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COMMEDIA IN TRE ATTI
FONTE Novella «La
signora Frola e il signor Ponza suo
genero» (1917)
STESURA marzo - aprile 1917
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 18 giugno
- Milano, Teatro Olimpia, Compagnia di
Virgilio Talli con la Melato e Betrone.
In questa pagina:
Introduzione di Luigi de Bellis (da
Opere letterarie del Novecento Italiano)
Testo e messa in scena - di Carolina Vergelio (da
Bollettino 900)
Analisi -
La mancata identità femminile all'interno delle dinamiche del matrimonio e della
vita coniugale (da
Roberto-Crosio.net)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Novelle -
La signora Frola e il signor Ponza suo genero (raccolta
Una giornata)
Sez. Video -
Così è (se vi pare) - RAI 1990 - Con Valeria Moriconi, Omero Antonutti, Eros
Pagni - Regia di Massimo Castri
da
Opere letterarie del Novecento Italiano
«Ho finito la mia parabola in tre atti Così è (se vi pare)», scriveva
Pirandello al figlio Stefano, il 18 aprile 1917. La commedia, tratta
dalla novella La signora Frola e il signor Ponza, suo genero (pubblicata
nello stesso aprile, nella raccolta E domani, lunedì...), fu affidata
alla Compagnia di Virginio Talli e andò in scena il 18 giugno,
all'Olympia di Milano, interpretata da Annibale Betrone (Laudisi), Maria
Melato (Frola), Ruggero Lupi (Ponza). Pirandello ne scriveva alcuni
giorni dopo alla sorella Lina: «E' stato veramente un grande successo,
non dico per gli applausi, ma per lo sconcerto e l'intontimento e
l'esasperazione e lo sgomento diabolicamente cagionati al pubblico.
Quanto ci ho goduto!».
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Così è (se vi pare) comparve a stampa, con la definizione di «parabola»,
sulla «Nuova Antologia», nel volume I della prima raccolta delle
Maschere nude. Nel 1925 Pirandello modificò quasi ogni battuta, arricchì
enormemente le didascalie e inserì nuovi effetti comici, mostrando così
di aver fatto proprie le preoccupazioni sceniche espresse a suo tempo da
Talli (quando questi gli scriveva di «temere che manchi al lavoro, per
la sua efficacia rappresentativa, qualche difetto che forse lo farebbe
trionfare»); e ne allestì una nuova messinscena per il Teatro d'Arte con
l'interpretazione di Egisto Olivieri (Laudisi) Marta Abba (Frola),
Lamberto Picasso (Ponza).
L'azione scenica è ambientata negli interni borghesi della casa del
consigliere Agazzi. La pettegola curiosità provinciale si appunta sul
comportamento di un nuovo impiegato dell'Agazzi (giunto da poco in
città), scrutandolo con sguardo implacabile e sospettoso, giudicandolo
strano e facendolo oggetto di una vera e propria investigazione.
L'impiegato, di nome Ponza, vive con la moglie all'ultimo piano di un
caseggiato periferico, mentre la suocera, signora Frola, abita in un
elegante appartamentino a fianco degli Agazzi. Ponza, al centro delle
chiacchiere del paese, appare a tutti come un «mostro» che impedisce
alla Frola d'incontrare la figlia, da lui tenuta chiusa a chiave in
casa, e persino di ricevere la visita degli Agazzi. Il consigliere si
reca perciò dal Prefetto, esponendogli i fatti e le relative dicerie,
per avere «l'opportunità di chiarire questo mistero, di venire a sapere
la verità», come dice egli stesso, rincasando, a moglie e figlia e ad
altri conoscenti li riuniti. Questa sua affermazione suscita però il
riso del cognato, lo scettico Lamberto Laudisi, che difende i nuovi
venuti dalla «insoffribile» e «inutile» curiosità dei presenti, tentando
di convincere costoro dell'impossibilità di conoscere gli altri e, più
in generale, la verità. Le argomentazioni di Laudisi - in questa come in
successive occasioni - sono però recisamente rifiutate, con l'accusa che
esse portano alla follia e dalla follia sono originate.
La signora Frola, ora costretta a visitare gli Agazzi, è sottoposta al
«supplizio» di un vero e proprio «interrogatorio» sulla vita familiare
sua e dei suoi cari, già dolorosamente provati (tant'è che vestono tutti
a lutto) dall'ecatombe che un terremoto ha provocato nel loro paesino
della Marsica. Per «tentare una via di scampo», per sottrarre se stessa
e loro all'inchiesta che li investe, la Frola giustifica l'esagerata
possessività del genero nei confronti della moglie. Subito dopo il
commiato della Frola, si presenta anche Ponza che, costretto dalla
posizione gerarchica, si scusa ma, nel contempo, protesta per la
«violenza» dell'indagine a cui è sottoposto e da cui si dice costretto a
rivelare, per evitare equivoci, il doloroso segreto della pazzia della
signora Frola. Ella è impazzita per la morte della figlia Lina, prima
moglie di Ponza, e si è convinta che Giulia, la seconda moglie di Ponza,
sia sua figlia ancora in vita. Ponza e la sua seconda moglie si
prestano, caritatevolmente, a una finzione che li costringe alla serie
di precauzioni che hanno ingenerato i sospetti del paese.
Sconcertati dalla rivelazione, i presenti si sentono tuttavia
rassicurati dalla spiegazione ricevuta, fino a quando, poco dopo, si
ripresenta la signora Frola che, accorgendosi di essere trattata come
una povera pazza, si dice costretta a rivelare ciò che prima aveva
tentato di nascondere: il pazzo è Ponza, almeno per quanto riguarda la
convinzione che sua moglie Lina si chiami Giulia e sia una seconda
moglie. Alteratosi di mente per la lunga assenza da casa della moglie,
ricoverata in una casa di cura, Ponza, quando ella tornò, non la
riconobbe e non l'avrebbe più accolta in casa se non si fossero finte
delle seconde nozze, come se si fosse trattato di un'altra donna. Mentre
tutti, sbalorditi, non sanno più cosa pensare e a quale verità credere,
prorompe il riso di Laudisi: una risata che suggellerà anche gli atti
successivi.
La ricerca delle prove che consentano di risolvere il mistero, avviata
dal consigliere Agazzi, dà l'occasione a Laudisi di illustrare il senso
della parabola pirandelliana: quando egli polemizza con la fiducia
nell'oggettività dei «dati di fatto» della realtà e sostiene la pari
realtà del «fantasma» della costruzione fantastica soggettiva e, quindi,
l'insolubilità dell'enigma (prima scena del secondo atto); quando
dialoga con la propria immagine allo specchio, il proprio doppio
inconoscibile, il «fantasma» che tutti «portano con sé, in se stessi»,
senza badarci, per andare «correndo, pieni di curiosità, dietro il
fantasma altrui» (terza scena del secondo atto); quando irride due
signore curiose per la loro ingenua, fiduciosa pretesa di conoscibilità
del reale (quarta scena del secondo atto). Per risolvere l'enigma, gli
Agazzi fanno incontrare, con uno stratagemma, genero e nuora mettendoli
così a confronto. Ne deriva una scena di concitata violenza in cui
l'esasperato Ponza aggredisce la Frola, rimproverandola di calunniarlo e
gridandole che la figlia è morta. Appena la donna si allontana, però,
Ponza, immediatamente ricompostosi, si scusa del «triste spettacolo»
offerto, facendo intendere di aver recitato la parte del pazzo -
gridando la verità come se fosse una pazzia - proprio per mantenere
l'illusione in cui vive la Frola.
Nel terzo atto, dopo il definitivo fallimento della ricerca di prove
certe tra i pochi superstiti del terremoto, l'intervento del Prefetto
costringe Ponza - che protesta contro l'intollerabile «inquisizione
accanita, feroce sulla sua vita privata» - a condurre in casa Agazzi sua
moglie, l'unica in grado di risolvere l'enigma. La donna «in gramaglie,
col volto nascosto da un fitto velo nero, impenetrabile», premettendo
che la sventura va tenuta nascosta perché il pietoso rimedio sia
efficace, afferma di essere la figlia della signora Frola e, insieme, la
seconda moglie del signor Ponza; per sé «nessuna»: «io sono colei che mi
si crede». La successiva battuta, seguita dalla già ricordata risata
conclusiva, è di Laudisi: «Ed ecco, o signori, come parla la verità! /
Volgerà attorno uno sguardo di sfida derisoria. / Siete contenti?».
L'interpretazione canonica riporta la parabola allo scettico relativismo
pirandelliano che, già formulato ed eretto a poetica nel saggio su
L'umorismo, troverà definitiva espressione in Uno, nessuno e centomila,
che Pirandello stava allora scrivendo e con il quale esistono
significativi riscontri (per esempio, nella scena di Laudisi allo
specchio). La visione umoristica della vita qui trasportata sulla scena,
nel punto di vista di Laudisi - uno dei primi personaggi ragionatori del
teatro pirandelliano - implica elementi di critica al positivismo e,
insieme, di critica alla doxa e alla conseguente morale del pubblico cui
l'alter ego dell'autore rivolge la propria sfida derisoria. «Tutta la
mia opera è stata sempre così, e sarà così: una sfida alle sue opinioni
e soprattutto alla sua quieta morale... o immorale», aveva scritto
Pirandello a Talli.
La sottolineatura dell'accanita sopraffazione degli altri insita nel
dogmatismo delle opinioni correnti ha dato luogo alla lettura critica
del «teatro-inquisizione», del palcoscenico pirandelliano come
«poliziesco luogo di tortura, ove gli uni si fanno carnefici degli
altri» (Giovanni Macchia). La componente di critica filosofica,
ideologica e sociale convive però con quella fantastica, nell'intento di
realizzare l'opera dell'umoristico «critico fantastico» pirandelliano.
Antonio Gramsci, nella sua cronaca teatrale sull'«Avanti!» (5 ottobre
1917), colse appieno quest'intento: «parabola è un qualcosa di misto tra
la dimostrazione e la rappresentazione drammatica, tra la logica e la
fantasia» (un «misto» che però egli stroncò, in quell'occasione,
definendolo un «mostro»: né dramma né dimostrazione della tesi
relativistica che, per giunta, egli liquidò come «una sciocchezza»). Il
«fantasma» di cui parla Laudisi è anche quello dell'arte e lo conferma
il termine stesso, al centro di alcune ricorrenti riflessioni estetiche
dell'autore; il «meraviglioso supplizio d'aver davanti, accanto, qua il
fantasma e qua la realtà, e di non poter distinguere l'uno dall'altra»
(di cui parla sempre Laudisi) va dunque riferito anche all'illusione,
alla verità fantastica, del teatro.
Straordinario il successo dell'opera all'estero, a partire dal 1924:
Berlino, Oporto, San Paolo. A Parigi (nella messinscena di Charles
Dullin al Teatro Atelier) l'opera segnò il culmine della fortuna di
Pirandello in Francia, intrecciata alle vicende del cosiddetto
"pirandellismo". Tra gli innumerevoli allestimenti italiani sono da
ricordare almeno quelli di Orazio Costa (1952), Giorgio De Lullo (1972),
Massimo Castri (1979), Giancarlo Sepe (1982).
da
Bollettino '900
La
figura di Luigi Pirandello nel panorama teatrale europeo novecentesco si
presenta in modo alquanto originale. La sua posizione nei confronti dell' arte
della scena è soggetta infatti, con il trascorrere del tempo e l'esperienza di
una nuova professione, a radicali modifiche di opinione e di atteggiamento: se
nella prima parte della sua carriera teatrale egli si dedica esclusivamente alla
stesura di testi drammatici, preoccupandosi solo marginalmente della messa in
scena di tali testi e considerando addirittura disprezzabile l'attività
dell'attore, in un secondo momento, vale a dire a partire dal 1925, decide di
dedicarsi totalmente al teatro e di costituire una propria compagnia, la
Compagnia del Teatro d'Arte, di cui sarà capocomico e regista, nonché
naturalmente drammaturgo. Per lo studio di queste due differenti epoche della
vita artistica dello scrittore siciliano sono utilizzate quelle che possiamo
definire fonti teoriche dirette, cioè gli articoli e i saggi che Pirandello
scrisse a proposito del teatro (per citare le più importanti Illustratori,
attori, traduttori del 1908 per quanto concerne il primo periodo,
La diminuzione dei nostri grandi attori... del 1935 per quanto riguarda
il secondo periodo).
Oltre a queste indispensabili strumenti, è possibile attingere ad un' ulteriore
sorgente di notizie che, pur essendo indiretta e meno facilmente traducibile, è
ricca di fondamentali informazioni che permettono di scoprire come e perché
Pirandello passi da una posizione di ostilità per le scene ad un coinvolgimento
diretto e totale in esse: si tratta delle opere teatrali stesse che possiedono
al loro interno una grande quantità di dati, possiedono cioè, già nella loro
struttura, le informazioni necessarie alla rappresentazione.
In questa ottica di ricerca il Così è (se vi pare) è un'opera
esemplare per l'analisi del passaggio da parte di Pirandello dalla pura
letteratura teatrale alla pratica vera e propria del palcoscenico. È stata
infatti pubblicata in due edizioni: nel 1918, periodo in cui Pirandello è solo
drammaturgo, e nel 1925, anno in cui la teoria diventa pratica con l'avvio
dell'attività di «metteur en scène».
Le edizioni, anche ad una semplice prima lettura, presentano numerose e
significative differenze, sia dal punto di vista delle battute, sia, e ancora di
più, dal punto di vista delle didascalie. Questo semplice primo elemento ha dato
inizio alla ricerca, basata sul confronto diretto fra le due pubblicazioni
(1918, Treves - 1925, Bemporad) e tesa a scoprire i generi e gli scopi di tali
differenze. Per il lavoro di confronto è stato utilizzato uno strumento di tipo
informatico, l'applicazione ORBIS del software NB4, un analizzatore di testi,
che, partendo da una base dati (textbase), il testo virtuale, è in grado di
offrire all'utente l'elenco completo di tutte le parole presenti nel testo
affiancate dal numero indicante la loro frequenza nel testo stesso. Con tale
strumento sono stati creati otto vocabolari, cioè otto elenchi di parole per
ciascuna edizione del Così è (se vi pare): i vocabolari dei testi
completi, quelli delle sole didascalie, quelli delle sole battute, quelli del
personaggio Laudisi, del personaggio Frola, del personaggio Ponza, dei restanti
personaggi femminili e dei restanti personaggi maschili.
Il
primo risultato che un lavoro come questo permette di ottenere è di tipo
quantitativo. Si è verificato infatti che il numero di parole presenti nella
seconda edizione risulta essere notevolmente superiore rispetto a quello della
prima edizione. Dato che si fa ancora più interessante nel momento in cui si
scopre che la quantità maggiore di vocaboli è stata aggiunta alle didascalie.
I passi successivi, di elaborazione analitica dei vocabolari ottenuti per mezzo
del software, si sono mossi andando a scavare sempre più a fondo nel testo e,
dopo l'analisi puramente quantitativa, la parola è stata considerata come parte
del discorso, poi nel suo significato decontestualizzato, quindi nel significato
assunto all'interno del contesto, infine come facenti parte della struttura
drammaturgica dell'opera.
Seguendo tale percorso, un secondo importante elemento si è rivelato essere
l'individuazione di due differenti metodi di modifica per battute e didascalie.
Pirandello infatti utilizza criteri differenti a seconda che si trovi di fronte
alle parti di testo riservate al dialogo dei personaggi o a quelle riservate
alle indicazioni dell'autore. Per le prime, che subiscono lievi modifiche e
poche aggiunte, desidera migliorare soprattutto a livello lessicale un corpus
che già gli sembra adeguato e sufficiente (ad esempio per mezzo della
sostituzione di vocaboli con sinonimi più efficaci a livello semantico, oppure
con passaggi di categoria); per le seconde invece, notevolmente modificate e
ampliate, il suo intento è quello di offrire un numero considerevolmente
maggiore di informazioni riguardanti la scenografia, la psicologia e i movimenti
dei personaggi, i loro stati d'animo e i loro improvvisi mutamenti emotivi.
Di fronte a un panorma come quello descritto risulta evidente che i destinatari
di tali indicazioni non possano che essere gli attori con i quali, dal 1925,
Pirandello inizia una strettissima collaborazione e con i quali deve
confrontarsi per rappresentare il dramma.
La tendenza che si è verificata, dapprima nella classificazione e quindi
nell'analisi dei cambiamenti e delle parole aggiunte, tanto che si trattasse
delle battute tanto delle didascalie, è quella di un adeguamento del testo
scritto semplicemente per la lettura alle esigenze della scena e della
recitazione. Il drammaturgo infatti interviene là dove le informazioni sul modo
di interpretare una battuta, o addirittura i caratteri di un intero personaggio,
non sono abbastanza chiari all'attore che lo deve impersonare oppure dove le
informazioni di scena o di movimento risultano essere insufficienti alla
realizzazione scenografica e alla prossemica.
In questo senso il testo medesimo diventa il luogo dal quale è possibile
estrapolare delle ipotesi sulle nuove teorie teatrali dello scrittore, nonché
dare una spiegazione pratica alla sua diversa posizione nei confronti del
palcoscenico: la frequentazione in prima persona delle scene, degli attori e
delle necessità ad essi collegate ha permesso a Pirandello di modificare le
proprie idee sul teatro e soprattutto sulla recitazione, a tal punto da arrivare
ad attribuire una funzione artistica a quell'attore che, solo qualche tempo
prima, era accusato di tradire e "abbassare" l'opera d'arte creata dal
drammaturgo.
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Così è (se vi
pare) - Analisi -
La mancata identità femminile all'interno delle dinamiche del matrimonio e della
vita coniugale |
da
Roberto-Crosio.net
La vita di un paesino siciliano viene
scossa dall'arrivo del nuovo impiegato comunale, il
signor Ponza,
e di sua suocera, la signora Frola.
Si mormora che con loro sia arrivata anche la moglie dell'impiegato, ma nessuno
l'ha mai vista.
Non basta nè al popolino, nè ai superiori del signor Ponza che questi compia
perfettamente il suo lavoro, che sia una persona inappuntabile.
