Atto Primo - Scena Quarta
Fana e detti, poi Ciampa.
Fana (dall'uscio in fondo): C'è Ciampa. Vuole che
passi?
Beatrice: Fatelo entrare. Ma, aspettate; venite qua. (Se
la trae in disparte e le dice piano:) Voi andate, intanto,
dove v'ho detto.
Fana (pianissimo): Dal Delegato?
Beatrice: Gli direte che lo prego di venire qua da me. Se
viene subito, fatelo entrare di là, nello studio. Portatevi il
chiavino, e fate presto.
Fana: Sissignora. Prendo lo scialle e vado. (Via.)
Fifì: Ma si può sapere che diavolo stai concertando? Che
è tutto questo mistero?
Beatrice: Ecco Ciampa. Zitto.
Entra dall'uscio in fondo Ciampa: sui quarantacinque
anni; capelli folti, lunghi, volti all'indietro,
scompostamente; senza baffi; due larghe basette tagliate a
spazzola gl'invadono le guance fin sotto gli occhi
pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i
grossi occhiali a staffa. Porta all'orecchio destro una
penna. Veste una vecchia finanziera.
Ciampa: Bacio le mani alla mia signora. Oh, caro signor
Fifì... - Esposto ai comandi della signora.
Fifì: Sempre «esposto» voi, caro Ciampa.
Ciampa: Sissignore. Tante volte, come Cristo alla
colonna. - Ma, termine d'educazione, se non m'inganno, «esposto
ai comandi» - oltre che dovere mio, qua, da umile servitore.
Beatrice: Eh, via! Servitore, voi? Padroni tutti siamo
qua, caro Ciampa, senza distinzione: voi, Fifì, mio marito,
io... vostra moglie, che so! mia madre, Fana: tutti uguali!
E non so se io, anzi, non sia sott'a tutti!
Ciampa: Per carità! Eresie, signora! Che dice mai!
Fifì: Lasciatela dire! Dice così, perché tutte le donne,
secondo lei...
Beatrice: Ah, non tutte, no: certe donne! Perché
cert'altre poi ce n'è, che sanno prendervi con le buone e farsi
manse manse, che vi sanno lisciare... così (gli passa una
mano sulla guancia) e queste, eh! queste stanno sopra a
tutte, anche se vengono dalla strada.
Ciampa: Permettete, signora? Lei ha nominato anche mia
moglie?
Beatrice: No: dicevo in generale: Fana, mia madre, io...
vostra moglie...
Fifì: Tutte donne, e tutte uguali!
Ciampa: Mi perdoni. Domando scusa anche a lei, signor
Fifì. Ma mi sembra che mia moglie, anche in un discorso così...
generale, c'entri come Pilato nel Credo. - Io sono a
servizio, e sta bene; ma mia moglie è ben conservata, dico per
casa sua; ed è mia cura che non vada per le bocche della gente,
né per bene, né per male.
Beatrice: Uh, ne siete veramente così geloso, che
adombrate solo a sentirla nominare? Càspita!
Ciampa: Nossignora. Marcio con un principio: Moglie,
sardine ed acciughe: queste, sott'olio e sotto salamoja; la
moglie, sotto chiave. Eccola qua! (Cava dalla tasca una
chiave e la mostra.)
Fifì: Bel principio, per mia sorella!
Ciampa (ponendogli le mani sul petto): Ognuno il
suo, caro signor Fifì.
Beatrice (a Fifì): Quasi che, chiudendo la porta,
devi dirgli, non restasse poi aperta la finestra!
Ciampa: Va bene, signora. Ma obbligo del marito è
chiudere la porta.
Beatrice: Ah, davvero non avrei mai supposto che foste
così terribile, voi!
Ciampa: Terribile? io? Ma no! Perché? Quando si sono
messi i patti belli chiari avanti... - Questa è la finestra. (La
porta la chiudo.) Affacciati. Ma bada che nessuno deve venire a
dirmi: «Ciampa, tua moglie sta per rompersi il collo dalla
finestra! » - Mi pare che in questo non ci sia niente dì
terribile. L'uomo considera la donna che ha bisogno di prender
aria alla finestra; la donna considera l'uomo che ha l'obbligo
di chiudere la porta. E basta. Che comandi ha da darmi la
signora?
