Salotto modesto in casa del professor
Toti. Uscio comune in fondo; uscio
laterale a sinistra. A destra, un
divano, poltrone, ecc. Sul divano,
alcuni giocattoli di Ninì: un
carrettino, un pagliaccetto coi cembali
a scatto.
Al levarsi della tela è in iscena, in
piedi, il Direttore Diana, col cappello
in mano. Poco
dopo entra dall'uscio a sinistra Rosa.
Rosa: S'accomodi. Aspetti. Levo
questo carrettino.
Eseguisce.
Direttore: Grazie. Posso anche
sedere qua.
Indica una poltrona.
Rosa (col carrettino in mano):Lo
va lasciando da per tutto. No, segga,
segga qua.
Indicando il divano. Il Direttore fa per
sedere, ma scopre sul divano anche un
pagliaccetto e lo porge a Rosa.
Ah! c'era anche il pagliaccetto? Grazie.
Ne sfascia tanti. Si figuri! Figlio
unico! Il cocco di papà! Non passa
giorno che non gli porti un giocattolino
nuovo. Ah, ecco qua il professore.
Entra il professor Toti in veste da
camera, con aria un po' stralunata. Il
Direttore si alza.
Toti: Pregiatissimo signor
Direttore. Prego, stia comodo. Se mi
permette un momento...
S'accosta a Rosa e le parla piano, in
fretta.
Scappa subito a casa di... di mio
suocero.
Rosa: Ora?
Toti: Ora, subito, ti dico.
Rosa: E il bambino a chi lo
lascio?
Toti: Il bambino è di là con la
mamma, adesso. Non c'è poi l'altra
donna?
Volgendosi al Direttore:
Prego, prego, signor Direttore, si metta
a sedere.
A Rosa:
Hai capito?
Rosa: E che vuole che vada a dire
a suo suocero?
Toti: Che vengano subito qua,
tutt'e due, padre e madre. Subito! Ma ‑
oh! ‑ senza farli spaventare. Dirai che
la signora non si sente bene e che ha
bisogno di loro. Corri, mi raccomando.
E appena Rosa andrà via per l'uscio
comune:
Scusitanto, signor Direttore. Il
cappello, prego...
Se lo fa dare.
Posiamolo qua.
Lo poserà su una seggiola accanto al
divano.
Direttore: Grazie. Scusi lei
piuttosto, professore, se la importuno.
Toti: No, che! Non importuna
affatto! Un piccolo disturbo della mia
signora.
Direttore: Ah, mi dispiace! Ma se
lei, professore, deve stare di là...
Indica l'uscio a sinistra.
Toti: No, non c'è bisogno della
mia assistenza. Ho mandato a chiamar la
madre perché, tra donne, s'intendono
meglio. A me non vuol dire che male ha.
Ma io lo so. Niente. Piccoli disturbi.
Direttore: Ah, forse ... ?
Allude a una nuova gravidanza.
Toti: No! Dio liberi, signor
Direttore! Uno basta! ‑ È un'altra cosa.
Gli s'accosta e, come in confidenza:
La gioventù, signor Direttore! Come
l'aprile vuole la pioggia, così la
gioventù, ogni tanto, le lagrime. Poi
rispunta il sole e ritorna l'allegria.
Gioventù! ‑ Ha comandi da darmi, signor
Direttore?
Direttore: Per carità, che dice
comandi?
Toti: No, no, lei mi può sempre
comandare. Se la mia condizione ora è
mutata, rimango pur sempre il suo
obbedientissimo subalterno.
Direttore: Io sono venuto a
pregare, veramente, non tanto il
professore, quanto l'amico.
Toti: Ai suoi ordini, signor
Direttore.
Direttore: Non ho nulla, badi, da
chiederle per me! O piuttosto, sì, anche
per me un favore che le costerà però ben
poco, m'immagino, dopo la bella fortuna
che le è toccata.
Toti: Per carità, signor
Direttore, non mi parli, la prego, di
questa mia fortuna! Mio fratello era in
Romania; e come io non sapevo, dopo
tanto tempo, se fosse vivo o morto, così
lui non sapeva di me, se fossi vivo o
morto. Non posso dunque dire che abbia
voluto lasciare il suo denaro proprio a
me. L'ha lasciato perché non poteva
portarselo all'altro mondo. Si cercò a
chi si doveva dare, e si trovò che si
doveva dare a me, unico erede.
Direttore: E non è stata una
fortuna, scusi?
Toti: Fortuna, non dico di no! E
non c'è misteri, creda. Gira in paese la
chiacchiera ch'io tenga non so
quant'altro denaro nascosto in casa.
Nemmeno un soldo. Tutta l'eredità ‑ così
come mi venne ‑ centoquarantamila lire ‑
la depositai alla Banca Agricola
cittadina.
Direttore: Eh, una bella somma!
Toti: Sissignore. E sono
diventato il più forte azionista della
Banca; a condizione di metterci qualcuno
di mia fiducia.
Direttore (un po' sulle spine):Eh,
lo so: il Delisi?
Toti (imperturbabile):Giacomino
Delisi, appunto. Eppure creda, signor
Direttore, creda che io stavo meglio
prima, con tutta la mia miseria! Questo
denaro è stato per me... sa come quando,
tempo d'inverno, i ragazzini, di sera,
raccolgono le foglie secche cadute dagli
alberi per farne una vampata, che se
uno, anche piccolo piccolo, si trova a
passare, l'ombra al muro, con quella
vampa, diventa come un gigante, che se
alza un braccio arriva fino al quinto
piano? Così, signor Direttore! Ero
niente: passavo e nessuno mi guardava.
