Salottino quasi monacale, in casa
Delisi. Arredo all'antica, modestissimo.
Su una mensola nella parete di fondo,
tra due usci con tende, un grande quadro
della Madonna del Rosario col lampadino
acceso davanti. Lateralmente a destra e
a sinistra, altri due usci, anch'essi
con tende.
Sono in iscena don Landolina e Rosaria
Delisi, quello seduto sul vecchio
divano, questa sulla poltroncina
accanto. Don Landolina sorseggia una
tazza di caffè.
Landolina: Ah, creda, creda che è
andata bene. Proprio bene. Lasciato
nell'illusione d'aver indovinato lo
scopo della mia visita... (S'interrompe:)
Com'è buono questo caffè!
Rosaria: Va bene di zucchero?
Landolina: Benissimo! (Riprendendo
il discorso:) «Andiamo per le
spicce» ‑ mi disse a un certo punto. ‑
«Mandato dalla sorella, lei vorrebbe che
io pregassi Giacomino di non mettere più
piede in casa mia. Vuol questo?» ‑ E io
allora?
imitando il suo fare, con mansuetudine
dispettosa:
«No, professore, non questo
propriamente! ‑
E si mette a ridere.
Rosaria: M'immagino lui, allora!
Landolina: Restò. Non se
l'aspettava.
Accenna d'alzarsi per posare la tazza
vuota.
Rosaria (pronta, prevenendolo):No
no; dia qua! dia a me!
Landolina: No, prego!
Le cede la tazza, che Rosaria va a
posare sulla mensola.
Grazie.
Riprendendo di nuovo il discorso:
Gli sembrava che il più per noi fosse
questo: impedire l'andata di Giacomino a
casa sua. Come seppe che questo per noi
era ormai pacifico, e che non doveva più
mettersi neanche in discussione, ‑ «Ma
come?», dice «E allora?»
Rosaria: Già, già; m'immagino.
Sarebbe stato meglio, però, che codesta
benedetta assicurazione se la fosse
fatta scrivere sotto gli occhi.
Landolina: Glielo chiesi. Mi
rispose che non aveva tempo. Insistere,
per il momento, non sarebbe stato
prudente. Bisognava dir la cosa (e
saperla dire), ma poi lasciarla lì,
fingendo che per me non aveva nessun
valore pratico, mi spiego? ma soltanto
morale, di conforto per lei, fors'anche
un poco ingenuo, mi spiego?
Rosaria: Sì, capisco. E ingenuo
è, difatti; ma lei sa bene che non è per
me; è per la ragazza che vorrebbe
averla, codesta dichiarazione. Ora temo
ch'egli ci ripensi e non me la scriva
più.
Landolina: Non credo. Me lo
assicurò più volte. E, dato che per lui
non ha nessuna importanza, la farà,
anche per il piacere di gabbarci con
niente. Intanto, con la mia visita s'è
guadagnato questo: che neppur lui adesso
mette più in discussione che Giacomino
possa andare ancora a casa sua.
Non ha finito di dir così che la vecchia
serva Filomena si precipita in iscena
per l'uscio comune, annunziando con
apprensione ch'è quasi sgomento:
Filomena: Il professore,
signorina! Il professore! Il professore!
Landolina (con un balzo):Come?
Rosaria (con un altro balzo):Qua?
Filomena: Davanti la porta! Sento
il campanello; corro ad aprire; per
fortuna mi viene prima d'aprire la spia!
‑ lui lui, e col bambino!
Rosaria: Ah! Col bambino? Anche
col bambino!
Landolina: Che tracotanza! Dio
mio! Sorpassa ogni limite!
Rosaria: Ha capito? Non mette più
in discussione che Giacomino possa
andare a casa sua, ed eccolo qua che
viene lui invece a casa di Giacomino!
Filomena: Che fare, intanto? Che
vuole che gli si dica?
Landolina: Proibirgli, proibirgli
d'entrare!
Rosaria: Ditegli che Giacomino
non è in casa!
Landolina: Ecco, benissimo!
Ditegli così!
Rosaria: Senza aprire la porta!
Dalla spia!
Filomena: Non dubiti! Glielo dico
dalla spia!
Via per l'uscio donde è entrata.
Rosaria: Lo vede, Padre? E lei
che diceva...
Landolina: Sono trasecolato,
creda, per l'improntitudine di
quest'uomo!
Rosaria: Dio mio! Dio mio! Come
si fa?
Landolina: Bisogna tener duro!
