Atto Primo - Scena Ottava
BALDOVINO, FABIO.
BALDOVINO (seduto, s'insella le lenti
su la punta del naso e, reclinando indietro
il capo). Le chiedo, prima di tutto, una
grazia.
FABIO. Dica, dica...
BALDOVINO. Signor marchese, che mi
parli aperto.
FABIO. Ah, sì, sì... Anzi, non chiedo
di meglio.
BALDOVINO. Grazie. Lei forse però non
intende questa espressione (( aperto )),
come la intendo io.
FABIO. Ma... non so... aperto... con
tutta franchezza...
E poiché BALDOVINO, Con Un dito, fa
cenno di no,
...E come, allora?
BALDOVINO. Non basta. Ecco, veda,
signor marchese: inevitabilmente, noi ci
costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e
divento subito, di fronte a lei, quello che
devo essere, quello che posso essere - mi
costruisco - cioè, me le presento in una
forma adatta alla relazione che debbo
contrarre con lei. E lo stesso fa di se
anche lei che mi riceve. Ma, in fondo,
dentro queste costruzioni nostre messe cosi
di fronte, dietro le gelosie e le imposte,
restano poi ben nascosti i pensieri nostri
più segreti, i nostri più intimi sentimenti,
tutto ciò che siamo per noi stessi, fuori
delle relazioni che vogliamo stabilire. - Mi
sono spiegato?
FABIO. Si, si, benissimo... Ah,
benissimo! Mio cugino mi ha detto che lei è
molto intelligente.
BALDOVINO. Ecco, lei forse crede,
adesso, che io abbia voluto darle un saggio
della mia intelligenza.
FABIO. No, no... dicevo, perché...
approvo, approvo ciò che lei ha saputo dire
così bene.
BALDOVINO. Comincio io, allora, se
permette, a parlare aperto. - Provo da un
pezzo, signor marchese - dentro - un
disgusto indicibile delle abiette
costruzioni di me, che debbo mandare avanti
nelle relazioni che mi vedo costretto a
contrarre coi miei... diciamo simili, se lei
non s'offende.
FABIO. No, prego... dica, dica
pure...
BALDOVINO. Io mi vedo, mi vedo di
continuo, signor marchese; e dico: - Ma
quanto è vile, ma com'è indegno questo che
tu ora stai facendo!
FABIO (sconcertato, imbarazzato). Oh
Dio... ma no... perché?
BALDOVINO. Perché sì, scusi. Lei,
tutt'al più, potrebbe domandarmi perché
allora lo faccio? Ma perché... molto per
colpa mia, molto anche per colpa d'altri, e
ora, per necessità di cose, non posso fare
altrimenti. Volerci in un modo o in un
altro, signor marchese, è presto fatto.
tutto sta, poi, se possiamo essere quali ci
vogliamo. Non siamo soli! - Siamo noi e ]a
bestia. La bestia che ci porta. - Lei ha un
bel bastonarla: non si riduce mai a ragione.
- Vada a persuader l'asino a non andare
rasente ai precipizii: - si piglia nerbate,
cinghiate, strattoni; ma va lì, perché non
ne può far di meno. E dopo che lei l'ha
bastonata, pestata ben bene, le guardi un
po' gli occhi addogliati: scusi, non ne
sente pietà? - Dico pietà. non scusarla!
- L'intelligenza che scusi la bestia,
s'imbestialisce , anch'essa. Ma averne pietà
é un'altra cosa! Non le pare?
FABIO. Ah, certo... certo... -
Vogliamo dunque venire a noi?
BALDOVINO. Ci siamo, signor marchese.
Le ho detto questo, per farle intendere che,
avendo il sentimento di quel che faccio, ho
anche una certa dignità che mi preme di
salvare. Non c'é altro mezzo di salvarla,
che parlando aperto. - Fingere, sarebbe
orribile, oltre che laido, volgarissimo. -
La verità!
FABIO. Ecco, sì... chiaramente...
Vedremo d'intenderci...
BALDOVINO. E, allora, se permette. ,
domanderò.
FABIO. Come dice?
BALDOVINO. Le farò qualche domanda,
se permette.
FABIO. Ah, sì, domandi pure.
BALDOVINO. Ecco.
Trae di tasca un taccuino.
Ho qua gli estremi della situazione. Dovendo
fare una cosa seria. Meglio per lei, meglio
per me.
Apre il taccuino e lo sfoglia:. intanto,
comincia a domandare, con l'aria d'un
giudice non severo:
Lei, signor marchese, è l'amante della
signorina...
FABIO (scattando per troncare subito
quella domanda e quella ricerca nel
taccuino). Ma no! scusi... così...
