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COMMEDIA
IN UN ATTO
FONTE Novella «La
patente» (1911)
STESURA dicembre 1917? - In italiano
dicembre 1917 - gennaio 1918
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 19
febbraio 1919 - in siciliano - Roma,
Teatro Argentina, Compagnia del «Teatro
Mediterraneo» diretta da Nino Martoglio,
col titolo ’A patenti. Torino 23
marzo 1918 al Teatro Alfieri con la
compagnia di Angelo Musco.
In questa pagina:
Introduzione (da
Wikipedia)
Analisi dei personaggi e struttura della novella (da
Yahoo! Answers)
Considerazioni (dal blog Teatro e
scuola)
La patente al cinema (da
antoniodecurtis.org)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Novelle -
La patente (raccolta La rallegrata)
Sez. Video -
La patente -
1954 - con Totò, dal
film a episodi "Questa è la vita"
Sceneggiatura di Vitaliano Brancati e Luigi Zampa.
Regia di
Luigi Zampa
da
Wikipedia
«...Rosario Chiarchiaro s'è combinata
una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S'è lasciato crescere su
le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s'è insellato sul naso
un pajo di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli danno l'aspetto di un
barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da
tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col manico di corno.»
È con questa maschera da menagramo che Chiarchiaro si presenta in
tribunale poiché è così che lo vedono tutti quelli che terrorizzati lo
incontrano facendo nel contempo gesti scaramantici; e dunque, se così deve
essere, è meglio corrispondere a quello che gli altri credono che tu sia.
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Se tu mi vedi come uno jettatore per quanto io faccia non riuscirò a cambiare
la tua opinione e dunque sarò come tu mi vuoi ma che almeno possa trarne
un vantaggio.
Il giudice D'Andrea, seriamente convinto che la jella non esista, vuole
rendere giustizia al pover'uomo così ingiustamente messo al bando dalla società
per una sciocca superstizione ed è quindi disposto a condannare il figlio del
sindaco e un assessore, contro i quali s'è querelato per diffamazione
Chiarchiaro a seguito degli scongiuri che quelli hanno pubblicamente e
sfacciatamente fatti al suo passaggio. Ma il giudice viene a sapere dallo stesso
querelante che questi è andato a fornire prove e testimonianze certe della sua
capacità jettatoria agli stessi avvocati dei querelati. Dunque sarebbe lui che
vuole essere condannato.
Eppure Chiarchiaro ha diversi motivi per chiedere giustizia: a causa della
cattiva fama costruita su di lui la sua famiglia s'è rinchiusa in casa, le sue
belle figliole non trovano più nessuno che voglia sposarle, lui stesso ha
perduto il lavoro e fa la fame. Ma proprio per questo il presunto jettatore
vuole che non ci siano più dubbi sulle sue doti di autore di malefici: chi li
teme dovrà pagare una piccola somma per evitarli e perché questo non appaia come
un'estorsione egli pretende che il giudice gli dia, condannandolo, un attestato,
una patente per esercitare legalmente la sua professione di jettatore. Come il
giudice con la sua laurea può esercitare la sua professione così Chiarchiaro
potrà scrivere sul suo biglietto da visita: "di professione jettatore" e così,
apertamente, potrà far pagare una tassa anti-jella ai superstiziosi.
Il giudice naturalmente si rifiuta, quando, proprio mentre Chiarchiaro
pretende al alta voce la sua patente di jettatore, un colpo di vento fa cadere
la gabbia dove, ormai morto per la caduta, cantava un cardellino unico ricordo
della defunta cara mamma del giudice.
I giudici del collegio giudicante hanno assistito muti e sbigottiti
all'accaduto: pagano in silenzio il loro obolo a Chiarchiaro che lo accetta
sghignazzando: da adesso potrà ufficialmente esercitare la sua professione.
I temi dell'opera
Emergono alcune tematiche care a Pirandello come gli intrecci relazionali fra
gli individui, resi alterati, inquinati dai pregiudizi e dai preconcetti e
soprattutto dalle proiezioni che vengono applicate sui soggetti bersaglio in
base alle apparenze, alle esteriorità, ai giudizi superficiali e di convenienza.
L'uomo per sopravvivere è costretto a crearsi delle apparenze, sia su se stesso
sia sugli altri, in parte per deresponsabilizzarsi, per tranquillizzarsi e per
esorcizzare i misteri della vita, della morte e dell'uomo. L'etichetta, la
maschera, il ruolo plasmati dagli altri sono talmente penetranti da risultare
incancellabili e talvolta pure inalterabili. Una delle tragedie dell'uomo è
proprio quella di doversi aggrappare, per sopravvivere, proprio a queste
maschere fino al punto da immedesimarsi completamente in esse, da restarne
assorbito fino alla scarnificazione della propria personalità. Ed ecco che il
protagonista della Patente si ricuce su misura gli abiti dello iettatore,
e non contento ancora delle nuove sembianze, rivendica il diritto di rifondare,
come un nuovo Noè, le basi dei tessuti sociali, troppo orribili per essere
conservate. L'insoddisfazione del protagonista si può accomunare a tutti gli
uomini, viventi un'epoca di svolte, di incertezze e privi di un doveroso e
profondo senso della vita.
