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Ma non è una cosa seria - Commedia in tre atti  - 1918

 

NOTE AL TESTO


Scriveva Emilio CECCHI: "E' ormai antica sapienza che nelle commedie di Pirandello il sipario si alza quando tutto quello che doveva accadere, in senso di "avventura", "intrigo", "fatto" è già accaduto e, aggiungiamo, il sipario cade quando tutto quello che dovrà accadere, per conseguenza di quell'avventura, di quell'intrigo, di quel fatto, comincia appena ad avere inizio "L'antefatto, in Pirandello deriva dalla concezione che lo scrittore ha del dramma, egli vuole farlo scaturire da situazioni mature, intense, in personaggi i quali abbiano già provato la loro umanità a contatto con le convenzioni sociali, e siano esperti dei loro istinti, delle debolezze materiali, oppure guidati da una, oscura per loro, tradizione di affetti e di doveri. Ciò vale per i due protagonisti di MA NON E' UNA COSA SERIA dove per MEMMO SPERANZA, gaudente in continue "ricadute" sentimentali, l'unica soluzione è quella di sposare una donna della quale non è innamorato in quanto ciò sarebbe cosa seria, ma impalmando, così per gioco, GASPARINA, una insignificante, timida, mortificata donnetta senza aspirazioni e senza femminilità. Moglie vera, non sarà per lui, neanche per un momento. Ma sul nome dello Speranza funzionerà da ipoteca. Con quel matrimonio, che non è una cosa seria, egli eviterà il matrimonio vero, irto di doveri, di noia, costoso, mutilatore e limitatore della libertà di amare e di godere al quale il nostro eroe tiene moltissimo.

Prova evidente, dunque, Memmo Speranza di un umano dissidio tra sostanza e apparenze, tra propositi e conseguenze, tra determinazioni logiche e spontaneità di reazione sentimentale. L'altra, GASPARINA (sprezzantemente denominata da alcuni clienti della Pensione TORRETTA che lei gestisce, GASPAROTTA, SCARPAROTTA) invece soffre di una tragedia più modesta, nulla sa dell'antitesi tra logica e sentimenti non pesa su di lei alcun fatto insolubile: Memmo dà vita a un problema che si converte in ironia, Gasparina ha sicuramente più ampie possibilità sentimentali e umane. E la sua serenità di vittima, squisitamente borghese, sarà redenta con delicati e poetici colori di freschezza ed ingenuità da far ripensare gli accusatori di Pirandello di deciso intellettualismo. E quando Memmo Speranza ha, con la sua trovata, svuotato il matrimonio del sentimento e ha preso davanti a esso una posizioni da padrone, ecco il meccanismo perfetto e razionale del suo "gioco" ritorcersi contro di lui. Scoprendo dopo qualche mese la "nuova" Gasparina, rifiorita rivedendo in lei una donna vera, ancora nuova all'amore il nostro Speranza si incaponisce a tenersela (anche perché non dovrà nemmeno fare la fatica di sposarsela in quanto già sua moglie) per godere quello strano mistero di grazia e di bellezza interiore che nessuno conosce o ha conosciuto, ma che solo lui conoscerà. Ed ecco che l'ironia si trasforma in comicità: di una comicità maschia, franca secca e potente, tutto un luccichio di cerebralità. Nasce nel modo in cui certe cose serie, ad un tratto, perdono la serietà e le cose che non sono diventano serie, sta nel mostrarsi degli stessi fatti e degli stessi personaggi ora sotto una luce, ora sotto un'altra sicché prima ci convinciamo che sono ridicoli e subito dopo sentiamo che il nostro riso è ingiusto perché abbiamo, invece, il dovere di provare per loro un poco di pietà. Naturalmente una comicità simile non è tonda, spensierata, genera un'allegria aspra, un'allegria crudele e gli stessi personaggi, tutti, travolti dall'impeto e dal convulso, sono anch'essi impazienti, irritati, clamorosi: quando la comicità si alza di tono, anch'essi sono costretti ad alzare la voce.

