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COMMEDIA IN
UN ATTO
STESURA luglio 1913
PRIMA RAPPRESENTAZIONE 14
dicembre 1915 - Roma, Teatro Orfeo, Compagnia
del «Teatro a sezioni» di Ignazio Mascalchi e Arturo Falconi.
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Video -
Cecè - Abbaye de Neumunster -
Lussemburgo, 8 giugno 2010 - Regia di Luisella Suberni-Piccoli
Commedia
in un atto unico scritta nel luglio del 1913 quando Pirandello si trovava a Girgenti per stare vicino alla moglie Antonietta.
La prima rappresentazione si ebbe il 14 dicembre del 1915 a Roma al Teatro
Orfeo, ad opera della Compagnia del "Teatro a sezioni" di Ignazio
Mascalchi e Arturo Falconi.
La commedia narra, in maniera insolitamente comica per lo stile del drammaturgo,
la storia di un viveur, Cecè, capace di imbrogliare la gente senza farsi alcuno
scrupolo. Un umorismo quindi che si potrebbe definire cinico per il sottofondo
di situazioni ambigue ed immorali da cui si sviluppa.
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Fu al personaggio dell'imbroglione pirandelliano che Sergio Tofano si ispirò per la macchietta del
"bellissimo Cecè", personaggio dei fumetti nato nel 1917, come un azzimato
damerino che comparve per svariati decenni nelle storie del Signor
Bonaventura sulle pagine del Corriere dei Piccoli.
Cecè è il primo
soggetto di Pirandello concepito originalmente per la scena. In mezzo alla
regolare vegetazione di novelle che in quel periodo s'andava infoltendo al ritmo
di una al mese, l'atto unico si direbbe spuntato casualmente, fuorivia, da un
germe portato dal vento. Una parentesi senza visibile rapporto di contenuto e di
forma con i racconti coevi ispirati al mondo provinciale e siciliano, a spunti
autobiografici, a meditazioni sulla morte e sul mistero del «non si sa come». In
Cecè, invece, lo sfondo è la capitale con la sua allegra corruzione,
l'argomento è quanto mai leggero, la forma improntata al vaudeville, i
personaggi riconducibili a ruoli della convenzione teatrale. Il protagonista è
un viveur, un giovanotto pieno di risorse e non afflitto da eccessivi
scrupoli. Per conquistare i favori d'una donna, e vincere così una scommessa tra
amici, le ha rilasciato delle cambiali che non intende onorare e di cui saprà
rientrare in possesso senza sborsare un soldo, mediante uno stratagemma. Unica,
scherzosa eco di temi "pirandelliani", è la lunga battuta in cui Cecè, che tutti
vogliono e che tutti cercano, lamenta di vivere «sparpagliato in centomila»,
come il Moscarda del romanzo (che Pirandello proprio in quei mesi avrebbe dovuto
consegnare alla «Nuova Antologia»). Anche a Cecè, come a Moscarda, capita di
guardarsi allo specchio. «Se mi ci fisso» dice Cecè «ammattisco.» Ma non è poi
il tipo da fissarcisi veramente.
(Testo tratto da Luigi Pirandello, Maschere nude, vol. I, a cura di
Alessandro d'Amico, I Meridiani, Mondadori, 1993, pp. 105-106)
Trama
E' un testo inconsueto nella
produzione di Pirandello: un’esile commedia di ambiente alto-borghese, un
divertimento lontano dalle caratteristiche del suo teatro impegnato, con
un’azione scenica dal ritmo veloce e una vicenda scherzosa messa in moto dal
protagonista Cecè. Sullo sfondo della capitale, teatro di corruzione politica,
si muove il protagonista, Cecè, degno rappresentante di quel sottobosco di
favori e di quel clima clientelare, che diventato abitudine di vita, non è
neanche più avvertito come riprovevole e negativo. Il giovanotto è un simpatico
gaudente di 35 anni, irrequieto e vivace, privo di scrupoli morali e dotato di
brillante immaginazione; quando il commendator Squatriglia,un facoltoso uomo
d’affari abituato a servirsi di “conoscenze” importanti, si reca a
ringraziare Cecè per un grosso favore ricevuto per suo tramite, quest’ultimo
progetta di ricorrere a lui, con una fantasiosa trovata, per farsi restituire
tre cambiali di grande valore date a una giovane donna di facili costumi, Nada.
Cecè ha scommesso con alcuni amici che sarebbe facilmente riuscito a entrare
nelle grazie di lei e, per ottenere il suo scopo, le ha dato tre cambiali che
ora vorrebbe riavere indietro; su richiesta di Cecè il commendator Squatriglia
convince Nada che le cambiali non valgono nulla e le rifonde, a parziale
compenso, una cifra assai minore.
A questo punto la spregiudicata fantasia di Cecè organizza un altro piano: fa
credere a Nada di essere stata raggirata da un usuraio senza scrupoli, che ora
tiene in pugno Cecè con il possesso delle sue cambiali, per cui la giovane e
ingenua ragazza si sente in dovere di compensare Cecè, per il danno
procuratogli, sia con la modesta somma avuta da Squatriglia, sia con la sua “generosità” di amante.
Il testo ha un tono gaio e leggero, ma anticipa un tema fondamentale del teatro
e della narrativa di Pirandello, quello delle molteplici sfaccettature
dell’individuo, introdotto da un discorso di Cecè:
“Perché mi ammetterai che noi non siamo mica sempre gli stessi!
Secondo gli umori, secondo i momenti, secondo le relazioni, ora siamo d’un modo,
ora d’un altro.”
Una leggerezza e un brio, insoliti in Pirandello, illuminano con una gustosa
verve comica una situazione di ambiguità e immoralità...
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CECÉ - COMMEDIA IN UN ATTO |
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PERSONAGGI
Cesare Vivoli, detto Cecè
Il comm. Carlo Squatriglia, appaltatore di lavori pubblici
Nada, mondana di lusso
Un cameriere, che non parla |
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2010
- Cecè - Compagnia Italiana di Prosa, Genova |
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CONNOTATI:
Cecè ha 35 anni. Per quanto già nel volto un po'
leso dagli stravizii, tuttavia è nel corpo ancora
vivacissimo, anzi irrequieto. Ha l'aria, se non proprio
stralunata, almeno da smemorato, come uno che abbia la mente
a cento cose a un tempo. Del resto, nella smemorataggine,
cangia rapidamente d'espressione, al guizzo d'ogni immagine
nella fantasia mobilissima. È tutto raso; simpaticissimo;
occhi sfavillanti e labbra accese; naturalmente signorile,
veste con raffinata eleganza.
