teatro - 1917
- così è (se vi pare) - commedia in tre atti
personaggi ed introduzione
PERSONAGGI
Lamberto Laudisi
La Signora Frola
Il Signor Ponza, suo genero
La Signora Ponza
Il Consigliere Agazzi
La Signora Amalia,
sua moglie e sorella di Lamberto Laudisi
Dina, loro figlia
La Signora Sirelli
Il Signor Sirelli
Il Signor Prefetto
Il Commissario Centuri
La Signora Cini
La Signora Nenni
Un cameriere di casa Agazzi
Altri Signori e Signore
In un capoluogo di provincia. Oggi.
Introduzione
«Ho finito la mia parabola in tre atti Così è (se vi pare)», scriveva Pirandello al figlio Stefano, il 18 aprile 1917. La commedia, tratta dalla novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero (pubblicata nello stesso aprile, nella raccolta E domani, lunedì...), fu affidata alla Compagnia di Virginio Talli e andò in scena il 18 giugno, all'Olympia di Milano, interpretata da Annibale Betrone (Laudisi), Maria Melato (Frola), Ruggero Lupi (Ponza). Pirandello ne scriveva alcuni giorni dopo alla sorella Lina: «E' stato veramente un grande successo, non dico per gli applausi, ma per lo sconcerto e l'intontimento e l'esasperazione e lo sgomento diabolicamente cagionati al pubblico. Quanto ci ho goduto!».
Così è (se vi pare) comparve a stampa, con la definizione di «parabola», sulla «Nuova Antologia», nel volume I della prima raccolta delle Maschere nude. Nel 1925 Pirandello modificò quasi ogni battuta, arricchì enormemente le didascalie e inserì nuovi effetti comici, mostrando così di aver fatto proprie le preoccupazioni sceniche espresse a suo tempo da Talli (quando questi gli scriveva di «temere che manchi al lavoro, per la sua efficacia rappresentativa, qualche difetto che forse lo farebbe trionfare»); e ne allestì una nuova messinscena per il Teatro d'Arte con l'interpretazione di Egisto Olivieri (Laudisi) Marta Abba (Frola), Lamberto Picasso (Ponza).
L'azione scenica è ambientata negli interni borghesi della casa del consigliere Agazzi. La pettegola curiosità provinciale si appunta sul comportamento di un nuovo impiegato dell'Agazzi (giunto da poco in città), scrutandolo con sguardo implacabile e sospettoso, giudicandolo strano e facendolo oggetto di una vera e propria investigazione.
L'impiegato, di nome Ponza, vive con la moglie all'ultimo piano di un caseggiato periferico, mentre la suocera, signora Frola, abita in un elegante appartamentino a fianco degli Agazzi. Ponza, al centro delle chiacchiere del paese, appare a tutti come un «mostro» che impedisce alla Frola d'incontrare la figlia, da lui tenuta chiusa a chiave in casa, e persino di ricevere la visita degli Agazzi. Il consigliere si reca perciò dal Prefetto, esponendogli i fatti e le relative dicerie, per avere «l'opportunità di chiarire questo mistero, di venire a sapere la verità», come dice egli stesso, rincasando, a moglie e figlia e ad altri conoscenti li riuniti. Questa sua affermazione suscita però il riso del cognato, lo scettico Lamberto Laudisi, che difende i nuovi venuti dalla «insoffribile» e «inutile» curiosità dei presenti, tentando di convincere costoro dell'impossibilità di conoscere gli altri e, più in generale, la verità. Le argomentazioni di Laudisi - in questa come in successive occasioni - sono però recisamente rifiutate, con l'accusa che esse portano alla follia e dalla follia sono originate.