Tutti vogliono fare
della sua vita privata un caso pubblico, per avere qualcosa di cui
(s)parlare. E cresce l'interesse della gente quando si viene a sapere che la
moglie del signor Ponza vive segregata in casa, senza avere rapporti neanche con
la madre. L'unico contatto tra loro è affidato a poche righe scritte dalla
figlia e calate dalla finestra in un cestino.
La commedia ha il ritmo di una seduta in tribunale, dove
si alternano a discolparsi e a dare la
loro versione dei fatti la suocera e il genero.
- La prima, messa alle strette dalla curiosità popolare, finisce per ammettere
che il signor Ponza è posseduto da un sentimento ossessivo per la moglie fino a
volere tutto il suo amore per sè. Così che anche l'amore filiale che la moglie
nutre per la madre sia filtrato dalla sua persona.
- Di contro, il signor Ponza sostiene che la suocera sia diventata pazza per la
perdita della vera figlia: infatti la donna segregata in casa sarebbe la sua
seconda moglie, ma rivelarlo alla suocera le procurerebbe un dolore grandissimo.
Nell'ultima scena, la
signora Ponza,
con un velo nero che le copre il volto dichiara:
"Io sono colei che mi si crede.". La
verità è in lei, dietro la sua maschera, nascosta dalla soggettività del
personaggio.
Personaggio chiave della commedia è
Laudisi che sin dall'inizio della discussione è convinto che
la verità assoluta non sia
raggiungibile: si è di fronte a verità possibili, soggettive, contrastanti fra
loro e non oggettivamente certe. Situazione paradigmatica della
visione di Laudisi è il suo colloquio davanti allo specchio. Si trova solo in
casa e, salutando con due dita la propria immagine riflessa, dice:
"Eh caro! - chi è il pazzo di noi
due? Eh lo so: io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là che, a tu per tu, ci
conosciamo bene noi due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti
vedono... Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? senza
badare al fantasma che portano con sè, in se stessi, vanno correndo, pieni di
curiosità, dietro il fantasma altrui! e credono che sia una cosa diversa.".
Laudisi di fronte alla sua immagine può "comunicare", perché lo specchio gli
mostra la sua maschera, ovvero ciò che appare agli altri e che lui non può
vedere. Ed anche le persone sono
maschere, senza interiorità e senza radici, e solo per questo possono parlare
tra di loro. Ma, svuotata com'è della verità, che è irraggiungibile,
la comunicazione non è fruttuosa,
perché manca il suo punto d'arrivo. La comunicazione è quindi frutto di un
compromesso; è farsi come gli altri ci vedono.
Grafico interpretativo

SCENA OTTAVA
DETTI, la SIGNORA FROLA, TUTTI GLI ALTRI.
La signora Frola s'introdurrà tremante, piangente, supplicante, con un
fazzoletto in mano, in mezzo alla ressa degli altri, tutti esagitati.
SIGNORA FROLA Signori miei, per pietà! per pietà! Lo dica lei a tutti,
signor Consigliere!
AGAZZI (facendosi avanti,
irritatissimo) Io le dico, signora, di ritirarsi subito! Perché lei, per
ora, non può stare qua!
SIGNORA FROLA (smarrita)
Perché? perché?
Alla signora Amalia: Mi rivolgo a lei, mia buona signora...
AMALIA Ma guardi... guardi, c'è lì il Prefetto...
SIGNORA FROLA Oh! lei, signor
Prefetto! Per pietà! Volevo venire da lei!
IL PREFETTO No, abbia pazienza,
signora! Per ora io non posso darle ascolto. Bisogna che lei se ne vada! se ne vada
via subito di qua!
SIGNORA FROLA Sì, me n'andrò!
Me n'andrò oggi stesso! Me ne partirò, signor Prefetto! per sempre me ne
partirò!
AGAZZI Ma no, signora! Abbia la
bontà di ritirarsi per un momento nel suo quartierino qua accanto! Mi faccia questa grazia! Poi parlerà
col signor Prefetto!
SIGNORA FROLA Ma perché? Che
cos'è? Che cos'è?
AGAZZI (perdendo la
pazienza) Sta per tornare qua suo genero: ecco! ha capito?
SIGNORA FROLA Ah! Sì? E allora,
sì... sì, mi ritiro mi ritiro... subito! Volevo dir loro questo soltanto: che
per pietà, la finiscano! Loro credono di farmi bene e mi fanno tanto male! Io sarò costretta ad andarmene, se
loro seguiteranno a far così; a partirmene oggi stesso, perché lui sia lasciato
in pace! - Ma che vogliono, che vogliono ora qua da lui? Che deve venire a fare
qua lui? - Oh, signor Prefetto!
IL PREFETTO Niente, signora, stia tranquilla! stia tranquilla, e se ne
vada, per piacere!
AMALIA Via, signora, sì! sia
buona!
SIGNORA FROLA Ah Dio, signora
mia, loro mi priveranno dell'unico bene, dell'unico conforto che mi restava:
vederla almeno da lontano la mia figliuola!
Si metterà a piangere.
IL PREFETTO Ma chi glielo dice?
Lei non ha bisogno di partirsene!
La invitiamo a ritirarsi ora per un
momento. Stia tranquilla!
SIGNORA FROLA Ma io sono in
pensiero per lui! per lui, signor Prefetto! sono venuta qua a pregare tutti per
lui; non per me!
IL PREFETTO Sì, va bene! E lei
può star tranquilla anche per lui, gliel'assicuro io. Vedrà che ora si accomoderà ogni cosa.
SIGNORA FROLA E come? Li vedo
qua tutti accaniti addosso a lui!
IL PREFETTO No, signora! Non è
vero! Ci sono qua io per lui! Stia tranquilla!
SIGNORA FROLA Ah! Grazie! Vuol
dire che lei ha compreso...
IL PREFETTO Sì, sì, signora, io
ho compreso.
SIGNORA FROLA L'ho ripetuto
tante volte a tutti questi signori: è una disgrazia già superata, su cui non
bisogna più ritornare.
IL PREFETTO Sì, va bene,
signora... Se le dico che io ho compreso!
SIGNORA FROLA Siamo contente di
vivere così; la mia figliuola è contenta. Dunque... - Ci pensi lei, ci pensi
lei... perché, se no, non mi resta altro che andarmene, proprio! e non vederla
più, neanche così da lontano... Lo lascino in pace, per carità!
A questo punto, tra la ressa si farà un movimento; tutti faranno cenni;
alcuni guarderanno verso l'uscio; qualche voce repressa si farà sentire.
VOCI Oh Dio... Eccola, eccola!
SIGNORA FROLA (notando lo
sgomento, lo scompiglio, gemerà perplessa, tremante) Che cos'è? Che cos'è?
SCENA NONA
DETTI, la SIGNORA PONZA, poi il SIGNOR PONZA.
Tutti si scosteranno da una parte e dall'altra per dar passo alla signora
Ponza che si farà avanti rigida, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto
velo nero, impenetrabile.
SIGNORA FROLA (cacciando un grido straziante di frenetica gioja )
Ah ! Lina... Lina... Lina...
E si precipiterà e s'avvinghierà alla donna velata, con l'arsura d'una madre
che da anni e anni non abbraccia più la sua figliuola.
Ma contemporaneamente,
dall'interno, si udranno le grida del signor Ponza che subito dopo si
precipiterà sulla scena.
PONZA Giulia !... Giulia !... Giulia!...
La signora Ponza, alle grida di lui, s'irrigidirà tra le braccia della
signora Frola che la cingono.
Il signor Ponza, sopravvenendo,
s'accorgerà subito della suocera così perdutamente abbracciata alla moglie e
inveirà furente:
PONZA Ah! L'avevo detto io i sono approfittati così, vigliaccamente,
della mia buona fede?
SIGNORA PONZA (volgendo il capo velato, quasi con austera solennità)
Non temete! non temete! Andate via.
PONZA (piano, amorevolmente,
alla signora Frola ) Andiamo, sì, andiamo...
SIGNORA FROLA (che si sarà
staccata da sé, tutta tremante, umile, dall'abbraccio, farà eco subito,
premurosa, a lui) Sì, sì... andiamo, caro, andiamo...
E tutti e due abbracciati,
carezzandosi a vicenda, tra due diversi pianti, si ritireranno bisbigliandosi
tra loro parole affettuose.
Silenzio.
Dopo aver seguito con gli occhi
fino all'ultimo i due, tutti si rivolgeranno, ora, sbigottiti e commossi alla
signora velata.
SIGNORA PONZA (dopo averli
guardati attraverso il velo dirà con solennità cupa) Che altro possono
volere da me, dopo questo, lor signori?
Qui c'è una sventura, come vedono, che
deve restar nascosta, perché solo così può valere il rimedio che la pietà le ha
prestato.
IL PREFETTO (commosso)
Ma noi vogliamo rispettare la pietà, signora. Vorremmo però che lei ci dicesse -
SIGNORA PONZA
(con un parlare lento e
spiccato) - che cosa? la
verità? è solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola -
TUTTI (con un sospiro di soddisfazione) - ah !
SIGNORA PONZA
- .....e la seconda moglie del signor Ponza -
TUTTI (stupiti e delusi, sommessamente) - oh! E come?
SIGNORA PONZA
- .... sì; e per me nessuna! nessuna!
IL PREFETTO Ah, no, per sé,
lei, signora: sarà l'una o l'altra!
SIGNORA PONZA Nossignori. Per
me, io sono colei che mi si crede.
Guarderà attraverso il velo, tutti, per un istante; e si ritirerà. In
silenzio.
LAUDISI Ed ecco, o signori, come parla la verità
Volgerà attorno uno sguardo di sfida derisoria: Siete contenti?
scoppierà a ridere: Ah! ah! ah! ah
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COSI
É (SE VI PARE) - ATTO PRIMO |
 
PERSONAGGI
Lamberto Laudisi
La Signora Frola
Il Signor Ponza, suo genero
La Signora Ponza
Il Consigliere Agazzi
La Signora Amalia,
sua moglie e sorella di Lamberto Laudisi
Dina, loro figlia
La Signora Sirelli
Il Signor Sirelli
Il Signor Prefetto
Il Commissario Centuri
La Signora Cini
La Signora Nenni
Un cameriere di casa Agazzi
Altri Signori e Signore
In un capoluogo di provincia. Oggi.
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1990 - Così è (se vi pare) - Valeria Moriconi |
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Salotto in casa del Consigliere Agazzi. Uscio comune in fondo; usci laterali
a destra e a sinistra.
Scena prima
La Signora Amalia, Dina, Laudisi
Al levarsi della tela Lamberto Laudisi passeggia concitatamente per il
salotto.
Svelto, elegante senza ricercatezza, sui quaranta, indossa una giacca viola con
risvolti e alamari neri; spirito arguto, s'irrita facilmente; ma poi ride e
lascia fare e dire, compiacendosi dello spettacolo della sciocchezza altrui.
Laudisi:
Ah, dunque è andato dal Prefetto?
Amalia: (sui quarantacinque, capelli grigi; ostenta una certa importanza, per il posto
del marito, ma lasciando intendere che, se stesse in lei, rappresenterebbe la
sua parte e si comporterebbe forse altrimenti). Oh Dio, Lamberto, ma si tratta
infine di un suo subalterno!
Laudisi:
Ma suo subalterno, scusa, alla Prefettura, non a casa!
Dina: (diciannove anni; una cert'aria di capir tutto meglio della mamma e anche del
babbo, ma attenuata, quest'aria, da una vivace grazia giovanile) È venuto ad
allogarci la suocera qua accanto, sullo stesso pianerottolo!
Laudisi:
E non era forse padrone? C'era un quartierino sfitto, e l'ha affittato per la
suocera. Che ha forse l'obbligo una suocera di venire a ossequiare in casa la
moglie e la figliuola d'un superiore di suo genero?
Amalia:
Ma no, chi dice obbligo? Siamo andate noi, io e Dina, per le prime da questa
signora, e non siamo state ricevute - capisci?
Laudisi:
E che cosa è andato a fare adesso tuo marito dal Prefetto? A imporre d'autorità
un atto di cortesia?
Amalia:
Un atto di giusta riparazione! Perché non si lasciano due signore, così, davanti
alla porta.
Laudisi:
Soperchierie, soperchierie, prepotenze! O che non è dunque più permesso alla
gente di starsene per casa sua?
Amalia:
Eh, se tu non vuoi tener conto che l'atto di cortesia volevamo farlo noi per le
prime a una forestiera!
Dina:
Via, zietto, calmati, via... Come sei terribile! Sarà pure la curiosità... Ma
scusa, non ti sembra naturale?
Laudisi:
Naturale, un corno! Non avete nulla da fare!
Dina:
Ma no, guarda: metti che tu stia qua, scusa, zietto, senza la minima voglia di
badare a ciò che fanno gli altri attorno a te. - Bene. - Vengo io. E qua,
proprio su questo tavolinetto che ti sta davanti, ti colloco, con la massima
serietà... - anzi no, con la faccia di quel signore lì, patibolare - che so,
mettiamo; un pajo di scarpe della cuoca.
Laudisi:
Ma che c'entra?
Dina:
Aspetta... che posso dire? Un ferro da stiro... che so, il mestolo... il tuo
pennello della barba... Posso far colpa a te della curiosità che con tutte
queste stramberie son venuta io stessa a suscitarti?
Laudisi:
Carina! - Hai ingegno tu; ma parli con me, sai? Tu vieni a posarmi qua sul
tavolino le cose più strambe e disparate, appunto per suscitar la mia curiosità; e certo - poiché l'hai fatto apposta - non puoi farmi colpa se ti domando: - «Ma
perché, cara, le scarpe della cuoca qui sopra?» - Dovresti ora dimostrarmi che
questo signor Ponza - villano e mascalzone, come lo chiama tuo padre - sia
venuto ad allogarci, ugualmente apposta, qua accanto, la suocera!
Dina:
Non l'avrà fatto apposta, va bene! Ma non puoi negare che questo signore è
venuto a stabilire in paese, sotto gli occhi di tutti, un cumulo di cose
talmente strambe da suscitar la curiosità naturalissima di tutta la gente. -
Scusami. - Arriva. - Prende a pigione un quartierino all'ultimo piano di quel casone tetro, là, all'uscita del paese, su gli orti...- L'hai veduto? Dico, di
dentro?
Laudisi:
Sei forse andata a vederlo, tu?
Dina:
Sì zietto! Con la mamma. E mica noi sole, sai? Tutti sono andati a vederlo. -
C'è un cortile interno, così bujo che pare un incubo, con una ringhiera di ferro
in alto in alto, lungo il ballatojo dell'ultimo piano; da cui pendono coi
cordini tanti panieri....
Laudisi:
E con questo?
Dina: (con meraviglia e indignazione) Ha relegato la moglie lassù!
Amalia:
E la suocera qua, accanto a noi!
Laudisi:
In un bel quartierino, la suocera, in mezzo alla città!
Amalia:
Grazie! E la costringe ad abitar divisa dalla figlia?
Laudisi:
Chi ve l'ha detto? E non può esser lei, invece, per avere maggior libertà?
Dina:
No, no! che, zietto! Si sa che è lui!
Amalia:
Ma scusa, si capisce che una figliuola, sposando, lasci la casa della madre e
vada a convivere col marito, anche in un'altra città. Ma che una povera madre,
non sapendo resistere a viver lontana dalla figliuola, la segua, e nella città
dove anche lei è forestiera, sia costretta a viverne divisa, via ammetterai che
questo no, non si capisce più facilmente!
Laudisi:
Già! Che fantasie da tartarughe! Ci vuol tanto a immaginare che, o per colpa di
lei, o per colpa di lui, ci sia tale incompatibilità di carattere, per cui,
anche in queste condizioni. . .
Dina:
(interrompendo, meravigliata) Come, zietto? Tra madre e figlia?
Laudisi:
Perché tra madre e figlia?
Amalia:
Ma perché tra loro due, no! non sono sempre insieme, lui e lei!
Dina:
Suocera e genero! È ben questo lo stupore di tutti !
Amalia:
Viene qua ogni sera, lui, a tener compagnia alla suocera.
Dina:
Anche di giorno, viene, una o due volte.
Laudisi:
Sospettate forse che facciano all'amore, suocera e genero?
Dina:
No, roba da ridere! È una povera vecchietta, lei!
Amalia:
Ma non le porta mai la figlia! non porta mai con sé, mai, mai, la moglie a
vedere la madre.
Laudisi:
Sarà malata quella poverina... non potrà uscire di casa...
Dina:
Ma che! Ci va lei, la madre...
Amalia:
Ci va... sì! Per vederla da lontano! Si sa di causa e scienza che a questa
povera madre è proibito di salire in casa della figliuola!
Dina:
Può parlarle solo dal cortile!
Amalia:
Dal cortile, capisci!
Dina:
Alla figliuola che s'affaccia dal ballatojo lassù, come dal cielo! Questa
poveretta entra nel cortile; tira il cordino del paniere; suona il campanello
lassù; la figliuola s'affaccia, e lei le parla di giù, da quel pozzo, tenendo la
testa... così! Figurati!
Si sente picchiare all'uscio e si presenta il cameriere.
Cameriere:
Permesso, signora?
Amalia:
Chi è?
Cameriere:
I signori Sirelli con un'altra signora.
Amalia:
Ah, fa' passare,
Il cameriere s'inchina e via.
Scena seconda
I coniugi Sirelli, la Signora Cini, Detti
Amalia: (alla signora Sirelli) Cara signora!
Signora Sirelli: (grassoccia, rubizza, ancora giovine, piacente, parata con sovraccarica eleganza
provinciale, ardente d'irrequieta curiosità, aspra contro il marito) Mi sono
permessa di portarle la mia buona amica, signora Cini, che aveva tanto desiderio
di conoscerla.
Amalia:
Piacere, signora. - S'accomodino. Fa le presentazioni:
Questa è la mia figliuola Dina. - Mio fratello Lamberto Laudisi
Sirelli: (calvo, sui quaranta, grasso, ma con pretese d'eleganza, salutando) Signora,
Signorina.