Il comm. Carlo Squatriglia
ha circa 50 anni.
Pezzo d'omone rude, un po' ingoffito
dall'abito nuovo, cittadino, uso com'è a portare sempre,
trascuratamente, quello da lavoro. Ha un occhio solo, e nessuna traccia dell'altro nel volto, perché, saltatogli
per lo scoppio di una mina, se lo fece coprire con un lembo di pelle abrasa da
altra parte del corpo.
È ricchissimo e,
fuori dagli affari nei quali è molto accorto, semplicione.
Nada ha 22 anni (può averne anche di più); vive di preziosa galanteria, e ha
l'aria di una gran dama; ma, toccata nel vivo, la perde per cadere o nella
sguaiataggine o nell'ingenuità.
Una stanza d'albergo di prim'ordine, con mobili d'ultima
moda, a uso di salottino e di scrittojo.
In fondo la comune,
che dà su un corridojo. Lateralmente a sinistra, un altro
uscio che immette nella camera da letto.
Finestra a destra.
Apparecchio telefonico nella parete di fondo, a destra della
comune.
Al levarsi della tela, la scena è vuota.
L'apparecchio
telefonico squilla una, due, tre volte, a brevi intervalli.
Cecè in pigiama, con le guance insaponate e il pennello della barba in mano,
accorre dall'uscio a sinistra.
Cecè: E tre! Un momento...
Cristo, sto a farmi la
barba! Pronto...
Chi? ... Più forte, non sento... sto a
farmi la barba...
Ah, Squatriglia? Come? No ... dicevo tra
me, sto a farmi la barba... Sì, fate salire.
(S'avvia per
ritornare alla camera; a un certo punto si ferma, sospeso:)
Chi ha detto? Squatriglia? Uhm! Mi pare che sia
commendatore...
Rientra nella camera.
Poco dopo si sente picchiare alla
comune.
Cecè (dall'interno): Avanti!
Non entra nessuno.
Pausa.
Si risente picchiare alla
comune.
Cecè (venendo sulla soglia, con ira): Avanti!
L'uscio si apre. Il cameriere introduce il comm. Carlo Squatriglia, e si ritira, richiudendo l'uscio.
Squatriglia: Carissimo Cecè!
Cecè: Ah, ecco, tu! Abbi pazienza: accomodati,
commendatore. Vedi, sto a farmi la barba.
Squatriglia: Se disturbo...
Cecè: Ma no! Con te non faccio cerimonie. Seguito a
radermi.
(Indica la camera accanto:) L'uscio è
aperto; puoi parlare. Anzi, se vuoi, entra, entra qua.
Squatriglia: No, grazie; fa' pure con comodo;
aspetto.
Cecè: Cinque minuti. Ho bell'e finito.
Rientra.
Pausa.
Il comm. Squatriglia siede; aspetta un
po'; trae da un grosso portafogli una carta e si mette a
esaminarla.
Cecè (dall'interno): Non parli?
Squatriglia: Fa', fa'; sto qua a guardare un certo
conto...
(Scrolla il capo, guardando la carta:)
Perdio, se non vado via presto...
(Guarda l'orologio; si
alza.) Cecè, devo andar via subito, sai? Sono venuto per
salutarti e ringraziarti. Parto alle undici.
Cecè (che ha finito di radersi, e comincia ad
abbigliarsi in fretta): Così presto? Hai sbrigato tutto?
Squatriglia: Eh, grazie a te!
Cecè: A me? Perché?
Squatriglia: Ah sì! se non era per te, figurati se
avrei trovato così presto la via d'entrare a parlare con Sua
Eccellenza!
Cecè: Te l'ho fatta trovare io, la via?
Squatriglia: Ma come? Non ti ricordi più?
Cecè: Quale Eccellenza, scusa?
Squatriglia: Con quale Eccellenza vuoi che abbia da
fare un disgraziato appaltatore come me? Va' là, buffone!
Ti dài le arie di confonderti, perché le conosci tutte, eh?
Cecè: Io, le arie? io, le conosco tutte, io?
Squatriglia: Cos'è? T'offendi?
Cecè Non m'offendo; mi fai rabbia! Perché ti giuro,
caro, che io non conosco, invece, nessuno.
Nes-su-no,
capisci? Guarda!
Pensavo proprio a questo, mentre di là
stavo a farmi la barba: che è una bella sorte la mia!
Cecè...
Cecè... Cecè ... tutti mi chiamano Cecè... un passerajo... Centomila mi chiamano Cecè ...
A Milano, a Torino, a
Venezia, a Genova, a Bologna, a Firenze, a Roma, a Napoli, a
Palermo... tutti!
Squatriglia: Sfido! Così conosciuto da tutti...
Cecè: Ma così conosciuto da tutti, dimmi un po', chi
posso veramente conoscere io? Ridi, ah?
Eppure, caro mio, se
mi ci fisso, ammattisco.
Ma dimmi un po': non è uno strazio
pensare che tu vivi sparpagliato in centomila?
In centomila
che ti conoscono e che tu non conosci? che sanno tutto di
te, e che tu non sai neppure come si chiamino?
A cui ti
tocca sorridere, batter la spalla, dir caro! carissimo!
stando sempre così a mezz'aria, senza mostrarlo, fingendo
anzi sempre di ricordarti, d'interessarti?
E dentro,
intanto, ti domandi: «E chi sarà costui? come mi conoscerà
costui? Chi sarò io per costui?».
Perché mi ammetterai che
noi non siamo mica sempre gli stessi!
Secondo gli umori,
secondo i momenti, secondo le relazioni, ora siamo d'un
modo, ora d'un altro; allegri con uno, tristi con un altro; serii con questo, burloni con quello...
Ti s'accostano, ti
chiamano tutti Cecè; va' a ricordarti come sei per questo e
come sei per quell'altro, se uno ti conosce così o ti
conosce cosà.
Vedi certuni rimanere a bocca aperta...
Non
posso mica gridare: «Oh! scusa caro: cancella! cancella! per
te non sono così: per te devo essere un altro!».
Quale
altro? come posso saperlo, se vivo, ti dico, sparpagliato in
centomila?