BALDOVINO (calmo, sorridente). Vede?
Lei recalcitra fin dalla prima domanda!
FABIO. Ma certo! Perché...
BALDOVINO (subito, severo). Non è
vero? dice che non è vero? - E allora
Si alza.
mi scusi, signor marchese. Le ho detto che
ho la mia dignità. - Non potrei prestarmi a
una trista e umiliante commedia.
FABIO. Ma come! io credo che, anzi,
così come vuol far lei...
BALDOVINO. S'inganna. La mia dignità
(quella che può essere) posso salvarla
solamente a patto che lei parli con me come
con la Sua stessa coscienza. - O cosi,
signor marchese, o non ne facciamo niente. -
Non mi presto a finzioni indecorose. - La
verità. - Mi vuol rispondere?
FABIO. Ebbene... sì... Ma non cerchi
in codesto taccuino, per carità.
Lei vuole alludere alla signorina AGATA
Renni?
BALDOVINO (non transigendo, seguita a
cercare; trova; ripete). AGATA
Renni, precisamente. - Ventisette anni?
FABIO. Ventisei.
BALDOVINO (guarda nel taccuino).
Compiti il nove del mese scorso: dunque, nel
ventisettesimo. E...
Guarda di nuovo nel taccuino.
ci sarebbe una mamma?
FABIO. Ma scusi!
BALDOVINO. E scrupolo, creda,
nient'altro che scrupolo da parte mia;
affidamento per lei. Mi troverà sempre cosi
preciso, signor marchese.
FABIO. Ebbene, si, c'è la madre.
BALDOVINO. Quanti anni, scusi?
FABIO. Ma... non so... ne avrà
cinquantuno... cinquantadue...
BALDOVINO. Soltanto? - Ecco,
perché... - dico francamente - sarebbe
meglio che non ci fosse. - La madre è una
costruzione irriducibile. - Ma sapevo che
c'era. Dunque, abbondiamo un poco... diciamo
cinquantatré. - Lei, signor marchese, avrà
su per giù l’età mia... - Io sono sciupato.
Ne mostro di più. Ne ho quarantuno.
FABIO. Oh, ne ho di più io, allora.
Quarantatré.
BALDOVINO. Ah, mi congratulo: li
porta meravigliosamente. - Sa?
Forse anch'io, rimettendomi un poco... -
Quarantatré, dunque. - Ora, scusi, debbo
toccare un altro tasto molto delicato.
FABIO. Mia moglie?
BALDOVINO. Ne è separato. - Per
torti... - lo so, lei è un perfetto
gentiluomo - e chi non è capace di farne, è
destinato a riceverne. - Per torti, dunque,
della moglie. - E ha trovato qua una
consolazione. Ma la vita - trista usuraja -
si fa pagare quell'uno di bene che concede,
con cento di noje e di dispiaceri.
FABIO. Purtroppo!
BALDOVINO. Eh, l'avrei a sapere! -
Bisogna che ella sconti la sua consolazione,
signor marchese! Ha davanti l’ombra
minacciosa d'un protesto senza dilazione. -
Vengo io a mettete una firma d'avallo, e ad
assumermi di pagare la sua cambiale. - Non
può credere, signor marchese, quanto piacere
mi faccia questa vendetta che posso
prendermi contro la società che nega ogni
credito alla mia firma.
Imporre questa mia firma; dire. - Ecco qua:
uno ha preso alla vita quel che non doveva e
ora pago io per lui, perché se io non
pagassi, qua un'onestà fallirebbe, qua
l'onore d'una famiglia farebbe bancarotta;
signor marchese, è per me una bella
soddisfazione: una rivincita! - Creda che
non lo faccio per altro. Lei ne dubita? ne
ha tutto il diritto. perché io sono... - mi
permette un paragone?
FABIO. Ma si, dica, dica,
BALDOVINO (seguitando). ...come uno
che venga a mettere in circolazione oro
sonante in un paese che non conosca altro
che moneta di carta. - subito si diffida
dell'oro; è naturale. - Lei ha certo la
tentazione di rifiutarlo: no? Ma è oro, stia
sicuro, signor marchese. - Non ho potuto
sperperarlo, perché l'ho nell'anima e non
nelle tasche. Altrimenti!
FABIO. ecco, bene! E allora, questo.
Benissimo! Io non vado cercando altro,
signor BALDOVINO. L'onestà! la bontà
dei sentimenti!
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BALDOVINO. Ho anche i ricordi della
mia famiglia... - Mi è potuto costare di
sacrifizii d'amor proprio, d'amarezze senza
fine, di ribrezzo, di schifo... - essere
disonesto. Che vuole che mi costi l'onestà?
