Toti (prendendosi sulle gambe Ninì):
Niente; bellino mio, non aver paura. La zia
scherza. Ora gliela faremo sbollire tutta
questa furia. Sai chi verrà ora? «Giamì».
Gli vuoi bene tu a «Giamì», è vero? Eh, ti
porta anche lui le chicche, i giocattolini.
Ma tu devi voler più bene a me, piccino mio;
assai più a me che a lui, perché io per te
tra poco non ci sarò più. Queste cose tu
ancora non le puoi capire, figlietto mio
bello, e forse non le capirai mai, perché,
quando potrai capirle, non ti ricorderai più
di me che t'ho tenuto in braccio così, che
t'ho stretto a me così... così... e che ho
pianto per te, figliuolo... (
Con un dito si porta via le lagrime dagli
occhi.
Che dici? «Giamì»? Sì, ora verrà. Ah, dici,
d'andarcene? Ce n'andremo presto, sì. Prima
però bisogna che venga «Giamì». E tu devi
star bonino. Guarda, ti do questa borsetta
qua.
Cava dal taschino del pancioito una borsetta
di seta rossa a maglia, con anellini
d'acciajo, piena di monetine.
Eccola ‑ senti come suona? giocaci.. Ma ecco
«Giamì»! Va', va' da «Giamì»...
Si alza, posando il bambino in terra e
spingendolo verso Giacomino, che entra
dall'uscio a sinistra, torbido, rabbuffato.
A Giacomino:
Dio,che faccia! Oh, Giacomino?
Giacomino: Che ha da dirmi,
professore?
Toti: Come! Non vedi il bambino?
Giacomino: Io mi sento male,
professore. Ero buttato sul letto! Non posso
né guardare né parlare.
Toti: Già, ma il bambino?
Giacomino (dolente, mortificato,
chinandosi per compiacenza a carezzar la
testina del bimbo):Ecco, sì. Mi dica, la
prego, che cosa vuole da me.
Toti: Vieni, qua, Ninì... bellino
mio, qua; siedi qua. No, guarda: così in
ginocchio: vedrai meglio.
Lo pone in ginocchio su una sedia davanti a
un tavolinetto su cui sta un vecchio album
di fotografie; poi si volge a Giacomino e
indicandogli l'album gli domanda:
Possoprenderlo?
Giacomino: Prenda quello che vuole.
Toti(a Ninì):Ecco, gioca con
questo ‑ lo guardi ‑ lo apri così ‑ vedi
com'è bello? ‑ vedi, vedi qua ‑ uh quanti
pupi! ‑ vedi? ‑ poi, volti così, ma piano
eh? senza strappare. Uh, guarda, guarda qua:
lo riconosci chi è questo? chi è, «Giamì»,
lo vedi? «Giamì», quand'era piccino come te,
coi riccioli come questi tuoi ‑ lo vedi? ‑
Bene, ora guarda da te.
Voltandosi a Giacomino:
Me l'ero immaginato, che ti dovessi sentir
male. Il capo, eh? Si vede.
Giacomino (impaziente):Professore...
Toti: Siedi. Così, in piedi non
possiamo discorrere.
Siede sul divano e invita Giacomino a
sedergli accanto. Poi si volta di nuovo
verso Ninì:
Senza strappare, eh Ninì. Piano piano.
A Giacomino:
Tivolevo domandare se il direttore della
Banca t'ha detto qualche cosa.
Giacomino: No. Niente. Non l'ho visto
nemmeno.
Toti: Non ci vai da tre giorni.
Giacomino: Non sono andato, perché...
Toti (interrompendolo):Non
voglio saperlo. Te lo domandavo perché jeri
lo incontrai per istrada e mi chiese di te.
Discorrendo, si parlò del tuo stipendio, e
io gli feci notare che non è quello che
dovrebbe essere. Siamo rimasti d'accordo che
ti sarà cresciuto.
Giacomino (sulle spine,
strizzandosi le mani):
Professore, io la ringrazio; ma ‑
Toti: ‑ di che mi ringrazii? ‑
Giacomino (seguitando):‑ mami
faccia il piacere, la carità di... di non
incomodarsi più, di... non curarsi più di
me, ecco!
Toti: Ah sì? Bravo, bravo. Non
abbiamo più bisogno di nessuno, ora, eh?
Giacomino: Non per questo,
professore. Se lei non vuol capire!
Toti: Che vuoi che capisca? Mi puoi
impedire, scusa, se voglio farti un po' di
bene, che te lo faccia?
Giacomino: Ma se io non lo voglio?
Toti: Tu non lo vuoi, e io te lo
voglio fare. Per mio piacere. Non sono
padrone? Oh guarda un po'. Mi dici che non
debbo più curarmi. di te. E di chi vuoi che
mi curi io, allora?
A un moto di Giacomino:
Aspetta. Senza furie. Poi parlerai tu.