Se mi ci fisso, parola d'onore, ammattisco.
Mi
può anche capitare, perdio, di veder prima, putacaso, una
moglie, che mi chiama anch'essa Cecè: sissignori, cinque
minuti dopo, posso come niente mettermi a parlare di lei con
suo marito di certe cose che, capirai... Ridi, ah? tu ridi?
Squatriglia: Rido, perché... di' la verità... sai chi
sono io?
Cecè: Ah, che c'entri tu... che discorsi! Te, ti
conosco ... ti conosco benissimo... No? dici di no?...
Ma
sì, che ti conosco! Soltanto ... già, forse... Ora che mi
ci fai pensare... non so più se...
Squatriglia (ridendo a crepapelle):
Vedi se è vero? Vedi se è vero?
Cecè (forte, seccato): Ma che vero un corno!
Ti conosco! Tu hai un fratello, perdio!
Squatriglia: Filippo, sì...
Cecè: Filippo, ecco! Vedi che mi ricordo? Chi è il
commendatore di voi due? Sei tu il commendatore!
Squatriglia: Io, io...
Cecè: E non t'ho chiamato commendatore? Vedi che mi
ricordo... Già, Filippo...
Lui, l'occhio, e tu la... cioè,
no: lui, la mano, e tu l'occhio, già! Una mina, eh? lo
scoppio d'una mina, perbacco!
Ma te lo murarono bene; te lo
murarono magnificamente, sai? Bello liscio, che non pare più
niente.
Puoi essere contento. Mi ricordo benissimo.
T'ho
conosciuto a... aspetta! che ci avevi l'impresa d'un porto,
o di qualche cosa di simile...
Squatriglia: Ma sì! A Palermo. Per una riparazione
all'antemurale del porto.
Cecè: Ecco, già, già... a Palermo! Antemurale! Vedi
bene che... E così, t'ho reso proprio un servizio?
Guarda,
guarda... Ho piacere... Da S. E. il Ministro dei lavori
pubblici...
Squatriglia: Prima dal Sotto-segretario, e poi dal
Ministro...
Cecè: Ah, prima anche dal Sotto-segretario?
E di' un
po': una tua giornata, mi figuro, deve valere qualche...
qualche migliajetto di lire, eh? forse più...
Squatriglia: Capirai, stando lontano... in un'impresa
come la mia... sempre in mezzo a una manica di ladri...
Cecè (che s'è distratto): Sì, vado a
mettermi la giacca...
Squatriglia (stordito): Perché?
Cecè: Hai detto che sto in maniche di camicia.
Squatriglia: Ma no! Ho detto che io sto in mezzo a
una manica di ladri!
Cecè: Ah, già! E t'avrò fatto, dunque, risparmiare
una bella sommetta, di' la verità!
Squatriglia: Ma certo, caro! Era una settimana, che
mi mandavano da Erode a Pilato...
Non so proprio come
ringraziarti...
Cecè: Te n'afffiggi? Te n'affliggi sul serio? Te ne
riparti con l'afflizione di non sapere come ringraziarmi?
Squatriglia: Ma sì, davvero... e... Cecè, se posso...
senza cerimonie...
(Accenna di cavare dalla tasca in
petto il portafogli.)
Cecè: (arrestando subito quel cenno): Ohé! che
scherziamo? Commendatore, per chi mi prendi?
Squatriglia: Scusami, sai! Siamo tanto amici... sei
un discolaccio, sempre in mezzo a tanti imbarazzi...
Cecè (sopra pensiero): Aspetta... È
vero...
Ma non così... il gesto che hai fatto, scusa,
Commendatore, è proprio brutto...
Squatriglia: Tra amici... credevo che...
Cecè: Ma gli amici, io li tratto bene! Anche se costo
loro qualche sacrifizio, non è mai così, abbi pazienza.
Non
credere che mi sia offeso! Sto studiando il modo di levarti
l'afflizione, adesso.
Ecco, ti vorrei dare in cambio un gran
piacere... Un gran piacere che io non ho potuto mai
provare...
Ma mi figuro che debba essere grandissimo: quello
di dire tutto il male possibile e immaginabile d'un amico,
alle sue spalle, s'intende... No?
Che te ne pare? Te lo
vorresti prendere?
Squatriglia: Cecè, non ho tempo. Debbo partire alle
undici. E ancora non ho pronta la valigia.
Cecè: Ma che partire, adesso!
Squatriglia: Cecè, se non parto, mi assassinano! Ti
faccio vedere...
Cecè: Ma abbi pazienza! Sei venuto qua per
ringraziarmi?
Squatriglia: Sì.
Cecè: E hai detto che non sapevi come? Ora che te
l'insegno io come, te ne vuoi partire?
Squatriglia: Purché sia spiccio, ecco, il modo...
Cecè: Spiccissimo. Devi partire per Livorno? Bene.
Invece del treno delle undici prenderai quello delle
quindici.
Squatriglia: Impossibile!
Cecè: Ma vergognati, perdio.
Confessi che ti ho fatto
risparmiare non so quanti giorni, e non vuoi perdere qualche
ora per me? Servizio per servizio!
Più ti guardo, e più vedo
che sei quello che ci vuole per me.
Sì ... età... statura...
portamento... e poi... sì..., tu sei l'indulgenza
personificata ...
Squatriglia: Sfido! Con un occhio sempre chiuso ...
Cecè (baciandolo): Caro! Sei un uomo di
spirito ... Per questo ti voglio bene!
Dunque, senti: tu sei
un amico di papà.
Squatriglia: Che papà?
Cecè: Di mio papà.
Squatriglia: Se non l'hai più, il papà!
Cecè: Vedi? Adesso sei uno sciocco! Tu devi essere un
amico di mio papà. Papà è in commercio.
Io sono in ditta con
papà. Ma siamo rovinati; rovinatissimi. E siamo così
rovinati per causa mia.
Perché io sono... di' un po', come
ti piacerebbe meglio di dire: canaglia o farabutto?
Squatriglia: Canaglia!
Cecè: Di' pure canaglia. Ma anche farabutto, sai?
suona bene in bocca. Puoi dire l'uno e l'altro. E
biscazziere, anche...
Squatriglia: Donnajuolo ...
Cecè: No, quest'è niente ... scusa, ti pare?
Aspetta... qualche altra cosa di grosso... Falsario! Ti
piacerebbe falsario?
