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Liolà - Commedia Campestre in tre atti - 1916
Atto Terzo
La stessa scena del primo atto. È tempo di vendemmia.
Presso la porta del magazzino si vedono ceste e panieri.
Tuzza è seduta sul rustico sedile di pietra e cuce il
corredino del bimbo nascituro. Zia Croce, col "manto" su
le spalle e un fazzoletto in capo, viene dal fondo.
Zia Croce: Tutti arricchiti! Non vuol venire
nessuno.
Tuzza: Doveva aspettarselo!
Zia Croce: Non sono mica andata a invitarle a
sedere a tavola con me! Con la roccia addosso, più sozze
del cantone all’uscita del paese, non han neppure paglia
per buttarsi a dormire, e sissignori, le chiamo per
guadagnarsi un tozzo di pane, a una fa male il braccio,
a un’altra la gamba...
Tuzza: Gliel’avevo detto di non andare a
pregarle!
Zia Croce: l’invidia, che se le mangia vive; e si
fingono sdegnate! - Mi tocca intanto salire al paese a
far le opere per quattro grappoli d’uva, se non voglio
che se li mangino le vespe. – già in ordine il palmento?
Tuzza: In ordine, in ordine.
Zia Croce: Le ceste son qua pronte, pronto tutto,
e mi mancano le braccia! Lui solo, Liolà, ha promesso di
venire.
Tuzza: Ah, ha voluto proprio incaponirsi a
chiamarlo?
Zia Croce: Apposta, sciocca! Per far vedere che
non c’è stato nulla.
Tuzza: Ma se ormai lo sanno finanche le pietre!
Zia Croce: Non per lui, a ogni modo, che l’ha
sempre negato, e mi costa! Gliene sono grata. Non
l’avrei mai creduto! E quando lo nega lui, lascia pur
cantare gli altri finché non scoppiano come le cicale!
Tuzza: Va bene. Però io - gliel’avverto – mi
chiudo in casa, e non caccio più fuori neanche la punta
del naso. Non posso più vedermelo davanti.
Zia Croce: Ora eh? ora non puoi più vedertelo
davanti? - Forca! - Son parecchi giorni intanto che tuo
zio non si fa vedere.
Tuzza: Ha mandato a dire che non si sente bene.
Zia Croce: Se c’era lui, a buon conto, mi levava
da quest’impiccio della vendemmia. Ma nascerà, nascerà
questo figlio! Non mi par l’ora! Quando l’avrà qua - ora
che l’ha riconosciuto per suo davanti a tutti - avrà un
bel chiamarselo accanto sua moglie! La sua casa sarà
qua. Dove sono i figli è la casa.
A questo punto si presenta davanti la tettoja, ilare
e accaldata, la Moscardina.
La Moscardina: permesso, zia Croce?
Zia Croce: Oh, voi Moscardina?
La Moscardina: A servirla. Le annunzio che
vengono, sa? Tutte!
Zia Croce: Ah! E ch’è accaduto? Vi vedo così
contenta!
La Moscardina: Sì, sì, contenta, sono proprio
contenta, zia Croce!
Zia Croce: Ih, e tutta rossa come un peperone!
Siete venuta di corsa?
La Moscardina: Corro sempre, io, zia Croce. Sa
come si dice? "Gallina che va e gira, col gozzo pieno si
ritira". E poi, tempo di vendemmia! Anche loro, le
ragazze, vedrà, tutte festanti!
Zia Croce: O come mai? Le ho vedute poco fa con
tanto di muso; nessuna voleva venire: e ora sono tutte
pronte e festanti?
Tuzza: Se fossi in lei, non vorrei più io, ora, e
andrei sù al paese a far la ciurma.
Zia Croce: No. Mi piace anzi che si levi ogni
ruggine tra vicine. Di tutta questa allegria, piuttosto,
vorrei saper la ragione...
La Moscardina: Ma forse perché han saputo che
verrà Liolà. Questo Liolà, creda, zia Croce, è una
cosa... una cosa... Pare che abbia fatto lega col
diavolo!
Zia Croce: Ne ha combinata qualche altra delle
sue?
La Moscardina: Non so. Ma il fatto è che mette
nel cuore di tutti l’allegria. Una ne fa e cento ne
pensa. E le ragazze, dove c’è lui, vengono contente! -
Canta, ecco, lo sente? Viene cantando con le ragazze e i
tre piccini che gli saltano attorno. - Guardi!