-
Lei m'invita... sì, dico, doppiamente a
nozze. Sposerò per finta una donna ; ma sul
serio, io sposo l'onestà.
FABIO. Ecco, si - e basta! Mi basta
questo!
BALDOVINO. Basta? - Le pare che le
basti? - Scusi, signor marchese; e le
conseguenze?
FABIO. Come? Non capisco.
BALDOVINO. Eh. vedo che lei... -
certamente perché soffre davanti a me e fa a
se stesso una grande violenza per resistere
a questa situazione penosa, pure d'uscirne,
tratta con molta leggerezza la cosa.
FABIO. No, no: tutt'altro! . Come,
con leggerezza?
BALDOVINO. Permette? - La mia onestà,
signor marchese, dev'essere o non dev'essere?
FABIO. Ma sì che dev'essere! E’
l'unica condizione che le pongo!
BALDOVINO. benissimo. Nei miei
sentimenti, nella mia volontà, in tutti i
miei atti. - C'è. - Me la sento. - La
voglio. - La dimostrerò. - Ebbene?
FABIO. Che ebbene? Le ho detto che mi
basta questo!
BALDOVINO. Ma le conseguenze, signor
marchese, scusi! - Guardi: l'onestà, così
come lei la vuole da me - che cos'è? - Ci
pensi un po'. - Niente. - Un'astrazione. -
Una pura forma. - diciamo: l'assoluto. - Ora
scusi, se io devo essere cosi onesto,
bisognerà pure che io la viva - per cosi
dire - quest'astrazione; che dia corpo a
questa pura forma; che io senta quest'onestà
astratta e assoluta. - E quali saranno
allora le conseguenze? Ma prima di tutte,
questa, guardi: . che io dovrò essere un
tiranno.
FABIO - Un tiranno?
BALDOVINO. Per forza! - Senza
volerlo! - Per ciò che riguarda, la pura
forma, intendiamoci! (Il resto non
m'appartiene). - Ma per la pura forma,
onesto come lei mi Vuole e come io mi voglio
- di necessità dovrò essere un tiranno
glielo avverto. - Vorrò rispettate fino allo
scrupolo tutte le apparenze, il che di
necessità importerà gravissimi sacrifizii a
lei, alla signorina, alla mamma; un'angustiosissima
limitazione di libertà, il rispetto a tutte
le forme astratte della vita sociale. E...
parliamoci chiaro, signor marchese, anche
per farle vedere che sono animato del più
fermo proposito - sa che verrà fuori subito,
da tutto questo? ciò che s'imporrà tra noi e
salterà agli occhi di tutti? Che, trattando
con me, - non si faccia illusioni - onesto
com'io sarò - la cattiva azione la
commettono loro, non io! - Io, in tutta
questa combinazione non bella, non vedo che
una cosa sola: la possibilità che loro mi
fanno - e che io accetto - d'essere onesto.
FABIO. Ecco... caro signore... -
capirà... - già lei stesso l'ha detto -
non... non mi trovo in condizione di
seguirla bene, in questo momento... - Lei
parla meravigliosamente; ma tocchiamo terra,
per carità!
BALDOVINO. Io? terra? Non posso!
FABIO. Come non può, scusi? che vuol
dire?
FABIO. Come non può, scusi? che vuol
dire?
BALDOVINO. Non posso, per la
condizione stessa in cui lei mi mette,
signor marchese! - Io devo vagare per forza
nell'astratto. Guai se toccassi terra! - La
realtà non è per me: se la riserba lei. La
tocchi lei. Parli: io starò ad ascoltarla. -
Sarò l'intelligenza che non scusa, ma
compatisce -
FABIO (subito, additando se stesso).
- la bestia? -
BALDOVINO. Scusi: conseguenza!
FABIO. Ma si! ma si! Ha ragione! E’
proprio così! Dunque, parlo io, parla la
bestia: terra terra, alla buona, sa? lei
ascolti e
patisca. - Proprio per intenderci...
BALDOVINO. Dice per me?
FABIO. Con lei, ma si! Con chi
dunque?
BALDOVINO. No, signor marchese! Con
se stesso bisogna che lei s'intende Io, per
me, ho già bell'e inteso tutto. - Ho parlato
tanto - (non soglio mica parlare molto io,
sa?) - ho parlato perché vorrei che lei si
facesse capace di tutto, bene.
FABIO. Io?
