmi impazzire! – Ah, posso parlare, posso parlare, ora, davanti a lei! E parlo
anche bene – no? come quand’ero in campagna, là, che m’esercitavo all’oratoria,
sperando d’esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e mi mettevo
a improvvisare ad alta voce, tra gli alberi: – Signori della Corte, Signori
Giurati... – Parlo, parlo, mi scusi, perché non posso farne a meno... Ho una
smania qui, nello stomaco... Mi metterei a gridare, dalla gioja... – La vedrò! –
Fulvia le ha certo parlato di me.
Zia Ernestina: No! Mai! – Io
non so chi siete!
Mauri: Non è possibile, scusi,
che non le abbia detto che tentò d’uccidersi, or è un anno.
Zia Ernestina: Questo sì, me lo
disse.
Mauri: E non le parlò di me?
Zia Ernestina: Mi parlò della
vita che non poteva più tollerare!
Mauri: Non è vero! Fu per me! –
Lo nega, lo so. – Ma fu per me!
Zia Ernestina (tornando a
squadrarlo, atterrita, ma pur con una certa pietà): Per voi?
Mauri (con uno scatto di
sdegno): Ma non mi guardi il vestito, mi faccia il piacere!
Zia Ernestina (c.s.
per rimediare): No... vi vedo... vi vedo così...
Mauri: Non ho freddo! Tremo; ma
non ho freddo. – Nervi! – Convulso! – Non ci penso! – Potrei guadagnare,
volendo. – Non ci penso! – Da un anno, da un anno, io...
Troncando: – È impossibile! – Bisogna finirla,
in un modo qualunque.
Zia Ernestina: Ma che volete
finire più! È finita!
Mauri: Ah no, sa! – Non è vero!
Non può esser vero! – Ora che l’ho scovata!
Zia Ernestina: Ma se vi dico
che ora ha la sua bambina!
Mauri: Ma appunto per questo!
Anzi! – Ora si vedrà!
Zia Ernestina: Siete venuto per
questo? – Che intenzioni avete?
Mauri: Sono venuto... sono
venuto perché non ne posso più!
Zia Ernestina: Ma vi assicuro
che lei non si ricorda più di voi, e potete esser certo che ora non pensa più ad
altro che a sua figlia!
Mauri: Se fosse vero, sarebbe
una disgrazia, questa. Una disgrazia, zia Emestina, perché ci sono anch’io! C’è,
oltre la nostra, cara zia Emestina, c’è – anche quando vorremmo che non ci fosse
– c’è pure la vita degli altri! – Eh, come si fa!... Non possiamo chiuderci
nella nostra, come se gli altri non ci fossero! – Se la mia vita è in quella di
lei, e senza di lei io non posso vivere...
Zia Ernestina: Ma nessuno ha
l’obbligo...
Mauri: D’amare un altro per
forza? Lo so! – È questa la disgrazial – Ma allora la vita, cara zia Ernestina,
s’uccide dov’è! dove uno l’ha!
Zia Ernestina (con terrore): Oh Dio! Che vorreste fare?
Mauri: Non lo so. – Sono qua. –
Mi forzo da un anno a tentare di vivere senza di lei. Ho visto che non posso!
Sopravviene a questo punto, dalla
veranda, il Giardiniere in gran fretta.
Il giardiniere (annunziando): – Signorina, i padroni! arrivano i padroni!
Zia Ernestina: Dio mio –
A Mauri: Andate! andate, per carità!
Mauri: lo resto.
Zia Ernestina (al
giardiniere): Andate su, Giovanni, ad avvertire!
Il giardiniere (correndo
verso il secondo uscio a destra): Sissignora! sissignora!
Esce.
Zia Ernestina: Vorreste fare
uno scandalo al suo arrivo, davanti alla figliuola?
Mauri: No. Io parlerò. E dirò
tutto!
Zia Ernestina: Per carità! Voi
siete pazzo! Andate! andate!
Mauri: Non me ne vado.
Zia Ernestina: Vi prometto che
gliene parlerò io! – Aspettate almeno fino a domani!
Mauri: No, questa sera.
Zia Ernestina: Sì, va bene –
questa sera – ma più tardi, quando sarà sola!
Mauri: Me lo promette?