Adattamenti
De La patente esistono versioni del 1931 in dialetto genovese ad opera
di Gilberto Govi e, del 1937, in napoletano e in veneziano.
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Analisi dei
personaggi e struttura della novella |
da
Yahoo! Answers
Chiàrchiaro, il protagonista della novella, un povero uomo su cui pesa l’accusa
di portare sventura, perde il suo lavoro e non riesce a procurarsene un altro, e
ben presto si riduce alla fame; pensa allora di citare in giudizio due dei suoi
diffamatori, non per accusarli, bensì per ottenere il riconoscimento ufficiale
di iettatore.
In questa novella si riflette il mondo pirandelliano, un mondo intriso di amaro
umorismo.
Analisi dei personaggi
Un’attenta lettura del brano scopre, sotto il tono apparentemente umoristico,una
profonda amarezza che svela la dolente partecipazione di Pirandello alla vita
degli uomini: "si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi
aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la penna in mano, dritto
sul busto il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima
raccorciandosi…Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo,
si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove
giaceva l’incartamento, voltava la faccia, e serrando le labbra, tirava con le
nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad
allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via
spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano
sul naso adunco a reggere le lenti che, per il sudore, gli scivolavano".
Non era ancora vecchio, aveva appena quarant’anni, un viso smunto , capelli
crespi da negro, una fronte solcata da profonde rughe, erano gli elementi di
spicco nella sua magra e misera " personcina", per Pirandello "un prodotto
umano", venuto fuori da "intrecci di razze e da misteriosi travagli di secoli".
Il giudice D’Andrea dormiva poco, anzi non dormiva proprio, passava la notte
alla finestra, a pensare mentre guardava le stelle e si smarriva nell’immensità
del cielo, rapportandosi ad un ragnetto.
Era, però, molto scrupoloso e responsabile del suo ruolo, nessun incartamento
giaceva dimenticato sul suo tavolino.
La figura del Chiàrchiaro appare altamente drammatica. L’ignoranza e la
superstizione hanno fatto di lui un disperato e perciò egli vuole ora rifarsi
delle tante ingiurie subite in silenzio. La sua ribellione è comprensibile: è
quella di un uomo che, ridotto alla disperazione, vuole gettare in faccia alla
gente, crudele e superstiziosa, la sua sofferenza, il suo odio, e trarre dalla
sua disgrazia il massimo profitto.
Egli, però, sarà costretto a portare sul volto la maschera grottesca e tragica
dello iettatore, quella maschera che gli uomini gli hanno crudelmente imposto.
A questo punto Chiàrchiaro passa di colpo dal ruolo di macchietta a quello di
eroe tragico e la sua situazione diventa emblematica della beffa della vita,
delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, incapace di sottrarsi alle grottesche
regole che lo schiacciano, se non trova il modo di adattarsi.
Chiàrchiaro si adatta: ormai ha accumulato "tanta bile contro la schifosa
umanità" da poter compiere realmente gesti da iettatore.
Struttura della novella
Il motivo preminente della novella è quello della maschera, cioè degli schemi
nei quali l’uomo o da solo, o per opera della società ,si rinchiude. Anche
quella dello iettatore è una maschera nella quale Chiàrchiaro è rinchiuso per
l’incomprensione e per la cattiveria dei suoi simili. Come altri personaggi
pirandelliani, anche il protagonista di questa novella tenta disperatamente la
liberazione, sia pure in modo insolito. Chiàrchiaro non cerca di svincolarsi
dalla forma che gli è stata imposta ma, al contrario, di farla completamente
sua.
Egli vuole una sconfitta in tribunale perché diventi ufficiale e legale che lui
è un vero e proprio iettatore. Vuole la patente di iettatore e per questo si
presenta dal giudice vestito nella foggia apposita.
Il paradosso di Chiàrchiaro è che egli sta diventando la maschera della
maschera, la marionetta della forma in cui l’ hanno rinchiuso. Ha cambiato
volto, vestiti per trasformarsi nel burattino che gli altri pensano di lui:
"…s’era combinata una faccia da jettatore, che era una meraviglia a vedere.
S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e
cespugliata; s’era insellato sul naso un paio di grossi occhiali d’osso, che gli
davano l’aspetto di un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro,
sorgigno, che gli sgonfiava da tutte le parti".
Solo in questo modo gli è dato di vendicarsi e mantenere la famiglia; egli sarà
esattamente ciò che gli altri dicono. Ora non toccherà più a lui difendersi,
saranno gli altri a doverlo fare: lo pagheranno perché stia lontano dai loro
affari. Così la vittima si trasforma in vendicatore minaccioso nei confronti dei
suoi stessi torturatori.
Chiàrchiaro ha accumulato tanto odio che gli sembra di poter sprigionare con lo
sguardo una reale potenza distruttiva.