Stringe la mano a Laudisi.
Signora Sirelli:
Ah, signora mia, noi veniamo qua come alla fonte. Siamo due povere assetate di
notizie.
Amalia:
E notizie di che, signore mie?
Signora Sirelli:
Ma di questo benedetto nuovo segretario della Prefettura. Non si parla d'altro
in paese, creda, signora mia!
Signora Cini: (vecchia goffa, piena di cupida malizia dissimulata con arie d'ingenuità) Una
curiosità abbiamo tutte!
Amalia:
Ma non ne sappiamo nulla più degli altri, noi, creda, signora!
Sirelli:
(alla moglie) Te l'ho detto? Ne sanno quanto me! Ne sanno forse meno di me! - la
ragione per cui questa povera madre non può andare a vedere in casa la
figliuola, per esempio, la sanno loro, qual è veramente?
Amalia:
Ne stavo parlando appunto con mio fratello...
Laudisi:
Mi sembrate impazziti tutti quanti!
Dina:
Perché il genero, dicono, glielo proibisce.
Signora Cini:
Non basta, signorina!
Signora Sirelli:
Non basta ! Fa di più !
Sirelli:
Notizia fresca appurata or ora:. - La tiene chiusa a chiave!
Amalia:
La suocera?
Sirelli:
No, signora: la moglie!
Signora Sirelli:
La moglie! la moglie!
Signora Cini:
A chiave!
Dina:
Capisci, zietto? Tu che vuoi scusare...
Sirelli: (stupito) Come? Tu vorresti scusare quell'uomo?
Laudisi:
Ma non voglio scusare nient'affatto! Dico che la vostra curiosità (chiedo
perdono alle signore) è insoffribile, non foss'altro, perché inutile.
Sirelli:
Come, scusa?
Laudisi:
Inutile! - Inutile, signore mie!
Signora Cini:
Che si voglia venire a sapere?
Laudisi:
Che cosa, scusi? Che possiamo noi realmente sapere degli altri? chi sono... come
sono... ciò che fanno... perché lo fanno...
Signora Sirelli:
E perché no? Chiedendo notizie, informazioni...
Laudisi:
Ma se c'è una che, per questa via, dovrebbe essere a giorno d'ogni cosa;
quest'una, scusi, dovrebbe proprio esser lei, signora, con un marito come il
suo, così informato sempre di tutto!
Sirelli: (cercando d'interrompere) Scusa, scusa...
Signora Sirelli:
Ah no, caro, senti: questa è la verità!
rivolgendosi alla signora Amalia:
La verità, signora mia: con mio marito che dice sempre di saper tutto, io non
riesco a sapere mai niente.
Sirelli:
Sfido! Non si contenta mai di quello che le dico! Dubita sempre che una cosa non
sia come io gliel'ho detta. Sostiene anzi che, come gliel'ho detta io, non può
essere. Arriva finanche a supporre di proposito il contrario!
SIgnora Sirelli:
Ma abbi pazienza, se vieni a riferirmi certe cose...
Laudisi: (ride forte) Ah ah ah... Permettete, signora? Rispondo io a suo marito. Come
vuoi, caro, che tua moglie si contenti delle cose che tu le dici, se tu -
naturalmente - gliele dici come sono per te?
Signora Sirelli:
Come assolutamente non possono essere!
Laudisi:
Ah, no, signora, perdono: qui ha torto lei! Per suo marito, stia sicura, le cose
sono come lui gliele dice.
Sirelli:
Ma come sono in realtà! come sono in realtà!
Signora Sirelli:
Nient'affatto! Tu t'inganni continuamente!
Sirelli:
T'inganni tu, ti prego di credere! Non m'inganno io!
Laudisi:
Ma no, signori miei! Non v'ingannate nessuno dei due. Permettete? Ve lo
dimostro. - Tutt'e due, qua, vedete me. - Mi vedete, è vero?
Sirelli:
Eh sfido!
Laudisi:
No no. Vieni qua, vieni qua...
Sirelli: (gli s'appressa, sorridente, come per prestarsi a uno scherzo) Perché?
Laudisi:
Vedimi meglio. Toccami. Così, bravo. - Tu sei sicuro di toccarmi come mi vedi, è
vero?
Sirelli:
Direi...
Laudisi:
Non puoi dubitare di te, sfido! - Ora, scusi, venga qua lei, signora... No no,
ecco, vengo io da lei...
Le si fa davanti, si piega su un ginocchio:
Mi vede, è vero? Alzi una manina; mi tocchi... - Cara manina!
Sirelli:
Ohè... ohè...
Laudisi:
Non gli dia retta! - È sicura anche lei di toccarmi come mi vede? Non può
dubitare di lei. - Ma per carità, non dica a suo marito, né a mia sorella, né a
mia nipote, né alla signora qua, come mi vede, perché tutt'e quattro altrimenti
le diranno che lei s'inganna. Mentre lei non s'inganna affatto! Perché io sono
realmente come mi vede lei! Ma ciò no toglie che io sia anche realmente come
mi vede suo marito, mia sorella, mia nipote e la signora qua, che anche loro non
si ingannano affatto!
Signora Sirelli:
E come, dunque, lei cambia dall'uno all'altro?
Laudisi:
Ma sicuro che cambio, signora mia! E lei no, forse? Non cambia?
Signora Sirelli: (precipitosamente) Ah no no no no no. Le assicuro che per me io non cambio
affatto!
Laudisi:
E neanch'io per me, creda! E dico che voi tutti v'ingannate se non mi vedete
come mi vedo io! Ma ciò non toglie che non sia una bella presunzione tanto la
mia che la sua, cara signora.
Sirelli:
Ma che ci ha da vedere tutto questo, scusa?
Laudisi:
Come no? Vi vedo così affannati a cercar di sapere chi sono gli altri e le cose
come sono, quasi che gli altri e le cose per se stessi fossero così o così...
Signora Sirelli:
Ma secondo lei allora non si potrà mai sapere la verità?
Signora Cini:
Se non dobbiamo più credere neppure a ciò che si vede e si tocca!
Laudisi:
Ma sì, ci creda, signora! Perciò le dico: rispetti ciò che vedono e toccano gli
altri, anche se sia il contrario!
Signora Sirelli:
Oh, senta! io le volto le spalle e non parlo più con lei! Non voglio impazzire!
Laudisi:
No, no: basta! Seguitate, seguitate a parlare della Signora Frola e del signor
Ponza suo genero - non v'interrompo più.
Amalia:
Ah, Dio sia ringraziato! E faresti meglio, caro Lamberto, se te ne andassi di
là!
Dina:
Di là; di là, zietto... sì, sì...
Laudisi:
Perché? No. Mi diverto a sentirvi parlare. Starò zitto, non dubitate. Al più -
se permettete - farò qualche risata.
Signora Sirelli:
E dire che noi eravamo venute per sapere... Ma scusi: suo marito, signora, non
è un superiore di questo signor Ponza?
Amalia:
Altro è l'ufficio, altro la casa, signora.
Signora Sirelli:
Capisco, già! - Ma loro non hanno neppure tentato di vedere la suocera qua
accanto?
Dina:
Altro che! Due volte, signora!
Signora Cini:
Ah dunque... dunque loro le hanno parlato?
Amalia:
Non siamo state ricevute, signora mia!
Sirelli, Signora Sirelli, Signora Cini:
Oh! oh! - Come! - Come mai!
Dina:
Anche questa mattina...
Amalia:
La prima volta restammo più d'un quarto d'ora dietro la porta. Nessuno venne ad
aprirci, e non si poté neppure lasciare un biglietto di visita... Siamo tornate
oggi...
Dina: (Con un gesto colle mani che esprime spavento) È venuto ad aprirci lui!
Signora Sirelli:
È la faccia... già! La faccia di quest'uomo che sconcerta tutto il paese! E poi,
così, vestito di nero... Sono tutti e tre vestiti di nero, anche la signora, è
vero? la figlia?
Sirelli: (con fastidio) Ma se la figlia non l'ha mai veduta nessuno! Te l'ho detto mille
volte! sarà vestita di nero anche lei... - Sono d'un paesello della Marsica - lo
sanno questo?
Amalia:
Sì; distrutto, pare, totalmente...
Sirelli:
Di pianta, raso al suolo, dal terremoto.
Dina:
Hanno perduto tutti i parenti, si dice...
Signora Cini:
(con ansia di riattaccare il discorso interrotto) Bene; dunque dunque... - ha
aperto lui?
Amalia:
Appena me lo sono veduto davanti, con quella faccia, non mi son più trovata in
gola la voce per dirgli che venivamo per una visita alla suocera. Niente, sa?
neanche un ringraziamento.
Dina:
No, per questo, fece un inchino...
Amalia:
Ma appena... così col capo.
Dina:
Gli occhi, piuttosto, devi dire! Quelli sono gli occhi d'una belva, non d'un
uomo.
Signora Cini:
E allora? Che ha detto allora?
Dina:
Tutto imbarazzato...
Amalia:
...tutto arruffato, ci ha detto che la suocera era indisposta... che ci
ringraziava dell'attenzione... e rimase lì su la soglia, in attesa che ci
ritirassimo...
Dina:
Che mortificazione!
Sirelli:
Un vero sgarbo! Ma può esser sicura che è lui, sa? Forse terrà sotto chiave
anche la suocera!
Signora Sirelli:
Ci vuol coraggio! Con una signora, moglie d'un suo superiore!
Amalia:
Ah, ma mio marito, sa, l'ha presa come una grave mancanza di riguardo ed è
andato a rinzelarsene fortemente col Prefetto, pretendendo una riparazione.
Dina:
Oh, giusto, eccolo qua, il babbo!
Scena terza
Il Consigliere Agazzi, Detti, cameriere.
Agazzi: (cinquant'anni, rosso di pelo, arruffato, con barba, occhiali d'oro, autoritario
e dispettoso) Oh, caro Sirelli...
S'appressa al canapè, s'inchina a stringe la mano alla signora Sirelli:
Signora...
Amalia: (presentandolo alla signora Cini) Mio marito - la Signora Cini.
Agazzi: (s'inchina, stringe la mano) Lietissimo...
Poi, rivolgendosi alla moglie e alla figlia:
Vi avverto che sarà qui a momenti la Signora Frola.
Signora Sirelli: (battendo le mani, esultante) Ah, verrà? verrà qui?
Sirelli:
(ad Agazzi, stringendogli la mano, compreso d'ammirazione) Bravo, caro! Hai
fatto bene a importi!
Agazzi:
Ma per forza, scusate! Potevo tollerare che fosse fatto uno sgarbo così patente
alla mia casa?
Sirelli:
Ma sì! Dicevamo questo appunto!
Signora Sirelli:
E sarebbe stato bene cogliere quest'occasione...
Agazzi: (prevenendo) Per far notare al Prefetto tutto ciò che si dice in paese sul
riguardo di questo signore? Eh, non dubiti: l'ho fatto!
Sirelli:
Ah, bene! bene!
Signora Cini:
Cose inesplicabili! veramente inconcepibili!
Amalia:
Selvagge addirittura! Ma sai che le tiene chiuse a chiave tutt'e due!
Dina:
No, mamma - per la suocera ancora non si sa!
Signora Sirelli:
Ma la moglie, è certo!
Sirelli:
E il Prefetto?
Agazzi:
Sì... Eh... ne è rimasto molto... molto impressionato...
Sirelli:
Ah, meno male!
Agazzi:
Erano arrivate anche a lui delle voci... Vede anche lui adesso l'opportunità di
chiarire questo mistero, di venire a sapere la verità...
Laudisi: (ride forte) Ah! ah! ah! ah!
Amalia:
Non ci manca proprio, adesso, che la tua risata.
Agazzi:
E perché ride?
Signora Sirelli:
Ma perché dice che non è possibile scoprire la verità!
Scena quarta
Cameriere, Detti poi la Signora Frola
Cameriere:
(presentandosi sulla soglia dell'uscio e annunziando) Permesso? La Signora Frola.
Sirelli:
Oh! Eccola qua.
Agazzi:
Vedremo adesso se non è possibile!
Signora Sirelli:
Benissimo! Ah, sono proprio contenta!
Amalia:
(alzandosi) La facciamo passare?
Agazzi:
No, ti prego, siedi. Aspetta che entri. Al cameriere:
Fa' passare
Il cameriere, via.
Entra poco dopo la Signora Frola e tutti si alzano.
La
Signora Frola è una vecchina linda, modesta, affabilissima, con una grande
tristezza negli occhi, ma costantemente smorzata dolce sorriso sulle labbra.
La
signora Amalia si fa avanti e le porge la mano.
Amalia:
Favorisca, signora
Tenendola per mano, fa le presentazioni:
La Signora Sirelli, mia buona amica. - La signora Cini. - Mio marito. - Il
signor Sirelli - La mia figliuola - Mio fratello Lamberto Laudisi. - S'accomodi,
signora.
Signora Frola:
Sono dolente e chiedo scusa d'aver mancato fino ad oggi al mio dovere. - Lei,
signora, con tanta degnazione mi ha onorata d'una visita, quando toccava a me di
venire per la prima.
Amalia:
Tra vicine, signora, non si sta attente a chi tocchi prima. Tanto più che lei,
stando qui, sola, forestiera, chi sa, poteva aver bisogno...
Signora Frola:
Grazie, grazie... troppo buona...
Signora Sirelli:
La signora è sola in paese?
Signora Frola:
No, ho una figlia maritata: venuta anche lei che è poco qui.
Sirelli:
Il genero della signora è il nuovo segretario della Prefettura - il signor
Ponza, è vero?
Signora Frola:
Appunto, sì. E il signor Consigliere vorrà scusarmi, spero, e scusare anche mio
genero...
Agazzi:
Per dirle la verità, signora, io mi sono avuto un po' a male -
Signora Frola: (interrompendo) - Ha ragione, ha ragione! Ma lei deve scusarlo! Siamo ancora tutti
così scombussolati, creda, dalla nostra disgrazia.
Amalia:
Ah, già... loro ebbero quel gran disastro...
Signora Sirelli:
Hanno perduto parenti?
Signora Frola:
Oh, tutti... - Tutti, signora mia. Del nostro paesello non è rimasto niente,
altro che mucchio di rovine...
Sirelli:
Già... s'è saputo....
Signora Frola:
Io non avevo più che una sorella, con una figliuola anche lei, ma nubile. Per il
mio povero genero la sciagura fu assai più grave. La madre, due fratelli, una
sorella, e poi cognato, cognate, due nipotini.
Sirelli:
Un'ecatombe!...
Signora Frola:
E sono sciagure per tutta la vita! Si resta come stordite!...
Amalia:
Oh certo!
Signora Sirelli:
Da un momento all'altro... C'è da impazzire!
Signora Frola:
Non si pensa più a nulla. Si manca senza volerlo, signor Consigliere.
Agazzi:
Oh basta - prego, signora...
Amalia:
Anche in considerazione di questa sciagura, io e la mia figliuola eravamo venute
per le prime.
Signora Sirelli:
(friggendo) Già... sapendo così sola la signora! - Benché... - mi perdoni,
signora, se oso domandarle come va che, avendo qua la figliuola, dopo una
sciagura come questa, che... mi sembra... dovrebbe far nascere nei superstiti il
bisogno di star tutti uniti -
Signora Frola:
Io me ne stia così sola, è vero?
Sirelli:
Già, ecco, pare strano, per essere sinceri.
Signora Frola:
Eh, lo capisco... Ma... sa, io son d'avviso che, quando un figliuolo o una
figliuola sposano, si debbano lasciare in libertà...
Laudisi:
Benissimo! Giustissimo! A farsi la loro vita, che dev'essere per forza un'altra,
nelle nuove relazioni con la moglie o col marito.
Signora Sirelli:
Ma non fino al punto, scusi Laudisi, da escludere dalla propria vita quella
della madre!
Laudisi:
Che c'entra escludere? Qui si tratta - se ho inteso bene - della madre che
comprende che la figliuola non può e non deve rimanere legata a lei come prima,
avendo ora un'altra vita per sé.
Signora Frola: (con viva riconoscenza) Ecco, sì... sì, grazie! È proprio così, signore!
Signora Cini:
Ma la sua figliuola, certamente, m'immagino, verrà, verrà qui spesso a tenerle
compagnia.
Signora Frola: (tra le spine) Già...sì...ci vediamo, certo...
Sirelli: (subito) Non esce mai di casa, però, la sua figliuola! Almeno, nessuno l'ha mai
veduta!
Signora Cini:
Avrà forse dei piccini, a cui badare...
Signora Frola: (subito) No, nessun figliuolo, ancora. E forse, ormai, non ne avrà più. Sono già
sette anni che è sposata. Ha da fare, in casa, certo...- Ma non è per questo...
Noi sa? - noi donne - siamo abituate, nei piccoli paesi, a star sempre in casa.
Agazzi:
Anche quando c'è la mamma da andare a vedere? la mamma che non sta più con noi?
Amalia:
Ma la signora andrà lei a vedere la figliuola!
Signora Frola: (subito) Ah, certo! Come no? Una o due volte al giorno ci vado...
Sirelli:
E sale, una, due volte al giorno, tutte quelle scale, fino all'ultimo piano di
quel casone?
Signora Frola: (smorendo, tentando ancora di volgere in riso il supplizio di
quest'interrogatorio) Eh... no... non salgo, veramente... Ha ragione, signore:
sarebbero troppe per me... Non salgo... La mia figliuola s'affaccia dalla parte
del cortile e... e ci vediamo, ci parliamo...
Signora Sirelli:
Cosi soltanto? Oh! Non la vede mai da vicino?
Dina:
Io figlia, non pretenderei che mia madre salisse per me ogni giorno novanta,
cento scalini; ma non potrei resistere, non potrei contentarmi di vederla, di
parlarle così, da lontano, dall'alto, senza abbracciarla, senza sentirmela
vicina...
Signora Frola: (vivamente turbata, imbarazzata) Ha ragione... Eh sì... ecco... bisogna che io
dica... Non vorrei che loro pensassero della mia figliuola ciò che non è; che
abbia per me poco affetto, poca considerazione... E anche di me che sono la
mamma... Novanta, cento scalini non possono essere impedimento a una madre, sia
pur vecchia e stanca, quando si tratti di stringersi al cuore la propria
figliuola?
