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COMMEDIA IN TRE ATTI
FONTE Novelle «Scialle nero»
(1904) e «L'altro figlio» (1905)
STESURA settembre - ottobre 1917
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 29
gennaio - Milano, Teatro Manzoni,
Compagnia di Virginio Talli.
In questa pagina:
Introduzione (da
Teatroteatro.it)
Articolo - Antonio Gramsci -
« L'innesto» di Pirandello al Carignano
(da L'Avanti! del 29 marzo 1919)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Novelle -
Scialle nero (raccolta Scialle nero)
Sez. Novelle -
L'altro
figlio (raccolta In silenzio)
da
Teatroteatro.it
Per riuscire l'innesto
bisogna che la pianta sia in succhio. Ad occhio aperto o chiuso, la
gemma installata dà il suo frutto, mentre la pianta accoglie con tutto
il suo amore ciò che non era in grado di produrre autonomamente. Non c'è
memoria della gemma, non è importante da dove venga, ciò che conta è
solo il frutto e l'amore che ci vuole per farlo crescere. Con grande
anticipo sulla fecondazione assistita e l'utero in affitto, Luigi
Pirandello sfiora un tema di grande attualità con il turbamento di un
uomo che vede lottare onore e amore, tentando di trovare una via
d'uscita ad un dilemma che da anni mette a dura prova le credenze morali
della nostra società. Da una parte la sterilità, la violenza, la
sottomissione della donna, la necessità di farsi mamma senza dimenticare
di essere prima moglie. Dall'altra il desiderio di tenere ciò che il
fato ha mandato, più o meno
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assecondato, accogliendo in sé
il frutto dell'amore di
un altro, lottando per farlo proprio, accettando di rinunciare a tutto per non
smettere si sperare di contenerlo all'interno della coppia. Una donna sposata da
sette anni senza figli viene aggredita in una villa mentre dipinge. Quella
pianta che non dava frutti improvvisamente germoglia. Il marito non può
vendicare l'onta, l'inseminatore non ha lasciato altre tracce, la moglie ha
subito e non può essere oggetto di vendetta. A chi credere? Quale istinto
assecondare? Cosa mostrare ad una società che sa più di lui come stanno le cose?
L'uomo in trappola si perde mentre la donna in cinta si fa determinata,
caparbia, pronta a capire le ragioni dell'altro senza dimenticare di difendere
quelle dell'uno che ora porta in grembo.
Un testo controverso, con un
passato molto difficile, scritto nel 1917 e sicuramente troppo avanti rispetto
ad una società assolutamente non in grado di coglierne le sfumature e cavalcarne
gli interrogativi. L'amore vince per Pirandello mantenendo aperta la
possibilità che qualcosa abbia favorito l'innesto, che qualcuno di molto vicino
abbia messo in pratica teorie agresti, riconducendo l'uomo alla natura che
favorisce la sua perpetuazione attraverso esseri in succhio, pronti ad
accogliere e dare amore.
L'innesto è un'opera poco rappresentata, ma
sicuramente a torto, perché pone delle tematiche di vita sul rapporto d'amore
coniugale d'intensa attualità, si intende rappresentare l'opera in forma
ridotta.
La trama narra di una giovane coppia, Laura e Giorgio, appartenente alla buona
borghesia, che vive la sua splendida storia d'amore, ma un incidente,
penosissimo, cambia la loro vita: Laura, in una passeggiata nei boschi, subisce
una violenta aggressione.
L'episodio viene descritto dall'autore con una delicatezza e una leggerezza
encomiabile.
Evitando così l'acre riferire della scena della violenza e limitandosi a lasciar
intendere lo stato d'animo di tutti dopo l'accaduto.
Nessuna morbosità nell'evento, ma la perplessità, lo stravolgimento, la rabbia
nel subire un colpo così forte all'amore che permeava i loro rapporti. E questo da parte di tutti.
Giorgio, in un primo momento vive la sua reazione rifiutando perfino di vedere
la moglie, poi l'amore crea la strada della comprensione e dell'accettazione
totale.
Il colpo di scena successivo presenta un'altra realtà: Laura aspetta un figlio.
Un giardiniere antico e saggio sembra dare il suggerimento giusto alla
protagonista.
Vi sono momenti nella natura dove, anche fuori tempo, è possibile
fare un innesto tra due piante, purché loro stesse, come essere viventi del
creato, vivano un momento di impollinazione e di attaccamento, quindi di amore.
Il bambino sarà da tutti accettato come proprio, perché concepito in stato di
puro sentimento, tanto puro ed intenso da non essere intaccato da nessun evento
estraneo.
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Articolo - Antonio Gramsci -
« L'innesto » di Pirandello al Carignano
(da L'Avanti! del 29 marzo 1919) |
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Esiste nell’arte del
giardinaggio una forma di innesto che si pratica nel mese d’agosto e si
chiama innesto a occhi chiusi. La pianta accoglie « amorosamente » il
tallo, col quale la mano rude ma esperta del villano la violenta, lo
assimila al suo amore, al suo desiderio di frutto, lo accoglie a
«occhi chiusi », nutrendolo
della sua follia, di tutta la sua vita che aspira alla maternità, alla
creazione di nuove vite. Chi domanderà alla innocente pianta l’origine
legittima della sua fecondità? Anche la signora Laura Banti è una sterile
pianta, violentemente aggredita da uno sconosciuto villano, la quale ha
ricevuto a «occhi chiusi » il germe vitale che la renderà madre, e lo ha
assimilato alla sua vita, al suo amore, e lo ha nutrito di tutto il suo
spirito, del quale è essenziale parte lo spirito, l’amore e il corpo fisico
del consorte legittimo. Solo che questo legittimo e ben individuato consorte
ha i suoi scrupoli e la sua suscettibilità e la sua volontà che sono due con
quelli della moglie e non solo uno come nello stesso fiore sterile il
pistillo e il gineceo che compiono il rito fecondatore senza nulla generare.
Come venga superato lo stato d’animo di Giorgio Banti, come Giorgio Banti
finisca col dividere la follia amorosa di sua moglie e accettare per suo (credere
suo) il figlio nascituro, dovrebbe essere argomento di questi tre atti del
Pirandello. |
Il
quale non ha voluto e non ha osato affrontare apertamente la concezione
elementare della commedia: un figlio è solo fisica generazione, mero
prodotto di un accoppiamento casuale, oppure è amore essenzialmente, nuova
vita che scocca dalla fusione intima permanente di due vite? e ha irrigidito
un’azione, ricca di umanità e di liricità, intorno a una fredda metafora da
giardinaggio, e ha finito col credere un po’ anch’eg1i, all’accostamento
artificiale tra gli uomini e le piante e ha presentato questo problema
sessuale, che poi fondamentale nella vita degli uomini, avvolgendolo . una
artificiosa bambagia di dialogo a mezzi termini, ad accenni, a furtività
sentimentali, accatastando tre gradi di vita in cui il problema si presenta
(la pianta, una rozza villanella e la spirituale signora Banti), quasi non
sapesse come esprimere al pubblico e come organare in atto la concezione che
pure era chiara nella sua fantasia. Sono
stentati i tre atti, prolissi nella loro secchezza e congestione.
L’argomento è posto, ma non vivificato, la passione e la follia sono
presupposte, ma non rappresentate. Il Pirandello non ha neppure realizzato
una di quelle sue « conversazioni » drammatiche, che se non conteranno molto
nella storia dell’arte, avranno invece molta parte nella storia della
cultura italiana.
Antonio Gramsci
(29 marzo 1919)

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PERSONAGGI
Laura Banti, moglie di Giorgio
Banti
Giorgio Banti
La Signora Francesca Betti, madre di Laura e di Giulietta
L'Avvocato Arturno Nelli
La Signora Nelli
Il Dottor Romeri
Il Delegato
La Zena, contadina
Filippo, vecchio giardiniere
Un Cameriere, una Cameriera,il Portiere,
due Guardie, che non parlano
Il primo atto a Roma.
Il secondo e il terzo in una villa a Monteporzio. - Oggi |
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L'innesto - Compagnia TaliAnxa - Gallipoli |
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Scena prima
La Signora Nelli, la Signora Francesca, e Giulietta.
Salotto elegantemente mobiliato in casa Banti.
Uscio comune in fondo, e laterali a destra e a sinistra (dell'attore).
Al levarsi della tela la signora Nelli, in visita, attende, sfogliando in
piedi presso un tavolinetto una rivista illustrata.
Entrano poco dopo dall'uscio a sinistra, anch'esse col cappello in capo, la
signora Francesca e Giulietta.
Francesca (vecchia provinciale arricchita, troppo stretta in un abito
troppo elegante, che contrasta con l'aria un po' goffa e il modo di parlare. Non
è sciocca; piuttosto un po' sguaiata): Cara signora mia!
Signora Nelli (elegante, ma già sciupata, con qualche velleità
di tenersi ancor su, in un mondo che non è più per lei): Oh! la Signora
Francesca! Giulietta!
(Scambio di saluti).
Francesca: Vede? Qua anche noi, ad aspettare.
Signora Nelli: Già; ho saputo.
Francesca: Sarà un'ora. No, più, più, che dico? Saranno almeno due ore!
Giulietta (molto fine, atteggiamento stanco, con qualche affettazione
di superiorità): È veramente strano, creda. Sto in pensiero.
Signora Nelli: Perché? Manca forse da troppo tempo?
Giulietta: Ma sì! Da questa mattina,
alle sei; si figuri!
Signora Nelli: Uh! Alle sei?
Laura è uscita di casa alle sei?
Francesca (a Giulietta, risentita):
Se dici così «alle sei», chi sa che cosa
puoi far credere, Dio mio!
Bisogna dire che
è uscita con la co... con la cosa...
Giulietta (piano, seccata,
suggerendo): Con la scatola.
Francesca: Ecco, già! dei colori.
Signora Nelli: Ah brava! Ha
ripreso dunque a dipingere, Laura?
Francesca: Sissignora. Da tre giorni.
Va in campagna - cioè, non so, in un
bosco...
Giulietta: Ma che bosco! A Villa
Giulia, mammà!
Francesca: Io ho vissuto sempre a
Napoli, signora mia. Di queste ville di qua,
poco m'intendo.
Giulietta: Già! Ma jeri e l'altro
jeri, capisce? alle undici al massimo è
stata di ritorno. Ora, a momenti è sera,
e...
Signora Nelli: Avrà voluto
forse finire il suo bozzetto!
Francesca: Ecco, benissimo.
A
Giulietta: Vedi? quello che penso io.
Signora Nelli: Ma sarà certo
così! Se è uscita con la scatola dei colori,
non c'è da stare in pensiero. Si spiega.
Giulietta: No, ecco, per questo non
si spiegherebbe, scusi.
Chi esce da tre
giorni quasi all'alba, vuol dire che s'è
proposto di ritrarre... non so, certi
effetti di prima luce che, avanzando il
giorno, non si possono più avere.
Signora Nelli: Ah, è pittrice
anche la Giulietta?
Giulietta: No, che pittrice, per
carità!
Francesca: Non dia retta; se
n'intende anche lei.
Ah, quella che è
istruzione, signora mia, m'è piaciuta assai,
a me, sempre!
