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N'Sicilianu |
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COMMEDIA IN DUE ATTI
FONTE Novelle «La
verità» (1912) - «Certi obblighi»
(1912)
STESURA agosto
1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 27 giugno 1918
In dialetto siciliano col titolo ’A
birritta cu’ i cincianeddi - Roma,
Teatro Nazionale, Compagnia di Angelo
Musco. In italiano: 15
dicembre 1923, Teatro Morgana di Roma
con la Compagnia di Gastone Monaldi.
In questa pagina:
Introduzione e trama (da Opere
letterarie del 900 Italiano)
Sommario e note di regia (da
Teatro Nuovo)
Articolo - Antonio Gramsci -
« A’ birritta ccu li ciancianeddi » di Pirandello all’Alfieri
(da L'Avanti! del 27 febbraio 1918)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Tematiche -
Angela Diana Di Francesca -
Articolo - Il “Berretto a
sonagli”: Beatrice e il “POTERE” Femminile
Sez. Tematiche -
Paolo Diodato -
Randone, Eduardo, Stoppa: Tre messeinscena de Il
berretto a sonagli di Luigi Pirandello
Sez. Novelle -
La verità (raccolta
L'uomo solo)
Sez. Novelle -
Certi obblighi (raccolta Dal naso al cielo)
Sez. Video -
Il
berretto a sonagli - Regia Eduardo De Filippo - RAI 1981
- Con Sergio Solli , Armando Marra , Giulio Farnese
, Eduardo De Filippo , Giovanna Carola , Luca De Filippo.
Sez. Video -
Il berretto a sonagli - Regia Edmo Fenoglio - RAI 1970
- Con Salvo Randone, Anita Laurenzi, Wanda Capodaglio, Stefano Satta Flores,
Silvio Spaccesi, Elsa Merlini, Italia Marchesini, Olimpia Carlisi
Sez. Video -
Il
berretto a sonagli - Regia Luigi Squarzina RAI 1985.
Con Paolo Stoppa, Anna Maria Bottini, Miriam Crotti, Rita Livesi, Carla Calò,
Stefano Lescovelli. Introduzione di Giorgio Albertazzi.
da
Opere Letterarie del 900 Italiano
Fu scritta nell'agosto del 1916, in dialetto siciliano, per Angelo Musco con il
titolo 'A birritta cu 'i ciànciani poi modificato in 'A birritta cu 'i
ciancianeddi. Le fonti narrative del testo sono riconducibili a due novelle,
Certi obblighi e La verità, pubblicate entrambe sul «Corriere della sera» nel
1912. Messa in scena da Musco, il 27 giugno 1917, davanti a un pubblico non
numeroso ma soddisfatto, fu replicata per tre sere. La versione italiana fu
pubblicata in «Noi e il Mondo.
L'azione ha luogo in una cittadina siciliana, nel salotto della casa del
cavalier Fiorìca «riccamente addobbato
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all'uso provinciale». La signora Beatrice, convinta che il marito, un banchiere
privato, la tradisca con Nina, giovane moglie di un dipendente - lo scrivano
«quarantacinquenne» Ciampa, che
occupa un appartamentino attiguo e comunicante col Banco - ha preparato un piano
per far scoppiare lo scandalo. Il piano è ingegnoso: il cavalier Fiorìca, di
ritorno la sera da Catania, troverà libero il campo per appartarsi con l'amante
perché la signora Beatrice avrà provveduto ad allontanare Ciampa, inviandolo a
Palermo con il pretesto di una commissione. La polizia, preavvertita, potrà fare
irruzione nell'appartamentino, sorprendendo i due amanti in flagrante adulterio.
La signora Beatrice espone il piano al delegato di polizia Spanò, uomo di
fiducia della sua famiglia. Spanò esita ad accettare una denuncia compromettente
per l'onorabilità del cavalier Fiorica, persona stimata e influente in città, ma
alla fine cede alle pressanti insistenze della moglie. Beatrice fa quindi
chiamare Ciampa per affidargli la commissione. Lo scrivano, che si presenta con
«occhi pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i grossi
occhiali a staffa», sospettando un intrigo, tenta di sottrarsi all'incarico e
cerca di convincere la signora a parlare con lui senza infingimenti. Ciampa,
scrivano e intellettuale, ha elaborato una personale teoria dell'agire sociale
dettata dalle sue esulcerazioni esistenziali, che espone alla signora Fiorìca:
«Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa. La seria, la
civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile;
per cui ci sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia,
l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. E che faccio allora? Do'
una giratina così alla corda civile. Ma può venire il momento che le acque si
intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria,
per chiarire, per rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e
quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in
nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non
so più quello che faccio! ».
Ma Beatrice, determinata a vendicarsi del marito, non si lascia convincere a
girare la corda seria «per rimettere le cose a posto», perché ritiene Ciampa
consenziente alla tresca. Lo scrivano prima di partire per Palermo, per svolgere
l'incarico, tenta ancora inutilmente di disinnescare il progetto insensato della
padrona.
Nel secondo atto scatta la trappola. Nina Ciampa e il cavalier Fiorìca vengono
sorpresi l'una con un «decolté eccessivo», giustificato dalla stagione calda, e
l'altro in «maniche di camicia - decentissimo», sul punto di lavarsi le mani. I
due vengono tuttavia arrestati, l'una per il decolté, seppure esibito in casa,
l'altro per resistenza. Ma nel merito, assicura il delegato Spanò, il verbale è
negativo e il cavaliere sarà prontamente rilasciato. Dal momento che il marito è
stato in qualche modo punito, la signora Fiorìca è ora soddisfatta. Non ha
considerato però la reazione di Ciampa, che piomba stravolto nel salotto per
rivendicare la sua condizione dolente di uomo non più giovane, innamorato della
moglie, che ha potuto «sottomettersi fino al punto di spartirsi l'amore di
quella donna con un altro uomo». Lo scrivano assicura che, se prima dello
scandalo avesse potuto parlare francamente con la signora Beatrice della
incresciosa situazione, egli si sarebbe licenziato e trasferito altrove. Ma la
donna, dominata dalla gelosia, ne ha ignorato le ragioni, dando in pasto alla
gente il suo doloroso segreto. Ora a Ciampa non resta che vendicare il
tradimento palese, ammazzando moglie e amante, poiché un verbale «negativo»
della polizia non può certo cancellare i sospetti e le chiacchiere: «resto col
verbale, che non c'è stato nulla? E debbo sopportarmi che tutti, domani, vengano
a dirmi in faccia, con occhi dolenti: "Non è stato nulla, Ciampa: la signora ha
scherzato"». Poiché tutti in casa tentano di minimizzare il comportamento di
Beatrice come un gesto di pazzia, Ciampa è folgorato da un'idea: la signora si
finga veramente pazza così i sospetti che hanno provocato lo scandalo
risulteranno dettati dalla follia. Solo la pazzia conclamata della donna può ora
disarmare la sua mano. E tenta di persuaderla così: «Niente ci vuole a far la
pazza, creda a me! Gliel'insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare
in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede e tutti la prendono per pazza!».
Incalzata dalla paradossale provocazione di Ciampa che le chiede di «farsi tre
mesi di villeggiatura» in una casa di salute, per dissipare i sospetti e
restituirgli la dignità, la signora libera la corda pazza dandosi a
incontrollate escandescenze e gridando in faccia a Ciampa la verità della sua
condizione di «becco». Verità non credibile, consentita solo ai pazzi. E «mentre
tutti fanno per portar via Beatrice, che seguita a gridare come se fosse
impazzita davvero», Ciampa «si butta a sedere su una seggiola in mezzo alla
scena, scoppiando in un'orribile risata, di rabbia, di selvaggio piacere e di
disperazione a un tempo».
Quasi un anno trascorse dal tempo della scrittura a quello della
rappresentazione della commedia perché, alla lettura del testo, Angelo Musco
aveva manifestato varie perplessità. «Le ragioni di tanto timore si devono
trovare», scrive Gaspare Giudice, «nelle lunghe battute filosofico-buffonesche
che pronuncia Ciampa nel primo atto e che sono alla base del suo personaggio.
Ciampa era il portatore in teatro per la prima volta, a chiare lettere, del
"pirandellismo"». Antonio Gramsci, recensendo la commedia, vi riscontrò «poca
intensità: la dimostrazione soverchia l'azione, la diluisce, la svanisce. Il
sofisma, il paradosso non acquista pregio nel dialogo»; per Leonardo Sciascia,
invece, Il berretto a sonagli rappresenta «la più perfetta commedia di
Pirandello». Dopo l'interpretazione di Musco, che gradualmente la escluse dal
repertorio, la commedia trovò un interprete congeniale in Eduardo De Filippo,
che nel 1936, per volontà dell'autore, ne trasse una riduzione in dialetto
napoletano. Nel 1963 Il berretto a sonagli venne ripreso da Turi Ferro. Nel 1984
Luigi Squarzina ne curò la regia per l'interpretazione di Paolo Stoppa,
reintegrando i tagli operati da Angelo Musco.
da
Teatro
Nuovo
Il berretto a sonagli
è il berretto del buffone, il copricapo della vergogna ostentato davanti a
tutti.
La storia si svolge in un salotto borghese della Sicilia agli inizi del
‘900, ma per la sua grande attualità e per la forza del testo potrebbe
svolgersi in un salotto di oggi in una qualsiasi casa di oggi.
Beatrice, moglie del cavalier Fiorica, è rosa dalla gelosia dopo aver
appreso che il marito la tradisce con la moglie di Ciampa, segretario e
scrivano a loro servizio. Disposta ad arrivare fino allo scandalo, pur di
avere riconosciuta la sua ragione di moglie, architetta un piano per
cogliere i due amanti in flagrante e rendere così pubblico il tradimento.
Beatrice, nonostante i consigli di sua madre, la Signora Assunta, quelli del
fratello Fifì e della governante Fana, che la scongiurano di desistere dai
suoi propositi ed utilizzare calma e diplomazia, va invece avanti nel suo
intento fino al “punto di non ritorno”. Il punto in cui, su consiglio di
Ciampa, l’unica soluzione percorribile è quella di rinchiudere Beatrice in
manicomio. Solo in questo modo si potrà salvare l’onore di tre persone e di
due famiglie. La soluzione-vendetta proposta da Ciampa viene accolta da
tutti come l’unica ormai percorribile. La Signora Assunta per salvare la
rispettabilità del genero e della famiglia accetterà di vedere sua figlia in
manicomio, così come Fifì, Fana e lo stesso delegato Spanò, converranno che
“nessuno darà mai ragione alle parole di una pazza” e quindi l’onore e la
rispettabilità saranno salvi davanti a tutto il paese.
Beatrice passerà così da carnefice a vittima. Il manicomio sarà il prezzo
che dovrà pagare per aver voluto mettere in piazza la verità. “Non
c'è più pazzo al mondo di chi crede d'aver ragione!”
dirà Ciampa.
“Si prenda questo piacere, di fare per tre mesi la pazza. Potessi farlo io,
come piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua per davvero tutta la corda
pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e
scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità”.
Note di
regia
Lo
spettacolo comincia con un fastidioso “ronzio” che parte da
dentro, o se preferite, da ‘sotto’, da quello che non si vede ma
che è dentro l’animo della protagonista. Il sotto, anche se poco
presentabile (per le convenzioni sociali), e poco visibile, è di
fatto la verità. Una verità che nessuno dei personaggi ha
convenienza a far uscire. Meglio il ‘sopra’, la facciata,
l’apparenza, sicuramente più opportuna e rispettabile.
Tutti i personaggi sono attori e spettatori e quindi sempre in
scena, seduti “a vista” ai lati di un piccolo palcoscenico,
piccolo come “piccolo” è il loro mondo. Un mondo dove
l’apparenza conta più di qualsiasi altra cosa, perfino degli
affetti e dei legami di sangue.
Sulla scena, tutti a loro modo hanno un’agitazione che esprimono
con la voce e con il corpo. Tutti tranne Ciampa. Lui apparirà
sempre calmo. Una calma che nasconde però una profonda
sofferenza. Ciampa sa che la ‘ragione’ parla, non grida mai. Ed
in coscienza sua sa di avere ragione.
LUIGI
FARIOLI
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È una parentesi nel teatro di Luigi Pirandello, un episodio, un abbozzo.
Rientra nel suo genere, è prodotto autentico del temperamento personalissimo
dell’autore, ma non è stata elaborata, e rifinita come le altre commedie. Lo
spunto stesso ridiventa comune. Nelle altre commedie il motivo non esce certo
dalle esperienze del passato, siano esse intellettuali, siano sentimentali, ma
l’autore svecchia il motivo antico, lo presenta rivestito di peculiarità
caratteristiche, i personaggi sono suoi, della sua fantasia, le parole che
dicono hanno una vita nuova, di stile e di passione. In questi due atti c’è poca
intensità: la dimostrazione soverchia l’azione, la diluisce, la svanisce.