La ricerca delle prove che consentano di risolvere il mistero, avviata dal consigliere Agazzi, dà l'occasione a Laudisi di illustrare il senso della parabola pirandelliana: quando egli polemizza con la fiducia nell'oggettività dei «dati di fatto» della realtà e sostiene la pari realtà del «fantasma» della costruzione fantastica soggettiva e, quindi, l'insolubilità dell'enigma (prima scena del secondo atto); quando dialoga con la propria immagine allo specchio, il proprio doppio inconoscibile, il «fantasma» che tutti «portano con sé, in se stessi», senza badarci, per andare «correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui» (terza scena del secondo atto); quando irride due signore curiose per la loro ingenua, fiduciosa pretesa di conoscibilità del reale (quarta scena del secondo atto). Per risolvere l'enigma, gli Agazzi fanno incontrare, con uno stratagemma, genero e nuora mettendoli così a confronto. Ne deriva una scena di concitata violenza in cui l'esasperato Ponza aggredisce la Frola, rimproverandola di calunniarlo e gridandole che la figlia è morta. Appena la donna si allontana, però, Ponza, immediatamente ricompostosi, si scusa del «triste spettacolo» offerto, facendo intendere di aver recitato la parte del pazzo - gridando la verità come se fosse una pazzia - proprio per mantenere l'illusione in cui vive la Frola.

Nel terzo atto, dopo il definitivo fallimento della ricerca di prove certe tra i pochi superstiti del terremoto, l'intervento del Prefetto costringe Ponza - che protesta contro l'intollerabile «inquisizione accanita, feroce sulla sua vita privata» - a condurre in casa Agazzi sua moglie, l'unica in grado di risolvere l'enigma. La donna «in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo nero, impenetrabile», premettendo che la sventura va tenuta nascosta perché il pietoso rimedio sia efficace, afferma di essere la figlia della signora Frola e, insieme, la seconda moglie del signor Ponza; per sé «nessuna»: «io sono colei che mi si crede». La successiva battuta, seguita dalla già ricordata risata conclusiva, è di Laudisi: «Ed ecco, o signori, come parla la verità! / Volgerà attorno uno sguardo di sfida derisoria. / Siete contenti?».

L'interpretazione canonica riporta la parabola allo scettico relativismo pirandelliano che, già formulato ed eretto a poetica nel saggio su L'umorismo, troverà definitiva espressione in Uno, nessuno e centomila, che Pirandello stava allora scrivendo e con il quale esistono significativi riscontri (per esempio, nella scena di Laudisi allo specchio). La visione umoristica della vita qui trasportata sulla scena, nel punto di vista di Laudisi - uno dei primi personaggi ragionatori del teatro pirandelliano - implica elementi di critica al positivismo e, insieme, di critica alla doxa e alla conseguente morale del pubblico cui l'alter ego dell'autore rivolge la propria sfida derisoria. «Tutta la mia opera è stata sempre così, e sarà così: una sfida alle sue opinioni e soprattutto alla sua quieta morale... o immorale», aveva scritto Pirandello a Talli.

La sottolineatura dell'accanita sopraffazione degli altri insita nel dogmatismo delle opinioni correnti ha dato luogo alla lettura critica del «teatro-inquisizione», del palcoscenico pirandelliano come «poliziesco luogo di tortura, ove gli uni si fanno carnefici degli altri» (Giovanni Macchia). La componente di critica filosofica, ideologica e sociale convive però con quella fantastica, nell'intento di realizzare l'opera dell'umoristico «critico fantastico» pirandelliano. Antonio Gramsci, nella sua cronaca teatrale sull'«Avanti!» (5 ottobre 1917), colse appieno quest'intento: «parabola è un qualcosa di misto tra la dimostrazione e la rappresentazione drammatica, tra la logica e la fantasia» (un «misto» che però egli stroncò, in quell'occasione, definendolo un «mostro»: né dramma né dimostrazione della tesi relativistica che, per giunta, egli liquidò come «una sciocchezza»). Il «fantasma» di cui parla Laudisi è anche quello dell'arte e lo conferma il termine stesso, al centro di alcune ricorrenti riflessioni estetiche dell'autore; il «meraviglioso supplizio d'aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realtà, e di non poter distinguere l'uno dall'altra» (di cui parla sempre Laudisi) va dunque riferito anche all'illusione, alla verità fantastica, del teatro.