Non l'ho potuta avere io; ma
le mie figliuole, per grazia di Dio, i
meglio professori! Francese, inglese, la
musica...
E Laura, che ci aveva la
disposizione, anche la pittura, col
professor Dalbuono, che lei lo sa,
rinomatissimo!
Giulietta non la volle
studiare, ma -
Signora Nelli (compiendo la
frase): - stando accanto alla sorella -
A
Giulietta, che s'allontana, scrollando le
spalle urtata: Che cos'è?
Signora Nelli (fingendo di
non capire la mortificazione della ragazza
per la goffaggine della mamma): Via,
signorina, non stia così in pensiero!
Lei
dice bene; ma scusi non potrebbe essere
venuto in mente a Laura di cominciare lì per
lì qualche altro studio?
Giulietta (freddamente, concedendo
per cortesia): È probabile, sì.
Signora Nelli: Se ha ripreso a
dipingere coll'antico fervore...
Giulietta: No, che! Non ha più nessun
fervore, Laura.
Francesca: Ma quando si prende
marito, sfido!
Queste sono cose, come si
dice? adorni, ecco, adorni, signora mia, per
le ragazze. Non le pare?
Però mio genero li
vuole, sa! Bisogna dire la verità! La spinge
lui, mio genero.
Signora Nelli: E fa bene! Ah,
certo. Fa benissimo. Sarebbe un vero peccato
che Laura, dopo tante belle prove...
Giulietta: Non lo fa mica per questo,
mio cognato.
Forse, se Laura vedesse in suo
marito una certa passione per la sua arte...
Ma sa che la spinge a riprendere la
tavolozza, come la spingerebbe... che so? a
qualunque altra occupazione...
Francesca: E ti par male? Bisogna pur
darsi un'occupazione.
Signora mia, quando si
è cresciute, come le mie due figliuole,
negli agi...
Sa qual è il vero guajo qua?
Che mancano i figliuoli!
Signora Nelli: Ah! per carità,
signora, non li chiami! Se sapesse quanto
invidio Laura, io!
Ha sposato due anni prima
di me, Laura: sono già sette anni, è vero? E
io, in cinque, già tre...
Francesca: Eh! ma scusi! ma perché
lei, volendola dire, si vede che ci s'è
buttata proprio a corpo perduto!
Signora Nelli (ridendo, con
finto orrore): No! Che! Povera me! Sono
venuti...
Francesca: Io dico uno! Uno, almeno,
creda ci vuole!
Signora Nelli: Mi sembra che
vivano così bene d'accordo Laura e suo
marito...
Francesca: Ah, sì, per questo...
(Si
china verso la signora Nelli e le confida
piano all'orecchio): Troppo anzi,
signora mia! troppo! troppo!
Signora Nelli (piano,
restando, ma un po' anche sorridente):
Come, troppo?
Francesca: Ma sì, perché... sa com'è?
nei primi tempi, quando marito e moglie,
giovani, si vogliono bene, se s'affaccia il
pensiero d'un figliuolo, l'uomo specialmente
si... si...
(Fa un gesto espressivo con
te mani, contraendo le dita davanti al petto
e tirandosi indietro col busto, come per
dire: si arruffa.) mi spiego? perché
teme di non poter più avere tutta per sé la
mogliettina.
Signora Nelli: Eh! lo so...
Poi passa un anno, ne passano due, tre...
Lo
desidera dunque il signor Banti, il
figliuolo?
Francesca: No, Laura! Lo desidera
Laura! Tanto!
Giorgio dice che lo desidera
per lei.
Giulietta: E naturalmente, allora,
Laura, lo desidera per sé!
Francesca: Ma che dici? Perché dici
così? Vuoi far credere alla signora qua, che
Laura non sia contenta di suo marito?
Giulietta: Ma no, mammà! Io non ho
detto questo.
Quando passano, non tre, ma
cinque, ma sette anni!
Francesca: Tu non capisci niente! La
donna, signora mia, dopo tanti anni, se non
si hanno figliuoli, sa che cosa fa?
Si
guasta. Glielo dico io! E anche l'uomo si
guasta. Si guastano tutti e due. Per forza!
Accenna a Giulietta: Non posso
parlare. Ma è proprio tutto il contrario di
quello che immagina questa ragazza.
Perché
l'uomo perde l'idea di vedere domani nella
propria moglie la madre, e... e... e... con
lei mi sono spiegata, è vero?
Signora Nelli: Sì, capisco,
capisco.
Francesca: Queste benedette ragazze!
Chi sa come sognano la vita!
Giulietta: Oh! Dio mio, mammà! Sai
bene che non sogno affatto, io!
Francesca: Già, non sogna, lei! E
credi che sia bello non sognare?
Non le
posso soffrire, signora mia, queste ragazze
d'oggi, con tutta quest'aria così... così...
Signora Nelli (suggerendo
con un sorriso): "Fanée".
Francesca: Come ha detto?
Giulietta (con dispetto): È la
moda.
Francesca: Io non so il francese, ma
so che codesta moda non mi piace per
nientissimo affatto.
Scena Seconda
Dette e Cameriera.
Cameriera (accorrendo in
grande agitazione dall'uscio comune):
Signora! Signora!
Francesca: Che cosa è?
Cameriera: Oh Dio! La signora
Laura! Venga! venga!
Francesca: Mia figlia?
(Balza
in piedi).
Signora Nelli (alzandosi
anche lei): Oh Dio, che è stato?
Cameriera: La portano su, ferita!
Francesca: Ferita? Come! Laura?
Giulietta (con un grido,
accorrendo per l'uscio in fondo): Lo
dicevo io!
Francesca (accorrendo anche lei):
Figlia mia! Figlia!
Scena Terza
Dette, Laura, il delegato, il
cameriere, il portiere, due guardie.
Laura, sostenuta dal Delegato e dal
cameriere, si presenta sulla soglia,
cascante, come disfatta, con gli abiti e
i capelli in disordine.
Nel pallore
cadaverico, le fa sangue il labbro.
Ha,
lungo il collo, aspri, sanguinosi
strappi.
Il portiere reca in mano il
cappello della signora, la scatola dei
colori.
Le due guardie si tengono presso
l'uscio.
Francesca (che s'è lanciata
per accorrere con le altre, dapprima
indietreggia spaventata, all'apparizione
della figlia in quello stato; poi con un
grido, andandole incontro): Ah!
Laura! Che t'hanno fatto? Laura mia!
Laura (buttandosi al collo
della madre, in preda a un convulso
crescente, di ribrezzo e di disperazione):
Mamma... mamma... mamma...
Francesca: Sei ferita? Dove?
Dove?
Giulietta (cercando
d'abbracciare anche lei la sorella):
Laura! Laura mia! Che hai? che hai?
Signora Nelli: Ma come è
stato? chi è stato?
Francesca: Chi t'ha ferita?
Figlia! figlia mia! Dove sei ferita?
Giulietta (portando una
seggiola e gridando): Qua, mammà...
Francesca: Dove? dove?
Giulietta: No, dico, falla
sedere! Vedi? non si regge.
Francesca: Ah sì, siedi, figlia,
siedi... Ma chi è stato l'assassino?
Chi...
Non può seguitare a parlare, perché
Laura, cascando a sedere senza staccarsi
dal collo di lei, la obbliga a piegarsi.
Giulietta: Chi è stato?
Al
Delegato, forte: Lo dica lei, chi è
stato?
Il Delegato (con imbarazzo,
guardando la signora Nelli, come per
farsi intendere): La... la signora è
stata vittima d'una... di una...
aggressione, ecco.
Signora Nelli (con un
grido soffocato): Ah!
Giulietta (inginocchiandosi e
facendo per cingere con le braccia la
sorella): Oh, Laura... di,' di'...
come?
Laura (staccando le braccia
dal collo della madre e respingendo per
impulso istintivo, ma pur con angoscioso
affetto, la sorella): No... tu no,
Giulietta... Va', tu... va'... va'...
Giulietta (a sedere sui
ginocchi, tirandosi indietro, smarrita):
Perché?
Francesca (intuendo, alzando
le mani e sbarrando gli occhi):
Questo?... - Ah Dio mio!... - Questo?
Alla
signora Nelli, facendole cenno di
condurre di là Giulietta:
Signora...
Poi, chinandosi su Laura:
Ma come? Figlia mia...
Di nuovo,
alla signora Nelli: Signora, per
carità...
Signora Nelli (a
Giulietta): Venga... venga, cara.
Andiamo di là...
Giulietta: Ma perché?
Poi guarda
il Delegato; capisce che deve andare;
scoppia in singhiozzi su la spalla della
signora Nelli che la conduce via per
l'uscio in fondo.
Laura (mostrando il collo alla
madre): Guarda... guarda...
Francesca: Ma chi è stato? Chi?
Laura (non può parlare; il
convulso è giunto al colmo; tre volte,
fra il tremore spaventoso di tutto il
corpo, storcendosi le mani per l'onta,
per lo schifo, grida quasi a scatti):
Un bruto... un bruto... un bruto...
E
rompe in un pianto che pare un nitrito,
balzante dalle viscere contratte.
Francesca: Figlia mia!
Si
precipita su lei, e sentendola mancare,
la solleva con l'ajuto della cameriera.
Portiamola di là!
Poi, conducendola
verso l'uscio a sinistra: Un
medico, presto! Il dottor Romeri!
Il cameriere: È già avvertito,
signora.
Il portiere: L'ho chiamato al
telefono...
(Francesca, Laura, la cameriera via
per l'uscio a sinistra).
Scena Quarta
Detti, il dottor Romeri, poi Giorgio
Banti, Arturo Nelli, la Signora Nelli.
Il cameriere (al Delegato):
L'hanno preso?
Il Delegato non risponde; apre le
braccia.
Il portiere: Ma dove è stato?
Entra dall'uscio in fondo in fretta
il dottor Romeri.
Il cameriere: Ah, ecco qua il
signor dottore.
Romeri: Dov'è? dov'è?
Il cameriere: Ecco, di qua,
signore dottore, venga!
Indica l'uscio a sinistra.
Si odono
intanto dall'interno le voci di Giorgio
Banti e di Arturo Nelli che chiamano:
«Dottore... Dottore...».
Il dottor Romeri si ferma: si volta.
Sopraggiungono Giorgio Banti, pallido, scontraffatto; l'avvocato Nelli, la
signora Nelli.
Giorgio: È ferita? È ferita?
Romeri: Sto arrivando adesso, io.
Giorgio: Venga, venga!
Corre per l'uscio a sinistra, seguito
dal dottor Romeri.
Scena Quinta
Detti, meno Giorgio e Romeri.
Signora Nelli (al Delegato): Ma com'è
stato?
Nelli (al cameriere, al portiere): Andate, andate
di là, voi! Signor Delegato, queste guardie...
Il Delegato (alle guardie): Potete ritirarvi.
Le due guardie salutano e vanno via col cameriere c col
portiere.
Scena Sesta
Nelli, la Signora Nelli, il Delegato.
Nelli: Un'aggressione?
Il Delegato: Già. A Villa Giulia, pare.
Signora Nelli: Vi s'era recata a dipingere.