La signora Frola, ora costretta a visitare gli Agazzi, è
sottoposta al «supplizio» di un vero e proprio «interrogatorio»
sulla vita familiare sua e dei suoi cari, già dolorosamente
provati (tant'è che vestono tutti a lutto) dall'ecatombe che un
terremoto ha provocato nel loro paesino della Marsica. Per
«tentare una via di scampo», per sottrarre se stessa e loro
all'inchiesta che li investe, la Frola giustifica l'esagerata
possessività del genero nei confronti della moglie. Subito dopo
il commiato della Frola, si presenta anche Ponza che, costretto
dalla posizione gerarchica, si scusa ma, nel contempo, protesta
per la «violenza» dell'indagine a cui è sottoposto e da cui si
dice costretto a rivelare, per evitare equivoci, il doloroso
segreto della pazzia della signora Frola. Ella è impazzita per
la morte della figlia Lina, prima moglie di Ponza, e si è
convinta che Giulia, la seconda moglie di Ponza, sia sua figlia
ancora in vita. Ponza e la sua seconda moglie si prestano,
caritatevolmente, a una finzione che li costringe alla serie di
precauzioni che hanno ingenerato i sospetti del paese.
Sconcertati dalla rivelazione, i presenti si sentono tuttavia
rassicurati dalla spiegazione ricevuta, fino a quando, poco
dopo, si ripresenta la signora Frola che, accorgendosi di essere
trattata come una povera pazza, si dice costretta a rivelare ciò
che prima aveva tentato di nascondere: il pazzo è Ponza, almeno
per quanto riguarda la convinzione che sua moglie Lina si chiami
Giulia e sia una seconda moglie. Alteratosi di mente per la
lunga assenza da casa della moglie, ricoverata in una casa di
cura, Ponza, quando ella tornò, non la riconobbe e non l'avrebbe
più accolta in casa se non si fossero finte delle seconde nozze,
come se si fosse trattato di un'altra donna. Mentre tutti,
sbalorditi, non sanno più cosa pensare e a quale verità credere,
prorompe il riso di Laudisi: una risata che suggellerà anche gli
atti successivi. La ricerca delle prove che consentano di
risolvere il mistero, avviata dal consigliere Agazzi, dà
l'occasione a Laudisi di illustrare il senso della parabola
pirandelliana: quando egli polemizza con la fiducia
nell'oggettività dei «dati di fatto» della realtà e sostiene la
pari realtà del «fantasma» della costruzione fantastica
soggettiva e, quindi, l'insolubilità dell'enigma (prima scena
del secondo atto); quando dialoga con la propria immagine allo
specchio, il proprio doppio inconoscibile, il «fantasma» che
tutti «portano con sé, in se stessi», senza badarci, per andare
«correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui» (terza
scena del secondo atto); quando irride due signore curiose per
la loro ingenua, fiduciosa pretesa di conoscibilità del reale
(quarta scena del secondo atto). Per risolvere l'enigma, gli
Agazzi fanno incontrare, con uno stratagemma, genero e nuora
mettendoli così a confronto. Ne deriva una scena di concitata
violenza in cui l'esasperato Ponza aggredisce la Frola,
rimproverandola di calunniarlo e gridandole che la figlia è
morta. Appena la donna si allontana, però, Ponza, immediatamente
ricompostosi, si scusa del «triste spettacolo» offerto, facendo
intendere di aver recitato la parte del pazzo - gridando la
verità come se fosse una pazzia - proprio per mantenere
l'illusione in cui vive la Frola. Nel terzo atto, dopo
il definitivo fallimento della ricerca di prove certe tra i
pochi superstiti del terremoto, l'intervento del Prefetto
costringe Ponza - che protesta contro l'intollerabile
«inquisizione accanita, feroce sulla sua vita privata» - a
condurre in casa Agazzi sua moglie, l'unica in grado di
risolvere l'enigma. La donna «in gramaglie, col volto nascosto
da un fitto velo nero, impenetrabile», premettendo che la
sventura va tenuta nascosta perché il pietoso rimedio sia
efficace, afferma di essere la figlia della signora Frola e,
insieme, la seconda moglie del signor Ponza; per sé «nessuna»:
«io sono colei che mi si crede». La successiva battuta, seguita
dalla già ricordata risata conclusiva, è di Laudisi: «Ed ecco, o
signori, come parla la verità! / Volgerà attorno uno sguardo di
sfida derisoria. / Siete contenti?».