Signora Sirelli: (trionfante) Ah, ecco! Lo dicevamo noi, signora! Ci dev'essere una ragione!
Amalia: (con intenzione) C'è, vedi, Lamberto? c'è una ragione!
Sirelli: (pronto) Suo genero, eh?
Signora Frola:
Oh, ma per carità, non pensino male di lui! È un così bravo giovine! Buono,
buono... Lor signori non possono immaginarsi quanto sia buono! Che affetto
tenero e delicato, pieno di premure, abbia per me! E non dico l'amore e le cure
che ha per la mia figliuola. Ah, credano, che non avrei potuto desiderare per
lei un marito migliore!
Signora Sirelli:
Ma... allora?...
Signora Cini:
Non sarà lui, allora, la ragione!
Agazzi:
Ma certo! Non mi sembra almeno possibile ch'egli proibisca alla moglie di andare
a trovar la madre, o alla madre di salire in casa per stare un po' insieme con
la figliuola!
Signora Frola:
Proibire, no! Chi ha detto proibire? Siamo noi, signor Consigliere, io e mia
figlia che ce ne asteniamo, spontaneamente, creda, per un riguardo a lui.
Agazzi:
E come, scusi, di che potrebbe offendersi lui? Non vedo...
Signora Frola:
Non offendersi, signor Consigliere... È un sentimento... - un sentimento,
signore mie, difficile forse a intendere.... Quando si sia inteso, però, non più
difficile - credano - a compatire, quantunque importi senza dubbio un sacrifizio
non lieve, tanto a me, quanto alla mia figliuola...
Agazzi:
Riconoscerà almeno che è strano, signora...
Sirelli:
Già... e tale da suscitare e da legittimare la curiosità.
Agazzi:
Ma anche, diciamo, qualche sospetto...
Signora Frola:
Contro di lui? No, per carità, non dica! Che sospetto, signor Consigliere?
Agazzi:
Nessuno! Non si turbi... Dico che si potrebbe sospettare...
Signora Frola:
No, no! E di che? Se il nostro accordo è perfetto! Siamo contente,
contentissime, tanto io, quanto la mia figliuola.
Signora Sirelli:
Ma è gelosia forse?
Signora Frola:
Per la madre? Gelosia? Non credo che si possa chiamare così... benché, non
saprei, veramente... Ecco: egli vuole tutto, tutto per sé, assolutamente, il
cuore della moglie, fino al punto che anche l'amore che la mia figliuola deve
avere per la sua mamma (e l'ammette, come no? altro!) ma vuole che mi arrivi
attraverso lui, per mezzo di lui, ecco!
Agazzi:
Oh! Ma scusi! Mi sembra una crudeltà bella e buona, codesta!
Signora Frola:
No, no... non crudeltà... non dica crudeltà, signor Consigliere! È un'altra
cosa, creda! Non riesco a esprimermi... - Natura, ecco... ma no... forse, una
specie di malattia, come dire? È una pienezza di amore - chiusa - ecco! una
totalità esclusiva d'amore, nella quale la moglie deve vivere, senza mai
uscirne, e nella quale nessun altro deve entrare!
Dina:
Neppure la madre?
Sirelli:
Un bell'egoismo, direi!
Signora Frola:
Forse. Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe forse il mio, a voler forzare questo mondo chiuso
d'amore, a volermici per forza introdurre, quando so che la mia figliuola è
felice; così adorata... Questo a una madre, signore mie, deve bastare, non è
vero? Del resto, se io la vedo la mia figliuola e le parlo... con graziosa mossa confidenziale:
Il panierino che vado a tirare là nel cortile, porta su e giù, sempre, due
paroline di lettera, con le notizie della giornata... - Mi basta questo. - E
ormai, già mi sono abituata... Rassegnata, là... se vogliono... Non ne soffro
più.
Amalia:
Eh... dopo tutto... se son contente loro...
Signora Frola:
(alzandosi) Oh, sì! gliel'ho detto... Perché è tanto buono - credano! Come non
potrebbe essere di più! - Abbiamo ognuno le nostre debolezze, è vero? e bisogna
che ce le compatiamo a vicenda.
Saluta la signora Amalia:
Signora...
Saluta le signore Sirelli e Cini, poi Dina; poi rivolgendosi al Consigliere Agazzi:
Mi avrà scusato...
Agazzi:
Oh, signora, che dice! Le siamo gratissimi della visita...
Signora Frola: (stringe la mano a Sirelli e a Laudisi, poi volgendosi alla signora Amalia) No
prego... stia, stia, signora...non s'incomodi...
Amalia:
Ma no, è mio dovere, signora.
La Signora Frola esce, accompagnata dalla signora Amalia, che rientra poco dopo.
Sirelli:
Ma che! ma che! Vi siete contentati della spiegazione?
Agazzi:
Ma che spiegazione? dove? Qua ci deve esser sotto chi sa che mistero!
Signora Sirelli:
E chi sa cosa deve soffrire quel povero cuore di madre!
Dina:
Ma anche la figliuola, Dio mio!
Signora Cini:
Le lagrime le tremavano nella voce !
Amalia:
Già! quando ha detto che altro che cento scalini salirebbe, pur di stringersi al
cuore la figliuola!
Laudisi:
Io per me ho notato soprattutto un impegno, uno studio di guardare da ogni
sospetto il genero!
Signora Sirelli:
Ma che! Dio mio, ma se non sapeva neanche come scusarlo!
Sirelli:
Ma che scusare! la violenza? la barbarie?
Scena quinta
Cameriere, Detti poi il Signor Ponza
Cameriere: (presentandosi sulla soglia) Signor Commendatore, c'è il signor Ponza che chiede
d'essere ricevuto.
Signora Sirelli:
Oh! Lui!
Sorpresa generale e movimento di curiosità ansiosa, anzi quasi di sbigottimento.
Agazzi:
Ha chiesto di me?
Cameriere:
D'esser ricevuto - ha detto soltanto così.
Signora Sirelli:
Per carità, lo riceva qua, Commendatore! Ho quasi paura; ma una grande
curiosità di vederlo davvicino, questo mostro!
Amalia:
Ma che vorrà?
Agazzi:
Sentiremo.
Al cameriere:
Fallo passare.
Il cameriere s'inchina, e via.
Entra poco dopo il signor Ponza.
Tozzo, bruno,
dall'aspetto quasi truce, tutto vestito di nero, capelli neri, fitti, fronte
bassa, grossi mustacchi neri da questurino; stringe continuamente le pugna e
parla con sforzo, anzi con violenza a stento contenuta.
Di tratto in tratto si
asciuga il sudore con un fazzoletto listato di nero.
Gli occhi, parlando, gli
restano costantemente duri, fissi, tetri.
Agazzi:
Venga, venga avanti, signor Ponza!
Presentandolo:
Il segretario signor Ponza: la mia signora - la signora Sirelli - la signora
Cini - la mia figliuola - il signor Sirelli - Laudisi, mio cognato. -
S'accomodi.
Ponza:
Grazie. Un momento solo, e tolgo l'incomodo.
Agazzi:
Vuol parlare da solo con me?
Ponza:
Posso... posso anche davanti a tutti... - Anzi... - È... è una dichiarazione
doverosa, da parte mia...
Agazzi:
Oh, ma se è per la visita della sua signora suocera, può farne a meno, sa?
Perché...
Ponza:
Non è per questo, signor Commendatore. Tengo anzi a dichiarare che la Signora Frola, mia suocera, sarebbe venuta senza dubbio prima che la sua signora e la
signorina avessero la bontà di degnarla d'una loro visita, se io non avessi
fatto di tutto per impedirglielo, non potendo assolutamente tollerare che ella
faccia visite o ne riceva.
Agazzi: (con fiero risentimento) Ma perché, scusi?
Ponza: (alterandosi sempre più, non ostante gli sforzi per contenersi)
Mia suocera avrà
parlato a lor signori della sua figliuola, è vero? Avrà detto loro che io le
proibisco di vederla, di salire in casa mia?
Amalia:
Ma no, creda! La signora è stata piena di riguardo e di bontà per lei!
Dina:
Non ha detto di lei altro che bene!
Agazzi:
E che s'astiene lei, di salire in casa dalla figliuola, per un riguardo a un suo
sentimento, che noi francamente le diciamo di non comprendere...
Signora Sirelli:
Anzi, se dovessimo dire proprio ciò che ne pensiamo...
Agazzi:
Ma sì, ci è parsa una crudeltà, ecco! una vera crudeltà!
Ponza:
Sono qua appunto per chiarir questo, signor Commendatore. La condizione di
questa donna è pietosissima. Ma non meno pietosa è la mia, anche per il fatto
che mi obbliga a scusarmi... a far qui davanti a loro una dichiarazione, che
soltanto...soltanto una violenza come questa poteva costringermi a fare.
Si ferma un momento a guardare tutti, poi dice lento e staccato:
La signora Frola è pazza.
Tutti:
Pazza?
Ponza:
Da quattro anni.
Signora Sirelli:
Oh Dio, ma non pare affatto!
Agazzi:
Come, pazza?
Ponza:
Non pare, ma è pazza. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che io non
voglia farle vedere la figliuola.
Con orgasmo d'atroce e quasi feroce commozione:
Quale figliuola, in nome di Dio, se è morta da quattro anni la sua figliuola?
Tutti:
(trasecolati) Morta? - Oh!... - Come? - Morta?
Ponza:
Da quattro anni. È impazzita proprio per questo.
Sirelli:
Ma dunque, quella che lei ha con sé...
Ponza:
L'ho sposata da due anni. È la mia seconda moglie.
Amalia:
E la signora crede che sia ancora la sua figliuola?
Ponza:
È stata, se così può dirsi, la sua fortuna. Quando, dalla finestra della stanza
dove la tenevano custodita, mi vide passare per via, la prima volta, con questa
mia seconda moglie, si mise improvvisamente a ridere, a piangere, a tremar tutta
di felicità: volle rivedere la sua figliuola, viva, in questa mia seconda
moglie, e scampò dallo stato di tetra disperazione in cui era prima caduta in
quest'altra forma di pazzia, lucida, che consiste appunto nel credere che non è
vero che la sua figliuola è morta, ma che sono io che voglio tenermela tutta per
me e non voglio più fargliela vedere. Si rianimò tutta; si calmò d'un tratto; è
quasi come guarita... - tanto che - lor signori l'hanno veduta, l'hanno sentita
parlare - non sembra affatto.
Amalia:
Affatto! Affatto!
Signora Sirelli:
Dice che è contenta così...
Ponza:
Lo dice a tutti. E è per me, veramente, piena di affetto e gratitudine... Perché
credano che io faccio di tutto per assecondare, anche a costo di gravi sacrifizii, questa pietosa follìa.... Mi tocca tener due case; obbligo mia
moglie, che per fortuna si presta caritatevolmente, a secondare anche lei la
follia.... S'affaccia alla finestra, le parla, le scrive... - Ma, carità, ecco,
dovere... fino a un certo punto, signori! Non posso costringere mia moglie a
convivere con lei... Intanto è come in carcere, quella disgraziata, chiusa a
chiave, per paura che ella le entri in casa. È tranquilla, sì, e così mite,
d'indole... - ma, capiranno... farebbero raccapriccio a mia moglie le carezze...
sarebbero anche uno strazio...
Amalia:
Ah, certo... povera signora, immaginiamoci!
Signora Sirelli:
È dunque lei, la signora, che vuol essere chiusa a chiave...?
Ponza:
Signor Commendatore, intenderà che io non potevo permettere, se non forzato,
questa visita.
Agazzi:
Ah, intendo ora perfettamente, e mi spiego tutto!
Ponza:
Chi ha una sventura come questa, deve starsene appartato. Costretto a far venire
qua mia suocera, era mio obbligo fare innanzi a loro questa dichiarazione, non
potendo, da pubblico funzionario, per rispetto al posto che occupo, permettere
che si creda di me, in paese, una cosa così disumana: che io, cioè, per gelosia
o per altro, impedisca a una povera madre di veder la propria figliuola.
Si alza: Chiedo scusa alle signore d'averle involontariamente turbate...
S'inchina:
Signor Commendatore!
S'inchina.
Davanti a Laudisi e Sirelli chinando il capo:
Signori...
S'inchina e via per l'uscio comune.
Amalia: (sbalordita) Uh... è pazza, dunque !
Signora Sirelli:
Povera signora! Pazza...
Dina:
Ecco la ragione, dunque... Non poteva spiegarsi altrimenti!
Signora Cini:
Ma chi l'avrebbe mai pensato!
Agazzi:
Eppure... eh! dal modo come parlava...
Laudisi:
Tu avevi già capito?
Agazzi:
No... ma, certo che... non sapeva lei stessa come dire...
Signora Sirelli:
Sfido, poverina... non ragiona!
Sirelli:
Però, scusate... è strano, per una pazza... - (non ragionava, certo!) - Ma
questo cercar di farsi una ragione per cui il genero le impedisce di veder la
figliuola... scusarlo... adattarsi a queste scuse trovate da lei stessa...
Agazzi:
Già, ma è appunto questa la prova che è pazza! In questo scusare il genero...
che poi non lo scusava affatto...
Amalia:
Sì! diceva e non diceva...
Agazzi:
Precisamente! Se non fosse pazza, scusa, potrebbe accettar quelle scuse, queste
condizioni di non veder la figliuola se non da una finestra?
Sirelli:
E da pazza le accetta? Vi si rassegna? Eh...mi sembra strano...
A Laudisi:
Tu che ne dici?
Laudisi:
Io? Niente!
Scena sesta
Cameriere, Detti, poi la Signora Frola
Cameriere:
(picchiando all'uscio e presentandosi sulla soglia, turbato) Permesso? C'è di
nuovo la Signora Frola.
Amalia: (con sgomento) Oh Dio, e adesso... se non possiamo più levarcela d'addosso?...
Signora Sirelli:
Eh, capisco... a saperla pazza!
Signora Cini:
Dio, Dio... Chi sa che verrà a dire ora?
Sirelli:
Io sarei curioso di sentirla ancora...
Dina:
Ma sì, mamma... Non c'è da aver paura... è così tranquilla...
Agazzi:
Bisognerà riceverla, certo. Sentiamo che cosa vuole. Nel caso, si provvederà...
Al cameriere:
Fa' passare
Il cameriere si ritira.
Amalia:
Ma ajutatemi per carità... Io non so più come parlarle adesso...
Entra la Signora Frola.
La signora Amalia si alza e le viene incontro; gli altri
la guardano sgomenti.
Signora Frola:
Permesso?
Amalia:
Venga, venga avanti, signora... Sono qua ancora le mie stesse amiche...
Signora Frola: (con mestissima affabilità, sorridendo) Che mi guardano... e anche lei, mia
buona signora, come una povera pazza, è vero?
Amalia:
No, signora - che dice?
Signora Frola:
Abbiano pazienza un momento (con profondo rammarico) Ah, meglio lo sgarbo,
signora, di lasciarla dietro la porta, come feci la prima volta! Non avrei mai
supposto che lei dovesse ritornare e costringermi a questa visita, di cui
purtroppo avevo previsto le conseguenze!
Amalia:
Ma no - perché?
Dina:
Quali conseguenze, signora?
Signora Frola:
Non è uscito di qua or ora mio genero?
Agazzi:
Ah, sì... - Ma è venuto... è venuto, signora, per parlare a me di... certe cose
d'ufficio...
Signora Frola: (ferita, costernata) Eh... codesta pietosa bugia che ella mi dice per
tranquillarmi...
Agazzi:
No no, signora, stia sicura... le dico la verità...
Signora Frola: (ferita, costernata) Era calmo, almeno? Ha parlato calmo ?
Agazzi:
Ma sì, calmo, calmissimo - è vero?
Tutti annuiscono, confermano.
Signora Frola:
Oh Dio, signori, loro credono di rassicurare me, mentre vorrei io, al contrario,
rassicurar loro sul conto di lui!
Signora Sirelli:
E su che cosa, signora? Ma no, creda...
Agazzi:
Se ha parlato con me di cose d'ufficio...
Signora Frola:
Ma io vedo come mi guardano... Abbiano pazienza! Non si tratta di me! Dal modo
come mi guardano, m'accorgo ch'egli è venuto qua a dar prova di ciò che io per
tutto l'oro del mondo non avrei mai rivelato! Mi sono tutti testimonii che
poc'anzi io qua, alle loro domande che - credano - sono state per me molto
crudeli, non ho saputo come rispondere... ho dato loro di questo nostro modo di
vivere una spiegazione che non può soddisfare nessuno, lo so! Ma potevo dirne
loro la vera ragione? O potevo dir loro - come va dicendo lui - che la mia
figliuola è morta da quattr'anni e che io sono una povera pazza che la crede
ancora viva e che lui non me la vuol far vedere?
Agazzi: (stordito dal profondo accento di sincerità con cui la signora Frola ha parlato)
Ah... ma come? La sua figliuola?
Signora Frola: (subito, con ansia costernata) Vedono che è vero? Perché vogliono negarlo? Ha
detto loro così, è vero?
Sirelli:
(esitando, ma studiandola) Sì... difatti... ha detto...
Signora Frola:
Ma lo so! E so quale turbamento gli cagiona il vedersi costretto a dir questo di
me! È una disgrazia, signor Consigliere, che con tanti stenti, attraverso
tanti palpiti e tanti dolori, s'è potuta superare - ma così, a patto di vivere
come viviamo... Purtroppo, capisco, deve dar nell'occhio alla gente, provocare
scandalo, sospetti... Ma d'altra parte, se lui è un ottimo impiegato, zelante,
scrupoloso... Lei lo avrà già sperimentato, certo...
Agazzi:
No... per dir la verità, ancora...
Signora Frola:
Per carità non creda alle apparenze! - È ottimo - lo hanno dichiarato tutti i
suoi superiori! E perché si deve allora tormentarlo con questa indagine della
sua vita familiare, della sua disgrazia - ripeto - già superata e che - a
rivelarla - potrebbe comprometterlo nella carriera?