«A’ berritta ccu li ciancianeddi»
continua la serie delle altre commedie, è un residuo delle altre commedie:
continua la rappresentazione esemplificata delle contraddizioni tra l’essere e
il voler essere, tra l’apparenza e la realtà, tra l’immagine e il vero, che
hanno avuto due momenti drammatici nel Così è (se vi pare) e nel Piacere
dell’onestà. Ma in questi due atti il sofisma, il paradosso non acquista pregio
nel dialogo, non suscita dramma originale: qualche battuta, qualche piccola
scena, la vita è solo nell’interprete in Angelo Museo, che riesce a far superare
il tedio delle lunghe parlate non più interessanti spesso di quelle del più
melenso scrittore di teatro. |
C’è qui il marito tradito, marito vecchio, brutto e innamorato, che non vuole
diventare lo zimbello del paese, che non vuole sul suo capo la berretta coi
sonagli della beffa, dello scherno. Egli sopporta il tradimento per conservare
la donna, poiché è sicuro del segreto. Teorizza lo sdoppiamento dell’uomo in
quanto intimità e in quanto termine di relazione sociale: vuole il rispetto
umano, vuole la tranquillità. Il segreto viene propalato con uno scandalo
clamoroso. La moglie viene colta in flagrante adulterio. Un tranello è stato
teso dalla moglie gelosa dell’adultero, e l’arresto dei due colpevoli rovinerà
l’esistenza di don Nuccio, se egli non riesce a far credere che si tratta di una
pazzia, che l’accusatrice è stata una pazza. Così si chiudono i due atti: il
marito becco pone un dilemma: o la strage dei due colpevoli sua, moglie e
l’amante, o la finzione della pazzia nell’accusatrice nella donna gelosa che non
ha pensato che a se stessa e ha rovinato un quarto innocente. E don Nuccio
ottiene questa finzione indirettamente, facendo esasperare la donna, traendola a
urlare, a inveire incompostamente goffamente contro di lui, facendosi chiamare
becco dalla signora che diventa una furia, che perde la sua apparenza civile e
lascia senza freni la vena di follia che esiste in ogni umano.
La commedia si impernia tutta su Angelo Museo, che riesce colla sua comicità
misurata, fluida nel lungo discorso, ossessionata, irresistibilmente
trascinatrice nel momento culminante a destare l’interesse degli spettatori, che
si raccoglie nei due atti per dilatarsi ed espandersi nella risata finale.
Antonio Gramsci
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IL BERRETTO A
SONAGLI - ATTO PRIMO |
N'Sicilianu
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PERSONAGGI
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Ciampa, scrivano
La signora Beatrice Fiorìca
La signora Assunta La Bella, sua madre
Fifì La Bella, suo fratello
Il delegato Spanò |
La Saracena, rigattiera
Fana, vecchia serva della signora Beatrice
Nina Ciampa, giovane moglie del Ciampa
Vicini e vicine di casa Fiorìca
In una cittadina dell'interno della Sicilia. Oggi. |
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1936 -
Il berretto a sonagli - Titina ed Eduardo De
Filippo |
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Salotto in casa Fiorìca riccamente addobbato all'uso provinciale.
Uscio comune in fondo; usci laterali a
destra e a sinistra, con tende.
La scena è uguale per tutti e due gli
atti.
Scena prima
La Signora Beatrice, La Saracena e Fana.
Al levarsi della tela, la signora Beatrice, seduta sul divano, piange.
La Saracena, seduta di fronte, la guarda contrariata.
Fana (indicando la signora che
piange): Siete contenta ora? Come non vi
fate coscienza di attizzar questo fuoco? di
rovinare così una famiglia?
La saracena (donnone atticciato,
terribile, sui quarant'anni; sgargiante, con
ampio fazzoletto di seta, giallo, al
petto, e scialle anche di seta, celeste, con
lunga frangia, stretto alla vita.
(Alzandosi): O oh, che diavolo dite?
Coscienza, foco... Mi faccia il piacere,
signora!
Beatrice (sui trent'anni, pallida,
isterica, tutta furie e abbattimenti
subitanei; seguitando a piangere):
Non le date retta... lasciatela perdere...
La saracena: No, mi scusi: le dica
che io non ho fatto altro che obbedire a un
ordine preciso di Vossignoria.
Beatrice: Ma volete dar conto a lei?
Fana: A me? no, signora mia! Io sono
la sua serva.
Ma a Dio, sì, perché a Dio
dobbiamo dar conto tutti!
Beatrice (scattando): Fuori!
In cucina! E fatevi gli affari vostri!
La saracena (acchiappando per un
braccio Fana e trattenendola): Ah, no
no. Aspetti, signora. E anche voi, qua.
L'anima l'abbiamo tutti, servi e padroni,
davanti a Dio; e non voglio chiacchiere,io,
sul mio conto.
Qual è la coscienza, la
vostra, che vedete codesta povera signora
pianger lagrime di sangue, patir le pene
dell'inferno, e: - «Non è niente:
Pazienza! L'offra a Dio!» - Questa è la
coscienza?
Fana: Questa! questa! Per chi ha
timore di Dio!
Beatrice: Ah, e allora un uomo vi
tartassa, vi pesta... così... sotto i piedi;
è Dio, è vero?
Fana: No. Io dico che dobbiamo
offrirlo a Dio, signora mia!
Ma quando mai
gli uomini, mi scusi, si sono presi così di
fronte, a petto?
Usar la forza con chi è più
forte di noi?
Piano piano, signora mia,
d'accanto e non di fronte, col garbo e la
buona maniera si riportano gli uomini a
casa.
La saracena: E già! Mi piace! E per
esser così, qua tutte le donne, gli uomini,
oh! toppe da scarpe ne fanno di noi!
Fana: Questo, in coscienza, la mia
signora non può dirlo, ché è trattata in
casa come una regina.
Il cavaliere è
prudente e la rispetta, e non le ha fatto
mancare mai nulla.
Beatrice: Vi volete star zitta?
Prudenza, già! rispetto, abbondanza, la casa
piena.
E fuori lui, che fa? E la mia pace? e
il mio cuore? Guardate dentro voi, e quello
di fuori lo nascondete?
La saracena: La chiama coscienza, oh!
Questo, al mio paese, si chiama nascondere
il sole con la rete!
Oh, alle corte. Siete
venuta voi, sì o no, a chiamarmi fino a
casa?
Fana: Comandata; non ho potuto fame a
meno.
La saracena: Oh bella! E non sono
stata forse comandata anch'io? - «Saracena,
- parole della signora - ajutatemi! Mio
marito, con la tal dei tali, così e così.
Sappiatemi dire se è vero. La mia
casa è un inferno; voglio uscirmene a ogni
costo!» -
M'ha detto così?
Beatrice: Sì, sì, e voglio uscirmene!
subito! una volta per sempre!
Fana: Oh Madre di Dio!
La saracena: Ma che Madre di Dio! Una
casa dov'è entrata la gelosia?
Ma distrutta
è! finita! Terremoto perpetuo, ve lo dice la
Saracena!
Ci fossero figli di mezzo...
Fana: Questo è il vero guajo qua: che
non ce ne sono!
La saracena: E dunque? Perché
dovrebbe crepare in corpo, questa povera
signora? Se dice che vuole uscirne!
Fana: Dice così, ma piange intanto!
Beatrice: Di rabbia, piango! Se lo
avessi qua, lo squarterei!
Dite, dite,
Saracena: posso sorprenderli insieme
davvero, domani stesso?
La saracena: Come due uccellini
dentro il nido. A che ora arriverà il
padrone domani?
Beatrice: Alle dieci!
La saracena: Faccia conto che alle
dieci e mezzo Vossignoria li prenderà tutti
e due, a occhi chiusi, belli, vivi vivi.
Una
denunzia al Delegato. A tutto il resto
penserò io.
Mi dica una cosa: è vero che
il padrone prima che da Catania doveva
passare da Palermo?
Beatrice: Sì, è vero. Perché?
La saracena: Ma... perché... perché
so... - no, niente...
Beatrice: Dite, dite... che sapete?
La saracena: Ma! D'un certo regalo
che le ha promesso di portarle da Palermo.
Beatrice: A lei? un regalo?
La saracena: Una bella collana,
sissignora, a pendagli.
Fana: Non siete donna, voi: diavolo
siete!
La saracena: Scriva, scriva la
denunzia, signora.
Beatrice (friggendo): No...
no... è meglio... - oh Dio, scoppio... -
meglio che faccia venire qua il Delegato
Spanò, persona nostra (deve tutto a mio
padre, sant'anima): me lo dirà lui come devo
regolarmi.
Anzi, andate voi, Saracena,
andate a chiamarmelo.
Fana: Signora, mia, per carità;
signora mia, pensi allo scandalo!
Beatrice: Non me n'importa niente!
Fana: Badi che Vossignoria si rovina!
Beatrice: Mi libero! mi libero! mi
libero! - Andate, Saracena: non perdiamo più
tempo!
Fana (trattenendo la Saracena):
Un momento... un momento...
Signora mia, ma
a lui, mi perdoni, al marito di questa buona
donna (se è vero!) a lui, a Ciampa,
Vossignoria ci ha pensato?
Beatrice: A tutto, a tutto ho
pensato, anche a lui, non v'immischiate! So
dove debbo mandarlo.
La saracena: E che ce n'è bisogno?
Dove vuol mandarlo? Ci pensano loro a
mandarlo via!
Ma già, stia certa che, appena
il padrone arriva e sale al banco, lui volta
le spalle e se ne va da sé.
Fana: Chi? Ciampa? Voi siete pazza!
Che volete dare a intendere alla signora,
che Ciampa sa tutto e si sta zitto?
La saracena: Ma zitta voi, che non
sapete nulla!
Fana: Badate che voi sbagliate,
sbagliate di grosso!
La saracena: Già, perché, se mai,
finisce come ai fuochi: pim! pam! -
Levàtevi.
Ma come? Vede la moglie con le bùccole da signora agli orecchi; quattro
anelli alle dita; domani le vede in petto la
collana a pendagli, e crede, è vero? che se
li sia comperati lei, da sé, coi suoi
risparmi? Levàtevi!
Quando il padrone è al
banco, lui è sempre in mezzo alla strada,
col naso all'aria, che va girando di qua e
di là.
Fana: Comandato, comandato, il
galantuomo! mandato in servizio! Se lo
tengono per questo...
Ma lo sanno tutti che,
ogni qual volta esce dal banco, tira su la
spranga e la mette alla porta della sua
stanza accanto!
La saracena: Già! e il padrone la
leva.
Fana: Ma se ci mette anche il
catenaccio!
La saracena: Già! e il padrone ha la
chiave.
Beatrice: O oh, insomma la finite?
V'ho detto d'uscir fuori e di non
immischiarvi! Alla Saracena: Ciampa
ce lo leviamo dai piedi: lo farò partire
questa sera stessa. - Anzi... voi Fana,
venite qua...
Oh, ma... non v'arrischiate a
fargli capire... Posso fidarmi di voi?
Fana: Signora mia, mi passa il cuore!
Io l'ho tenuta in braccio da bambina! Non
vuole fidarsi di me?
(Piange.)
Beatrice: Via, via, non piangete
adesso!
Fana: Vossignoria ha un fratello; ha
la mamma, Vossignoria: si consigli con loro,
che sono sangue suo e non possono tradirla!
Beatrice: Basta, v'ho detto! Non
voglio più sentir nessuno!
Andate a
chiamarmi Ciampa, subito!
E voi, Saracena,
il Delegato Spanò: pregatelo a nome mio di
venire qua, subito subito.
La saracena: Al contrario, signora.
Beatrice: Come sarebbe, al contrario?
La saracena: Ci mandi lei (indica
Fana, ammiccando) dal Delegato; che a
Ciampa ci penso io.
Beatrice (a Fana): E sapete
andarci voi, dal Delegato?
Fana: Se Vossignoria me lo comanda...
La saracena: Oh, signora, ma non si
ponga in mente - e neanche voi, oh! che qua
debba nascere per forza una tragedia.
Neanche per sogno! Vossignoria una
lezioncina deve dare, e basterà. -
Mio
marito, guardi, sono quattr'anni, lo cacciai
a pedate fuori della porta.
- Mi viene ancor
dietro come un cagnolino, e non s'allontana
che quando mi volto a fulminarlo con gli
occhi: così! -
Trema tutto. - Una
lezioncina, dunque... Si riducono con la
coda tra le gambe, che è un piacere.
Me ne vado. Siamo intese, è vero?
Vossignoria è ferma? Non facciamo che...
Beatrice: Ferma, ferma: fermissima.
La saracena: Per domani?
Beatrice: Per domani.
La saracena: Bacio le mani a
Vossignoria e vado a chiamarle Ciampa.
(S'avvia
per l'uscio in fondo.Prima d'arrivarci, una
forte scampanellata alla porta.): Oh,
suonano!
Beatrice (a Fana, che s'avvia per
aprire): Aspettate. Forse è mio
fratello.
Oh, se è lui: mi raccomando!
(Le
fa cenno di tacere.)
Fana: Se Vossignoria vuole che non
parli...
Via per l'uscio in fondo.
Scena Seconda
Dette, meno Fana, poi Fifì La Bella.
Beatrice: L'ho fatto venire apposta, per concertare la
partenza di Ciampa.
La saracena (fortemente contrariata): Non ce n'era
bisogno!
Meglio, meglio essere in pochi,signora mia, in queste
cose! Gia c'era di troppo Fana qua...
