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Lumie di Sicilia - Commedia in un atto - 1906
La scena rappresenta una camera di passaggio, con scarsa mobilia:
un tavolino, alcune sedie. L'angolo a sinistra (dell'attore) è
nascosto da una cortina. Usci laterali, a destra e a sinistra. In
fondo, l'uscio comune, a vetri, aperto, dà in una stanza al bujo,
attraverso la quale si scorge una bussola che immette in un salone
splendidamente illuminato. S'intravede in questo salone, attraverso
i vetri della bussola, una sontuosa mensa apparecchiata.
È notte. La camera, al bujo. Qualcuno ronfa dietro la cortina.
Poco dopo levata la tela, Ferdinando entra per l'uscio a destra
con un lume in mano. E in maniche di camicia ma non ha che da
indossare la marsina per essere pronto a servire in tavola. Lo segue
Micuccio Bonavino, campagnuolo all'aspetto, col bavero del pastrano
ruvido rialzato fin su gli orecchi, stivaloni fino al ginocchio, un
sudicio sacchetto in una mano, nell'altra una vecchia valigetta e
l'astuccio d'uno strumento musicale, che egli quasi non può più
reggere, dal freddo e dalla stanchezza. Appena la camera si
rischiara, cessa il ronfo dietro la cortina, donde Dorina domanda:
Dorina: Chi è?
Ferdinando (posando il lume sul tavolino): Ehi!
Dorina, sù! Vedi che c'è qui il signor Bonvicino.
Micuccio (scotendo la testa per far saltare dalla
punta del naso una gocciolina, corregge): Bonavino,
veramente.
Ferdinando: Bonavino, Bonavino.
Dorina (dalla cortina, in uno sbadiglio): E
chi è?
Ferdinando: Parente della signora. (A Micuccio:)
Come sarebbe di lei la signora, scusi? cugina forse?
Micuccio (imbarazzato, esitante): Ecco,
veramente no: non c'è parentela Sono... sono Micuccio Bonavino; lei
lo sa.
Dorina (incuriosita, sebbene ancor mezzo assonnata,
uscendo fuori della cor tina): Parente della signora?
Ferdinando (Stizzito): Ma che! No. Lasciami
sentire: (A Micuccio:) Compaesano? Perché mi avete
allora domandato se c'era «zia» Marta? (A Dorina:
Capisci? Ho creduto parente, nipote. - Io non posso ricevervi, caro
mio.
Micuccio: Non potete ricevermi? Se vengo apposta dal
paese!
Ferdinando: Apposta, perché?
Micuccio: Per trovarla!
Ferdinando: Ma non si viene a trovare a quest'ora. Non c'è!
Micuccio: Se il treno arriva adesso, che posso farci io?
Potevo dire al treno cammina più presto? (Congiunge le mani ed
esclama sorridendo, come pe persuadere a una certa indulgenza:)
Treno è! Arriva quando deve arrivare. - Sono in viaggio da due
giorni...
Dorina (squadrandolo): E vi si vede, oh!
Micuccio: Sì, eh? molto? Come sono?
Dorina: Brutto, caro. Non v'offendete.
Ferdinando: Io non posso ricevervi. Ritornate domattina e la
troverete. Adesso la signora è a teatro.
Micuccio: Ma che tornare! Dove volete che vada io adesso, di
notte forestiere? Se non c'è, l'aspetto. Oh bella! Non posso
aspettarla qua?
Ferdinando: Vi dico che, senza permesso...
Micuccio: Ma che permesso! Voi non mi conoscete...
Ferdinando: Appunto perché non vi conosco. Non voglio mica
prendermi una sgridata per voi!
Micuccio (sorridendo con aria di sufficienza gli fa
cenno di no, col dito): State tranquillo.
Dorina (a Ferdinando): Ma sì, avrà proprio
testa da badare a lui, questa sera, la signora! (A Micuccio:)
Vedete, caro? (Gli indica il salone in fondo, illuminato.)
Ci sarà una gran festa!
Micuccio: Ah sì? Che festa?
Dorina: La serata... (sbadiglia) d'onore.
Ferdinando: E finiremo, se Dio vuole, all'alba!
Micuccio: Va bene, tanto meglio! Sono sicuro che
appena Teresina mi vede...
Ferdinando (a Dorina): Capisci? La chiama così
lui, Teresina, senz'altro. Mi ha domandato se stava qui «Teresina la
cantante».
Micuccio: E che è? Non è cantante? Se si chiama così...