Pirandello sfiora in questo finale una dimensione quasi surreale.
dal Blog
Teatro e scuola
Ci sono molti modi di uccidere un uomo. I più facili di tutti: lo si pugnala,
gli si spara, lo si avvelena…
C’è poi un modo più sottile, lungo, sistematico. Lo si priva di se stesso, gli
si nega la sua identità, e poi, poco per volta, si calpesta anche la dignità di
essere uomo. È quanto accade a Rosario Chiàrchiaro, protagonista dell’atto unico
di Luigi Pirandello, La patente, tratto dall’omonima novella. Si tratta
di una scrittura che racchiude in sé tutti gli elementi più tipici dell’universo
pirandelliano. In essa troviamo il tema della maschera forzatamente imposta,
l’impossibilità di porsi agli altri per ciò che si è, il rifiuto da parte degli
altri e la condanna ad un’emarginazione che sempre più assume i contorni della
morte civile.
La vicenda è nota. Chiàrchiaro, ingiustamente accusato da tutti di essere
iettatore, perde il lavoro e si ritrova in miseria con una famiglia sulle spalle
e un intero paese che lo sfugge come un appestato. Al culmine della
disperazione, si decide per una soluzione che ha in sé tutto il sapore del
paradosso pirandelliano: non solo accetterà il ruolo di iettatore, ma ne farà la
propria fortuna, ricavandone una fonte inesauribile di sostentamento.
Per far questo, c’è bisogno di convincere il giudice istruttore D’Andrea a
istruire un processo nato da una querela per diffamazione che Chiàrchiaro ha
mosso contro due personaggi di spicco del paese, colpevoli, per così dire, di
aver fatto pubblici e scurrili scongiuri al suo passaggio. D’Andrea, uomo onesto
e dotato di una forte pietà (anch’essa tutta pirandelliana, la pietà di
Pirandello per i suoi personaggi), vorrebbe dapprima risparmiare a Chiàrchiaro
il ridicolo che inevitabilmente gli deriverebbe dal processo, ma ciò perché egli
stesso è inizialmente ignaro dei disegni del protagonista. Il piano di
Chiàrchiaro è semplice e geniale al tempo stesso: perdere appositamente il
processo, far risultare stricto iure infondata l’accusa di diffamazione mossa ai
suoi avversari, essere dichiarato quindi iettatore anche dal tribunale legale e,
in nome di questa "patente" ufficialmente rilasciatagli, esigere una sorta di
tassa da tutti gli abitanti del paese, i quali saranno ben felici di pagare pur
di evitare la malasorte.
A differenza della novella, dove gli unici personaggi sono il D’Andrea e il
Chiàrchiaro, l’atto unico presenta, per scelta dell’autore e probabilmente anche
per esigenze di compagnie, una serie di comprimari: dal superstizioso usciere
Marranca, ai tre giudici colleghi di D’Andrea, alla figlia di Chiàrchiaro,
Rosinella.
Questi personaggi, a mano a mano che si presentano, assolvono ad una duplice
funzione: in primo luogo essi offrono, in modi diversi, la misura del giudice
D’Andrea. Marranca ne fa emergere tutto l’aspetto severamente istituzionale, con
qualche tratto di sentimento umano "Vi proibisco di manifestare così, davanti
a me, la vostra bestialità, a danno di un pover’uomo", gli urlerà D’Andrea
vedendolo fare gli scongiuri al solo nome del Chiàrchiaro. I colleghi magistrati
offriranno lo spunto per una serie di digressioni filosofiche del D’Andrea,
commiste al senso di pietà che andrà facendosi via via più forte, mentre il
colloquio tra il giudice e Rosinella accentuerà ancora di più la fortissima
umanità del primo. Ma s’è detto che la funzione dei comprimari è duplice. Essi
costituiscono una sorta di propedeutica all’entrata in scena di Chiàrchiaro, ne
forniscono un ritratto anticipatore che ha il pregio di cogliere la figura del
protagonista da diverse angolazioni. Innanzitutto, lo ripetiamo, quella
ingenuamente superstiziosa e rozzamente popolare di Marranca; poi quella dei tre
giudici, dai quali ci si aspetterebbe un atteggiamento più illuminato e che
invece si adeguano al punto di vista del paese ("E dovreste proprio voi
rendere giustizia a questo disgraziato", li rimprovererà amichevolmente
D’Andrea); infine vi è il punto di vista di Rosinella, la figlia amorevole che
esprime un’altra pietà, diversa da quella di D’Andrea perché dettata dall’amore
filiale.