L'interpretazione
canonica riporta la parabola allo scettico relativismo
pirandelliano che, già formulato ed eretto a poetica nel saggio
su L'umorismo, troverà definitiva espressione in Uno, nessuno e
centomila, che Pirandello stava allora scrivendo e con il quale
esistono significativi riscontri (per esempio, nella scena di
Laudisi allo specchio). La visione umoristica della vita qui
trasportata sulla scena, nel punto di vista di Laudisi - uno dei
primi personaggi ragionatori del teatro pirandelliano - implica
elementi di critica al positivismo e, insieme, di critica alla
doxa e alla conseguente morale del pubblico cui l'alter ego
dell'autore rivolge la propria sfida derisoria. «Tutta la mia
opera è stata sempre così, e sarà così: una sfida alle sue
opinioni e soprattutto alla sua quieta morale... o immorale»,
aveva scritto Pirandello a Talli.
La sottolineatura
dell'accanita sopraffazione degli altri insita nel dogmatismo
delle opinioni correnti ha dato luogo alla lettura critica del
«teatro-inquisizione», del palcoscenico pirandelliano come
«poliziesco luogo di tortura, ove gli uni si fanno carnefici
degli altri» (Giovanni Macchia). La componente di critica
filosofica, ideologica e sociale convive però con quella
fantastica, nell'intento di realizzare l'opera dell'umoristico
«critico fantastico» pirandelliano. Antonio Gramsci, nella sua
cronaca teatrale sull'«Avanti!» (5 ottobre 1917), colse appieno
quest'intento: «parabola è un qualcosa di misto tra la
dimostrazione e la rappresentazione drammatica, tra la logica e
la fantasia» (un «misto» che però egli stroncò, in quell'occasione,
definendolo un «mostro»: né dramma né dimostrazione della tesi
relativistica che, per giunta, egli liquidò come «una
sciocchezza»). Il «fantasma» di cui parla Laudisi è anche quello
dell'arte e lo conferma il termine stesso, al centro di alcune
ricorrenti riflessioni estetiche dell'autore; il «meraviglioso
supplizio d'aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la
realtà, e di non poter distinguere l'uno dall'altra» (di cui
parla sempre Laudisi) va dunque riferito anche all'illusione,
alla verità fantastica, del teatro.
Straordinario il
successo dell'opera all'estero, a partire dal 1924: Berlino,
Oporto, San Paolo. A Parigi (nella messinscena di Charles Dullin
al Teatro Atelier) l'opera segnò il culmine della fortuna di
Pirandello in Francia, intrecciata alle vicende del cosiddetto "pirandellismo".
Tra gli innumerevoli allestimenti italiani sono da ricordare
almeno quelli di Orazio Costa (1952), Giorgio De Lullo (1972),
Massimo Castri (1979), Giancarlo Sepe (1982).
teatro - 1917
- così è se vi pare - commedia in tre atti
testo e messa in scena (CAROLINA VERGERIO)
La figura di Luigi Pirandello nel panorama
teatrale europeo novecentesco si presenta in
modo alquanto originale. La sua posizione
nei confronti dell' arte della scena è
soggetta infatti, con il trascorrere del
tempo e l'esperienza di una nuova
professione, a radicali modifiche di
opinione e di atteggiamento: se nella prima
parte della sua carriera teatrale egli si
dedica esclusivamente alla stesura di testi
drammatici, preoccupandosi solo
marginalmente della messa in scena di tali
testi e considerando addirittura
disprezzabile l'attività dell'attore, in un
secondo momento, vale a dire a partire dal
1925, decide di dedicarsi totalmente al
teatro e di costituire una propria
compagnia, la Compagnia del Teatro d'Arte,
di cui sarà capocomico e regista, nonché
naturalmente drammaturgo. Per lo studio di
queste due differenti epoche della vita
artistica dello scrittore siciliano sono
utilizzate quelle che possiamo definire
fonti teoriche dirette, cioè gli articoli e
i saggi che Pirandello scrisse a proposito
del teatro (per citare le più importanti
Illustratori, attori, traduttori
del 1908 per quanto concerne il primo
periodo, La diminuzione dei nostri
grandi attori... del 1935 per quanto
riguarda il secondo periodo).