Non transigere, signorina! Pareva
rassegnato, pareva! Io non so! Pretese
lui stesso che gli parlassi chiaro,
aperto. E io con tutti i debiti
riguardi! Mi licenziò assicurandomi che
me ne potevo andar via tranquillo!
Rosaria: Ed eccolo qua col
bambino! Mandato dalla moglie, certo!
Landolina: Mi domando in questo
caso, se non ci convenga piuttosto, un
uomo così, affrontarlo risolutamente;
anziché nasconderci come stiamo facendo.
Rosaria: Ma chi lo affronta? Lei?
Landolina: Io, no. Non credo che
gioverebbe. Non per tirarmi indietro. Ma
qua ci vuole uno della famiglia. Lei,
signorina Rosaria. Perché no? La
sorella. O se no, lui: Giacomino stesso!
Rosaria: No! Giacomino, no!
Giacomino, no!
Landolina: Dia ascolto a me. Non
dico ora, perché non è prevenuto; ma se
Giacomino ha il coraggio di dirgli in
faccia lui stesso che tutto è finito e
che non s'attenti più a venire... Ah,
ecco la nostra buona Filomena!
Rientra in iscena Filomena.
Rosaria: Se n'è andato?
Filomena: Che andarsene! Non vuol
saperne!
Rosaria: Ma non gli avete detto
che Giacomino non è in casa?
Filomena: Detto e ridetto cento
volte!
Rosaria: E lui?
Filomena: Ride.
Landolina: Ride?
Filomena: Ride, e dice: ‑ «Va
bene, va bene». ‑ Che vuol parlare con
lei, dice.
Rosaria: Con me?
Filomena: Mi sono provata a
fargli intendere che non era in casa
neanche lei.
Landolina: E lui?
Filomena: Ride. «Apritemi:
l'aspetterò.» ‑ «La porta» dico «è
fermata; non ho la chiave.» Sa che ha
fatto? S'è seduto sullo scalino,
dicendomi: «E allora la aspetterò qua!».
‑ Non se n'andrà, nemmeno a legnate.
Landolina (risolutamente):Orsù,
coraggio, signorina: lo riceva!
Rosaria: Lo ricevo?
Landolina: Lo riceva. E procuri
di frenarsi quanto più può. Fermezza!
Pazienza! Lei ne ha tanta. Dia ascolto a
me. Voi, Filomena, andate ad aprire. Io
mi ritiro qua, col suo permesso. (Indica
l'uscio laterale a destra.)
Rosaria: Può andare da Giacomino,
in camera sua.
Landolina: Andrò da lui.
Fermezza! Pazienza!
Via per l'uscio laterale a destra,
mentre Filomena uscirà per l'altro. Poco
dopo il professor Toti col bambino per
mano verrà avanti dalla comune, piano
piano e placido.
Toti: Cara signorina Rosaria!
Rosaria: Ma come, professore?
Viene a cercarlo anche qua, e col
bambino?
Toti: È una bellissima giornata.
Da tre giorni il povero piccino non
usciva di casa. L'ho portato dalla mamma
e le ho detto: ‑ «Vestimelo; gli farò
fare due passini». Sono come gli
uccelletti, i piccini. Ora con tutte le
pennucce arruffate, e un minuto dopo,
spunta un occhio di sole, e tutti vispi
e gaj.
Rosaria: Ma non aveva altro posto
ove portarselo? proprio qua, scusi?
Toti: E perché non qua? Giacomino
non si fa vedere da parecchi giorni. So
che non è andato neppure alla Banca. Per
via non l'ho più incontrato. Ho pensato
che forse non si sentiva bene e sono
venuto a vedere come stava.
Rosaria: Sta bene, benissimo,
professore; tanto che non è in casa,
come Filomena le ha detto.
Toti: Scusi, signorina: vedo che
lei mi tratta in un modo... Ho forse
fatto offesa, senza saperlo, a lei o a
Giacomino, venendo qua?
Rosaria: Ah, lo domanda? Da sé
non lo capisce, è vero?
Toti: Capisco, signorina Rosaria.
Ho i capelli bianchi. E prima di tutto
capisco che certe furie... certe furie,
meglio lasciarle svaporare!
Rosaria: Io non ho furie! Le
ripeto che Giacomino non c'è. Se vuol
vederlo e parlargli, mi faccia il
piacere di non incomodarsi un'altra
volta a venire a cercarlo qua; verrà
lui, Giacomino, a trovar lei, ma non a
casa ‑ ah, questo per patto: né lei più
a casa mia, né più lui a casa sua. Verrà
a trovarlo a scuola, o dove lei
gl'indicherà.
