|
COMMEDIA IN
UN ATTO - MISTERO PROFANO
STESURA aprile 1916
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 29 settembre 1922 -
Roma, Teatro Argentina, Compagnia
Lamberto Picasso.
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Video -
All'uscita - Con Adriana Asti, Renzo Palmer, Paolo Graziosi - 1971 ?
Nota: video/audio asincroni.
Breve commedia in un atto unico
scritta nell'aprile del 1916.
Inizialmente l'opera, che l'autore
definiva mistero profano, non era destinata ad essere rappresentata ma
era stata pensata per la narrazione. Fu invece messa in scena per il suo
contenuto altamente drammatico il 29 settembre del 1922 al Teatro Argentina di
Roma per l'allestimento della Compagnia Lamberto Picasso.
Forma e sostanza, illusione e
realtà sono i binari su cui corre l'"IMMAGINARIO" in cui
Pirandello in questo atto unico, fa muovere i suoi personaggi.
|
|
"Morti che, ancora legati all'esistenza da un ricordo, da un
sentimento, da un’idea. prima di dissolversi del tutto, si fermano
all'uscita del cimitero e della vita".
In un'atmosfera scorporata, il Filosofo, l'Uomo Grasso, la Donna Uccisa,
nella loro ultima esternazione, si confrontano sulla base di quel
binomio "REALTÀ-APPARENZA" su cui s'impronta la vita dell'uomo.
Dissolta ogni relazione con l'esistenza, essi troveranno la definitiva
via d’uscita da "questo volubile granello di terra perduto nei
cieli".
Trama
All'uscita di un cimitero s'incontrano dei morti che, abbandonati i loro corpi
in disfacimento nelle tombe, prima di scomparire del tutto, riflettono tra loro
su quello che furono in vita e sul legame di sentimenti e di risposte che ancora
attendono e che ancora, secondo le teorie teosofiche che Pirandello conosceva,
li unisce a quelli che sono tuttora viventi.
L'uomo grasso aspetta d'incontrarsi con la moglie che l'ha tradito in vita, il
capelluto filosofo attende di avere le risposte alle domande che lo hanno
travagliato. Quand'ecco che arriva un nuovo defunto: è la moglie dell'uomo
grasso che, ridendo come una pazza, annuncia di essere stata uccisa dal suo
amante. La stridula risata della donna s'interrompe trasformandosi in pianto
accorato solo alla vista di un morticino che mangia una melagrana.
In quel momento passano vicino all'uscita del cimitero un contadino, una
contadina, un asino e una bimba: questi vivi ma dall'aspetto di morti.
Dei morti dialoganti che hanno ricevuto le loro risposte rimarrà soltanto fermo
all'uscita del cimitero, il filosofo che continuerà a porsi per sempre le
irrisolvibili domande sul senso della vita.
« Ho paura, ch'io solo resterò sempre qua, seguitando a ragionare »
|
ALL'USCITA - COMMEDIA IN UN ATTO
- MISTERO PROFANO |
|
PERSONAGGI
APPARENZE:
dell'Uomo grasso
del Filosofo
della Donna uccisa
del Bambino dalla melagrana
ASPETTI DELLA VITA:
un Contadino
una Contadina
un vecchio Asino
con
un gran fascio d'erba
una Bambina |
|
1971
- All'uscita - Fotogramma sceneggiato (Adriana Asti) |
|
Un muro, una porta.
Di qua, campagna, all'uscita posteriore d'un cimitero.
Di là dal muro - grezzo, bianco - s'intravedono, in una trasparenza scolorata
d'umido barlume crepuscolare, alti cipressi notturni.
I morti, lasciato il corpo inutile nelle fosse, escono lievi dalla porta con
quelle apparenze vane che si diedero in vita.
L'apparenza dell'Uomo grasso siede su una logora panca a piè d'un grande albero,
con le mani appoggiate al bastone e sulle mani il mento.
Uscito da parecchi giorni, non sa risolversi a muoversi di lì, e assiste, ma
senza mostrare di compiacersene, allo stupore, al terrore, alla disillusione,
alla nausea, che le altre apparenze, uscendo di tanto in tanto dalla porta del
cimitero, danno a vedere, e al modo con cui poi s'avviano, incerte, afflitte,
disgustate, sgomente.