A coronamento di tutto, Pirandello chiude la stesura dell’atto unico con un
altro elemento innovatore rispetto alla novella: la morte del cardellino di
D’Andrea, animaletto innocente che il giudice tiene sempre con sé perché è
l’unico ricordo della madre morta da poco; ironia della sorte, in presenza di
Chiàrchiaro un colpo di vento farà cadere la gabbiola in cui l’animale sta
racchiuso, provocandone la morte. I colleghi di D’Andrea e Marranca, accorsi al
frastuono, saranno ben felici di dare a Chiàrchiaro quanto hanno in tasca per
sfuggire alle sue minacce di morte: "Ma che vento!, Che vetrata! Sono stato
io! Non voleva crederci e glien’ho dato la prova! E come è morto quel
cardellino, così, a uno a uno, morirete tutti! "
Sarà l’inevitabile ed efficacissima conclusione pirandelliana: Chiàrchiaro,
innocente, dovrà indossare volontariamente la maschera dello iettatore,
rinchiudendosi così in un ruolo non suo, accettando un’identità che non gli
appartiene e portando fino all’estremo il processo di spersonalizzazione che
tutti i personaggi pirandelliani finiscono col vivere. Né ciò toglie efficacia
alla scrittura. Al contrario: il paradosso, reso in maniera così forte ed
esplicita, così violenta, è accentuato in modo felicissimo dal finale, in cui il
riso amaro, il famoso sentimento del contrario, attributo che Pirandello
stesso dava al concetto di umorismo, appare irrefrenabile sulla bocca di
Chiàrchiaro che si rivolge al D’Andrea tenendo in mano i soldi delle prime
"riscossioni" appena effettuate: "Ha visto? E non ho ancora la patente!
Istruisca il processo! Sono ricco! Sono ricco!”
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da
Antoniodecurtis.org
Il film a episodi è ispirato a quattro novelle di Pirandello ,
l'episodio interpretato da Totò è della durata di circa 15 minuti.
Pare che anche in questo film la censura abbia messo lo zampino:
nella scena finale in cui Totò ottenuta dal tribunale la patente di
jettatore alza il pugno in direzione del paese e grida: " Ed ora a
noi due ! " , ma su questa inquadratura una voce fuori campo
commenta: "Ma la lotta col paese non ci sarà perchè anche per
Rosario Chiarchiaro la vita tornerà a sorridere , con e senza
patente ".
Scriveva Tullio Cicciarelli: "[..] La patente è la biografia di uno jettatore
[..]. L'episodio ondeggia fra il grottesco e la consueta perizia facciale del
comico napoletano [..]"
E Mario Gromo: "[..] La patente trasforma in commediola , e talvolta in farsa ,
una stridente situazione drammatica[..] e Totò è qua e là efficace [..]".
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Secondo film, dopo "L'uomo, la bestia e la virtù", sempre del 1953, tratto da un
episodio pirandelliano e primo film a episodi con registi diversi, era stato
annunciato con il titolo "La patente" che poi uscì con il titolo "Questa è la
vita", mentre il titolo "La patente" rimase solo per l'episodio interpretato da
Totò, per la regia di Luigi Zampa. La presenza di Vitaliano Brancati come unico
sceneggiatore conferisce al film la sua giusta misura pirandelliana e garantisce
il pieno rispetto del testo letterario, anche se la regia di Zampa indulge all'
estrema caratterizzazione del personaggio di Rosario Chiarchiaro, presentato
volutamente quasi come un manichino da esposizione, ossia proprio quello che il
personaggio vuole essere nell'esercizio della sua professione di iettatore, per
il quale chiede un legittimo riconoscimento, appunto la patente. I capelli
lucidi di brillantina e incollati alla testa, sono separati da una riga molto
pronunciata in mezzo, che separa il viso in due parti nettamente distinte, dando
rilievo al più impercettibile movimento facciale.
Così truccato, il personaggio diventa un vero e proprio clown bianco,
depositario di una infinita malinconia, come un visibile accumulo e una
sedimentazione secolare di miseria, di stenti e di fame, accompagnati tuttavia
da una dignità irrinunciabile e da una volontà di rivalsa che proprio per
questo, anzichè una rassegnazione visibile, rivela una un sentimento senza
perdono nei confronti del mondo. L'interpretazione di Totò, strettamente legata
alle intenzioni di Zampa e al testo pirandelliano, nel quale maschera e volto si
intercambiano e si intrecciano spiegando il fenomeno dell' esistenza come
finzione e della finzione come esistenza, si muove su un registro fisso, nel
quale i movimenti sono lenti, la mimica ridotta a zero, le parole pronunciate
come sentenze. Qualche esagerazione, come l' arrivo del telegramma funesto, il
lampadario che cade, l'esplosione dei fuochi d'artificio e la machina che
sbanda, costituiscono il limite del film, che avrebbe espresso molto meglio le
facoltà del personaggio senza mostrarle visivamente. Unico film nel quale la
"maschera" di Totò viene usata per evidenziare un personaggio che non solo non
ride mai, ma che è associato, sia pure in modo grottesco, ad una dimensione di
morte. "La patente" fu scritta da Pirandello appositamente per Angelo Musco.
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Personaggi
Rosario Chiàrchiaro
Rosinella, sua figlia
Il giudice istruttore D'Andrea
Tre altri Giudici
Marranca, usciere
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La
patente -
Nuova
Compagnia Teatrale di Enzo Rapisarda |
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Stanza del giudice istruttore D'Andrea.
Grande scaffale che prende
quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario,
che si suppongono zeppe d'incartamenti.
Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo; e,
accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto.
Un seggiolone di cuojo per il Giudice, davanti la scrivania.
Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella
parete di destra.
A sinistra, un'ampia finestra, alta, con vetrata antica,
scompartita.
Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una
grande gabbia.
Lateralmente a sinistra, un usciolino nascosto.
Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il
soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d'un pugno, va
davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello,
poi lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella
gabbia grande un cardellino.