C'è stata questa vampata dell'eredità; e
ora, appena alzo un braccio, appena
muovo una gamba, ecco che tutti lo
vedono; tutti mi stanno a guardare con
tanto d'occhi; vogliono conto e ragione
di quello che faccio e di quello che non
faccio; se proteggo questo, se non
proteggo quell'altro. E che cos'è? Non
son più padrone di fare quello che mi
pare, senza danno ‑ s'intende ‑ di
nessuno? Mi son seccato, ecco. E creda
che, se non avessi quel piccino là, che
già comincia ad andar per casa, mi
verrebbe quasi la tentazione di ritirare
dalla Banca questi centoquaranta pezzi
di carta e di farne davvero, come un
ragazzino, una vampata da fare epoca, da
fare epoca!
Direttore: Mi dispiace,
professore, d'aver toccato un tasto
doloroso. Ma mi permette
un'osservazione?
Toti: Anzi, la ringrazio.
Direttore: Mi pare che lei non
faccia tutto quello che dovrebbe ‑ dato
che la malignità del paese, come lei
dice, l'ha preso di mira ‑ per
ripararsene e risparmiarsi noje,
dispiaceri.
Toti: Io? Ma se non faccio nulla,
io, signor Direttore! Me ne sto qua,
ritirato in casa. Casa e scuola, scuola
e casa.
Direttore: Ecco, permette? Siamo
venuti appunto alla ragione della mia
visita. La scuola. Si ricorda che due
anni fa, quando lei ne aveva già
trentaquattro d'insegnamento, le
consigliai di mettersi a riposo?
Toti: Mi ricordo, sì.
Direttore: E non c'era allora
codesta cospicua eredità! Ma scusi,
professore, perché adesso non fa questo,
almeno?
Toti (precipitosamente):Ah,
no no no no! mai mai mai mai! Non me ne
parli! non me ne parli, signor
Direttore!
Direttore: Aspetti. Mi permetta
di aggiungere...
Toti: Non sento ragione, signor
Direttore! Di ritirarmi, non voglio
sentir parlare! Guardi, c'è più per me
di questa creaturina? Le ore che mi
prende la scuola sono levate alla gioja
che questa creaturina mi dà. Mi par mill'anni,
ogni giorno, che suoni la campana, per
ritornarmene qua a giocare, a fare
anch'io il bambino. Eppure no, non
transigo! non transigo, signor
Direttore!
Direttore: Ma sa che è una bella
ostinazione la sua? Se per lei è un
martirio!
Toti: Appunto perché è un
martirio! Voglio rimanere quello che
sono sempre stato. La croce la voglio
portare fino all'ultimo. Scusi, se
questo martirio è stato la ragione di
tutto quello che ho fatto! E perché
l'avrei fatto allora?
Direttore: Già, ma se adesso non
c'è più bisogno?
Toti: Lo dice lei! Vuol mettere
il denaro sudato onestamente, il denaro
che sa di stento, con questo
dell'eredità, piovuto dal cielo, che lei
fa così
soffia sul palmo della mano
‑ e se ne va com'è venuto? E poi le dico
che m'ha portato sfortuna! E poi... poi
ci son altre ragioni. In confidenza: se
non avessi la scuola, starei troppo in
casa; per via del bambino. Nessuno mi
tratterrebbe. Sono vecchio, signor
Direttore, e in casa darei troppo
fastidio: lei m'intende! Non ne parliamo
più!
Direttore: Mi dispiace,
professore; ma io debbo ancora
parlargliene, e seriamente.
Toti: Mi si vorrebbe forse
costringere?
Direttore: Abbia pazienza,
professore. Cerchi di mettersi un poco
ne' miei panni: dalla mattina alla sera,
in direzione, a casa mia, se esco a fare
due passi, io sono oppresso, da due anni
a questa parte, oppresso, vessato da
tutti, padri di famiglia, e anche
estranei che non conosco, i quali
vengono a protestare contro il preteso
scandalo di codesta sua permanenza
nell'insegnamento.
Toti: Ah sì?
Direttore: Sì, sì, purtroppo,
professore! Creda, una protesta civile
vera e propria ‑ generale.
Toti: E lei la chiama civile?
Direttore: Mah! Si reputano
offesi di ciò che si sa, di ciò che si
dice in paese della sua vita privata,
e...
Toti: E lei, signor Direttore?
Direttore: Io non voglio entrare
adesso a vedere se a torto o a ragione.
Dico questo, però: che lei, come privato
cittadino, se ha la coscienza
tranquilla, può infischiarsi del
giudizio della gente; ma da professore
no, veda! Addetto a un pubblico ufficio,
lei ha l'obbligo di tenerne conto; come
debbo tenerne conto io, da direttore; e
perciò sono venuto a consigliarle,
ancora una volta, di mettersi a riposo.
Toti: E di sottoscrivere così a
un giudizio iniquo?
Direttore: No, veda ‑
Toti: ‑ che vuole che veda,
signor Direttore! Aspetto che qualcuno ‑
poiché lei non vuol farlo ‑ venga a
discutere con me, non su quello che
pare, ma su quello che è: la mia
coscienza appunto!
Alzandosi:
No no no. Non mi ritiro! Accetto la
guerra, signor Direttore. Voglio vedere
chi avrà il coraggio di venirmi a dire
in faccia ch'io non sono un uomo onesto;
e che ciò che faccio non è fatto a fin
di bene.
Direttore (alzandosi anche lui
e stringendosi nelle spalle):Capirà
ch'io ho fatto il mio obbligo d'amico.
Toti: E io la ringrazio!