Volete insegnarmelo a me, lei?
Dorina: Ma dunque la conoscete proprio bene?
Micuccio: Bene? Cresciuti insieme, da piccoli, io e lei!
Ferdinando: Che facciamo?
Dorina: E lascialo aspettare!
Micuccio (risentito): Ma sicuro che aspetto...
Che vuol dire? Mica sono venuto per...
Ferdinando: Sedete pur là. Io me ne lavo le mani. Devo
apparecchiare. (S'avvia al salone infondo.)
Micuccio: È bella, questa! Come se io fossi... Forse perché
mi vede così, per tutto il fumo e il vento della ferrovia... Se lo
dicessi a Teresina, quando ritorna dal teatro... (Ha come un
dubbio, e si guarda intorno.) Questa casa, scusate, di chi è?
Dorina (osservandolo e pigliandoselo a godere):
Nostra, finché ci stiamo.
Micuccio: E dunque! (Allunga di nuovo lo sguardo fino al
salone:) E grande la casa?
Dorina: Così Così.
Micuccio: Quello è un salone.
Dorina: Per il ricevimento. Questa notte ci si cena.
Micuccio: Ah! E che tavolata! che luminaria!
Dorina: Bello, eh?
Micuccio (si stropiccia le mani, contentone):
Dunque è vero!
Dorina: Che cosa?
Micuccio: Eh... si vede... stanno bene...
Dorina: Ma sapete chi è Sina Marnis?
Micuccio: Sina? Ah già! ora si chiama così. Me l'ha
scritto zia Marta. - Teresina... sicuro... Teresina: Sina...
Dorina: Ma aspettate... ora che ci penso... voi... (Chiama
Ferdinando dal salone:) Ps! Vieni, Ferdinando... Sai chi
è? Quello a cui scrive sempre, lei, la madre...
Micuccio: Sa scrivere appena, poverina...
Dorina: Sì, Sì, Bonavino. Ma... Domenico! Voi vi chiamate
Domenico?
Micuccio: Domenico o Micuccio, è la stessa cosa. Noi diciamo
Micuccio.
Dorina: Che siete stato malato, è vero? ultimamente...
Micuccio: Terribile, sì. Per morire. Morto! Con le candele
accese.
Dorina: Che la signora Marta vi mandò un vaglia? Eh, mi
ricordo... Siamo andate insieme alla Posta.
Micuccio: Un vaglia, sì. E sono anche venuto per questo. L'ho
qua, il denaro.
Dorina: Glielo riportate?
Micuccio (si turba): Denari, niente! Denari,
non se ne deve neanche parlare! Ma, dico, staranno ancora molto a
venire?
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Dorina (guarda l'orologio): Eh, ci vorrà
ancora... Questa sera poi, figuriamoci!
Ferdinando (ripassando, dal salone all'uscio laterale a
sinistra, con stoviglie, gridando): Bene! Bravo! Bis!
bis! bis!
Micuccio (sorridendo): Gran voce, eh?
Ferdinando (riavviandosi): Eh sì... anche la
voce...
Micuccio (si stropiccia di nuovo le mani): Me
ne posso vantare! Opera mia!
Dorina: La voce?
Micuccio: Gliel'ho scoperta io!
Dorina: Ah sì? (A Ferdinando:) Senti,
Ferdinando? Gliel'ha scoperta lui - la voce.
Micuccio: Sono musicante, io.
Ferdinando: Ah! musicante? Bravo! E che sonate? La tromba?
Micuccio (nega col dito, seriamente; poi dice):
No. Che tromba! L'ottavino. Sono della banda, io. La banda comunale
del mio paese.
Dorina: Che si chiama... aspettate: me lo ricordo...
Micuccio: Palma Montechiaro, come volete che si chiami?
Dorina: Ah già, Palma - sì.
Ferdinando: E dunque la voce gliel'avete scoperta voi?
Dorina: Su, su, diteci come avete fatto, figliuolo! Sta' a
sentire, Ferdinando.
Micuccio (alzando le spalle): Come ho fatto!
Cantava...
Dorina: E voi subito, musicante... eh?
Micuccio: No! subito, no; anzi...
Ferdinando: Vi c'è voluto del tempo?
Micuccio: Lei cantava sempre... anche per dispetto...
Dorina: Ah sì?
Ferdinando: Perché, per dispetto?
Micuccio: Per non pensare a tante cose...
Ferdinando: Che cose?