È uscita or ora, magra e capelluta, sebbene calva alla sommità del capo,
l'apparenza del Filosofo. Ha mostrato anch'essa un grande stupore; s'è guardata
attorno smarrita; poi, da lontano, ha avvistato l'Uomo grasso seduto a piè
dell'albero; s'è ricomposta e ora gli s'avvicina.
Il filosofo: Che maraviglia, buon uomo? che maraviglia? È così.
Naturalissimo.
L’uomo grasso: Lo dite a me? Oh bella! Sarete maravigliato voi. A
me, già m'è passata.
Il filosofo: Ma no! Io? Di che? Se vi dico che è naturalissimo.
L’uomo grasso: Ho capito. Mi vorreste dare a intendere che l'avevate
preveduto, di dovervi ritrovare così, ancora qua.
Il filosofo: No. Questo no.
Anzi, la mia maraviglia (se pure ne avrò mostrata un poco in principio) è stata
proprio per questo, vi prego di credere: che io non l'abbia preveduto.
L’uomo grasso: Eh già, se vi sembra così naturale.
Il filosofo: Ve lo posso dimostrare, se volete, in due parole
L’uomo grasso: No, per carità:
fatene a meno. Che consolazione volete che mi dia
codesto postumo esercizio della vostra ragione?
Il filosofo: Postumo? Ma che
postumo! Io seguito a ragionare, come voi a esser grasso, caro mio. E per il solo fatto che io e voi
siamo ancora qui, seguito a vedere in me e in voi due vane forme della ragione. Non ve ne sentite consolare?
L’uomo grasso: Se sapeste come
ne sono mortificato!
Il filosofo: Perché voi forse,
pover'uomo, vi figuraste in vita di vederle e toccarle come cose vere, codeste
forme; mentre erano soltanto illusioni necessarie del vostro essere, come del
mio, che per consistere in qualche modo, capite? avevano bisogno (e l'hanno
tuttora) di creare a se stessi un'apparenza. Non capite proprio?
L’uomo grasso: Come volete che
capisca? Parlate troppo sottile per un uomo grasso come me.
Il filosofo: State a sentire.
Ve lo spiego per via d'esempio. Prendiamo questo cimitero qua. Voi lo
vedeste, certo, in vita chi sa quante volte.
L’uomo grasso: Qualche volta,
triste, ci venivo a passeggiare.
Il filosofo: E non vi venne
mai in mente che le tombe non erano fatte per i morti, ma per i vivi?
L’uomo grasso: Volete dire
della vanità delle epigrafi?
Il filosofo: No; storia
vecchia, codesta. Dico del bisogno che ha la vita di fabbricare una casa ai suoi
sentimenti. Non basta ai vivi averli dentro, nel
cuore, i sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori; toccarli; e costruiscono
loro una casa.
Fuori, dove - naturalmente - chi ci sta? Nessuno.
L’uomo grasso: Come, nessuno?
I morti.
Il filosofo: Ma no, brav'uomo;
di noi poveri morti, dopo un po' di tempo, che volete che resti in quelle fosse
là? Se mai, un po' di polvere. Niente. E
che cosa sono allora le tombe? Il ricordo, l'affetto, il rispetto,
la devozione (tutti sentimenti, come vedete) sentimenti dei vivi che, non
contenti d'essere coltivati dentro, o diffidando che dentro non sarebbero durati
a lungo, si sono pagato il lusso d'una casetta fuori: quelle tombe là. Chi ci
abita? Se i vivi li hanno ancora dentro, ci
abiteranno loro, questi sentimenti: il ricordo, l'affetto, il rispetto, la
devozione. O se no, nessuno. La vanità, come voi
avete detto, che è anch'essa un sentimento, vi faccio notare. E andiamo avanti. State a sentire. Io
avevo in vita un caro cagnolino.
L’uomo grasso: Gli avete
edificato una tomba?