Toti: Vede, signorina? E poi dice
che non ha furie... Qua dev'esser nato
qualche malinteso. Sarà bene chiarirlo,
dia ascolto a me: francamente, senza
sotterfugi e senza riscaldarsi.
Rosaria: Sì, sì, d'accordo,
professore, spiegarci una buona volta:
quanto prima, tanto meglio.
Toti: Ah, ora sì che ci siamo. E
metteremo tutto bene in chiaro, non
dubiti. Mi lasci sedere e vada a
chiamare Giacomino. ‑
Rosaria: E dàlli! Non c'è, non
c'è, non c'è; quante volte le si deve
ripetere?
Toti (con scarto improvviso):Scusi,
i preti,a casa sua, signorina, usano
forse parlare con le seggiole?
Rosaria (stordita):Ipreti?
Come c'entrano i preti e le seggiole?
Toti (prendendo da una
seggiola accanto al divano il tricorno
di don Landolina e mostrandoglielo):Ecco
qua: un tricorno e la seggiola. Conosco
la buona educazione della famiglia, e...
Rosaria (confusa, irritata,
strappandogli di mano il tricorno):Ma
lasci stare! È di Padre Landolina.
Toti: Non gli faccio male! Dico
che non posso supporre che stia di là
senza compagnia: Giacomino è certo con
lui.
Rosaria: Nient'affatto! Padre
Landolina era qua con me. Ora è di là
con Filomena. Non stia a immischiarsi
negli affari di casa mia.
Toti: Immischiarmi, io? Non ho
avuto mai questo vizio, signorina. Gli
altri, sì, negli affari miei, e come!
Pausa. Dunque, Giacomino non c'è?
Rosaria: Non c'è.
Toti: E allora me ne debbo
andare? Perché vuol farmi ritornare?
Rosaria: Le ho detto che non c'è
bisogno che lei ritorni. Verrà
Giacomino, a scuola.
Toti: Vuol farlo incomodare a
venire fino a scuola, mentre io sono qua
e lui di là, e potremmo senz'altro
metterci a parlare.
Rosaria (sbuffando, non
potendone più): Sì, sì, ha ragione,
professore! Vado a chiamarglielo, per
farla finita una volta per sempre,
poiché abbiamo da fare con un uomo così
petulante!
Toti: Calma, calma, signorina!
Rosaria: Che calma! Lei è un
demonio tentatore!
Toti: Il bambino sta a guardarla
con tanto d'occhi!
Rosaria: Me ne vado perché non so
più che cosa mi verrebbe di fare!
Aspetti qua! Vado a chiamarlo!
Si ritira di furia per l'uscio a
sinistra.
Inizio
pagina
Toti (prendendosi sulle gambe Ninì):
Niente; bellino mio, non aver paura. La zia
scherza. Ora gliela faremo sbollire tutta
questa furia. Sai chi verrà ora? «Giamì».
Gli vuoi bene tu a «Giamì», è vero? Eh, ti
porta anche lui le chicche, i giocattolini.
Ma tu devi voler più bene a me, piccino mio;
assai più a me che a lui, perché io per te
tra poco non ci sarò più. Queste cose tu
ancora non le puoi capire, figlietto mio
bello, e forse non le capirai mai, perché,
quando potrai capirle, non ti ricorderai più
di me che t'ho tenuto in braccio così, che
t'ho stretto a me così... così... e che ho
pianto per te, figliuolo... (
Con un dito si porta via le lagrime dagli
occhi.
Che dici? «Giamì»? Sì, ora verrà. Ah, dici,
d'andarcene? Ce n'andremo presto, sì. Prima
però bisogna che venga «Giamì». E tu devi
star bonino. Guarda, ti do questa borsetta
qua.
Cava dal taschino del pancioito una borsetta
di seta rossa a maglia, con anellini
d'acciajo, piena di monetine.
Eccola ‑ senti come suona? giocaci.. Ma ecco
«Giamì»! Va', va' da «Giamì»...
Si alza, posando il bambino in terra e
spingendolo verso Giacomino, che entra
dall'uscio a sinistra, torbido, rabbuffato.
A Giacomino:
Dio,che faccia! Oh, Giacomino?
Giacomino: Che ha da dirmi,
professore?
Toti: Come! Non vedi il bambino?
Giacomino: Io mi sento male,
professore. Ero buttato sul letto! Non posso
né guardare né parlare.
Toti: Già, ma il bambino?