Micuccio: Dispiaceri, contrarietà, poveretta; eh sì, allora!
Le era morto il padre. Io, sì, le ajutavo, lei e la madre, zia
Marta. Mia madre però non voleva... e... insomma...
Dorina: Le volevate bene, dunque?
Micuccio: Io? a Teresina? Mi fate ridere! Mia madre
pretendeva che la abbandonassi perché lei, poverina, non aveva
nulla, orfana di padre... mentre io, bene o male, il posticino ce
l'avevo, nella banda...
Ferdinando: Ma... niente niente, allora, fidanzati?
Micuccio: Non volevano i miei parenti, allora! E apposta
cantava per dispetto Teresina...
Dorina: Ah! guarda, guarda... E allora voi?
Micuccio: Il cielo! Proprio posso dirlo: ispirazione del
cielo! Nessuno ci aveva mai badato; neanche io. Tutt'a un tratto...
una mattina...
Ferdinando: Quando si dice la fortuna!
Micuccio: Non me lo scordo più! Era una mattina d'aprile. Lei
cantava alla finestra, sui tetti... Stava in soffitta, allora!
Ferdinando: Capisci?
Dorina: E zitto!
Micuccio: Che male c'è? Di quest'erba si fa il fascio...
Dorina: Ma si sa! Dunque? Cantava?
Micuccio: Centomila volte l'avevo sentita, cantata da lei,
quell'arietta nostra paesana...
Dorina: Arietta?
Micuccio: Sì: una musica! Non ci avevo mai fatto caso. Ma
quella mattina... Un angelo, ecco, un angelo mi parve che cantasse!
Zitto zitto, senza prevenire né lei né la madre, verso sera condussi
su nella soffitta il maestro della banda, che è mio amico... - Uh,
amicone, per questo: Saro Malaviti... tanto buono, poveretto... - La
sente... - lui è bravo, un maestro bravo... che lì a Palma lo
conoscono tutti... - dice: «Ma questa è una voce di Dio!».
Figuratevi che allegrezza! Presi a nolo un pianoforte, che per
arrivare lassù, in soffitta... basta! Comprai le carte da musica, e
subito il maestro cominciò a darle lezione... ma così...
contentandosi di qualche regaluccio che potevo fargli di tanto in
tanto... Che ero io? Quel che sono adesso: un poveraccio... Il
pianoforte costava, le carte costavano ... e poi Teresina doveva
nutrirsi bene...
Ferdinando: Eh, si sa!
Dorina: Per aver forza di cantare ...
Micuccio: Carne, ogni giorno! Me ne posso vantare!
Ferdinando: Perbacco!
Dorina: E così?
Micuccio: Comincia a imparare. E si vide fin d'allora ...
Stava lassù, in cielo si può dire... e si sentiva per tutto il
paese, la gran voce ... La gente... così, sotto, nella strada, a
sentire... Ardeva... ardeva proprio... E quando finiva di cantare,
m'afferrava per le braccia... così (afferra Ferdinando)
e mi scrollava... pareva una matta... Perché lei già lo sapeva;
vedeva che cosa sarebbe diventata... Il maestro poi ce lo diceva. E
lei non sapeva come dimostrarmi la sua gratitudine. Zia Marta,
invece, poveretta...
Dorina: Non voleva?
Micuccio: Non che non volesse; non ci credeva, ecco. Ne aveva
viste tante, povera vecchia, in vita sua, che non avrebbe voluto
neppure che a Teresina passasse per il capo di sollevarsi dallo
stato, a cui essa da tanto tempo s'era rassegnata. Aveva paura,
ecco. E poi sapeva quel che costava a me... e che i miei parenti...
Ma io la ruppi con tutti, con mio padre, con mia madre, quando venne
a Palma un certo maestro di fuori... che teneva concerti... uno...
adesso non ricordo più come si chiama, ma nominato assai... basta!
Quando questo maestro sentì Teresina e disse che sarebbe stato un
peccato, un vero peccato non farle proseguire gli studii in una
città, in un gran Conservatorio... io presi fuoco: la ruppi con
tutti; vendetti il podere che m'aveva lasciato, morendo, un mio zio
sacerdote, e mandai Teresina a Napoli, al Conservatorio.
Ferdinando: Voi?
Micuccio: Io, io.
Dorina (a Ferdinando): A sue spese, capisci?
Micuccio: Quattr'anni la mantenni agli studii. Quattro. - Non
l'ho più riveduta, da allora.
Dorina: Mai?