D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh! finalmente... - Zitto adesso, al
solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli
uomini feroci.
Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello
all'attaccapanni.
Siede alla scrivania; prende il fascicolo del
processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza,
sbuffa:
Benedett'uomo!
Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla
comune si presenta l'usciere Marranca.
Marranca: Comandi, signor Cavaliere!
D'Andrea: Ecco, Marranca: : andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa del
Chiàrchiaro: .
Marranca: (con un balzo indietro, facendo le corna) Per amor di Dio, non lo nomini, signor cavaliere!
D'Andrea: (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania) Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare così, davanti a me, la
vostra bestialità, a danno d'un pover'uomo.
E sia detto una volta
per sempre. Marranca: Mi scusi, signor cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!
D'Andrea:
Ah, seguitate? Marranca: Non parlo più. Che vuole che vada a fare in casa di... di questo...
di questo galantuomo? D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo
introdurrete subito da me. Marranca: Subito, va bene, signor cavaliere. Ha altri comandi?
D'Andrea: Nient'altro. Andate. Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici
colleghi, che entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i
saluti col D'Andrea; poi vanno tutti e tre a guardare il cardellino
nella gabbia. Primo Giudice: Che dice eh, questo signor cardellino?
Secondo Giudice: Ma sai che sei davvero curioso con codesto cardellino che ti porti
appresso? Terzo Giudice: Tutto il paese ti chiama: il Giudice Cardello
Primo Giudice: Dov'è, dov'è la gabbiolina con cui te lo porti?
Secondo Giudice: (prendendola dalla scrivania a cui s'è accostato) Eccola qua! Signori miei, guardate: cose da bambini! Un uomo
serio... D'Andrea: Ah, io, cose da bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora, parati
così? Terzo Giudice: Ohè, ohè, rispettiamo la toga!
D'Andrea: Ma andate là, non scherziamo! siamo in "camera caritatis". Ragazzo,
giocavo coi miei compagni "al tribunale".
Uno faceva da imputato;
uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati...
Ci avrete
giocato anche voi. Vi assicuro che eravamo più serii allora!
Primo Giudice: Eh, altro! Secondo Giudice: Finiva sempre a legnate!
Terzo Giudice: (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte) Ecco qua: cicatrice d'una pietrata che mi tirò un avvocato difensore
mentre fungevo da regio procuratore! D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo, nella toga era la
grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini.
Ora è al contrario: noi, grandi, e la toga, il giuoco di
quand'eravamo bambini.
Ci vuole un gran coraggio a prenderla sul
serio! Ecco qua, signori miei, (prende dalla scrivania il fascicolo del processo
Chiàrchiaro) io debbo istruire
questo processo.
Niente di più iniquo di questo processo.
Iniquo, perché include la più spietata ingiustizia contro alla
quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza
nessuna probabilità di scampo.
C'è una vittima qua, che non può
prendersela con nessuno!
Ha voluto, in questo processo,
prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto
mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto,
torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l'iniquità
di cui questo pover'uomo è vittima. Primo Giudice: Ma che processo è?
D'Andrea: Quello intentato da Rosario Chiàrchiaro. Subito, al nome, i tre Giudici, come già
Marranca, danno un balzo
indietro, facendo scongiuri, atti di spavento e gridando:
Tutti e tre: Per la Madonna Santissima! - Tocca ferro! - Ti vuoi star zitto?
D'Andrea: Ecco, vedete?
E dovreste proprio voi rendere giustizia a questo pover'uomo!
Primo Giudice: Ma che giustizia! È un pazzo! D'Andrea: Un disgraziato!
Secondo Giudice: Sarà magari un disgraziato! ma scusa, è pure un pazzo!
Ha sporto
querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno,
e anche - D'Andrea: - contro l'assessore Fazio
Terzo Giudice: - per diffamazione? - Primo Giudice: - già, capisci? perché, dice, li sorprese nell'atto che facevano gli
scongiuri al suo passaggio. Secondo Giudice: Ma che diffamazione se in tutto il paese, da almeno due anni, è
diffusissima la sua fama di jettatore? D'Andrea: E innumerevoli testimoni possono venire in tribunale a giurare che
in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua
fama, ribellandosi con proteste violente! Primo Giudice: Ah, vedi? Lo dici tu stesso!
Secondo Giudice: Come condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco e
l'assessore Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo
passare, il gesto che da tempo sogliono fare apertamente tutti?
D'Andrea: E primi fra tutti vojaltri? Tutti e tre: Ma certo! - È terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!
D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, ch'io mi porti qua il
cardellino...
Eppure, me lo porto - voi lo sapete - perché sono rimasto solo da un
anno.
Era di mia madre quel cardellino; e per me è il ricordo vivo
di lei: non me ne so staccare.
Gli parlo, imitando, così, col
fischio, il suo verso, e lui mi risponde.
Io non so che gli dico; ma lui, se mi risponde, è segno che coglie
qualche senso nei suoni che gli faccio.