Oltre a queste indispensabili strumenti, è
possibile attingere ad un' ulteriore
sorgente di notizie che, pur essendo
indiretta e meno facilmente traducibile, è
ricca di fondamentali informazioni che
permettono di scoprire come e perché
Pirandello passi da una posizione di
ostilità per le scene ad un coinvolgimento
diretto e totale in esse: si tratta delle
opere teatrali stesse che possiedono al loro
interno una grande quantità di dati,
possiedono cioè, già nella loro struttura,
le informazioni necessarie alla
rappresentazione.
In questa ottica di ricerca il Così è
(se vi pare) è un'opera esemplare per
l'analisi del passaggio da parte di
Pirandello dalla pura letteratura teatrale
alla pratica vera e propria del
palcoscenico. È stata infatti pubblicata in
due edizioni: nel 1918, periodo in cui
Pirandello è solo drammaturgo, e nel 1925,
anno in cui la teoria diventa pratica con
l'avvio dell'attività di «metteur en scène».
Le edizioni, anche ad una semplice prima
lettura, presentano numerose e significative
differenze, sia dal punto di vista delle
battute, sia, e ancora di più, dal punto di
vista delle didascalie. Questo semplice
primo elemento ha dato inizio alla ricerca,
basata sul confronto diretto fra le due
pubblicazioni (1918, Treves - 1925, Bemporad)
e tesa a scoprire i generi e gli scopi di
tali differenze. Per il lavoro di confronto
è stato utilizzato uno strumento di tipo
informatico, l'applicazione ORBIS del
software NB4, un analizzatore di testi, che,
partendo da una base dati (textbase), il
testo virtuale, è in grado di offrire
all'utente l'elenco completo di tutte le
parole presenti nel testo affiancate dal
numero indicante la loro frequenza nel testo
stesso. Con tale strumento sono stati creati
otto vocabolari, cioè otto elenchi di parole
per ciascuna edizione del Così è (se
vi pare): i vocabolari dei testi
completi, quelli delle sole didascalie,
quelli delle sole battute, quelli del
personaggio Laudisi, del personaggio Frola,
del personaggio Ponza, dei restanti
personaggi femminili e dei restanti
personaggi maschili.
Il primo risultato che un lavoro come questo
permette di ottenere è di tipo quantitativo.
Si è verificato infatti che il numero di
parole presenti nella seconda edizione
risulta essere notevolmente superiore
rispetto a quello della prima edizione. Dato
che si fa ancora più interessante nel
momento in cui si scopre che la quantità
maggiore di vocaboli è stata aggiunta alle
didascalie.
I passi successivi, di elaborazione
analitica dei vocabolari ottenuti per mezzo
del software, si sono mossi andando a
scavare sempre più a fondo nel testo e, dopo
l'analisi puramente quantitativa, la parola
è stata considerata come parte del discorso,
poi nel suo significato decontestualizzato,
quindi nel significato assunto all'interno
del contesto, infine come facenti parte
della struttura drammaturgica dell'opera.
Seguendo tale percorso, un secondo
importante elemento si è rivelato essere
l'individuazione di due differenti metodi di
modifica per battute e didascalie.
Pirandello infatti utilizza criteri
differenti a seconda che si trovi di fronte
alle parti di testo riservate al dialogo dei
personaggi o a quelle riservate alle
indicazioni dell'autore. Per le prime, che
subiscono lievi modifiche e poche aggiunte,
desidera migliorare soprattutto a livello
lessicale un corpus che già gli sembra
adeguato e sufficiente (ad esempio per mezzo
della sostituzione di vocaboli con sinonimi
più efficaci a livello semantico, oppure con
passaggi di categoria); per le seconde
invece, notevolmente modificate e ampliate,
il suo intento è quello di offrire un numero
considerevolmente maggiore di informazioni
riguardanti la scenografia, la psicologia e
i movimenti dei personaggi, i loro stati
d'animo e i loro improvvisi mutamenti
emotivi.
Di fronte a un panorma come quello descritto
risulta evidente che i destinatari di tali
indicazioni non possano che essere gli
attori con i quali, dal 1925, Pirandello
inizia una strettissima collaborazione e con
i quali deve confrontarsi per rappresentare
il dramma.