Guardi!
Si sente difatti un coro campestre intonato da Liolà.
Poi Liolà entra sotto la tettoja con Ciuzza, Luzza, Nela
e altri contadini e contadine e i suoi tre cardelli, e
si mette a improvvisare, battendo i piedi in cadenza.
Ullarallà!
Pesta bene, tu qua!
Pesta bene, pesta bene, pesta bene,
che più pesti nel tinello
e più forte il vin ti viene!
Più di quello
dell’altr’anno, Liolà!
Ullarallà! Ullarallà!
Ogni maglio,
senza sbaglio,
se tu pesti bene, compare,
un barile te ne farà!
un barile che a berne un sorsetto
a terra mi getto
col male di mare
perché vagellare
la testa mi fa.
Ullarallà! Ullarallà!
Ullarallà! Ullarallà!
Liolà: Cara zia Croce, rieccoci qua!
La ciurma ride, salta e batte le mani.
Inizio pagina
Zia Croce: Ih, che allegria! Davvero festanti
siete! Che miracolo è questo?
Liolà: Nessun miracolo, zia Croce. "Chi cerca
trova, e chi séguita vince!"
Le ragazze ridono.
Zia Croce: Che vuol dire?
Liolà: Niente. Proverbio.
Zia Croce: Ah sì? E senti allora quest’altro: "Suono
e canzoni son cose di vento".
Liolà: (subito) "E il tavernajo vuol esser
pagato!"
Zia Croce: giusto! Patti chiari. Faremo come l’altr’anno,
eh?
Liolà: Ma sì, non si confonda! Ho detto per farle
vedere che sapevo il proverbio e anche il séguito.
Zia Croce: E allora sbrighiamoci, ragazze,
prendete le ceste e fate con garbo; non c’è bisogno che
ve lo raccomandi.
Liolà: Ho portato i bambini per piluccare qualche
acinetto lasciato.
Zia Croce: Purché non s’appendano ai bronconi
quando non ci arrivano con le mani!
Liolà: Ah, non c’è pericolo. Educati alla scuola
di papà. Il grappolo alto, a cui non s’arriva con la
mano, si lascia lì e non gli si dice ch’è acerbo.
Altra risata delle ragazze.
Che c’è da ridere? Non sapete la favola della volpe? -
Basta. Qua nel palmento è tutto pronto?
Zia Croce: Sì, sì, tutto pronto.
Liolà: (prendendo le ceste e i panieri e
distribuendoli alle ragazze e ai giovani) E allora,
via, sù, prendete... ecco qua! prendete... E via
cantando: Ullarallà! Ullarallà!
Via dal fondo con la ciurma, cantando.
Zia Croce: (gridando loro dietro)
Cominciate da giù, ragazze, di filare in filare, salendo
a poco a poco! E date un occhio ai piccini!
Poi, a Tuzza:
Scendi con loro, rómpiti il collo! Debbo guardarli io
sola gl’interessi?
Tuzza: No, no, gliel’ho detto, non vado!
Zia Croce: Chi sa che scempio ne faranno,
quell’affamate! - Hai visto, intanto, come guardavano?
che sfavillìo d’occhi?
Tuzza: Ho visto, ho visto.
Zia Croce: Per quel pazzo! -
Guardando fuori, in quel momento, scorge zio Simone.
Oh, ecco tuo zio... Ma guarda, butta le gambe come se
non fossero sue... Dev’esser malato davvero!
Si presenta sotto la tettoja zio Simone, tutto
ingrugnato .
Zio Simone: Cara cugina, buon giorno. Buon
giorno, Tuzza.
Tuzza: Buon giorno.
Zia Croce: Non state bene, cugino? Che avete?
Zio Simone: (grattandosi il capo sotto la
berretta padovana) Guaj, cugina, guaj.
Zia Croce: Guaj? Che guaj potete avere voi?
Zio Simone: Io no, veramente... anzi, io...
Zia Croce: Sta male forse vostra moglie?
Zio Simone: Eh... dice... dice che... insomma...
Zia Croce: Insomma, che? Parlate; ho fuori le
opere e voglio andare a badarle.
Zio Simone: Avete cominciato a vendemmiare?
Zia Croce: Sì, proprio ora.
Zio Simone: Senza dirmene nulla?