Zia Ernestina: Sì, sà – non
dubitate! – Il vostro nome?
Mauri: Marco Mauri.
Zia Ernestina: Ecco... ecco,
arrivano! – Andate... andate di qua!
Lo fa uscire per la veranda nel
giardino.
Entrano, poco dopo, Betta dal secondo uscio a destra, e
contemporaneamente dalla comune, in abito da viaggio, Fulvia e Silvio, seguiti
dalla Bambinaja, che regge su un ricco porte–enfant la neonata, nascosta da un
lungo velo color di rosa.
Fulvia (con un primo impulso
di correre ad abbracciare la zia Ernestina, e poi trattenendosi e porgendole
soltanto la mano): Oh zia... cara signorina Ernestina! Come va? come va? –
Nota che Livia manca.
Betta: Ben tornata, signora!
Ben tornato, signor dottore!
Fulvia: Cara Betta... Anche
voi... Tutti bene? –
Alla bambinaja: Sedete, sedete. –
Le si accosta con la zia Ernestina e
con Betta, e le dice, alludendo alla bambina: Seguita a dormire?
La bambinaja siede.
Fulvia e le altre
due le si fanno intorno.
Fulvia solleva il velo, pian pianino, e mostra loro la
bimba dormente.
Fulvia: Eccola qua!
Betta: Oh com’è bella!
Zia Ernestina: Che amore! Come
dorme!
Betta: Ma come somiglia: oh –
a zia Ernestina: guardi, guardi, come somiglia alla
signorina Livia! – Non è vero?
Zia Ernestina: Sì, sì...
Fulvia (a
Silvio): Te lo dicevo io?
Betta: Ma tal quale!
Zia Ernestina: Tal quale! – Mi
pare di rivederla... Me la ricordo proprio così!
Betta: Anch’io! anch’io!
Fulvia (con un sorriso
indefinibile): Ah già, anche voi... Io certo no – ma vedo anch’io che questa
le somiglia...
Silvio: E Livia intanto dov’è?
Zia Ernestina: È su. L’ho fatta
avvertire.
Betta (confusa): Già... sì...
era con me...
Silvio: Andatele a dire che
discenda!
Betta: Ma credo che...
Fulvia (a Silvio): Lasciala, Dio mio! – Se non vuol discendere...
Silvio: Ma nient’affatto!
Fulvia: Può darsi che non si
senta bene.
Betta: S’è chiusa in camera...
Fulvia: Ecco, vedi? La vedremo
domani.
Silvio: Vado su io!
Fulvia: Vacci per te; ma non la
forzare a discendere, se non vuole.
Silvio: Va bene... va bene...
Via per il secondo uscio a destra.
Fulvia (a Betta): Fatemi
il piacere, Betta, accompagnate in camera la Bambinaja.
Betta: Subito, signora.
Andiamo.
Fulvia (alla Bambinaja che
si alza e le passa vicino): Piano eh? Mi raccomando! Non me la fate
svegliare.
Betta: Non dubiti, non
dubiti...
Via con la bambinaja per il primo uscio
a destra.
Fulvia (subito abbracciando
la zia Ernestina): – Ah, zia Emestina – hai visto?
Allude alla bambina.
Sono felice!
Zia Ernestina (cercando di
sottrarsi all’abbraccio): No... senti... senti...
Fulvia: Che c’è?
Zia Ernestina: C’è un guajo!
c’è un guajo!
Fulvia: Livia? – E lasciala
stare!
Zia Ernestina: No! Uno che è
venuto a cercarti.
Fulvia: Me? Chi?
Zia Ernestina: Mi ha detto il
nome... – È di là, in giardino!
Fulvia: In giardino? Lì? E chi
è? A quest’ora?
Zia Ernestina: Vuol parlarti!
Fulvia: Lì, nascosto?
Zia Ernestina: È un forestiere.
Non se ne voleva andare. Gli promisi che te l’avrei detto.
Fulvia: Ma come! Ora?
Zia Ernestina: Più tardi.. –
Era venuto anche due giorni fa.
Fulvia (quasi tra sè): Che sia ancora quel pazzo?
Zia Ernestina: Un pazzo, sì!
Pare un pazzo... Mi disse che tu, per lui...