BALDOVINO. Lei, lei. Per me, già ci
sono. E’ facilissimo. - che debbo fare io? -
Nulla. - Rappresento la forma. - L'azione -
e non bella - la commette lei: - l'ha già
commessa, e io gliela riparo; seguiterà a
commetterla, e io la nasconderò. - Ma per
nasconderlabene, nel suo stesso interesse e
nell'interesse sopratutto della signorina,
bisogna che lei mi rispetti ; e non le sarà
facile nella parte che si vuol riserbare! -
Rispetti, dico, non propriamente me, ma la
forma - la forma che io rappresento.
l'onesto marito d'una signora perbene. Non
la vuol rispettare?
FABIO. Ma sì, certo!
BALDOVINO. E non comprende che sarà
tanto più rigorosa e tiranna, questa forma,
quanto più pura lei vorrà che sia la mia
onestà? - Perciò le dicevo di badare alle
conseguenze. - Non per me, per lei!
Io, guardi: ho buone lenti per la mia
filosofia. E per salvare, in queste
condizioni, la mia dignità, mi basterà
vedere nella donna che di nome sarà mia -
una madre.
FABIO. Ecco, già... benissimo!
BALDOVINO. E concepire i miei
rapporti con lei a traverso la creaturina
che verrà - cioè, a traverso l'ufficio che
mi toccherà d'adempiere: candido,
nobilissimo ufficio, tutto compreso
dell'innocenza del nascituro o della
nascitura, che sarà. - Va bene così?
FABIO. Benissimo, sì sì, benissimo!
BALDOVINO. Per me, badi, non per lei
benissimo! - Lei, signor marchese, più
approva e più va incontro a un mondo di guaj!
FABIO. Come... perché, scusi? - Io
non vedo tutte codeste difficoltà che vede
lei!
BALDOVINO. Credo mio obbligo
fargliele Vedere, signor marchese. Lei è un
gentiluomo. Necessità di cose, di
condizioni, la costringono a non agire
onestamente. Ma lei non può fare a meno
dell'onestà!
Tanto Vero che, non potendo trovarla in ciò
che fa, la vuole in me.
Devo rappresentarla io, la sua onestà: -
esser cioè, l'onesto marito devo
rappresentarla io, la sua onestà: - esser
cioè, l'onesto marito d'una donna, che non
può essere sua moglie; l'onesto padre d'un
nascituro, che non può essere suo figlio. E’
vero questo?
FABIO. sì, si, è vero.
BALDOVINO. Ma se la donna è sua, e
non mia; se il figliolo è suo, e non mio,
non capisce che non basterà che sia onesto
soltanto io? - Dovrà essere onesto anche
lei, signor marchese, davanti a me. Per
forza! - Onesto io, onesti tutti. - Per
forza!
FABIO. Come come -? Non capisco!
Aspetti...
BALDOVINO. Lei si sente mancare il
terreno sotto i piedi.
FABIO. Ma no, dico... se debbono
mutare le condizioni...
BALDOVINO. Per forza! Le muta lei!
Queste apparenze da salvare, signor
marchese, non sono soltanto per gli altri!
Ce ne sarà una, qua -
anche per voi! una che voi stessi avrete
voluta e a cui io appunto dovrei dar corpo:
- la vostra onestà. - Ci pensa lei? Badi che
non è facile!
FABIO. Ma se lei sa! -
BALDOVINO. Appunto perché so! - Parlo
contro il mio interesse; ma non posso farne
a meno. - La consiglio di rifletter bene,
signor marchese!
Pausa. FABIO si alza e si mette a
passeggiare concitatamente, costernato. Si
alza anche BALDOVINO e aspetta.
FABIO (passeggiando). Certo che...
comprenderà che... se io...
BALDOVINO. Ma sì, creda, sarà bene
che lei ci rifletta ancora un poco, su
quanto le ho detto, e lo riferisca - se
crede - anche alla signorina.
Guarda appena verso l'uscio a destra.
Forse non ce ne sarà bisogno, perché... .
FABIO (voltandosi di scatto, con
ira). Che cosa crede?
BALDOVINO (calmissimo, triste). Oh...
sarebbe in fondo naturalissimo.
- Io mi ritiro. - Mi comunicherà, o mi farà
comunicare all'albergo le sue decisioni.
Fa per avviarsi; si volta.
Può contare intanto, signor marchese,
insieme con la signorina, su la mia intera
discrezione.
FABIO. Ci conto.
BALDOVINO (lento, grave). Sono
carico, per conto mio, di ben altre colpe; e
qui, per me, non c'è colpa, ma solo una
sventura. - Qualunque sia la decisione,
sappia che resterò sempre gratissimo - in
segreto - al mio antico compagno di
collegio, d'avermi stimato degno
d'accostarmi onestamente a questa sventura.
Si inchina.
Signor marchese...
TELA