La tendenza che si è verificata, dapprima
nella classificazione e quindi nell'analisi
dei cambiamenti e delle parole aggiunte,
tanto che si trattasse delle battute tanto
delle didascalie, è quella di un adeguamento
del testo scritto semplicemente per la
lettura alle esigenze della scena e della
recitazione. Il drammaturgo infatti
interviene là dove le informazioni sul modo
di interpretare una battuta, o addirittura i
caratteri di un intero personaggio, non sono
abbastanza chiari all'attore che lo deve
impersonare oppure dove le informazioni di
scena o di movimento risultano essere
insufficienti alla realizzazione
scenografica e alla prossemica.
In questo senso il testo medesimo diventa il
luogo dal quale è possibile estrapolare
delle ipotesi sulle nuove teorie teatrali
dello scrittore, nonché dare una spiegazione
pratica alla sua diversa posizione nei
confronti del palcoscenico: la
frequentazione in prima persona delle scene,
degli attori e delle necessità ad essi
collegate ha permesso a Pirandello di
modificare le proprie idee sul teatro e
soprattutto sulla recitazione, a tal punto
da arrivare ad attribuire una funzione
artistica a quell'attore che, solo qualche
tempo prima, era accusato di tradire e
"abbassare" l'opera d'arte creata dal
drammaturgo.
teatro - 1917
- così è se vi pare - commedia in tre atti
ANALISI
La mancata identità femminile all'interno
delle dinamiche del matrimonio e della vita
coniugale
La mancata identità femminile all'interno
delle dinamiche del matrimonio e della vita
coniugale
La vita di un paesino siciliano viene scossa
dall'arrivo del nuovo impiegato comunale, il
signor Ponza, e di sua suocera, la signora
Frola. Si mormora che con loro sia arrivata
anche la moglie dell'impiegato, ma nessuno
l'ha mai vista.
Non basta nè al popolino, nè ai superiori
del signor Ponza che questi compia
perfettamente il suo lavoro, che sia una
persona inappuntabile. Tutti vogliono fare
della sua vita privata un caso pubblico, per
avere qualcosa di cui (s)parlare. E cresce
l'interesse della gente quando si viene a
sapere che la moglie del signor Ponza vive
segregata in casa, senza avere rapporti
neanche con la madre. L'unico contatto tra
loro è affidato a poche righe scritte dalla
figlia e calate dalla finestra in un
cestino.
La commedia ha il ritmo di una seduta in
tribunale, dove si alternano a discolparsi e
a dare la loro versione dei fatti la suocera
e il genero.
- La prima, messa alle strette dalla
curiosità popolare, finisce per ammettere
che il signor Ponza è posseduto da un
sentimento ossessivo per la moglie fino a
volere tutto il suo amore per sè. Così che
anche l'amore filiale che la moglie nutre
per la madre sia filtrato dalla sua persona.
- Di contro, il signor Ponza sostiene che la
suocera sia diventata pazza per la perdita
della vera figlia: infatti la donna
segregata in casa sarebbe la sua seconda
moglie, ma rivelarlo alla suocera le
procurerebbe un dolore grandissimo.
Nell'ultima scena, la signora Ponza, con un
velo nero che le copre il volto dichiara:
"Io sono colei che mi si crede.". La
verità è in lei, dietro la sua maschera,
nascosta dalla soggettività del personaggio.
Personaggio chiave della commedia è Laudisi
che sin dall'inizio della discussione è
convinto che la verità assoluta non sia
raggiungibile: si è di fronte a verità
possibili, soggettive, contrastanti fra loro
e non oggettivamente certe. Situazione
paradigmatica della visione di Laudisi è il
suo colloquio davanti allo specchio. Si
trova solo in casa e, salutando con due dita
la propria immagine riflessa, dice: "Eh
caro! - chi è il pazzo di noi due? Eh lo so:
io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là
che, a tu per tu, ci conosciamo bene noi
due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli
altri non ti vedono... Tu per gli altri
diventi un fantasma! Eppure, vedi questi
pazzi? senza badare al fantasma che portano
con sè, in se stessi, vanno correndo, pieni
di curiosità, dietro il fantasma altrui! e
credono che sia una cosa diversa.".