Fulvia: Mauri? t’ha detto
Mauri?
Zia Ernestina: Sì... mi pare
così...
Fulvia: E che vuole?
Zia Ernestina: Mi pare che
abbia cattive intenzioni ...
Fulvia: Contro di me?
Zia Ernestina: Dice che senza
di te non può vivere ...
Fulvia: Eh via! Ancora? – Gli
hai detto che io...?
Zia Ernestina: Sì, sì – della
bambina!
Fulvia: E dunque!
Zia Ernestina: Ma dice che non
glien’importa!
Fulvia: È pazzo! – Niente... –
non temere, zia Ernestina.
Zia Ernestina: Ma è di là... –
E se...
Fulvia: Questo sì, questo sí –
può fare uno scandalo. – Ma com’è venuto? Come ha saputo? – Che t’ha detto?
Zia Ernestina: Ma... – io non
ci ho capito niente... Ha parlato finanche di grilli... S’è messo a predicare... Dice però così, che bisogna finirla.
Fulvia: Ancora?
Zia Ernestina: Gliel’ho detto!
– Mi ha minacciato! Gli ho detto...
Fulvia: Lascia! lascia! Temo
ora qua per Livia; che senta... Ma non voglio agitarmi, non voglio agitarmi... –
Con gioja: L’allatto io, sai?
Sopravviene dal secondo uscio a destra
Silvio.
Fulvia: Oh, Silvio...
Silvio: Mi ha detto che ora
discende.
Fulvia: Livia? Ma no! Era
meglio che rimanesse su!
Silvio: Nient’affatto! – Lo
deve anche per rispetto a me.
Fulvia: E l’hai costretta?
Silvio: Non posso tollerare che
seguiti così! Non mi ha voluto neanche aprire! Ma ha promesso infine che ora
discenderà.
Fulvia (a zia Emestina): Cerchi, cerchi lei d’impedirlo, zia Ernestina!
Silvio: Perché?
Fulvia: Perché c’è di là, in
giardino – ... quel Mauri, sai?
Silvio (restando): Qua –
e come?
Fulvia: Pare che sia qua da due
giorni.
Zia Ernestina: Sì, sì. – Era
venuto a domandare...
Silvio (con viva agitazione): E ha parlato con Livia?
Zia Ernestina: No no – con me!
Silvio: E che vuole?
Fulvia: Ma, al solito! La sua
pazzia!
Silvio: Ancora? – Ma come ha
scoperto?
Fulvia: Che vuoi ch’io sappia!
– Va’, va’ – cerca di farlo andar via, prima che Livia discenda.
Silvio s’avvia verso la veranda.
Zia Ernestina: No: solo, no!
Silvio (scrollandosi e uscendo): Ma via!
Zia Ernestina: Da’ ascolto a
me: sarà meglio mandarci Giovanni!
Fulvia (irritata): Ma no,
zia! Debbono esser soli... – Mi metti in apprensione...
Zia Ernestina: Io l’ho veduto
in uno stato...
Fulvia: Ma piuttosto, allora,
ci vado io!
Zia Ernestina: No! Tu, no!
Rientra dal secondo uscio a destra
Betta.
Fulvia (subito a Betta): Dov’è Giovanni?
Betta: Mah... io non so...
Dev’esser nel suo casotto, in giardino.
Zia Ernestina: Ah, bene, bene,
allora. – Sarà disceso di là...
Betta: Non so, signora, se
debbo eseguire l’ordine che m’ha dato la signorina...
Fulvia: Che ordine?
Betta: Vorrebbe che
l’automobile...
Zia Ernestina: Ho capito! – Se
ne vuole andare! – Me l’ha detto.
Fulvia: Che? Se ne vuole
andare? – Dove?
Betta: Pare che si sia
preparata...
Fulvia: Per andarsene? Ma che è
fatto apposta, questa sera, appena arrivo?
Zia Ernestina: No, carina mia,
da un pezzo, da un pezzo si congiura qui!
E guarda fremendo Betta.
Betta: Dice a me, signorina?
Zia Ernestina: A voi, a voi,
sì! – Col signor parroco... Non so che ambasciate..
Fulvia: Ma dove vuole
andarsene? Perché?
Betta: Io non so... Io sono
stata comandata...
