La Signora Amalia, Dina,
Laudisi
Al levarsi della tela Lamberto
Laudisi passeggia concitatamente per
il salotto. Svelto, elegante senza
ricercatezza, sui quaranta, indossa una
giacca viola con risvolti e alamari
neri; spirito arguto, s'irrita
facilmente; ma poi ride e lascia fare e
dire, compiacendosi dello spettacolo
della sciocchezza altrui.
Laudisi:
Ah, dunque è andato dal Prefetto?
Amalia:
(sui quarantacinque, capelli grigi;
ostenta una certa importanza, per il
posto del marito, ma lasciando intendere
che, se stesse in lei, rappresenterebbe
la sua parte e si comporterebbe forse
altrimenti). Oh Dio, Lamberto, ma si
tratta infine di un suo subalterno!
Laudisi:
Ma suo subalterno, scusa, alla
Prefettura, non a casa!
Dina:
(diciannove anni; una cert'aria di
capir tutto meglio della mamma e anche
del babbo, ma attenuata, quest'aria, da
una vivace grazia giovanile) È
venuto ad allogarci la suocera qua
accanto, sullo stesso pianerottolo!
Laudisi:
E non era forse padrone? C'era un
quartierino sfitto, e l'ha affittato per
la suocera. Che ha forse l'obbligo una
suocera di venire a ossequiare in casa
la moglie e la figliuola d'un superiore
di suo genero?
Amalia:
Ma no, chi dice obbligo? Siamo andate
noi, io e Dina, per le prime da
questa signora, e
non siamo
state ricevute - capisci?
Laudisi:
E che cosa è andato a fare adesso tuo
marito dal Prefetto? A imporre
d'autorità un atto di cortesia?
Amalia:
Un atto di giusta riparazione! Perché
non si lasciano due signore, così,
davanti alla porta.
Laudisi:
Soperchierie, soperchierie, prepotenze!
O che non è dunque più permesso alla
gente di starsene per casa sua?
Amalia:
Eh, se tu non vuoi tener conto che
l'atto di cortesia volevamo farlo noi
per le prime a una forestiera!
Dina:
Via, zietto, calmati, via... Come sei
terribile! Sarà pure la curiosità... Ma
scusa, non ti sembra naturale?
Laudisi:
Naturale, un corno! Non avete nulla da
fare!
Dina:
Ma no, guarda: metti che tu stia qua,
scusa, zietto, senza la minima voglia di
badare a ciò che fanno gli altri attorno
a te. - Bene. - Vengo io. E qua, proprio
su questo tavolinetto che ti sta
davanti, ti colloco, con la massima
serietà... - anzi no, con la faccia di
quel signore lì, patibolare - che so,
mettiamo; un pajo di scarpe della cuoca.
Laudisi:
Ma che c'entra?
Dina:
Aspetta... che posso dire? Un ferro da
stiro... che so, il mestolo... il tuo
pennello della barba... - Posso far
colpa a te della curiosità che con tutte
queste stramberie son venuta io stessa a
suscitarti?
Laudisi:
Carina! - Hai ingegno tu; ma parli con
me, sai? - Tu vieni a posarmi qua sul
tavolino le cose più strambe e
disparate, appunto per suscitar la mia
curiosità; e certo - poiché l'hai fatto
apposta - non puoi farmi colpa se ti
domando: - «Ma perché, cara, le scarpe
della cuoca qui sopra?» - Dovresti ora
dimostrarmi che questo signor Ponza -
villano e mascalzone, come lo chiama tuo
padre - sia venuto ad allogarci,
ugualmente apposta, qua accanto, la
suocera!
Dina:
Non l'avrà fatto apposta, va bene! Ma
non puoi negare che questo signore è
venuto a stabilire in paese, sotto gli
occhi di tutti, un cumulo di cose
talmente strambe da suscitar la
curiosità naturalissima di tutta la
gente. - Scusami. - Arriva. - Prende a
pigione un quartierino all'ultimo piano
di quel casone tetro, là, all'uscita del
paese, su gli orti...- L'hai veduto?
Dico, di dentro?
Laudisi:
Sei forse andata a vederlo, tu?
Dina:
Sì zietto! Con la mamma. E mica noi
sole, sai? Tutti sono andati a vederlo.
- C'è un cortile interno, così bujo che
pare un incubo, con una ringhiera di
ferro in alto in alto, lungo il
ballatojo dell'ultimo piano; da cui
pendono coi cordini tanti panieri....
Laudisi:
E con questo?
Dina:
(con meraviglia e indignazione)
Ha relegato la moglie lassù!
Amalia:
E la suocera qua, accanto a noi!
Laudisi:
In un bel quartierino, la suocera, in
mezzo alla città!
Amalia:
Grazie! E la costringe ad abitar divisa
dalla figlia?
Laudisi:
Chi ve l'ha detto? E non può esser lei,
invece, per avere maggior libertà?
Dina:
No, no! che, zietto! Si sa che è lui!
Amalia:
Ma scusa, si capisce che una figliuola,
sposando, lasci la casa della madre e
vada a convivere col marito, anche in
un'altra città. Ma che una povera madre,
non sapendo resistere a viver lontana
dalla figliuola, la segua, e nella città
dove anche lei è forestiera, sia
costretta a viverne divisa, via
ammetterai che questo no, non si capisce
più facilmente!
Laudisi:
Già! Che fantasie da tartarughe! Ci vuol
tanto a immaginare che, o per colpa di
lei, o per colpa di lui, ci sia tale
incompatibilità di carattere, per cui,
anche in queste condizioni. . .
Dina:
(interrompendo, meravigliata)
Come, zietto? Tra madre e figlia?
Laudisi:
Perché tra madre e figlia?
Amalia:
Ma perché tra loro due, no! non sono
sempre insieme, lui e lei!
Dina:
Suocera e genero! È ben questo lo
stupore di tutti !
Amalia:
Viene qua ogni sera, lui, a tener
compagnia alla suocera.
Dina:
Anche di giorno, viene, una o due volte.
Laudisi:
Sospettate forse che facciano all'amore,
suocera e genero?
Dina:
No, roba da ridere! È una povera
vecchietta, lei!
Amalia:
Ma non le porta mai la figlia! non porta
mai con sé, mai, mai, la moglie a vedere
la madre.
Laudisi:
Sarà malata quella poverina... non potrà
uscire di casa...
Dina:
Ma che! Ci va lei, la madre...
Amalia:
Ci va... sì! Per vederla da lontano! Si
sa di causa e scienza che a questa
povera madre è proibito di salire in
casa della figliuola!
Dina:
Può parlarle solo dal cortile!
Amalia:
Dal cortile, capisci!
Dina:
Alla figliuola che s'affaccia dal
ballatojo lassù, come dal cielo! Questa
poveretta entra nel cortile; tira il
cordino del paniere; suona il campanello
lassù; la figliuola s'affaccia, e lei le
parla di giù, da quel pozzo, tenendo la
testa... così! Figurati!
Si sente picchiare all'uscio e si
presenta il cameriere.
cameriere:
Permesso, signora?
Amalia:
Chi è?
cameriere:
I signori Sirelli con un'altra signora.
Amalia:
Ah, fa' passare,
Il cameriere s'inchina e via.