Il filosofo: No, no, che! È
vivo ancora, lui, di là. Tanto caro, poverino: bianco e nero, vispo: un
diavoletto. Me lo portavo a spasso col suo
sonagliolo d'argento nel collarino: pareva non toccasse mai terra, con quelle
quattro esili zampette frementi. Ma mi faceva spesso disperare: voleva entrare
in tutte le chiese, capite? E io, a corrergli dietro. - «Bibì,
Bibì; qua Bibì», - (si chiamava - cioè, lo chiamavo - Bibì). Non riusciva a capacitarsi perché a
un cagnolino bellino come lui non fosse lecito entrare in chiesa. Alle mie sgridate, s'acculava; alzava
una delle zampine davanti; sternutiva; poi, con un'orecchia su e l'altra giù,
stava a guardarmi con l'aria di credere che là non ci stesse nessuno e che lui
perciò potesse entrarci. «Ma come non ci sta nessuno, Bibì?»,
gli dicevo io carezzandolo. «Ci sta il più rispettabile dei
sentimenti umani, carino, il quale, non contento neanche lui d'abitare nel petto
degli uomini, ha voluto fabbricarsi fuori una casa, e che casa! Cupole, navate,
colonne, ori, marmi, tele preziose.» Ora voi, buon uomo, forse siete in
grado di comprendere. Come casa di Dio è senza dubbio
infinitamente più grande e più ricco il mondo, che una chiesa; incomparabilmente
più nobile e prezioso d'ogni altare, lo spirito dell'uomo in adorazione del
mistero divino. Ma questa è la sorte di tutti i
sentimenti che si vogliono costruire una casa: si rimpiccoliscono, per forza, e
diventano anche un poco puerili, per la loro vanità. E la sorte stessa di quell'infinito
che è in noi, quando per alcun tempo si finisce in quest'apparenza che si chiama
uomo, labile forma su questo volubile granello di terra perduto nei cieli.
L’uomo grasso: Ma dunque io e voi e tutti quelli che escono da quella
porta là che cosa siamo ora, si può sapere?
Apparenze d'apparenze?
Il filosofo: No, perché? La stessa apparenza, ma con questo divario: che
quella che ci davano gli altri è là, nella fossa; e quella che ci davamo noi è
qua, ancora per poco, in voi e in me.
Noi ne siamo, insomma, la vanità ancora per poco superstite. Un'ultima ombra
d'illusione persiste ancora in noi.
Ci piace ancor tanto ritenere la nostra vana parvenza, che dobbiamo ancora
aspettare, per liberarcene, ch'essa a poco a poco si diradi e dilegui.
Già voi, forse per effetto dei miei discorsi, mi sembrate un po' più rarefatto.
Ah, ecco: è bastato che ve lo dicessi: vi riaddensate subito, povera ombra.
Che vi ritiene? Siete grasso, ma sembrate così malinconico.
L’uomo grasso: Ho un rammarico. Non so. Vedo ancora: il giardinetto della
mia casa al sole.
Un tappetino verde, alla finestra. La vasca, con lo specchio d'acqua in ombra.
E i pesciolini rossi che vengono come a mordere a galla.
Le piante attorno guardano attonite i circoletti che s'allargano nell'acqua
silenziosi.
Io sono ancora là, tra il respiro fresco delle nuove foglioline, come una
vecchia foglia morta che non sappia ancora staccarsi. La vedo: c'è davvero là
questa foglia morta; aspetto che un soffio la faccia crollare; e allora forse,
come voi dite, dileguerò.
Il filosofo: Ma è solo per quel vostro giardinetto il rammarico?
L’uomo grasso: No. I fiori però furono sempre veramente la mia maraviglia.
Che la terra li potesse fare.
Avete un bel dire voi, illusioni.
Un usignuolo veniva a cantare ogni notte nel mio giardino, tutto ridente e
squillante a maggio di rose gialle, di rose rosse, di rose bianche e di garofani
e di geranii.
Tutta la vostra filosofia, vedete, non impediva a quell'usignuolo di cantare e a
quelle rose di sbocciare e d'incantare e inebbriare col loro profumo il
giardino.
Potevate cacciarlo, quell'usignuolo, e strappare tutte quelle mie rose.
L'usignuolo se ne sarebbe volato nel giardino accanto e avrebbe seguitato a
cantare da un altro albero ogni notte alle stelle. E tutte le rose di maggio da
tutti i giardini non avreste potuto strapparle di certo.
Sono cose che passano, sì.
Ma il mio rammarico è ora di non averne saputo godere.
L'aria io la respiravo, e non me lo diceva ch'io vivevo, quando la respiravo;
quel cinguettio d'uccelli nati col maggio nel mio e negli altri giardini fioriti
attorno alla mia casa, l'udivo, e non me lo dicevano quegli uccelli e quei fiori
che io vivevo, quando li udivo cinguettare e ne aspiravo i profumi. Una miseria
di pensiero mi teneva assorto e chiuso.