Laudisi di fronte alla sua immagine può
"comunicare", perché lo specchio gli mostra
la sua maschera, ovvero ciò che appare agli
altri e che lui non può vedere. Ed anche le
persone sono maschere, senza interiorità e
senza radici, e solo per questo possono
parlare tra di loro. Ma, svuotata com'è
della verità, che è irraggiungibile, la
comunicazione non è fruttuosa, perché manca
il suo punto d'arrivo. La comunicazione è
quindi frutto di un compromesso; è farsi
come gli altri ci vedono.
Grafico interpretativo
SCENA OTTAVA
DETTI, la SIGNORA FROLA, TUTTI GLI ALTRI.
La signora Frola s'introdurrà tremante,
piangente, supplicante, con un fazzoletto in
mano, in mezzo alla ressa degli altri, tutti
esagitati.
SIGNORA FROLA Signori miei, per pietà! per
pietà! Lo dica lei a tutti, signor
Consigliere!
AGAZZI (facendosi avanti, irritatissimo)
Io le dico, signora, di ritirarsi subito!
Perché lei, per ora, non può stare qua!
SIGNORA FROLA (smarrita) Perché?
perché?
Alla signora Amalia: Mi rivolgo a lei,
mia buona signora...
AMALIA Ma guardi... guardi, c'è lì il
Prefetto...
SIGNORA FROLA Oh! lei, signor Prefetto! Per
pietà! Volevo venire da lei!
IL PREFETTO No, abbia pazienza, signora! Per
ora io non posso darle ascolto. Bisogna che
lei se ne vada! se ne vada via subito di
qua!
SIGNORA FROLA Sì, me n'andrò! Me n'andrò
oggi stesso! Me ne partirò, signor Prefetto!
per sempre me ne partirò!
AGAZZI Ma no, signora! Abbia la bontà di
ritirarsi per un momento nel suo quartierino
qua accanto! Mi faccia questa grazia! Poi
parlerà col signor Prefetto!
SIGNORA FROLA Ma perché? Che cos'è? Che
cos'è?
AGAZZI (perdendo la pazienza) Sta per
tornare qua suo genero: ecco! ha capito?
SIGNORA FROLA Ah! Sì? E allora, sì... sì, mi
ritiro mi ritiro... subito! Volevo dir loro
questo soltanto: che per pietà, la
finiscano! Loro credono di farmi bene e mi
fanno tanto male! Io sarò costretta ad
andarmene, se loro seguiteranno a far così;
a partirmene oggi stesso, perché lui sia
lasciato in pace! - Ma che vogliono, che
vogliono ora qua da lui? Che deve venire a
fare qua lui? - Oh, signor Prefetto!
IL PREFETTO Niente, signora, stia
tranquilla! stia tranquilla, e se ne vada,
per piacere!
AMALIA Via, signora, sì! sia buona!
SIGNORA FROLA Ah Dio, signora mia, loro mi
priveranno dell'unico bene, dell'unico
conforto che mi restava: vederla almeno da
lontano la mia figliuola!
Si metterà a piangere.
IL PREFETTO Ma chi glielo dice? Lei non ha
bisogno di partirsene! La invitiamo a
ritirarsi ora per un momento. Stia
tranquilla!
SIGNORA FROLA Ma io sono in pensiero per
lui! per lui, signor Prefetto! sono venuta
qua a pregare tutti per lui; non per me!
IL PREFETTO Sì, va bene! E lei può star
tranquilla anche per lui, gliel'assicuro io.
Vedrà che ora si accomoderà ogni cosa.
SIGNORA FROLA E come? Li vedo qua tutti
accaniti addosso a lui!
IL PREFETTO No, signora! Non è vero! Ci sono
qua io per lui! Stia tranquilla!
SIGNORA FROLA Ah! Grazie! Vuol dire che lei
ha compreso...
IL PREFETTO Sì, sì, signora, io ho compreso.
SIGNORA FROLA L'ho ripetuto tante volte a
tutti questi signori: è una disgrazia già
superata, su cui non bisogna più ritornare.
IL PREFETTO Sì, va bene, signora... Se le
dico che io ho compreso!