Squatriglia: Ma va'!
Cecè: Senza complimenti. Se ti piace falsario, di'
pure falsario.
Di' insomma, alle mie spalle tutte le improperie, tutte le infamie, tutti i vituperii che ti
vengono in bocca.
Poi, sta a te, di pagare, per questo
piacere che ti prenderai, quanto meno ti sarà possibile.
Squatriglia: Ma a chi? Perché? Scherzi o dici sul
serio?
Cecè: Abbi pazienza, è vero... ancora non t'ho
detto...
(Guarda l'orologio:) ma non ho tempo neanche
io! Perbacco, sono quasi le dieci... a momenti sarà qui...
Ecco, ti dico subito, in due parole, di che si tratta.
Quindici, sedici giorni fa... mi trovavo al solito, in mezzo
a un passerajo d'amici.
Cecè, Cecè, Cecè - nella casina del
Pincio, su la veranda.
Passa in automobile, caro mio, un
tocco d'Eva... ma di quelli che ti fanno baciar la punta
delle dita...
- «Eh, Cecè, - mi dicono, - quella lì, caro,
non è per te!» - Non è per me?
Ma t'immagini, di', che ce ne
possa essere una, che non sia per me?
- «Ah sì? -dico. -
Scommettiamo!» -
Tutti mi gridano: - «Scommettiamo!»
- «Se
fra tre giorni, - dico io, - qua, a questa stessa ora, io
non vi avrò dato la prova più lampante d'essere arrivato a
lei, pagherò a tutti da cena; altrimenti, pagherete voi!» -
Come puoi bene immaginarti, tre giorni dopo, alla stess'ora,
io passavo in automobile accanto a lei, sotto la veranda
della casina del Pincio, e salutavo graziosamente tutti quei
cari amici, che stavano là ad aspettarmi.
Hai capito?
Squatriglia: Eh... sì... ho capito...
Cecè: Non hai capito niente, abbi pazienza.
Per
arrivare, caro mio... conosco tutte le vie... con le
aderenze di cui dispongo... Fu facilissimo.
Ma, dopo
arrivato ... eh! dopo arrivato...
Difficile da certe scale
è lo scendere, quando sei salito ...
Chi sale carico, scende
leggero; ma chi non sale carico, amico mio... Me la son
vista brutta, ecco.
E, per uscirmene, ho commesso una
sciocchezza, da cui m'ero sempre guardato bene.
Riuscii a
farle accettare, in mancanza d'altro, ma facendogliele
cadere bene dall'alto, tre cambialette di duemila lire
l'una...
Squatriglia: Ah sì?
Cecè: Ti pare niente? Eh no, caro; di quelle bestie
in giro, io non ne voglio. Ne ho avuto sempre un sacro
terrore!
Ti giuro che da quattro notti non ci dormo. Bisogna
assolutamente che io riabbia oggi stesso quelle tre
cambiali.
Ho scritto jeri a Nada che me le riporti, e...
(Si
sente squillare il campanello del telefono.)
Eccola qua. Dunque, siamo intesi.
Squatriglia: Aspetta. Che intesi? Che debbo fare?
Vuoi che paghi seimila lire?
Cecè: No! Ma che! Seimila? Neanche per ischerzo!
(Si
è appressato al telefono:) Vieni qua...
Rispondi...
Squatriglia: Io? Ma a chi?
Cecè: A Nada, perdio! È lei!
(Corre a prenderlo,
per trascinarlo all'apparecchio telefonico.)
Squatriglia: Sei matto? io?
Cecè: Ma vedrai che non è l'orco! Via, se siamo già
intesi... Che seimila lire!
Squatriglia: Ma allora, intesi su che?
Cecè: Che mi rovescerai addosso tutte le ingiurie che
ti verranno in bocca... canaglia, farabutto... le dirai che
mio padre è all'orlo del fallimento... che quelle cambiali
in mano sua non valgono nulla...
Te le farai restituire, e
le darai in cambio... vedi un po'... quattrocento,
cinquecento lire... non di più, sai?
Non ne varrebbe la
pena!
(Nuovo squillo del telefono.)
Su, su...
prendi qua!
(Gli dà in mano il cannello ricevitore:)
Di': pronto! Subito, via!
Squatriglia: Ma nient'affatto! Non sono parti per
me... Io... con una donna...
Cecè: Che donna e donna! Va' là.
(Nuovo
squillo.)
Di': Pronto! - Addio, eh? Io scappo!
(Via
per la comune di corsa.)
Squatriglia (al telefono): Pronto... - Va
bene... Fate salire...
(Appende il ricevitore
all'apparecchio, sbuffando: leva le braccia;
cava il fazzoletto, si asciuga la fronte e sta in
penosissima attesa, borbottando di tratto in tratto:)
Perdio ... perdio... Ma questo è matto! ... Preso in
trappola...
E come faccio adesso? ... Che le dico?... Oh che
storia ... oh che storia...
(Si sente picchiare
all'uscio.) Avanti!
L'uscio si apre, il cameriere introduce Nada, e si
ritira, richiudendo l'uscio.
Squatriglia, imbarazzatissimo,
s'inchina goffamente.
Nada (restando alla vista di quell'estraneo
anch'ella impacciata): Il signor Vivoli?
Squatriglia: Il signor Vivoli, signorina... il signor
Vivoli, non... non c'è..-.
Nada: Ma come? Chi ha risposto al telefono?
Squatriglia: Io. Al telefono, ho risposto io,
perché... scusi, lei è la ... si... signorina Nada, non è
vero?
Nada: Nada, va bene. Ma lei? Come si trova qua e
m'invita a salire?
Squatriglia: Io? No... cioè... sì... ecco, le spiego,
signorina... c'è ... c'è un equivoco...
Nada: Non voglio sapere. Scusi, questa è ancora la
stanza del signor Vivoli?
Squatriglia: Sì, del signor Vivoli. Abbia pazienza,
le spiego...
Ho sentito al telefono una voce di donna e...
ho creduto che fosse la... la mamma.
Nada (scoppiando a ridere del comico imbarazzo di
Squatriglia): La mamma? che mamma? La sua mamma?
Squatriglia: No! Che mia!
Nada: Eh, lo volevo dire: scambiare la mia voce con
quella della sua mamma!