Agazzi:
Ma no, signora, non s'affigga così... Nessuno vuol tormentarlo... Che
compromissione?
Signora Frola:
Dio mio, come vuole che non m'affligga nel vederlo costretto a dare a tutti una
spiegazione... assurda, via, inverosimile... Possono loro credere sul serio che
la mia figliuola è morta? che io sia pazza? che questa che ha con sé è una
seconda moglie? - Ma è un bisogno, credano... è un bisogno per lui! - Gli s'è
potuto ridar la calma, la fiducia, solo a questo patto. Si eccita solo, si
sconvolge tutto, quando è costretto a parlarne, perché sente lui stesso la
violenza che fa, a dir certe cose - lo avranno veduto...
Agazzi:
Sì, difatti... difatti era eccitato...
Signora Sirelli:
O Dio, ma come?... ma allora - è lui?
Sirelli:
Ma sì, che dev'esser lui! Trionfante:
Signori, io ve l'ho detto!
Agazzi:
Ma via! Possibile?
Agitazione in tutti gli altri.
Signora Frola: (subito, giungendo le mani) No, per carità, signori! Che credono? È solo questo
tasto che non gli dev'esser toccato! Ma scusino, lascerei io forse la mia
figliuola così sola con lui, chiusa?... Ma poi la prova è lì, all'ufficio, dove
adempie a tutti i suoi doveri come meglio non si potrebbe!
Agazzi:
Ah, ma bisogna che lei ci spieghi, signora! Possibile che suo genero sia venuto
qua a inventarci tutta una storia?
Signora Frola:
Sissignore, sì, ecco, spiegherò loro tutto! Ma bisogna compatirlo, signor
Consigliere!
Agazzi:
Ma come? Non è vero niente che la sua figliuola è morta?
Signora Frola:
Oh no! Dio liberi!
Agazzi:
Ma allora il pazzo è lui!
Signora Frola:
No, no... guardi...
Sirelli:
Ma sì, perdio, dev'esser lui!
Signora Frola:
No, guardino... guardino... Non è neanche lui!... Mi lascino dire... Lo hanno
veduto - è così forte di complessione... violento... Sposando, fu preso da una
vera frenesia d'amore... Rischiò di distruggere, quasi, la mia figliuola, ch'era delicatina... Per consiglio dei medici e di tutti i parenti - anche dei suoi
(che ora poverini non ci sono più!) - gli si dovette sottrarre la moglie di
nascosto, per chiuderla in una casa di salute. E allora lui, già un po'
alterato, naturalmente, a causa di quel suo.... soverchio amore - non
trovandosela più in casa... - ah, signore mie... cadde in una disperazione
furiosa... credette davvero che la moglie fosse morta, non volle sentir più
niente, si volle vestir di nero; fece tante pazzie; e non ci fu verso di
smuoverlo più da quest'idea. Tanto che - quando, dopo appena un anno, la mia
figliuola, già rimessa, rifiorita, gli fu ripresentata - disse di no, che non
era più lei, no, no... la guardava... ma no, no... non era, non era più lei... Signore mie, uno strazio... le si accostava... pareva che la riconoscesse... e
poi di nuovo, no, no... E per fargliela riprendere, con l'ajuto degli amici, si
dovette simulare un secondo matrimonio...
Signora Sirelli: Ah, dice dunque per questo che...?
Signora Frola:
Sì; ma non ci crede più, certo, da un pezzo, neanche lui! Ha bisogno di darlo a
intendere agli altri; non può farne a meno! Per star sicuro, capiscono? Perché
forse, di tanto in tanto, gli balena ancora la paura che la mogliettina gli
possa essere di nuovo sottratta.
A bassa voce, sorridendo confidenzialmente:
Se la tiene chiusa a chiave, perciò - tutta per sé. Ma l'adora!... Sono sicura,
e la mia figliuola è contenta.
Si alza.
Me ne scappo, perché non vorrei che tornasse subito da me, se è così eccitato...
Sospira dolcemente, scotendo le mani giunte: Ci vuol pazienza... Quella poverina deve fingere di non esser lei, ma
un'altra... e io... eh! io - d'esser pazza, signore mie! Ma come si fa? Purché
stia tranquillo lui... Non s'incomodino, prego, so la via... Riverisco, signori,
riverisco...
Salutando e inchinandosi si ritira in fretta, per l'uscio comune.
Restano tutti,
sbalorditi, come basiti. Silenzio.
Laudisi: (facendosi in mezzo) Vi guardate tutti negli occhi? Eh! La verità?
Scoppia a ridere forte:
Ah! ah! ah! ah!. Tela
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COSI
É (SE VI PARE) - ATTO SECONDO |
 
Agazzi, Laudisi, Sirelli.
Studio in casa del Consigliere Agazzi.
Mobili antichi; vecchi quadri alle pareti; uscio in fondo, con tenda;
uscio laterale a sinistra, che dà nel salotto, anch'esso con tenda; a destra,
un ampio camino, su la cui mensola poggia un grande specchio;
su la scrivania, apparecchio telefonico; canapè, poltrone, seggiole, ecc.
Agazzi è in piedi presso la scrivania, col ricevitore dell'apparecchio
telefonico all'orecchio.
Laudisi e Sirelli, seduti, guardano verso di lui, in attesa.
Agazzi: Pronto!... - Sì... Parlo con Centuri?... Ebbene?... Sì, bravo...
Ascolta a lungo, poi: Ma come, scusi? è possibile?
Ascolta di nuovo a lungo, poi: Lo capisco, ma mettendocisi con un po'
d'impegno!...
Altra pausa lunga, poi: È proprio strano, scusi, che non si possa...
Pausa... Capisco, sì... capisco...
Pausa... Basta, veda un po'... A rivederla...
Posa il ricevitore, e viene avanti.
Sirelli: (ansioso) Ebbene?
Agazzi: Niente.
Sirelli: Non si trova niente?
Agazzi: Tutto disperso, tutto distrutto... Municipio... archivio... stato
civile...
Sirelli: Ma la testimonianza almeno di qualche superstite?...
Agazzi: Niente... Dice che non si ha notizia di superstiti, se pure ce ne
sono... Ricerche difficilissime!
Sirelli: Cosicché non ci resta che o da credere all'uno o da credere
all'altra - senza prove?
Agazzi: Purtroppo!
Laudisi: (alzandosi) Volete seguire il mio consiglio? Credete a
tutti e due!
Agazzi: Ma come! che dici?
Sirelli: Se una dice una cosa e l'altro ne dice un'altra!
Laudisi: E allora, non credete a nessuno dei due!
Sirelli: Tu vuoi scherzare. Mancano le prove, i dati di fatto; ma la
verità, perdio, sarà da una parte o dall'altra!
Laudisi: I dati di fatto... già! Che vorresti desumerne?
Agazzi: Ma scusa! Purtroppo non c'è più - ma c'era - se la signora Frola
è lei la pazza - c'era, doveva esserci, si potrà trovare domani l'atto di morte
della figliuola. Oppure, non c'è e non si potrà trovare perché non c'è stato mai
- e allora il pazzo è lui, il signor Ponza suo genero!
Sirelli: Potresti negar l'evidenza, se domani quest'atto ti venisse
presentato?
Laudisi: Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Siete voi che avete
bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o per negare! Io non so
che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell'animo di quei
due, in cui non posso entrare, se non per quel tanto che essi me ne dicono.
Sirelli: Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? - O
pazza lei, o pazzo lui - di qui non si scappa! Quale dei due?
Agazzi: È qui la questione!
Laudisi: Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui,
il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé,
ma anche per lui. Se mai, lui - dice - fu un po' alterato di mente per
soverchio amore. Ma ora, sano, sanissimo...
Sirelli: Ah dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la
suocera?
Agazzi: Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegar tutto...
Laudisi: Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui,
il genero!...
Sirelli: E allora - pazzo - nessuno dei due? Ma uno dev'essere, perdio!
Laudisi: E quale? Non potete dirlo voi, né può dirlo nessuno! E non già
perché codesti dati di fatto, che andate cercando, siano stati annullati da un
accidente qualsiasi - un incendio, un terremoto -; ma perché li hanno annullati
essi in sé, nell'animo loro, volete capirlo? - creando lei a lui, o lui a lei,
un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà, dov'essi vivono
perfettamente, di pieno accordo! E non potrà essere distrutta, quella loro
realtà, da nessun documento, poiché essi ci respirano dentro, la vedono, la
sentono, la toccano! - Al più, per voi potrebbe servire il documento, per
togliervi voi una sciocca curiosità. Vi manca, ed eccovi dannati al meraviglioso
supplizio d'aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realtà, e di non
poter distinguere l'uno dall'altra!
Agazzi: Filosofia, caro, filosofia! - Lo vedremo, lo vedremo adesso se
non sarà possibile!
Sirelli: Abbiamo inteso prima l'uno, poi l'altra; mettendoli insieme,
ora, di fronte, vuoi che non si scopra dove sia il fantasma, dove la realtà?
Laudisi: Io vi chiedo licenza di seguitare a ridere alla fine.
Agazzi: Va bene, va bene; vedremo chi riderà meglio alla fine. Non
perdiamo tempo!
Si fa all'uscio a sinistra e chiama: Amalia! Signora! Venite, venite qua!
Scena Seconda
Signora Amalia, Signora Sirelli, Dina, Detti.
Signora Sirelli: (a Laudisi, minacciandolo con un dito) Ancora?
ancora, lei?
Sirelli: È incorreggibile !
Signora Sirelli: Ma come non si lascia prendere dalla smania,
dall'ossessione che è in tutti ormai, di strappare questo mistero che rischia di
fare impazzire tutti quanti? - Io non ci ho dormito stanotte!
Agazzi: Per carità, signora, lo lasci stare!
Laudisi: Dia retta a mio cognato piuttosto, che le prepara il sonno per
questa notte.
Agazzi: Dunque. Stabiliamo. Ecco. Voi andate dalla signora Frola...
Amalia: E saremo ricevute?
Agazzi: Oh Dio, direi...
Dina: Restituiamo la visita...
Amalia: Ma se lui non vuol permettere che la signora ne faccia e ne
riceva?
Sirelli: Prima sì... perché ancora non si sapeva niente. Ma ormai che la
signora, costretta, ha parlato, spiegando a modo suo la ragione del suo
ritegno...
Signora Sirelli: Forse avrà piacere, anzi, di parlarci della figliuola...
Dina: È così affabile! - Ah, per me non c è dubbio, sapete : il pazzo è
lui !
Agazzi: Non precipitiamo il giudizio. - Dunque, statemi a sentire.
Guarda l'orologio: Vi tratterrete poco, un quarto d'ora, non più.
Sirelli: (alla moglie) Per carità, sta' attenta!
Signora Sirelli: E perché dici a me?
Sirelli: Se ti metti a parlare...
Dina: (per prevenire una lite fra i due) Un quarto d'ora, un
quarto d'ora; starò attenta io.
Agazzi: Io arrivo alla Prefettura, e sarò qui di ritorno alle undici. Fra
una ventina di minuti.
Sirelli: E io?
Agazzi: Aspetta.
Alle donne: Con una scusa, un poco prima, voi indurrete la signora Frola
a venire qua.
Amalia: E che... che scusa?
Agazzi: Una scusa qualunque! La troverete conversando... Manca a voi? C'è
Dina, c'è la signora... - Entrerete, s intende, nel salotto.
Si reca all'uscio a sinistra e lo apre bene, scostando la tenda:
Quest'uscio deve restare così - bene aperto - così! per modo che di qua vi si
senta parlare. Io lascio sulla scrivania queste carte, che dovrei portare con
me. È una pratica d'ufficio preparata apposta per il signor Ponza. Fingo di
scordarmela, e con questo pretesto me lo conduco qua. Allora...
Sirelli: Scusa, ma io quando devo venire?
Agazzi: Qualche minuto dopo le undici, tu, quando già le signore saranno
nel salotto, e io qua con lui. Vieni per prendere la tua signora. Ti fai
introdurre da me. Io allora le inviterò tutte a favorire qua da noi...
Laudisi: (subito) E la verità sarà scoperta!
Dina: Ma scusa, zietto, quando saranno tutt'e due di fronte...
Agazzi: Non gli date retta! Andate, andate... Non c'è tempo da perdere!
Signora Sirelli: Andiamo, sì, andiamo. Io neanche lo saluto!
Laudisi: Ecco, mi saluto per lei, signora!
Si stringe una mano con l'altra: Buona fortuna!
Via Amalia, Dina e la Signora Sirelli.
Agazzi: (a Sirelli) Andiamo anche noi, eh? Subito...
Sirelli: Sì, andiamo. Addio, Lamberto.
Laudisi: Addio, addio...
Agazzi e Sirelli, via.
Scena Terza
Laudisi solo, poi il cameriere.
Laudisi: (Va un po' in giro per lo studio, sogghignando tra sé e
tentennando il capo; poi si ferma davanti al grande specchio su la mensola del
camino, guarda la propria immagine e parla con essa) Eccoti qua...
La saluta con due dita, strizzando furbescamente un occhio, e sghigna: Eh
caro... Chi è il pazzo di noi due?
Alza una mano con l'indice appuntato contro la sua immagine che, a sua volta,
appunta l'indice contro di lui.
Sghigna ancora, poi: Eh, lo so: io dico: tu - e tu dici: io! - Tu! tu! -
E già, io... - Va' là, che così a tu per tu, ci conosciamo bene noi due! - Il
guajo è che come ti vedo io, non ti vedono gli altri! E allora, caro mio, che
diventi tu? Dico per me che, qua di fronte a te, mi vedo e mi tocco - tu, per
come ti vedono gli altri - che diventi? - Un fantasma, caro, un fantasma!
Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in sé
stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono
che sia una cosa diversa...
Il cameriere, entrato, resta sbalordito a sentir le ultime parole del Laudisi
allo specchio.
Poi chiama
Cameriere: Signor Lamberto...
Laudisi: Eh?
Cameriere: Ci sono due signore. La signora Cini e un'altra...
Laudisi: Vogliono me?
Cameriere: Hanno chiesto della signora. Ho detto che si trovava a visita
dalla signora qua accanto, e allora...
Laudisi: Ebbene?
Cameriere: Si sono guardate negli occhi, poi hanno detto: - "Ah sì? ah
sì?" - e m'hanno domandato, se non c'era proprio nessuno in casa.
Laudisi: Tu avrai risposto che non c'era nessuno...
Cameriere: Ho risposto che c'era lei.
Laudisi: Io? No. - Quello che conoscono loro, se mai!
Cameriere: Come dice?
Laudisi: Ma scusa, ti pare lo stesso?
Cameriere: Non capisco.
Laudisi: Con chi stai parlando tu?
Cameriere: Come... con chi sto parlando ?... Con lei...
Laudisi: E sei proprio sicuro che io sia lo stesso di quello che chiedono
codeste signore?
Cameriere: Ma... non saprei... Hanno detto il fratello della signora...
Laudisi: Caro! Ah... - Eh sì, allora sono io, va bene...- Falle entrare,
falle entrare...
II cameriere si ritira
Scena Quarta
Detti, la Signora Cini, la Signora Nenni.
Signora Cini: Permesso?
Laudisi: Avanti, avanti, signora...
Signora Cini: M'hanno detto che la signora non c'è. Io avevo portato con
me la mia amica Signora Nenni.
La presenta: è una vecchia più goffa e smorfiosa di lei, piena anch'essa di
cupida curiosità, ma guardinga, sgomenta: che aveva tanto desiderio di
conoscere la signora...
Laudisi: (subito) Frola?
Signora Cini: No, sua sorella!
Laudisi: Oh, verrà, sarà qui tra poco. Anche la signora Frola.
S'accomodino, prego. C'è anche la signora Sirelli.
Signora Cini: Già lo sapevamo...
Laudisi: Tutto concertato. Sarà una scena interessantissima. Tra poco,
alle undici. Sì.
Signora Cini: Hanno concertato... che cosa?
Laudisi: (misterioso, prima con un gesto delle dita, poi, con la voce)
L'incontro.
Gesto d'ammirazione, poi: Un'idea grande!
Signora Cini: Che... che incontro?
Laudisi: Dei due. Prima, lui qua.
Signora Cini: Il signor Ponza?
Laudisi: E lei là...
Indica il salotto.
Signora Cini: La signora Frola?
Laudisi: Sissignora.
Daccapo, prima con un gesto espressivo della mano, poi con la voce: Ma
poi, tutti qua. Un'idea grande!
Signora Cini: Per venire a scoprire...
Laudisi: (subito) La verità! Ma già s'è scoperta, sa? Si tratta
adesso di smascherarla.
Signora Cini: (con sorpresa e vivissima ansia) Ah! s'è scoperta? E
chi è? Chi è dei due? chi è?
Laudisi: Vediamo un po'. Indovini. Lei chi dice?
Signora Cini: (gongolante, esitante). Ma... io... ecco...
Laudisi: Lei o lui? Non saprebbe? Vediamo... Coraggio!
Signora Cini: Io... io lui dico...
Laudisi: (la guarda un po'. Poi:) È lui!
Signora Cini: Sì? Ah! Ecco! ecco! Ma sì! Era evidente!
Signora Nenni: Tutte, tutte lo dicevamo, noi donne!
Signora Cini: E come, come s'è scoperto? Son venute fuori prove, è vero?
atti...
Signora Nenni: Per mezzo della Prefettura, eh? Lo dicevamo! Non era
possibile che non si scoprisse!
Laudisi: (fa segno con le mani d'accostarsi di più a lui: poi dice
loro piano, con tono di mistero, quasi pesando le sillabe) L'atto del
secondo matrimonio.
Signora Cini: (stordita, interdetta) Del secondo?
Signora Nenni: (stordita, interdetta) Come, come? Del secondo
matrimonio?
Signora Cini: Ma allora... allora ha ragione lui?
Laudisi: Eh... i dati di fatto, signore mie! L'atto del secondo
matrimonio - a quanto pare - parla chiaro.
Signora Nenni: Ma allora la pazza è lei!
Laudisi: E già! Parrebbe lei...
Signora Cini: Ma come? Aveva detto lui!