Beatrice: Fana è fidata, non temete. Per mio fratello,
lasciate fare a me. È una mia pensata.
Entra dall'uscio in fondo Fifì La Bella, bel giovanotto,
elegante, di ventiquattro anni.
La saracena (inchinandosi): Serva di Vossignoria.
Fifì (squadrandola con disprezzo): Ah, voi qua?
La saracena: Stavo per andarmene...
Beatrice: Sì, andate, andate. Siamo intese. Aspetto
subito Ciampa.
La saracena: Faccia conto che è qua. Bacio le mani a
tutti e due.
Via per l'uscio in fondo.
Scena Terza
Beatrice e Fifì La Bella
Fifì: Che hai da spartire tu con codesta megera?
Beatrice: Io? Niente. È venuta per un servizio.
Fifì: E non sai che una signora per bene non può
riceverla senza pericolo di compromettersi?
Beatrice: Già! Perché sa tutte le vergogne e le infamie
di voi maschiacci, e avete paura che le mogli o le mamme vengano
a conoscerle!
Fifì: Brava, sì. Coltivati sempre codeste belle idee, tu,
e poi mi saprai dire dove andrai a finire!
Beatrice: Ah lo so bene dove andrò a finire. Non te ne
curare!
Per vojaltri tutto lo studio è di tenermi qua zitta e
all'oscuro d'ogni cosa!
Fifì: Sei piena di veleno per tutti!
Beatrice: M'hai riportato il danaro?
Fifì: Te l'ho riportato.
Beatrice: Ecco perché parli così.
Ricordo quando ti
bisognò questo danaro: (imitando la voce umile e dolce
del fratello:) - «Sorellina mia, per carità, ajutami!
tu che sei tanto buona, salvami: ho giocato, perduto: sarebbe il
disonore!» -
E sai bene che fui costretta a ricorrere a questa
«megera» che una signora non può ricevere senza pericolo di
compromettersi, proprio per te, per mandarla a Palermo a mettere
in pegno, di nascosto a mio marito, un pajo d'orecchini e un
braccialetto.
Fifì: Ah, l'hai fatta venire per quel pegno?
Beatrice: Da', da'. È tutto?
Fifì (cavando il portafogli): Ci manca qualcosina.
Beatrice: Lo sapevo. Quanto?
Fifì: Se tu avessi potuto aspettarmi, non dico molto,
altri quindici giorni...
Non capisco perché tutta codesta furia.
Beatrice: Voglio che domani sera gli orecchini e il
braccialetto siano di nuovo a casa.
Ho mandato a chiamar Ciampa
proprio per questo: lo faccio partire ora stesso.
Fifì: Forse tuo marito ha sospettato? Non deve arrivar
domani?
Beatrice: Appunto perché deve arrivar domani.
Fifì: Uhm, chi ti capisce? Hai da pararti con tutti i
tuoi ori per ricevere domani tuo marito?
Beatrice: E come! Devo fargli un'accoglienza! Vedrai,
vedrai che festino!
(Si sente sonare alla porta.)
Ecco Ciampa. Dammi, dammi il danaro. Ne manca molto?
Fifì (traendo il danaro dal portafogli): Tieni,
conta tu, non so... Mi pare che siano tre carte da cento -
Beatrice (contando): - e una da cinquanta. Mancano
centocinquanta lire!
Fifì: Te l'ho detto: se avessi potuto aspettare...
Beatrice: Basta, basta. Ce le rimetterò io. Puoi
andartene.
Scena Quarta
Fana e detti, poi Ciampa.
Fana (dall'uscio in fondo): C'è Ciampa. Vuole che
passi?
Beatrice: Fatelo entrare. Ma, aspettate; venite qua.
(Se
la trae in disparte e le dice piano:) Voi andate, intanto,
dove v'ho detto.
Fana (pianissimo): Dal Delegato?
Beatrice: Gli direte che lo prego di venire qua da me.
Se
viene subito, fatelo entrare di là, nello studio. Portatevi il
chiavino, e fate presto.
Fana: Sissignora. Prendo lo scialle e vado.
(Via.)
Fifì: Ma si può sapere che diavolo stai concertando? Che
è tutto questo mistero?
Beatrice: Ecco Ciampa. Zitto.
Entra dall'uscio in fondo Ciampa: sui quarantacinque
anni; capelli folti, lunghi, volti all'indietro,
scompostamente; senza baffi; due larghe basette tagliate a
spazzola gl'invadono le guance fin sotto gli occhi
pazzeschi, che gli lampeggiano duri, acuti, mobilissimi dietro i
grossi occhiali a staffa. Porta all'orecchio destro una
penna.
Veste una vecchia finanziera.
Ciampa: Bacio le mani alla mia signora. Oh, caro signor
Fifì...
Esposto ai comandi della signora.
Fifì: Sempre «esposto» voi, caro Ciampa.
Ciampa: Sissignore. Tante volte, come Cristo alla
colonna.
- Ma, termine d'educazione, se non m'inganno, «esposto
ai comandi» - oltre che dovere mio, qua, da umile servitore.
Beatrice: Eh, via! Servitore, voi?
Padroni tutti siamo
qua, caro Ciampa, senza distinzione: voi, Fifì, mio marito,
io... vostra moglie, che so! mia madre, Fana: tutti uguali!
E non so se io, anzi, non sia sott'a tutti!
Ciampa: Per carità! Eresie, signora! Che dice mai!
Fifì: Lasciatela dire! Dice così, perché tutte le donne,
secondo lei...
Beatrice: Ah, non tutte, no: certe donne! Perché
cert'altre poi ce n'è, che sanno prendervi con le buone e farsi
manse manse, che vi sanno lisciare... così (gli passa una
mano sulla guancia) e queste, eh! queste stanno sopra a
tutte, anche se vengono dalla strada.
Ciampa: Permettete, signora? Lei ha nominato anche mia
moglie?
Beatrice: No: dicevo in generale: Fana, mia madre, io...
vostra moglie...
Fifì: Tutte donne, e tutte uguali!
Ciampa: Mi perdoni. Domando scusa anche a lei, signor
Fifì.
Ma mi sembra che mia moglie, anche in un discorso così...
generale, c'entri come Pilato nel Credo.
Io sono a
servizio, e sta bene; ma mia moglie è ben conservata, dico per
casa sua; ed è mia cura che non vada per le bocche della gente,
né per bene, né per male.
Beatrice: Uh, ne siete veramente così geloso, che
adombrate solo a sentirla nominare? Càspita!
Ciampa: Nossignora.
Marcio con un principio: moglie,
sardine ed acciughe: queste, sott'olio e sotto salamoja; la
moglie, sotto chiave.
Eccola qua!
(Cava dalla tasca una
chiave e la mostra.)
Fifì: Bel principio, per mia sorella!
Ciampa (ponendogli le mani sul petto): Ognuno il
suo, caro signor Fifì.
Beatrice (a Fifì): Quasi che, chiudendo la porta,
devi dirgli, non restasse poi aperta la finestra!
Ciampa: Va bene, signora. Ma obbligo del marito è
chiudere la porta.
Beatrice: Ah, davvero non avrei mai supposto che foste
così terribile, voi!
Ciampa: Terribile? io? Ma no! Perché? Quando si sono
messi i patti belli chiari avanti...
- Questa è la finestra. (La
porta la chiudo.) Affacciati. Ma bada che nessuno deve venire a
dirmi: «Ciampa, tua moglie sta per rompersi il collo dalla
finestra! » -
Mi pare che in questo non ci sia niente dì
terribile.
L'uomo considera la donna che ha bisogno di prender
aria alla finestra; la donna considera l'uomo che ha l'obbligo
di chiudere la porta. E basta.
Che comandi ha da darmi la
signora?
Beatrice: Oh, Fifì... insomma, io ho da parlare con
Ciampa.
Fifì: E perché vuoi che me ne vada, se devi dirgli
soltanto ... ?
Beatrice: Debbo dirglielo davanti a te?
Fifì: E perché no? Oh bella... Parla, parla liberamente.
T'ho dato ciò che ti dovevo...
Beatrice: Già, infatti... Basta.
Sentite, Ciampa: ho
bisogno di voi, persona fidata, più che di famiglia...
Ciampa: Sissignora, per la devozione -
Beatrice: - per la devozione, e per tutto.
Ciampa: Signora, badi che, di comprendonio, io sono fino,
sa?
Beatrice: Che intendete dire?
Ciampa: Niente. Mi pare che lei abbia la bocca... non
so... come se avesse mangiato sorbe, ecco, stamattina. -
Beatrice: Sorbe? Miele! Ho mangiato miele, io,
stamattina.
Scusate, non vi sto dicendo anzi ... ?
Ciampa: Oh Dio mio, non sono le parole, signora! Non
siamo ragazzini!
Lei vuol farmi intendere sotto le parole
qualche cosa che la parola non dice.
Beatrice: Ma dove? ma quando? Se voi avete la coda di
paglia...
Ciampa: Me n'appello a lei, signor Fifì. Che significa
che io sono più che di famiglia?
Le rispondo: - Sissignora, per la devozione... -
E lei rincalza:
- «Per la devozione e per tutto! » -
Che significa
questo «per tutto»? Che significa che qua siamo tutti padroni,
senza distinzione, mia moglie compresa?
Sono io con la coda di
paglia o è lei piuttosto che la vuol pigliare, non so perché,
proprio coi denti contro di me?
Fifì: Contro di voi? Contro di tutti! È un affar serio!
Beatrice: Ma insomma si può sapere che ho detto? O che
non so più parlare adesso?
Ciampa: Non è questo, signora mia. Vuol che gliela
spieghi io, la cosa com'è? Lo strumento è
scordato.
Beatrice: Lo strumento? Che strumento?
Ciampa: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo
tutti come tre corde d'orologio in testa.
(Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l'indice e il
pollice una chiavetta, fa l'atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla
fronte, poi sulla tempia sinistra.)
La seria, la civile, la pazza.
Sopra tutto, dovendo vivere in
società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla
fronte.
- Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come
tanti cani arrabbiati. - Non si può.
- Io mi mangerei - per modo
d'esempio - il signor Fifì. - Non si può.
E che faccio allora?
Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con
cera sorridente, la mano protesa: - «0h quanto m'è grato
vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora?
Ma può
venire il momento che le acque s'intorbidano.
E allora... allora
io cerco, prima, di girare qua
la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le
mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie,
quello che devo.
Che se poi non mi riesce in nessun modo,
sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e
non so più quello che faccio!
Fifì: Benissimo! benissimo! Bravo, Ciampa!
Ciampa: Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve
aver girato ben bene in sé - per gli affari suoi - (non voglio
sapere) - o la corda seria o la corda pazza, che le fanno dentro
un brontolio di cento calabroni!
Intanto, vorrebbe parlare con
me con la corda civile.
Che ne segue? Ne segue che le parole che
le escono di bocca sono sì della corda civile, ma vengono fuori
stonate.
Mi spiego? - Dia ascolto a me; la chiuda. Mandi via subito il
signor Fifì...
(Gli s'appressa):
La prego anch'io, signor Fifì: se ne vada.
Beatrice: Ma no, perché? Lasciatelo stare.
Fifì: Volete levarmi il piacere di starvi a sentire?
Ciampa (con intenzione): Perché lei, signora, qua
- permette? - su la tempia destra, dovrebbe dare una giratina
alla corda seria per parlare con me a quattr'occhi, seriamente:
per il suo bene e per il mio!
Beatrice: Non sto mica parlando per ischerzo, io. Vi
voglio appunto parlare seriamente.
Ciampa: Ah, e sta bene, allora. Eccomi qua.
Badi però,
signora, - mi lasci dire questo soltanto - badi che, chi non
giri a tempo la corda seria, può avvenire che gli tocchi poi di
girare, o di far girare agli altri la pazza: gliel'avverto.
Fifì: Mi pare che cominciate voi adesso, caro Ciampa, a
parlare stonato.
Beatrice: Già, pare da un pezzo anche a me... Non
capisco...
Ciampa: Chiedo perdono.
(Con scatto improvviso:)
Signor Fifì, mio padre aveva tutta la fronte spaccata.
Fifì: Come c'entra adesso vostro padre?
Ciampa: Da ragazzino - sciocco - mio padre, invece di
ripararsi la fronte, sa che faceva? si riparava le mani.
Inciampando, cadendo, tirava subito le mani indietro, e tònfete,
si spaccava la fronte.
Io, caro signor Fifì, metto le mani avanti.
Le metto avanti,
perché la fronte io me la voglio portare sana, libera, sgombra.
Fifì: Ma scusate, se non sapete ancora la ragione per cui
mia sorella vi ha fatto chiamare, che mettete le mani avanti?
Ciampa: Chiudo la corda seria, e riapro la civile.
(S'inchina.)
Ai comandi della mia signora.
Beatrice: Dovreste partire questa sera stessa per
Palermo.
Ciampa (con un balzo di sorpresa): Per Palermo? E
come? Se domani arriva il padrone...
Beatrice: Ha forse tanto bisogno di voi domani al banco
il padrone?
Ciampa: Come no, scusi? Che starei a farci io allora al
banco? Perché mi terrebbe?
Beatrice: So che vi tiene a guardia della cassaforte e vi
dà alloggio perciò nella stanza accanto.