Zia Croce: Non vi fate vedere da due giorni! Mi
son pigliate anzi certe bili con tutte queste vipere del
vicinato! Non volevano venire, e poi, tutt’a un tratto,
chi sa perché, son venute tutte, e ora sono giù con le
ceste.
Zio Simone: Sempre con la furia, voi, cugina!
Zia Croce: Io? Furia? Che furia? Le vespe stavano
a mangiarsi tutto...
Zio Simone: Non dico soltanto per la vendemmia...
dico per altro... dico anche per me... Non so che gusto
rompersi il collo per non dar mai tempo al tempo!
Zia Croce: Oh infine, si può sapere che avete
dentro? Buttatelo fuori! Vedo che volete pigliarvela con
me...
Zio Simone: No, non me la piglio con voi, cugina;
con me, me la piglio, con me!
Zia Croce: Per la furia?
Zio Simone: Appunto: per la furia.
Zia Croce: A proposito di che?
Zio Simone: Di che! Vi par poco il peso che porto
addosso? venuto jeri a trovarmi mio compare Cola Randisi!
-
Zia Croce: - Ah sì, l’ho visto passare di qua. -
Zio Simone: - s’è fermato a parlarvi? -
Zia Croce: - no, ha tirato via di lungo -
Tuzza: - tirano via di lungo tutti, ora, passando
di qua!
Zio Simone: Tirano via di lungo, figliola mia,
perché la gente, vedendomi qua, si figura... si figura
ciò che per grazia di Dio non è, né è stato mai. La
coscienza nostra è pulita; ma l’apparenza, purtroppo...
Zia Croce: E va bene, va bene... Lo sappiamo, Zio
Simone, e dovevamo immaginarcelo prima, che tutti
gl’invidiosi si sarebbero comportati così. A parlarne,
adesso...
A Tuzza:
Anche tu, sciocca!
Zio Simone: Eh, ma la faccia, cugina, vengono a
beccarla a me tutti quelli che, passando di qua, tirano
via di lungo!
Zia Croce: Mi dite, insomma, che diavolo è venu
to a dirvi questo vostro compare Cola Randisi?
Zio Simone: venuto a dirmi appunto: "Maledetta la
furia!", se volete saperlo. In faccia a mia moglie ha
sostenuto che s’è dato il caso d’aver figli, non dopo
quattr’anni, ma anche dopo quindici dal matrimonio.
Zia Croce: Oh! Stavo ancora a sentire che abbia
potuto dirvi da farvi stare così sopra pensiero! - E
dite un pò: che gli avete risposto voi? - Quindici anni?
- sessanta, più quindici, quanto fanno? settantacinque.
mi pare. - Cugino a sessanta no; e a settantacinque sì?
Zio Simone: O chi v’ha detto, a sessanta no?
Zia Croce: Eh, il fatto, cugino.
Zio Simone: No, cugina. Il fatto è...
Esita a dire.
Zia Croce: Che è?
Zio Simone: Che a sessanta sì.
Zia Croce: Che?
Zio Simone: Sì, sì. Proprio così.
Zia Croce: Vostra moglie?
Zio Simone: Me l’ha confidato stamattina.
Tuzza: (mangiandosi le mani) Ah! Liolà!
Zia Croce: Ve l’ha fatta!
Tuzza: Ecco perché erano tutte festanti quelle
vipere là! "Chi cerca trova, e chi séguita vince!"
Zio Simone: O oh, non andiamo dicendo ora!
Zia Croce: Avreste il coraggio di credere che il
figlio è vostro?
Tuzza: Liolà! Liolà! Gliel’ha fatta! Gliel’ha
fatta, e me l’ha fatta, assassino!
Zio Simone: Non andiamo dicendo... non andiamo
dicendo...
Zia Croce: Ve la siete guardata così la moglie,
vecchio imbecille?
Tuzza: E glielo dissi! Cento volte glielo
dissi, di guardarsi da Liolà!
Zio Simone: O oh, badate, non vi mettete in bocca
Liolà, adesso, perché a mia moglie io le comandai di
star zitta quando mi buttò in faccia per te la stessa
accusa, ch’era vera!
Zia Croce: E ora, no? non è più vera ora per
vostra moglie, vecchio becco?
Zio Simone: Oh! cugina, volete per Cristo che
faccia uno sproposito?
Zia Croce: Ma via, levàtevi! Come se non
sapessimo -
Zio Simone: - che cosa? -
Zia Croce: - quello che sapete anche voi, e
meglio di tutti!