Direttore: La prevengo che si
minaccia di portare la protesta agli
enti superiori ‑
Toti: ‑ facciano! ah, facciano
pure! ‑
Direttore: ‑ e che se domani dal
Ministero si volesse qualche rapporto ‑
Toti: ‑ lei risponda come crede:
che m'ha consigliato di chiedere il
riposo, e che io non ho voluto saperne.
Ce la vedremo, signor Direttore!
Direttore: E allora non mi resta
che salutarla e augurarle che la sua
signora si rimetta presto in salute.
Toti: Grazie, signor Direttore;
le sono obbligatissimo, creda.
Direttore: Non s'incomodi.
Rifletta piuttosto su quanto le ho
detto, e segua il mio consiglio: ‑ si
ritiri!
Toti: No, no, l'accompagno,
prego, l'accompagno, signor Direttore.
Il Direttore esce. Il professor Toti lo
accompagna, e poco dopo ritorna. Trova
sulla soglia dell'uscio a sinistra
Lillina, con Ninì per mano; abbattuta,
coi capelli in disordine e gli occhi
rossi di pianto.
Toti: Ah, tu. Vuoi darmi il
bambino?
Lillina: Sì, non posso badarci.
Dov'è andata Rosa?
Toti: L'ho mandata io. Ma dammelo
qua il bambino. Vieni, vieni qua con me,
Ninì!
Se lo prende in braccio.
Lasciamola stare la mammina; vedi che ha
la «bua»?
Lillina: È così fastidioso!
Toti: Forse perché ti vede in
codesto stato, povero piccino. Siamo
come due mosche senza capo, è vero eh,
Ninì? a vedere la mammina così. Sai che
sono già tre giorni?
Lillina: Ma che posso farci, se
non mi sento bene?
Toti: Lo so! E ti pare che non ti
compatisca, figliuola mia? Siedi, siedi
qua. Vado a lasciare il bambino alla
donna, fino al ritorno di Rosa.
Lillina: No, alla donna no: ho
paura che non sappia badarci.
Toti: Glielo raccomanderò io, non
temere. E poi Rosa non potrà tardare
ancor molto.
Esce con Ninì per l'uscio in fondo e
rientra solo poco dopo. Nel frattempo,
Lillina si sarà seduta e avrà nascosto
il viso tra le mani. Toti, rientrando e
vedendo Lillina in quell'atteggiamento,
scuote il capo, poi le s'accosta piano e
le dice:
Toti: Non vuoi proprio dirmelo,
che ti senti?
Lillina: Gliel'ho già detto:
niente mi sento! Mi fa male la testa, e
a tener gli occhi aperti, mi gira il
capo.
Toti: E non puoi neanche sentir
parlare: ho capito! Intanto, non vuoi
che si chiami il medico...
A un cenno d'alzarsi di Lillina,
trattenendola a sedere e prevenendola:
Ma sì, credo anch'io che sarebbe inutile
chiamarlo!
Lillina (rimanendo seduta, ma
non potendone più): Per
carità, mi lasci stare! non mi dica più
niente! Abbia pazienza ancora per
qualche giorno, e vedrà, vedrà che mi
passa, mi passa tutto... tutto...
tutto...
Scoppia in un pianto irrefrenabile.
Toti: Eh, lo vedo che ti passa!
Ti passa bene, ti passa...
Breve pausa; poi, timido, insinuante:
Non vuoi confidarti con me?
Lillina: Ma che vuole che le
confidi, se non ho nulla, proprio nulla
da confidarle? Perché vuole tormentarmi?
Toti: Tormentarti? Vorrei
soltanto che tu mi parlassi, mi dicessi
cos'è accaduto!
Lillina: Ma se non è accaduto
nulla! Glielo giuro: nulla!
Toti: E perché stai allora così?
Lillina: Perché mi sento male:
quante volte vuole che glielo ripeta?
Toti: Ah dunque debbo parlare io?
Credi davvero, via, che, per quanto
vecchio, sia già così rimbecillito da
non capire che tu non puoi star così,
solo perché ti fa male il capo?
A un nuovo cenno d'alzarsi di Lillina,
trattenendola con piglio più severo e
risoluto:
No, aspetta, figliuola! sta' qua, sta'
qua ad ascoltarmi; e lascialo il mal di
capo, ché questa anzi sarà la ricetta
per fartelo passare. Tutte queste
chiacchiere che la gente fa sul conto
nostro, t'han forse messo in soggezione
davanti a me, fino a farti credere che
tu non possa più parlarmi come prima e
dirmi ciò che ti sta sul cuore? Bada che
sarebbe l'ingiuria più grave che tu
potessi farmi, il tradimento più brutto:
quello di vedere in me... ciò che non
voglio neanche dire. Io ho mantenuto
tutto quello che ti promisi e non mi
sono tirato indietro d'un passo. Se la
gente parla, se la gente ride, e c'è chi
protesta e chi minaccia ‑ (mi hanno
perfino mandato in casa il Direttore,
hai visto) ‑ ebbene, lasciali dire!
lasciali fare! Ciarle, risa, proteste,
minacce per me non significano niente, e
non debbono significar niente neanche
per te. Sappiamo bene, tu e io, che non
facciamo nulla di male; e dobbiamo
dunque pensare a star tutti uniti e a
non darla vinta a nessuno, aspettando
che il tempo mi dia ragione: non ora ‑
presto ‑ alla mia morte ‑ quando vi avrò
lasciati a posto, tutti e tre tranquilli
e contenti. Hai inteso? Di', hai inteso?
Lillina: Sì, sì, ho inteso.
Toti: E dunque parla adesso! Che
è stato? Vi siete litigati?
Lillina: No, che litigare! Non mi
sono litigata con nessuno.
Toti: E perché allora da tre
giorni lui non viene?