Ciampa: Solo per questo? Lei mi vuole
avvilire. Io scrivo, signora.
Fifì: Non vedi che ha infatti la
penna all'orecchio?
Ciampa: All'orecchio, sissignore.
Insegna.
Scusi, il tavernajo non tiene forse
la frasca e la bottiglia di saggio appesa
davanti la porta? E io, scrivano, la penna.
Fifì: Scrivano e giornalista!
Ciampa: Lasci stare il giornalista!
Attività superflua, che sfogo di notte.
Scrivo per conto del padrone; tengo
registri, signora, sbrigo affari.
O
s'immagina forse che noi scherziamo al
banco? o che io ci stia per comparsa?
Ha
forse inteso suo marito lagnarsi di me?
Beatrice: Che? mio marito? di voi? ma
figuratevi! Guaj a chi vi tocca!
Ciampa: E lei vorrebbe mandarmi
questa sera stessa a Palermo?
Fifì: Perché no? Non vedo che male ci
sarebbe.
Beatrice: Se dico a mio marito che vi
ho mandato io! Non mi sarà permesso di darvi
un incarico?
Ciampa: Incarico? Ma lei può sempre
comandarmi, signora! È la mia padrona!
E per
me, caro signor Fifì, andare a prendere una
boccata d'aria in una grande città come
Palermo, ma si figuri, è la vita! Soffoco
qua, signora mia! Qua non c'è aria per me.
Appena cammino per le strade di una grande
città, già non mi pare più di camminare
sulla terra: m'imparadiso! mi s'aprono le
idee! il sangue mi frigge nelle vene!
Ah,
fossi nato là o in qualche città del
Continente, chi sa che sarei a quest'ora...
Fifì: Professore... deputato... anche
ministro...
Ciampa: E re! Non esageriamo. Pupi
siamo, caro signor Fifì!
Lo spirito divino
entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo
lei, pupi tutti. Dovrebbe bastare, santo
Dio, esser nati pupi così per volontà
divina. Nossignori!
Ognuno poi si fa pupo
per conto suo: quel pupo che può essere o
che si crede d'essere.
E allora cominciano
le liti! Perché ogni pupo, signora mia,
vuole portato il suo rispetto, non tanto per
quello che dentro di sé si crede, quanto per
la parte che deve rappresentar fuori.
A
quattr'occhi, non è contento nessuno della
sua parte: ognuno, ponendosi davanti il
proprio pupo,
gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma
dagli altri, no; dagli altri lo vuole
rispettato.
Esempio: lei qua, signora, è moglie, è vero?
Beatrice: Moglie, già! almeno...
Ciampa: Si vede dal modo come lo
dice, che non ne è contenta.
Pur non di
meno, come moglie, lei vuole portato il suo
rispetto, non è vero?
Beatrice: Lo voglio? Altro che! Lo
pretendo. E guaj a chi non me lo porta!
Ciampa: Ecco, vede? Caso in fonte. E
così, ognuno!
Lei forse col cavalier
Fiorìca, mio riverito principale, se lo
conoscesse soltanto come un buon amico,
potrebbe stare insieme nella pace degli
angeli. La guerra è dei due pupi: il
pupo-marito e la pupa-moglie.
Dentro, si
strappano i capelli, si vanno con le dita
negli occhi; appena fuori però, si mettono a
braccetto: corda civile lei, corda civile
lui, corda civile tutto il pubblico che,
come vi vede passare, chi si scosta di qua,
chi si scosta di là, sorrisi, scappellate,
riverenze - e i due pupi godono, tronfii
d'orgoglio e di
soddisfazione!
Fifì (ridendo): Ma sapete che
siete davvero spassoso, caro Ciampa!
Ciampa: Ma se questa è la vita,
signor Fifì! Conservare il rispetto della
gente, signora!
Tenere alto il proprio pupo
- quale si sia - per modo che tutti gli
facciano sempre tanto di cappello!
- Non so
se mi sono spiegato. - Veniamo a noi,
signora. Che devo andare a fare a Palermo?
Beatrice (impressionata e rimasta
astratta, sopra pensiero): A Palermo?
Fifì (richiamandola a se):
Ohé, Beatrice!
Beatrice: Ah, già... ecco... M'era
parso di sentire rientrare Fana di là...
Ciampa: La signora ha forse cambiato
idea?
Beatrice: Non ho cambiato niente!
(A
Fifì:) Dove ho messo il danaro?
Fifì: Lì, mi sembra, su quel
tavolinetto.
Beatrice: Ah, eccolo qua. Queste,
Ciampa, sono trecentocinquanta lire.
(Gliele
dà).
Ciampa: E che vuole che ne faccia?
Beatrice: Aspettate. Vado a prenderne
altre centocinquanta di là - e due polizze.
Ciampa (guardando Fifì con
severità): Del monte?
Fifì: Precisamente. Perché mi
guardate?
Ciampa: Io? No. Ai comandi!
Beatrice: Si tratta del resto di
ritirare gli oggetti.
Un pajo d'orecchini e
un braccialetto, in due astucci. Vado a
prendervi le polizze.
(Via per l'uscio a
destra.)
Fifì: Siccome mia sorella li ha messi
in pegno per fare un favore a me, di
nascosto a suo marito...
Ciampa: Ma per carità, signor Fifì,
io sono un suo servitore...
Fifì: No, non ho nessuna difficoltà a
dirlo. Ho restituito a mia sorella il
danaro.
E mia sorella desidera che gli
oggetti domani ritornino a casa.
Ciampa: Domani? proprio domani?
E che
scusa troverà per il principale d'avermi
mandato a Palermo giusto alla vigilia del
suo arrivo?
Fifì: Uh, per questo, mancherà a una
donna di trovare scuse!
Ciampa: Ma con tanti giorni, mi
perdoni, che il principale è assente, non
avrebbe potuto mandarmi prima, senza che lui
ne sapesse nulla?
Fifì: Veramente il danaro io gliel'ho
portato ora.
Ciampa: Signor Fifì, qua sotto gatta
ci cova! Badi che sua sorella ha qualche
grillo per la testa.
Fifì: Sì, per dire la verità, è
sembrata anche a me un po'... Ma che volete
che abbia? La solita storia! La gelosia.
Ciampa: E manda me a Palermo?
Sopravviene Beatrice tutta alterata in viso,
come se di là avesse sostenuto una violenta
discussione.
Beatrice: Ah, eccomi qua... eccomi
qua...
Fifì: Oh... e che t'è accaduto?
Beatrice (dominandosi): Che
m'è accaduto?
Fifì: Non so... ti vedo tutta...
così...
Beatrice (c.s.): Non è niente.
Non potevo ritrovare le polizze e mi sono
turbata.
(Porgendole a Ciampa:)
Eccole qua. E queste sono le altre
centocinquanta lire.
Ciampa: Sta bene. Ma a ciò che lei
dirà domani al principale che non mi troverà
al mio posto, ci ha pensato, signora?
Beatrice: A tutto ho pensato!
(Gli
mostra nell'altra mano un altro rotoletto di
danari.) Vedete?
Questo è il danaro per
il vostro viaggio, e altre centocinquanta
lire...
Fifì: Tutte codeste carte da cento,
tu...
Ciampa: Ma questo è tutto, caro
signor Fifì. Quando ci sono appunto tutte
codeste carte da cento...
Beatrice: Ebbene? Che volete dire?
Avreste da fare osservazioni?
Al
fratello: Son danari miei, messi da
parte.
A
Ciampa: Quando ci sono tutte queste
carte da cento... avanti, seguitate...
Ciampa: Niente, signora mia.
Volevo
dire che lei può prendersi il gusto di
muover le fila di un pupo e di farlo
camminare fino a Palermo.
Beatrice: Non vi mando per mio
piacere: lo sapete bene perché vi mando!
Ora poi, con queste altre centocinquanta
lire, voi a Palermo (questo sì sarà per mio
piacere) voglio che mi compriate una
collana, Ciampa, una bella collana, sapete
come? a pendagli.
Ciampa: (stordito) Io? una
collana?
Beatrice: A pendagli! Dirò a mio
marito che l'ho veduta al collo d'una
certa amica mia e che m'è tanto
piaciuta!
Capricci! Mio marito me li sa!
Ciampa: Ma io, signora, mi perdoni,
che so comperare ... ?
Beatrice: Non importa. Nel caso, al
ritorno verrete a dirmi che non avete potuto
trovarla.
Ciampa: E allora tenga qua, perché mi
dà questo danaro?
Beatrice: Ma perché mi fareste
proprio piacere, se me la comperaste!
La
vorrei uguale e comperata da voi, caro Ciampa!
Ciampa: Perché da me? Che vuole da
me, lei, oggi, signora mia?
Uguale? Come
uguale? Se non so com'è?
Beatrice: Ve lo dico io. Andate da
Mercurio, che è il nostro giojelliere.
So
che la collana di quest'amica mia fu certo
comperata da lui.
Andateci e la troverete. -
Partite subito eh?
Ciampa: Signora, io sono mezzo
stordito. Mezzo? Che mezzo! tutto!
Fifì: Mi sembra che la scusa però sia
trovata bene!
Beatrice: Meglio di questa? Meglio di
questa non avrei potuto preparargliela una
sorpresa a mio marito!
Quando mi vedrà
domani con questa collana al petto...
-
Badate che c'è un treno che parte ora alle
sei.
Fifì (guardando l'orologio):
C'è ancora un'ora di tempo.
Ciampa: Per me, bastano due minuti.
Vado a chiudere il banco; chiudo prima con
la spranga e col catenaccio l'uscio della
mia stanza, e parto.
Vorrei che quest'ora di
tempo fosse piuttosto per la signora.
Beatrice: Per me?
Ciampa: Se Vossignoria volesse ancora
pensare, riflettere...
Beatrice: No, niente; a che volete
che pensi?
Fifì: Andiamo, Ciampa. Vengo con voi.
Addio, Beatrice.
Beatrice: Addio, addio.
Ciampa: Signora, le rammento il caso
di mio padre che tirava indietro le mani...
Beatrice: Ancora?
Ciampa: Me ne vado. Le bacio le mani.
(Arrivato all'uscio, ritorna indietro.)
Signora, vuole che le porti qua mia moglie?
Beatrice: Vostra moglie? Qua?
(Sghignazzando:)
Non ci mancherebbe altro! Sarebbe proprio da
ridere!
Ciampa (serio): Per mia
quiete, signora.
Beatrice: Ma via! Andate! Siete
pazzo? Che volete che ne faccia qua, di
vostra moglie?
Ciampa: Niente, certo: una signora
come lei... Ma io le dico: per mia quiete.
Beatrice: Ma se la chiudete sotto
chiave, secondo il vostro principio!
Non ci
mettete anche la
spranga?
Ciampa: E il catenaccio, signora. E
verrò a portare le chiavi qua a lei!
Beatrice: Ma no! non ce n'è bisogno.
Potete portarle con voi, le chiavi!
Ciampa: Ah, no! Se Vossignoria non
vuole qua mia moglie, almeno le chiavi
bisogna che se le prenda! Non transigo!
Beatrice: E va bene, portatele,
purché non perdiate altro tempo.
Ciampa: Andiamo, signor Fifì.
(S'avvia.
Davanti all'uscio torna a voltarsi.)
Mi
ha detto, a pendagli?
Beatrice: Auff! Sì, a pendagli.
Ciampa: Bacio le mani a Vossignoria.
Via con Fifì La Bella.
Scena Quinta
Beatrice e il Delegato Spanò.
Beatrice (facendosi con ansia all'uscio a destra):
Signor Delegato, venga, entri qua... ah, finalmente!
Spanò (sui quarant'anni, tipo buffo di Delegato
paesano, con arie eroiche, barbuto, capelluto; di tanto
in tanto, parlando, s'imbeve tutto): Fulminato, signora.
Proprio.
Come se un fulmine, ma di quelli, sa? fracassosi, mi
fosse caduto qua, proprio davanti ai piedi: privo di Dio!
Beatrice: Va bene, va bene, ma non è più tempo di far
parole, adesso, signor Delegato.
Bisogna concertare subito quel
che s'ha da fare. Si figuri, si figuri che voleva portarmi qua
la moglie!
Spanò: Qua? Lui? La moglie?
Beatrice: Miglior prova di questa? Non c'è più dove
arrivare!
Spanò: Ma lei si calmi, signora, si calmi, per carità!
Beatrice: Come vuole che mi calmi?
Gli voglio dare una
lezione davanti a tutto il paese, una di quelle lezioni che non
se la dovrà più dimenticare!
Spanò: Sì, ma... e... e le conseguenze, signora? le
conseguenze, le ha misurate tutte?
Beatrice: Che dovrò separarmi, lei dice? Prontissima. Ma
non così con le buone, ah no!
Prima lo svergogno e poi ci
separiamo! Perché non si dica che il torto è mio! Voglio lo
scandalo, e grosso!
L'ha da vedere il paese chi è questo cavalier Fiorìca che tutti
rispettano!
Io le faccio la denunzia. Lei è un pubblico
ufficiale, e non può tirarsi indietro.
Spanò: Va bene... signora, certo... se lei mi fa la
denunzia...
Beatrice: Subito gliela faccio: mi dica come si fa e
gliela faccio.