Zio Simone: Io so che qua con vostra figlia non
ho avuto mai nulla da spartire: ho fatto un’opera di
carità, e nient’altro. Ma, con mia moglie, ci sono stato
io, ci sono stato io!
Zia Croce: Sì, quattr’anni senza frutto! Andate,
andate a domandare adesso chi c’è stato con vostra
moglie!
Tuzza: E opera di carità, ha il coraggio di dire!
Zia Croce: Già! Dopo che s’è vantato davanti a
tutti, davanti alla sua stessa moglie che il figlio era
suo, per prendersi questa soddisfazione, sapendo bene
che non poteva prendersela altrimenti!
Tuzza: (cangiando animo, d’improvviso)
Basta! Basta! Non gridi più, ormai! Basta!
Zia Croce: Ah no, cara mia! Vuoi che mi rassegni
Tuzza: E che altro vorrebbe fare? Se si prendeva
il mio, pur sapendo di chi era, si figuri se non vorrà
riconoscere per suo questo che gli darà ora sua moglie -
Zio Simone: - e ch’è mio! mio! mio! - e guaj a
chi s’attenta a dir cosa contro mia moglie...
Inizio pagina
A questo punto appare dal fondo Mita, placidissima.
Mita: Oh, e che è qua tutto questo baccano?
Tuzza: Vàttene, Mita, vàttene via, non mi cimentare!
Mita: Io, Tuzza, cimentarti? Non sia mai!
Tuzza: (lanciandosi per afferrarla) Levatemela
davanti! levatemela davanti!
Zio Simone: (parandola) O oh! Ci sono io!
Zia Croce: Hai la tracotanza di presentarti qua? Via!
Via! Fuori!
Mita: (indicandola al marito) Ma guardate un pò
chi parla di tracotanza!
Zio Simone: No, tu no, tu non t’immischiare, moglie mia!
Tórnatene a casa, tu! E lascia che ti difenda io!
Mita: No, aspettate, voglio ricordare a Tuzza un nostro
motto antico: "Chi tarda e non manca, non si chiama mancatore".
Ho tardato, sì, è vero, ma non ho mancato. Tu sei andata avanti
e io ti son venuta appresso.
Tuzza: Per la mia stessa strada mi sei venuta appresso!
Mita: No, cara! la mia è dritta e giusta; la tua, torta e
falsa.
Zio Simone: Non agitarti, non agitarti così, moglie mia!
Te lo fanno apposta, non vedi?, per farti arrabbiare! Và, và, dà
ascolto a me! A casa! a casa!
Zia Croce: Ma guardatelo! Ma sentitelo! "Moglie mia!"
Tuzza: (a Mita) Hai ragione! Hai ragione! Hai
saputo farla meglio di me! Tu i fatti, e io le parole!
Mita: Parole? Non pare!
Zia Croce: Parole, parole, sì! Perché qua non c’è
l’inganno che pare! L’inganno è in te, che non pare!
Zio Simone: Oh insomma, la finiamo sì o no?
Zia Croce: Lo vedi? Per te c’è tuo marito, ora, che ti
ripara, ingannato! Mentre mia figlia, no, suo zio non lo volle
ingannare: gli si buttò ai piedi piangendo, come Maria
Maddalena!
Zio Simone: Quest’è vero! quest’è vero!
Zia Croce: Ecco, vedi? te lo dice lui stesso! lui ch’è la
causa di tutto il male, per potersi vantare davanti a te,
davanti a tutto il paese...
Mita: E voi lo permetteste, zia Croce? Oh guarda! A costo
dell’onore di vostra figlia? Ma l’inganno, sì, è proprio dove
non pare: nelle ricchezze di mio marito, di cui a costo della
vostra stessa vergogna volevate appropriarvi!
Zio Simone: Basta! Basta! Basta! Invece di far codeste
chiacchiere inutili e accapigliarvi per non concludere nulla,
cerchiamo di venire al rimedio, adesso, tutti d’accordo. Siamo
in famiglia!
Zia Croce: Rimedio? Che rimedio volete che ci sia più,
vecchio stolido? Siamo in famiglia, dice! Il rimedio lo
troverete voi, voi, a tutto il danno che avete fatto a mia
figlia per la soddisfazione che vi voleste prendere!
Zio Simone: Io? Io ho da pensare a mio figlio, adesso. Al
vostro ci penserà suo padre. – Liolà non potrà negare in faccia
a me che il figlio è suo .