Fulvia: Che c’entra il parroco?
Zia Ernestina: Ci siete stata
anche oggi, per più di quattr’ore! Non negate!
Fulvia (con lo sdegno di chi
non vuol più darsi pena per una così palese e dura ingiustizia): Eh, via! Se
la vedrà con suo padre! – Io vado dalla mia bambina.
Fa per avviarsi verso il primo uscio a
destra, quando, dal secondo, appare Livia, pronta per partire.
Fulvia (fermandosi): Ma
che cos’è? Che pazzie son queste, Livia?
Livia: Dov’è mio padre?
Fulvia: Vuoi andare? Dove vuoi
andare?
Livia: Lo so io.
Fulvia: Ma dici sul serio? A
quest’ora? – E perché poi? – Senza nessuna ragione?
Livia: La so io, la ragione. –
E dovreste saperla anche voi!
Fulvia (colpita da quel
«voi», la guarda): Ah, mi dài del voi, ora? – Per la buona accoglienza, è
vero? – Ma insomma, che è accaduto qui? – Qual è la ragione, ch’io dovrei
sapere?
Livia: Io voglio parlare con
mio padre! – Dov’è?
Fulvia: Ma ti figuri che tuo
padre possa lasciati andar via?
Livia: Non ha più nessun
diritto, mio padre, di tenermi qua, accanto a voi!
Fulvia: Vuoi dire accanto a me?
Livia: No. Dico accanto a voi!
Fulvia (torna a guardarla;
si frena): E va bene! Di’ come vuoi. – Ma perché credi che tuo padre ... ?
Livia: Questo lo vedrò con lui!
Fulvia: Oh, insomma! sì –
veditela con lui! – Sono stanca. Tu non hai neppur veduto come e con chi sono
ritornata...
Fa per avviarsi.
Livia: Andate, sì. – Tanto
meglio! Ci sarà quella, ora, qua, per tutti quanti.
Fulvia (con un baleno di
speranza, che la decisione di Livia sia per gelosia della sorella): Ah, per
questo? – No, Livia! Tu non puoi sapere, figliuola mia, com’io, venendo, abbia
desiderato di metterti accanto, nel mio cuore, a quella bambina che è di là...
E fa per abbracciarla.
Livia (con subitaneo,
fierissimo moto di repulsione): Ah no – lasciatemi – grazie! Accanto a
quella, io non ci sto!
Fulvia (con uno sforzo
sovrumano per dominarsi, ferendo se stessa pur di salvare da quella repulsione
la bambina): Tu dici per me, è vero, Livia? – Non dici per la bambina!
Livia: Ma se lo dico per voi –
è anche per lei!
Fulvia: No – ah – no! Perché –
comunque tu pensi di me – voglia o non voglia – quella è tua sorella!
Livia: Quando lo sarà! Per ora,
no. – Non è vero!
Fulvia: Come non è vero?
Livia: Non è vero, perché voi
non siete la moglie di mio padre!
Fulvia: No? E che sono?
Livia: Lo sapete meglio di me,
che cosa siete!
Fulvia (di nuovo, con quel
baleno di speranza): Mi sdegni per questo? – Ah, ma se è per questo – no,
Livia! – Non so come tu abbia potuto pensare...
Livia: Dove sono gli atti del
vostro matrimonio?
Fulvia (rivolgendosi un po’
alla zia Ernestina, un po’ a Betta): Ah, è questa la congiura? Voi due avete
fatto ricerche?
Indica Betta e Livia.
Livia: Non ci sono! non ci
sono!
Fulvia (con scatto
difierezza, per troncare): Ci sono! – Tu hai cercato male! – Ci sono!
Livia: Non basta negare! – Se
diceste dove?
Fulvia: Per carità, Livia, non
farmi dire... – Per carità di te stessa, più che di me – non cimentarmi; te ne
scongiuro. Sono veramente stanca.
Livia: No. Non c’è bisogno che
diciate. A me mi basta questo.
Fulvia: Che ti basta?
Livia: Ma questo
riconoscimento.
Fulvia: Quale?
Livia: Ma che nascondete cose
che – per carità di me – non potete dire.
Fulvia: Ma no! Io non nascondo
nulla!