Laudisi: Sì. Ma perché l'atto, signora mia, può essere benissimo - come
ha assicurato la signora Frola - un atto simulato, messo su con l'ajuto degli
amici per secondare in lui la fissazione che la moglie non fosse più quella, ma
un'altra.
Signora Cini: Ah, ma allora un atto... così, senza valore?...
Laudisi: Cioè, cioè... Con quel valore, signora, con quel valore che
ognuno gli vuol dare! Non ci sono, scusi, anche le letterine che la signora
Frola dice di ricevere ogni giorno dalla figliuola per mezzo del panierino, là,
nel cortile? Ci sono queste letterine, è vero?
Signora Cini: Sì, ebbene?
Laudisi: Ebbene: documenti, signora! Documenti, anche queste letterine!
Ma secondo il valore che lei vuol dar loro! Viene il signor Ponza e dice che
sono finte, fatte per secondare la fissazione della signora Frola.
Signora Cini: Ma, allora, oh Dio! di certo non si sa niente...
Laudisi: Come niente, come niente, scusi... non esageriamo! I giorni
della settimana, quanti sono? Sette: lunedì, martedì, mercoledì... E i mesi
dell'anno? Dodici: gennajo, febbrajo, marzo...
Signora Cini: Ah, abbiamo capito! Lei vuole scherzare...
Scena Quinta
Detti e Dina.
Dina: (sopravviene di corsa dall'uscio in fondo) Zietto, per
favore... Si arresta vedendo la signora Cini: Oh, signora, lei qui?...
Signora Cini: Sì, ero venuta...
Laudisi: Con la signora Cenni...
Signora Nenni: No, Nenni, prego...
Laudisi: Nenni, già... Che ha tanto desiderio di conoscere la
signora Frola.
Signora Nenni: Ma, no... scusi...
Signora Cini: Seguita a burlarsi di noi!... Se sapesse, signorina, come
ci ha burlate...
Dina: È tanto cattivo, in questo momento, anche con tutti noi, sa?
Abbiano pazienza un pochino... Non ho più bisogno di niente. Vado a dire alla
mamma che ci sono qua loro e questo basterà... Ah zio, se la sentissi... È un
tesorino di vecchietta... come parla!... che bontà!... Ci ha mostrate tutte le
letterine della figliuola.
Signora Cini: Già... ma... se, come ci stava dicendo il signor Laudisi...
Dina: E che ne sa lui? Non le ha mica lette lui!
Signora Nenni: Non possono esser finte?
Dina: Ma che finte! Sono così chiare, evidenti! Può mai ingannarsi una
madre su le espressioni della propria figliuola! L'ultima letterina, di jeri...
S'interrompe, udendo nel salotto accanto, attraverso l'uscio rimasto aperto,
rumor di voci: Ah, eccole... sono qua, sono qua senz'altro!
Va a l'uscio e guarda.
Signora Cini: (correndole appresso) Con lei? con lei?
Dina: Sì, vengano, vengano... Bisogna che stiamo tutte nel salotto...
Sono già le undici, zio?
Scena Sesta
Detti, la signora Amalia.
Amalia: (sopravvenendo agitata dall'uscio a sinistra) Se se ne
potesse fare a meno!
Non c'è più assolutamente bisogno di prove!
Dina: Ma già! Ci pensavo, sì, è inutile!
Amalia: (salutando in fretta, costernata, la Signora Cini) Cara
signora...
Signora Cini: (presentando la signora Nenni) La signora Nenni,
ch'era venuta con me...
Amalia: (salutando in fretta, costernata, la signora Nenni)
Piacere, signora...
Poi: Non c'è più dubbio! È lui!
Signora Cini: È lui, è vero? è lui?
Dina: Perché quest'inganno, alla povera signora?
Amalia: Un tradimento!
Laudisi: Ma sì! È indegno, è indegno, avete ragione! Tanto più che
comincia a parermi evidente che dev'esser lei!
Amalia: Lei? Come! Che dici?
Laudisi: Lei, lei, lei...
Amalia: Ma va' là! Se tu la sentissi parlare!
Dina: Ne siamo ormai così sicure noi!
Signora Cini e Signora Nenni: (gongolanti) Sì? sì, eh?
Laudisi: Ma appunto perché ne siete così sicure vojaltre: dev'esser lei!
Dina: Andiamo, via, andiamo di là; non lo vedete che lo fa apposta?
Amalia: Andiamo, sì, andiamo, signore...
Davanti all'uscio a sinistra: Favoriscano, prego...
Via la Signora Cini, la signora Nenni, Amalia.
Dina fa per uscire anche lei.
Laudisi: (chiamandola a sé) Dina!
Dina: Non ti voglio dare ascolto! No! no!
Laudisi: Richiudi codesto uscio, se, ormai, la prova è inutile.
Dina: E il babbo? L'ha lasciato lui così aperto... Sta per venire con
quell'altro. Se lo trova chiuso... Sai com'è, il babbo...
Laudisi: Ma lo persuaderete voi... tu, specialmente...che non ce n'era
più bisogno. Non ne sei convinta tu?
Dina: Convintissima!
Laudisi: (con sorriso di sfida) E chiudi allora!
Dina: Tu vorresti pigliarti il piacere di vedermi dubitare ancora. Non
chiudo. Ma solo per il babbo.
Laudisi: (con sorriso di sfida) Vuoi che chiuda io?
Dina: Su la tua responsabilità!
Laudisi: Ma io non ho acquistato come te la certezza che il pazzo sia
lui.
Dina: E tu vieni; sentila parlare! Vedrai che l'acquisterai anche tu,
senza dubbio. Vieni?
Laudisi: Sì, vengo. E posso chiudere, sai? Su la mia responsabilità.
Dina: Ah, vedi? Anche prima di sentirla!
Laudisi: No, cara. Perché son sicuro che tuo padre, a quest'ora, pensa
anche lui, come vojaltre, che questa prova è inutile.
Dina: Ne sei sicuro?
Laudisi: Ma sì! Sta parlando con lui! Avrà acquistato senza dubbio la
certezza che la pazza è lei.
S'appressa all'uscio risolutamente: Chiudo.
Dina: (subito trattenendolo) No.
Poi, interdetta: Scusa... se pensi così... lasciamolo aperto...
Laudisi: (ride al suo solito) Ah ah ah... vedi?
Dina: Io dico per il babbo!
Laudisi: E il babbo dirà per voi... Lasciamolo aperto...
Si sente sonare nel salotto accanto, sul pianoforte, un'antica aria piena di
dolce e mesta grazia, della "Povera Nina" del Pergolesi.
Dina: Ah, è lei... senti? suona! suona lei!
Laudisi: La vecchietta?
Dina: Sì, ci ha detto che la figliuola, prima, la sonava sempre, questa
vecchia aria... Senti con quanta dolcezza la suona?... Andiamo, andiamo...
Escono tutt'e due per l'uscio a sinistra.
Scena Settima
Agazzi, il Signor Ponza, poi Sirelli.
La scena, appena usciti Laudisi e Dina, resta vuota per un pezzo.
Séguita dall'interno il suono del pianoforte.
Il signor Ponza, entrando per l'uscio in fondo col consigliere Agazzi, udendo
le note, si turba profondamente, e il suo turbamento andrà a mano a mano
crescendo durante la scena.
Agazzi: (davanti all'uscio in fondo) Passi, passi, prego...
Fa entrare il signor Ponza, poi entra lui e si dirige alla scrivania per
prendere le carte che ha finto di dimenticarsi lassù.
Ecco, devo averle lasciate qua... S'accomodi, prego...
Il signor Ponza resta in piedi, guardando con agitazione verso il salotto,
donde viene il suono del pianoforte.
Eccole qua...
Prende le carte e s'appressa al signor Ponza sfogliandole.
È una vecchia pratica... una contesa, come le dicevo, aggrovigliata,
aggrovigliata e molto seria, che si trascina da anni...
Si volta anche lui a guardare verso il salotto, urtato dal suono del
pianoforte.
Ma questa musica... Giusto ora!...
Fa un gesto di dispetto, nel voltarsi, come per dire tra sé: Che stupide!
Chi suona?
Si fa a guardare, attraverso l'uscio, nel salotto, scorge al pianoforte la
signora Frola, fa un atto di meraviglia.
Ah!...
Ponza: (appressandoglisi, convulso) In nome di Dio, è lei? suona
lei?...
Agazzi: Sì... È sua suocera... Come suona bene!...
Ponza: Ma come? Se la sono portata qua, di nuovo? E la fanno sonare ?...
Agazzi: Perché no, scusi?... che male?
Ponza: Ma no, per carità!... Questa musica!... È quella della sua
figliuola!
Agazzi: Ah... forse fa male a lei?
Ponza: Non a me! non a me! Fa male a lei... un male incalcolabile!... Ma
scusi, signor consigliere, io ho pur detto a lei, alle signore, le condizioni di
quella povera disgraziata!...
Agazzi: (procurando di calmarlo nell'agitazione sempre crescente)
Sì, sì... ma veda...
Ponza: (seguitando) Che dev'essere lasciata in pace! Che non può
ricever visite, né farne! So io solo come si deve trattare con lei! La rovinano!
la rovinano!
Agazzi: Ma no, creda... Le mie donne sapranno bene anche loro...
S'interrompe improvvisamente al cessare della musica nel salotto, da cui
viene ora un coro d'approvazioni.
Ecco, guardi... può ascoltare...
Dall'interno giungono, spiccatamente, queste battute di dialogo:
Dina: Ma lei suona ancora meravigliosamente, signora!
Signora Frola: Io? Eh... la mia Lina! dovrebbe sentire la mia Lina, come
la suona!...
Ponza: (fremendo, strizzandosi le mani) La sua Lina!... la sua
Lina!
Agazzi: La figliuola.
Ponza: Ma sente? dice suona! dice
suona!
Di nuovo, dall'interno, spiccatamente:
Signora Frola: Eh, no, non può, non può più sonare, da allora! E forse è
questo il suo maggior dolore, poverina !
Agazzi: Mi sembra naturale... La crede ancora viva...
Ponza: Ma non le si deve far dire così! Non deve... non deve dirlo... Ha
sentito? Da allora... Ha detto, da allora... Per
quel pianoforte... certo!... Lei non sa... Per il pianoforte della povera
morta... Ma Dio mio, Dio mio... loro mi vogliono daccapo rovinare...
Sopravviene a questo punto Sirelli, il quale, udendo le ultime parole del
Ponza e notandone l'estrema esasperazione, resta come basito.
Agazzi, anche lui sbigottito, gli fa cenno di appressarsi.
Agazzi: Ma no... ma perché, scusi... A Sirelli: Ti prego, fa'
venire qua le signore...
Sirelli, tenendosi al largo, si fa all'uscio a sinistra e chiama le signore.
Ponza: Le signore? Qua... No, no... Piuttosto...
Scena Ottava
La Signora Frola, la Signora Amalia, la Signora Sirelli, Dina, la Signora Cini,
la Signora Nenni, Laudisi, Detti.
Le signore, al cenno di Sirelli pieno di sbigottimento, entrano, sgomente.
La Signora Frola, scorgendo il genero in quello stato d'orgasmo, se
n'atterrisce.
Investita da lui con estrema violenza durante la scena seguente, farà, di
tratto in tratto, con gli occhi, alle signore cenni espressivi d'intelligenza.
La scena si svolgerà rapida, concitata e violentissima.
Ponza: Lei, qua? Come qua? Che è venuta a fare qua?
Signora Frola: Ero venuta, abbi pazienza...
Ponza: È venuta qua a dire... - Che ha detto? che ha detto a queste
signore?
Signora Frola: Niente... ti giuro... Niente...
Ponza: Niente? Come niente? Ho sentito io!... Ha sentito qua con me
questo signore! Lei ha detto suona!
Chi suona! Lina suona? Lei lo sa bene che è morta da quattro anni la sua
figliuola!
Signora Frola: Ma sì!... caro, calmati... sì... sì...
Ponza: "E non può più sonare da allora!" Sicuro che non può più
sonare da allora! Come vuole che suoni, se è morta?
Signora Frola: Ma certo, sì! E non l'ho detto, signore mie? L'ho detto,
che non può più, da allora... Certo! se è morta...
Ponza: E perché pensa ancora a quel pianoforte, dunque?
Signora Frola: No, no, non ci penso più!
Ponza: L'ho sfasciato io! Lei lo sa! Quando la sua figliuola è morta! Per
non farlo toccare a quest'altra, che del resto non sa sonare! Lei lo sa che non
suona quest'altra...
Signora Frola: Ma se non sa sonare!... certo!
Ponza: E scusi; si chiamava Lina, è vero? la sua figliuola. Ora dica,
dica qua come si chiama la mia seconda moglie! Lo dica qua a tutti, perché lei
lo sa bene! - Come si chiama?
Signora Frola: Giulia... Giulia si chiama!... - Sì, sì, è vero, signori;
si chiama Giulia!
Ponza: Giulia si chiama! Non si chiama mica Lina! E non cerchi di
ammiccare lei intanto, dicendo che si chiama Giulia!
Signora Frola: Io? no! Non ho ammiccato... Ma no!
Ponza: Me ne sono accorto! Me ne sono accorto bene! Lei vuole rovinarmi!
Vuole dare a intendere a questi signori che io voglia tenermi ancora tutta per
me la sua figliuola, come se non fosse morta...
Rompe in spaventosi singhiozzi: Come se non fosse morta!
Signora Frola: (subito con infinita dolcezza e umiltà, accorrendo a
lui) Io... no, no... figliuolo mio caro, càlmati per carità... Io non ho
detto mai questo... - È vero? è vero, signore?
Amalia, Signora Sirelli, Dina: Ma sì... sì... - Non lo ha detto mai! - Ha
detto che è morta!
Signora Frola: È vero? - Che è morta, ho detto!... - Come no? E che tu
sei tanto buono per me... è vero? è vero?... Io, rovinarti? - Io,
comprometterti?
Ponza: E va cercando nelle case il pianoforte degli altri? per farci le
sonatine della sua figliuola, e andar dicendo che Lina le suona così, e meglio
di così?
Signora Frola: No... è stato... è stato così... tanto... tanto per
provare...
Ponza: Lei non può! Lei non deve! Come le può venire in mente di sonare
ancora ciò che sonava la sua figliuola morta?
Signora Frola: Hai ragione... sì, ah poverino... poverino!
Intenerita, si mette a piangere: Non lo farò più!... non lo farò più!
Ponza: (investendola davvicino) Vada! vada via! vada via!
Signora Frola: Sì... sì... vado, vado... Oh Dio!...
Fa cenni supplichevoli a tutti, arretrando, di aver riguardo al genero, e si
ritira piangendo.
Scena Nona
Detti, meno la Signora Frola.
Restano tutti compresi di pietà e terrore a mirare il signor Ponza.
Ma subito, questi, appena uscita la suocera, riprende la sua aria normale, di
cupa affannata tristezza e dice con profonda commozione:
Ponza: Chiedo scusa a lor signori di questo triste spettacolo che ho
dovuto dar loro per rimediare al male che, senza volerlo, senza saperlo, con la
loro pietà, fanno a questa infelice...
Agazzi: (stupito) Ma come... lei ha finto?
Ponza: Per forza, signori! E non intendono che l'unico mezzo è questo,
per tenerla nella sua illusione, che io le gridi così la verità, come se fosse
una mia pazzia? Mi perdonino, e mi permettano: bisogna che io corra ora da
lei...
Via di fretta per l'uscio comune.
Restano tutti, di nuovo, sbalorditi.
Un silenzio.
Laudisi: (facendosi in mezzo) Ed ecco, signori, scoperta la
verità!
Scoppia a ridere.
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COSI
É (SE VI PARE) - ATTO TERZO |
 
La stessa scena del secondo atto.
Laudisi, cameriere, il commissario Centuri.
Laudisi è sdrajato su una poltrona e legge.
Attraverso l'uscio a sinistra che dà nel salotto, giunge il rumore confuso di
molte voci.
Il cameriere, dall'uscio in fondo, dà il passo al commissario Centuri.
Cameriere:
Favorisca qua. Vado ad avvertire il signor Commendatore.
Laudisi: (voltandosi e scorgendo il Centuri) Oh, il signor
Commissario!
Si alza in fretta e richiama il cameriere che sta per uscire:
Ps! Aspetta.
A Centuri: Notizie?
Centuri: (alto, rigido, aggrondato, sui quarant'anni)
Sissignore.
Laudisi: Ah bene!
Al cameriere: Lascia. Lo chiamerò io di qua, mio cognato.
Indica, con una mossa del capo, l'uscio a sinistra.
Il cameriere
s'inchina, e via.
Laudisi: Lei ha fatto il miracolo! Salva una
città! Sente? sente come gridano?
Ebbene: notizie certe?
Centuri: Di persone che si son potute
rintracciare...
Laudisi: - del paese del signor Ponza?
Persone che sanno?
Centuri: Sissignore. Alcuni dati, non molti,
ma sicuri.
Laudisi: Ah, bene! bene! Per esempio?
Centuri: Per esempio... ecco, ho qua le... le
comunicazioni che mi sono state
trasmesse.
Trae dalla tasca interna della
giacca una busta gialla aperta con
un foglio dentro e la porge a
Laudisi.
Laudisi: Vediamo... vediamo...
Cava il foglio dalla busta e si
mette a leggerlo con gli occhi,
intercalando di tratto in tratto,
con diversi toni, degli ah! e degli
eh!: prima un ah! di compiacimento,
poi un altro ah! che l'attenua di
molto; poi un eh! quasi
commiserativo, infine un altro eh!
di piena disillusione.
Laudisi:
Ma no! E che c'è di certo qua,
signor Commissario?
Centuri: Tutto quello che s'è potuto sapere.
Laudisi:
Ma niente, lei lo capisce! Tutti i
dubbii sussistono. Niente di sicuro.
Lo guarda; poi, con risoluzione
improvvisa:
Vuol fare un bene davvero, signor
Commissario?
Vuol rendere un
segnalato servizio alla
cittadinanza, di cui Dio certamente
le darà merito?