Di tanta vita che, intanto, entrava in me per i sensi aperti non facevo conto. E
poi mi lagnavo.
Di che? di quella miseria di pensiero, d'un desiderio insoddisfatto, d'un caso
contrario già passato.
E intanto tutto il bene della vita mi sfuggiva. Ma no: ora me n'accorgo: non è
vero: non mi sfuggiva.
Sfuggiva alla mia coscienza; ma non a questo mio corpo che assaporava il gusto
della vita, senza dirselo; per cui sto ancora qua come un mendico davanti a una
porta, dove non gli è più concesso d'entrare: il gusto della vita che mi faceva
accettare tutte le contrarietà, tutte le condizioni che il pensiero intanto
scioccamente stimava misere e intollerabili.
Certe domeniche, quando mia moglie fingeva di andare a messa e se n'andava
invece dal suo amante -
Il filosofo: - ah poveretto, lo sapevate?
L’uomo grasso: Ecco, vedete? una realtà che non era illusione.
Il filosofo: E no, potrei dimostrarvi, caro, ch'era illusione, come tutto
il resto.
L’uomo grasso: Che mia moglie mi tradiva? Ma se era un fatto!
Il filosofo: Già. A cui voi davate questa realtà.
L’uomo grasso: Ma come potevo non dargliela, se di fatto mia moglie mi
tradiva?
Il filosofo: Ecco. Questo
che chiamate un fatto, del piacere che vostra moglie si prendeva con un uomo che
non eravate voi, vi pare che avesse per lei la stessa realtà che per voi, se a
lei dava piacere e a voi dolore? E da che nasceva il vostro dolore se
non dall'illusione che v'eravate fatta che vostra moglie v'appartenesse? Sono tutte idee vane, mio caro, come
tutta una vana idea è la vita. Una vostra idea era vostra moglie, una
vostra idea il suo tradimento, una vostra idea il vostro dolore. Il guajo è questo, che la vita non è
possibile, se non a patto di dare realtà a tutte queste nostre idee. Bisognerebbe non vivere, buon uomo.
L’uomo grasso: Forse avete
ragione. E il gusto che io sentivo della vita
dipendeva certo dal poco pensiero che mi davo dei miei casi e dalle scarse
illusioni che mi facevo. Non crediate che fosse in fondo per me un gran dolore
il tradimento di mia moglie. Ne sospiravo, sì; e dicevo fuori, a me
stesso, ch'era per pena; ma dentro sentivo ch'era un sospiro di sollievo. Ma non pieno, mai, perché dovete
sapere ch'ella non era contenta neanche del suo amante, come non era contenta di
nulla, di nessuno. Le finirà male certamente. E anche per
questo, vedete? non so staccarmi di qua.
Il filosofo: La aspettate?
L’uomo grasso: Sì, presto. La
uccideranno. Ne sono sicuro. Il suo amante la ucciderà, oggi o
domani. Forse in questo stesso momento che sto a dirvelo.
(Pausa. Guarda davanti a sé con
occhi vani. Poi riprende:) Me ne viene la certezza dalla gioja che nei miei
ultimi momenti non si curò nemmeno di nascondere, non tanto per la mia morte
imminente, quanto per lo spettacolo pietoso del dolore cupo, disperato di lui
che mi stava presso il letto e si struggeva di non saper più che cosa fare per
tenermi in vita.
Il filosofo: Ah, come? egli non
desiderava la vostra morte?
L’uomo grasso: Sarete un gran
sapiente, ma vedo che comprendete poco le cose della vita. Egli non poteva non avermi caro; e
v'assicuro ch'io ebbi fin da principio una grande compassione per quest'uomo;
perché, subito dopo il tradimento, mia moglie rovesciò su lui tutto l'odio di
ferocissima nemica che prima aveva per me; e per me riprese ad avere quel certo
volubile affetto, un po' scherzoso, un po' mordente dei primi tempi del nostro
fidanzamento, quando mi cacciava un fiore in bocca e poi diceva: - «Che buffo assassino!» - Potei avere in breve la soddisfazione
di questa certezza: che soffriva lo stesso martirio che avevo sofferto io,
l'uomo che aveva creduto di farmi male ingannandomi; e che perciò al martirio
aggiungeva anche un sincero e crudelissimo rimorso. Per quest'uomo, vedete, la mia morte è
stata la più grande delle sventure, giacché per essa mia moglie non tanto sperò
di liberarsi di me, quanto di lui, ch'era come l'ombra del mio corpo; non perché
mi stesse sempre vicino, ma perché dovete sapere che quel certo marito fa
sempre, appena è possibile, quel certo amante. Sparito il corpo, non sussiste più
l'ombra. Finché c'ero io, quello era l'amante. Ma ora? Nella libertà, perché uno? e
ancora quello, ombra uggiosa d'un corpo che non c'è più? Ne vorrà un altro; più altri, forse.
