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Il berretto a sonagli - Commedia in due atti  - 1918

 

Atto Primo - Scena Quarta

 

Fana e detti, poi Ciampa.

 

Fana (dall'uscio in fondo): C'è Ciampa. Vuole che passi?

Beatrice: Fatelo entrare. Ma, aspettate; venite qua. (Se la trae in disparte e le dice piano:) Voi andate, intanto, dove v'ho detto.

Fana (pianissimo): Dal Delegato?

Beatrice: Gli direte che lo prego di venire qua da me. Se viene subito, fatelo entrare di là, nello studio. Portatevi il chiavino, e fate presto.

Fana: Sissignora. Prendo lo scialle e vado. (Via.)

Fifì: Ma si può sapere che diavolo stai concertando? Che è tutto questo mistero?

Beatrice: Ecco Ciampa. Zitto.

Entra dall'uscio in fondo Ciampa: sui quarantacinque anni; capelli folti, lunghi, volti all'indietro, scompostamente; senza baffi; due larghe basette tagliate a spazzola gl'invadono le guance fin sotto gli occhi pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i grossi occhiali a staffa. Porta all'orecchio destro una penna. Veste una vecchia finanziera.

Ciampa: Bacio le mani alla mia signora. Oh, caro signor Fifì... - Esposto ai comandi della signora.

Fifì: Sempre «esposto» voi, caro Ciampa.

Ciampa: Sissignore. Tante volte, come Cristo alla colonna. - Ma, termine d'educazione, se non m'inganno, «esposto ai comandi» - oltre che dovere mio, qua, da umile servitore.

Beatrice: Eh, via! Servitore, voi? Padroni tutti siamo qua, caro Ciampa, senza distinzione: voi, Fifì, mio marito, io... vostra moglie, che so! mia madre, Fana: tutti uguali! E non so se io, anzi, non sia sott'a tutti!

Ciampa: Per carità! Eresie, signora! Che dice mai!

Fifì: Lasciatela dire! Dice così, perché tutte le donne, secondo lei...

Beatrice: Ah, non tutte, no: certe donne! Perché cert'altre poi ce n'è, che sanno prendervi con le buone e farsi manse manse, che vi sanno lisciare... così (gli passa una mano sulla guancia) e queste, eh! queste stanno sopra a tutte, anche se vengono dalla strada.

Ciampa: Permettete, signora? Lei ha nominato anche mia moglie?

Beatrice: No: dicevo in generale: Fana, mia madre, io... vostra moglie...

Fifì: Tutte donne, e tutte uguali!

Ciampa: Mi perdoni. Domando scusa anche a lei, signor Fifì. Ma mi sembra che mia moglie, anche in un discorso così... generale, c'entri come Pilato nel Credo. - Io sono a servizio, e sta bene; ma mia moglie è ben conservata, dico per casa sua; ed è mia cura che non vada per le bocche della gente, né per bene, né per male.

Beatrice: Uh, ne siete veramente così geloso, che adombrate solo a sentirla nominare? Càspita!

Ciampa: Nossignora. Marcio con un principio: Moglie, sardine ed acciughe: queste, sott'olio e sotto salamoja; la moglie, sotto chiave. Eccola qua! (Cava dalla tasca una chiave e la mostra.)

Fifì: Bel principio, per mia sorella!

Ciampa (ponendogli le mani sul petto): Ognuno il suo, caro signor Fifì.

Beatrice (a Fifì): Quasi che, chiudendo la porta, devi dirgli, non restasse poi aperta la finestra!

Ciampa: Va bene, signora. Ma obbligo del marito è chiudere la porta.

Beatrice: Ah, davvero non avrei mai supposto che foste così terribile, voi!

Ciampa: Terribile? io? Ma no! Perché? Quando si sono messi i patti belli chiari avanti... - Questa è la finestra. (La porta la chiudo.) Affacciati. Ma bada che nessuno deve venire a dirmi: «Ciampa, tua moglie sta per rompersi il collo dalla finestra! » - Mi pare che in questo non ci sia niente dì terribile. L'uomo considera la donna che ha bisogno di prender aria alla finestra; la donna considera l'uomo che ha l'obbligo di chiudere la porta. E basta. Che comandi ha da darmi la signora?

Beatrice: Oh, Fifì... insomma, io ho da parlare con Ciampa.