Micuccio: Mai. Perché... perché poi si mise a cantare nei
teatri, capite? di qua, di là... Preso il volo, da Napoli a Roma, da
Roma a Milano ... poi in Ispagna... poi in Russia... poi qua di
nuovo...
Ferdinando: Furori!
Micuccio: Eh, lo so! Ce li ho tutti lì, nella valigia, i
giornali ... E qui poi ci ho anche le lettere... (cava dalla
tasca in petto della giacca un mazzetto di lettere) sue e
della madre... Ecco qua: queste sono parole sue, quando mi mandò il
denaro, che stavo per morire: «Caro Micuccio, non ho tempo di
scriverti. Ti confermo quanto ti dice la mamma. Curati, rimettiti
presto e voglimi bene
Teresina».
Ferdinando: E... vi mandò assai?
Dorina: Mille lire, no?
Micuccio: Mille, giù.
Ferdinando: E il vostro podere, scusate, quello che vendeste,
quanto valeva?
Micuccio: Ma che poteva valere? Poco... Un pezzettino di
terra...
Ferdinando (ammiccando a Dorina): Ah...
Micuccio: Ma l'ho qua, io, il danaro. Non voglio niente, io.
Quel poco che ho fatto, l'ho fatto per lei. Eravamo rimasti
d'accordo d'aspettare due, tre anni, perché lei si facesse strada...
Zia Marta me l'ha sempre ripetuto nelle sue lettere. Dico la verità,
ecco: questo danaro non me l'aspettavo. Ma se Teresina me l'ha
mandato, è segno che ne ha d'avanzo, perché la strada se l'è
fatta...
Ferdinando: Eh, altro! E che strada, caro voi!
Micuccio: E dunque è tempo -
Dorina: - di sposare?
Micuccio: Io sono qua.
Ferdinando: Siete venuto per sposare Sina Marnis?
Dorina: Sta' zitto! Se c'è la promessa! Non capisci niente.
Sicuro! Per sposare...
Micuccio: Io non dico niente: dico: Sono qua. Ho piantato
tutto e tutti, lì a paese: la famiglia, la banda, ogni cosa. Ho
litigato coi miei parenti per via di queste mille lire che
arrivarono senza ch'io lo sapessi, quand'ero più morto che vivo. Ho
dovuto strapparle di mano a mia madre, che se le voleva tenere, Ah,
nossignori, denari, niente! Micuccio Bonavino, denari, niente!
Dovunque, sia, anche in capo al mondo, io, per me, non posso perire.
L'arte, ce l'ho. Ci ho là l'ottavino, e...
Dorina: Ah sì? Avete portato con voi l'ottavino?
Micuccio: E come no! Facciamo una cosa sola, io e lui!
Ferdinando: Lei canta, e lui suona. Capisci?
Micuccio: Non potrei sonare in orchestra, forse?
Ferdinando: Ma sicuro! Perché no?
Dorina: E... sonerete bene, m'immagino!
Micuccio: Così così... Suono da dieci anni...
Ferdinando: Se ci faceste sentire qualche cosa? (Va a
prendere l'astucci dello strumento.)
Dorina: Sì, sì! bravo! bravo! Fateci sentire qualche cosa!
Micuccio: Ma no! Che volete sentire? a quest'ora?
Dorina: Qualche cosina, via! Siate buono!
Ferdinando: Un pezzettino...
Micuccio: Ma no! Ma che!
Ferdinando: Non vi fate pregare! (Apre l'astuccio; ne cava
lo strumento Ecco qua!
Dorina: Su, via! Per sentire. .
Micuccio: Ma non è possibile... così... io solo...
Dorina: Non importa! Su! Provatevi!
Ferdinando: Altrimenti, ohé, suono io!
Micuccio: Per me, se volete... Vi suono l'arietta che cantava
Teresina, in soffitta, quel giorno?
Ferdinando e Dorina: Sì! Sì! Bravo! quella!
Micuccio siede e si mette a sonare con grande serietà. Ferdinando
e Dorin fanno sforzi per non ridere. Sopravvengono ad ascoltare
l'altro cameriere in marsina, il cuoco, il guattero, a cui i due
primi fan cenni di star serii e zitti, sentire. La sonata di
Micuccio è interrotta a un tratto da un forte squillo del
campanello.
Ferdinando: Oh! Ecco la signora!