Giacomino (dolente, mortificato,
chinandosi per compiacenza a carezzar la
testina del bimbo):Ecco, sì. Mi dica, la
prego, che cosa vuole da me.
Toti: Vieni, qua, Ninì... bellino
mio, qua; siedi qua. No, guarda: così in
ginocchio: vedrai meglio.
Lo pone in ginocchio su una sedia davanti a
un tavolinetto su cui sta un vecchio album
di fotografie; poi si volge a Giacomino e
indicandogli l'album gli domanda:
Possoprenderlo?
Giacomino: Prenda quello che vuole.
Toti(a Ninì):Ecco, gioca con
questo ‑ lo guardi ‑ lo apri così ‑ vedi
com'è bello? ‑ vedi, vedi qua ‑ uh quanti
pupi! ‑ vedi? ‑ poi, volti così, ma piano
eh? senza strappare. Uh, guarda, guarda qua:
lo riconosci chi è questo? chi è, «Giamì»,
lo vedi? «Giamì», quand'era piccino come te,
coi riccioli come questi tuoi ‑ lo vedi? ‑
Bene, ora guarda da te.
Voltandosi a Giacomino:
Me l'ero immaginato, che ti dovessi sentir
male. Il capo, eh? Si vede.
Giacomino (impaziente):Professore...
Toti: Siedi. Così, in piedi non
possiamo discorrere.
Siede sul divano e invita Giacomino a
sedergli accanto. Poi si volta di nuovo
verso Ninì:
Senza strappare, eh Ninì. Piano piano.
A Giacomino:
Tivolevo domandare se il direttore della
Banca t'ha detto qualche cosa.
Giacomino: No. Niente. Non l'ho visto
nemmeno.
Toti: Non ci vai da tre giorni.
Giacomino: Non sono andato, perché...
Toti (interrompendolo):Non
voglio saperlo. Te lo domandavo perché jeri
lo incontrai per istrada e mi chiese di te.
Discorrendo, si parlò del tuo stipendio, e
io gli feci notare che non è quello che
dovrebbe essere. Siamo rimasti d'accordo che
ti sarà cresciuto.
Giacomino (sulle spine,
strizzandosi le mani):
Professore, io la ringrazio; ma ‑
Toti: ‑ di che mi ringrazii? ‑
Giacomino (seguitando):‑ mami
faccia il piacere, la carità di... di non
incomodarsi più, di... non curarsi più di
me, ecco!
Toti: Ah sì? Bravo, bravo. Non
abbiamo più bisogno di nessuno, ora, eh?
Giacomino: Non per questo,
professore. Se lei non vuol capire!
Toti: Che vuoi che capisca? Mi puoi
impedire, scusa, se voglio farti un po' di
bene, che te lo faccia?
Giacomino: Ma se io non lo voglio?
Toti: Tu non lo vuoi, e io te lo
voglio fare. Per mio piacere. Non sono
padrone? Oh guarda un po'. Mi dici che non
debbo più curarmi. di te. E di chi vuoi che
mi curi io, allora?
A un moto di Giacomino:
Aspetta. Senza furie. Poi parlerai tu.
Lascia parlare a me, adesso. Devi sapere,
figliuolo mio, che ai vecchi ‑ ai vecchi,
s'intende, che non siano egoisti e che
abbiano stentato nella vita, com'ho stentato
io, per arrivare a farsi, bene o male, uno
stato ‑ piace vedere i giovani che se lo
meritano farsi avanti per loro mezzo, e
godono se essi sono contenti, godono se
possono risparmiar loro tutti gli stenti
provati. Tu lo sai ch'io ti considero come
un figliuolo.
Si volta a guardarlo bene e s'interrompe:
Che fai? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra
le mani e sussulta come per un impeto di
singhiozzi che vorrebbe frenare. Fa per
posargli amorosamente una mano sulla spalla,
domandando:
Come? perché?
Ma Giacomino balza in piedi:
Giacomino (convulso, come per
ribrezzo, e mostrando il viso alterato,
sconvolto, per una fiera risoluzione
improvvisa): Non mi tocchi! Non mi
s'accosti, professore! Lei mi sta facendo
soffrire una pena d'inferno ‑
Toti: ‑ io? ‑
Giacomino: ‑ lei, lei ‑ non voglio
codesto suo affetto! ‑ per carità, la
scongiuro, se ne vada! se ne vada! e si
scordi ch'io esisto!
Toti (sbalordito):Ma perché?
Che hai?