Fifì: E perché vuoi che me ne vada, se devi dirgli soltanto ... ?

Beatrice: Debbo dirglielo davanti a te?

Fifì: E perché no? Oh bella... Parla, parla liberamente. T'ho dato ciò che ti dovevo...

Beatrice: Già, infatti... Basta. Sentite, Ciampa: ho bisogno di voi, persona fidata, più che di famiglia...

Ciampa: Sissignora, per la devozione -

Beatrice: - per la devozione, e per tutto.

Ciampa: Signora, badi che, di comprendonio, io sono fino, sa?

Beatrice: Che intendete dire?

Ciampa: Niente. Mi pare che lei abbia la bocca... non so... come se avesse mangiato sorbe, ecco, stamattina. -

Beatrice: Sorbe? Miele! Ho mangiato miele, io, stamattina. Scusate, non vi sto dicendo anzi ... ?

Ciampa: Oh Dio mio, non sono le parole, signora! Non siamo ragazzini! Lei vuol farmi intendere sotto le parole qualche cosa che la parola non dice.

Beatrice: Ma dove? ma quando? Se voi avete la coda di paglia...

Ciampa: Me n'appello a lei, signor Fifì. Che significa che io sono più che di famiglia?

Le rispondo: - Sissignora, per la devozione... - E lei rincalza: - «Per la devozione e per tutto! » - Che significa

questo «per tutto»? Che significa che qua siamo tutti padroni, senza distinzione, mia moglie compresa? Sono io con la coda di paglia o è lei piuttosto che la vuol pigliare, non so perché, proprio coi denti contro di me?

Fifì: Contro di voi? Contro di tutti! È un affar serio!

Beatrice: Ma insomma si può sapere che ho detto? O che non so più parlare adesso?

Ciampa: Non è questo, signora mia. Vuol che gliela spieghi io, la cosa com'è? Lo strumento è

scordato.

Beatrice: Lo strumento? Che strumento?

Ciampa: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa.

(Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l'indice e il pollice una chiavetta, fa l'atto di dare

una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.)

La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. - Io mi mangerei - per modo d'esempio - il signor Fifì. - Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa: - «0h quanto m'è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s'intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua

la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!

Fifì: Benissimo! benissimo! Bravo, Ciampa!

Ciampa: Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve aver girato ben bene in sé - per gli affari suoi - (non voglio sapere) - o la corda seria o la corda pazza, che le fanno dentro un brontolio di cento calabroni! Intanto, vorrebbe parlare con me con la corda civile. Che ne segue? Ne segue che le parole che le escono di bocca sono sì della corda civile, ma vengono fuori stonate.

Mi spiego? - Dia ascolto a me; la chiuda. Mandi via subito il signor Fifì... (Gli s'appressa.)

La prego anch'io, signor Fifì: se ne vada.

Beatrice: Ma no, perché? Lasciatelo stare.

Fifì: Volete levarmi il piacere di starvi a sentire?

Ciampa (con intenzione): Perché lei, signora, qua - permette? - su la tempia destra, dovrebbe dare una giratina alla corda seria per parlare con me a quattr'occhi, seriamente: per il suo bene e per il mio!

Beatrice: Non sto mica parlando per ischerzo, io. Vi voglio appunto parlare seriamente.

Ciampa: Ah, e sta bene, allora. Eccomi qua. Badi però, signora, - mi lasci dire questo soltanto - badi che, chi non giri a tempo la corda seria, può avvenire che gli tocchi poi di girare, o di far girare agli altri la pazza: gliel'avverto.

Fifì: Mi pare che cominciate voi adesso, caro Ciampa, a parlare stonato.

Beatrice: Già, pare da un pezzo anche a me... Non capisco...

Ciampa: Chiedo perdono. (Con scatto improvviso:) Signor Fifì, mio padre aveva tutta la fronte spaccata.

Fifì: Come c'entra adesso vostro padre?

Ciampa: Da ragazzino - sciocco - mio padre, invece di ripararsi la fronte, sa che faceva? si riparava le mani. Inciampando, cadendo, tirava subito le mani indietro, e tònfete, si spaccava la fronte.

Io, caro signor Fifì, metto le mani avanti. Le metto avanti, perché la fronte io me la voglio portare sana, libera, sgombra.

Fifì: Ma scusate, se non sapete ancora la ragione per cui mia sorella vi ha fatto chiamare, che mettete le mani avanti?