Tale e quale come noi, amici
miei, quando crediamo che la natura ci parli con la poesia dei suoi
fiori, o con le stelle del cielo, mentre la natura forse non sa
neppure che noi esistiamo. Primo Giudice: Seguita, seguita, mio caro, con codesta filosofia, e vedrai come
finirai contento! Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo,
Marranca sporge il
capo Marranca: Permesso? D'Andrea: Avanti,
Marranca. Marranca: Lui in casa non c'era, signor cavaliere. Ho lasciato detto a una
delle figliuole che, appena arriva, lo mandino qua.
È venuta intanto
con me la minore delle figliuole: Rosinella.
Se Vossignoria vuol
riceverla... D'Andrea: Ma no: io voglio parlare con lui!
Marranca: Dice che vuol rivolgerle non so che preghiera, signor cavaliere.
È tutta impaurita. Primo Giudice: Noi ce n'andiamo. A rivederci,
D'Andrea! Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.
D'Andrea: Fate passare Marranca: Subito, signor cavaliere.
Via, anche lui.
Rosinella, sui sedici anni, poveramente vestita, ma
con una certa decenza, sporge il capo dalla comune, mostrando appena
il volto dallo scialle nero di lana. Rosinella: Permesso?
D'Andrea: Avanti, avanti. Rosinella: Serva di Vossignoria. Ah, Gesù mio, signor giudice, Vossignoria ha
fatto chiamare mio padre?
Che cosa è stato, signor giudice? Perché?
Non abbiamo più sangue nelle vene, dallo spavento! D'Andrea: Calmatevi! Di che vi spaventate?
Rosinella: È che noi, Eccellenza, non abbiamo avuto mai da fare con la
giustizia! D'Andrea: Vi fa tanto terrore, la giustizia?
Rosinella: Sissignore. Le dico, non abbiamo più sangue nelle vene! La mala
gente, Eccellenza, ha da fare con la giustizia.
Noi siamo quattro
poveri disgraziati.
E se anche la giustizia ora si mette contro di
noi... D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla.
La giustizia non si
mette contro di voi. Rosinella: E perché allora Vossignoria ha fatto chiamare mio padre?
D'Andrea: Vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.
Rosinella: Mio padre? Che dice! D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido...
Ma come? Non sapete che
vostro padre s'è querelato contro il figlio del sindaco e
l'assessore Fazio? Rosinella: Mio padre? Nossignore! Non ne sappiamo nulla! Mio padre s'è
querelato? D'Andrea: Ecco qua gli atti!
Rosinella: Dio mio! Dio mio! Non gli dia retta, signor giudice! È come
impazzito mio padre: da più d'un mese!
Non lavora più da un anno,
capisce? Perché l'hanno cacciato via, l'hanno gettato in mezzo a una
strada; fustigato da tutti, sfuggito da tutto il paese come un
appestato!
Ah, s'è querelato? Contro il figlio del sindaco s'è querelato?
È pazzo, è pazzo! Questa guerra infame che gli fanno tutti, con
questa fama che gli hanno fatto, l'ha levato di cervello!
Per
carità, signor giudice: gliela faccia ritirare codesta querela!
gliela faccia ritirare! D'Andrea: Ma sì, carina! Voglio proprio questo. E l'ho fatto chiamare per
questo.
Spero che ci riuscirò. Ma voi sapete: è molto più facile fare il
male che il bene. Rosinella: Come, Eccellenza! Per Vossignoria?
D'Andrea: Anche per me. Perché il male, carina, si può fare a tutti e da
tutti; il bene, solo a coloro che ne hanno bisogno. Rosinella:
E lei crede che mio padre non ne abbia bisogno? D'Andrea:
Lo credo, lo credo.
Ma è che questo bisogno d'aver fatto il bene,
figliuola, rende spesso così nemici gli animi di coloro che si
vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Capite? Rosinella: Nossignore, non capisco.
Ma faccia di tutto Vossignoria! Per nojaltri non c'è più bene, non c'è più pace, in questo paese.
D'Andrea: E non potreste andar via da questo paese?
Rosinella: Dove? Ah, Vossignoria non lo sa com'è! Ce la portiamo appresso, la
fama, dovunque andiamo.
Non si leva più, neppure col coltello. Ah se vedesse mio padre, come s'è ridotto!
S'è fatto crescere la
barba, una barbaccia che pare un gufo... e s'è tagliato e cucito da sè un certo abito, Eccellenza, che quando se lo metterà, farà
spaventare la gente, fuggire i cani finanche! D'Andrea: E perché?
Rosinella: Se lo sa lui perché! È come impazzito, le dico! Gliela faccia,
gliela faccia ritirare la querela, per carità. Si sente di nuovo picchiare alla comune.
D'Andrea: Chi è? Avanti. Marranca: (tutto tremante)
Eccolo, signor cavaliere! Che... che debbo fare? Rosinella:
Mio padre? Balza in piedi Dio! Dio! Non mi faccia trovare qua, Eccellenza, per carità!
D'Andrea: Perché? Che cos'è? Vi mangia, se vi trova qui?
Rosinella: Nossignore. Ma non vuole che usciamo di casa. Dove mi nascondo?
D'Andrea: Ecco. Non temete. Apre l'usciolino nascosto nella parete di sinistra.
Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.
Rosinella: Sissignore, grazie. Mi raccomando a Vossignoria! Serva Sua.
Via ranca ranca per l'usciolino a sinistra.
D'Andrea lo chiude.
D'Andrea: Introducetelo. Marranca: (tenendo aperto quanto più può la comune per tenersi
discosto) Avanti, avanti... introducetevi... E come Chiàrchiaro entra, va via di furia.
Rosario Chiàrchiaro s'è combinata una faccia da jettatore che è una
meraviglia a vedere.
S'è lasciato crescere su le cave gote gialle
una barbaccia ispida e cespugliata; s'è insellato sul naso un pajo
di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli danno l'aspetto d'un
barbagianni, ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli
sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col
manico di corno.
Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra
la canna ad ogni passo, e si para davanti al giudice.
D'Andrea: (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le
carte del processo) Ma fatemi il piacere! Che storie son queste! Vergognatevi!
Chiàrchiaro: (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice,
digrigna i denti gialli e dice sottovoce) Lei dunque non ci crede?
D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi via, caro
Chiàrchiaro: ! - Sedete, sedete qua Gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla
Chiàrchiaro: (subito, tirandosi indietro e fremendo) Non mi s'accosti! Se ne guardi bene! Vuol perdere la vista degli
occhi? D'Andrea: (lo guarda freddamente, poi dice) Seguitate... Quando sarete comodo...
Vi ho mandato a chiamare per
il vostro bene. Là c'è una sedia: sedete. Chiàrchiaro: (prende la seggiola, siede, guarda il giudice, poi si
mette a far rotolare con le mani su le gambe la canna d'India come
un matterello e tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica) Per il mio bene? Per il mio bene lei dice...
Ha il coraggio di dire
per il mio bene!
E lei si figura di fare il mio bene, signor
giudice, dicendo che non crede alla jettatura? D'Andrea: (sedendo anche lui)
Volete che vi dica che ci credo? Vi dirò che ci credo! Va bene?
Chiàrchiaro: (recisamente, con tono di chi non ammette scherzi) Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o!
Non solo, ma deve dimostrarlo istruendo il processo. D'Andrea:
Ah vedete: questo sarà un po' difficile. Chiàrchiaro:
(alzandosi e facendo per avviarsi) E allora me ne vado.
D'Andrea: Eh, via! Sedete! V'ho detto di non fare storie!
Chiàrchiaro: Io, storie? Non mi cimenti; o ne farà una tale esperienza... - Si
tocchi, si tocchi! D'Andrea: Ma io non mi tocco niente.
Chiàrchiaro: Si tocchi Le dico! Sono terribile, sa?
D'Andrea: (severo) Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate. Sedete e vediamo d'intenderci.
Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non
è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
Chiàrchiaro: Signor giudice, io sono con le spalle al muro dentro un vicolo
cieco.
Di che porto, di che via mi parla? D'Andrea: Di questa per cui vi vedo incamminato e di quella là della querela
che avete sporto.
Già l'una e l'altra, scusate, sono tra loro così. Infronta gli indici delle due mani per significare che le due vie
gli sembrano in contrasto. Chiàrchiaro: Nossignore. Pare a lei, signor giudice.
D'Andrea: Come no? Là nel processo, accusate come diffamatori due perché vi
credono jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato così, in
veste di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra
jettatura. Chiàrchiaro: Sissignore. Perfettamente.
D'Andrea:
E non pare anche a voi che ci sia contraddizione? Chiàrchiaro:
Mi pare, signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce niente!
D'Andrea: Dite, dite, caro Chiàrchiaro! Forse è una sacrosanta verità, questa
che mi dite.
Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco
niente.
Chiàrchiaro: La servo subito. Non solo le farò vedere che lei non capisce niente;
ma anche toccare con mano che lei è un mio nemico. D'Andrea: Io?
Chiàrchiaro: Lei, lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il figlio del
sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio?
D'Andrea: Lo so. Chiàrchiaro: E lo sa che io - io, Rosario
Chiàrchiaro: - io stesso sono andato
dall'avvocato Lorecchio a dar tutte le prove del fatto: cioè che non
solo io mi ero accorto da più di un anno che tutti, vedendomi
passare, facevano le corna e altri scongiuri più o meno puliti; ma
anche le prove, signor giudice, prove documentate, testimonianze
irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti spaventosi, su
cui è edificata incrollabilmente, in-crol-la-bil-men-te, la mia fama
di jettatore? D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?
Chiàrchiaro: A Lorecchio. Sissignore. D'Andrea: (più imbalordito che mai)
Eh... Vi confesso che capisco anche meno di prima.
Chiàrchiaro: Meno? Lei non capisce niente! D'Andrea: Scusate... Siete andato a portare codeste prove contro di voi stesso
all'avvocato avversario; perché?
Per rendere più sicura
l'assoluzione di quei due? E perché allora vi siete querelato?
Chiàrchiaro: Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudice, che lei non
capisce niente!
Io mi sono querelato perché voglio il riconoscimento
ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora?