Il Delegato. Io non so bene ancora. Sono stato
incaricato delle prime indagini.
Signora Nelli: Vi andava da tre giorni.
Nelli: Sempre allo stesso posto?
Signora Nelli: Pare! L'ha detto Giulietta.
Ogni mattina, alle sei.
Nelli: Ma come mai? sola?
Il Delegato: Un guardiano della villa la trovò per
terra -
Signora Nelli: - svenuta? -
Il Delegato: - dice che non dava segni di vita. Pare
che abbia sentito prima i gridi della signora.
Signora Nelli: Ma come? E non è accorso?
Il Delegato: Dice ch'era troppo lontano. La villa è
sempre deserta.
Nelli: Ma che pazzia! Andar così sola!
Signora Nelli: Ecco là la scatola dei
colori...
Gli altri due si voltano e restano con lei a guardare
quella scatola con quell'impressione che si prova davanti a
un oggetto che è stato testimonio d'un dramma recente.
Il Delegato: Già, e il cappello...
Pausa.
Furono trovati dal guardiano a molta distanza dal posto dove
la signora giaceva.
Nelli: Ah! Ma, dunque...
Il Delegato: Evidentemente la signora avrà tentato di
fuggire.
Signora Nelli: Inseguita?
Il Delegato: Non so! Una cosa incredibile! Fu trovata
riversa tra le spine d'una siepe di rovi.
Signora Nelli (stringendosi in sé, per
orrore): Ah! forse voleva saltare...
Il Delegato: Forse. Ma ghermita lì...
Signora Nelli: Era tutta strappata! Il collo,
la bocca... Una pietà!
Nelli (tentennando il capo, con amara irrisione):
Tra le spine...
Il Delegato: Un villanzone. Pare che lo abbia visto,
il guardiano.
Nelli (con ansia): Ah sì?
Il Delegato: Sissignore. Buttarsi di là dalla siepe.
Un villanzone, un giovinastro.
Ma invece d'inseguirlo, come
avrebbe dovuto, pensò di soccorrere la signora, e...
S'interrompe, voltandosi verso l'uscio a sinistra, donde
vengono voci concitate.
Scena Settima
Detti, Giorgio, il dottor Romeri, Francesca, poi
Giulietta.
Romeri (dall'interno): E io le dico di no!
Scusi! La prego...
Francesca (dall'interno): Per carità, Giorgio!
per carità!
Giorgio (venendo fuori dall'uscio a sinistra,
sconvolto, tra i singhiozzi, ad altissima voce): Ma io
ho pur diritto di sapere!
Debbo, voglio sapere!
Romeri (forte anche lui): Saprà, perdio, ma a
suo tempo!
Giorgio: No: ora! ora!
Romeri: Io le dico che per ora lei non solo non deve
farla parlare, ma neppur farsi vedere!
Agli altri:
Lo tengano qua!
Ritorna indietro per l'uscio a sinistra.
Nelli: Vieni, Giorgio...
(E come Giorgio,
convulso, gli appoggia il capo e le mani sul petto, rompendo
in pianto). Povero amico! povero amico mio...
Francesca (alla signora Nelli): La prego,
signora, mi faccia la grazia d'accompagnarmi a casa la
Giulietta!
Signora Nelli: Sì, signora, non dubiti! Vuole
subito?
Francesca: Sì, per carità! Le dica che io resto
ancora qua... finché posso...
Dio mio, è già sera, e bisogna
che attenda a quel poverino di mio marito... lei sa in quale
stato!
Signora Nelli: Eh lo so... Se potessi io...
Francesca: No, ché! la ringrazio. Non si lascia
toccare da nessuno... Ma eccola là, Giulietta...
Giulietta si mostra piangente all'uscio di fondo.
Francesca (chiamandola con la mano):
Tu andrai via con la signora. Io verrò appena mi sarà
possibile.
Giulietta: Ma Laura?
Francesca: Laura è di là!
Giulietta: E non posso neanche vederla?
Francesca: Che vuoi vedere! Bisogna che stia
tranquilla per ora.
Va', va' da quel poverino di tuo
padre... Ma non dirgli nulla, per carità!
Giulietta: Ma... ma che cos è che cos'è?
Francesca: Non è niente! non è niente! Signora, se la
porti via.
Signora Nelli: Sì. Andiamo, signorina.
Giulietta (risolutamente, avvicinandosi al cognato):
Giorgio, me lo dici tu che non è niente?
Giorgio: Io?
Giulietta: Lo voglio sapere da te!
Giorgio: Io... che vuoi che ti dica io? Io non so...
non so...
Francesca: Ma vai, santa figliuola! Mi fai stare
qua... Va', va' con la signora!
Via per l'uscio a sinistra.
Signora Nelli (conducendosi via Giulietta):
Andiamo, cara, andiamo.
Via per l'uscio in fondo con Giulietta.
Scena Ottava
Nelli, Giorgio, il Delegato.
Giorgio (al Delegato, investendolo): Che
sa lei? Mi dica, che sa? Bisogna averlo, darlo, darlo in
mano a me, subito!
Perché, per un delitto come questo,
se lo prendono...
A Nelli: di' tu... quanto?...
due, tre anni di carcere, è vero?
Al Delegato:
Mentre io ho il diritto d'ucciderlo! Lo sa lei?
Il Delegato: Io non so nulla, signore. Sono qua
per le indagini.
Nelli: Ma se non c'è nulla da sapere!
Giorgio: Come non c'è nulla da sapere?
Nelli: Nulla, nulla da sapere! nulla da indagare!
Basta così, perdio!
Giorgio: Come basta?
Nelli. Ma sì! Ti dico che basta! La signora ha
patito un'aggressione in una villa; il ladro...
Giorgio: Il ladro?
Nelli: Ma sì, il ladro... un miserabile
qualunque, non s'è potuto rintracciare: e basta: finisce
tutto così!
Che c'è da far chiasso ancora?
Giorgio: Ah no, caro mio! T'inganni!
Il Delegato: Io ho avuto un ordine. Il reato è
d'ordine pubblico.
Nelli: Vuol dire che mi recherò io in pretura, o
passerò dal Commissario.
Lei se ne può andare: dia
ascolto a me!
Giorgio: No! no! E io? Finisce per gli altri
così! Ma io?
Nelli: Tu? Che vorresti fare? Ti figuri che, se
pure lo prendono, te lo daranno in mano, perché tu
l'uccida? Baje!
E allora? L'hai detto tu stesso.
Sissignori, per un delitto che tu, offeso, potresti
punire con la morte e non avresti un giorno di pena, la
legge non dà che due o tre anni di carcere!
Vuoi questo?
E lo scandalo di un dibattimento? La pubblicazione della
sentenza sui giornali? Ma via!
Al Delegato:
Vada, vada, signor Delegato.
Il Delegato: Io per me, tanto più che il medico
ha detto di non farla parlare per ora, posso ritirarmi.
Nelli: Sì, sì; non dubiti, passerò io dal
Commissario.
Il Delegato: Riverisco.
(Il Delegato s'inchina e via per l'uscio in fondo).
Scena Nona
Giorgio e Nelli.
Nelli: È un destino, perdio! A un bisogno, questa
gente manca sempre!
S'ostina poi a restarti tra i piedi
dove è superflua e non serve ormai che a far più danno!
Giorgio: Ma che m'importa degli altri! Che vuoi
che me ne importi?
Nelli: Oggi; lo so. Ma vedrai che te ne importerà
domani.
Giorgio: Prima di tutto, è inutile, perché ormai
sanno tutti: qua, là dove l'hanno vista e raccolta...
Ma
quand'anche nessuno sapesse, se lo so io, non capisci
che per me è finito tutto?
Nelli: Io capisco, Giorgio, l'orrore che tu devi
provare in questo momento.
Ma bisogna che tu lo vinca
con la compassione che deve ispirarti quella poverina!
Giorgio: Tu parli a me di compassione?
Nelli: Non vorresti averne?
Giorgio: Io sono il marito! Potete averla voi, la
compassione, e chiunque sappia di questo scempio.
Ma
sono io, io solo, veramente in presenza dell'orrore di
questo scempio, che non è stato fatto a lei sola, ma
anche a me! E in nessun altro, più che in me - neppure
in lei - può essere più vivo e più atroce, questo
orrore!
Nelli: Sì, sì, t'intendo, Giorgio, t'intendo! È
crudele, sì. Ma che vorresti fare?
Giorgio: Non lo so... non lo so... Impazzisco...
Compassione, tu dici?
Sai quale sarebbe la compassione
"vera" in questo momento per me?
Che mi recassi là, sul
letto di lei e "per questo stesso amore" la uccidessi,
innocente.
Nelli: Ma è irragionevole, scusa!
Giorgio: Vuoi che ragioni?
Nelli: Devi pur ragionare!
Giorgio: Lo so, lo so: tu devi dirmi così, lo so!
Ma se il caso fosse capitato a te? Ragioneresti tu?
Nelli: Ma sì, che ragionerei! Se qui non c'è
colpa, scusa!
Giorgio: E appunto questa è per me la crudeltà!
Che ci sia l'offesa più brutale, senza esserci la colpa!
Per me è peggio! Peggio, sì! Ci fosse la colpa, sarebbe
offeso l'onore; potrei vendicarmi! È offeso invece
l'amore!
E non intendi che niente è più crudele per il
mio amore, che quest'obbligo che gli è fatto, di avere
pietà?
Nelli: Ma il tuo amore appunto, scusa, dovrebbe
ispirare a te stesso la compassione!
Giorgio: Impossibile! L'amore, no!
Nelli: Ma sarebbe allora più crudele -
Giorgio (interrompendo): - più crudele,
sì! -
Nelli (seguitando): - di ciò che quella
poverina ha patito! -
Giorgio: - sì, sì! È proprio così! Il non aver
compassione sarebbe crudele per lei; ma averne, è
crudele per me!
E quanto più tu ragioni, e quanto più io
riconosco che sono giuste le tue ragioni, tanto più
cresce la crudeltà per me!
Debbo ragionare, già!
Riconoscere che non c'è colpa; che lei è stata offesa
più di me, nel suo stesso corpo e che è là che soffre
della violenza, dell'onta, del ludibrio...
E io che
voglio? Che pretendo io? Rincarar la dose della crudeltà
su lei? lasciarla così in quest'onta? disprezzarla? -
Nelli: - sarebbe ingeneroso! -
Giorgio: - sarebbe vile! -
Nelli: - vedi? Lo riconosci! -
Giorgio: - vile, sì, vile!
Ma se si rivela così
vile l'amore quando si trova, come mi trovo io adesso,
qua, al limite della sua più viva gelosia, che posso
farci io? che posso farci?
Rompe in disperati singhiozzi.
Nelli: Via, via, Giorgio... Tu ti strazii
inutilmente... È il primo momento, credi...
Giorgio: No! È la selva! È ancora la selva! È
sempre la selva originaria!
Ma prima almeno c'era
l'orrore sacro di quel mostruoso originario, nella
natura, nel bruto...
Ora, una villa coi suoi viali e le
siepi e i sedili... Una signora in cappellino, che vi
sta a dipingere, seduta...