Ciampa: Chiudo la corda seria, e riapro la civile. (S'inchina.) Ai comandi della mia signora.

Beatrice: Dovreste partire questa sera stessa per Palermo.

Ciampa (con un balzo di sorpresa): Per Palermo? E come? Se domani arriva il padrone...

Beatrice: Ha forse tanto bisogno di voi domani al banco il padrone?

Ciampa: Come no, scusi? Che starei a farci io allora al banco? Perché mi terrebbe?

Beatrice: So che vi tiene a guardia della cassaforte e vi dà alloggio perciò nella stanza accanto.

 

 

Ciampa: Solo per questo? Lei mi vuole avvilire. Io scrivo, signora.

Fifì: Non vedi che ha infatti la penna all'orecchio?

Ciampa: All'orecchio, sissignore. Insegna. Scusi, il tavernajo non tiene forse la frasca e la bottiglia di saggio appesa davanti la porta? E io, scrivano, la penna.

Fifì: Scrivano e giornalista!

Ciampa: Lasci stare il giornalista! Attività superflua, che sfogo di notte. Scrivo per conto del padrone; tengo registri, signora, sbrigo affari. O s'immagina forse che noi scherziamo al banco? o che io ci stia per comparsa? Ha forse inteso suo marito lagnarsi di me?

Beatrice: Che? mio marito? di voi? ma figuratevi! Guaj a chi vi tocca!

Ciampa: E lei vorrebbe mandarmi questa sera stessa a Palermo?

Fifì: Perché no? Non vedo che male ci sarebbe.

Beatrice: Se dico a mio marito che vi ho mandato io! Non mi sarà permesso di darvi un incarico?

Ciampa: Incarico? Ma lei può sempre comandarmi, signora! È la mia padrona! E per me, caro signor Fifì, andare a prendere una boccata d'aria in una grande città come Palermo, ma si figuri, è la vita! Soffoco qua, signora mia! Qua non c'è aria per me. Appena cammino per le strade di una grande città, già non mi pare più di camminare sulla terra: m'imparadiso! mi s'aprono le idee! il sangue mi frigge nelle vene! Ah, fossi nato là o in qualche città del Continente, chi sa che sarei a quest'ora...

Fifì: Professore... deputato... anche ministro...

Ciampa: E re! Non esageriamo. Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti. Dovrebbe bastare, santo Dio, esser nati pupi così per volontà divina. Nossignori! Ognuno poi si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o che si crede d'essere. E allora cominciano le liti! Perché ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori. A quattr'occhi, non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo,

gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri, no; dagli altri lo vuole rispettato.

Esempio: lei qua, signora, è moglie, è vero?

Beatrice: Moglie, già! almeno...

Ciampa: Si vede dal modo come lo dice, che non ne è contenta. Pur non di meno, come moglie, lei vuole portato il suo rispetto, non è vero?

Beatrice: Lo voglio? Altro che! Lo pretendo. E guaj a chi non me lo porta!

Ciampa: Ecco, vede? Caso in fonte. E così, ognuno! Lei forse col cavalier Fiorìca, mio riverito principale, se lo conoscesse soltanto come un buon amico, potrebbe stare insieme nella pace degli angeli. La guerra è dei due pupi: il pupo-marito e la pupa-moglie. Dentro, si strappano i capelli, si vanno con le dita negli occhi; appena fuori però, si mettono a braccetto: corda civile lei, corda civile lui, corda civile tutto il pubblico che, come vi vede passare, chi si scosta di qua, chi si scosta di là, sorrisi, scappellate, riverenze - e i due pupi godono, tronfii d'orgoglio e di

soddisfazione!

Fifì (ridendo): Ma sapete che siete davvero spassoso, caro Ciampa!

Ciampa: Ma se questa è la vita, signor Fifì! Conservare il rispetto della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo - quale si sia - per modo che tutti gli facciano sempre tanto di cappello! - Non so se mi sono spiegato. - Veniamo a noi, signora. Che devo andare a fare a Palermo?

Beatrice (impressionata e rimasta astratta, sopra pensiero): A Palermo?

Fifì (richiamandola a se): Ohé, Beatrice!

Beatrice: Ah, già... ecco... M'era parso di sentire rientrare Fana di là...

Ciampa: La signora ha forse cambiato idea?