Voglio che sia
ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai
l'unico mio capitale, signor giudice! D'Andrea: (facendo per abbracciarlo, commosso)
Ah, povero Chiàrchiaro: , povero Chiàrchiaro: mio, ora capisco! Bel
capitale, povero Chiàrchiaro: ! E che te ne fai? Chiàrchiaro:
Che me ne faccio? Come che me ne faccio? Lei, caro signore, per
esercitare codesta professione di giudice - anche così male come la
esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea?
D'Andrea: Eh, sì, la laurea... Chiàrchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di jettatore.
Con tanto di bollo. Bollo legale.
Jettatore patentato dal regio
tribunale. D'Andrea: E poi? che te ne farai?
Chiàrchiaro: Che me ne farò? Ma dunque è proprio deficiente lei? Me lo metterò
come titolo nei biglietti da visita!
Ah le par poco? La patente! La
patente! Sarà la mia professione!
Io sono stato assassinato, signor giudice!
Sono un povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente.
M'hanno
cacciato via e buttato in mezzo a una strada, perché jettatore!
In
mezzo a una strada, con la moglie paralitica, da tre anni in un
fondo di letto! e con due ragazze, che se lei le vede signor
giudice, le strappano il cuore dalla pena che le fanno: belline
tutte e due; ma nessuno vorrà più saperne, perché figlie mie,
capisce?
E lo sa di che campiamo adesso tutt'e quattro?
Del pane che
si leva di bocca il mio figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre
bambini!
E le pare che possa fare ancora a lungo, povero figlio mio,
questo sacrificio per me?
Signor giudice, non mi resta altro che di
mettermi a fare la professione di jettatore! D'Andrea: Ma che ci guadagnerete?
Chiàrchiaro: Che ci guadagnerò? Ora glielo spiego.
Intanto, mi vede: mi sono
combinato con questo vestito. Faccio spavento!
Questa barba...
questi occhiali...
Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo!
Lei dice,
come?
Me lo domanda - ripeto - perché è mio nemico! D'Andrea: Io? Ma vi pare?
Chiàrchiaro: Sissignore, lei! Perché s'ostina a non credere alla mia potenza!
Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono! Questa è
la mia fortuna!
Ci sono tante case da giuoco nel nostro paese!
Basterà che io mi presenti. Non ci sarà bisogno di dir niente.
Il tenutario della casa, i giocatori, mi pagheranno sottomano, per
non avermi accanto e per farmene andar via!
Mi metterò a ronzare
come un moscone attorno a tutte le fabbriche; andrò a impostarmi ora
davanti a una bottega, ora davanti a un'altra.
Là c'è un giojelliere? Davanti alla vetrina di quel giojelliere: mi
pianto lì (eseguisce)
mi metto a squadrare la gente così, (eseguisce)
e chi vuole che entri più a comprare in quella bottega una gioja, o
a guardare a quella vetrina?
Verrà fuori il padrone, e mi metterà in
mano tre, cinque lire per farmi scostare e impostare da sentinella
davanti alla bottega del suo rivale.
Capisce?
Sarà una specie di tassa che io d'ora in poi mi metterò a esigere!
D'Andrea: La tassa dell'ignoranza! Chiàrchiaro: Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute!
Perché ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta
questa schifosa umanità, che veramente credo, signor giudice,
d'avere qua in questi occhi la potenza di far crollare dalle
fondamenta un'intera città! - Si tocchi! Si tocchi perdio! Non vede?
Lei è rimasto come una statua di sale! D'Andrea compreso di
profonda pietà, è rimasto veramente come balordo a mirarlo.
Chiàrchiaro: Si alzi via! E si metta a istruire questo processo che farà epoca,
in modo che i due imputati siano assolti per inesistenza di reato;
questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale della mia
professione di jettatore! D'Andrea: (alzandosi) La patente?
Chiàrchiaro: (impostandosi grottescamente e battendo la canna) La patente, sissignore!
Non ha finito di dire così, che la vetrata della finestra si apre
pian piano, come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la
gabbia, e li fa cadere con fracasso. D'Andrea: (con un grido, accorrendo)
Ah, Dio! Il cardellino! Il cardellino! Ah Dio! È morto... è morto...
L'unico ricordo di mia madre... morto... morto... Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e
Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di
Chiàrchiaro. Tutti: Che è stato?
D'Andrea: Il vento... la vetrata... il cardellino...
Chiàrchiaro: (con un grido di trionfo) Ma che vento! Che vetrata! Sono stato io!
Non voleva crederci e glien'ho dato la prova! Io! Io!
E come è morto quel cardellino (subito, agli atti di terrore degli astanti, che si scostano da lui)
così, a uno a uno, morirete tutti! Tutti: (protestando, imprecando, supplicando, in coro)
Per l'anima vostra! Ti caschi la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre
di famiglia! Chiàrchiaro: (imperioso, protendendo una mano)
E allora qua, subito - pagate la tassa! - Tutti! I Tre Giudici
(facendo atto di cavar danari dalla tasca) Sì, subito! Ecco qua! Purché ve n'andiate! Per carità di Dio!
Chiàrchiaro: (esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea: , sempre con
la mano protesa) Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il processo! Sono ricco!
Sono ricco!
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