Squatriglia: Lasci, la prego, la mia mamma; qua non
c'entra, grazie a Dio! È in paradiso da un pezzo!
Scusi,
se mi sono riscaldato. Dicevo la mamma di lui...
Nada: Di Cecè? Qua?
Squatriglia: La... la mamma di Cecè... già ... Le
spiego!
Nada: Ma il signor Vivoli? scusi...
Squatriglia: Le spiego ... Io sono un amico ...
Nada: Di Cecè?
Squatriglia: No... cioè .... sa, pure di Cecè; ma
veramente del padre, buon'anima...
No, che dico buon'anima!
È vivo, purtroppo! cioè... sì... è vivo... dico purtroppo,
perché è vivo per patire...
Oh, creda, signorina ...
dolori... dolori...
Nada: Mi dispiace... ma io...
Squatriglia: Le spiego...
Nada: Ma non voglio sapere, le ripeto! Saranno cose
di famiglia.
Io non c'entro. Se il signor Vivoli non è in
albergo...
Squatriglia: Perdoni, signorina. Lei c'entra!
Nada: Io?
Squatriglia: Lei. Oh, non per colpa sua, ne siamo
certissimi!
Tanto certi che... guardi... ci eravamo
proposti, io e la mamma, di venire da lei...
Nada: Da me la mamma?
Squatriglia: La mamma di Cecè!
Nada: Venire da me?
Squatriglia: Per metterci nelle sue mani, signorina!
Nada: Ma che scherzo è questo? Io conosco il signor
Vivoli da una ventina di giorni appena.
Sono venuta qua,
perché lui stesso...
Squatriglia: Per carità, non dica altro! Ne siamo più
che convinti, le ripeto...
E ben per questo volevamo venire
da lei!
Nada: Ma dice sul serio?
Squatriglia: Come!
Nada: Sul serio; con la mamma, da me?
Squatriglia: Le spiego. Perché sappiamo che lei,
signorina, è stata vil... vilmente... vorrei dire di più...
vorrei dire, m'ajuti lei... spudoratamente, ecco... e forse
è poco... spudoratamente ingannata da quella canaglia, da
quel farabutto, da quel cagliostro... - no, la prego, mi
lasci dire, biscazziere, donnajuolo, falsario, ladro,
assassino...
Nada: Ed è suo amico?
Squatriglia: Sissignora. Amicissimo. Ma della sua
casa.
Di suo papà, che è una perla d'uomo, il più gran
galantuomo che Dio abbia fatto e messo in terra!
Signorina,
noi abbiamo saputo, per confessione di lui stesso...
Nada: Di Cecè?
Squatriglia: Appunto, signorina, di Cecè...
Nada: Che cosa?
Squatriglia: Che in un momento supremo come questo,
in cui la più lieve spinta... che dico?... un soffio,
signorina, un soffio... così, può mandar tutto a
catafascio... determinare la più spaventosa catastrofe...
Nada (quasi quasi): Oh, per carità...
Squatriglia (sconcertato): Come dice?
Nada: Dico, per carità... Lei ha un certo modo di
parlare... Se si vedesse..
Squatriglia: Parlo male? Mi... mi agito troppo?
Nada: Ecco, sì... si agita troppo, è... Dio mio (si
nasconde la faccia) non posso vederla... così agitato...
Parli più calmo...
Squatriglia: Mi proverò... Lei mi perdoni...
M'investo della mia parte d'amico...
E il momento, le
dicevo... la... la catastrofe non solo d'una casa, ma
dell'onore, signorina, dell'onore d'un povero vecchio
assassinato dalla condotta infame, dalle nequizie più
scellerate del figlio...
Nada: Calmo... più calmo, per carità! Mi pare che...
Squatriglia: Che cosa?
Nada: Lei non si vede!
Squatriglia: Ecco, più calmo, sissignora... In un
momento simile, dicevo ... questo figlio si espone a
firmare... a mettere in giro... sì, dico... lei lo sa ...
sono tre, è vero? di duemila lire, ciascuna, è vero?
Nada (con un sobbalzo): Ma che vergogne son
queste?
Squatriglia: Vergogne... ecco, proprio... sì! Sono
vergogne, lei dice bene, signorina; vergogne, vergogne!
E io
ne sono stomacato, creda; e Dio solo sa quello che sto
soffrendo a parlarne ora con lei!
All'orlo del fallimento,
signorina...
Nada (squadrandolo): Ma basta! Sa che lei è
buffo sul serio?
Squatriglia (restando): Io? Ah, me
l'immagino... E creda che... sono tutto... tutto sudato,
signorina!
Nada: Lo credo bene! Fare una tal parte... Si
rassetti, via, si rasciughi, caro signore. Io me ne vado.
Squatriglia: No, per carità, non se ne vada!
M'ascolti, la scongiuro, signorina! Non posso lasciarla
andare.
Nada: Ma che cosa vuole da me? Non mi sono mai
trovata in un caso simile!
Squatriglia: Me l'immagino! E creda che comprendo e
apprezzo il suo sdegno. Ma non se ne vada... m'ascolti!
Vorrei che fosse qui... Già dovrebbe esser qui... Non so
dove sia andata, benedetta donna...
Dico, la mamma,
signorina.
Nada: E dàlli con la mamma!
Squatriglia: Per unirsi a me nella preghiera!
Nada: Ma davvero non se ne vergogna?
Squatriglia: Sissignora, me ne vergogno tanto! Ma
bisogna che le esponga la situazione... Codeste tre
cambiali...
Nada: Ancora?
Squatriglia: Se non ne abbiamo parlato...
Nada: Ma non capisce, scusi, che se pure ero
disposta, venendo qua, a gettarle in faccia a lui
direttamente, ora, per quest'affronto, di farmene parlare da
un altro, io me le tengo qua (batte la mano su la
borsetta) e provoco uno scandalo?
Squatriglia: Benedetta! Benedetta! Sì... Oh creda,
signorina, che se lei avesse in pugno veramente un'arma
contro di lui, un'arma che potesse colpirlo, colpir lui
solo, e distruggerlo, annientarlo, io e il padre, e la madre
stessa, le grideremmo: Forte! su! colpisca! subito! lo
distrugga! lo annienti, questo miserabile! questo aborto di
natura! questo ributto dell'umanità.
Ma lei non ha
nessun'arma contro di lui! Ha lì tre pezzi di carta, che non
valgono nulla!