Dorina (all'altro cameriere): Su, su;
andate voi ad aprire! (Al cuoco e alguattero:)
E voi, subito, sbrigatevi! Ha detto che vuole andare a tavola
appena rientra. (Via l'altro cameriere e il cuoco e il
guattero.)
Ferdinando: La mia marsina... Dove l'ho messa?
Dorina: Di là!
Indica dietro la tenda, e s'avvia di corsa. Micuccio si alza, con
lo strumento in mano, smarrito. Ferdinando va a prendere la marsina,
se la reca in dosso, di furia; poi, vedendo che Micuccio sta per
andare anche lui dietro a Dorina, lo arresta sgarbatamente.
Ferdinando: Voi rimanete qua! Devo prima avvertire la
signora.
Ferdinando, via. Micuccio resta avvilito, confuso, oppresso da un
angoscioso presentimento.
La voce della zia Marta (dall'interno): Di là,
Dorina! In sala! in sala!
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Ferdinando, Dorina, l'altro cameriere, rientrano dall'uscio a
destra e attraversano la scena, diretti al salone in fondo, reggendo
magnifiche ceste di fiori, corone, ecc. Micuccio sporge il capo a
guardare nel salone, e vi intravede tanti signori in marsina che
parlano tra loro confusamente. Dorina rientra in gran fretta in
iscena, diretta all'uscio a destra.
Micuccio (toccandole il braccio): Chi
sono?
Dorina (senzafermarsi): Gli invitati!
Via. Micuccio guarda di nuovo. La vista gli si annebbia. È
tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s'accorge egli stesso
che gli occhi gli si sono riempiti di lagrime. Li chiude, e si
restringe in sé, quasi per resistere all'ansietà e allo strazio che
gli cagiona una squillante risata: Sina Marnis ride così, di
là. Dorina rientra con altre due ceste di fiori.
Dorina (senza fermarsi, diretta al salone): O
che piangete?
Micuccio: Io? No... Tutta quella gente...
Entra dall'uscio a destra zia Marta col cappello in capo,
oppressa, povera vecchia, da una ricca, splendida mantiglia di
velluto. Appena vede Micuccio dà un grido subito represso.
Marta: Come! Micuccio... tu qua?
Micuccio (scoprendo il volto e restando, quasi
impaurito, a contemplarla): Zia Marta... Oh Dio... voi,
così?
Marta: Che... che mi vedi?
Micuccio: Col cappello? voi?
Marta: Ah, già... (Tentenna il capo e alza una mano. Poi,
sconvolta:) Ma come mai? Senza avvertire! Che è stato?
Micuccio: Sono... sono venuto...
Marta: Giusto questa sera! Oh Dio, Dio... Aspetta... Come si
fa? Come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di
Teresina...
Micuccio: Lo so.
Marta: La sua serata, capisci? Aspetta - aspetta un po'
qua...
Micuccio: Se voi... se voi credete che me ne debba andare...
Marta: No: aspetta un po', ti dico. (S'avvia per il
salone.)
Micuccio: Io però non saprei... in questo paese...
Zia Marta si volta, gli fa cenno con la mano guantata
d'attendere, ed entra nel salone, ove si fa a un tratto un gran
silenzio. Si odono chiare, distinte, queste parole di Sina Marnis:
«Un momento, signori!». Di nuovo Micuccio si nasconde la faccia tra
le mani. Ma Sina non viene. Torna invece poco dopo zia Marta, senza
cappello, senza guanti, senza mantiglia, meno imbarazzata.
Marta: Eccomi qua... eccomi qua...
Micuccio: E... e Teresina?
Marta: L'ho avvisata ... gliel'ho detto... Ora, appena...
appena può, un momentino... si farà vedere ... Noi, intanto, ce ne
staremo un po' qua, eh? ... sei contento?
Micuccio: Per me...
Marta: Io starò con te.
Micuccio: Ma no... se... se volete... se dovete andare di là
anche voi ...
Marta:. No no... Adesso di là si cena, capisci? Ammiratori...
l'impresario... La carriera, capisci? Ce ne staremo qua noi due.
Dorina ci apparecchierà subito subito questo tavolino... e... e
ceneremo insieme, io e tu, qui, eh? Che ne dici? Noi due soli. Ci
ricorderemo de' bei tempi... (Rientra Dorina dall'uscio a
sinistra, con una tovaglia e l'occorrente per apparecchiare.)
Su, su, Dorina... Qua, lesta... Per me e per questo mio caro
figliuolo. Caro il mio Micuccio! Non mi par vero di trovarmi con te.