Lillina: Che vuole che ne sappia
io?
Toti: Non va neanche alla Banca,
da tre giorni. Me l'ha detto ieri il
cassiere. Si vede che farà male il capo
anche a lui. Ah, santo Dio, ragazzi!
Pensate che il tempo rimane per voi, e
che un giorno che togliete a me, è
peccato! Tre giorni che non canti, tre
giorni che non ridi...
Lillina scoppia di nuovo a piangere.
Ecco, vedi? E t'ostini a dirmi che non è
niente! Qualcosa di grosso dev'essere
accaduto! E tu devi dirmelo!
Si sente sonare il campanello,
internamente.
Ah, eccoli qua! Se non vuoi dirlo a me,
lo dirai almeno a tua madre.
Lillina (balzando in piedi,
tra i singhiozzi): Mia madre?
Ha fatto venire mia madre? Io non ho
niente da dirle! Non ho niente da dire a
nessuno! Mi lascino stare, per carità!
Mi lascino stare!
Via di corsa per l'uscio a sinistra.
Toti resta costernato a guardar l'uscio
per cui Lillina è uscita; tentenna il
capo; aspetta; poi, non vedendo entrar
nessuno, si fa all'uscio in fondo e
grida:
Toti: Chi è?
Pausa,:
Rosa!
Si presenta sulla soglia Rosa.
Rosa: Eccomi qua.
Toti (contraffacendola):«Eccomi
qua!» E non vieni a riferirmi che cosa
t'hanno risposto?
Rosa: Che stanno per venire. Sono
usciti dopo di me. Faccia conto che sono
qua. Ma badi che non volevano saperne.
Toti: Di venire?
Rosa: Perché dicono che non
vogliono immischiarsi nei suoi affari.
Toti: E chi ha detto loro
d'immischiarsi?
Rosa: Non so. Hanno detto così.
Toti: Ma tu li hai avvertiti che
la signora non sta bene?
Rosa: Li ho avvertiti. E si sono
guardati negli occhi, tra loro.
Toti: E tu allora hai sciolto lo
scilinguagnolo, e figuriamoci! Basta.
Di' almeno anche a me quello che sai, se
sai qualche cosa!
Rosa (scattando, bizzosa):Che
vuole che sappia io? Io non so niente!
Faccio qua la serva; non faccio la spia,
né altro mestiere!
Toti: Ih, salti come una vipera!
Rosa: Perché voglio il mio
rispetto! Ha capito? Se mi vuole, mi
tenga; se non mi vuole, mi mandi via! Ho
considerazione per la signora.
Approvarla, non l'approvo. Voglio bene
al bambino. E quanto a lei, se vuol
saperlo, ecco qua: lei mi dà proprio
allo stomaco. Se mi vuole, mi tenga; se
non mi vuole, mi mandi via!
Si ode di nuovo il suono del campanello
alla porta, Rosa si prende la veste
pulitamente per due lembi, la allarga
strisciando una riverenza, e via.
Toti (le griderà dietro):Linguaccia!
Linguaccia!
Entrano, serii e impettiti, Cinquemani e
la moglie Marianna, senza salutare. Il
primo con un'antica mezzatuba grigia,
proprio per la quale, e una mazza col
manico di corno; Marianna con un gran
velo da Maria Addolorata sui capelli e
una goffa sottana pieghettata, a
quadretti verdi e neri, che puzza di
naftalina lontano un miglio.
Inizio
pagina
Toti: Caro Cinquemani, cara suocera,
accomodatevi, accomodatevi!
Marianna (a schizzo):Tante
grazie.
E non s'accomoda.
Cinquemani (alzando una mano con
gravità): Questo non è posto per
noi da star comodi!
Toti: Mettetevi almeno a sedere e
posate il cappello.
Cinquemani: Non poso niente.
Toti: Voi almeno, signora suocera,
abbassatevi il velo sulle spalle.
Marianna (c.s.): Grazie. Non
mi abbasso niente.
Siede.
Cinquemani: E il cappello, io, per
sua norma, me lo levo a casa mia. Qua non è
casa mia; per cui...
Siede.
Toti: Questa è la casa della vostra
figliuola. Se voi non avete mai voluto
considerarla come vostra...
Cinquemani (alzandosi):Marianna,
pst!
Marianna si alza.
Andiamo via!
Toti: Siete pazzo? Che v'ho detto? Eh
via, non facciamo storie, ché ho ben altro
adesso per il capo! Sedete, sedete;
discorriamo.
Marianna: Discorriamo? Lei? Vuol
discorrere lei? Prima lei deve stare a
sentire il discorsetto che dobbiamo farle
noi!
A Cinquemani:
A te! Attacca!
Toti (con atto di rassegnazione):
Sentiamo codesto discorsetto! Ma sbrigatevi,
per amor di Dio!
Cinquemani: Eccomi qua. Tanto io,
quanto mia moglie; io
s'appunta l'indice sul petto
e mia moglie
la indica:
va bene?
Toti (sbuffando):Benissimo!
Avanti!
Cinquemani: No, sa: per precisare;
perché noi due siamo intanto marito e
moglie, per davvero. Or dunque, tanto io
quanto mia moglie, lei sa bene che non
abbiamo messo piede in questa casa, se non
il giorno dello sposalizio.
Marianna (agitandosi sulla sedia):E
Dio sa quello che abbiamo patito!
Toti: Voi? Perché? Quando?
Marianna (insorgendo):Ah,
perché, dice? quando, dice? Ma ora stesso,
ora stesso! Sappia che con tanto d'occhi ci
ha guardato la gente, davanti a tutte le
porte, affacciata a tutte le finestre,
vedendoci venire qua!