Ed ecco il bruto... Ma
vestito, oh! Decente. Mi par di vederlo! Chi sa se non
aveva i guanti! Ma no: l'ha tutta sgraffiata!
Non senti
quanto è più laido? quanto è più vile?
E io che devo
esser generoso; mentre qua il sentimento mi rugge come
una belva... Generoso.
(Subito, troncando lo scherno:)
No, no. Sento che non posso. Non posso. Ho bisogno
d'andarmene. Parto. Me ne vado.
Nelli: Ma come? ma dove? che dici! Vorresti
davvero lasciarla così?
Giorgio: Sarei più crudele, restando.
Nelli: Ma che vuoi fare? dove vuoi andare?
Giorgio: Ho bisogno di disperdere, fuggendo come
un pazzo, quello che ora provo per questa ignominia!
Scena Decima
Detti, la Signora Francesca, il dottor Romeri.
Francesca (accorrendo ansiosa, seguita dal
dottor Romeri, dall'uscio a sinistra): Giorgio...
Giorgio...
(Raffrenando a un tratto l'ansia alla
vista della sovreccitazione del genero:) Che
cos'è?...
Ah, figliuolo mio... sì... povero figliuolo
mio... sì... sì...
Giorgio: Per carità non mi s'accosti! non mi dica
nulla!
Romeri: Signora, dia ascolto a me... Vede?
Giorgio: Lei comprende, dottore?
Romeri: Ma sì: comprendo che lei in questo
momento...
Francesca: Ma se lo chiama di là! Se non fa altro
che chieder di lui!
Giorgio (con orrore, ritraendosi): Non
posso... ah, non posso, non posso, non posso.
Romeri: Vede? Le farebbe più male, signora: creda
a me! Ha bisogno anche lui d'aspettare un po'...
Giorgio: Che vuole che aspetti più, io!
Romeri: Eh, un po' di tempo...
Giorgio (con scherno): E la rassegnazione?
Francesca: Perché, la rassegnazione? Ma dunque,
tu...
Nelli: Lasci, signora! Bisogna considerare anche
lui...
Francesca: Sì, figliuolo mio, io ti considero, e
come! Ma l'unico rimedio a quello che soffrite -
Giorgio: - è la pietà! Anche lei! Ma tutti, si
sa! La pietà! -
Francesca: - l'uno dell'altra, sì, subito. Così
l'intendo io, che sono una povera ignorante!
Non la
rassegnazione a un male che non c'è!
Giorgio: Come non c'è?
Francesca: Non c'è! non c'è! E lo deve dire il
vostro amore che non c'è! Se tu ami davvero la mia
figliuola!
Se no chi ami tu? Che ami? Non è vero? Dica
lei, signor dottore! Via, avvocato!
Giorgio (prorompendo di nuovo in pianto,
stringendosi in sé, con le mani premute sul volto):
Io l'amavo... io l'amavo... tanto, tanto... Ma appunto
perché l'amavo tanto. Voi non capite!
Può essere per
quella che amavo, la pietà! Ma non più, ora...
Francesca: Non l'ami più, ora? E perché?
Giorgio: Ma se volete che ne abbia pietà! Quale
pietà? Quale? La vostra, la mia, possono ajutarmi?
Io ho
bisogno d'essere crudele! Lei crede perché non amo sua
figlia? No, sa! Appunto perché l'amo!
Francesca: Non è vero! Non è vero! Tu non ami lei
così!
Giorgio: Ma vuole che il mio amore sia come il
suo? Il fatto è forse per lei quello stesso che è per
me?
Quello che sento io non può sentirlo lei!
Francesca: Va bene! Ma come, come vorresti essere
crudele?
Giorgio: Come? L'ho detto come! E se lei di là
sentisse quello che sento io dovrebbe esserne contenta.
Francesca: Ma lei di là ti chiama! Che pensi di
fare?
Giorgio: Non penso nulla! Ma bisogna che me ne
vada, che me ne vada!
Francesca: E vuoi abbandonarla così?
Romeri: Ma sì, è meglio, signora! Lo lasci
andare!
Francesca: Ma può restar sola, così, di là, se sa
che lui se n'è andato?
Romeri: Rimanga qua lei.
Nelli: Ecco... sarebbe opportuno...
Francesca: E chi glielo dirà? Tu che hai il cuore
di farlo, dovresti anche avere il cuore di dirglielo!
Giorgio (risolutamente): Vuole che glielo
dica io?
Romeri: No, per carità, signora!
Francesca: Ma dunque lei capisce che può morirne,
la mia figliuola, a vedersi abbandonata così, in questo
momento, da colui che dovrebbe starle più vicino, se
avesse un po' di cuore?
Romeri: No, no, non è questo, signora!
Nelli: Se non riesce a vincere se stesso in
questo primo momento...
Giorgio: Per me è fìnita! È finita! Sento che per
me è finita! Posso avere la pietà di restare. Ma come
resto?
Non lo capite? Per gli altri, ecco! Resto. Ma
sarà peggio.
Nelli: No, no! Vedrai, Giorgio...
Giorgio: Che vuoi che veda!
Nelli: Vedrai... Non voglio dirti nulla, perché
capisco che ogni parola è per te una ferita in questo
momento.
Senta, signora: lei ha da badare a suo marito?
Vada.
Francesca: Ma come?
Nelli: Vada; dia ascolto a me, e stia tranquilla.
Giorgio rimane.
Giorgio: Per gli altri! per gli altri!
Nelli: Va bene, sì, per gli altri!
Alla signora Francesca, facendole segni e occhiate di
intelligenza per significarle che è meglio che marito e
moglie restino soli:
Ora andrà a rivestirsi, e passerà la sera con me.
Francesca: E Laura?
Romeri: La signora ha bisogno di esser lasciata
tranquilla.
Vada lei a dirle che ho obbligato io il
signor Banti a tenersi lontano.
Francesca: Ma sola, impazzirà!
Romeri: No, signora. Vedrà che riposerà col
rimedio che le ho dato per calmare l'agitazione.
Forse a
quest'ora riposa. Vada, vada a vedere.
Francesca: Ecco, sì, vado, vado...
Francesca via per l'uscio a sinistra.
Scena Undicesima
Detti, meno Francesca.
Romeri: E vado via anch'io.
(Appressandosi e
stringendo le mani a Giorgio). Mi raccomando.
Bisogna sempre
esser più forti della sciagura che ci colpisce.
Giorgio: Questa è peggiore per me d'una morte. Ma se l'immagina, dottore,
lei ancora viva, domani, davanti a me?
Scena Dodicesima
Detti e Francesca.
Francesca (sopravvenendo lieta dall'uscio a sinistra,
col cappello di nuovo in capo): Sì, sì, riposa, riposa
veramente.
Romeri: Gliel'ho detto, io?
Francesca: E allora vado, sì! Non posso farne a meno.
Sarò qui domattina.
(Si appressa a Giorgio). Addio,
Giorgio. E... non ti dico... non ti dico nulla, figliuolo mio...
Giorgio: A rivederla.
Nelli: Vengo anch'io Con lei, signora. A Giorgio:
Vuoi che passi a riprenderti?
Giorgio: No, no... Passerò io, se mai, da te.
Nelli: Quando vuoi. Sono a casa. A rivederci.
Alla
signora Francesca e al dottore: Andiamo, andiamo...
Via con gli altri due per l'uscio in fondo.
Scena Tredicesima
Giorgio solo, poi il cameriere, in fine Laura.
Giorgio (rimane un pezzo assorto nella sua sciagura,
esprimendo con la contrazione del volto i sentimenti in
contrasto.
Poi sorge in piedi, si passa le mani sulla fronte, si
volta verso l'uscio a sinistra e ripete): Non posso... non
posso...
Suona il campanello elettrico e compare il
cameriere.
Giorgio: Di' ad Antonio che tenga pronta la macchina.
Andremo in villa.
Il cameriere: Il signore... solo?
Giorgio: Solo, sì, subito. Tu preparami intanto la
valigia.
Il cameriere, via.
Giorgio fa per ritirarsi, quando Laura
appare sull'uscio a sinistra, pallida, in una vestaglia
violacea, con un velo nero al collo.
Giorgio, appena la vede,
leva le mani come a parare la pietà che gli ispira, e ha in gola
un lamento, che è come un ruglio breve, cupo; d'esasperazione e
di spasimo.
Laura lo guarda e gli s'appressa, lenta, senza dir
nulla, ma esprimendo col volto il bisogno, che ha di lui, di
stringersi a lui; e nel suo avanzarsi, la certezza che egli non
fuggirà.
Giorgio, come se la vede vicina, rompe in un pianto
convulso e cecamente, in quel pianto, la abbraccia.
Ella non
muove un braccio: ma è lì, sua.
Solo alza il volto come in uno
stiramento di tragica aspettazione, che egli cancelli comunque,
con la morte o con l'amore, l'onta che la uccide.
E come egli,
preso già dall'ebbrezza della persona di lei, sempre
singhiozzando, le cerca con la bocca le ferite nel collo ancora
proteso, piega la guancia appassionatamente sul capo di lui, con
gli occhi chiusi.
Tela
Laura e il giardiniere Filippo.
Spiazzo innanzi alla villa Banti a Monteporzio.
La villa si erge a sinistra, con vestibolo a
loggiato.
In fondo, e a destra, è tutto alberato.
Autunno.
Laura è su una sedia a sdraio, pallida, un po'
molle d'un languore ardente d'inesausta passione;
presta ascolto con interesse e, insieme, con un
certo turbamento che vorrebbe dissimulare, a ciò che
le dice il vecchio giardiniere, il quale le sta
presso, in piedi, con un sacchetto a tracolla, un
fascetto di ramoscelli sotto il braccio e
l'innestatoio in mano.
Filippo: Eh, ma l'arte ci vuole! Se non ci
hai l'arte, signora, tu vai per dar vita a una
pianta, e la pianta ti muore.
Laura: Perché può anche morirne, la pianta?
Filippo: E come! Si sa! Tu tagli - a croce,
mettiamo - a forca - a zeppa - a zampogna - c'è
tanti modi d'innestare! - applichi la buccia o la
gemma, cacci dentro uno di questi talli qua;
(mostra
uno dei ramoscelli che tiene sotto il braccio):
leghi bene; impiastri o impeci - a seconda -; credi
d'aver fatto l'innesto; aspetti... - che aspetti?
hai ucciso la pianta. -
Ci vuol l'arte, ci vuole!
Ah, forse perché è l'opera d'un villano? d'un
villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti
tocca, ti fa male? Ma questa manaccia... Ecco qua.
Va a prendere un grosso vaso da cui sorge una
pianta frondosa, e la reca presso Laura.
Filippo:
Qua c'è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la
godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà!
Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco,
vedi?
Comincia a sfrondarla, per fare l'innesto; parla
e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà
per compire l'azione.
Filippo: Pare che in un momento t'abbia distrutto la pianta:
ho strappato: ora taglio, ecco; taglio - taglio - e
ora incido - aspetta un poco - e senza che tu ne
sappia niente, ti faccio dare il frutto. - Che ho
fatto?
Ho preso una gemma da un'altra pianta e l'ho
innestata qua. - È agosto? - A primavera ventura tu
avrai il frutto. - E sai come si chiama
quest'innesto?