Dorina: Ecco. Intanto, seggano.
Marta (sedendo): Sì sì... Qua, così
appartati... noi due soli... Lì, capirai... tanti signori... Lei,
poverina, non può farne a meno... La carriera ... come si fa? Li hai
veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Cose grandi ... E io,
sai? sono come sopra mare... Non mi par vero che me ne possa star
sola con te, qua, stasera. (Si stropiccia le mani e
sorride, guardandolo con occhi inteneriti.)
Micuccio (cupo, con voce angosciata):
E... verrà, vi ha detto? Dico... dico per... per vederla, almeno...
Marta: Ma certo che verrà! Appena avrà un momentino di largo,
non te l'ho detto? Ma anche per lei, figurati che piacere sarebbe
starsene qua con noi... con te, dopo tanto tempo... Quanti anni
sono? Tanti, tanti... Ah, figlio mio, mi pare jeri e mi pare
un'eternità... Quante e quante cose ho visto... cose che... che non
mi pajono vere. Non l'avrei creduto, se qualcuno me l'avesse detto,
quando stavamo là, a Palma, che tu venivi su in soffitta... coi nidi
delle rondinelle nella travatura del tetto, ti ricordi? che ci
svolavano per casa... in faccia tante volte... e i miei bei vasi di
basilico alla finestra... E donna Annuzza, donna Annuzza? la
vicinella nostra? che ne è?
Micuccio: Eh... (Fa con due dita il segno della
benedizione, per significare: Morta!)
Marta: Morta? Eh, me l'immaginavo... Vecchierella fin
d'allora... più di me... Povera donn'Annuzza... col suo spicchietto
d'aglio... ti ricordi? veniva con questa scusa... uno spicchietto
d'aglio in prèstito, giusto quando stavamo a mandar giù un
boccone... e... Poveretta! E chi sa quanti altri morti, eh? a
Palma... Ma! almeno, morti, riposano là, nel nostro camposanto, coi
loro parenti... Mentre io... chi sa dove lascerò io queste mie
ossa... Basta... su, su... non ci pensiamo! (Viene Dorina col
primo servito e s'accosta a Micuccio, perché si serva.)
Oh, brava Dorina... (Micuccio guarda Dorina, poi zia Marta,
confuso, impacciato; alza le mani per servirsi, vede che sono sudice
dal viaggio e le riabbassa più che mai confuso.) Qua,
qua, Dorina! Faccio io... Lo servo io... (Eseguisce.)
Così... va bene, eh?
Micuccio: Sì, sì... grazie...
Marta (che si è servita): Ecco qua...
Micuccio (strizzando un occhio e facendo con una
mano un gesto espressivo su la guancia): Uhm... Roba...
roba buona...
Marta: La serata d'onore, capisci? Su, mangiamo! Ma prima...
(Si fa il segno della croce.) Qua posso
farmela, davanti a te ... (Micuccio si fa anche lui il segno
della croce.) Bravo figliuolo! Anche tu ... Bravo il mio
Micuccio, sempre lo stesso, poverino! Credi che... quando mi tocca
di mangiare lì... senza potermi fare la croce... mi pare che, quel
che mangio, non mi possa andar giù... Mangia, mangia!
Micuccio: Ah, ho una fame, io! Non... non mangio da
due giorni, sapete!
Marta: Come! Non hai mangiato in viaggio?
Micuccio: M'ero portato da mangiare... Ce l'ho lì, nella
valigia. Ma...
Marta: Ma?
Micuccio: Ve lo debbo dire? Mi... mi sono vergognato, zia
Marta. Mi... mi pareva poco, e che tutti me lo dovessero guardare...
Marta: Oh, che sciocco! E sei rimasto digiuno? Su, su ...
mangia, povero Micuccio mio... Sicuro che devi aver fame! Due giorni
... E bevi... su, bevi... (Gli versa da bere.)
Micuccio: Grazie... Ora bevo...
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Di tratto in tratto, ogni qual volta i camerieri, entrando nella
sala in fondo coi serviti o uscendone, schiudono la bussola, viene
di là come un'ondata di parole confuse e scoppii di risa. Micuccio
alza il capo dal piatto, turbato, e guarda gli occhi dolenti e
affettuosi di zia Marta quasi per leggervi una spiegazione.
Ridono...
Marta: Già... Bevi, bevi... Ah, il buon vino nostro, Micuccio!