Beatrice: Non ho cambiato niente! (A Fifì:) Dove ho messo il danaro?

Fifì: Lì, mi sembra, su quel tavolinetto.

Beatrice: Ah, eccolo qua. Queste, Ciampa, sono trecentocinquanta lire (Gliele dà).

Ciampa: E che vuole che ne faccia?

Beatrice: Aspettate. Vado a prenderne altre centocinquanta di là - e due polizze.

Ciampa (guardando Fifì con severità): Del monte?

Fifì: Precisamente. Perché mi guardate?

Ciampa: Io? No. Ai comandi!

Beatrice: Si tratta del resto di ritirare gli oggetti. Un pajo d'orecchini e un braccialetto, in due astucci. Vado a prendervi le polizze. (Via per l'uscio a destra.)

Fifì: Siccome mia sorella li ha messi in pegno per fare un favore a me, di nascosto a suo marito...

Ciampa: Ma per carità, signor Fifì, io sono un suo servitore...

Fifì: No, non ho nessuna difficoltà a dirlo. Ho restituito a mia sorella il danaro. E mia sorella desidera che gli oggetti domani ritornino a casa.

Ciampa: Domani? proprio domani? E che scusa troverà per il principale d'avermi mandato a Palermo giusto alla vigilia del suo arrivo?

Fifì: Uh, per questo, mancherà a una donna di trovare scuse!

Ciampa: Ma con tanti giorni, mi perdoni, che il principale è assente, non avrebbe potuto mandarmi prima, senza che lui ne sapesse nulla?

Fifì: Veramente il danaro io gliel'ho portato ora.

Ciampa: Signor Fifì, qua sotto gatta ci cova! Badi che sua sorella ha qualche grillo per la testa.

Fifì: Sì, per dire la verità, è sembrata anche a me un po'... Ma che volete che abbia? La solita storia! La gelosia.

Ciampa: E manda me a Palermo?

Sopravviene Beatrice tutta alterata in viso, come se di là avesse sostenuto una violenta discussione.

Beatrice: Ah, eccomi qua... eccomi qua...

Fifì: Oh... e che t'è accaduto?

Beatrice (dominandosi): Che m'è accaduto?

Fifì: Non so... ti vedo tutta... così...

Beatrice (c.s.): Non è niente. Non potevo ritrovare le polizze e mi sono turbata. (Porgendole a Ciampa:) Eccole qua. E queste sono le altre centocinquanta lire.

Ciampa: Sta bene. Ma a ciò che lei dirà domani al principale che non mi troverà al mio posto, ci ha pensato, signora?

Beatrice: A tutto ho pensato! (Gli mostra nell'altra mano un altro rotoletto di danari.) Vedete? Questo è il danaro per il vostro viaggio, e altre centocinquanta lire...

Fifì: Tutte codeste carte da cento, tu...

Ciampa: Ma questo è tutto, caro signor Fifì. Quando ci sono appunto tutte codeste carte da cento...

Beatrice: Ebbene? Che volete dire? Avreste da fare osservazioni? (Al fratello:) Son danari miei, messi da parte.

(A Ciampa:) Quando ci sono tutte queste carte da cento... avanti, seguitate...

Ciampa: Niente, signora mia. Volevo dire che lei può prendersi il gusto di muover le fila di un pupo e di farlo camminare fino a Palermo.

Beatrice: Non vi mando per mio piacere: lo sapete bene perché vi mando! - Ora poi, con queste altre centocinquanta lire, voi a Palermo (questo sì sarà per mio piacere) voglio che mi compriate una collana, Ciampa, una bella collana, sapete come? a pendagli.

Ciampa: (stordito) Io? una collana?

Beatrice: A pendagli! Dirò a mio marito che l'ho veduta al collo d'una certa amica mia e che m'è tanto piaciuta! Capricci! Mio marito me li sa!

Ciampa: Ma io, signora, mi perdoni, che so comperare ... ?

Beatrice: Non importa. Nel caso, al ritorno verrete a dirmi che non avete potuto trovarla.

Ciampa: E allora tenga qua, perché mi dà questo danaro?

Beatrice: Ma perché mi fareste proprio piacere, se me la comperaste! La vorrei uguale e comperata da voi, caro Ciampa!

Ciampa: Perché da me? Che vuole da me, lei, oggi, signora mia? Uguale? Come uguale? Se non so com'è?

