Diciamocelo
pure: accettare di maritare una donna messa
incinta da un uomo già sposato per coprire
la relazione dei due amanti, non è certo il
preludio ideale per chi intende dimostrare
la propria virtù. In effetti, Angelo
Baldovino è scelto a tal proposito dal
marchese Fabio Colli proprio perché uomo
fallito, di quelli che non hanno nulla da
perdere in statura e dignità sociale, e che
anzi ha tutto da guadagnare da un simile
accordo; un individuo quindi, almeno in
apparenza, facilmente soggiogabile al
disegno dello stimato nobiluomo.
Tutto a posto, dunque: la
rispettabilità del marchese è salva come la
"paternità" del figlio, la moralità
dell'amante Agata, la posizione della madre
di lei, la benedizione del parroco, se non
fosse che...
Angelo Baldovino per la prima
volta in vita sua prende un incarico con
serietà, pensando di rendersi utile alla
vita della ragazza, e pone quindi condizioni
"tiranniche" per garantire la situazione che
si è venuta a creare e di cui si sente in
qualche modo il segreto custode, a partire
dal nome del figlio che impone alla famiglia
pur non essendone il vero padre. In pratica,
assolve il proprio compito immorale con
estrema onestà e puntigliosa coerenza, al
punto da esasperare il
marchese il quale finisce con un maldestro
tentativo di tendergli una trappola: crea
una società, invita Baldovino
a farne parte, cerca con un
intrigo di farlo figurare un ladro. Ma
Baldovino lo scopre, smaschera proprio
davanti alla moglie la sua manovra, facendo
anche intendere il rischio corso dal buon
nome del figlio se fosse andata in porto.
Per Baldovino s'infrange l'incantesimo che
si era venuto a creare a seguito
dell'accordo, intende comunque andarsene, ma
tutti lo pregano di rimanere. Alla fine
vince l'amore di Agata per lui, che si rende
definitivamente conto della meschinità del
marchese.
Il lieto fine è garantito,
anche se emerge come uno spettro un'amara
constatazione: nell'accettare questo amore,
in fondo cade l'onestà con cui Baldovino
aveva stipulato il patto iniziale, dilemma
che aveva avvolto come tela drammatica tutti
i ripensamenti del protagonista.
Strano a dirsi, ma in un
periodo critico della Grande Guerra che vide
una grande coesione nazionale, Pirandello
con grande coraggio iniziò il suo percorso
di denuncia delle falsità e contraddizioni
della "stimata" società, scrivendo questa
commedia in tre atti nella primavera del
1917, che fu poi rappresentata per la prima
volta al Teatro Carignano di Torino il 27
novembre dello stesso anno - un mese dopo la
disfatta di Caporetto! - con protagonisti
la coppia Ruggeri-Vergani. Ma l'arte, si sa,
non può mai essere del tutto circostanziale,
troppo spesso guarda al di là del presente,
e in questo l'autore fu in buona compagnia,
come dimostrano infatti le opere figurative
dei primi decenni del Novecento che appaiono
nella geniale scenografia "a specchi" di
Paolo Bregni, una costruzione avveniristica
che rispetta la barocca entrata centrale già
descritta nelle didascalie dell'opera e
quindi voluta dal drammaturgo siciliano.