Il filosofo: E credete che
egli la ucciderà?
L’uomo grasso: Per non
sentirla ridere. Alla prima risata, la ucciderà. Per ora ella si tiene, forzata
dall'apparenza del dolore che deve darsi per la mia morte recente. Ma io già gliela sento gorgogliare
nelle viscere convulse la tremenda risata, che alla fine proromperà in faccia a
lui da quella sua feroce bocca rossa tra il taglio dei lucidi denti. Ride come una pazza. Vedete, v'ho
detto che la vostra filosofia non poteva strappare le rose del mio giardino; ma
la risata di quella donna altro che questo poteva! Ogni qual volta la sentivo ridere, mi
pareva ne tremasse la terra, e il cielo si sconvolgesse, e il mio giardinetto si
riducesse arido, irto di cardi spinosi. Le scatta dalle viscere come una
frenetica rabbia di distruzione. È terribile, terribile quella risata
su lo spasimo di chi la sente. Certo egli la ucciderà.
Pausa di sospensione.
Sta come in ascolto, con una mano
levata e gli occhi fissi nel vuoto.
L’uomo grasso: Forse l'ha già
uccisa. Tra poco la vedremo uscire di là. - Eccola! eccola! Oh Dio, vedete?
eccola: balla, gira come una trottola. È lei! Ride, ride! Tutta scarmigliata! E sulla mammella manca, vedete? il
sangue! Lo spruzza tutt'intorno! - Qua, qua! Vieni qua! Non girare più
così! Siedi qua!
La donna uccisa
(cascando a sedere sulla panca): Ah, qua... Tu? oh Dio... com'è? No, no...
Ma come! Sono di nuovo con te? Ah ah ah ah ah!
L’uomo grasso: Non ridere! Non
ridere più così!
La donna uccisa: Che
imbecille! M'ha rimandata a te! E verrà anche lui, sai? S'è ferito a morte, dopo aver ferito
me: qua, guarda. Oh, guardate anche voi, signore;
tanto, ormai! se il mio seno si solleva, non vi farà più impressione. Ah ah ah
ah. Guardate, signore, mio marito com'è
afflitto. No, caro! Che dici? Credi che abbia ancora l'obbligo della pudicizia? Ecco, ecco, me lo nascondo coi
capelli, così. Se mi deste un pettine per ravviarmeli... sono tutti arruffati. Ma, sai, caro? Mi lasciò là, per
tutta una mattinata, arrovesciata sul letto: così: guarda: con tutto il seno
scoperto: così: e tanta gente entrò a vedermi; e temo che anche le gambe mi
abbiano vedute. Sì, un poco. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi
male. E anch'io, sì, anch'io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli
ballavo attorno, girando, come una matta. M'avete veduta? Così. A un tratto, ah! un colpo, qua,
freddo; caddi; mi sollevò da terra; m'arrovesciò sul letto; mi baciò, mi baciò;
poi con la stessa arma si ferì su me; lo sentii scivolare pesante a terra;
gemere, gemere ai miei piedi. E mi durò fino all'ultimo su la bocca
il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.
Il filosofo: Sì, ne avete
ancora un filo, difatti, sul mento.
La donna uccisa (subito
portandoselo via con la mano): Ah, ecco.
(Poi:) Era sangue. Lo volevo
dire. Perché nessun bacio mai m'ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il
soffitto bianco della camera mi pareva s'abbassasse su me, e tutto mi
s'oscurava, sperai, sperai che quell'ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse
dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano,
bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo
bruciore inutile del mio sangue, invece.
Silenzio.