SIGNORA FROLA Siamo contente di vivere così;
la mia figliuola è contenta. Dunque... - Ci
pensi lei, ci pensi lei... perché, se no,
non mi resta altro che andarmene, proprio! e
non vederla più, neanche così da lontano...
Lo lascino in pace, per carità!
A questo punto, tra la ressa si farà un
movimento; tutti faranno cenni; alcuni
guarderanno verso l'uscio; qualche voce
repressa si farà sentire.
VOCI Oh Dio... Eccola, eccola!
SIGNORA FROLA (notando lo sgomento, lo
scompiglio, gemerà perplessa, tremante)
Che cos'è? Che cos'è?
SCENA NONA
DETTI, la SIGNORA PONZA, poi il
SIGNOR PONZA.
Tutti si scosteranno da una parte e
dall'altra per dar passo alla signora Ponza
che si farà avanti rigida, in gramaglie, col
volto nascosto da un fitto velo nero,
impenetrabile.
SIGNORA FROLA (cacciando un grido
straziante di frenetica gioja ) Ah !
Lina... Lina... Lina...
E si precipiterà e s'avvinghierà alla donna
velata, con l'arsura d'una madre che da anni
e anni non abbraccia più la sua figliuola.
Ma contemporaneamente, dall'interno, si
udranno le grida del signor Ponza che subito
dopo si precipiterà sulla scena.
PONZA Giulia !... Giulia !... Giulia!...
La signora Ponza, alle grida di lui,
s'irrigidirà tra le braccia della signora
Frola che la cingono. Il signor Ponza,
sopravvenendo, s'accorgerà subito della
suocera così perdutamente abbracciata alla
moglie e inveirà furente:
Ah! L'avevo detto io i sono approfittati
così, vigliaccamente, della mia buona fede?
SIGNORA PONZA (volgendo il capo velato,
quasi con austera solennità) Non temete!
non temete! Andate via. PONZA (piano,
amorevolmente, alla signora Frola )
Andiamo, sì, andiamo...
SIGNORA FROLA (che si sarà staccata da
sé, tutta tremante, umile, dall'abbraccio,
farà eco subito, premurosa, a lui) Sì,
sì... andiamo, caro, andiamo...
E tutti e due abbracciati, carezzandosi a
vicenda, tra due diversi pianti, si
ritireranno bisbigliandosi tra loro parole
affettuose. Silenzio. Dopo aver seguito con
gli occhi fino all'ultimo i due, tutti si
rivolgeranno, ora, sbigottiti e commossi
alla signora velata.
SIGNORA PONZA (dopo averli guardati
attraverso il velo dirà con solennità cupa)
Che altro possono volere da me, dopo questo,
lor signori? Qui c'è una sventura, come
vedono, che deve restar nascosta, perché
solo così può valere il rimedio che la pietà
le ha prestato.
IL PREFETTO (commosso) Ma noi
vogliamo rispettare la pietà, signora.
Vorremmo però che lei ci dicesse - SIGNORA
PONZA (con un parlare lento e spiccato)
- che cosa? la verità? è solo questa: che io
sono, sì, la figlia della signora Frola -
TUTTI (con un sospiro di soddisfazione)
- ah !
SIGNORA PONZA - .....e la seconda moglie
del signor Ponza -
TUTTI (stupiti e delusi, sommessamente)
- oh! E come?
SIGNORA PONZA - .... sì; e per me nessuna!
nessuna!
IL PREFETTO Ah, no, per sé, lei, signora:
sarà l'una o l'altra!
SIGNORA PONZA Nossignori. Per me, io sono
colei che mi si crede.
Guarderà attraverso il velo, tutti, per un
istante; e si ritirerà. In silenzio.
Il contenuto di queste pagine proviene,
oltre che da contributi dei nostri
visitatori, anche da altri siti cui abbiamo
estratto quanto di pertinenza, citandone,
ove a conoscenza, fonte e relativo link. In
caso di segnalazione da parte dei
proprietari di tali siti inerente la loro
contrarietà alla pubblicazione su
PirandelloWeb del loro materiale, le pagine
contestate, verranno immediatamente rimosse.