Beatrice: Oh, Fifì... insomma, io ho da parlare con
Ciampa.
Fifì: E perché vuoi che me ne vada, se devi dirgli
soltanto ... ?
Beatrice: Debbo dirglielo davanti a te?
Fifì: E perché no? Oh bella... Parla, parla liberamente.
T'ho dato ciò che ti dovevo...
Beatrice: Già, infatti... Basta. Sentite, Ciampa: ho
bisogno di voi, persona fidata, più che di famiglia...
Ciampa: Sissignora, per la devozione -
Beatrice: - per la devozione, e per tutto.
Ciampa: Signora, badi che, di comprendonio, io sono fino,
sa?
Beatrice: Che intendete dire?
Ciampa: Niente. Mi pare che lei abbia la bocca... non
so... come se avesse mangiato sorbe, ecco, stamattina. -
Beatrice: Sorbe? Miele! Ho mangiato miele, io,
stamattina. Scusate, non vi sto dicendo anzi ... ?
Ciampa: Oh Dio mio, non sono le parole, signora! Non
siamo ragazzini! Lei vuol farmi intendere sotto le parole
qualche cosa che la parola non dice.
Beatrice: Ma dove? ma quando? Se voi avete la coda di
paglia...
Ciampa: Me n'appello a lei, signor Fifì. Che significa
che io sono più che di famiglia?
Le rispondo: - Sissignora, per la devozione... - E lei rincalza:
- «Per la devozione e per tutto! » - Che significa
questo «per tutto»? Che significa che qua siamo tutti padroni,
senza distinzione, mia moglie compresa? Sono io con la coda di
paglia o è lei piuttosto che la vuol pigliare, non so perché,
proprio coi denti contro di me?
Fifì: Contro di voi? Contro di tutti! È un affar serio!
Beatrice: Ma insomma si può sapere che ho detto? O che
non so più parlare adesso?
Ciampa: Non è questo, signora mia. Vuol che gliela
spieghi io, la cosa com'è? Lo strumento è
scordato.
Beatrice: Lo strumento? Che strumento?
Ciampa: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo
tutti come tre corde d'orologio in testa.
(Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l'indice e il
pollice una chiavetta, fa l'atto di dare
una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla
fronte, poi sulla tempia sinistra.)
La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in
società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla
fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come
tanti cani arrabbiati. - Non si può. - Io mi mangerei - per modo
d'esempio - il signor Fifì. - Non si può. E che faccio allora?
Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con
cera sorridente, la mano protesa: - «0h quanto m'è grato
vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può
venire il momento che le acque s'intorbidano. E allora... allora
io cerco, prima, di girare qua
la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le
mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie,
quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo,
sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e
non so più quello che faccio!
Fifì: Benissimo! benissimo! Bravo, Ciampa!
Ciampa: Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve
aver girato ben bene in sé - per gli affari suoi - (non voglio
sapere) - o la corda seria o la corda pazza, che le fanno dentro
un brontolio di cento calabroni! Intanto, vorrebbe parlare con
me con la corda civile. Che ne segue? Ne segue che le parole che
le escono di bocca sono sì della corda civile, ma vengono fuori
stonate.
Mi spiego? - Dia ascolto a me; la chiuda. Mandi via subito il
signor Fifì... (Gli s'appressa.)
La prego anch'io, signor Fifì: se ne vada.
Beatrice: Ma no, perché? Lasciatelo stare.
Fifì: Volete levarmi il piacere di starvi a sentire?
Ciampa (con intenzione): Perché lei, signora, qua
- permette? - su la tempia destra, dovrebbe dare una giratina
alla corda seria per parlare con me a quattr'occhi, seriamente:
per il suo bene e per il mio!
Beatrice: Non sto mica parlando per ischerzo, io. Vi
voglio appunto parlare seriamente.
Ciampa: Ah, e sta bene, allora. Eccomi qua. Badi però,
signora, - mi lasci dire questo soltanto - badi che, chi non
giri a tempo la corda seria, può avvenire che gli tocchi poi di
girare, o di far girare agli altri la pazza: gliel'avverto.
Fifì: Mi pare che cominciate voi adesso, caro Ciampa, a
parlare stonato.