L'apparenza dell'Uomo grasso
tentenna amaramente il capo e poi, con aria più cupa e dolorosa lo riappoggia
sul bastone, mentre l'apparenza del Filosofo resta intenta e quasi sbigottita a
mirar la donna uccisa, la quale, a un tratto, guardando verso l'uscita del
cimitero, ha come un tremito e s'ilara tutta e grida:
La donna uccisa: Oh guardate,
guardate! Guarda anche tu, smuoviti, solleva il mento dal bastone! Guarda chi viene di là, correndo
leggero sui rosei piedini!
Il filosofo: Un bimbo.
La donna uccisa: Caro! E che
regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni,
vieni qua, caro! qua da me, vieni!
Il bimbo dalla melagrana:
Questa - a me, tutta - tutta a me - tutta.
La donna uccisa: Sì, caro, da'
qua: ecco; è dura la buccia: te l'apro io, te la schiccolo io. E tu la mangerai.
Tutta, sì. Aspetta. Qua nella mia mano. Oh, vedi? Vedi com'è rossa?
Il bimbo dalla melagrana: Sì,
sì - a me - tutta - a me.
La donna uccisa: Tutta, sì,
aspetta. Ecco, mangia questi chicchi intanto. Ah, i tuoi labbruzzi, caro, come mi
vellicano la mano! Ecco, sì, il resto - tutta a te. Vuoi che ne diamo un chicco, uno, uno
solo, a questo pover'uomo che guarda col mento sul bastone? No? Niente, allora - tutta a te! Ecco, mangia. Oh come ti sei fatto
nero il musino!
Il bimbo dalla melagrana:
Ancora - ancora - a me.
La donna uccisa: Restano gli
ultimi chicchi, caro, vedi? Queste sono le bucce... - Ah!
La donna dà un grido.
Mangiati gli ultimi chicchi nel
cavo della mano, il Bimbo è svanito nell'aria.
Restano per terra le bucce della
melagrana; le ultime, ancora nell'altra mano della donna, scivolano anch'esse a
terra.
Il filosofo: Era quella
melagrana il suo ultimo desiderio. Si teneva ad esso con tutt'e due le manine. Era tutto lì, in quei chicchi di
rubino che non aveva potuto assaporare.
La donna uccisa: E io? Il mio
desiderio? Ah!
China il capo, con le mani sul
volto, e chiusa tra le fiamme dei capelli che le vengono avanti, piange
perdutamente. Allora, a quel pianto, nel
silenzio, si sente cadere il pesante bastone su cui l'apparenza dell'Uomo grasso
teneva appoggiate le mani e il mento. Il volto atterrito della donna, al
rumore, esce di tra i capelli scostati con le mani e guarda, accanto a sé, il
vuoto. L'altro, ritraendosi dietro al
sedile e accostandosi al tronco dell'albero, le fa cenno di guardare, non già a
colui che non c'è più, ma ad alcuni massicci aspetti della vita che
sopravvengono dalla campagna: un Contadino, una Contadina, un vecchio asinello
con un gran fascio d'erba sulla schiena e, sovr'esso, una Bambina. Questa, istintivamente, come se
avvertisse nell'ombra gli occhi atroci dell'apparenza della Donna uccisa che la
fissano, si copre il volto con le manine, mentre il vecchio asino si ferma a
fiutare le bucce sparse della melagrana e coi grossi labbri bigi ne toglie
qualcuna e poi la lascia e sbruffa con le froge a terra.
Il contadino: Oh, guarda: un
bastone. Qualcuno l'avrà perduto. Arrì! Jù!
La contadina: E tu perché ti
metti così le manine sugli occhi?
La bambina: Ho paura.
Il contadino: Su, su, abbiamo
fatto tardi. Arrì! Jù!
La contadina: Di' con me una
preghiera per i poveri morti.
Il Contadino caccia l'asino col
bastone raccattato.
Riprendono il cammino.
L'apparenza della Donna uccisa si
leva in piedi, squassa il capo scarmigliato, alza le braccia disperatamente e
fugge come una pazza dietro alla Bambina scomparsa.
L'apparenza del Filosofo resta
alta, dritta nell'ombra, aderente tutta al tronco del vecchio albero.
Il filosofo: Ho paura ch'io
solo resterò sempre qua, seguitando a ragionare.
Tela
Se vuoi
contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole
essere citati a
pirandelloweb@gmail.com
If you want to
contribute, send your material, specifying if and how to be named at
pirandelloweb@gmail.com
Il contenuto di queste pagine
proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui
abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e
relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti
inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro
materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.
|