Giacomino: Vuol sapere che ho? Glielo
dico subito. Mi sono fidanzato, professore.
Ha capito? Mi sono fidanzato.
Toti (vacilla, come per una
mazzata sul capo; si porta le mani alla
testa; casca a sedere quasi stroncato;
balbetta): Fi... fidan...
fidanzato?
Giacomino: Sì! E dunque, basta! basta
per sempre, professore! Capirà che ora non
posso più vederla qua, comportare la sua
presenza in casa mia.
Toti (quasi senza voce, istupidito):
Mi... mi cacci via?
Giacomino (dolente, con rispetto):No,
no... ma se ne vada... è bene che lei... che
lei se ne vada, professore.
Toti (si leva a stento, per
andarsene; s'appressa pian piano a Ninì; lo
guarda; gli carezza i capellucci: poi
voltandosi a Giacomino):Quando è stato?
Senza... senza dirmene nulla...
Giacomino: Già da un mese.
Toti: Da un mese? E seguitavi a
venire a casa mia?
Giacomino: Lei sa come ci venivo.
Toti (gli fa cenno con la mano di
non aggiunger altro. Poi):Con chi?
E poiché Giacomino tarda a rispondere:
Dimmelo!
Giacomino: Con una povera orfana come
me, amica di mia sorella.
Toti (seguita a guardarlo come
inebetito, con la bocca aperta, e non trova
più neanche la voce per parlare):E...
e... e si lascia tutto, così?... e... e... e
non si pensa più a... a niente? non... non
si tien più conto di niente?
Giacomino: Ma scusi, professore, mi
voleva schiavo?
Toti: Schiavo?
Inizio
pagina
Ha uno schianto nella voce, e insorge a poco
a poco.
Io che t'ho fatto padrone della mia casa?
Ah, codesta sì, che è vera ingratitudine! Il
bene che t'ho fatto, il bene che t'ho fatto,
te l'ho forse fatto per me? E che n'ho avuto
io, del bene che t'ho fatto? Le ingiurie, la
baja di tutta la gente stupida che non vuol
capire il sentimento mio. Ah, dunque, non
vuoi più capirlo neanche tu il sentimento di
questo povero vecchio che sta per andarsene
e che era tranquillo di lasciar tutto a
posto, una madre, il bambino, te, uniti,
contenti, in buone condizioni? Non so ‑ non
so ancora ‑ non voglio sapere chi sia la tua
fidanzata. Sarà ‑ se l'hai scelta tu ‑ sarà
una giovane per bene. Ma pensa che non è
possibile che tu abbia trovato di meglio,
Giacomino, della madre di questo bambino.
Non ti parlo dell'agiatezza soltanto, bada!
Ma tu hai ora la tua famiglia, in cui non ci
sono di più che io, ancora per poco, io che
non conto per nulla. Che fastidio vi do, io?
Sono come il padre di tutti; e posso anche,
se tu vuoi, per la vostra pace, posso anche
andarmene. Ma dimmi, com'è stato? che cos'è
accaduto? come ti s'è voltato così tutt'a un
tratto il cervello?
(Lo prende per le braccia.
Figliuolo mio... dimmelo dimmelo.
Giacomino: Che vuole che le dica?
Come non s'accorge, professore, che tutta
codesta sua bontà ‑
Toti: ‑ questa mia bontà ‑ séguita!
che vuoi dire?
Giacomino: Mi lasci stare! Non mi
faccia parlare!
Toti: No, parla, anzi! Devi parlare!
Giacomino: Vuole che glielo dica? Non
comprende dunque da sé che certe cose si
possono fare soltanto di nascosto, e non
sono possibili alla vista di tutti, con lei
che sa, con la gente che ride?
Toti: Ah, è per la gente? E parli tu
della gente che ride? Ma ride di me, la
gente, e ride perché non capisce, e io la
lascio ridere perché non me n'importa
niente! All'ultimo vedrai chi riderà meglio!
È l'invidia, credi a me, l'invidia,
figliuolo, di vederti a posto, sicuro del
tuo avvenire.
Giacomino: Se è così ‑ guardi,
professore ‑ se è così, lasci star me ‑ ci
sono tant'altri giovani che hanno bisogno d'ajuto.
Toti (ferito, con un feroce scatto
di indignazione: gli va con le mani
sulla faccia, poi gli afferra il bavero
della giacca e lo scrolla):Oh! che
cosa... che cosa hai detto? È giovane
Lillina; ma è onesta, perdio! E tu lo sai!