Straordinario il successo dell'opera all'estero, a partire dal 1924: Berlino, Oporto, San Paolo. A Parigi (nella messinscena di Charles Dullin al Teatro Atelier) l'opera segnò il culmine della fortuna di Pirandello in Francia, intrecciata alle vicende del cosiddetto "pirandellismo". Tra gli innumerevoli allestimenti italiani sono da ricordare almeno quelli di Orazio Costa (1952), Giorgio De Lullo (1972), Massimo Castri (1979), Giancarlo Sepe (1982).

Ecco: in una ambientazione tradizionale, tipi e personaggi non tutti compiuti, altri sbozzati, altri lasciati indecisi partecipano a questo concerto dei due protagonisti in tutta la fascinosa bellezza e vivacità di cui Luigi Pirandello ha dato prove forse più mature nel PIACERE DELL'ONESTA, IL GIOCO DELLE PARTI, SEI PERSONAGGI, senza togliere a MA NON E' UNA COSA SERIA il posto che le spetta tra le più interessanti, stimolanti, originali del teatro contemporaneo italiano.

 

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LE VARIE EDIZIONI DELL'OPERA

 

Per riscontrare una vera e obiettiva affermazione del Teatro di Pirandello, dalla critica diffidente e dal pubblico viziato, bisognerà arrivare quindi alla messinscena da parte di Talli della "parabola" del "Così è (se vi pare)" - capolavoro assoluto, con "Liolà" e "Sei personaggi", del teatro pirandelliano -, e subito dopo per un vero successo di pubblico, al "Ma non è una cosa seria" presentato da Emma Gramatica.
Innumerevoli le esecuzioni di questa commedia pirandelliana, nella quale in oltre cinquant'anni di vita scenica, si vollero cimentare i maggiori attori italiani.
Per il ruolo del protagonista maschile, Memmo Speranza, che altro non è poi se non una delle infinite raffigurazioni del personaggio di Don Giovanni, ogni primo attore fu attratto: da Camillo Pilotto che lo sostenne la prima volta al fianco della Gramatica, a Vittorio De Sica che lo portò vittoriosamente dalle scene allo schermo, a Vittorio Gassman, Alberto Lupo, Luigi Cimara e Gabriele Ferzetti, Gino Cervi e Carlo Ninchi.
Oltremodo interessante la lista delle interpreti di "Gasparina Torretta" dalla Gramatica (prima interprete) a Elsa Merlini ed Evi Maltagliati, che ne dettero due indimenticabili interpretazioni, a Giuditta Rissone, Olga Villi e Lauretta Masiero.