Tuzza: Quale?
Zio Simone: (stordito dalla domanda che lo avrà
colpito come una pugnalata a tradimento) Che vuol dire,
quale?
Mita: (subito) Ma il tuo, cara! Quale vuoi che
sia? Io ho qua mio marito che non può dubitare di me.
Zio Simone: Oh insomma, la finite tutt’e due, madre e
figlia? Ora che mia moglie ha voluto darmi questa consolazione
non deve amareggiarsi il sangue con le vostre parole. Lasciate
che parli io con Liolà.
Si sente da lontano appressare a poco a poco il coro delle
vendemmiatrici.
Tuzza: Ah no, basta! Non s’arrischi a parlare per me!
Guaj a lei se lo fa!
Zio Simone: Tu te lo prenderai perché è giusto così. Lui
solo potrà darti uno stato, e fare che nasca legittimo il figlio
che è suo. Vuol dire che, a persuaderlo, penserò io, facendo ciò
che il cuore mi detterà. Eccolo che viene. Lasciate parlare a
me.
Liolà ritorna con la ciurma, cantando a coro un canto di
vendemmia. Appena sotto la tettoja, vedendo Mita e zio Simone, e
le facce stravolte di zia Croce e di Tuzza, la ciurma che reca
come in trionfo le ceste colme d’uva, si ferma e tronca il coro.
Solo Liolà, come se non volesse accorgersi di nulla, séguita a
cantare e a farsi avanti con la sua cesta per andare a vuotarla
dalla finestra del palmento.
Zia Croce: (facendosi incontro) Basta, basta!
Votate le ceste, ragazze, e poi buttatele lì. Non ho più testa
da badare a voi in questo momento.
Liolà: E perché? Ch’è avvenuto?
Zia Croce: (alle donne) Andate, andate, vi
dico!Poi, se mai, vi richiamerò.
Zio Simone: Tu vieni qua, Liolà!
In fondo alla tettoja la Moscardina, Ciuzza, Luzza, Nela e le
altre donne circondano Mita e le fanno un mondo di feste per la
consolazione che ha dato a tutte. Tuzza le guata e si macera
dentro; pian piano si tira indietro fino alla porta di casa e vi
si caccia dentro.
Liolà: Vuole me? Eccomi qua.
Zio Simone: Cugina, venite qua anche voi.
Liolà: (con aria di comando) Zia Croce, sotto!
Zio Simone: Oggi è giorno segnato e dev’esser festa per
tutti.
Liolà: Benissimo! E cantare. Non come dice zia Croce, che
suono e canzoni sono cose di vento. Se sono di vento, son cose
mie; perché io e il vento, zio Simone, siamo fratelli.
Zio Simone: Lo sappiamo, lo sappiamo tutti che sei
sventato. Ora è tempo però di metter giudizio, caro mio!
Liolà: Giudizio? Muojo.
Zio Simone: Stammi a sentire, Liolà. Prima di tutto,
debbo darti parte e consolazione che Dio finalmente ha voluto
farmi la grazia -
Zia Croce: - senti, senti bene questa partecipazione, tu
che non ne sai nulla! -
Zio Simone: - insomma, v’ho detto di lasciar parlare a me
-
Liolà: - lo lasci parlare! -
Zia Croce: Eh sì, parlate, parlate... Ha voluto farvela
Dio veramente, questa grazia!
Zio Simone: Sissignora, la grazia che, dopo quattr’anni,
mia moglie alla fine s’è decisa...
Liolà: Ah sì? davvero? sua moglie? le faccio a tamburo
una poesia!
Zio Simone: Aspetta! Aspetta! Che poesia!
Liolà: Mi permetta che vada a farle il prosit
almeno!
Zio Simone: Aspetta, ti dico, per l’anima di...
Liolà: Oh, non s’arrabbi! Deve sentirsi ai sette cieli, e
s’arrabbia? - Via, l’ho qua sulla punta della lingua!
Zio Simone: Lascia stare, t’ho detto, la poesia, ché
un’altra cosa tu hai da fare qua, adesso.
Liolà: Io? Non so fare altro, io, zio Simone!
Zia Croce: Già... proprio... non sa far altro lui,
poverino...
Gli s’accosta, gli afferra un braccio e gli dice sotto sotto,
tra i denti:
Due volte m’hai rovinato la figlia, assassino!