Laura (sorride, triste): Non so.
Filippo: A occhio chiuso. Questo è l'innesto
a occhio chiuso, che si fa d'agosto.
Perché c'è poi
quello a occhio aperto, che si fa di maggio, quando
la gemma può subito sbocciare.
Laura (con infinita tristezza): Ma la
pianta?
Filippo: Ah, la pianta, per sé, bisogna che
sia in succhio, signora! Questo, sempre.
Ché se non
è in succhio, l'innesto non lega!
Laura: In succhio? Non capisco.
Filippo: Eh, sì, in succhio. Vuol dire...
come sarebbe?... in amore, ecco!
Che voglia... che
voglia il frutto che per sé non può dare!
Laura (interessandosi vivamente):
L'amore di farlo suo, questo frutto? del suo amore?
Filippo: Delle sue radici che debbono
nutrirlo; dei suoi rami che debbono portarlo.
Laura: Del suo amore, del suo amore!
Senza
saper più nulla, senza più nessun ricordo donde
quella gemma le sia venuta, la fa sua, la fa del suo
amore?
Filippo: Ecco, così! così!
Si sente da lontano, a destra, la voce di Zena,
che chiama. «Filippo! Filippo!»
Filippo:
Ah, ecco la Zena col suo figliuolo. Vado ad aprirle!
Corre via, tra gli alberi, a destra.
Laura (resta assorta; poi si alza,
s'appressa alla pianta or ora innestata, e mette il
capo fra le sue fronde, ripetendo tra sé,
lentamente, con angoscia d'intenso disperato
desiderio): Del suo amore... del suo amore...
Scena Seconda
Detti e la Zena.
Filippo (dall'interno): E vieni
avanti! che paura hai?
Rientra in iscena per la destra seguito dalla
Zena, che veste a modo delle contadine della
campagna romana.
Filippo:
Eccola qua. Si vergogna, scioccona.
Zena: No. Che m'ho da vergognare? Buon
giorno, signora.
Laura: Buon giorno.
(La guarda, forzandosi a dissimulare la
disillusione):
Ah, sei tu la Zena?
Zena: Io, signora, sì. Eccomi qua.
Filippo: Vedi come s'è fatta brutta e
vecchia?
Laura: No, perché?
Zena: Siamo poveretti, signora.
Filippo: Quanti anni hai? Non devi averne
più di venticinque!
Zena: Tu mi guardi, signora? Eh, tu che
non sai, hai forse ragione di meravigliarti.
Ma
tu, brutto vecchiaccio, che fai il signore qua
in villa e sei tutto storto lì, che vuoi
mettere? le fatiche tue con le mie?
Filippo: Oh! oh! Gran fatiche, sì!
Zena: E cinque figliuoli, signora, chi li
ha fatti? Li ha fatti lui?
Filippo (accorgendosi soltanto ora):
E come? Sei venuta senza il ragazzo?
T'avevo
detto di portarlo con te, ché la signora voleva
conoscerlo.
Zena: Non l'ho portato, signora.
Laura: Perché non l'hai portato?
Zena: Ma... perché mi lavora il ragazzo,
col padre.
Filippo: E non potevi chiamarlo un
momento?
Zena: Già, davanti al padre, per dirgli
che la signora lo voleva qua?
Filippo: E che c'era di male?
Zena: Dopo le chiacchiere che ci sono
state?
Filippo: Ma va' là! Vuoi che tuo marito
pensi ancora a quelle chiacchiere?
Zena: Non ci pensa, se qualcuno non ce lo
fa pensare. - Ma poi che c'entra il ragazzo qua?
-
Tu che volevi dal ragazzo, signora? - Noi non
n'abbiamo più parlato, da allora.
Laura: Lo so, lo so, Zena. T'ho fatto
chiamare perché volevo io, ora, parlare con te.
Da sola.
Zena: E di che?
Laura: Tu va', Filippo; va' per le tue
faccende.
Filippo: Vado, sì, signora.
Ma la Zena,
in coscienza - lasciamelo dire per il male che
le voglio - la Zena... - io sono vecchio e so
tutto, di quando lei era qua coi padroni
antichi, che aveva appena sedici anni e il
signorino non ne aveva neanche venti - non fu
mai lei a parlare!
Zena: Ecco! La verità, signora!
Filippo: Fu la madre, fu la madre.
Zena: Ma nessuno ci pensa più, adesso!
Neppure mia madre!
Laura: Lo so, ti dico! Non è per questo,
Zena. - Vai, vai Filippo.
Filippo: Ecco, ecco, me ne vado, sì. -
Scusami, signora, se ho parlato. Me ne vado.
Via per la sinistra.
Scena Terza
Laura e la Zena.
Zena (subito risentita): È forse
venuto qualcuno a mia insaputa, signora, a
parlarti di quel ragazzo?
Laura: No, Zena: nessuno, t'assicuro.
Zena: Signora, dimmelo! Perché una parola
ebbi allora, quando avrei potuto
approfittarmene, se non avessi avuto coscienza -
io sola, sai? contro tutti! - e una parola ho
anche adesso.
Laura: Ma no, no, non è venuto nessuno -
stai tranquilla. È venuto in mente a me. Così.
Perché mi sono ricordata che, prima di sposare,
mi fu detto che mio marito, qua, in villa, da
giovane...
Zena: Ma che vai pensando più, signora!
Laura: Aspetta. Io voglio sapere. Voglio
parlare con te, Zena. Siedi, qua, accanto a me.
Indica uno sgabello.
Zena (sedendo, impacciata): Ma sai
che mi pare tu voglia parlarmi di un altro
mondo, ormai, signora?
Laura: Sì, perché tu eri tanto ragazza,
allora.
Zena: Oh, una ragazzaccia senza testa! E
non ero mica così...
Laura: Me l'immagino. Dovevi esser bella.
Zena: Bruttaccia non ero.
Laura: Ed eri già fidanzata, è vero?
Zena: Sissignora. Con questo che ora è
mio marito.
Laura: Ah!
Zena (con gli occhi bassi, alza un po'
le spalle e sospira): Eh, signora, che vuoi?
Breve pausa.
Laura (quasi con timidezza): E lui
lo sapeva?
Zena (impronta, ma senza impudicizia):
Chi? Il signorino?
Laura: Sì; che eri fidanzata?
Zena: Sissignora, come non lo sapeva? Ma
era un ragazzo anche lui, il signorino.
Laura: Sì, ma dimmi...
Zena: Signora, sono una poveretta; ma
credi che se male feci allora, lo feci soltanto
a me, e non volli che ne fosse fatto ad altri
senza ragione!
Laura: Ti credo, Zena; lo so. Ma dimmi:
ecco, io voglio sapere. «Senza ragione», hai
detto.
Ne eri proprio, dunque, così sicura tu?
Zena: Di che? Che il ragazzo non era del
signorino?
Laura: Ecco, sì. Perché, tu sai, tante
volte... avresti potuto tu stessa essere in
dubbio.
Zena (la guarda, sorpresa, scontrosa;
poi si alza): Perché mi fai codesto
discorso, signora?
Laura: No. Perché ti turbi? Siedi,
siedi...
Zena: No, non seggo più.
Laura: Vorrei saperlo perché... perché
sarei... sarei contenta che tu mi dicessi...
Zena (la guarda, di nuovo, sorpresa,
scontrosa): Che il ragazzo era del
signorino?
Laura: Tu non hai nessun dubbio?
Zena (sèguita a guardarla male, poi,
come per richiamarla a sé): Signora...
Laura (ansiosa): Di' di'...
Zena: Tu dovresti esser contenta, mi
pare, di quello che ho sempre detto!
Laura: Se ne sei proprio sicura...
Zena (come sopra): Bada, signora,
che la povertà è cattiva consigliera.
Laura: Ma no: perché io anzi, ora, alla
tua coscienza mi rivolgo, Zena!
Zena: La mia coscienza, lasciala stare.
Parlò allora, la mia coscienza, e disse quello
che doveva dire.
Laura: Proprio la tua coscienza? Ecco,
vorrei saper questo! O non forse per timore...
Zena (ride, quasi con ischerno):
Ma sai che tu mi stai parlando adesso, come mi
parlò mia madre, allora, quando s'accorse del
signorino?
Proprio così mi disse: ragazza...
inesperta... se non avevo almeno qualche
dubbio... se non negavo per timore...
Laura: Anche tua madre, vedi?
Zena Ma di mia madre lo capisco. Il male
me l'ero già fatto, con quell'altro.
Laura: Col tuo fidanzato?
Zena: Sì. E già lo sapeva, lui, il mio
fidanzato, che sarei stata madre.
Ma tu perché,
signora, adesso, dopo nove anni, mi vieni a
riparlare di quel ragazzo?
Laura: Perché... perché so, ecco... so
che tuo marito pretese molto danaro, allora, per
sposarti.
Zena: Ah, per questo? Ma si sa, signora!
Non era povero per niente...
Mia madre lo mise sù, facendo sapere a tutti del signorino.
Non mi
voleva più sposare, pur sapendo bene che il
figliuolo era suo.
C'era da spillar danaro, qua,
dai signori; e se ne volle anche lui
approfittare.
E bada che se ora viene a sapere
che a te piacerebbe - la guarda in in modo ambiguo e provocante:
- chi sa perché... - che io avessi ancora
qualche dubbio...
Laura: Ah! Tu mi fai pentire d'aver
voluto parlare con te a cuore aperto, per uno
scrupolo che non puoi neanche intendere!
Zena: E chi sa? forse t'intendo, signora;
non ti pentire!
Laura: Che cosa intendi?
Zena: Eh, siamo furbi noi contadini! Vedo
che ti piacerebbe che tuo marito avesse avuto un
figlio con me.
Ebbene, io ti dico questo
soltanto: che io contadina, il figlio lo diedi a
chi ne era il padre vero.
- Ah, eccolo qua, il
signorino...
Si trae indietro, a testa bassa.
Scena Quarta
Giorgio e detti.
Laura, appena vede entrare Giorgio, balza in piedi tutta
fremente e corre ad aggrapparsi a lui in una crisi di pianto.
Laura: Giorgio! Giorgio! Ah Giorgio mio!
Giorgio (sorpreso, premuroso, non badando a Zena):
Ebbene? Che cos'è?
Laura: Niente... niente...
Giorgio: Ma tu piangi?
Laura: Niente.. no...
Giorgio: Come no? Che è stato?
Laura: Niente, ti dico... Così! La sorpresa... Non
t'aspettavo così presto di ritorno...
Zena: Io me ne vado, signora. Addio, eh?
Laura: Sì, sì, va', puoi andare, Zena!
(Zena, via per la destra).
Scena Quinta
Laura e Giorgio.
Giorgio (Sorpreso, addolorato): Ma
come? tu parlavi con... Che forse è venuta a
dirti qualche cosa?
Laura (subito, negando con forza):
No, no! Ma che! Nulla! Non ci pensa più!
Giorgio: E perché è venuta qua, allora?
Laura: No, non è venuta lei; l'ho fatta
chiamare io.
Giorgio: Tu? E perché?
Laura: Per un capriccio... per una
curiosità...
Giorgio: Hai fatto male, Laura! Non
dovevi farlo.