Beatrice: Già, pare da un pezzo anche a me... Non
capisco...
Ciampa: Chiedo perdono. (Con scatto improvviso:)
Signor Fifì, mio padre aveva tutta la fronte spaccata.
Fifì: Come c'entra adesso vostro padre?
Ciampa: Da ragazzino - sciocco - mio padre, invece di
ripararsi la fronte, sa che faceva? si riparava le mani.
Inciampando, cadendo, tirava subito le mani indietro, e tònfete,
si spaccava la fronte.
Io, caro signor Fifì, metto le mani avanti. Le metto avanti,
perché la fronte io me la voglio portare sana, libera, sgombra.
Fifì: Ma scusate, se non sapete ancora la ragione per cui
mia sorella vi ha fatto chiamare, che mettete le mani avanti?
Ciampa: Chiudo la corda seria, e riapro la civile. (S'inchina.)
Ai comandi della mia signora.
Beatrice: Dovreste partire questa sera stessa per
Palermo.
Ciampa (con un balzo di sorpresa): Per Palermo? E
come? Se domani arriva il padrone...
Beatrice: Ha forse tanto bisogno di voi domani al banco
il padrone?
Ciampa: Come no, scusi? Che starei a farci io allora al
banco? Perché mi terrebbe?
Beatrice: So che vi tiene a guardia della cassaforte e vi
dà alloggio perciò nella stanza accanto.
Ciampa: Solo per questo? Lei mi vuole avvilire. Io
scrivo, signora.
Fifì: Non vedi che ha infatti la penna all'orecchio?
Ciampa: All'orecchio, sissignore. Insegna. Scusi, il
tavernajo non tiene forse la frasca e la bottiglia di saggio
appesa davanti la porta? E io, scrivano, la penna.
Fifì: Scrivano e giornalista!
Ciampa: Lasci stare il giornalista! Attività superflua,
che sfogo di notte. Scrivo per conto del padrone; tengo
registri, signora, sbrigo affari. O s'immagina forse che noi
scherziamo al banco? o che io ci stia per comparsa? Ha forse
inteso suo marito lagnarsi di me?
Beatrice: Che? mio marito? di voi? ma figuratevi! Guaj a
chi vi tocca!
Ciampa: E lei vorrebbe mandarmi questa sera stessa a
Palermo?
Fifì: Perché no? Non vedo che male ci sarebbe.
Beatrice: Se dico a mio marito che vi ho mandato io! Non
mi sarà permesso di darvi un incarico?
Ciampa: Incarico? Ma lei può sempre comandarmi, signora!
È la mia padrona! E per me, caro signor Fifì, andare a prendere
una boccata d'aria in una grande città come Palermo, ma si
figuri, è la vita! Soffoco qua, signora mia! Qua non c'è aria
per me. Appena cammino per le strade di una grande città, già
non mi pare più di camminare sulla terra: m'imparadiso! mi
s'aprono le idee! il sangue mi frigge nelle vene! Ah, fossi nato
là o in qualche città del Continente, chi sa che sarei a
quest'ora...
Fifì: Professore... deputato... anche ministro...
Ciampa: E re! Non esageriamo. Pupi siamo, caro signor
Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo
lei, pupi tutti. Dovrebbe bastare, santo Dio, esser nati pupi
così per volontà divina. Nossignori! Ognuno poi si fa pupo per
conto suo: quel pupo che può essere o che si crede d'essere. E
allora cominciano le liti! Perché ogni pupo, signora mia, vuole
portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé
si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori. A
quattr'occhi, non è contento nessuno della sua parte: ognuno,
ponendosi davanti il proprio pupo,
gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri, no;
dagli altri lo vuole rispettato.
Esempio: lei qua, signora, è moglie, è vero?
Beatrice: Moglie, già! almeno...
Ciampa: Si vede dal modo come lo dice, che non ne è
contenta. Pur non di meno, come moglie, lei vuole portato il suo
rispetto, non è vero?
Beatrice: Lo voglio? Altro che! Lo pretendo. E guaj a chi
non me lo porta!