Liolà: Io, la figlia? Osa dir questo, lei a me, davanti a
zio Simone? Gliel’ha rovinata lui, due volte, la figlia, non io!
Zia Croce: No, no, tu! tu!
Liolà: Lui! Lui! zio Simone! Non scambiamo le carte in
mano, zia Croce! Io venni qua a domandare onestamente la mano di
sua figlia, non potendo mai supporre...
Zia Croce: Ah, no? Dopo quello che avevi fatto con lei?
Liolà: Io? zio Simone!
Zia Croce: Zio Simone, già! Proprio zio Simone!
Liolà: Oh, parli lei, zio Simone! Vorreste negare,
adesso, e gettare il figlio addosso a me? – Non facciamo
scherzi! - Io ho tanto ringraziato Dio che m’ha guardato d’esser
preso nella rete, in cui, senza sospetto di nulla, ero venuto a
cacciarmi. - Alla larga, zio Simone! Che razza di vecchio è lei,
si può sapere? Non le bastava un figlio con sua nipote? Uno,
anche con sua moglie? E che cos’ha in corpo? Le fiamme
dell’inferno o il fuoco divino? il diavolo? il Mongibello? Dio
ne scampi e liberi ogni figlia di mamma!
Zia Croce: Eh già, proprio da lui, proprio da lui devono
guardarsi le figlie di mamma!
Zio Simone: Liolà, non farmi parlare! Non farmi fare,
Liolà, ciò che non debbo e non voglio fare! Vedi che tra me e
mia nipote, non c’è stato, né poteva esserci, peccato! C’è stato
solo che mi si buttò ai piedi pentita di ciò che aveva fatto con
te, confessandomi lo stato in cui si trovava. Mia moglie adesso
sa tutto. E io sono pronto a giurarti davanti a Gesù
sacramentato e davanti a tutti, che mi son vantato a torto del
figlio che, in coscienza, è tuo!
Liolà: E intende, con questo, che io ora dovrei prendermi
Tuzza?
Zio Simone: Te la puoi e te la devi prendere, Liolà,
perché, com’è vero Dio e la Madonna Santissima, non è stata
d’altri che tua!
Liolà: Eh - eh - eh - come corre lei, caro zio Simone! -
Volevo, sì, prima. Per coscienza, non per altro. Sapevo che,
sposando lei, tutte le canzoni mi sarebbero morte nel cuore. –
Tuzza allora non mi volle. - La botte piena e la moglie ubriaca?
Zio Simone, zia Croce, le due cose insieme non si possono avere!
- Ora che il giuoco v’è fallito? - No no, ringrazio, signori!
ringrazio.
Si piglia per mano due dei ragazzi.
Andiamo, andiamo via, ragazzi!
S’avvia, poi torna indietro.
Posso farmi di coscienza: questo sì. Gira e volta, vedo che qua
c’è un figlio di più. Bene, non ho difficoltà. Crescerà il da
fare a mia madre. Il figlio, lo dica pure a Tuzza, zia Croce, se
me lo vuol dare, me lo piglio!
Tuzza: (che se n’è stata tutta aggruppata in disparte,
schizzando fuoco dagli occhi, a quest’ultime parole si lancia
contro Liolà con un coltello in mano) Ah sì, il figlio?
Pìgliati questa, invece!
Tutti gridano, levando le mani e accorrendo a trattenerla.
Mita si sente mancare ed è sorretta e subito confortata da zio
Simone.
Liolà: (pronto ha ghermito il braccio di Tuzza, e con
l’altra mano le batte sopra le dita fino a farle cadere il
coltello a terra, ride e rassicura tutti, che non è stato nulla)
Nulla, nulla... non è stato nulla...
Appena a Tuzza cade il coltello, subito vi mette il piede
sopra, e dice di nuovo con una gran risata:
Nulla!
Si china a baciare la testa d’uno dei tre bambini; poi,
guardandosi nel petto un filo di sangue.
Uno sgraffietto, di striscio...
Vi passa sopra il dito e poi va a passarlo sulle labbra di
Tuzza.
Eccoti qua, assaggia! - Dolce, eh? -
Alle donne che la trattengono:
Lasciatela!
La guarda; poi guarda i tre bambini, pone le mani sulle loro
testoline, e dice, rivolto a Tuzza:
Non piangere! Non ti rammaricare! Quando ti nascerà, dammelo
pure. Tre, e uno quattro! Gl’insegno a cantare.
TELA
Fine della Commedia
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