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PERSONAGGI
Tommaso Corsi
Anna, sua moglie
La signora Reis, madre di Anna
Il dottor Tito Lecci
L'avvocato Franco Cimetta
Rosa, cameriera
Un Questurino
Un Infermiere, che non parla
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Introduzione
Il dovere del medico, novella appartenente alla raccolta
La vita nuda, da cui Pirandello trasse anche, come spesso
faceva, un atto unico cui diede lo stesso titolo.
Nella novella in questione, si narra la storia di un tradimento
coniugale, in sé anche abbastanza banale, in quanto dettato non
da una autentica passione improvvisamente sorta, quanto
piuttosto da una semplice inclinazione (solo?) maschile alle,
diciamo così, distrazioni, alle "storie di una notte".
Questa la trama: Adriana Montesani, giovane borghese benestante,
moglie felice del brillante Tommaso Corsi, vede un giorno
interrompersi bruscamente la sua felicità allorché
il marito viene urgentemente riportato a casa in barella perché
ferito al petto da un colpo di arma da fuoco. |
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A riportare Tommaso a casa è lo stimatissimo dottor Vocalòpulo che, chiaramente in imbarazzo
davanti alle pressanti domande di Adriana in merito alla ferita,
inizialmente attribuisce la stessa all'infelice esito di un
duello.
Ma il frenetico susseguirsi degli eventi (l'arrivo impetuoso
della severissima madre di Adriana, infuriata con Tommaso, la
presenza strana di un giornalista, la folla di curiosi
accalcatisi sul portone di casa Corsi e, soprattutto, la
presenza dei gendarmi), illumina Adriana sulla ben più amara
verità: Tommaso è stato ferito da un sostituto Procuratore del
re, che lo aveva sorpreso insieme alla moglie in atteggiamento
inequivocabile. A sua volta, per difendersi, egli aveva fatto
fuoco con la pistola che portava sempre con sé, causando la
morte del marito tradito.
Ed è questa condizione che lo spinge a cercarla senza valutare
il passare del tempo e dei luoghi, sino a trovare sia "Teresina"
che la realtà, lì a dimostrare, nella forma più cruda, la sua
condizione di uomo statico, fermo nel tempo e nello spazio,
spinto,
solo dal ricordo del passato, alla ricongiunzione di sentimenti
che erano tali solo in virtù delle condizioni comuni.
Nella visione pirandelliana, entrambi risultano sconfitti,
perché non vi è vittoria nella mancanza di presa di coscienza.
Anche la madre di lei, "zia Marta", nella sua qualità di
mediatrice, risulta impotente di fronte alla realtà.
Definita da Gerardo Guerrieri "un’amarissima Traviata
pirandelliana", la pièce si propone come schema umano della
distruzione delle illusioni di fronte alla realtà.
Da ricordare l’originalissima versione romana "Agro di limone"
di Ettore Petrolini, del 1923.
Da quel momento, attorno al capezzale di Tommaso in grave
pericolo di vita si dipana una complessa trama di reazioni
emotive e di giochi mentali: Adriana rifiuta di accogliere in sé
la visione di un marito fedifrago, giudicando il tutto come una
scappatella "…una debolezza, nella quale nessun uomo forse sa
o può guardarsi dal cadere"; la madre di Adriana, a sua
volta, si erge in un implacabile e inappellabile giudizio di
condanna morale; il dottor Vocalòpulo vede innanzi a sé non un
paziente da curare, ma la possibilità di accrescere la sua già
notevole fama mediante il merito di aver salvato uno
stimatissimo cittadino; il suo assistente, il dottor Sià, da
uomo mediocre qual è, vive di riflesso, cercando di ritagliarsi
una sia pur minima porzione di gloria accanto al suo mentore,
mentre il giornalista, Vivoli, gestisce la cronaca dell'accaduto
con tutto il cinismo possibile.
Tutto ciò, di per sé non molto insolito, è terreno preparatore
per il gioco di paradossi che Pirandello ancora una volta ci
offre.
Alla fine, Tommaso guarirà dalla ferita, ma sarà allora il
momento in cui gli si farà presente da parte di Vocalòpulo, di
Adriana e dell'illustre avvocato Cimetta, appositamente
convocato, che deve affrontare un processo per omicidio, tanto
più delicato in quanto omicidio di un Regio Procuratore.
Qui scatta il tema pirandelliano: Tommaso, uomo forte, sicuro di
sé, perfino solitamente troppo pieno di se stesso, darà la colpa
di tutto a Vocalòpulo, colpevole di avergli salvato la vita.
Perché, dirà Tommaso, gli è stata salvata la vita, se poi non
potrà fruirne a suo piacimento, dato che finirà in prigione?
Qual è il merito di questo medico che, salvandolo dalla morte,
lo ha restituito a una vita che, in buona sostanza, non è più
sua, ma del magistrato giudicante? Cosa importa il dovere del
medico di salvare la vita del paziente, se conseguenza di
ciò è far finire lo stesso alla berlina?
Tutto ciò porta all'inevitabile assurdità del finale, in sé
perfino un po' macabro: in seguito allo sforzo dovuto all'ira,
la ferita di Tommaso, pure ormai convalescente, si apre, ma
quando il dottore, davanti ad Adriana, davanti a Cimetta, si
muove per arrestare il fiotto di sangue che sgorga, un gemito
rabbioso di Tommaso lo ferma ed egli tristemente, con
lucidissima rassegnazione afferma:"Ha ragione (…) Hanno
sentito? Io non posso, non debbo…" |
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