Centuri:
(guardandolo perplesso) E che
vuole che faccia?
Laudisi:
Ecco, guardi. Segga lì.
Indica la scrivania:
Strappi questo mezzo foglio
d'informazioni che non dicono nulla;
e qua, sull'altro mezzo, scriva
qualche informazione precisa!
Centuri:
Io? Come? Che informazione?
Laudisi:
Ma una qualunque, a suo piacere,
purché sia precisa! Che è la signora Frola, per esempio!
Oppure, se le
piace meglio, che è stata una
finzione il secondo matrimonio del
signor Ponza!...
Centuri:
Ma come? Che dice mai, signor
Laudisi? Io?
Laudisi:
(incalzando) A nome di questi
due stessi signori che si son potuti
rintracciare!
- Per il bene di
tutti! Per ridar la tranquillità a
tutto il paese! Sia superiore! -
Non
vede? Vogliono una verità, così...
esteriore, non importa quale, purché
sia categorica - e si quieterebbero!
Centuri:
Ma che verità, scusi! Vuole che
faccia un falso? Mi fa meraviglia
che lei osi propormelo?
E dico
meraviglia per non dire altro... -
Mi faccia il piacere d'annunziarmi
al signor Consigliere.
Laudisi:
(apre le braccia desolato) La
servo subito.
S'avvia all'uscio a sinistra.
Apre
l'uscio a sinistra e subito si fanno
sentire più alte le grida confuse.
Appena Laudisi varca la
soglia, le grida però cessano d'un
tratto.
Il commissario Centuri,
nell'attesa, fiero, soddisfatto, si
carezza la punta di un baffo.
Ma
all'improvviso le grida prorompono
di nuovo altissime, giulive ora,
miste a battimani.
Il commissario
Centuri si scuote, si turba, non
sapendo che pensarne.
Scena Seconda
Detti, Agazzi, Sirelli,
Laudisi, la Signora Amalia,
Dina, la Signora Sirelli,
la Signora Cini, la Signora
Nenni, molti altri signori e
signore.
Entrano tutti per l'uscio a
sinistra, con Agazzi alla
testa, accesi, esultanti, battendo
le mani e gridando: Bravo! bravo!
Agazzi:
(con le mani protese) Caro
Centuri! Lo volevo dire io! Non
era possibile che lei non riuscisse!
Tutti:
Bravo! Bravo! Vediamo! vediamo! Le
prove, subito! Chi è? chi è?
Centuri: (stupito, frastornato, smarrito)
Ma no... ecco... io, signor
Consigliere...
Agazzi:
Signori, per carità! Piano!
Centuri:
Ho fatto di tutto... sì... Ma... non
so che ha potuto dir loro il signor
Laudisi...
Agazzi:
Che lei ci reca notizie certe!
Sirelli:
Dati precisi!
Laudisi:
(forte, risoluto, prevenendo)
Non molti, sì, ma precisi!
Di
persone che si son potute
rintracciare!
Del paese del signor
Ponza! Persone che sanno!
Tutti: Finalmente! Ah, finalmente!
finalmente!
Centuri:
(porgendo il foglio ad Agazzi)
Sì... ecco, signor Consigliere...
Agazzi:
(aprendo il foglio tra la ressa
di tutti attorno) Ah, vediamo!
vediamo !
Centuri:
Ma lei, signor Laudisi...
Laudisi:
(subito, forte) Lasci
leggere, per carità! Lasci leggere!
Agazzi:
Un momento di pazienza, signori...
Ecco... leggo...
Laudisi:
Ma ho già letto io! ho già letto io!
Tutti:
(lasciando il consigliere
Agazzi
e precipitandosi attorno
a lui) Ah sì? Ebbene? Ebbene?
Che dice? Che si sa? Ci è? Chi è?
Laudisi: (scandendo bene le parole) È
certo, indubitabile, per
testimonianza d'un compaesano del
Signor Ponza, che la signora Frola è
stata in una casa di salute!
Tutti: (con rammarico e delusione)
Oh!
Signora Sirelli:
La signora Frola?
Dina:
Ma dunque è proprio lei?
Agazzi:
Ma no! ma no!
Facendosi avanti, agitando il foglio:
Qua non dice niente affatto così!
Sirelli:
Ah, come! Che dice? che dice?
Si agitano tutti.
Laudisi:
(tenendo testa) Ma sì! Dice
la signora! Dice precisamente la
signora!
Agazzi:
Nient'affatto! Gli pare, dice
questo signore... Non ne è certo!
E
non sa, a ogni modo, se la madre o
la figlia!
Tutti:
(con soddisfazione) Ah !
Laudisi:
(tenendo testa) Ma sì! Ma dev'essere
lei, la madre, senza dubbio!
Sirelli:
Che! È la figlia, signori! La
figlia!
Signora Sirelli: Come ha detto lei stessa, la
signora!
Amalia:
Precisamente! Quando la sottrassero
di nascosto al marito!
Dina:
Sì, la signora dice appunto che la
figliuola fu chiusa in una casa di
salute!
Agazzi:
E del resto non è neanche del paese
quest'informatore!
Dice che ci
andava spesso... che non ricorda
bene... che gli pare d'aver inteso
così...
Sirelli:
Ah! Notizia per aria, dunque!
Laudisi:
Ma scusate tanto, se siete tutti
così convinti che la signora Frola
ha ragione lei, che andate cercando
più?
Finitela!
Sirelli:
Se non ci fosse il Prefetto che
crede a lui! Al signor Ponza,
capisci?
Centuri:
Sissignore, è vero! II signor
Prefetto l'ha detto anche a me!
Agazzi:
Ma perché il signor Prefetto non ha
parlato ancora con la signora qua
accanto!
Signora Sirelli: Sfido! Ha parlato solo con lui!
Sirelli:
E del resto, ci son altri qua che
credono come il Prefetto!
Un signore:
Io, io per esempio, sissignori!
Perché so d'un caso simile, io,
d'una madre impazzita per la morte
della figliuola, la quale crede che
il genero non voglia fargliela
vedere: tal e quale!
Secondo signore:
C'è in più, no, c'è in più che il
genero è rimasto vedovo, oh!
Qui
almeno, questo, ha una in casa con
sé...
Laudisi:
(acceso da un subito pensiero)
Oh Dio, signori! Avete sentito?
Ma
eccolo trovato, il bandolo! Dio mio!
L'uovo di Colombo...
Tutti: Ma che è? che è?
Secondo signore:
(stordito) Che ho detto? Io
non so...
Laudisi:
Eh, un po' di pazienza, signori!
Ad Agazzi:
Il Prefetto deve venire qua?
Agazzi:
Sì, lo aspettiamo... Ma che hai
trovato?
Laudisi:
È inutile che venga qua per parlare
con la signora Frola! Finora crede
al genero...
Quando avrà parlato con
la suocera, non saprà più neanche
lui a chi credere dei due! - No, no!
Qua bisogna che faccia altro il
signor Prefetto. Una cosa che può
fare lui solo!
Tutti: Che cosa? che cosa?
Laudisi:
(raggiante) Ma la moglie,
scusate!
Colei che il signor Ponza
ha con sé! Me l'ha suggerito questo
signore!
Sirelli:
Far parlare la moglie?... Eh già! Eh
già!
Dina:
Ma come, se è tenuta in carcere
quella poveretta?
Sirelli:
Bisogna che il Prefetto s'imponga e
la faccia parlare!
Amalia:
Certo è l'unica che possa dire la
verità!
Signora Sirelli: Ma che! Dirà ciò che vuole il
marito...
Laudisi:
Già! Se dovesse parlare davanti a
lui! Certo!
Sirelli:
Dovrebbe parlare da sola a solo col
Prefetto!
Agazzi:
E il Prefetto potrebbe - sicuro! -
con la sua autorità, imporre a
questo signore la confessione
esplicita della moglie a lui.
Sicuro! Sicuro! Non le sembra, Centuri?
Centuri:
Eh, senza dubbio... se il signor
Prefetto volesse...
Agazzi:
È l'unica veramente! Bisognerebbe
avvertirlo, e risparmiargli per ora
l'incomodo di venire qua.
Vada, vada
lei, caro Centuri.
Centuri:
Sissignore. La riverisco. Signore,
signori.
S'inchina e via.
Signora Sirelli: Ma sì! Bravo Laudisi!
Dina:
Bravo! bravo zietto! Che bell'idea!
Tutti: Bravo! bravo! Sì, è l'unica! è
l'unica!
Agazzi:
Ma già! Come non ci avevamo pensato?
Sirelli:
Sfido! Nessuno l'ha mai veduta! Come
se non ci fosse, quella poverina!
Laudisi: (come colpito all'improvviso)
Oh! Ma scusate... E siete proprio
sicuri che ci sia?
Amalia:
Come? Ma Dio mio, Lamberto!
Sirelli:
(fingendo di ridere) Vorresti
ora metterne anche in dubbio
l'esistenza?
Laudisi:
Eh, ma chi ve lo dice? chi ve
l'assicura?
Dina:
Ma se c'è la signora che la vede e
le parla ogni giorno?
Signora Sirelli: E l'asserisce di lui, anche!
Laudisi:
Sì, sì... Non dico!...
Ma scusate...
- se ci pensate bene: - ha ragione
la signora Frola? e allora chi c'è
là, per lui?
Il fantasma d'una
seconda moglie. O ha ragione lui, il
signor Ponza, e allora là, per casa,
c'è il fantasma della figliuola!
Tutto sta ora, signori, se questo
fantasma per l'uno o per l'altra è
poi una persona per sé!
Arrivati a
questo punto, mi sembra che sia
anche il caso di dubitarne!
Agazzi:
Ma va' là! Tu vorresti farci
impazzire tutti quanti appresso a
te!
Laudisi:
No, signori, badate, badate che
forse in quella casa non c'è altro
che un fantasma!
Signora Nenni:
Oh Dio, mi s'aggricciano, quasi, le
carni!
Signora Cini: Non so che gusto provi a farci
impaurire!
Tutti: Ma che! ma che! Scherza! scherza!
Laudisi:
Non scherzo affatto, signori miei! -
Chi l'ha veduta? Scusate! Non l'ha
mai veduta nessuno! -
Ne parla lui;
e lo dice lei, la signora Frola, che
la vede...
Sirelli:
Ma come! Se le s'affaccia, là, dal
cortile!
Laudisi:
Chi le si affaccia?
Sirelli:
Ma una donna! una donna in carne ed
ossa, che è stata veduta! e che si
può far parlare, perdio!
Laudisi:
Ne siete sicuri?
Agazzi:
Ma come no? ma come no? Ma se l'hai
detto tu stesso, scusa!
Laudisi:
Io, sì, se lassù c'è veramente una
donna... una donna qualunque.
Ma
badate che una donna qualunque,
signori miei, lassù non ci può
essere! non c'è! non c'è di certo!
Io almeno dubito adesso che ci sia!
Signora Sirelli: Dio mio, davvero vuol farci
impazzire tutti quanti!
Laudisi:
Eh... vedremo, vedremo...
Tutti: E chi c'è allora? - Se l'hanno
veduta! - Chi c'è? chi c'è? - Se
s'affaccia dal balcone!...
Scena Terza
Detti, Centuri di ritorno.
Centuri:
(tra l'agitazione di tutti
s'introduce, accaldato, annunziando:)
Il signor Prefetto! il signor
Prefetto!
Agazzi:
Come? Qua? Ma lei?
Centuri:
L'ho incontrato per via, ch'era
diretto qua, a due passi... È col
signor Ponza!
Sirelli:
Ah, con lui?
Agazzi:
Oh Dio, no! se viene con lui,
entrerà dalla signora qua accanto!
Per piacere, Centuri, si
metta davanti la porta e lo preghi a
nome mio di favorire prima qua da me
un momento, come m'aveva promesso.
Centuri:
Sissignore, non dubiti. Vado.
Via di fretta per l'uscio in fondo.
Agazzi:
Signori, vi prego di ritirarvi un
poco di qua nel salotto...
Signora Sirelli: Glielo dica bene, sa! È l'unica! è
l'unica!
Amalia:
(davanti all'uscio a sinistra)
Avanti, favoriscano, signore...
Agazzi:
Tu resta, Sirelli. E anche
tu, Lamberto.
Tutti gli altri, signori e signore,
escono per l'uscio a sinistra.
Agazzi a Laudisi:
Ma lascia parlare a me, ti prego!
Laudisi: Per me, figùrati! Se anzi vuoi che
me ne vada anch'io...
Agazzi:
No no: è meglio che tu ci sia... -
Ah, eccolo qua.
Scena Quarta
Detti, il Signor Prefetto,
Centuri.
Il Prefetto: (sui sessanta, alto, grasso, aria
di bonomia facilona) Caro
Agazzi... Oh, il signor
Sirelli... Caro Laudisi...
Stringe la mano a tutti.
Agazzi:
(invitandolo col gesto a sedere)
Scusami, se t'ho fatto pregare
d'entrare prima da me.
Il Prefetto: Ma no, sarei venuto, come t'avevo
promesso...
Agazzi:
(scorgendo indietro e ancora in
piedi Centuri) Prego,
Centuri, venga avanti; segga
qua...
Il Prefetto: (bonariamente, a Sirelli)
Eh lei, Sirelli - ho saputo!
- è uno dei più accesi, dei più
inquieti per questo benedetto affare
del nostro nuovo segretario...
Sirelli:
Oh no, creda, signor Prefetto,
tutti siamo inquieti!
Agazzi:
È la verità, sì, inquietissimi...
Il Prefetto: Ma perché, ma perché, santo Dio?
Agazzi:
Scusami: tu non puoi fartene ancora
un'idea chiara! Noi abbiamo qui
accanto la signora.
Il Prefetto:
Ma sì, ho capito...
Sirelli:
No, mi perdoni, signor Prefetto...
Lei non la ha ancora sentita, questa
povera signora...
Il Prefetto: Mi recavo appunto da lei.
Ad Agazzi:
Ti avevo promesso che l'avrei fatto
qua da te.
Ma il genero stesso è
venuto a pregarmi, a implorare la
grazia - per far cessare tutte
queste chiacchiere - che mi recassi
in casa di lei.
Scusate, vi pare che
lo avrebbe fatto, se non fosse più
che sicuro...?
Agazzi:
Ma sfido! Perché davanti a lui,
quella poveretta...
Sirelli:
(attaccando subito) Dirà come
vuol lui, signor Prefetto! E
questa è la prova che la pazza non è
lei!
Agazzi:
Ne abbiamo fatto l'esperimento qua,
noi, jeri!
Il Prefetto:
Ma sì, caro: perché egli le fa
credere che il pazzo sia lui! - Me
ne ha prevenuto.
Scusate, come
potrebbe illudersi, altrimenti,
codesta disgraziata?
È un martirio,
credete, un martirio per quel
pover'uomo!
Sirelli:
Già! Se non dà lei, invece, che dà a
lui l'illusione di credere che la
figliuola sia morta, perché possa
star sicuro che la moglie non gli
sarà di nuovo sottratta!
In questo
caso, vede bene, signor Prefetto,
il martirio è della signora; non più
di lui!
Agazzi:
Quando questo dubbio t'è
entrato...capisci?
E se tu la
sentissi parlare - ma da sola -
entrerebbe anche in te, stai sicuro!
Sirelli:
L'abbiamo tutti!
Il Prefetto: Ma no, mi pare che in voi, anzi, non
l'abbiate!
Come vi confesso che non
l'ho neppure io, da un altro
canto... - E lei, Laudisi?
Laudisi:
Mi scusi, signor Prefetto. Io
ho promesso a mio cognato di non
parlare.
Agazzi:
(scattando) Ma va' là, che
dici! Se ti domanda...
Gli avevo
detto di non parlare, sai perché? Si
diverte da due giorni a intorbidare
peggio le acque!
Laudisi:
Non lo creda, signor Prefetto.
Io ho fatto di tutto, invece, per
rischiararle, le acque.
Sirelli:
Già! Sa come? Sostenendo che non è
possibile scoprire la verità, e ora
facendo sorgere il dubbio che in
casa del signor Ponza non ci sia una
donna, ma un fantasma!
Il Prefetto:
(godendoci) Come! come! Oh
bella!
Agazzi:
Per carità! Lo comprendi: è inutile
dare ascolto a lui!
Laudisi:
Eppure, signor Prefetto, lei
è stato invitato a venire qua, per
me!
Il Prefetto: Pensa anche lei che farei bene a
parlare con la signora qua accanto?
Laudisi:
No, per carità! Lei fa benissimo a
stare a ciò che le dice il signor
Ponza!
Il Prefetto: Ah, bene! Perché crede anche lei che
il signor Ponza...?
Laudisi:
(subito) No.
Come vorrei che
tutti qua stessero a ciò che dice la
signora Frola, signor Prefetto, e la facessero finita!
Agazzi:
Hai capito? Ti pare un ragionamento,
questo?
Il Prefetto: Permetti?
A Laudisi:
Secondo lei, dunque, si può prestar
fede anche a ciò che dice la
signora?
Laudisi:
Altro che! Perfettamente. Come a ciò
che dice lui !
Il Prefetto: Ma allora, scusi?
Sirelli:
Se dicono il contrario!
Agazzi:
(irritato, risolutamente) Da'
ascolto a me, per favore! Io posso
non essere né per l'una né per
l'altro.
Può aver ragione lui, può
aver ragione lei.
Bisogna venirne a
capo! C'è un solo mezzo.
Sirelli:
E l'ha suggerito lui appunto!
Indica Laudisi.
Il Prefetto: Ah sì?... - E dunque!... Sentiamo...
Agazzi:
Poiché ci manca ogni altra prova di
fatto, l'unica che ci resti è
questa: che tu, con la tua autorità,
ottenga la confessione della moglie.
Il Prefetto: Della signora Ponza?
Sirelli:
Ma senza la presenza del marito,
s'intende!
Agazzi:
Perché possa dir la verità!
Sirelli:
Se è la figlia della signora, come
sembra a noi di dover credere...
Agazzi:
O una seconda moglie che si presta a
rappresentare la parte della figlia,
come dice il signor Ponza...
Il Prefetto: E come io credo senz'altro!