Beatrice: Ve lo dico io. Andate da Mercurio, che è il nostro giojelliere. So che la collana di quest'amica mia fu certo comperata da lui. Andateci e la troverete. - Partite subito eh?

Ciampa: Signora, io sono mezzo stordito. Mezzo? Che mezzo! tutto!

Fifì: Mi sembra che la scusa però sia trovata bene!

Beatrice: Meglio di questa? Meglio di questa non avrei potuto preparargliela una sorpresa a mio marito! Quando mi vedrà domani con questa collana al petto... - Badate che c'è un treno che parte ora alle sei.

Fifì (guardando l'orologio): C'è ancora un'ora di tempo.

Ciampa: Per me, bastano due minuti. Vado a chiudere il banco; chiudo prima con la spranga e col catenaccio l'uscio della mia stanza, e parto. Vorrei che quest'ora di tempo fosse piuttosto per la signora.

Beatrice: Per me?

Ciampa: Se Vossignoria volesse ancora pensare, riflettere...

Beatrice: No, niente; a che volete che pensi?

Fifì: Andiamo, Ciampa. Vengo con voi. Addio, Beatrice.

Beatrice: Addio, addio.

Ciampa: Signora, le rammento il caso di mio padre che tirava indietro le mani...

Beatrice: Ancora?

Ciampa: Me ne vado. Le bacio le mani. (Arrivato all'uscio, ritorna indietro.) Signora, vuole che le porti qua mia moglie?

Beatrice: Vostra moglie? Qua? (Sghignazzando:) Non ci mancherebbe altro! Sarebbe proprio da ridere!

Ciampa (serio): Per mia quiete, signora.

Beatrice: Ma via! Andate! Siete pazzo? Che volete che ne faccia qua, di vostra moglie?

Ciampa: Niente, certo: una signora come lei... Ma io le dico: per mia quiete.

Beatrice: Ma se la chiudete sotto chiave, secondo il vostro principio! Non ci mettete anche la

spranga?

Ciampa: E il catenaccio, signora. E verrò a portare le chiavi qua a lei!

Beatrice: Ma no! non ce n'è bisogno. Potete portarle con voi, le chiavi!

Ciampa: Ah, no! Se Vossignoria non vuole qua mia moglie, almeno le chiavi bisogna che se le prenda! Non transigo!

Beatrice: E va bene, portatele, purché non perdiate altro tempo.

Ciampa: Andiamo, signor Fifì. (S'avvia. Davanti all'uscio torna a voltarsi.) Mi ha detto, a pendagli?

Beatrice: Auff! Sì, a pendagli.

Ciampa: Bacio le mani a Vossignoria. (Via con Fifì La Bella.)

 

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1918

INTRODUZIONE

APPUNTI DI REGIA

’A birritta cu i cincianeddi 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

SCENA SECONDA

SCENA TERZA

SCENA QUARTA

SCENA QUINTA

SCENA SESTA

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

SCENA SECONDA

SCENA TERZA

SCENA QUARTA

SCENA QUINTA

Teatro

 Atti unici

●●  DUE atti

●●●  tre atti

INTRODUZIONE

1892 ●

La morsa

1906 ●●●

Tutto Per bene

1910 ● Versione Inglese

Lumie di Sicilia

1911 ●

Il dovere del medico

1913 ●

Cecè

1916 ●

All'uscita

1916 ●●●

Liolà

1916 ●●●

Pensaci Giacomino!

1917 ●●●

Il Piacere Dell'Onestà

1917 ●●●

L'Innesto

1917 ●●● Versione Inglese

Cosi è (se vi pare)

1917 ●

La patente

1918 ●●●

Ma non è una cosa seria

1918 ●●

Il berretto a sonagli

1918 ●●●

Il Giuoco Delle Parti

1919 ●●●

L'uomo, la bestia e la virtù

1921 ●●● Versione Inglese Versione Spagnola

Sei Personaggi In cerca D'Autore

1922 ●●● Versione Inglese

Enrico IV

1922 ●

L'imbecille

1923 ● Versione Spagnola

L'uomo dal fiore in bocca

1925 ●

La Giara

1925 ●

Sagra del signore della nave

1926 ●●●

Diana e la tuda

1928 ●

Bellavita

1932 ●●●

Quando Si è Qualcuno

1932 ●●●

i giganti della montagna