Toti: Bene, vi hanno guardato; e poi?
Cinquemani: Basta, Marianna: lascia
parlare a me!
Toti: Un momento, Cinquemani. Voglio
prima saper questo: ‑ Vi ho detto, sì o no,
a scuola, non so più quante volte, di venire
qua con vostra moglie, a trovare la vostra
figliuola?
Cinquemani: Sì, me l'ha detto.
Toti: Chi vi ha proibito allora di
venire?
Marianna (scattando):Ah, vuol
sapere chi ce l'ha proibito?
Cinquemani (balzando in piedi
anche lui e accorrendo come a parare la
moglie):Aspetta, Marianna: gli rispondo
io! ‑ Giacché lei mi parla della scuola,
voglio che sappia che là, davanti ai suoi
colleghi e agli alunni, io la saluto per
semplice considerazione sociale, e basta!
Perché io solo so, e il signor Direttore,
tutte le porcherie che mi tocca a
scancellare dai muri per lei e per la mia
figliuola! Cose da far cadere la faccia a
terra, dalla vergogna! la faccia a terra!
Marianna: E vuol sapere chi ci ha
proibito di venire!
Cinquemani: Lei è la favola del
paese! E il paese ha ragione! E io e mia
moglie, tutt'e due, lo sappia, siamo col
paese!
Marianna: Perché siamo gente che non
ha perduto ancora il santo rossore della
faccia! Il santo rossore, qua! qua!
Si dà manate sulle guance.
Cinquemani: Gente onorata siamo!
Toti: E via, smettetela! Volete
sapere che cosa siete? Due asini siete! Due
asini!
Cinquemani: Mi parli con rispetto
perché sono suo suocero!
Toti: Ma statevi zitto! Suocero!
Sapete bene come e perché mi sono presa
vostra figlia!
Marianna: Se l'è presa perché ha
voluto prendersela!
Toti: Sissignori! E con tutto il
cuore!
Marianna: Non già per noi, se l'è
presa! Perché per noi poteva restar dov'era,
che sarebbe stato meglio! Vergogna nascosta,
anziché pubblica, come lei l'ha ridotta! Ma
sa che non possiamo più mettere il naso
fuori della porta, per paura d'aver beccata
la faccia dalla gente?
Toti: Avete finito? Vi siete sfogati?
Posso parlare io, adesso?
Cinquemani: No, che finire! che
sfogare! Aspetti! A lui, dica un po', a lui,
a uno svergognato di quella specie; ladro
dell'onore delle famiglie; che l'ha coperto
di ridicolo dalla punta dei piedi alla cima
dei capelli; a lui doveva far dare il posto
di fiducia alla Banca? Glieli deve guardar
lui gl'interessi?
Toti: Ah, ho capito: è per questo
tutta la vostra indignazione?
Cinquemani: No, non per questo!
quest'è per giunta! Non le bastava avergli
permesso, con lo scandalo di tutto il paese,
che seguitasse a venir qua?
Marianna: E pretendeva che ci
venissimo anche noi, insieme con quello!
Cinquemani: Zitta, Marianna! ‑ Non
bastava, eh? Anche a guardia degl'interessi
doveva esser messo? Che bisogno aveva d'un
tutore di questo genere mia figlia? Con la
pensione che lei le lasciava e questa nuova
fortuna piovuta dal cielo, non poteva forse
mia figlia restar libera, padrona di sé, col
bambino, senza questo scandalo, guardata
dalla madre e da me?
Si commuove, cava di tasca un grosso
fazzoletto di colore e si mette a piangere.
La moglie lo imita in tutte le mosse. E
tutt'e due piangono per un pezzo.
Toti: E bravi! E bravi! Si chiama
ragionare, codesto? Quattro soldi di
pensione sarebbero toccati a vostra figlia!
E quanto all'eredità, chi se l'aspettava?
Certo che, se avessi potuto immaginare che
mi sarebbe venuta, avrei preteso che ‑ non
solo la vostra figliuola ‑ ma qualunque
altra ragazza avesse voluto venir con me per
assistermi e darmi onestamente un po' di
conforto nella vecchiaja, aspettasse con
pazienza la mia morte per poi fare ciò che
le sarebbe piaciuto. Ma è venuta troppo
tardi e fuori d'ogni previsione questa
fortuna, capite? quando il fatto era fatto e
bisognava lasciar le cose com'erano.
Cinquemani: Basta. Sa perché siamo
venuti noi, adesso? Siamo venuti perché, con
l'ajuto di Dio, pare che ormai sia tutto
finito.
Toti (balzando, costernatissimo):Che?
Tutto finito? Che dite?
Marianna: Eh, lo dice tutto il paese!
Toti (c.s.): Finito?
Cinquemani: Ah, come? lei s'infuria,
invece di ringraziame Dio?
Marianna (facendosi il segno della
croce): In nome del Padre, del
Figliuolo e dello Spirito Santo!
Toti (c.s., smarrito e senza
requie):Ma che è accaduto insomma?
Possibile che non debba saperlo soltanto io?
Ditemi subito quello che sapete! Ah, per
questo, allora, piange da tre giorni quella
poverina? È una cosa seria, dunque? Che si
dice in paese? È inutile, è inutile che vi
facciate la croce, voi! Aspettate a farvela,
perché ci sono io, qua, ancora! ci sono io!
Marianna: Sì, ma anche i santi
sacerdoti, per grazia di Dio!
Toti: I sacerdoti?