Ma sì!
Pare l'unica anche a me. Quel
poverino, credete, non desidera
altro che far tacere tutte queste
voci.
L'ho trovato così
arrendevole... Ne sarà felicissimo!
E voi vi tranquillerete subito,
amici miei.
Mi faccia il favore, Centuri.
Il Centuri si alza:
Vada a chiamarmi il signor Ponza qua
accanto.
Lo preghi a nome mio di
venire qua un momento.
Centuri:
Vado subito!
S'inchina, e via per l'uscio in
fondo.
Agazzi:
Eh, se accettasse...
Il Prefetto: Ma vedrai che accetta subito! La
faremo finita in un quarto d'ora!
Qua, qua davanti a voi stessi...
Agazzi:
Come! Qua?
Sirelli:
Che voglia portare la moglie qua
stesso?
Il Prefetto: Lasciate fare a me! Qua stesso, sì.
Perché, altrimenti - io lo so - tra
voi, qua, seguiterete a supporre che
io...
Agazzi:
Ma no, per carità!
Sirelli:
Questo, mai!
Il Prefetto: Andate là. Sapendomi così sicuro che
la ragione sta dalla parte di lui...
- pensereste che per mettere in
tacere la cosa, trattandosi d'un
pubblico funzionario... - No no:
voglio che ascoltiate anche voi.
Poi, ad Agazzi:
La tua signora?
Agazzi:
È di là, con altre signore...
Il Prefetto: Eh... voi avete stabilito qua un
vero quartiere di congiura, eh?
Scena Quinta
Detti, Centuri, il Signor
Ponza
Centuri:
Permesso? - Ecco il signor Ponza.
Il Prefetto: Grazie, Centuri.
Il signor Ponza si presenta
su la soglia.
Il Prefetto:
Venga, venga avanti, caro Ponza.
Il signor Ponza s'inchina.
Agazzi:
S 'accomodi, prego.
Il signor Ponza s'inchina e
siede.
Il Prefetto: Lei conosce i signori... - Sirelli...
Il signor Ponza si alza e
s'inchina.
Agazzi:
Sì, l'ho già presentato. Mio cognato
Laudisi.
Il signor Ponza s'inchina.
Il Prefetto: L'ho fatto chiamare, caro Ponza,
per dirle che qua, coi miei amici...
S'interrompe, notando che il signor Ponza a queste prime parole dà a vedere
un gran turbamento e una viva agitazione:
Ha da dire qualche cosa?
Ponza:
Sì. Che io intendo, signor
Prefetto, di domandare oggi
stesso il mio trasferimento.
Il Prefetto: Ma perché? - Scusi... Come?
poc'anzi, così ragionevole, parlava
con me...
Ponza:
Io sono fatto segno qua, signor
Prefetto, a una vessazione
inaudita!
Il Prefetto: Ma no, via... non esageriamo...
Agazzi:
Vessazione, scusi... - intende, da
parte mia?
Ponza:
Di tutti. E me ne vado!
Me ne vado,
signor Prefetto, perché non
posso tollerare quest'inchiesta
accanita, feroce, che finirà di
compromettere, guasterà
irreparabilmente un'opera di carità
che mi costa tanta pena e tanti sacrifizii!
Io venero più che una
madre quella povera vecchia, e mi
sono veduto costretto, qua, jeri, a
investirla con la più crudele
violenza. Ora l'ho trovata di là, in
tale stato d'avvilimento e
d'agitazione...
Agazzi:
È strano! Perché la signora, con
noi, ha parlato sempre calmissima.
Tutta l'agitazione, invece,
l'abbiamo finora notata in lei,
signor Ponza, e anche
adesso...
Ponza:
Perché loro non sanno quello che mi
stanno facendo soffrire!
Il Prefetto: Via, via... si calmi, caro Ponza...
Che cos'è? Ci sono qua io!
E lei sa
con quale fiducia e quanto
compatimento io abbia ascoltato le
sue ragioni. Non è così?
Ponza:
Mi perdoni. Sì, lei.... E gliene
sono grato, signor Prefetto.
Il Prefetto: Poiché venera come una madre la sua
povera suocera, scusi, deve pensare
che qua questi signori mostrano
tanta curiosità di sapere, appunto
perché s'interessano molto della
signora...
Ponza:
Ma la uccidono, signor Prefetto!
E l'ho fatto notare!
Il Prefetto: Bene, bene... Finiranno, appena si
sarà chiarito tutto: ora stesso,
guardi! Non ci vuol niente.
Lei ha
il mezzo più semplice e più sicuro
di levare ogni dubbio a questi
signori. Non a me, perché io non ne
ho.
Ponza:
Ma se non vogliono credermi in
nessun modo!
Agazzi:
Questo non è vero.
Quando lei
venne qua, dopo la prima visita di
sua suocera, a dichiararci ch'era
pazza, noi tutti - con meraviglia,
ma le abbiamo creduto.
Al Prefetto:
Ma subito dopo, capisci? tornò la
suocera...
Il Prefetto: Sì, sì, lo so, me l'hai detto.
Seguiterà rivolgendosi al Ponza:
...a dare quelle ragioni, che lei
stesso cerca di tener vive in lei.
Bisogna che abbia pazienza, se un
dubbio angoscioso nasce nell'animo
di chi ascolta.
Di fronte a ciò che
dice sua suocera, questi signori,
ecco, non credono d'esser più sicuri
di poter potere prestar fede a ciò
che dice lei. Dunque, è chiaro. Lei
e sua suocera - via! tiratevi in
disparte per un momento!
Lei è
sicuro di dir la verità, come ne
sono sicuro io; non può aver nulla
in contrario, certo, che sia
ripetuta qua, ora, dall'unica
persona che possa affermarla,
all'infuori di voi due.
Ponza:
E chi?
Il Prefetto: Ma la sua signora...
Ponza:
Mia moglie?
Con forza, con sdegno:
Ah, no! Mai, signor Prefetto!
Il Prefetto: E perché no, scusi?
Ponza:
Portare mia moglie qua a dare
soddisfazione a chi non vuol
credermi?
Il Prefetto: (pronto) A me ! Scusi... Può
aver difficoltà?
Ponza:
Ma signor Prefetto... no! mia
moglie, no! Lasciamo stare mia
moglie! Si può ben credere a me!
Il Prefetto: Ma mi pare che lei voglia far di
tutto per non essere creduto!
Agazzi:
Tanto più che ha cercato anche
d'impedire in tutti i modi - anche a
costo d'un doppio sgarbo a mia
moglie e alla mia figliuola - che la
suocera venisse qua a parlare...
Ponza:
Ma che vogliono loro da me? In nome
di Dio! Non basta quella
disgraziata? vogliono qua anche mia
moglie?
Signor Prefetto, io
non posso sopportare questa
violenza! Mia moglie non esce di
casa mia!
Io non la porto ai piedi
di nessuno! Mi basta che mi creda
lei!
E del resto vado a far subito
l'istanza per andar via di qua!
Il Prefetto: Ah, no: scusi! Prima di tutto io non
tollero, signor Ponza, che
lei assuma codesto tono davanti a un
suo superiore e a me, che le ho
parlato con tanta cortesia e tanta
deferenza.
In secondo luogo le dico
che comincia a dar da pensare anche
a me codesta sua ostinazione nel
rifiutare una prova che le chiedo
io e non altri, nel suo stesso
interesse, e in cui non vedo nulla
di male!
- Possiamo bene, io e il
mio collega, ricevere una signora...
- o anche, se lei vuole, venire a
casa sua...
Ponza:
Lei dunque mi obbliga?
Il Prefetto: Le ripeto che gliel'ho chiesto nel
suo interesse. Potrei anche
chiederglielo come suo superiore!
Ponza:
Sta bene. Sta bene. Quand'è così...
porterò qua mia moglie... pur di
finirla!
Ma chi mi garantisce che
quella poveretta non la veda?
Il Prefetto: Ah già... perché sta qui accanto...
Agazzi:
(subito) Ma possiamo andar
noi in casa della signora...
Ponza:
Nossignore. Io lo dico per loro.
Che non mi si faccia un'altra
sorpresa, che avrebbe conseguenze
spaventevoli!
Agazzi:
Ma no, per carità, che pensa!
Il Prefetto: Se no... ecco... a suo comodo
potrebbe condurre la signora alla
Prefettura.
Ponza:
No, no - subito, qua... subito...
Starò io, di là, a guardia di lei.
Vado subito, signor Prefetto,
e sarà finita, sarà finita!
Scena Sesta
Detti, meno il Signor Ponza.
Il Prefetto: Vi confesso che non m'aspettavo da
parte sua questa opposizione.
Agazzi:
E vedrai che andrà a imporre alla
moglie di dire ciò che vuol lui!
Il Prefetto: Ah no! Di questo state tranquilli.
Interrogherò io la signora!
Sirelli:
Quest'esasperazione continua,
scusi...
Il Prefetto: È la prima volta - che! che! - è la
prima volta che lo vedo così...
Forse l'idea di portare qua la
moglie...
Sirelli:
Di scarcerarla...
Il Prefetto: Oh, questo, scusi, non c'è bisogno
di spiegarlo con la pazzia...
Agazzi:
Già... Dice che la tiene così per
paura della suocera...
Il Prefetto: Ma anche se non fosse per questo...
Senz'esser pazzo, scusate, potrebbe
esserne geloso!
Sirelli:
Fino al punto, di non tenere neppure
una donna di servizio?
Costringe la
moglie a fare in casa tutto da sé...
Agazzi:
E va a farsi lui la spesa, ogni
mattina...
Centuri: Sissignore, è vero: l'ho visto io!
Se la porta in casa con un
ragazzotto...
Sirelli:
Che fa restare sempre fuori la
porta!
Il Prefetto: Oh Dio, signori, via... l'ha
deplorato lui stesso, questo,
parlandomene...
Laudisi:
Servizio d'informazione
inappuntabile!
Il Prefetto: Lo fa per risparmio, Laudisi!
Deve tener due case...
Sirelli:
Ma no, non diciamo per questo, noi!
Scusi, signor Prefetto, crede
lei che questa seconda moglie, come
lui dice, si sobbarcherebbe a
tanto...
Agazzi:
(incalzando) Ai più umili
servizii di casa!
Sirelli:
(seguitando) ...per una
che fu suocera di suo marito, e
che sarebbe un'estranea per lei?
Agazzi:
Via! Via! Non ti par troppo?
Il Prefetto: Troppo, sì...
Laudisi:
(interrompendo) Per una
seconda moglie qualunque!
Il Prefetto: (subito) Ammettiamolo.
Troppo, sì.
Ma anche questo però,
scusate - se non con la generosità -
può spiegarsi ancora benissimo con
la gelosia.
E che sia geloso - pazzo
o non pazzo - mi pare che non si
possa mettere neppure in
discussione...
Si ode a questo punto dal salotto un
clamore di voci confuse.
Agazzi:
Oh... - e che avviene di là?
Scena Settima
Detti, la Signora Amalia
Amalia:
(entra di furia, costernatissima,
dall'uscio a sinistra, annunziando) La
signora Frola! La signora Frola è qua!
Agazzi:
No! Perdio, chi l'ha chiamata?
Amalia:
Nessuno! È venuta da sé!
Il Prefetto: No! Per carità! Ora? No! La faccia andar
via, signora!
Agazzi:
Subito via! Non la fate entrare! Bisogna
assolutamente impedirglielo!
Scena Ottava
Detti, la Signora Frola,
tutti gli altri.
La signora Frola s'introduce
tremante, piangente, supplicante,
con un fazzoletto in mano, in mezzo
alla ressa degli altri, tutti
esagitati.
Signora Frola: Signori miei, per pietà! per pietà!
Lo dica lei a tutti, signor
Consigliere!
Agazzi:
Io le dico, signora, di andar via
subito! Perché qua lei, per ora, non
può stare!
Signora Frola: (smarrita) E perché? perché?
Alla signora Amalia:
Mi rivolgo a lei, mia buona
signora...
Amalia:
Ma guardi... guardi, c'è qua il
Prefetto.
Signora Frola: Oh! lei, signor Prefetto! Per
pietà! Io volevo venire da lei!
Il Prefetto: No, abbia pazienza, signora! Per ora
io non posso darle ascolto. Bisogna
che lei vada!
Signora Frola: Sì, me ne vado! Me ne vado oggi
stesso!
Me ne parto, signor
Prefetto! per sempre me ne
parto!
Agazzi:
Ma no, in questo momento, sia buona,
basta che lei si ritiri.
Mi faccia
la grazia! Poi parlerà col signor
Prefetto!
Signora Frola: Ma perché?... Che cos'è? Che cos'è?
Agazzi:
Deve tornare subito qua suo genero,
ecco! Ha capito?
Signora Frola: Ah! Sì?... E allora, sì... sì, mi
ritiro... mi ritiro subito!
Volevo
dir loro questo soltanto: che per
pietà, la finiscano! Loro credono di
farmi un bene, così, e mi fanno
tanto male!
Io sono costretta ad
andarmene, così, a partirmene oggi
stesso! perché lui sia lasciato in
pace!
Ma che vogliono, che
vogliono ora qua da lui? Che deve
venire a fare qua lui?... - Oh,
signor Prefetto!
Il Prefetto: Niente, signora, stia tranquilla!
Stia tranquilla, e se ne vada, per
piacere...
Amalia:
Via, signora, sì! sia buona!
Signora Frola: Ah Dio, signora mia, loro mi
priveranno dell'unico bene,
dell'unico conforto che mi restava:
vederla almeno da lontano la mia
figliuola!
Si mette a piangere.
Il Prefetto: Ma chi glielo dice? Perché? Lei non
ha bisogno di partirsene!
Le diciamo
di ritirarsi ora per un momento.
Stia tranquilla!
Signora Frola: Ma è per lui! per lui, signor
Prefetto!
Io sono venuta qua a
pregare tutti per lui, non per me!
Il Prefetto: Sì, va bene... E lei può star
tranquilla anche per lui,
gliel'assicuro io.
Vedrà che ora si
accomoderà tutto...
Signora Frola: E come? E come? Li vedo qua tutti
accaniti addosso a lui!
Il Prefetto: No, signora! Non è vero! Ci sono qua
io per lui! Stia tranquilla!
Signora Frola: Ah! Lei lo crede? Ah, grazie! Vuol
dire che lei ha compreso...
Il Prefetto: Sì, sì, signora, io ho compreso...
Signora Frola: E io l'ho detto qua, a tutti questi
signori...
È una disgrazia già
superata... veda! su cui non bisogna
più ritornare...
Il Prefetto: Sì, va bene, signora... Se le dico
che io ho compreso!
Signora Frola: Ecco, sì, signor Prefetto! Se
ci costringe a vivere così - non
importa! Non ci fa niente!
Perché
noi siamo contente... La mia
figliuola è contenta così, e questo
mi basta!... Ci pensi lei, ci
pensi lei... perché, se no, non mi
resta altro che andarmene, proprio!
e non vederla più, neanche così da
lontano... Lo lascino in pace, per
carità!
A questo punto, tra la ressa si fa
un movimento d'ansia e di sgomento,
tutti fanno cenni, alcuni guardano
verso l'uscio; qualche voce repressa
si fa sentire.
Voci: Oh Dio... Eccola... Oh Dio...
Signora Frola: (notando lo sgomento, lo
scompiglio, geme perplessa, tremante)
Che cos'è?... Che cos'è?
Scena Nona
Detti, la Signora Ponza, poi
il Signor Ponza.
Tutti si scostano da una parte e
dall'altra per dar passo alla
signora Ponza che si fa
avanti rigida, in gramaglie, col
volto nascosto da un fitto velo
nero, impenetrabile.
Signora Frola: (cacciando un grido straziante di
frenetica gioja ) Ah! Lina...
Lina... Lina...
E si precipita e s'avvinghia alla
donna velata, con l'arsura d'una
madre che da anni e anni non
abbraccia più la sua figliuola.
Ma
contemporaneamente, dall'interno, si
odono le grida del signor Ponza
che si precipita sulla scena.
Ponza:
Giulia!... Giulia!... Giulia!...
La signora Ponza, alle grida
di lui, s'irrigidisce tra le braccia
della signora Frola che la
cingono.
Il signor Ponza
s'accorge della suocera così
perdutamente abbracciata alla
moglie, e inveisce, furente.
Ponza:
Ah! Questo hanno fatto! L'avevo
detto io!
Si sono approfittati così,
vigliaccamente, della mia buona
fede?
Signora Frola: (volgendo il capo velato, quasi
con austera solennità, verso il
marito) Non temere! - Non
temere!
Conducila via... - Andate,
andate...
Signora Frola: (si stacca subito, da sé, tutta
tremante, umile, dall'abbraccio, e
accorre, premurosa, a lui) Sì,
sì... andiamo, caro, andiamo...
andiamo...
E tutti e due abbracciati,
carezzandosi a vicenda, tra due
diversi pianti, si ritirano.
Silenzio.
Dopo aver seguito con gli
occhi fino all'ultimo i due, tutti
si rivolgono ora sbigottiti e
commossi alla signora velata.
Signora Frola: Che altro possono voler da me, dopo
questo, lor signori?
Qui c'è una
sventura, come vedono, che deve
restar nascosta, perché solo così
può valere il rimedio che la pietà
le ha prestato.
Il Prefetto: (commosso) Ma noi vogliamo,
vogliamo rispettar la pietà,
signora... Vorremmo però che lei ci
dicesse...
Signora Frola: Che cosa? la verità: è solo questa:
che io sono, sì, la figlia della
signora Frola, - e la seconda
moglie del signor Ponza; sì,
e per me nessuna! nessuna!
Il Prefetto: Ah, no, per sé, lei, signora, sarà
l'una o l'altra!
Signora Frola: Nossignori. - Per me, io sono colei
che mi si crede!
Guarda, attraverso il velo, tutti,
fieramente, e si ritira.
Un
silenzio.
Laudisi:
Ecco, o signori, come parla la
verità!
Volge attorno uno sguardo di sfida
derisoria.
Siete contenti?
Scoppia a ridere:
Ah! ah! ah! ah!
TELA
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