Due personaggi splendidi, creati appositamente per tentare le più diverse esperienze interpretative.
Memmo Speranza, è uno "zolfanello", s'innamora con grandissima facilità, facendo promesse d'ogni genere quando è sotto l'impulso amoroso, e poi dimenticando con la stessa facilità, le promesse e l'oggetto del suo amore. Egli decide di sposarsi per burla con una triste e trasandata ragazza che è la proprietaria della modesta pensioncina dove egli, scapolo vagabondo, alloggia. Eviterà così di sposarsi per davvero con una delle sue continue passioncelle. Gasparina, dal canto suo, zelante lavoratrice, che, segretamente innamorata del bel Memmo, non ha mai, neanche lontanamente, pensato all'amore, dopo il "matrimonio per burla" rifiorisce, e, sentendosi ferita nel proprio orgoglio, e per rendere vero quello che era stato fatto per finta, si cura e si coltiva fino a subire una autentica metamorfosi e ad interessare il marito che ormai stanco di avventure galanti si trova così di colpo sposato di "fatto Sposatosi per burla per sfuggire al pericolo del matrimonio, Memmo Speranza è rimasto vittima del suo stesso intrigo: sposo davvero e davvero innamorato.
"Se Pirandello avesse scritto la sua commedia "Ma non è una cosa seria" all'epoca del positivismo, la critica avrebbe certamente detto che questa è il metodo Pasteur applicato al matrimonio. Infatti cosa fa Memmo Speranza per evitare di cadere nella pazzia matrimoniale? Si sposa. Così inizia la recensione del critico del "Messaggero" al film, tratto dalla commedia pirandelliana e diretto da Mario Camerini, presentato sugli schermi romani in data 16/3/1936. "Gli sceneggiatori del film Soldati e Patti, avevano il compito di portare sullo schermo questa paradossale materia, che la concitazione dialettica di Pirandello rende ancor più paradossale. Trasportarla con tutte quelle invenzioni era un'impresa pienissima di rischi, quasi impossibile.
Bisognava inoltre tenere conto del temperamento del regista. Camerini, che è uno smussatore di angoli. E allora più che alla dialettica di Memmo Speranza il film si affida al buon senso... Memmo Speranza, insomma, qui altro non è che un nevrastenico...
Un bel film, divertente, piacevole nel senso più cameriniano della parola.
Di pirandelliano c'è il finale: il turbamento, il pudore, il desiderio sono resi con pochi tratti ma persuasivi e persino lirici".

 

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Abbiamo riportato la critica dell'edizione cinematografica dell'opera di Pirandello, per attestare come siano intraducibili le parole di un autore di teatro che si chiami Pirandello sullo schermo.
Anche potendo servirsi di attori singolarmente espressivi.
"De Sica ci ha dato, credo, la sua migliore interpretazione; comunque un'interpretazione nuova, sostenuta dallo sforzo evidente in lui, di convincersi e convincere gli altri di una parte certo non comune: Elisa Cegani è la sorpresa dei film: la sua sottomessa modestia al principio, e il suo progressivo rifiorire, e la sua trionfante donnesca trepidazione del finale, sono resi con mezzi semplici e con una dolcezza che caratterizza fin da ora il suo tipo. Una riuscita, patetica caricatura ha fatto Ugo Cesari, quella di Barranco, lo sfortunato corteggiatore di Gasparina. Melnati invece doveva caratterizzare meno". Assia Noris e Elsa De Giorgi, debuttanti, completavano il cast.
Ricordiamo di aver visto al Teatro delle Arti di Roma, regista Alessandro Blasetti, una bella interpretazione di Vittorio De Sica ed Elisa Cegani, insieme come sullo schermo e affiancati validamente da Camillo Pilotto (che era stato il primo Memmo Speranza) nella dolorosa raffigurazione del professor Barranco, e ricordiamo la naturale disposizione di De Sica a questo ruolo fascinoso eppur umanissimo (1944).
Un altro singolare Memmo ricordiamo, a fianco di Evi Maltagliati (forse la più completa Gasparina), e cioè Carlo Ninchi - Teatro Quirino di Roma, 19 marzo 1949 -; per non parlare di Gino Cervi che sempre a fianco di Evi Maltagliati e con la direzione di Tofano, la rappresentò nella stagione 1935-36, e alle cui prove assisté anche l'Autore.
Una dozzina di edizioni quindi, di "Ma non è una cosa seria", - ivi compresa quella televisiva diretta da Mario Landi nel 1953 con un simpaticissimo Memmo Speranza di Ernesto Calindri e una Edda Albertini "ottima al primo atto e troppo poco mutata alla fine per essere diventata una bella e attraente ragazza" (Sipario) -, e tenendo conto dell'edizione cinematografica. Per anni e anni rimasta di dominio di Emma Gramatica che vi ottenne clamorosi successi, (Emma Gramatica è ormai nella esigua schiera di quelle che si chiamano grandi attrici - si legge nelle cronache di Simoni a proposito di una ripresa milanese della bella commedia pirandelliana) (1), Gasparina Torretta divenne negli anni trenta e quaranta la interpretazione più singolare di Evi Maltagliati.
Una interpretazione personalissima invece quella di Elsa Merlini, un'attrice che non somiglia a nessuno, che fu Gasparina accanto ad un giovanissimo ed acerbo Vittorio Gassman (Roma, 1945).
Ma come impostazione generale della commedia, come impostazione registica, l'edizione più matura fu indubbiamente quella diretta da Luigi Squarzina nella stagione teatrale 1956-57 con la partecipazione di Olga Villi, Gabriele Ferzetti e Arnoldo Foà. Quest'ultimo dette alla figura dolorosa del professor Barranco toni umanissimi e - dice Roberto Rebora in "Sipario" - "ha ancora dimostrato le sue alte qualità di una personificazione desolata e grottesca di aspro e patetico effetto".
Risalto eccezionale ebbe la parte di Barranco nella edizione televisiva diretta da Mario Landi, per la interpretazione di Memo Benassi che fu "con quel biancore dei capelli e la personalissima mobilità del viso un Barranco d'una efficacia particolarissima".
Olga Villi ebbe toni bellissimi nello stupendo racconto del secondo atto, che fu "pezzo" di bravura delle grandi attrici, da Emma Gramatica a Elsa Merlini, che erano state Gasparina prima di lei.
In quanto a Ferzetti nessuno meglio di lui poteva "essere" Memmo Speranza, per voce, fisico del ruolo, e personalità.
L'ultima edizione teatrale di "Ma non è una cosa seria", è avvenuta nella stagione teatrale 1965-66 da parte della compagnia di Alberto Lupo e Lauretta Masiero con Franco Scandurra (Barranco), per la regia di Mario Ferrero. Questa commedia precede il capolavoro "Così è (se vi pare)", mentre l'apologo "L'uomo, la bestia e la virtù", la segue immediatamente.