Laura: Ne parlò Filippo... così, per
caso... E mi venne desiderio di conoscerla,
ecco, e di conoscere anche il ragazzo.
Ma non
l'ha portato! Come l'ho veduta...
Giorgio: Ti ha detto forse...
Laura: No, niente! Sai pure che negò
sempre!
Giorgio: Sfido! Volevano fare un ricatto!
Laura: Lei, no! La madre. Me lo disse,
difatti.
Giorgio: Ma tu perché, allora, hai
pianto?
Laura: Non per lei! non per lei! È
stato... te l'ho detto... non so perché, appena
t'ho visto all'improvviso...
È per quello che io
sento, Giorgio... E vedi che rido, ora, poiché
tu sei qua di nuovo, con me...
Giorgio: Hai pur detto tu stessa che non
m'aspettavi così presto di ritorno...
Laura: Sì, è vero. Ma ho tanto sofferto,
sai? a restar sola! Ho bisogno di te, tanto!
Che
tu mi tenga così, stretta così, senza più
staccarti da me, mai, mai!
Giorgio: Ma io sono andato per te, Laura
mia...
Laura: Lo so, sì, è vero!
Giorgio: Vedi come sono fredde queste tue
manine? T'ho portato da ricoprirti bene.
Siamo
scappati qua tutt'a un tratto. È volato più di
un mese. È venuto il freddo...
Laura: Ma staremo qua ancora! Sarà più
bello, ora, qua, soli soli... Tu non hai paura
del freddo, è vero?
Giorgio: No, cara.
Laura: Non devi aver paura con me...
Giorgio: Ma io ho avuto paura di te,
cara!
Laura: Non dirmi «cara» così!
Giorgio: Come vuoi che ti dica?
Laura: Laura... come sai dirlo tu.
Giorgio: Ebbene, Laura...
Laura: Così! Mi piace guardarti le labbra
quando stacchi le sillabe.
Giorgio: Perché? Come le stacco?
Laura: Non so... Così...
Giorgio: Laura mia...
Laura: Tua, tua, sì! Ah, non puoi
immaginarti come, ora! E pure vorrei ancora di
più! Ma non so come!
Giorgio: Ancora di più?
Laura: Sì, ancora più tua - ma non è
possibile! Tu lo sai, è vero? lo sai che di più
non è possibile?
Giorgio: Sì, Laura.
Laura: Lo sai? Di più, si morirebbe.
Eppure ne vorrei morire.
Giorgio: No! Che dici?
Laura: Per me dico; per non esser più
io... non so, una cosa che senta ancora
minimamente di vivere per sé... ma una cosa tua,
che tu possa fare più tua, tutta del tuo amore,
del tuo amore, intendi? tutta in te, così, del
tuo amore, come sono!
Giorgio: Sì, sì, come sei! come sei!
Laura: Tu lo senti, è vero? lo senti che
sono così tutta del tuo amore? e che non ho per
me più niente, niente, né un pensiero, né un
ricordo per me, di nulla più... tutta,
assolutamente tua, per te, del tuo amore?
Giorgio: Sì, sì!
Laura, che ha proferito le parole precedenti
con la più immedesimata intensità, che è quasi
il succhio della pianta di cui le ha parlato il
giardiniere, si fa pallidissima, sorridendo di
un sorriso che vanisce nella beatitudine di un
deliquio, e gli appoggia la fronte sul petto.
Giorgio:
Laura!
Laura: Ah?
Giorgio: Oh Dio! Laura! Che hai?
Laura: Nulla... nulla...
(Sorride,
levando il volto): Vedi? Nulla.
Giorgio: Ma ti sei fatta pallida!
Laura: No; non è niente.
Giorgio: Sei tutta fredda! Siedi, siedi!
Laura: Ma no... Non mi dare ajuto... Tu
non capisci...
Giorgio: Che cosa?
Laura: Che è così... che è così.
Giorgio: Che cosa è così?
Laura: Che io sono tutta del tuo amore -
così!
Giorgio: Ma sì, siedi... siedi qua...
Laura: L'ho toccata qua sul tuo petto...
per un attimo, congiunta...
Giorgio: Che cosa?
Laura: Sì, col tuo amore e col mio,
congiunta, sul tuo petto per un attimo - la
vita.
Giorgio: Ma che dici?
Laura (ha un brivido violento che la
scuote tutta e di nuovo la costringe ad
aggrapparsi a lui): Oh Dio!
Giorgio (sorreggendola): Ma tu ti
fai male! Che hai?... Che hai?...
Laura: Niente. Un po' di freddo. Un po'
di smarrimento.
Giorgio: È troppo, vedi! Ti sei troppo...
Laura (subito, con ardore quasi eroico):
Sì, ma voglio così!
Giorgio: No, così è male! No.
Le prende il volto fra le mani.
Tu sei il mio amore; ma io non voglio, non
voglio che tu ne abbia male!
Laura (bevendo la dolcezza delle parole
di lui): No?
Giorgio: No, non voglio! Vedi? I tuoi
occhi...
S'interrompe vedendosi guardato in un modo
che gli fa perdere la voce.
Laura (seguitando a guardarlo, quasi
provocante): Di'... parla, parla...
Giorgio (ebbro): Dio mio, Laura...
Laura (ridendo, gaia): I miei
occhi? Ma guarda, guarda... Non vedi che ci sei
tu?
Giorgio: Lo vedo. Ma tu ridi...
Laura: No, no, non rido più!
Giorgio: È per te, bada!
Laura: Sì. Basta. Siamo buoni, ora!
Siedi, siedi qua anche tu: ti faccio posto!
Nella sedia a sdraio.
Giorgio: No, siedo qua allora!
Indica lo sgabello.
Laura (si alza dalla sedia a sdrajo):
No, qua... e io, così.
Gli siede sulle ginocchia.
Giorgio: Sì, sì.
Laura: No, buoni! Di', sei passato dalla
mamma?
Giorgio: Sì, ma non l'ho trovata.
Laura: Non hai veduto neanche Giulietta?
Giorgio: Era uscita con la mamma.
Laura: E non t'hanno detto nulla a casa?
Giorgio: No, nulla. Perché?
Laura: Perché ho telefonato di qua alla
mamma.
Giorgio: Tu? Stamattina?
Laura: Sì.
Giorgio: Per me? Volevi forse qualche
cosa?
Laura: No. Mi sono sentita un po' male.
Giorgio: Ah sì? Quando?
Laura: Poco dopo che sei andato via tu.
Quando mi sono levata. Ma nulla, sai? È passato!
Giorgio: Che ti sei sentita?
Laura: Nulla, ti dico. Non so. Mi son
sentita mancare, appena mi sono alzata.
Un
momento, sai? Ecco, come dianzi!
Giorgio: E hai telefonato alla mamma per
il medico?
Laura: No? Che medico! Per te. Per dire a
te che tornassi presto.
La mamma mi rispose che
avrebbe fatto venire il dottor Romeri con te.
Giorgio: Ma non m'ha detto niente
nessuno!
Laura: Meglio così! È stata una pensata
della mamma. Io mi sono opposta.
Le ho ripetuto
dieci volte che non ce n'era bisogno! Ma sai
com'è la mamma?
Ho paura che ce la vedremo
spuntare da un momento all'altro, qua, col
dottor Romeri.
Giorgio: E sarà bene! Così vedrà...
Laura: Ma no! Che vuoi che veda! Io avevo
bisogno che tornassi tu presto! Sei tornato.
Basta.
Giorgio: Ma forse il medico...
Laura: Che vuoi che mi faccia il medico?
Bada: se viene, non mi faccio neanche vedere!
Giorgio: Ma perché?
Laura: Perché no! Non mi faccio vedere. O
se no, guarda: gli parlo così
Eseguendo:
con la faccia nascosta sotto la tua giacca. E
gli dico...
Giorgio (sorridendo): Che è per
causa mia?
Laura (dopo una pausa, in ascolto sul
petto di lui): Aspetta!
Giorgio: Che fai?
Laura: Un bàttito forte, lento; un
bàttito piccolo piccolo, lesto, èsile...
Giorgio: Che dici?
Laura: Il cuore e l'orologio!
Giorgio: Bella scoperta!
Laura: Possibile che misurino lo stesso
tempo? Il mio cuore batte certo più del tuo! Oh!
Dio, no! Che brutto cuore!
Giorgio (ridendo): Brutto? Perché?
Laura: Non te l'avevo mai sentito
battere, il cuore! Ma sai come ti batte placido,
forte, lento...
Giorgio: E come vuoi che batta?
Laura: Come? Se io sapessi che tu ascolti
il mio, sarebbe un precipizio! Mentre il tuo,
niente: non si commuove!
Giorgio: Sfido! Parli del medico che non
vuoi vedere...
Laura: No; invece parlavo del medico a
cui volevo accusarti!
Giorgio: Già! Ma con la faccia nascosta!
Perché tu sai bene che non sono io!
Non ha finito di proferir queste parole, che
si turba vivamente, come se esse, rispetto al
male di cui Laura soffre, d'improvviso abbiano
acquistato un valore davanti a lui, altro da
quello che egli intendeva dar loro.
Laura: Non sei tu? Come non sei tu?
Giorgio (con sempre crescente
turbamento): No, io...
Laura (levandosi dalle ginocchia di
lui): Giorgio, che pensi?
Giorgio (con sempre crescente
turbamento, alzandosi): Oh Dio, nulla...
Poi,
cupo: Tu credi che il dottor Romeri debba
venire?
Laura: Non so... Ma perché?
Giorgio: Perché è bene che venga! Voglio
che venga!
Laura: Ma, Dio mio, Giorgio, io ho
scherzato...
Giorgio: Lo so, lo so!
Laura: Vuoi che possa accusarti, se non
per ischerzo?
Giorgio: Ma no, Laura: non è per questo!
Laura: E che cos'è allora?
Giorgio: Ma... se tu stai male...
Laura: No! no! io non ho niente! io ho
te! Ecco: te - e non ho niente altro, che non mi
venga da te! -
e godo, se soffro, se muojo -
sei tu! Perché io sono tutta così, come tu mi
vuoi, come io mi voglio, tua. E basta!
Tu lo
vedi, tu lo sai!
Giorgio: Sì, sì...
Laura: E dunque - basta! Che male vuoi
che abbia?
Si sente di nuovo vacillare.
Dio... vedi?
Giorgio: Di nuovo?
Laura: No... È un po' di stanchezza...
Sorreggimi...
Scena Sesta
Detti, Filippo, poi la Signora Francesca, infine Romeri.
Filippo (di corsa, da destra): Signora!
signora! Viene la mamma con un altro signore!
Giorgio: Ah! Ecco il medico.
Laura: No, no! Giorgio! non voglio vederlo!
Giorgio: E io voglio invece che tu lo veda!
Si avvia verso il fondo per andare incontro al dottore.
Laura: No... no... Vai, vai. Portalo su in villa, di
là! Io non mi faccio vedere.
Francesca (entrando): Buon giorno, Giorgio.
Giorgio (per uscire in fretta): Buon giorno.
Il dottore?
Francesca: Eccolo!
Laura: No, per carità! Di là, Giorgio! Pòrtatelo via
di là!