Ciampa: Ecco, vede? Caso in fonte. E così, ognuno! Lei
forse col cavalier Fiorìca, mio riverito principale, se lo
conoscesse soltanto come un buon amico, potrebbe stare insieme
nella pace degli angeli. La guerra è dei due pupi: il
pupo-marito e la pupa-moglie. Dentro, si strappano i capelli, si
vanno con le dita negli occhi; appena fuori però, si mettono a
braccetto: corda civile lei, corda civile lui, corda civile
tutto il pubblico che, come vi vede passare, chi si scosta di
qua, chi si scosta di là, sorrisi, scappellate, riverenze - e i
due pupi godono, tronfii d'orgoglio e di
soddisfazione!
Fifì (ridendo): Ma sapete che siete davvero
spassoso, caro Ciampa!
Ciampa: Ma se questa è la vita, signor Fifì! Conservare
il rispetto della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo -
quale si sia - per modo che tutti gli facciano sempre tanto di
cappello! - Non so se mi sono spiegato. - Veniamo a noi,
signora. Che devo andare a fare a Palermo?
Beatrice (impressionata e rimasta astratta, sopra
pensiero): A Palermo?
Fifì (richiamandola a se): Ohé, Beatrice!
Beatrice: Ah, già... ecco... M'era parso di sentire
rientrare Fana di là...
Ciampa: La signora ha forse cambiato idea?
Beatrice: Non ho cambiato niente! (A Fifì:) Dove
ho messo il danaro?
Fifì: Lì, mi sembra, su quel tavolinetto.
Beatrice: Ah, eccolo qua. Queste, Ciampa, sono
trecentocinquanta lire (Gliele dà).
Ciampa: E che vuole che ne faccia?
Beatrice: Aspettate. Vado a prenderne altre
centocinquanta di là - e due polizze.
Ciampa (guardando Fifì con severità): Del monte?
Fifì: Precisamente. Perché mi guardate?
Ciampa: Io? No. Ai comandi!
Beatrice: Si tratta del resto di ritirare gli oggetti. Un
pajo d'orecchini e un braccialetto, in due astucci. Vado a
prendervi le polizze. (Via per l'uscio a destra.)
Fifì: Siccome mia sorella li ha messi in pegno per fare
un favore a me, di nascosto a suo marito...
Ciampa: Ma per carità, signor Fifì, io sono un suo
servitore...
Fifì: No, non ho nessuna difficoltà a dirlo. Ho
restituito a mia sorella il danaro. E mia sorella desidera che
gli oggetti domani ritornino a casa.
Ciampa: Domani? proprio domani? E che scusa troverà per
il principale d'avermi mandato a Palermo giusto alla vigilia del
suo arrivo?
Fifì: Uh, per questo, mancherà a una donna di trovare
scuse!
Ciampa: Ma con tanti giorni, mi perdoni, che il
principale è assente, non avrebbe potuto mandarmi prima, senza
che lui ne sapesse nulla?
Fifì: Veramente il danaro io gliel'ho portato ora.
Ciampa: Signor Fifì, qua sotto gatta ci cova! Badi che
sua sorella ha qualche grillo per la testa.
Fifì: Sì, per dire la verità, è sembrata anche a me un
po'... Ma che volete che abbia? La solita storia! La gelosia.
Ciampa: E manda me a Palermo?
Sopravviene Beatrice tutta alterata in viso, come se di là
avesse sostenuto una violenta discussione.
Beatrice: Ah, eccomi qua... eccomi qua...
Fifì: Oh... e che t'è accaduto?
Beatrice (dominandosi): Che m'è accaduto?
Fifì: Non so... ti vedo tutta... così...
Beatrice (c.s.): Non è niente. Non potevo
ritrovare le polizze e mi sono turbata. (Porgendole a
Ciampa:) Eccole qua. E queste sono le altre centocinquanta
lire.
Ciampa: Sta bene. Ma a ciò che lei dirà domani al
principale che non mi troverà al mio posto, ci ha pensato,
signora?
Beatrice: A tutto ho pensato! (Gli mostra nell'altra
mano un altro rotoletto di danari.) Vedete? Questo è il
danaro per il vostro viaggio, e altre centocinquanta lire...
Fifì: Tutte codeste carte da cento, tu...
Ciampa: Ma questo è tutto, caro signor Fifì. Quando ci
sono appunto tutte codeste carte da cento...