Quanto lo desidero, sapessi! quello di «Michelà» che stava sotto di
noi... Che ne è, di Michelà? che ne è?
Micuccio: Michelà? Sta bene, sta bene...
Marta: E sua figlia Luzza?
Micuccio: Ha sposato... Ha già due figliuoli...
Marta: Sì? davvero? Veniva su a trovarci, ti ricordi? sempre
allegra! Oh la Luzza... guarda... guarda... ha sposato... Chi ha
sposato?
Micuccio: Totò Licasi, quello del dazio, sapete?
Marta: Ah sì? Buono... E donna Mariangela, dunque, nonna? già
nonna? Beata lei! Due figliuoli, hai detto?
Micuccio: Due, già ... (Si turba, a un'altra ondata
di rumori dal salone.)
Marta: Non bevi?
Micuccio: Sì... ora ...
Marta: Non ci badare! Si sa, ridono: sono in tanti! Caro mio,
è la vita, che vuoi? la carriera. C'è l'impresario... (Dorina si
ripresenta con un nuovo servito.) Ecco, Dorina... Qua,
Micuccio, il piatto... Anche questo ti piacerà. (Facendogli la
porzione): Dimmi tu...
Micuccio: Fate voi, fate voi!
Marta (facendogli la porzione): Ecco, così. (Si
serve anche lei. Dorina, via.)
Micuccio: Come avete imparato bene voi! Mi fate restare
proprio a bocca aperta!
Marta: Per forza, figlio mio!
Micuccio: Quando v'ho vista con quella mantiglia di
velluto... col cappello in capo...
Marta: Per forza! Non mi ci far pensare!
Micuccio: Lo so... eh! dovete fare la vostra comparsa! Ma se
vi vedessero, se vi vedessero vestita così a Palma, zia Marta!
Marta (nascondendosi la faccia con le mani): Oh
Dio mio, non mi ci far pensare, ti dico! Ci credi che... se ci
penso... mi prende una vergogna! Mi guardo; dico: «Io, così?» e mi
pare che sia per finta... Ma come si fa? Per forza!
Micuccio: Ma, dunque... dunque, dico, proprio ... già
arrivata? Si vede! Grandezze! - La ... la pagano bene, eh?
Marta: Ah, sì ... bene...
Micuccio: Quanto per sera?
Marta: Secondo. Secondo le... le stagioni... i ... teatri,
capisci? Ma, sai figlio mio? costa, eh, costa, costa pur tanto
questa vita... Non c'è denari che bastino! Tanto, tanto costa, se
sapessi! Se... se ne vanno come vengono... abiti, gioje... spese
d'ogni genere... (S'interrompe a un forte strepito di voci nel
salone in fondo.)
Voci: Dove? dove? Lo vogliamo sapere! Dove?
Voce di Sina: Un momento! Vi dico un inomento!
Marta: Eccola! È lei... Viene.
Sina tutta frusciante di seta, parata splendidamente di gemme,
nudo il seno, nude le spalle, le braccia, si presenta frettolosa e
pare che la cameretta d'un tratto s'illumini violentemente.
Micuccio (che aveva steso la mano al bicchiere,
resta col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta,
abbarbagliato e istupidito, a mirare, come innanzi a un'apparizione
di sogno; balbetta:) Teresina...
Sina: Micuccio? Dove sei? Ah, eccolo qua... Come va? come va?
Stai bene, ora? Bravo, bravo... Sei stato malato, eh? Senti? ci
rivedremo tra poco... Tanto, qua hai con te la mamma... Siamo
intesi, eh? Tra poco... (Scappa via di nuovo. Micuccio rimane
trasecolato, mentre nel salone scoppiano altre grida alla ricomparsa
di Sina.)
Marta (dopo una lunga pausa, domanda timorosa, per rompere
l'attonimento in cui egli è caduto): Non mangi più? (Micuccio
la guarda sbalordito, senza comprendere.) Mangia... (Gl'indica
il piatto.)
Micuccio (si porta due dita al colletto affumicato
e spiegazzato e se lo tira, provandosi a trarre un lungo sospiro):
Mangiare?
Agita più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per
significare: non mi va più, non posso. Sta ancora un pezzo
silenzioso, avvilito, assorto nella visione or ora avuta, poi
mormora
Come s'è fatta... Non... non mi è parsa vera... Tutta... tutta...
così...
Accenna, senza sdegno ma con stupore, alla nudità di Sina.
Un sogno... La voce... gli occhi... Non è... non è più lei...
Teresina...