Nada: C'è la sua firma!
Squatriglia: E che vuole che valga la sua firma?
Zero!
Che scandalo vuol provocare, se egli è vissuto sempre
in mezzo allo scandalo, se è notoriamente uno svergognato,
il ludibrio di tutti!
Nada: Cecè?
Squatriglia: Cecè, Cecè, Cecè...
Nada: Ma se vive in mezzo alla migliore società!
Squatriglia: Perché le fa da buffone, signorina!
Perché sguiscia e s'intrufola da per tutto!
Perché presta a
chiunque i più laidi servizii!
Nada: Cecè?
Squatriglia: Cecè. Lei non sa, non immagina,
signorina, di che cosa sia capace quell'uomo.
Ma se ha
imbrattato di fango la calvizie veneranda del padre! il
nome, l'onore della famiglia!
Se ha dilaniato il cuore della
madre... vede?
L'arma che lei ha costì, in codesta borsetta,
si ritorcerebbe contro questi due poveri vecchi, già caduti
a terra e calpestati da tutti; eppure, guardi, le direi:
-
«Faccia, s'avvalga di codesta arma, colpisca questi due
poveri caduti! » -, se sapessi che qualche vantaggio
materiale ne potesse venire a lei.
Ma no! Sarebbe una
barbarie, inutile!
Tutto quel poco che resta alla famiglia,
è oberato già, da gran tempo, da ipoteche, per la maggior
parte scoperte.
Scoperte, signorina!
S'è stabilito or ora, a
stento, mercè mia, un accordo tra i creditori; ma un accordo
così pieno di sfiducia da parte di tutti i contraenti, che
un soffio lo manda giù come un castello di carte.
Basta il
minimo protesto d'una nuova cambiale messa in giro, e il
crollo è inevitabile.
Ne resta schiacciato un povero
vecchio, una povera donna... Lui, no! Ah, lui, no!
Se ne
restasse schiacciato lui solo!
Ma che importa a lui del
crollo? che importa a lui del disonore, della morte d'un
povero vecchio?
Lui firma cambiali, seguita allegramente a
firmare per seimila lire.
Signorina, guardi: io sono amico
da fratello di quel povero vecchio, e per questi tre pezzi
di carta, che in sua mano non rappresentano nulla, proprio
nulla, arma inutile per colpire lui, ma che possono fare un
gran male a chi non ha né colpa né peccato, per questi tre
pezzi di carta, da cui lei non potrebbe cavare nessun
vantaggio - neanche morale, di vendetta - io sarei disposto,
signorina...
Si porta una mano nella tasca interna della
giacca, ne trae il portafogli, lo apre titubante, ne cava un
mazzetto di biglietti di banca.)
Nada (all'atto, con sdegno): Ah, un mercato!
Squatriglia: No! che mercato! mi rimetto a lei,
signorina, alla sua generosità!
Nada: Generosità, per una simile impudenza! Vuole
ch'io sia generosa?
Squatriglia: Non per lui!
Nada: E che m'importa degli altri?
Squatriglia: Ma appunto per questo, vede... mi
permettevo d'offrire...
Nada: Un po' di denaro per la mia generosità? Quanto?
Qualche migliajo di lire?
Squatriglia: No... mi rimetto...
Nada: Caro signore, lei sbaglia.
Crede d'avere a buon
mercato un sentimento, quale la generosità, da una donna
come me?
Squatriglia: Ma... anzi... ho sentito dire...
Nada: Che siamo generose? Oh, ma non così! Non per
questo! Per amore, se mai!
Non per uno che ci mandi una
terza persona a supplicarci in nome dei parenti; che mescoli
nella sua vergogna la propria madre, l'onore del padre,
della famiglia. Questo indigna!
Che vuole che m'importi di
tutta la storia che m'ha raccontato?
Io non provo in questo
momento altro che schifo, e una tal rabbia, che se avessi
qua, in vece di lei, quel mascalzone...
Squatriglia (subito con sincera e comicissima
espressione): Lo ucciderebbe? l'ucciderei anch'io,
creda, signorina!
Nada: Lei mi fa ridere ... (Scoppia a ridere.)
Squatriglia: Sì... rida ... rida... rida, di me,
quanto vuole... io non m'offendo, signorina.
Creda che ...
che sono mortificato... avvilito...
Nada: Ma ha avuto un bel coraggio, mi sembra!
Squatriglia: Per forza... mi... mi trovo in mezzo...
M'aiuti, m'ajuti lei a uscirne, per carità... sono... sono
così disadatto...
Nada: Lo vedo. Vuole le cambiali?
Squatriglia: Se... se crede...
Nada: Lei dice che non valgono nulla?
Squatriglia: Nulla: questo glielo posso proprio
giurare: nulla, signorina!
Nada: E allora doveva dirmi così.
Squatriglia: Gliel'ho detto!
Nada: No, così e nient'altro.
E doveva aggiungere
che, protestandole, io farei ridere le mie amiche, perché
farei loro sapere che ho avuto la dabbenaggine d'accettarle.
Capisce? Così doveva dirmi!
E non fare appello alla mia
generosità. Io non posso essere generosa. Io mi devo
vendicare.
E creda che saprò trovare il modo di vendicarmi,
e mi vendicherò ferocemente. Oh se mi vendicherò!
Questa
mortificazione, questo schifo che m'ha fatto provare,
perdio, lo sconterà!
(Di scatto risoluta, apre la
borsetta, ne trae le cambiali e gliele porge.)
Ecco a lei le cambiali. Se ne vada!
Se ne vada via subito!
Squatriglia: Graz...
Nada: Non mi ringrazii!
Squatriglia: No... ma... mi permetta... mi conceda...
(Timido, con le dita tremolanti, trae dal mazzetto alcuni
biglietti di banca e li depone sul tavolino, sotto il
calamajo.)
Nada: No! Non voglio! Non voglio!
Squatriglia: Mi lasci fare... per favore... non so se
faccio bene o male...
Nada: Non voglio, le dico! Si riprenda quel denaro!
Squatriglia: Ma scusi... guardi... per me... il poco
che posso fare... me... me lo lasci fare... per un favore...
a me... particolare...
Nada: Quanto ha messo lì?
Squatriglia: Mille e cinque ... cinquecento lire,
signorina, ma...
Nada: Mille e cinquecento?
Squatriglia: Se... se è poco ...