Lascia parlare a me, adesso. Devi sapere,
figliuolo mio, che ai vecchi ‑ ai vecchi,
s'intende, che non siano egoisti e che
abbiano stentato nella vita, com'ho stentato
io, per arrivare a farsi, bene o male, uno
stato ‑ piace vedere i giovani che se lo
meritano farsi avanti per loro mezzo, e
godono se essi sono contenti, godono se
possono risparmiar loro tutti gli stenti
provati. Tu lo sai ch'io ti considero come
un figliuolo.
Si volta a guardarlo bene e s'interrompe:
Che fai? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra
le mani e sussulta come per un impeto di
singhiozzi che vorrebbe frenare. Fa per
posargli amorosamente una mano sulla spalla,
domandando:
Come? perché?
Ma Giacomino balza in piedi:
Giacomino (convulso, come per
ribrezzo, e mostrando il viso alterato,
sconvolto, per una fiera risoluzione
improvvisa): Non mi tocchi! Non mi
s'accosti, professore! Lei mi sta facendo
soffrire una pena d'inferno ‑
Toti: ‑ io? ‑
Giacomino: ‑ lei, lei ‑ non voglio
codesto suo affetto! ‑ per carità, la
scongiuro, se ne vada! se ne vada! e si
scordi ch'io esisto!
Toti (sbalordito):Ma perché?
Che hai?
Giacomino: Vuol sapere che ho? Glielo
dico subito. Mi sono fidanzato, professore.
Ha capito? Mi sono fidanzato.
Toti (vacilla, come per una
mazzata sul capo; si porta le mani alla
testa; casca a sedere quasi stroncato;
balbetta): Fi... fidan...
fidanzato?
Giacomino: Sì! E dunque, basta! basta
per sempre, professore! Capirà che ora non
posso più vederla qua, comportare la sua
presenza in casa mia.
Toti (quasi senza voce, istupidito):
Mi... mi cacci via?
Giacomino (dolente, con rispetto):No,
no... ma se ne vada... è bene che lei... che
lei se ne vada, professore.
Toti (si leva a stento, per
andarsene; s'appressa pian piano a Ninì; lo
guarda; gli carezza i capellucci: poi
voltandosi a Giacomino):Quando è stato?
Senza... senza dirmene nulla...
Giacomino: Già da un mese.
Toti: Da un mese? E seguitavi a
venire a casa mia?
Giacomino: Lei sa come ci venivo.
Toti (gli fa cenno con la mano di
non aggiunger altro. Poi):Con chi?
E poiché Giacomino tarda a rispondere:
Dimmelo!
Giacomino: Con una povera orfana come
me, amica di mia sorella.
Toti (seguita a guardarlo come
inebetito, con la bocca aperta, e non trova
più neanche la voce per parlare):E...
e... e si lascia tutto, così?... e... e... e
non si pensa più a... a niente? non... non
si tien più conto di niente?
Giacomino: Ma scusi, professore, mi
voleva schiavo?
Toti: Schiavo?
Ha uno schianto nella voce, e insorge a poco
a poco.
Io che t'ho fatto padrone della mia casa?
Ah, codesta sì, che è vera ingratitudine! Il
bene che t'ho fatto, il bene che t'ho fatto,
te l'ho forse fatto per me? E che n'ho avuto
io, del bene che t'ho fatto? Le ingiurie, la
baja di tutta la gente stupida che non vuol
capire il sentimento mio. Ah, dunque, non
vuoi più capirlo neanche tu il sentimento di
questo povero vecchio che sta per andarsene
e che era tranquillo di lasciar tutto a
posto, una madre, il bambino, te, uniti,
contenti, in buone condizioni? Non so ‑ non
so ancora ‑ non voglio sapere chi sia la tua
fidanzata. Sarà ‑ se l'hai scelta tu ‑ sarà
una giovane per bene. Ma pensa che non è
possibile che tu abbia trovato di meglio,
Giacomino, della madre di questo bambino.
Non ti parlo dell'agiatezza soltanto, bada!
Ma tu hai ora la tua famiglia, in cui non ci
sono di più che io, ancora per poco, io che
non conto per nulla. Che fastidio vi do, io?
Sono come il padre di tutti; e posso anche,
se tu vuoi, per la vostra pace, posso anche
andarmene. Ma dimmi, com'è stato? che cos'è
accaduto? come ti s'è voltato così tutt'a un
tratto il cervello?
(Lo prende per le braccia.
Figliuolo mio... dimmelo dimmelo.
Giacomino: Che vuole che le dica?
Come non s'accorge, professore, che tutta
codesta sua bontà ‑
Toti: ‑ questa mia bontà ‑ séguita!
che vuoi dire?
Giacomino: Mi lasci stare! Non mi
faccia parlare!
Toti: No, parla, anzi! Devi parlare!
Giacomino: Vuole che glielo dica? Non
comprende dunque da sé che certe cose si
possono fare soltanto di nascosto, e non
sono possibili alla vista di tutti, con lei
che sa, con la gente che ride?
Toti: Ah, è per la gente? E parli tu
della gente che ride? Ma ride di me, la
gente, e ride perché non capisce, e io la
lascio ridere perché non me n'importa
niente! All'ultimo vedrai chi riderà meglio!