Spanò: Ahahàh, no! scusi: questo poi no: vuole che glielo
dica io come si fa?
Beatrice (un po' civettando, per rabbia): Non
vuole ajutarmi? Signor Delegato... non vuole ajutarmi?
Spanò: Ma come no, signora? Voglio ajutarla... ma
consideri però che io sono un amico di famiglia...
Beatrice: Lei dev'essere per la giustizia!
Spanò: Sissignora, e sono obbligato a non guardare in
faccia a nessuno - e vado così, signora, a testa alta, sempre,
anche davanti al Padreterno!
Ma per la venerazione che porto
alla santa memoria di suo padre, che fu padre anche per me,
signora ... privo di Dio, quanto bene mi voleva, signora! e
quante cose m'insegnò ...
Vede, signora? anche questa, guardi;
che certi piccoli... piccoli peccati veniali...
Beatrice: Veniali? ah lei li chiama...
Spanò: Possiamo anche chiamarli diversivi, se vuole. Da
amico!
Beatrice: Da amico di lui?
Spanò: No, suo, signora: anche suo!
Beatrice: E dice diversivi? Ma belli, belli, codesti
diversivi! E questa è la sua giustizia?
E così lei sostiene una
povera donna debole che non può difendersi da sé?
Io voglio fare
la denunzia, capisce? Subito! subito! Come si fa?
Spanò: Oh Dio, ma per la denunzia, non ci vuol niente...
È il servizio, signora!
Si figura che sia una cosa facile?
Servizio delicatissimo, difficile...
Bisognerà prima di tutto
accedere, non visti, alla faccia dei luoghi... studiare la
topografia...
- Oh che le pare? - indizii... prove...
Beatrice: Tutto provato, tutto studiato: non c'è bisogno
di niente, signor Delegato! Lei conosce la Saracena?
Spanò: Persona nostra, signora.
Beatrice: Meglio! Se la mandi a chiamare! Le saprà dire
ogni cosa, per filo e per segno!
Spanò: Signora, ma se le ho già parlato! Siamo a giorno
di tutto, noi. Due porte abbiamo, signora.
Una, dalla parte del banco del cavaliere; l'altra, dalla parte
opposta, delle due stanze annesse al banco, abitazione del
Ciampa. Or dunque! C'è poi un uscio di mezzo, sì o no? tra il
banco e queste due stanze del Ciampa? C'è, è vero?
E il Ciampa
lo suol chiudere di qua, dalla parte del banco, con spranga e
catenaccio.
Or dunque! Lei ci va con le guardie,
contemporaneamente dalle due parti.
Che ne viene? Ne viene che
quelli non aprono neanche se viene Dio, se prima non hanno
richiuso quest'uscio di mezzo, facendosi trovare uno di qua,
l'altra di là!
Beatrice: E allora... allora non c'è rimedio?
Spanò: Non c'è rimedio? Ma appunto in questo consiste
l'uomo dell'arte; nel trovare il rimedio, signora mia!
Se lei,
per esempio, avesse la chiave del banco...
Beatrice: L'ho! l'ho! Me la deve portar lui, Ciampa, ora
stesso, prima di partire! Lo aspetto.
Spanò (stordito): Ciampa? Come! Ciampa le porta la
chiave?
Beatrice: Sì; senza ch'io gliel'abbia domandata!
Vuol
portarmela lui, per forza, a ogni costo! Io anzi non la volevo!
Spanò: Non capisco! Non... non capisco... E allora...
Allora lei può esser più che sicura che Ciampa non ha il benché
minimo sospetto... Positivo, sa!
Beatrice: Ma che dice? E perché voleva portarmi qua la
moglie, allora?
Spanò: Perché... perché... santo Dio, perché in paese,
signora mia, è notorio a tutti -
Beatrice: - che io sono gelosa, è vero? E con questa
scusa, infatti, che io sono gelosa, lui ha fatto sempre il
comodo suo. Ma glielo dimostro io, ora, alla gente, se son
gelosa a torto o a ragione!
Lei dice che non c'è più difficoltà,
avendo la chiave, è vero?
Apre il banco, prima che egli abbia
tempo di richiudere l'uscio di mezzo, e...
Spanò (con un sorriso di compatimento): Apro? Che
apro? Già: apro!...
Le pare che sia così stupido il cavaliere da
entrare dalla donna con l'unica precauzione d'aver chiuso a
chiave la porta del banco? Ci metterà anche il paletto! E che
apro io allora? come apro?
Debbo fare le intimazioni; atterrare
la porta; e in questo mentre il cavaliere avrà tutto il tempo di
richiudere l'uscio di mezzo e di rimetterci spranga e
catenaccio.
- Non si fa così, signora mia! - Sarebbe facile
allora fare il Delegato!
Beatrice: Oh Dio mio! E come si fa, dunque?
Spanò: Come si fa... come si fa...
- Arriva alle dieci,
il cavaliere? Ebbene: uno dovrà esser già lì dentro nascosto, in
quel bugigattolino dove il cavaliere tiene la pressa del
copialettere, mezz'ora prima: alle nove e mezzo! - Tutto fatto.
Si piglia nell'ala!
Beatrice (esultante): Ah! bravo! bravo! Mi
detti... mi detti la denunzia, allora, subito!
(Si sente sonare il campanello.)
Spanò: Mi pare che suonino.
Beatrice: Sì: sarà il Ciampa che mi porta la chiave! Si
ritiri, si ritiri qua un momento...
(Indica l'uscio a destra.)
Spanò: Nell'ala - ha capito?
(Via in fretta per
l'uscio a destra.)
Scena Sesta
Ciampa, sua moglie Nina e Detta.
Ciampa (dietro la tenda dell'uscio in fondo con una
valigetta in mano): Permesso?
Beatrice: Avanti, avanti, Ciampa.
(Con un gesto di maraviglia e d'indignazione vedendo entrare
insieme col Ciampa la moglie:) Che vedo?
Ciampa: Signora, le ho portato mia moglie.
Beatrice (sulle furie): Voi ve la riportate ora
stesso, senza perdere un minuto di tempo!
Ciampa: Mi lasci dire, signora.
Beatrice: Non voglio sentir nulla! Via! subito via! Non
voglio nemmeno guardarla!
Ciampa: Signora, mia moglie è pulita, modesta...
Beatrice: Sarà pulitissima, me l'immagino! modestissima!
Ma io non so che farmene!
(Rivolgendosi a lei direttamente:) Mi faccio
meraviglia di voi che sapendo che qua - voi - non ci avete nulla
da
fare, siate venuta dietro a vostro marito!
Nina (sui trent'anni, più schifiltosa che modesta,
veste da mezza signora, con molta ricercatezza e lindura,
scarpette fine, scialle di seta, orecchini, anelli; risponde con
gli occhi bassi, ma con voce chiara): Signora, se mio
marito mi ha comandato così...
Ciampa (esultante): Benissimo!
Beatrice: Potevate risparmiarvi tanta obbedienza, poiché
a vostro marito io avevo assolutamente proibito di portarvi qua!
Nina (risponde con gli occhi bassi, ma con voce chiara):
Ma questo io, signora, non potevo saperlo.
Ciampa: Benissimo!
Beatrice: Gliel'avete imbeccata bene la parte, eh?
Ciampa: Nossignora: dice la verità - placida,
modestamente - come si deve.
Io ho fatto l'obbligo mio a
portargliela. Lei non vuole?
Beatrice: V'ho detto che non so che farmene!
Ciampa: Può tenerla anche in cucina, anche nella
carboniera, anche farla dormire sotto i fornelli insieme con la
gatta.
Beatrice: Volete farmi perdere la pazienza voi, oggi?
Farmi dire ciò che non voglio e non debbo?
Ciampa: Ma dica, sì, dica, dica, dica, signora! Magari
dicesse!
Beatrice: Vi dico d'andar via, e basta cosi!
Ciampa: Dunque, non la vuole. - Stabilito. - Io gliel'ho
portata, e lei non la vuole. - Stabilito.
E allora, ecco qua le
chiavi. Io parto. Pensi, signora, che son adesso nelle sue mani.
(Le consegna le chiavi; poi si fa innanzi alla moglie,
e finge di darle corda come a un fantoccio.)
Ciampa:
Nina, aspetta: - Corda civile. - Riverenza, occhi bassi e
diritta a casa!
Nina (inchinandosi): Serva sua.
Ciampa: Benissimo!
(S'avvia dietro la moglie; arrivato all'uscio, si volta e
dice a Beatrice, facendo il segno di girar la corda seria
sulla tempia destra:)
Se la signora volesse aprire...
Beatrice: Non apro niente!
Ciampa: Tenga tutto chiuso ermeticamente!
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IL BERRETTO A
SONAGLI - ATTO SECONDO |
N'Sicilianu
Beatrice (scarmigliata, sulle furie, presso l'uscio a sinistra,
gridando verso l'interno a Fana): Non importa!
Subito, prendete e portate qua! Come vien viene!
Voglio esser fuori prima di sera! Via da questa casa maledetta!
(Si ode una scampanellata alla porta.)
Fana (venendo fuori dall'uscio a sinistra, sovraccarica di biancheria):
Oh Madre di Dio, e chi sarà?
Beatrice: Andate ad aprire.
Se è il Delegato, fatelo entrare e ditegli ch'abbia pazienza un momento. Non
posso presentarmi cosi!
Via per l'uscio a destra.
Fana, con quel monte di biancheria sulle braccia, va ad aprire per la comune,
sbuffando.
Poco dopo si sentono grida dall'interno.
Entrano in iscena la signora Assunta La Bella, seguita da Fifì La
Bella, che tiene afferrata per le braccia Fana e la scrolla
furiosamente.
Madre e figlio sono ansanti, sconvolti.
Scena Seconda
La Signora Assunta, Fifì La Bella, Fana, poi Beatrice.
Assunta (accorrendo in gran subbuglio prima verso
l'uscio a destra poi verso l'uscio a sinistra, e gridando):
Beatrice! Beatrice! Dov'è? Dov'è? Beatrice!
(Entra per l'uscio a sinistra, seguitando a chiamare.)
Fana (difendendosi da Fifì che la investe): Ma
perché se la prende con me, signorino?
Fifì (che tiene per le braccia Fana e la scrolla
furiosamente): Perché obbligo vostro era di venire da me, ad
avvertirmi!
Assunta (rientrando dall'uscio a sinistra): Ma
dov'è mia figlia? Ditemi dov'è! Beatrice! Beatrice!
Beatrice (accorrendo alle grida dall'uscio a destra e
buttandosi tra le braccia della madre):
Mamma! mamma!
(Scoppia in singhiozzi.)
Assunta: Figlia mia, figlia mia, che hai fatto? Ti sei
rovinata!
Fana (difendendosi da Fifì che la investe): Ma se
volle far tutto da sé, senza dare ascolto a nessuno!
Glielo dissi tante volte, povera me! - Parli lei, signora, per
carità! -
Le dissi: «Si rivolga a suo fratello, che è uomo! Ne
chieda consiglio, prima, alla sua mamma!».
Assunta: Non dirne niente neanche a me! Buttarsi così
allo sbaraglio senza dirne niente a nessuno!
Fifì (afferrando per un braccio la sorella e
strappandola dalla madre): Vorrei sapere perché piangi ora!
Lo sai che hai messo tutto il paese sossopra?
Assunta: Lo hanno arrestato, figlia mia! lo hanno
arrestato!
Fana: Il padrone? Madre di Dio!
Assunta: E anche lei!
Fana: Anche la moglie di Ciampa?
Beatrice: Tutt'e due? Ci ho gusto! Ah, sono contenta!
Proprio quello che volevo!
Assunta: Ma che dici, figlia!
Fifì: La vergogna? Lo scandalo?
Beatrice: Sì, sì, lo scandalo! la vergogna addosso a lui!
Fifì: E addosso a te, pazza! Che ti figuri d'aver
guadagnato con codesta follia che hai commessa?
Beatrice: Che? Ma questo! Ecco!
(Tira un gran respiro
di sollievo.) Ah! - che posso rifiatare... - così! E che gli
ho dato la lezione che si meritava! -
Sono libera! sono libera!
Fifì: Libera? - Pazza! - Che libera?
Libera di venirtene
a casa mia, ora, senza poter più cacciare il naso fuori della
porta!
Libera, dice! Senza più stato...
Beatrice: Non me n'importa nulla! Purché non me lo veda
più davanti!
Stavo a prepararmi per andar via! Mi preparo da jersera.
Fifì: E jeri io ero qua! Dimmi un po': fu quella megera,
con cui ti trovai qua a confabulare?
Fana: Sì, sì, appunto! quella, quella, signorino!
Assunta: Quella, chi?
Fana: La Saracena, signora mia!
Assunta: Oh Dio! - E come, figlia? con una donnaccia di
quella specie ti sei messa?
E tu Fifì, tu non hai sospettato
nulla?
Fifì: Potevo immaginarmi questo?
Fana: Mi mandarono a chiamare il Delegato Spanò...
Fifì: Spanò?
Assunta: Spanò! Ma come!
Fifì: Il Delegato Spanò avete detto?
Assunta (a Beatrice): Spanò, creatura di tuo
padre, ha potuto far questo? senza sconsigliartelo?
Fifì: Quant'è buona, Lei, mammà!