Giorgio via.
Scena Settima
Laura e Francesca.
Francesca (stordita): Ma che
cos'è?
Laura (eccitata): Ah! non dovevi,
mamma, non dovevi!
Francesca: Che cosa?
Laura: Portare quel medico! Hai fatto
male, male! Un male incalcolabile, mamma!
Francesca: Ma perché? Mi hai telefonato,
che t'eri sentita male...
Laura: Io non ho nulla! non ho nulla!
Francesca: Bene! tanto meglio!
Laura: Ma che meglio! Che vuoi che
intenda, che sappia, che rimedio vuoi che abbia,
un medico, per quello che io sento, per quello
che io soffro, e che non voglio, non voglio,
capisci? che sia un male, e che con la presenza
di quel medico che hai portato acquisti per lui
un'immagine di male! Ancora di quel male che mi
fu fatto!
Francesca: Non vuoi? Ma che forse...? Che
dici, Laura? Oh Dio... Che forse, tu?
Laura (convulsa, afferrando la madre):
Sì sì, mamma! Sì!
Francesca: Ah, Dio! E lui? tuo marito? lo
sa?
Laura: Ma è appunto questo il male che tu
hai fatto, mamma!
Francesca: Io?
Laura: Sì! Ch'egli lo sappia, che egli lo
pensi ora, come un male a cui si possa portar
rimedio: un rimedio più odioso del male.
Francesca: Ma se dici che è...
Laura: Non è! non è! E io lo so bene che
non è! Lo sento!
Francesca: Come? Che senti? Io ho paura
che tu, figliuola mia, sia troppo esaltata e
che...
Laura: Ti pare che vaneggi? No! Non posso
spiegartelo con la ragione, ma l'ho saputo, qua,
ora, mamma, che è così!
E non può essere che
così!
Francesca: Che cosa, figlia mia? Io non
ti capisco!
Laura: Questo! Questo ch'io sento. La
ragione non lo sa; forse non può ammetterlo.
Ma
lo sa la natura, che è così! Il corpo, lo sa!
Una pianta - qua, una di queste piante!
Sa che
non potrebbe essere senza che ci sia amore! Me
lo hanno spiegato or ora.
Neanche una pianta
potrebbe, se non è in amore! Vedi com'è? Non
sono esaltata! No, mamma.
Io so questo: che in
me, in questo mio povero corpo - quando fu - in
questa mia povera carne straziata, mamma, doveva
esserci amore. E per chi? Se amore c'era, non
poteva essere che per lui, per mio marito.
(Con gesto di vittoria, quasi allegra:)
E allora!
Francesca: Che dici? Ah, questo è un
nuovo martirio, figliuola mia! Ne sei certa?
proprio certa?
Laura: Si. Ma è così! è così! È per forza
così!
Francesca: Ma lui, dimmi un po', tuo
marito, lo sa?
Laura: Credo che già lo sappia. Ma ora,
là, con quel medico... Ah! proprio questo, vedi,
non doveva avvenire!
Che egli lo sapesse così!
Francesca: Ma se già lo sa, figlia mia!
Laura: Volevo che sentisse anche lui,
naturalmente, quello che io sento!
E che
s'unisse a me, s'immedesimasse in me, fino a
sentirlo, ecco, e volerlo in me, con me, quello
che io sento e voglio!
Francesca: Oh Dio! Ho paura, figliuola
mia, che...
Laura (subito, interrompendo):
Zitta!... Eccoli... Andiamo, andiamo su!
Si trascina via la madre.
Laura:
Non voglio farmi vedere, non voglio farmi
vedere!
Giorgio (chiamando dal fondo):
Laura... Laura...
Laura: No, Giorgio! T'ho detto no! Vieni,
mamma!
Via con la madre.
Scena Ottava
Giorgio e il dottor Romeri.
Giorgio: Venga, dottore.
Romeri: Eccomi, eccomi.
Giorgio (seguitando con calma grave e
contenuta il suo discorso col dottore): Mi
piegai allora; mi vinsi, come dovevo.
Era una
sciagura! Forse anche a lei, dottore, la mia
violenza -
Romeri (interrompendo): - no; io
per me -
Giorgio: - se non a lei, poté parer
troppa ad altri, che non erano in grado di
sentire in quel punto come me.
Romeri: Ciascuno sente a suo modo!
Giorgio: Ma fu, del resto, in quello
stesso primo momento una violenza anche per me.
Tanto vero, che appena la vidi, dottore, appena
ella mi venne davanti, la mia violenza cadde di
colpo, e io la raccolsi tra le braccia, non per
dovere di pietà, no, ma perché dovevo, dovevo
per il mio stesso amore fare così.
E le giuro
che non ci ho più pensato, nemmeno una volta.
Siamo stati un mese qua, insieme, come due nuovi
sposi.
Cambiando tono ed espressione:
Ma ora, ora, dottore, se è vero questo...
Romeri: Eh, comprendo...
Giorgio: Passar sopra a uno scempio, sì,
l'ho fatto. Ma oltre, no!
Romeri: Speriamo ancora che non sia!
Giorgio: Non lo so. Ma lo temo! Se
fosse... lei mi comprende?
Romeri: Comprendo, comprendo!
Giorgio: E allora vada, la prego. E
glielo dica, se mai: lento, spiccato, quasi
sillabando: io non potrei transigere.
Vada.
Aspetto qua.
Tela

Il dottor Romeri, la Signora
Francesca.
Una sala della villa.
Uscio in fondo.
Uscio laterale a destra. Finestra a
sinistra.
Immediatamente dopo il secondo
atto.
Al levarsi della tela il dottor
Romeri è solo, presso l'uscio a destra
in attesa.
Poco dopo, l'uscio s'apre ed
entra la signora Francesca.
Francesca: Non vuole!
Dice che
non vuole, dottore: assolutamente!
Romeri: Ma sa che il marito lo
desidera?
Francesca: Gliel'ho detto.
Se n'è
irritata di più.
Romeri: Ma perché?
Francesca: Anche con me
stamattina, del resto, quando le dissi
per telefono che avrei portato lei qua
in villa.
Romeri: È curioso!
Francesca: Dice che non ce n'è
bisogno.
Romeri (con lieta sorpresa,
come alleggerito da un gran peso):
Ah! Non ce n'è bisogno?
Francesca: E pare che lo abbia
detto giù anche a Giorgio...
Romeri: Ma tanto meglio, allora!
Avvertiamone subito suo genero che sta
in pensiero!
Fa per avviarsi.
Francesca: Aspetti, dottore! Sta
in pensiero Giorgio? Di che?
Romeri: Ma... Lei lo comprende,
signora!
Francesca: Eh, se è per questo,
temo purtroppo che non ci possa esser
dubbio.
Romeri (stordito, senza più
raccapezzarsi): Ah sì? E come?
Francesca: Sì, dottore.
Romeri: Ma allora?
Francesca: S'è dunque affacciato
a Giorgio il sospetto che...?
Romeri: Dio mio, sì, signora!
Francesca: Ma perché il sospetto?
Romeri: Perché... perché, signora
mia, può affacciarsi anche a lei...
anche a me... a tutti...
Francesca: Ma no, scusi: non c'è
poi mica da stabilire una certezza!
Romeri: Basta il dubbio, signora!
Francesca: E se mia figlia non ne
avesse?
Romeri: Dica che non vorrebbe
averne!
Francesca: Precisamente. Non
vuole, non vuole averne!
Romeri: Eh! se si trattasse
soltanto di volontà...
Francesca: Ma dunque anche lei
crede, dottore...?
Romeri: Lasci star me. Sua figlia
dovrebbe ispirare al marito la sua
stessa certezza. Pare non ci sia
riuscita.
Il solo fatto, scusi, che gli
ha nascosto finora il suo stato,
dimostra, del resto - mi sembra - che
quel sospetto si sia affacciato anche a
lei.
Francesca: No! Non ha nascosto
niente! Il dubbio sul suo stato data da
questa mattina soltanto!
Romeri: E perché s'oppone allora,
così, al desiderio del marito?
Francesca: Ma perché per lei è
naturale!
Romeri: E vorrebbe che apparisse
naturale anche a lui?
Francesca: Ecco: proprio così!
Romeri: Temo, signora, che la sua
figliuola pretenda troppo.
Francesca: No, non pretende, non
pretende! È che non può ammettere...
Romeri: Non vorrebbe, capisco.
Francesca: E non le sembra
naturale che non voglia? Le ripugna
ammetterlo!
Romeri: Capisco. Ma capisca anche
lei, signora, che allo stesso modo
ripugna al marito il dubbio, anche il
più lontano.
Tanto più che, lei lo sa, è
avvalorato, questo dubbio, dal fatto che
in sette anni di matrimonio non ha avuto
figliuoli.
Francesca: Si, è vero! Dio mio!
Dio mio!
Romeri: Bisognerebbe che ella si
provasse a farlo intendere alla sua
figliuola.
Francesca: Io?
Romeri: Suo genero mi ha detto
giù esplicitamente, che su questo punto
non potrebbe transigere, a nessun patto.
Francesca: Ma, e lei, dottore?
Romeri: Io... Sa lei, signora,
che sono stato medico militare e che mi
sono dimesso?
Francesca: Si, lo so.
Romeri: Sa perché mi sono
dimesso?
Francesca: No.
Romeri: Perché alla nostra
professione son fatti doveri, a cui non
si fanno corrispondere uguali diritti.
Francesca: E che intende dire,
dottore?
Romeri: Intendo dire, signora,
che mi trovai una volta - e mi bastò -
davanti a un caso, in cui l'esercizio
del mio dovere sentii che diventava
addirittura mostruoso.
Francesca: Ma sì, sarebbe difatti
mostruoso!
Romeri: No, signora, lei non
intende in qual senso io lo dica. È
proprio il contrario.
Un soldato, in
caserma - sono ormai tant'anni - in un
accesso di furore, sparò contro un suo
superiore; poi rivolse l'arma contro se
stesso per uccidersi anche lui. Rimase
ferito mortalmente.
Ebbene, signora: di
fronte a un caso come questo, nessuno
pensa al medico a cui è fatto obbligo di
curare, di salvare - se può - quel
ferito; come se il medico fosse soltanto
uno strumento della scienza e
nient'altro; come se il medico non
avesse poi per se stesso, come uomo, una
coscienza per giudicare se - ad esempio
- contro al dovere che gli è imposto di
salvare, egli non abbia diritto di non
farlo, o il diritto almeno di disporre
poi della vita che egli ha restituito a
un uomo che se l'era tolta per punirsi
da sé con la maggiore delle punizioni:
uccidendosi!
Nossignori! il medico ha il
dovere di salvare, contro la volontà
patente, recisa, di quell'uomo.
E poi?
quando io gli ho restituita la vita?
perché gliel'ho restituita?
Per farlo
uccidere, a freddo da chi ha imposto a
me un dovere che diventa infame,
negandomi ogni diritto di coscienza
sull'opera mia stessa!
Questo, signora,
per dirle che io ho riconosciuto sempre,
e voglio riconoscere, nel casi della mia
professione, di fronte ai doveri che mi
sono imposti, anche diritti che la mia
coscienza reclama.