Marianna: I santi sacerdoti,
sissignore! Ah lei non sa che la sorella di
lui ‑
Toti: ‑ di Giacomino? ‑
Marianna: ‑ appunto! la signorina
Rosaria Delisi ha messo sossopra tutta la
gente di chiesa ‑ sacerdote per sacerdote ‑
Cinquemani: ‑ e le annunzio che sarà
qui tra poco don Landolina! ‑
Toti: ‑ don Landolina? E chi è?
Cinquemani (con enfasi):Un
sant'uomo! Il beneficiale di San Michele!
Ecco chi è!
Marianna: Il padre spirituale della
signorina Delisi! Ecco chi è!
Toti: E vuol venire... vuol venire a
parlare con me?
Cinquemani: È venuto jersera a casa
mia, credendo ch'io fossi d'accordo con lei,
nel tener mano qua... Com'ha saputo, invece,
che ‑
Toti: ‑ disse che sarebbe venuto da
me?
Si stropiccia le mani.
Sta bene! sta bene! Lasciatelo venire! Se mi
vuol parlare, è segno che ancora ha da
vedersela con me! E ce la vedremo! ‑
Intanto... ‑ no, aspettate...
Si rivolge a Marianna:
Fatemi il piacere, entrate là da vostra
figlia.
Indica l'uscio a sinistra.
Marianna (di nuovo scattando):Io?
Non voglio più vederla, io!
Toti: Non facciamo storie, vi ripeto!
Entrate da lei e cercate con le buone, con
garbo, di farvi dire che è stato, che cosa è
accaduto tra loro.
Marianna: Io? Ma lei è pazzo! Vuol
che mi metta a parlare di codeste cose con
mia figlia? Per chi m'ha preso?
Toti: Per una buona madre v'ho preso!
Il guajo è serio: abbiate, per Dio santo, un
po' di cuore! Entrate!
Marianna: Entro ma non parlo,
gliel'avverto! Se parlerà lei...
Toti: Va bene! Forse, appena vi
vedrà, vi butterà le braccia al collo e vi
dirà tutto.
Marianna (al marito):Debbo
entrare?
Cinquemani (grave, dopo un momento
di riflessione): Entra.
Toti: Con garbo, mi raccomando!
Marianna: Le ho detto che io non
parlo! Se parlerà lei...
Via per l'uscio a sinistra.
Toti: Oh! E voi mi farete intanto un
altro piacere, Cinquemani! Non dubitate che
saprò alla fine come regolarmi con voi.
Cinquemani: Da quest'orecchio io non
ci sento. Sono un pubblico funzionario;
umile, sì, ma pubblico funzionario; e non me
ne sono ancora dimenticato.
Toti: Lo vedo. Vi siete invece
dimenticato d'esser padre.
Cinquemani: Vorrei sapere quanti
siamo i padri qua!
Toti: Il meno di tutti, voi: ve lo
posso assicurare. Finiamola! State attento a
ciò che vi dico.
Cinquemani: Parli, parli.
Toti (S'accosta prima all'uscio a
sinistra per sentire se Lillina si confida
con la madre; poi, tornando a Cinquemanì):
Dunque, presto, mi raccomando: scendete
in piazza.
Cinquemani: E poi?
Toti: Salite alla Banca Agricola.
Cinquemani: E poi?
Toti: E poi il canchero che vi porti!
Ma guarda che muso da far favori!
Cinquemani: Se ancora lei non si
spiega! Che dovrei andare a fare alla Banca?
Toti: Niente. Vedere soltanto se c'è
Giacomino Delisi.
Cinquemani: Io? Quel laccio di forca?
Ma dov'ha la testa lei, professore? Se io lo
vedo, quel laccio di forca ‑
Toti: ‑ fate come la lepre davanti ai
cani. Scantonate. Ma forse non lo vedrete
neppure, perché da tre giorni non va nemmeno
lì. Siete disposto a parlare col cassiere?
Cinquemani: Per il cassiere, nessuna
difficoltà. Ma ‑ non di quel signore là
‑badiamo!
Toti: Basterà che gli domandiate a
mio nome se non c'è nulla di nuovo.
Cinquemani: E se vedo quello?
Toti: Scantonate, scantonate, e me lo
venite a dire.
Inizio
pagina
Si sente sonare il campanello alla porta.
Oh Dio, fosse lui!
Cinquemani (cercando dove
nascondersi, in gran confusione):Lui?
non voglio vederlo! non voglio vederlo! Badi
che se lo vedo...
Si fa alla soglia dell'uscio comune Rosa.
Rosa: C'è Padre Landolina. Dice che
vuol parlare con lei.
Cinquemani: Ah, eccolo! Ha visto?
Toti (a Rosa):Fallo passare.
Rosa, via.
Cinquemani: Io vado.
S'avvia.
Meno male che finalmente cominciano a
entrare persone per bene in questa casa.
S'inchina profondamente a don Landolina che
entra:
Padre reverendo!
Via.
Landolina: Chiarissimo professore!
Toti: Reverendissimo! Favorisca.
S'accomodi, prego.
Landolina: Grazie, grazie!
Toti (indicandogli il divano):No
no, qua; per carità!
Landolina: Sto bene anche qua;
grazie!
Toti: Non sia mai! Lei è un
personaggio di riguardo.
Landolina: Obbedisco. Grazie.
Obbligatissimo.
Toti: A che debbo l'onore della sua
visita?
Landolina: Ecco, professore. Se
permette, io avrei bisogno di tutta la sua
bontà ‑ riconosciutissima ‑ non tanto per
quello che vengo a chiederle, che è giusto;
quanto per me, timido servo di Dio, perché
mi dia il coraggio di parlarle di una cosa
molto... molto delicata.