Non gli sarà parso vero
di metter le mani addosso a uno, quando gli tocca far tanto di
cappello a tutti quei...
(s'interrompe, turandosi la bocca e
mugolando,) - uhm, lo stavo per dire! - che lo
ajutano a vivere in pace con sua moglie! Ha capito?
Assunta: Ah, quando mai, simili vergogne, le donne di
casa nostra!
Fana: Nominata per davvero, Vossignoria, tant'anni! La
sua prudenza!
Sempre con le labbra cucite!
Assunta: Eppure ne ho viste, Fana, voi lo sapete!
Fana: Altri tempi, signora mia, altri tempi!
Assunta: Come non hai pensato a me, figliuola mia? Sono
vecchia io!
Ti pare che possa reggere a colpi così forti? Io
domani ne morrò... - già mi sento, che Dio solo sa come...
Fifì: Lei si stia tranquilla, mammà, e non se ne prenda;
o io non so, per Cristo, che cosa faccio!
Ha voluto cacciarsi in
questi guaj, la pazza? E ora ci resti!
Assunta: Già! Come se non fosse più mia figlia e sua
sorella! Che dici!
Fifì: Ci pensa ora, che è mia sorella? Aveva me, qua,
jeri!
Che possiamo farci più noi, adesso?
Solo ricondurcela a
casa possiamo, perché certo qua, ora, con suo marito non potrà
più rimanere!
Beatrice: E chi vuole rimanerci?
Si sente il campanello alla porta. Tutti restano sospesi.
Assunta (sbigottita): Chi sarà?
Beatrice: Non ho paura di nessuno, io!
Fifì (a Fana): Andate ad aprire. Ci sono qua io.
Fana: Venga con me, per favore, signorino: tremo tutta...
Fifì (alla madre e alla sorella): Andate di là,
vojaltre.
A Fana: E voi su, ad aprire! senza smorfie!
Assunta: Vieni, vieni, figlia mia, vieni con me...
(Via
per la destra con Beatrice.)
Scena Terza
Fifì, Fana, il Delegato Spanò, poi Assunta e Beatrice.
Fifì (rimasto solo davanti la comune, mentre Fana apre
la porta d'ingresso): Ah, è lei, signor Delegato?
Spanò (entrando): Sempre a servirla, signor Fifì!
Fifì: Ah, sì, un bel servizio davvero ha reso lei alla
famiglia, se ne può vantare!
E veramente abbiamo motivo di
ringraziarla e di restargliene grati!
Spanò: Lei mi ferisce, signor Fifì!
Fifì: Ma come, scusi, è questo il modo di procedere d'un
amico verso una famiglia, da cui lei, santo Dio, ha ricevuto
tanti favori?
Spanò: Perciò le dico che lei mi ferisce! Nel mio
sentimento più sacro mi ferisce!
Io un pubblico funzionario
sono, signor Fifì!
Fifì: Grazie tante! Lo so bene. Sto dicendo all'amico!
Come? Lei viene qua -
Spanò: - chiamato dalla signora! -
Fifì: - va bene; e si riceve una denunzia?
Spanò: Mi ricevo? Che dice? Aspetti... Mi ferisce, caro
signor Fifì...
Io prima feci di tutto... - e la signora... -
dov'è? dov'è? - lo può dire... - feci di tutto, signor Fifì, per
persuadere la signora...
Fifì: Poteva sentir l'obbligo di venire prima da me!
Spanò: Con la denunzia già sporta?
Fifì: Ma appunto per fargliela ritirare!
Spanò: E allora le dico che lei non conosce sua sorella!
Privo di Dio!
Mi minacciò che l'avrebbe portata lei direttamente
al signor Commissario, la denunzia, dichiarandogli che io... -
ah, eccola qua, eccola qua...
Rientrano Assunta e Beatrice dall'uscio a destra.
Spanò
accorre a baciar la mano alla signora Assunta, che se ne
schermisce.
Spanò:
Signora mia riveritissima, no... lasci, lasci che gliela baci
codesta mano santa...
E lei, signora Beatrice, dica qua, la
prego, a suo fratello...
Assunta (interrompendolo): Mi sembra inutile,
signor Delegato, inutile, caro Fifì, fare ancora codeste
rimostranze.
Beatrice: Del resto, il signor Delegato ha ragione.
Spanò (a Fifì): Ecco! La sente?
Beatrice: Fui io, fui io, sissignori.
Spanò (a Fifì): La sente? Benedetta bocca di
verità!
Ma se torto ho io, caro signor Fifì, signora Assunta
mia... che io venero, privo di Dio, come una madre.
Vede? lei
ora mi fa piangere, signor Fifì...
Piangere, sissignore, perché
se torti ho io, è... è per eccesso... per eccesso d'amicizia!
Perché la condizione nostra, qua, a tenere questo porco ufficio
qua (mi scusi il termine, signora Assunta!), qua nel nostro
stesso paese nativo, è la cosa più infame che si possa
immaginare!
Ma scusi, scusi, potevo trovarmi faccia a faccia,
mettere io le mani addosso, io, al cavalier Fiorìca, io?
E
allora che ho fatto? Per eccesso d'amicizia, la più grossa delle
bestialità!
Ecco, di questo lei, signor Fifì, di questo dovrebbe
rimproverarmi!
Fifì: Ma se non so ancora che diavolo ha fatto lei! Che
ha fatto? Me lo dica! Com'è stato? Si può sapere?
Spanò: È stato che... non potendo... non volendo farlo
io... un simile servizio... ho... incaricato un altro... il mio
collega Logatto, forestiere, calabrese...
E ha visto? ha visto
che cosa ha fatto? - Ignorante! Testa di mulo!
Fifì: Arrestò tutt'e due, mio cognato e la donna?
Beatrice: Ma fece il suo dovere, mi pare! Fece proprio
quello che doveva fare!
Assunta: Zitta, figlia! Non sai quello che ti dici!
Fifì: Li trovò dunque insieme? Insomma, mi dica!
Spanò: Ecco... i-i-insieme e non insieme... Flagranza
vera non c'è. - Non si può dire che ci sia. -
E questa intanto è
una gran cosa!
Anzi io credo che, allo stato degli atti, si può
dimostrare che non c'è niente di niente. Niente, assoluto!
Fifì: E allora? Perché li arrestarono?
Spanò: Perché? Ma perché non c'ero io! Perché c'era
quella testa-di-mulo di calabrese!
Ecco il mio rimorso!
Ma il
cavaliere sarà rilasciato, signor Fifì, sarà rilasciato questa
sera stessa! Lo prometto e lo giuro!
Se no, non mi chiamerò più
Alfio Spanò!
Fifì: Sta bene, ma mi dica intanto, in nome di Dio, come
fu!
Spanò: Ah, ecco. Fu così. Logatto, mediante la chiave
data dalla signora Beatrice, entrò nella sede del banco del
cavalier Fiorìca, oh, e si nascose nel bugigattolo attiguo alla
sala.
Oh. Quando le guardie bussarono alla porta di là,
dell'annesso quartierino di Ciampa, e intimarono d'aprire in
nome della legge, oh, il cavaliere (appena la donna scese ad
aprire) naturalmente, che fece? fece per entrare nella sala del
banco...
Beatrice (con un grido di trionfo): Ah ecco!
Vedete?
Dunque era lì nelle stanze del Ciampa! Aveva aperto
l'uscio di mezzo.
Spanò (sconcertato): Sissignora...
Beatrice: E come lo aveva aperto, se Ciampa lo aveva
chiuso e mi aveva portato qua la chiave?
Ecco la prova! La prova che è vero!
Spanò (ripigliandosi): Nossignora, non è prova,
aspetti...
Beatrice: Come non è prova?
Spanò: Mi lasci dire. Catenaccetti inglesi, signora:
hanno tutti due chiavi.
Beatrice: Due chiavi, benissimo!
Una in tasca al Ciampa,
e l'altra in tasca di mio marito!
Spanò: Nossignora. Mi lasci dire. Risulta dal verbale.
Il cavalier Fiorìca ha dichiarato che: - arrivato da Catania, non
potendo figurarsi di non trovare al suo posto il Ciampa;
vedendosi tutto impolverato dal viaggio - povero galantuomo! - e
avendo fretta di prender visione della corrispondenza arrivata
durante la sua assenza - (sono parole del verbale) - bussò,
dice, all'uscio, per domandare alla moglie del Ciampa, dice, il
mezzo di lavarsi almeno le mani.
Beatrice (con stridula risata): Le mani... uh,
già!... le mani! Figuriamoci!
Spanò: Le mani, povero galantuomo! dovendo aprire la
corrispondenza...
Fifì: Non le dia retta! Séguiti.
Spanò: E allora lei, la moglie del Ciampa, dice, gli fece
passare, dice, l'altra chiave di sotto l'uscio!
Beatrice: Uh, ma guarda, di sotto l'uscio! che bella
combinazione!
Spanò (seguitando): Come difatti s'è constatato,
signora, che veramente di sotto l'uscio la chiave passa.
E il
cavaliere era in maniche di camicia - decentissimo!
Beatrice: Sì? E lei? com'era lei? com'era?
Spanò: Era... ecco... era...
Beatrice: Lo dica! Tanto, risulta dal verbale!
Spanò: E allora le so dire che neanche era in camicia.
Beatrice: Nuda? era nuda?
Spanò: No! Che pensa, signora? - Più che in camicia,
intendo dire!
In sottana e camicia - come vanno le donne per
casa - le donne di basso ceto, s'intende - in questa stagione,
con questo caldo, che io - privo di Dio - sono tutto in un bagno
di sudore... -
Più che in camicia, stia tranquilla, signora!
Un
po' scollata camicia... braccia di fuori... camicia da donna, si
sa...
Beatrice: Eh già! basta che non li abbiano trovati nudi
tutt'e due!
Assunta: Ma Beatrice, ma come puoi parlar così? Non ti
riconosco più, figlia mia!
Fifì: Vergogna! Davanti a un uomo!
(Indica il
Delegato.)
Beatrice: Ma che uomo!
Assunta: Sono cose da dire, codeste?
Beatrice: Nascondiamo, nascondiamo! Già, ripariamo!
vestiamole queste vergogne!
Vergogna è dirle, certe cose. Farle,
non è niente!
Fifì: Non capisco, signor Delegato!
Ma perché li hanno
arrestati tutti e due allora? Se il verbale è negativo!
Spanò: Ecco... ecco... Quanto alla donna, la arrestarono
per... per... decolté eccessivo, lei mi intende!
Il cavaliere,
perché... S'immagini un po'... come si vide metter le mani
addosso, il galantuomo diventò una furia, una furia d'inferno!
Ci fossi stato io, avrei compatito; anche se mi schiaffeggiava,
mi sarei presi gli schiaffi, per amicizia.
Quella testa-di-mulo
di calabrese, invece, s'è incornato a volerlo responsabile
d'ingiurie e vie di fatto e l'ha tratto in arresto. Ma sarà
rilasciato, signor Fifì - prometto e giuro.
Questa sera stessa.
E se Logatto non si sta quieto, lo
accomodo io!
Fifì: Ma già... dico, se non risulta niente...
Spanò: Niente! Perquisito tutto, anche la borsa di
viaggio... anche la giacca che il cavaliere s'era levata...
Beatrice: Ah, anche la giacca? anche la borsa di viaggio?
E mi dica un po': non vi hanno trovato per caso una certa
collana, a pendagli, che egli le aveva promesso in dono da
Palermo?
Fifì: Ah, è questa la collana che hai incaricato Ciampa
di comperarti uguale?
Beatrice: Questa, precisamente! A Spanò: Mi
risponda: l'hanno trovata?
Spanò: Scusi, signora. Chi parlò a lei di codesta
collana? La Saracena?
Fana: Sissignore, lei, appunto!
Spanò: Ma se lo so! Ne parlò anche a me!
È una vera
sciocchezza, signora mia! una pura e semplice sciocchezza nata
da questo: che la moglie del Ciampa, leticando come fa sempre
con le donne del vicinato che le dànno la baja per tutti gli
anelli che tiene alle dita, si vantò, dice, che uno di questi
giorni, per farle crepar d'invidia, sarebbe loro apparsa, dice,
parata come una Madonna, al balcone, con una gran collana, di
queste a pendagli, al petto. Quest'è tutto!
Sa invece, signora,
sa che cosa s'è trovato invece nella borsa di viaggio del signor
cavaliere?
Un libriccino da messa, s'è trovato, piccolo piccolo
così un amore le dico! con la rilegatura d'avorio e le pagine
dorate.
Assunta: Vedi, figlia? Per te!
Spanò: Aspetti, e anche una scatola di mandorle candite.
Assunta: Quelle che piacciono a te!
Fana: Ma se l'ho sempre detto io, che la tratta come una
regina!
Fifì: Bestiaccia ingrata!
Beatrice s'abbatte piangendo, pentita e commossa, sul seno
della madre.
Spanò (soddisfatto dell'effetto ottenuto, approva col
capo, ammiccando a Fifì; Poi gli dice): Ma sarebbe prudente, signor Fifí - se, come spero, riesco a far
rilasciare il cavaliere questa sera stessa - sarebbe prudente
che la signora non gli si facesse trovare in casa.
Assunta: Ah, certo! certo!