Nada (contrariata cava dalla borsetta una busta
intestata e aperta e gliela porge): Guardi questo conto.
Squatriglia (prende la busta, ne trae imbarazzato,
non comprendendo, un conto da modista, e legge):
Cappello a cupola piana, con grande Paradis bianco naturale.
Lire milleseicentocinquanta.
(La guarda. Nada col dito
gli indica il cappello che ha in capo. Comprende e
s'affretta a dire:) Ah... sì... subito... Volentieri...
(Trae dal mazzetto un altro biglietto da cento e uno da
cinquanta, e li mette insieme con gli altri sul tavolino,
sotto il calamajo.) Ecco fatto... Mi scusi, se... E
grazie, signorina... con tutto il cuore... anche a nome...
Nada: Basta, la prego!
Squatriglia: Ha ragione. Scappo, corro a dar
l'annunzio del suo atto generoso... - no, no... non aggiungo
altro...
(Le porge la mano:) Permette?
(Gliela
stringe, s'inchina:) La ossequio.
(Via per l'uscio in
fondo.)
Nada, rimasta sola, fa atti di nausea, di rabbia;
passeggia, infuriata, per la stanza.
Nada: Ah, me la pagherà... me la pagherà...
Vigliacco!... Ah, che cosa... Vigliacco! Vigliacco!...
Si ferma innanzi al tavolino, prende i biglietti
di banca, li conta con ira e con sprezzo, li caccia dentro
la borsetta, e poi resta a pensare un po', mordendosi un
dito, con gli occhi sfavillanti, foschi di minaccia.
Alla
fine, si riscuote, siede innanzi al tavolino, trae dalla
cartella un foglio di carta, una busta.
Nada:
Aspetta...
(Si mette a scrivere.)
Pausa.
Mentre Nada, con le spalle voltate all'uscio
scrive, l'uscio s'apre silenziosamente, e Cecè vi
s'affaccia, col cappello in capo, a sghembo; poi entra, lo
richiude senza far rumore, e in punta di piedi si appressa a
Nada e l'abbraccia per di dietro.
Cecè: Naduccia mia bella!
Nada: Ah? Tu? Con che faccia osi presentarti a me?
Cecè: Che cos'è?
Nada: Hai l'impudenza...
Cecè: Perdonami: t'ho fatto aspettar troppo? Non
credevo di far così tardi. Via, eccomi qua...
Le presenta la faccia sorridente.
Nada: Pigliati questo! (Gli appioppa uno
schiaffo sonoro.)
Cecè: Oh Dio... troppo forte... M'hai fatto male...
perché?
Nada: Perché? Hai il coraggio di domandarmi il
perché?
Cecè: No, perdono! t'ho chiesto perdono... Infine,
che cos'è? Avrai aspettato una mezz'oretta...
Nada: Ah, per questo?
Cecè: E perché altro? Che cos'è?
Nada: Sei stato con la mamma?
Cecè: Con la mamma? Che mamma?
Nada: Con la tua mamma, che doveva venire a pregarmi,
a scongiurarmi d'aver pietà...
Cecè: La mia mamma? Che dici? Sei matta?
Nada: Ah, sono matta? Imbroglione! Cecè: Che mamma, scusa? dov'è la mamma? che c'entra
la mia mamma?
Nada: Imbroglione! Lo so bene che non c'entra! Ah, ti
pare che ci abbia creduto?
Cecè: Ma a che? Sei proprio impazzita? Che t'è
accaduto?
Nada: Il fallimento! la rovina! il disonore! tutto a
catafascio per le tue nequizie!
Un povero padre, a cui hai inzaccherato la canizie veneranda! Una povera madre... -
imbroglione! gaglioffo!
Come non ti vergogni?
Cecè (serio, con freddezza grave): Ma
tu farnetichi, mia cara! Ti prego di spiegarmi. Io non
capisco nulla.
Nada: Ah no? Proprio? Non capisci nulla?
Cecè: Che vuoi che capisca? Ti vedo infuriata...
Credevo che fosse per il mio ritardo... Ma ora...
Nada (andandogli incontro con le mani tese,
arrovesciate): È possibile una faccia così a prova di
bomba? Ma come?
Quell'uomo dall'occhio murato?
Cecè: Dall'occhio murato?
Nada: Che ho trovato qua, al tuo posto?
Cecè: Un uomo dall'occhio murato?
Nada: Amico di tuo papà!
Cecè: Ma che dici? Tu sei impazzita davvero! Hai
sognato! Io non ho papà, io non ho mamma; che dici?
Nada: Che! Vuoi farmi impazzire sul serio? Bada, sai!
Se è uno scherzo...
Cecè: Ma che scherzo! Ti dico che non capisco nulla!
Spiègati! Chi hai trovato qua, al mio posto?
Un uomo con
l'occhio murato? che vuol dire murato?
Nada: Murato, murato... così. (Si tappa un
occhio con la mano.)
Cecè: L'hai trovato qua? E come?
Nada: Che ne so io? Era qua. Ho telefonato; m'hanno
invitata a salire. Credevo di trovar te; ho trovato lui.
Cecè: E chi l'aveva fatto salire?
Nada: Lo domandi a me?
Cecè (simulando sgomento, poi ansia e
costernazione): Con l'occhio murato? Dio... qua? di' sù,
che t'ha detto?
Nada: Che aspettava tua madre per venire da me a
pregarmi...
Cecè: Mia madre? E tu ci hai creduto?
Nada: Ti dico di no!
Cecè: A pregarti di che?
Nada: Di restituire le tre cambiali.
Cecè (copi ansia aggressiva): E tu?
Nada (smarrita): Come, io?
Cecè: Tu gliel'hai date?
Nada: S'è messo a parlarmi della rovina della tua
casa...
Cecè: Ah, canaglia! E poi?
Nada: Che tuo padre era all'orlo del fallimento...
Cecè: Mio padre? Ah, farabutto!
Nada: Che bastava una spinta, un soffio a mandar giù
un accordo ch'era riuscito a stabilire tra i creditori...
Cecè: Lui? Assassino! ladro!
Nada: Con tanta furia, che mi pareva...
Dio, che
ribrezzo!... mi pareva che l'altro occhio dovesse
schizzargli dalla faccia e saltarmi addosso...
Cecè: Ma rispondi a me; tu gli hai dato le cambiali?