Toti: Coraggio: eccomi qua. Le metto
a disposizione ‑ poiché lei me la riconosce
‑ tutta quella bontà che le abbisogna;
sicuro che se ne prenderà non più di quanta
potrà bastargliene a farla parlare.
Landolina: Ah, nei limiti della
discrezione, s'intende! È un caso di
coscienza, professore.
Toti: Coscienza sua, o coscienza
d'altri?
Landolina: D'una povera anima
cristiana, professore ‑ non so se a torto o
a ragione ‑ (non voglio indagare) ‑
Toti: ‑ neanche lei? ‑
Landolina (stordito dalla
interruzione che non comprende):‑
comedice?
Toti: No, niente. Prosegua, prosegua.
Landolina (ripigliando):Dicevo,
non so se a torto o a ragione addolorata,
offesa da certe dicerie pregiudizievoli che
girano in paese a carico del proprio
fratello.
Toti: Ho capito. Lei viene a nome
della sorella di Giacomino Delisi?
Landolina: Fa il nome lei,
professore; non io.
Toti: Senta, reverendo. Se vuol
parlare di questo, dev'essere a un patto:
che lei, prima di tutto, si levi i guanti ‑
Landolina (mostra le bianche mani
ignude, con un sorriso fino fino sulle
labbra):‑ maio, veramente ‑
Toti: ‑ non dico dalle mani. Dalla
lingua, dico. Parli chiaro, insomma; aperto.
Con me si parla così, perché non ho niente
da nascondere, io. Aperto!
Landolina: Ma scusi, non vorrebbe
rispettare il mio ufficio sacro?
Toti: È un segreto di confessione?
Landolina: No, guardi, è il dolore ‑
come le dicevo ‑ d'una povera penitente che
viene a chiedere consiglio e ajuto al suo
confessore.
Toti: E lei se ne viene da me?
Landolina: C'è il suo motivo,
professore, se lei ha la pazienza di
lasciarmi dire.
Toti: Dica, dica.
Landolina: Parlerò aperto, come lei
desidera. La signorina Delisi, di parecchi
anni maggiore dei fratello, come lei saprà,
ha fatto da madre al giovine, quasi fin da
bambino rimasto orfano; e, grazie a Dio, con
ineffabile compiacimento, se l'è veduto
crescere sotto gli occhi timorato,
rispettoso, obbediente.
Toti: Può abbreviare, Padre. Vuole
che non conosca Giacomino? Meglio di lei lo
conosco e anche meglio di sua sorella, ne
può star sicuro.
Landolina: Ecco, lo dicevo perché
tutte queste buone doti che lei riconosce
nel giovine, sono merito, a mio credere,
della buona educazione che ha saputo dargli
la sorella.
Toti (quasi tra sé):Quant'è
bello finire come un cero d'altare!
Landolina: Non capisco.
Toti: Ardere e sgocciolare, Padre!
Codesta signorina Delisi. Ma sì, ottima,
ottima creatura. E riconosco che ha saputo
educar bene il fratello.
Landolina: E come avviene allora,
professore, che a carico di questo giovine
così bene educato si trovi, adesso, tanto da
ridire in paese? Ecco, per me è chiaro che
dipende da questo: che il giovine frequenta
con una certa assiduità la sua casa; e che
la malignità della gente, essendo la sua
riverita consorte anche lei molto giovane ‑
Toti: ‑ veniamo, Padre, veniamo allo
scopo della sua visita!
Landolina: Ma già ci siamo.
Toti: No, guardi: glielo dico io.
Andiamo per le spicce. Mandato dalla
sorella, lei vorrebbe che io, per troncare
codeste che lei chiama dicerie
pregiudizievoli, pregassi Giacomino di non
mettere più piede in casa mia. Vuol questo?
Landolina (con umiltà dolente e
dispettosa): No, professore, non
questo propriamente.
Toti: E che altro vorrebbe allora da
me?
Landolina: Ecco. Le ho parlato della
sorella, del dolore della sorella per queste
dicerie, che non fanno male soltanto al
giovine, ma anche ‑
Toti: ‑ non badi, non badi a me, la
prego!
Landolina: Capisco che lei è
superiore a coteste miserie. Ma una povera
donna, no; una povera sorella, che dobbiamo
piuttosto considerare come madre, no; ne
soffre; piange; chiede conforto e ajuto ‑ è
donna ‑ e...
Toti (restringendosi come se il
parlare untuoso del prete gli promovesse
doglie viscerali e applicandosi le mani alle
tempie): Che stradacce, ah che
stradacce in questo nostro porco paese!
Landolina (stordito più che mai di
questa nuova bislacca interruzione):Stradacce?
Toti: Appena piove, non ha visto? le
si sfanno subito sotto i piedi, che pare a
camminarci s'abbia il vischio alle suole. E
che piacere sguazzarci, poi, quando seguita
a piovere e quella mota si fa acquosa!
acquosa!
Landolina: Non capisco, in verità,
come c'entrino le strade.
Toti: Porto scarpe di panno,
reverendo! Lei mi parla di questo gran
pianto della sorella; e io allora, non so,
ho pensato alle strade quando piove. Non ci
faccia caso! Diceva?
Landolina: Che ha mandato me, sì,
professore, ma solo per supplicarla d'esser
cortese di farle avere ‑ ecco ‑ un piccolo
attestato, un piccolo attestato proprio per
suo conforto e nient'altro: come qualmente
queste dicerie non hanno né certamente
possono avere il minimo fondamento di
verità.
Toti: E nient'altro vorrebbe?
Landolina: Nient'altro, oh,
nient'altro!
Toti: Perché, quanto a ritornare qua
Giacomino, la sorella crede di poter essere
sicura che questo non avverrà mai più, è
vero? poiché lei, da buona sorella, da buona
mamma, lo ha persuaso e convinto che questo
non deve più avvenire. È così?