Fifì: Ce la porteremo a casa con noi!
Spanò: Almeno per qualche giorno. Bisognerà compatirlo!
Ha un diavolo per capello, povero galantuomo, e minaccia di far
cose dell'altro mondo.
Fifì: Ha ragione! ha ragione! Io non so che farei, se
fossi al suo posto!
Spanò: Ma gli passerà! Stia sicuro, che gli passerà!
Dopo
qualche giorno, le furie svaporano e tutto ritorna tranquillo
come prima.
Ah, privo di Dio, che bella cosa, signore mie, la
santa pace domestica!
Lunga Pausa, come se lutto fosse finito, e non ci fosse piú
nient'altro da dire o da fare.
Tutt'a un tratto, viene a
rompere questo silenzio conclusivo una violenta scampanellata
alla porta.
Fana (balzando con spavento). Ah Signore, ajutaci!
Quest'è lui! Ciampa!
Fifì: Uh, già! E chi ci pensava piú, a Ciampa?
Spanò: Per Dio santo, già! c'è anche lui! Con la moglie
arrestata...
Assunta: E come si fa ora? come si rimedia per questo
poverino?
Spanò: Forse sarà meglio non riceverlo!
Fifì: No, meglio riceverlo, anzi! e cercare di fargli
intendere la ragione, qua, tra me e lei!
Spanò: Già... ma badi... badi che farà cose da pazzi!
Fifì: Faccia quello che vuole! Purché poi, alla fine...
Fana: Ah, che tremore per tutte le vene!
Beatrice (mansueta). Sarà bene che mi ritiri, con
la mamma, è vero?
Fifì (gridando e facendole gli occhiacci). Mi
pare!
Assunta: Andiamo, andiamo, figliuola mia. Lasciamoli
soli, tra loro uomini.
Via con Beatrice per l'uscio a destra.
Fifì (a Fana che s'avvia tutta tremante con le altre
donne). Dove andate voi? Andate ad aprire!
Spanò: Non abbiate paura, ci sono qua io!
Fana esce Per l'uscio in fondo.
Scena Quarta
Ciampa e Detti.
Fana (rientra subito rinculando): Madre di Dio! Un
morto è! È entrato ed è caduto a sedere!
Fifì e Spanò: Come! Che è stato?
Fanno per accorrere.
Ciampa entra per la comune, cadaverico,
con l'abito e la faccia imbrattati di terra; la fronte
ferita; il colletto sbottonato; la cravatta sciolta, e gli
occhiali in mano.
Subito Fifì e Spanò gli si fanno
attorno premurosi e costernati, e gli scuotono con le mani la
polvere dal vestito.
Fifì: Ma come! Che è stato, caro Ciampa?
Spanò: Siete forse caduto?
Ciampa (piano, cupo): Niente. Sturbo. Un piccolo
sturbo. Mi si sono rotti gli occhiali.
Fifì (correndo per una seggiola, mentre il Delegato ne
prende un'altra e un'altra Fana):
Ecco, sedete... sedete qua...
Spanò: Qua c'è la seggiola...
Ciampa: Grazie. Non seggo.
Fifì: Come! Perché no?
Ciampa: Perché no.
Spanò: Ma se non vi reggete in piedi!
Ciampa: Non dubiti. Sette spiriti ho, come i gatti. Ora
li ripiglio.
Ma, tanto.. Me ne vado subito. - La signora?
Spanò: La signora, Ciampa, è di là che...
Fifì: Capirete che in questo momento non può parlare con
voi.
Ciampa: Parlare? E che bisogno ha più di parlare? Dopo il
fatto!
Fifì: Ma il fatto, caro Ciampa, non è come voi forse
v'immaginate!
Spanò: Negativo! negativo! verbale assolutamente
negativo!
Fifì: Ecco, sentite? ve lo dice il signor Delegato.
V'assicuro che non avete proprio ragione di star così!
Ciampa: Me l'assicura lei?
Spanò: Ma no! gli atti, gli atti - il verbale, capite,
caro Ciampa? Lo dice il verbale!
Ciampa: E quando lo dice il verbale!
Fifì: Ma certo! Se un fatto risulta assolutamente
infondato...
Spanò: Per con-sta-ta-zi-o-ne-lè-gà-lè!
Fifì: Dovete per forza ammetterlo!
Ciampa: Non ho difficoltà. - Dovrei consegnare certi
oggetti alla signora.
Fifì: Quelli che avete ritirati da Palermo? Potete
consegnarli a me, se volete.
Ciampa: Non ho difficoltà. - Mi parrebbe più giusto però,
poiché c'è qua il signor Delegato, che li consegnassi a lui.
Fifì: Ma sì, a lui o a me ...
A Spanò: Son certi
oggetti che Ciampa ha ritirati dal monte...
Spanò: Sta bene, sta bene ...
Fifì (a Ciampa): Ma potete anche lasciarli lì...
(Indica
con sprezzatura signorile il tavolino accanto al divano.)
Ciampa: E lei dà poi tanto peso alle formalità d'un
verbale?
Fifì: Ma no... Che c'entra? Nel verbale è la
constatazione d'un fatto, come v'ha spiegato il Delegato.
Spanò: Precisamente! Legale!
Ciampa: E sta bene! Voglio che sia, anche questa,
constatazione legale di un altro fatto: che io consegno qua al
signor Delegato questi oggetti, perché fui mandato dalla
signora...
Spanò: Ma sì, lo so, caro Ciampa!
Ciampa: Lo sa? Allontanato con quest'incarico.
E lei
deve constatare il fatto che io, da umile servitore, sono andato
e sono ritornato, disimpegnando l'incarico e consegnando qua,
come consegno a lei, questi due oggetti.
(Trae di tasca i due astucci.):
Uno, e due. - Non voglio altro.
(Fa per andarsene.)
Fifì: E che fate, ora?
Ciampa: Niente. Me ne vado.
Fifì: Così ve n'andate?
Ciampa: E che vuole che faccia più qua? Volevo parlare
con la signora. Non si può. Me ne vado.
Fifì: Ma che vorreste dire, scusate, alla signora?
Fana, di dietro, fa più volte segno di no, di no a Fifì, con una
mano sotto il mento.
Ciampa (voltandosi all'improvviso, sorprendendola in
quel gesto e rifacendoglielo): Che avete, per caso, mal di
gola, voi?
Difficoltà di respiro? Per vostra regola, io guardo
in terra e conto le stelle, anche senz'occhiali!
(Appressandosi
a Fifì:) Lei forse ha paura ch'io, parlando con sua sorella
... ?
Fifì (interrompendolo): Ma no, che paura!
È che
mia sorella, in questo momento, vi ho detto, non può, perché
tanto io, quanto il signor Delegato, quanto mia madre che è di
là con lei, le abbiamo dimostrato e fatto toccar con mano la
follia che ha commesso; e credete, caro Ciampa, che n'è pentita,
pentitissima! È vero?
Spanò: Diavolo! Piange.
Ciampa: Ah, piange...
Fifì: Piange, piange, anche perché - ve lo può dire qua
il Delegato - glien'ho dette di tutti i colori.
Spanò: Verissimo! Terribile!
Fifì: V'assicuro, Ciampa, che voi non le potreste dir più
di quanto le ho detto io!
Ciampa: E che si figura lei, che vorrei dire io a una
signora?
Sua sorella non ha fatto altro che prendere il mio nome
- il mio pupo... - si ricorda che jeri io qua parlai di pupi? -
il mio pupo: buttarlo a terra, e, sopra - una calcagnata - così!
(Butta il cappello in terra e lo pesta col piede.)
Perché la signora - povera pupa - s'è creduta anche lei
calpestata...
La posizione nostra - la mia e la sua - in fondo,
sono uguali: io qua, lei di là. Che vuole che le dica?
Una sola
domanda volevo rivolgerle; e non alla signora propriamente, ma
alla sua coscienza.
Fifì: Che domanda?
Ciampa: Scusi, se dico alla sua coscienza...
(Con
scatto improvviso aprendo la finanziera e presentandosi
al Delegato Spanò:) Signor Delegato, mi cerchi!
Fifì (tirandolo indietro): Ma no, che dite!
Spanò: Sappiamo bene che siete un galantuomo, Ciampa!
Ciampa: Del resto, c'è qua lei. E mi piace, mi piace che
ci sia lei, signor Delegato, perché così vede il cuore...
Il
cuore d'un uomo che piange e che fa sangue... sangue davvero,
perché sono stato assassinato...
(Scoppia in improvvisi e
irrefrenabili singhiozzi.)
Fifì e Spanò: Ma no... ma no... che dite!... Ma se
non ce n'è ragione! State tranquillo, Ciampa!
Ciampa: Tranquillo, già... Questa sola domanda, insomma,
alla signora, in presenza vostra, volete lasciarmela fare?
Fifì: Ma sì, ma sì! Ecco, ve la chiamo.
(Chiamando
dall'uscio di destra:) Beatrice! Mammà! Vieni, Beatrice!
Scena Quinta
Beatrice, Assunta e Detti, infine Vicini e Vicine.
Fifì (a Beatrice che entra con la madre): Senti
qua Ciampa, che vuol rivolgerti non so che domanda.
Assunta (pietosamente): Oh, poverino! Siete
ferito?
Ciampa: Non è niente, signora. Il guajo è per gli
occhiali, che mi si sono rotti. Ci vedo e non ci vedo.
Ma,
tanto, ormai, non ho più niente da vedere.
A Beatrice:
Questa sola domanda, a lei, signora: - Crede lei... - (lasciamo
il fatto, ciò che è accaduto questa mattina, lasciamo star
tutto) - crede lei, in coscienza, d'aver avuto ragione di far
questo, non ostante che io jeri - presente suo fratello...
Assunta (cercando d'interromperlo): Ma sì,
sappiamo tutto, Ciampa!
Fifì: Che finanche le portaste qua vostra moglie!
Ciampa: Permettano... permettano... - lascino dire a lei!
Perché può darsi che la signora, non ostante tutto, abbia voluto
colpire anche me, credendo d'avere tutta la ragione di farlo.
È
così, signora? Mi risponda - in coscienza!
Beatrice (esitante): No... io... io, a voi...
Spanò: La signora non voleva colpir voi, caro Ciampa!
Tant'è vero che vi volle allontanare, mandandovi a Palermo!
Beatrice: Ecco... già... io... come dice il Delegato...
Ciampa: Ah, no, signora! Che lei non abbia pensato a me,
non è possibile!
Perché per ben due ore io qua, jeri, non feci
altro che mettere le mani avanti!
Beatrice: Sì, sì. E appunto per questo volli mandarvi a
Palermo!
Per avere mano libera, qua, su vostra moglie e su mio
marito!
Ciampa: Senza pensare a me?
Beatrice: Senza pensare a voi.
Ciampa: E che cos'ero io? Niente? Pietra d'affilare?
Mi
gettava a terra; mi prendeva così, con due dita, come uno
strofinaccio qualunque; mi buttava in un canto, proprio come se
non ci fosse da fare nessun conto di me...
Ma voglio ammettere
tutto, signora! voglio entrare nella sua coscienza, fino in
fondo, e ammetter pure che lei non si sia fatto scrupolo di
colpire anche me perché io - secondo lei - sapevo tutto e mi
stavo zitto. È così?
Mi risponda.
È così?
Beatrice: Eh... poiché lo dite voi stesso... sì, è
proprio così.
Ciampa: Ah! E allora, a uno che, - poniamo - è guercio,
lei gli appende un cartellino alle spalle: - «Popolo! È
guercio!» -
Beatrice: Ma no... che c'entra!
Ciampa: Lasciamo il guercio di cui tutti si possono
accorgere senza bisogno di cartellino.
Lei deve provarmi che
uno, uno solo, signora, in tutto il paese potesse sospettare di
me quello che lei ha creduto! che uno, uno solo potesse venire a
dirmi in faccia: - «Ciampa, tu sei becco, e lo sai!».
Fifì (subito): Ma no! Ma chi? Ma nessuno!
Spanò (contemporaneamente): Ma a chi poteva venire
in mente!
Assunta (contemporaneamente): Ma che dite, Ciampa!
Fana (contemporaneamente): Veramente a nessuno,
Signore Iddio, in coscienza!
Ciampa (dominando le esclamazioni simultanee): Ma
la signora potrebbe dire - Se non lo sapevano gli altri, era
noto a voi e tanto basta! - È vero? è vero.
Non lo neghi!
Io ho
bisogno della sua coscienza, signora: non del verbale.
Dica: è
vero?
Beatrice: È vero, sì.
Movimento di sorpresa dolorosa e d'intensa costernazione negli
altri.
Silenzio.
Ciampa (ferito, tentennando il capo): Ah, signora.
- Io ora parlo... non per me... parlo in generale...-
E che può
saper lei, signora, perché uno, tante volte, ruba; perché uno,
tante volte, ammazza; perché uno, tante volte - poniamo, brutto,
vecchio, povero - per l'amore d'una donna che gli tiene il cuore
stretto come in una morsa, ma che intanto non gli fa dire: -
ahi! - che subito glielo spegne in bocca con un bacio, per cui
questo povero vecchio si strugge e s'ubriaca - che può saper
lei, signora, con qual doglia in corpo, con quale supplizio
questo vecchio può sottomettersi
fino al punto di spartirsi l'amore di quella donna con un altro
uomo - ricco, giovane, bello - specialmente se poi questa donna
gli dà la soddisfazione che il padrone è lui e che le cose son
fatte in modo che nessuno se ne potrà accorgere?