Livia: M’avete scongiurata di
non farvi dire... Che cosa? Cose che riguardano me?
Fulvia: No – no – non dico
questo...
Livia: E allora? – Cose che
riguardano voi?
Fulvia: Me – sì...
Livia: Ma io me le immagino!
Fulvia: Tu non t’immagini
niente!
Non son cose che tu possa immaginarti! – Ed è meglio così – ti dico io
stessa che è meglio cosi! – Lasciami star tranquilla.
Livia: Ma starete tranquilla,
ora! Me ne vado!
Fulvia: Tu non puoi andartene!
Non devi! Ho patito il martirio, io, un anno, qua, perché tu restassi accanto a
tuo padre almeno, poiché accanto a me non vuoi...
Livia la guarda male e, subito, lei
allora correggendosi: Non puoi, non puoi – va bene! – E non
ho fatto nulla io, per costringerti, se non dimostrarti tutto l’affetto di una
vera madre, finché non me ne sono astenuta, vedendo che tu non potevi rispondere
a quest’affetto, e che anzi ne provavi sdegno, anziché piacere. – Ebbene, non
voglio nulla. Seguita pure a sdegnarmi. – Ma sono la moglie legittima di tuo
padre. E non te lo dico per me. Te lo dico per la bambina di là – che tu perciò
devi amare; anche se non ami me: perché
è tua sorella! Una figlia, tal quale come te, senza nessuna differenza!
– E
questo anzi è bene tu lo intenda subito: – Senza differenza! – Non potrei ammettere, che tu ne pensassi per lei una
sola!
Livia: Tranne quella della
madre, mi concederete.
Fulvia (perdendo a questo
punto, alla sferzante ironia, ogni dominio di sé): No, nemmeno questa!
Livia (fredda, più che mai
ironica): Come, nemmeno questa? Non siamo mica figlie della stessa madre!
Livia: Ma che credi che sia io?
Che pensi tu di me?
Fulvia: Le stesse cose, che
proprio voi stimate da nascondere.
Fulvia: E vorresti farle pesare
su mia figlia? – Ah, no, sai!
Livia: Mia madre...
Fulvia: Ma che tua madre! –
Finiscila! – Tu non l’hai conosciuta!
Livia: Se non l’ho conosciuta –
so chi era; e so chi siete voi!
Fulvia: Chi sono io?
La afferra; la scrolla, al colmo del
furore.
Che puoi saperne tu? – Ah, sì? – Ne
sei certa? – E non te lo leverai dalla testa? E crederai che mia figlia abbia
per madre una donnaccia? Sì? sì? E io ti dico allora che anche tu sei figlia
d’una tal donnaccia!
Livia (atterrita, inorridita): No, no!
Fulvia: Sì! sì! Tal quale!
Figlie della stessa madre! – E sono io tua madre! sono io! sono io! Capisci ora? T’hanno fatto credere ch’io fossi morta? Non è vero! Eccomi qua! Sono tua madre! E quello che sono per lei, sono per te! Senza differenza! senza differenza! –
Ah, ora mi sono liberata! Ora sono viva!
Dirà questo, abbandonando come morta
Livia nelle braccia del padre, che alle grida è accorso in subbuglio insieme con
Marco Mauri dalla veranda.
Silvio (raccogliendosi tra
le braccia Livia e stringendola a sè): Ma tu l’hai uccisa!
Fulvia: La tua impostura ho
uccisa! Volevi che pesasse anche sulla bambina e schiacciasse anche lei? Ebbene:
no! no!
Silvio: Ma tu ora non puoi
stare più qui!
Fulvia: E me ne vado! Me ne
vado, sì! Ma non più come prima! Ah, non più come prima, ora!
A Mauri: – La mia bambina! Vai! Di là – la
mia bambina!
Indica il primo uscio a destra – e il
Mauri accorre.
La mia bambina!
Silvio (cercando di scuotere
la figlia, come morta): Livia! Livia!
Fulvia (che si sarà fatta
presso il primo uscio a destra, in fremente attesa che il Mauri le rechi la
bambina): Che Livia! Me la porto, via con me Livia, questa volta! Diglielo,
quando rinviene! – Lei, sì – viva – e mia! – con me, viva! – Nella vita! – Alla
ventura!
TELA
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