Francesca: E allora lei si
presterebbe...?
Romeri: Sì, signora: senza la
minima esitazione.
Dato il caso -
s'intende - che la signora volesse
consentire...
Scena Seconda
Detti e Giorgio.
Giorgio s'è presentato sull'uscio
della sala durante le ultime battute del
dialogo ed e stato in ascolto.
Giorgio (facendosi avanti):
E che non vorrebbe forse consentire?
Francesca: No, no! Non sappiamo
ancora, Giorgio!
Giorgio: Ma dunque è sicuro?
Romeri: Pare di sì.
Giorgio: Come, e lei?
(Allude a Laura).
Romeri: Non l'ho ancora veduta.
Francesca (per calmarlo, quasi
supplichevole): Forse Laura crede...
Giorgio (subito,
interrompendola): Crede? Che crede?
Se è sicura, come può ancora esitare? Io
lo esigo!
Romeri (scrollandosi, seccato,
anzi sdegnato): Ma no, scusi!
Giorgio (con forza, duramente):
Sì, lo esigo! Lo esigo!
Romeri (fiero, reciso):
Lei non può esigerlo così!
Giorgio: Come no? Posso ammettere
che Laura esiti?
Romeri: Ma deve dirlo lei,
spontaneamente. Non mi presterei io, né
si presterebbe nessuno, altrimenti!
Giorgio: Ma il mio stupore è
questo, che lei non l'abbia già chiesto,
non lo chieda subito!
Francesca: Non è mica una cosa da
nulla per una donna, Giorgio! A te basta
esigerlo!
Giorgio: Come! Ma per se stessa,
io dico, dovrebbe chiederlo subito, a
qualunque costo!
Dovrebbe esser nulla
per lei, di fronte all'orrore d'un
simile fatto!
Ma come? Crederebbe forse
che io potrei sorpassare ancora, cedere,
chiudere gli occhi, accettare? Ah!
perdio!
Ma dov'è? Dov'è?
Smaniando, fa per andare nella camera
di Laura.
Francesca (cercando
d'impedirglielo): No, per carità,
Giorgio!
Romeri (forte, con fermezza):
Non così! Non così!
Giorgio (alludendo a Laura):
Che dice? Posso sapere almeno che cosa
dice?
O vorrebbe forse darmi a intendere
che il suo amore...
Scena Terza
Laura e detti.
Laura (entrando dall'uscio a destra): Che il
mio amore... - ?
Al suo apparire, alle sue parole restano tutti sospesi,
interdetti.
Di', di'! Finisci!
Giorgio: Laura, io ho bisogno di saper subito che tu
non ti opponi.
Laura: A che cosa?
Francesca (cercando d'interporsi): Ma se non
sa ancor nulla! Non le abbiamo ancora parlato!
Giorgio: Lasciatemi allora spiegare con lei, vi
prego!
Laura: Sì, è meglio!
Giorgio: Attenda un po' di là, dottore.
Laura (subito, severamente): E anche tu,
mamma!
La signora Francesca e il dottor Romeri si ritirano per
l'uscio in fondo.
Scena Quarta
Laura e Giorgio.
Laura: Parlavi del mio amore,
così, davanti -
Giorgio (subito, compiendo la
frase): - davanti a tua madre e al
dottore!
Laura: Anche la madre, in questo
caso, diventa un'estranea. Non dico
quell'altro.
Avevi l'aria di buttarmelo
in faccia!
Giorgio: Ma sì, perché non credo,
non voglio credere, che tu ora possa, o
voglia avvalertene!
Laura: Dio! Giorgio, ma guardami!
Tu non puoi più guardarmi?
Giorgio: No! Se è vero questo,
no! che tu possa pensare... Io voglio
sapere - e subito, subito, senza tante
parole - quello che tu vuoi fare!
Laura:
Che debbo fare? Dipende da te, Giorgio.
Dal tuo animo.
Giorgio: Come! E tu hai bisogno
che te lo dica io, qual è il mio animo?
Quale può essere?
Non lo comprendi? Non
lo vedi? Non lo senti?
Laura: Sento che tu mi sei tutt'a
un tratto nemico. Come... come se io...
Giorgio: Dunque tu dici di no?
Laura (abbattendosi a sedere,
disperatamente, dice quasi tra sé):
Ah Dio! ah Dio! Non è valso dunque a
nulla?
Giorgio (la guarda, come
sbalordito, un pezzo; poi): Che cosa
non è valso? Che dici? Voglio che tu mi
risponda!
Laura: Tu dunque ricordi solo una
cosa? E dimentichi tutto?
Giorgio: Ma che vuoi che pensi io
in questo momento?
Laura: Non puoi neanche pensare
che per me è proprio tutto il contrario?
Giorgio: Il contrario? che cosa?
Laura (come assorta lontano,
trucemente, con lentezza): Ch'io non
ho memoria, né immagine: nulla! io non
vidi! io non seppi nulla! Nulla,
capisci?
Giorgio: Sta bene. E poi?
Laura: E poi...
S'interrompe in un silenzio opaco.
Poi dice:
Niente. Se hai perduto tu, invece, la
memoria di tutto.
Giorgio: Ah, del tuo amore, è
vero? Ma è proprio così, dunque?
Tu
m'hai circondato del tuo amore, tu mi
hai avviluppato nelle tue carezze,
sperando ch'io credessi?
Laura (con un grido): No!
Poi con nausea:
Ah!
Giorgio: E allora?
Laura: Non ho ragionato, io: io
ho amato: io sono quasi morta d'amore
per te; mi sono fatta tua come nessuna
donna mai al mondo è stata d'un uomo; e
tu lo sai; tu non hai certo potuto non
sentirlo questo, che ho voluto averti
tutto in me; che mi sono voluta tutta di
te...
Giorgio: E con questo? con
questo?
Laura (gridando): Non ho
ragionato, ti dico!
Giorgio: Ma che hai sperato?
Laura: Ma d'aver cancellato...
d'aver distrutto...
Giorgio: Che cosa? Come?
Laura: Niente.
Alzandosi:
Tu hai ragione. È stata la mia follia.
Giorgio: Ma sì, una follia! Tu lo
vedi bene!
Laura: Sì. E ne esco, ecco. Ne
sono già uscita. Ma bada! Tu non puoi
più parlarmi, ora, come si parla a una
folle!
Giorgio: Ma io voglio appunto che
tu ragioni, Laura!
Laura (freddissimamente):
E poi?
Giorgio: Ma che si faccia -
purtroppo -
Laura: Solo per un ragionamento,
è vero? e dopo che m'hai buttato in
faccia con disprezzo, con orrore, tutto
ciò che t'ho dato di me? e che tu hai
potuto stimare un calcolo vile... un
laido inganno... un espediente...
Giorgio: No, no, Laura! Ma se
l'hai chiamata tu stessa una follia?
Laura: Ah, una follia, sì! E
sperai che t'avesse sollevato con me
nell'ardore di essa, qua, in mezzo alle
piante che pure la sanno, questa mia
stessa follia!
O che tu almeno me lo
chiedessi, come si chiede a una povera
folle un sacrifizio che essa non sa...
della sua stessa vita... e chi sa!
avresti forse ottenuto quello che
volevi.
Perché non puoi credere ch'io
volessi salvare in me chi ancora non
sento e non conosco.
Io l'amore volevo
salvare! cancellare una sventura
brutale, non brutalmente come tu
vorresti...
Giorgio: Ma come? come, in nome
di Dio?
Laura: Posso dirti come, se tu
non l'intendi?
Giorgio: Accettando la tua
follia?
Laura (con un grido di tutta
l'anima): Sì! Tutta me stessa!
Perché tu vedessi tutta me stessa tua,
nel figlio tuo: tuo perché di tutto il
mio amore per te! Ecco, questo! questo
volevo!
Giorgio (ritraendosi, quasi
inorridito): Ah, no!
Laura: Non è possibile: lo vedo.
Giorgio: Come vuoi ch'io possa
accettare?
Laura: E lascia allora che
accetti io, invece, la mia sventura.
Giorgio: Tu?
Laura: Io sola, sì, tutta intera
la mia sventura.
Giorgio: Ah, dunque è detto? Tu
ti rifiuti?
Laura: Perché lo farei, se dopo
tutto quello che ho dato di me, non sono
riuscita a cancellarla?
Giorgio: Ah, no perdio! Tu non
puoi! tu non devi!
Laura: Perché non posso?
Giorgio: Dopo quello che hai
fatto?
Laura: Che ho fatto?
Giorgio: Dopo quello che hai
voluto?
Laura: Che ho voluto?
Giorgio (con ferocia): Il mio
amore, "dopo"!
Laura (con disprezzo): Per
nascondere, è vero?
Giorgio: Ma sai che c'è di mezzo
il mio nome?
Laura: Ah, non temere. Avrò il
coraggio che ebbe la Zena.
Peccato ch'io
non possa darlo - dopo l'inganno - al
suo padre vero!
Giorgio: Ma tu volevi darlo a me!
E non è questo un inganno?
Laura: Chiamalo inganno! Io so
che era amore!
Giorgio: Ti dico che tu non puoi!
Laura: E che vorresti? Con la
violenza?
Si fa all'uscio in fondo, e chiama:
Mamma! Mamma!
Giorgio (inveendo): Anche
con la violenza, sì!
Accorrono dall'uscio in fondo in
grande agitazione la signora Francesca e
il dottor Romeri.
Scena Quinta
Detti, la Signora Francesca, il
dottor Romeri.
Francesca: Laura! Che cos'è?
Giorgio (al Romeri che lo
trattiene): Dottore, le dica che
essendo mia moglie...
Laura: Non sono più tua moglie!
Mamma, io vengo con te!
Giorgio: Ma non basta che tu te
ne vada!
Laura (fieramente):
Perché? Che ho io di te?
Giorgio casca a sedere, come
schiantato.
Lunghissima pausa.
Laura:
Mamma, possiamo andare!
S'avvia con la madre.
Giorgio (balzando in piedi,
con un grido d'esasperazione e di
disperazione): No... Laura...
Laura...
Proferirà così due volte il nome di
lei con due diversi sentimenti:
d'angoscioso sgomento, prima, poi
d'implorazione quasi irosa.
Laura
s'arresta.
Lo guarda.
Pausa.
Giorgio si
copre il volto con le mani e rompe in
singhiozzi.
Laura (accorrendo a lui):
Giorgio, tu mi credi?
Giorgio: Non posso! Ma non voglio
perdere il tuo amore!
Laura (con impeto di passione):
Ma a questo solo tu devi credere!
Giorgio: Come credere? A che?
Laura (come sopra): Ma a
ciò che io ho voluto, con tutta me
stessa, per te, e che devi volere anche
tu!
È mai possibile che tu non ci creda?
Lo abbraccia, lo scuote.
Giorgio: Sì, sì... Nel tuo amore,
credo.
Laura (quasi delirando): E
dunque, che vuoi di più, se credi nel
mio amore? In me non c'è altro!
Sei tu
in me, e non c'è altro! Non c'è più
altro! Non senti?
Giorgio: Sì, sì...
Laura (raggiante, felice):
Ah, ecco! Il mio amore! Ha vinto! Ha
vinto! Il mio amore!
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