È l'invidia, credi a me, l'invidia,
figliuolo, di vederti a posto, sicuro del
tuo avvenire.
Giacomino: Se è così ‑ guardi,
professore ‑ se è così, lasci star me ‑ ci
sono tant'altri giovani che hanno bisogno d'ajuto.
Toti (ferito, con un feroce scatto
di indignazione: gli va con le mani
sulla faccia, poi gli afferra il bavero
della giacca e lo scrolla):Oh! che
cosa... che cosa hai detto? È giovane
Lillina; ma è onesta, perdio! E tu lo sai!
Nessuno meglio di te lo può sapere! È qua, è
qua, il suo male! (Si picchia forte sul
petto.)Dove credi che sia? Pezzo
d'ingrato! Ah, ora la insulti per giunta! E
non ti vergogni? non ne senti rimorso in
faccia a me? tu? E per chi l'hai presa? Ah
credi che possa passare dall'uno all'altro,
così come niente? Madre di questo bambino,
che tu sai bene di chi è! Ma che dici? Ma
come puoi parlare cosi?
Giacomino: E lei, professore, mi
scusi, come può lei piuttosto parlare così?
Toti (d'improvviso, come
vaneggiando, grattandosi lievemente le
tempie):
Hai ragione... hai ragione... hai ragione.
Rompe in un pianto disperato, cadendo a
sedere sul divano e abbracciando forte forte
il bambino, il quale, sentendolo piangere,
sarà accorso a lui.
Ah, povero Ninì mio! povero piccino mio! che
sciagura! che rovina! E che ne sarà della
tua mammina ora? che ne sarà di te, Ninì,
bello mio, con una mammina come la tua,
senza esperienza, senza più chi l'assista e
chi la guidi? Che baratro! che baratro!
Sollevando il capo, rivolto a Giacomino:
Piango, perché mio è il rimorso; piango,
perché io t'ho protetto: io t'ho accolto in
casa; io le ho parlato di te in modo da
toglierle ogni scrupolo d'amarti! E ora che
t'amava sicura, madre di questo bambino,
qua, ora tu...
Balza in piedi d'improvviso, risoluto,
convulso.
Pensaci, Giacomino! Io sono buono, ma
appunto perché sono così buono, se vedo la
rovina d'una povera donna, la rovina tua, la
rovina di questa creaturina innocente, io
divento capace di tutto! Pensaci, Giacomino!
Io ti faccio cacciar via dalla Banca! Ti
butto di nuovo in mezzo a una strada!
Giacomino: Ma sì, faccia quello che
vuole, professore. Io già me l'aspettavo.
Toti: Ah, te l'aspettavi? Ma son
capace di fare anche quello che non
t'aspetti, sai? Vado ora stesso, con questo
bambino per mano, a presentarmi alla tua
fidanzata.
Giacomino: Ah no, perdio, questo lei
non lo farà, professore!
Toti: Non lo farò? E chi potrà
impedirmelo?
Giacomino: Gliel'impedirò io! perché
lei non ha il diritto d'andare a turbare una
povera ragazza!
Toti: Non ho il diritto? E chi t'ha
detto che non l'ho? Io difendo la madre a
questa creaturina! difendo questa creaturina!
e difendo anche te, ingrato, che non ragioni
più! Andrò a parlarle, a parlare ai parenti,
mostrerò questo piccino e domanderò se c'è
coscienza a rovinar così una casa, una
famiglia, a far morire di crepacuore un
povero vecchio, una povera madre, e lasciar
senza ajuto e senza guida un povero
innocente come questo, Giacomino, come
questo... Ma non lo vedi? non hai più cuore,
figliuolo mio? non lo vedi qua il tuo
piccino? È tuo! È tuo!
Lo prende e glielo appende al collo.
Giacomino non resiste più, lo abbraccia, lo
bacia sulla testa; e allora il professor
Toti, al colmo della commozione, ride,
piange, come impazzito, grida:
Santo figliuolo... santo figliuolo mio... ah
che bene mi fai... lo volevo dire... lo
volevo dire... Su su, andiamo, ora! Andiamo
via subito! Non perdiamo tempo! Così come ti
trovi! Via, via, tutti e tre!
A questo punto si spalanca l'uscio laterale
a destra e irrompono Rosaria, don Landolina
e Filomena, gridando insieme:
Rosaria: No, no, Giacomino, che fai?
che fai? Così ti lasci trascinare?
Landolina: Di violenza? È inaudito!
Peccato mortale, Giacomino!
Filomena: Misericordia! Misericordia!
Giacomino (a Rosaria):Non
posso più sciogliermi, Rosaria! Lasciami
andare!
Toti (a Landolina, parandoglisi
davanti): Vade retro! vade retro!
‑ Via, via, Giacomino, non ti voltare!
E mentre Giacomino e Ninì passano la soglia,
seguita imperterrito a gridare:
Vade retro! Distruttore delle famiglie! Vade
retro!
Landolina (accorrendo, gridando):
Giacomino, io credo...
Toti (subito, dandogli sulla voce):Che
crede? Lei neanche a Cristo crede!
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