Landolina: Sì, professore: questo
crede proprio d'essere riuscita a ottenerlo.
Toti: E ora vorrebbe l'attestato da
me? Prontissimo. Glielo rilascio.
Landolina: Oh grazie!
Toti: Grazie? Che vuole che mi costi?
Due righe: come qualmente, avendo saputo di
queste dicerie eccetera eccetera, attesto e
certifico eccetera eccetera. Può andarsene,
reverendo. Glielo faccio. Glielo faccio e
glielo mando.
Landolina: Sono proprio felice e
ammirato, professore, di codesta sua carità
fiorita.
Si alza.
E ‑ scusi ‑ non vorrebbe darlo a me? Glielo
porterei subito.
Toti: Ah, no! Ora non ho tempo. Ma
non dubiti, glielo faccio e glielo mando, in
giornata.
Landolina: Lo manderà a me?
Toti: No; perché a lei? Direttamente
alla sorella. Se ne vada tranquillo.
Landolina: Io allora la riverisco, e
‑
Toti: ‑ aspetti! ‑ Mi dica. Lo sa,
reverendo, che Giacomino ‑ buon giovine,
ottimo anzi, timorato, rispettoso ma... sì,
via! scioperato ‑ trovò posto alla Banca per
me?
Landolina: Oh, vuole che non lo
sappia, professore! Lo so bene, e voglio che
lei mi creda: glien'è gratissima la sorella,
riconoscentissima!
Toti: Meno male, meno male. Sono
contento di codesta riconoscenza.
Landolina: A rivederla, dunque,
professore. E tante grazie di nuovo.
S'avvia.
Toti: A rivederla, reverendo.
Lo richiama:
Scusi, scusi,reverendo: le volevo domandare
un'altra cosa che mi passa ora ‑ così... ‑
per la mente. Mi chiarisca un dubbio. Crede
lei che un giovanotto ‑ un giovanotto
qualunque ‑ possa non farsi più nessuno
scrupolo, nessun rimorso, se per caso ‑ per
puro caso, intendiamoci! ‑ una ragazza da
lui sedotta e resa madre avesse poi trovato
in tempo un uomo, un povero vecchio...
Don Landolina, avendo compreso fin dalle
prime parole l'allusione del professor Toti,
s'è messo a tossicchiare, nell'imbarazzo; il
professor Toti lo guarda, interrompe il
discorso; sorride e osserva:
Ma sa che lei ha una bella tosse, reverendo?
Si curi si curi: un bell'impiastro! A
rivederla.
Don Landolina, via a precipizio, sempre
tossendo, con un fazzoletto sulla bocca.
Toti (facendosi all'uscio a
sinistra e chiamando forte):Signora
Marianna! signora Marianna!
La signora Marianna accorre.
Marianna: È inutile, sa? Non parla.
Non vuol parlare.
Toti (in fretta, risoluto):Non
importa, non importa. Fatemi piuttosto il
piacere di rivestirmi il bambino.
Marianna: Il bambino? E che so io,
dove sono i vestitini del bambino?
Toti: Avete ragione. Grazie. Faccio
da me, faccio da me!
Via per l'uscio a sinistra. La signora
Marianna resta a guardare, imbalordita; e
intanto Cinquemani entra dall'uscio comune.
Cinquemani (vedendo la moglie che
guarda in quel modo):Ebbene? Che è
accaduto?
Marianna: Lo domandi a me? Mi sembra
la casa dei matti! Tu di dove vieni?
Cinquemani: Ho incontrato per le
scale don Landolina che scendeva mogio
mogio, con gli occhi stralunati... ‑ Che fa
Lillina? Che t'ha detto?
Marianna: Niente. Non m'ha voluto dir
niente.
Cinquemani: Oh, sai che ti dico io?
Andiamocene!
Marianna: Aspetta, aspetta! Forse non
è prudente, in questo momento.
Rientra dall'uscio a sinistra il professor
Toti col cappello in capo e ancora in veste
da camera. Regge in un braccio Ninì e
nell'altro braccio la sua giacca, il
berretto da marinajo e le scarpette del
bimbo. Posa a sedere Ninì su un tavolino; si
leva e butta via la veste da camera; indossa
la giacca; poi s'accosta a Ninì per
calzargli le scarpette nuove.
Toti: Ora il cocchetto, piano piano,
se ne viene a spassino con papà.
Voltandosi appena verso Marianna:
Quanto mi piacerebbe che mi chiamasse nonno!
‑ Con papà, eh? Ninì? a spassino. Andremo a
trovare «Giamì», tutt'e due. Come lo chiami
tu Giacomino: «Giamì», è vero: Andiamo,
andiamo da «Giamì», carino...
Posa il bimbo in terra, gli mette il
berrettino in capo e s'avvia con lui.
Cinquemani (parandoglisi davanti,
trasecolato, insieme con la moglie):Professore,
che dice? Dove vuole andare?
Toti (scostandolo):Levatevi!
Lasciatemi andare!
Cinquemani (c.s.): Pensi,
santo Dio, a quello che fa! Vuol coprirsi di
vergogna? Glielo impedirò io!
Marianna: Non si metta codesta
maschera davanti a tutto il paese!
Toti (scostandoli, divincolandosi
e avviandosi col bambino):Levatevi, vi
dico! Maschera! Maschera! La vostra è una
maschera! Lasciatemi passare!
Cinquemani: È incredibile! È
incredibile! Se ne va da lui!
Marianna (lasciandosi cadere su
una sedia): Dio, che uomo! Dio,
che uomo! Dio, che uomo!
Tela