 

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1918

INTRODUZIONE

NOTE AL TESTO

NOTE DI REGIA

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

SCENA SECONDA

SCENA TERZA

SCENA QUARTA

SCENA QUINTA

SCENA SESTA

SCENA SETTIMA

SCENA OTTAVA

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

SCENA SECONDA

SCENA TERZA

SCENA QUARTA

SCENA QUINTA

SCENA SESTA

SCENA SETTIMA

SCENA OTTAVA

SCENA NONA

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

SCENA SECONDA

SCENA TERZA

SCENA QUARTA

SCENA QUINTA

SCENA SESTA

Teatro

 Atti unici

●●  DUE atti

●●●  tre atti

INTRODUZIONE

1892 ●

La morsa

1906 ●●●

Tutto Per bene

1910 ● Versione Inglese

Lumie di Sicilia

1911 ●

Il dovere del medico

1913 ●

Cecè

1916 ●

All'uscita

1916 ●●●

Liolà

1916 ●●●

Pensaci Giacomino!

1917 ●●●

Il Piacere Dell'Onestà

1917 ●●●

L'Innesto

1917 ●●● Versione Inglese

Cosi è (se vi pare)

1917 ●

La patente

1918 ●●●

Ma non è una cosa seria

1918 ●●

Il berretto a sonagli

1918 ●●●

Il Giuoco Delle Parti

1919 ●●●

L'uomo, la bestia e la virtù

1921 ●●● Versione Inglese Versione Spagnola

Sei Personaggi In cerca D'Autore

1922 ●●● Versione Inglese

Enrico IV

1922 ●

L'imbecille

1923 ● Versione Spagnola

L'uomo dal fiore in bocca

1925 ●

La Giara

1925 ●

Sagra del signore della nave

1926 ●●●

Diana e la tuda

1928 ●

Bellavita

1932 ●●●

Quando Si è Qualcuno

1932 ●●●

i giganti della montagna