Nada: M'ha detto, dimostrato, che non valevano nulla,
che non avrei potuto cavarne alcun vantaggio...
Cecè: E gliel'hai date? Disgraziata! Mi hai rovinato,
mi hai rovinato, mi hai rovinato!
Nada: Io? Ma come? Per giunta?
Cecè: Rovinato! Sai chi è costui? Il più feroce
strozzino ch'esista sulla faccia della terra! Una
sanguisuga! Un vampiro!
Nada: Quello lì?
Cecè: Quello lì! quello lì! Com'hai fatto a
credergli?
Nada: Non ho creduto...
Cecè: E allora?
Nada: Ma ho creduto che l'avessi mandato tu...
Cecè: Io?
Nada: Per riavere le cambiali...
Cecè: Io? Ma come? Se t'avevo scritto io stesso di
riportarmele qua!
Te le volevo cambiare... Volevo
ritirarle... darti il danaro... Come ti sei arrischiata a
dargliele?
Oh, che assassinio! M'hai rovinato!
Nada: Che ne so io? Chi lo conosceva?
Cecè: Quello lì?
Nada: Sì... tutto impacciato... pregava... sudava...
Cecè: Ma perché sa fare lo scemo a meraviglia, sfido!
Non c'è parte che non sappia fare!
Da usurajo e da mezzano,
da tiranno e da schiavo, l'asino e il porco, la serpe e la
jena; la tigre e il coniglio!
E tu gli hai creduto... e sei
caduta nella ragna ch'egli t'ha tesa... Ma ora il midollo lo
succhierà a me!
Non aveva potuto aver mai in mano un mio
pezzo di carta, per vendicarsi!
Da anni mi faceva la posta,
mi dava la caccia!
Perché io gli ho strappato dalle grinfie
più d'una preda, capisci? e l'ho svergognato
pubblicamente...
Ma come ha saputo di queste tre cambiali?
com'ha saputo che tu dovevi venir qua a restituirmele?
Di'
la verità, tu ne hai parlato con qualcuno?
Nada: M'ha detto che lui lo sapeva per tua stessa
confessione!
Cecè: Per mia stessa confessione? Ti pare possibile?
Tu ne avrai parlato con qualche tua amica...
Nada: No... ma... veramente ne... ne ho fatto
cenno...
Cecè: A chi?
Nada: Non ricordo... a un tuo amico.
Cecè: E quello tiene spie da per tutto!
E forse... ma
certo, sì, me l'ha mandato lui questa mattina tra i piedi
quel seccatore, che m'ha trattenuto più di mezz'ora, per dar
tempo a lui di venire qua e di sorprenderti... Ah, che
assassinio!
E come faccio adesso? come faccio?
Tre cambiali
... il cento per cento ... mi farà pagare il cento per cento
su quelle seimila lire ... seppure, seppure ...
Ma come! Tu
gliele hai date così... per niente? tre cambiali con la mia
firma!
Nada. No... m'ha date alcune centinaja di lire...
Cecè: Ah, alcune centinaja? Quante?
Nada: Mille... milleseicento... seicentocinquanta.
Cecè: Strozzino! Milleseicentocinquanta per seimila,
su cui mi farà il cento per cento.
Nada: E me ne voleva dare anche meno!
Cecè: Hai capito? Ha cercato anche di tirare!
Nada: No... veramente... appena gli ho fatto vedere
la nota del cappello...
Cecè: Quale cappello? Codesto? Ma scusa, se codesto
te l'ho pagato io?
Nada: E che vuol dire? Il conto l'ho sempre qua.
Cecè: Ho capito. Milleseicentocinquanta? Vuol dire
che lo pagherò due volte io, codesto cappello.
Le aggiungerà
agli interessi.
Nada: No, no, senti, Cecè, almeno queste...
Cecè (con scatto di sdegno): Ma va'! Che ti
passa per il capo?
Nada: Cecè, te ne prego!
Cecè: Sta' zitta! Sei matta?
Nada: Fammi questo piacere...
Cecè: Dici sul serio? Mi dispiace anche per te. Ma ti
sta bene, sai?
Hai potuto credere a tutte le infamie, che
colui t'avrà dette di me? Che t'ha detto? Che t'ha detto?
Nada (fa con ambo le mani un gesto espressivo):
Caro mio...
Cecè (assorto): E sono in bianco capisci?
Senza scadenza fissa... Me le può protestare quando vuole...
Ma non me le protesterà! Non è matto!
Mi terrà... così,
sotto la minaccia, per impormi gl'interessi a suo piacere...
e mi succhierà il sangue, come ha fatto a tanti altri.
Nada: Povero Cecè... vieni qua...
Cecè: Lasciami stare! m'hai rovinato.
Nada: Ti compenserò io, Cecè...
Cecè (accorrendo e abbracciandola): Ah, cara
mia, lo credo bene!
Mi compenserai alla stregua dell'usura
che mi farà quello lì!
Nada: Anche di più!
Cecè: Ma è pure la rabbia, capisci? la rabbia d'esser
caduto in quelle mani!
Nada: E ti farò passare anche la rabbia, sta'
zitto... Siedi qua.
(Lo fa sedere e gli si siede su le
ginocchia.) Così...
Cecè: Comincia il compenso? Subito un bacio qua! (Indica
la fronte.)
Nada: Ecco un bacio qua...
Cecè: Di' un po', me ne ha dette molte, quell'infame?
Nada: Tante... Tante...
Cecè Per ognuna, un bacio! E dove voglio io...
Cominciamo! Che t'ha detto?
Nada: Canaglia!
Cecè: Subito un bacio qua! (Indica la guancia
destra.)
Nada (ride e lo bacia su la guancia destra).
Cecè: Su, avanti, che altro t'ha detto?
Nada: Aspetta... aborto...
Cecè: Aborto?
Nada: Di natura...
Cecè: Aborto di natura?
(Balza in piedi. Nada gli
scappa e corre per la stanza, ridendo.) Vieni qua...
vieni qua ...
Nada: Lasciami levare il cappello ...
Cecè: Mille seicentocinquanta! E il resto! Nada,
vieni qua!
Nada: Eccomi.
Cecè: (risiede, con Nada su le ginocchia)
Dunque, aborto di natura? Eh...
(indica con un dito la bocca)
questa volta qua, qua, cara mia...
Nada si china per baciarlo in bocca, e - a questo punto -
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