Beatrice: Ebbene? Che volete dire? Avreste da fare
osservazioni? (Al fratello:) Son danari miei, messi da
parte.
(A Ciampa:) Quando ci sono tutte queste carte da cento...
avanti, seguitate...
Ciampa: Niente, signora mia. Volevo dire che lei può
prendersi il gusto di muover le fila di un pupo e di farlo
camminare fino a Palermo.
Beatrice: Non vi mando per mio piacere: lo sapete bene
perché vi mando! - Ora poi, con queste altre centocinquanta
lire, voi a Palermo (questo sì sarà per mio piacere) voglio che
mi compriate una collana, Ciampa, una bella collana, sapete
come? a pendagli.
Ciampa: (stordito) Io? una collana?
Beatrice: A pendagli! Dirò a mio marito che l'ho veduta
al collo d'una certa amica mia e che m'è tanto piaciuta!
Capricci! Mio marito me li sa!
Ciampa: Ma io, signora, mi perdoni, che so comperare ...
?
Beatrice: Non importa. Nel caso, al ritorno verrete a
dirmi che non avete potuto trovarla.
Ciampa: E allora tenga qua, perché mi dà questo danaro?
Beatrice: Ma perché mi fareste proprio piacere, se me la
comperaste! La vorrei uguale e comperata da voi, caro Ciampa!
Ciampa: Perché da me? Che vuole da me, lei, oggi, signora
mia? Uguale? Come uguale? Se non so com'è?
Beatrice: Ve lo dico io. Andate da Mercurio, che è il
nostro giojelliere. So che la collana di quest'amica mia fu
certo comperata da lui. Andateci e la troverete. - Partite
subito eh?
Ciampa: Signora, io sono mezzo stordito. Mezzo? Che
mezzo! tutto!
Fifì: Mi sembra che la scusa però sia trovata bene!
Beatrice: Meglio di questa? Meglio di questa non avrei
potuto preparargliela una sorpresa a mio marito! Quando mi vedrà
domani con questa collana al petto... - Badate che c'è un treno
che parte ora alle sei.
Fifì (guardando l'orologio): C'è ancora un'ora di
tempo.
Ciampa: Per me, bastano due minuti. Vado a chiudere il
banco; chiudo prima con la spranga e col catenaccio l'uscio
della mia stanza, e parto. Vorrei che quest'ora di tempo fosse
piuttosto per la signora.
Beatrice: Per me?
Ciampa: Se Vossignoria volesse ancora pensare,
riflettere...
Beatrice: No, niente; a che volete che pensi?
Fifì: Andiamo, Ciampa. Vengo con voi. Addio, Beatrice.
Beatrice: Addio, addio.
Ciampa: Signora, le rammento il caso di mio padre che
tirava indietro le mani...
Beatrice: Ancora?
Ciampa: Me ne vado. Le bacio le mani. (Arrivato
all'uscio, ritorna indietro.) Signora, vuole che le porti
qua mia moglie?
Beatrice: Vostra moglie? Qua? (Sghignazzando:) Non
ci mancherebbe altro! Sarebbe proprio da ridere!
Ciampa (serio): Per mia quiete, signora.
Beatrice: Ma via! Andate! Siete pazzo? Che volete che ne
faccia qua, di vostra moglie?
Ciampa: Niente, certo: una signora come lei... Ma io le
dico: per mia quiete.
Beatrice: Ma se la chiudete sotto chiave, secondo il
vostro principio! Non ci mettete anche la
spranga?
Ciampa: E il catenaccio, signora. E verrò a portare le
chiavi qua a lei!
Beatrice: Ma no! non ce n'è bisogno. Potete portarle con
voi, le chiavi!
Ciampa: Ah, no! Se Vossignoria non vuole qua mia moglie,
almeno le chiavi bisogna che se le prenda! Non transigo!
Beatrice: E va bene, portatele, purché non perdiate altro
tempo.
Ciampa: Andiamo, signor Fifì. (S'avvia. Davanti
all'uscio torna a voltarsi.) Mi ha detto, a pendagli?
Beatrice: Auff! Sì, a pendagli.
Ciampa: Bacio le mani a Vossignoria. (Via con Fifì La
Bella.)
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