Nessuno meglio di te lo può sapere! È qua, è
qua, il suo male! (Si picchia forte sul
petto.)Dove credi che sia? Pezzo
d'ingrato! Ah, ora la insulti per giunta! E
non ti vergogni? non ne senti rimorso in
faccia a me? tu? E per chi l'hai presa? Ah
credi che possa passare dall'uno all'altro,
così come niente? Madre di questo bambino,
che tu sai bene di chi è! Ma che dici? Ma
come puoi parlare cosi?
Giacomino: E lei, professore, mi
scusi, come può lei piuttosto parlare così?
Toti (d'improvviso, come
vaneggiando, grattandosi lievemente le
tempie):
Hai ragione... hai ragione... hai ragione.
Rompe in un pianto disperato, cadendo a
sedere sul divano e abbracciando forte forte
il bambino, il quale, sentendolo piangere,
sarà accorso a lui.
Ah, povero Ninì mio! povero piccino mio! che
sciagura! che rovina! E che ne sarà della
tua mammina ora? che ne sarà di te, Ninì,
bello mio, con una mammina come la tua,
senza esperienza, senza più chi l'assista e
chi la guidi? Che baratro! che baratro!
Sollevando il capo, rivolto a Giacomino:
Piango, perché mio è il rimorso; piango,
perché io t'ho protetto: io t'ho accolto in
casa; io le ho parlato di te in modo da
toglierle ogni scrupolo d'amarti! E ora che
t'amava sicura, madre di questo bambino,
qua, ora tu...
Balza in piedi d'improvviso, risoluto,
convulso.
Pensaci, Giacomino! Io sono buono, ma
appunto perché sono così buono, se vedo la
rovina d'una povera donna, la rovina tua, la
rovina di questa creaturina innocente, io
divento capace di tutto! Pensaci, Giacomino!
Io ti faccio cacciar via dalla Banca! Ti
butto di nuovo in mezzo a una strada!
Giacomino: Ma sì, faccia quello che
vuole, professore. Io già me l'aspettavo.
Toti: Ah, te l'aspettavi? Ma son
capace di fare anche quello che non
t'aspetti, sai? Vado ora stesso, con questo
bambino per mano, a presentarmi alla tua
fidanzata.
Giacomino: Ah no, perdio, questo lei
non lo farà, professore!
Toti: Non lo farò? E chi potrà
impedirmelo?
Giacomino: Gliel'impedirò io! perché
lei non ha il diritto d'andare a turbare una
povera ragazza!
Toti: Non ho il diritto? E chi t'ha
detto che non l'ho? Io difendo la madre a
questa creaturina! difendo questa creaturina!
e difendo anche te, ingrato, che non ragioni
più! Andrò a parlarle, a parlare ai parenti,
mostrerò questo piccino e domanderò se c'è
coscienza a rovinar così una casa, una
famiglia, a far morire di crepacuore un
povero vecchio, una povera madre, e lasciar
senza ajuto e senza guida un povero
innocente come questo, Giacomino, come
questo... Ma non lo vedi? non hai più cuore,
figliuolo mio? non lo vedi qua il tuo
piccino? È tuo! È tuo!
Lo prende e glielo appende al collo.
Giacomino non resiste più, lo abbraccia, lo
bacia sulla testa; e allora il professor
Toti, al colmo della commozione, ride,
piange, come impazzito, grida:
Santo figliuolo... santo figliuolo mio... ah
che bene mi fai... lo volevo dire... lo
volevo dire... Su su, andiamo, ora! Andiamo
via subito! Non perdiamo tempo! Così come ti
trovi! Via, via, tutti e tre!
A questo punto si spalanca l'uscio laterale
a destra e irrompono Rosaria, don Landolina
e Filomena, gridando insieme:
Rosaria: No, no, Giacomino, che fai?
che fai? Così ti lasci trascinare?
Landolina: Di violenza? È inaudito!
Peccato mortale, Giacomino!
Filomena: Misericordia! Misericordia!
Giacomino (a Rosaria):Non
posso più sciogliermi, Rosaria! Lasciami
andare!
Toti (a Landolina, parandoglisi
davanti): Vade retro! vade retro!
‑ Via, via, Giacomino, non ti voltare!
E mentre Giacomino e Ninì passano la soglia,
seguita imperterrito a gridare:
Vade retro! Distruttore delle famiglie! Vade
retro!
Landolina (accorrendo, gridando):
Giacomino, io credo...
Toti (subito, dandogli sulla voce):Che
crede? Lei neanche a Cristo crede!
Tela