- Parlo in
generale, badiamo! Non parlo per me! -
È come una piaga, questa,
signora: una piaga vergognosa, nascosta.
E lei che fa? stende la
mano e la scopre così... pubblicamente?
- Lasciamo questo
discorso, e veniamo a noi! -
Io, signora, sapevo che lei aveva
sospetti su mia moglie e su suo marito.
- Gelosia! - Chi non ne
ha,
quando si vuol bene? -
Compatisco anche i delitti, signora; si
figuri se non avrei compatito lei per la gelosia!
Ero venuto
qua, jeri, apposta per farla parlare, per farla sfogare. - Aveva
un sospetto? - Non glielo volevo levare!
Perché so che codesti
sospetti, più si vogliono levare, e più si raffermano!
- Se lei
avesse parlato seriamente con me, io me ne sarei tornato a casa
e avrei detto a mia moglie:
- «Pst! Fagotto, e via!». - oggi mi
sarei presentato al signor cavaliere:
- «Signor cavaliere, bacio
le mani: non posso star più con lei! ».
- «Perché, caro Ciampa?»
- «Perché non posso star più con lei: ho altri affari.»
- Così
si fa, signora mia! -
E perché crede che io le portai qua, jeri,
mia moglie?
Ma per farla scattare, signora, per farle scatenare
dalla bocca tutta la tempesta che lei covava dentro!
Glielo
gridai finanche: - «Parli! Parli! » - E lei non volle dir
niente!
Volle gettarmi così a terra, assassinarmi... E che vuole
che faccia io ora? Mi dica lei che cosa debbo fare!
Tenermi
questo sfregio? comperarmi una testiera con due bei pennacchi,
per far la mia comparsa in paese? e tutti i ragazzini dietro, in
baldoria, a gridarmi: - Bèèè... Bèèè... - e io, pacifico e
sorridente, a ringraziare a destra e a sinistra?
Fifì: Ma perché? dove? che sfregio! che testiera! che
ragazzini! Se non c'è stato niente!
Spanò: Niente di niente! Niente assoluto!
Ciampa: Perché lo dice il verbale, è vero: Ma chi vuole
che creda a codesto suo verbale dopo tanto
scandalo: Guardie, Delegato, sorpresa in casa, arresto...
Spanò: Sta bene! Ma con risultato negativo! Dunque...
Ciampa: Signor Delegato, son macchie d'olio, che non
levano, queste!
Diranno: «Si tratta d'un cavaliere! Hanno
accomodato la cosa!» - E come resto io? -
Lei, signora, poteva
prendersi questo piacere, se credeva che suo marito si fosse
messo con qualche ragazza, senza però - badiamo - né padre, né
fratelli.
Dava una lezione a suo marito - non c'erano altri
uomini di mezzo - e tutto si sarebbe accomodato alla meglio.
Ma
qua c'era un uomo di mezzo, signora! Come non pensò a me, lei?
O
che ero niente, io? - Lei ha scherzato; s'è passato questo
piacere; ha fatto ridere tutto
un paese; domani rifarà pace con suo marito... - e io? per lei
sarà finito tutto - ma io? resto col verbale, che non c'è stato
nulla?
E debbo sopportarmi che tutti, domani, vengano a dirmi in
faccia, con occhi dolenti:
- «Non è stato nulla, Ciampa; la
signora ha scherzato!».
(Con scatto improvviso:) Signor Delegato, qua, mi
tasti il polso!
(Gli porge il polso.)
Spanò (stordito): Come? perché?
Ciampa: Mi tasti il polso. Dica se ci avverte un battito
di più.
Io dico qua, con la massima calma, testimonio lei, testimonii tutti, che questa sera stessa, o domani, appena mia
moglie ritorna a casa, io con l'accetta le spacco la testa!
(Subito:)
E non ammazzo soltanto lei, perché forse farei un piacere, così,
alla signora!
Ammazzo anche lui, il signor cavaliere - per
forza, signori miei! per forza!
Fifì e Spanò (afferrandolo, mentre le tre donne
gridano e piangono): Che è? che avete detto?
Voi siete,
pazzo! Chi ammazzate?
Ciampa (pallido, stravolto, quasi sorridente):
Tutti e due! Per forza! Non posso farne a meno! Non l'ho voluto
io!
Fifì: Voi non ammazzate nessuno, perché non ne avete né
diritto né ragione!
Ma se pure l'aveste, ci saremo qua noi a
impedirvelo!
Spanò: Ci sono io!
Ciampa: Signor Delegato, me l'impedisce oggi... -
Spanò: - anche domani! -
Ciampa: - ma doman l'altro l'ammazzo! Lei sa come si dice
da noi: - «Guaj a chi è morto nel cuore d'un altro!». -
Io sono
calmo, signor Delegato. Lei m'è testimonio che io non volevo
questo. Mi ci hanno buttato in questo fosso!
Con questo sfregio
in faccia, davanti al paese - se lo scrivano bene in mente - io
non resto!
Beatrice (insorgendo): Ma se ve lo dico io ora, se
ve lo dico io, Ciampa, che non ne avete nessuna ragione?
Ciampa: Me lo dice ora, lei, signora? Lo riconosce ora,
che non doveva mettere a questo cimento un uomo?
Troppo tardi,
signora mia!
Fifì: Ma, scusate, se lo riconosce lei stessa, che non
c'è stato niente...
Ciampa: Codesto «niente», signor Fifì, lei, a me, non me
lo deve dire!
Fifì: Ma se lo scandalo è stato per una pazzia!
Assunta (incalzando): Per una pazzia, per una
pazzia, Ciampa!
Spanò (incalzando): Per una pazzia, ve lo confessa
la stessa signora!
Fifì (incalzando): Se ve lo dice lei! Ve lo
confermiamo tutti! Una pazzia.
Tutti: Una pazzia! sì, una pazzia!
Ciampa (in mezzo a tutti che gridano: «una
pazzia! una pazzia!», all'improvviso, assorto in una idea
che gli balena lì per lì, raggiante): Oh Dio! Oh che
bellezza! Oh che bellezza! Signori, pacificamente! Oh che
bellezza!
Sissignori... sissignori... Si può aggiustar tutto...
pacificamente... Ah, che respiro!
Mi metterei a ballare... a
saltare... per il gran peso che mi son levato dal petto!
Le mie
mani... le mie mani possono restar pulite... pulite, e me le
bacio! me le bacio!
Lei, signora, vada a prepararsi... Subito,
subito!
Beatrice (trasecolata, come tutti gli altri): Io?
Perché?
Ciampa: Dia ascolto a me, vada a prepararsi! Non perdiamo
tempo!
(Guarda l'orologio.) Ci arriva! ci arriva!
Beatrice: Ma perché? a che cosa arrivo?
Fifì: Che dice?
Spanò: Dove volete che arrivi la signora?
Ciampa: Ma sì! ma sì!
Voi, Fana, e lei, signora Assunta,
vadano, vadano ad ajutarla a mettere un po' di biancheria,
abiti, nella valigia!
Facciamo presto, per carità! Non c'è tempo
da perdere!
Beatrice: Ma insomma, perché? Debbo partire? Dove debbo
andare?
Vi ha dato di volta il cervello?
Ciampa: A me? Nossignora! Ha dato di volta a lei il
cervello, signora mia!
Scusi, l'ha riconosciuto suo fratello Fifì, lo riconosce il Delegato; la sua mamma; lo riconosciamo
tutti: e dunque lei è pazza! Pazza, e se ne va al manicomio! È
semplicissimo!
Fifì: Come? Chi?
Assunta: Mia figlia? Che dite?
Beatrice: Al manicomio? io? io, al manicomio?
Ciampa: Lasciamo il manicomio! In una casa di salute,
signora!
Tre mesi. Villeggiatura.
Beatrice (indignata): Ma ci andrete voi, al
manicomio! voi! Uscite fuori! fuori di casa mia! subito fuori!
Ciampa: Signora, dove mi manda? Badi che nel suo
interesse io parlo!
Spanò: Ma vi sembra che siano proposte da fare, codeste?
Fifì: Dove siamo?
Ciampa: Anche lei, signor Fifì? Non comprende che questo
è l'unico rimedio? Per lei stessa! Per il signor cavaliere!
Per
tutti! Non capisce che sua sorella ha svergognato anche il
signor cavaliere, e che deve dare anche a lui una riparazione di
fronte al paese?
Si dice: - È pazza! - e non se ne parla più! -
Si spiega tutto! - Pazza, pazza da chiudere e da legare! -
E
solo così io non ho più niente da vendicare!
Mi disarma. Dico: -
« È pazza! Posso più farmene d'una pazza? ». E basta
così!
Il cavaliere non avrà più da mortificarsi, domani,
comparendo tra i suoi amici; e la signora va a farsi tre mesi di
villeggiatura!
Via, via, sbrighiamoci, che meglio di così non
si potrebbe fare!
Ma deve partire assolutamente questa sera
stessa!
Fifì: Sì, sì, è giusto! è giusto!
A Beatrice:
Capisci? È per finta!
Beatrice: Ma chi io? Tu sei pazzo! Io, al manicomio? Ma
lo sente lei, mammà? al manicomio!
Assunta: Figlia mia, è per rimedio, non senti?
Spanò: Per rimedio, signora! Sembra anche a me la
risoluzione migliore!
Pensi anche al signor cavaliere,
signora...
Beatrice: Ma che dite? Volete davvero che passi per pazza
davanti a tutto il paese?
Ciampa: Ma davanti a tutto il paese, lei, signora, non ha
bollato con un marchio d'infamia tre persone?
Uno, d'adulterio;
un'altra, di sgualdrina; e me, di becco?
Ah, lei vorrebbe dirlo
soltanto d'aver commesso una pazzia? Non basta, signora!
Deve
dimostrare d'esser pazza - pazza davvero - da chiudere!
Beatrice: Pazzo da chiudere sarete voi!
Ciampa: Nossignora... Lei. Per il suo bene! E lo sappiamo
tutti qua, che lei è pazza.
E ora deve saperlo anche tutto il
paese. Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s'allarmi!
Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel'insegno io
come si fa.
Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti
la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!
Beatrice (furente, convulsa): Ah, dunque voi lo
sapete che io ho ragione, e che avevo ragione di far questo?
Ciampa: No. Ah, no! Volti la pagina, signora!
Se lei
volta la pagina, vi legge che non c'è più pazzo al mondo di chi
crede d'aver ragione!
Via, vada! vada! si prenda questo
piacere, di fare per tre mesi la pazza per davvero! Le par cosa
da nulla?
Fare il pazzo! Potessi farlo io, come piacerebbe a me!
Sferrare, signora, qua (indica la tempia sinistra col solito
gesto) per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli
orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza
a sputare in faccia alla gente la verità.
La cassa dell'uomo,
signora, comporterebbe di vivere, non cento, ma duecent'anni!
Sono i bocconi amari, le ingiustizie, le infamie, le prepotenze,
che ci tocca d'ingozzare, che c'infràcidano lo stomaco! il non
poter sfogare, signora! il non potere aprire la valvola della
pazzia!
Lei, può aprirla: ringrazii Dio, signora!
Sarà la sua
salute, per altri cent'anni! - Cominci, cominci a gridare!
Beatrice: Comincio a gridare?
Ciampa: Sì, ecco! Qua! in faccia a suo fratello!
(Glielo spinge davanti.) Forza! in faccia al Delegato!
(Glielo spinge davanti.) Forza! In faccia a me!
E si
persuada, signora, che solamente da pazza lei poteva pigliarsi
il piacere di gridarmi in faccia: «Bèèè!».
Beatrice: E allora, sì: Bèèè!... ve lo grido in
faccia, sì: bèèè! bèèè!
Fifì (cercando di trattenerla): Beatrice!
Spanò (cercando di trattenerla): Signora!
Assunta (cercando di trattenerla): Figlia mia!
Beatrice (con grida furibonde): No! Sono pazza? E
debbo gridarglielo: Bèèè! bèèè! bèèè!
Ciampa (mentre tutti fanno per portar via Beatrice,
che séguita a gridare come se fosse impazzita davvero):
È pazza! - Ecco la prova: è pazza! Oh che bellezza! - Bisogna
chiuderla! bisogna chiuderla!
Balla dalla contentezza, battendo le mani.
Momento di gran
confusione, anche perché alle grida sopravvengono i
vicini e le vicine di casa Fiorìca, con facce sbalordite, e
chiedono a coro, più coi gesti che con le parole, che
cosa sia accaduto.
Ciampa, seguitando a batter le mani,
festante, al colmo della gioja, e rispondendo ora
all'una, ora all'altro:
Ciampa:
È pazza! È pazza!...
Se la portano al manicomio!
È pazza!
E mentre tutti quei curiosi, spinti dolcemente ora dal
Delegato, ora dal fratello, si ritirano commentando sotto
sotto la disgrazia, si butta a sedere su una seggiola in mezzo
alla scena, scoppiando in un'orribile risata, di rabbia,
di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo.
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