Accorgendosi che zia Marta scuote mestamente il capo e che ha
sospeso anche lei di mangiare, come aspettando:
Che!... Neanche... neanche a pensarci più... Tutto finito... chi sa
da quanto!... E io, sciocco ... io, stupido... Me lo avevano detto
al paese ... e io... mi sono rotte le ossa a ... a venire...
Trentasei ore di ferrovia... per ... per fare... Per questo, il
cameriere e quella là... Dorina... che risate! Io, con ...
Accosta più volte tra loro gl'indici delle due mani e sorride
malinconicamente, scotendo il capo.
Ma me lo potevo figurare? Ero venuto per... perché lei, Teresina,
me... me lo aveva promesso... Ma forse... eh sì!... come
avrebbe potuto lei stessa allora supporre che un giorno sarebbe
divenuta così? Mentre io... là ... sono rimasto... col mio
ottavino ... nella piazza del paese... lei... lei tanta via ... Ma
che! Neanche a pensarci più ... (Si volta, brusco, a
guardare zia Marta.) Se ho fatto qualche cosa per lei,
nessuno qua ora, zia Marta, deve sospettare che io, con questa mia
venuta, voglia accampare...
Si turba sempre più, si leva in piedi.
Anzi, aspettate!
Si caccia una mano nella tasca in petto della giacca e ne trae il
portafogli.
Ero venuto anche per questo: per restituirvi questo denaro che mi
avete mandato. Vuol essere pagamento? restituzione? Che c'entrava!
Vedo che Teresina è divenuta una... una regina! Vedo che... niente!
neanche a pensarci più! Ma questo denaro, no! non mi meritavo questo
da lei... Che c'entra! È finita, e non se ne parla più ... : ma
denari, niente! denari, a me, niente! Mi dispiace solo che non sono
tutti ...
Marta (tremante, afflitta, con le lagrime agli occhi):
Che dici, che dici, figliuolo mio?
Micuccio (facendole segno di star zitta): Non
li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia,
senza ch'io lo sapessi. Ma vanno per quei pochi quattrinucci che
spesi io allora per lei... vi ricordate? Non è niente... Non ci
pensiamo più. Qua c'è il resto. E io me ne vado.
Marta: Ma come! Così subito? Aspetta almeno che lo
dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado ad
avvertirla...
Micuccio (trattenendola a sedere): No, è
inutile. Sentite!
Giunge dal salone il suono del pianoforte e un coro salace e
sguajato d'operetta intonato, tra le risa, da tutti i commensali.
Lasciatela star lì... Lì sta bene, al suo posto... Io, poveretto...
L'ho veduta; m'è bastato... O piuttosto... andate pure voi di là...
Sentite come si ride? Io non voglio, non voglio che si rida di me...
Me ne vado...
Marta (interpretando nel peggior senso quella risoluzione
improvvisa di Micuccio, cioè come un atto di sdegno, un moto di
gelosia, dice tra le lagrime): Ma io... io non posso più
farle la guardia, figliuolo mio...
Micuccio (leggendole a un tratto negli occhi il
sospetto ch'egli non ha ancora avuto, le grida, rabbujandosi in
volto): Perché?
Marta (si smarrisce, si nasconde la faccia tra le mani, ma
non riesce a frenar l'impeto delle lagrime irrompenti: e dice
soffocata dai singhiozzi): Sì, sì, vattene, figlio mio,
vattene... Non è più per te, hai ragione... Se mi aveste dato
ascolto...
Micuccio (prorompendo, chino su lei, e strappandole
a forza una mano dal volto): Dunque... Ah, lei dunque,
lei... lei non è più degna di me? (Il coro e il suono del
pianoforte séguitano nel salone.)
Marta (accenna, angosciata, piangente, di sì, di sì
col capo, poi alza le mani giunte in preghiera, con atto così
supplice e accorato che l'ira di Micuccio cade subito):
Per carità, per carità, per pietà di me, Micuccio mio!
Micuccio: Basta, basta... Me ne vado lo stesso...
Anzi, anzi... tanto più ora...
Rientra a questo punto dal salone Sina. Subito Micuccio lascia
zia Marta e si volta a lei; la afferra per un braccio e se la tira
davanti.
Ah, per questo, dunque... tutta... tutta così? (Accenna con
schifo alla nudità.) Petto... braccia... spalle...
Marta (di nuovo, supplice, con terrore): Per
pietà, Micuccio!
Micuccio: No. State tranquilla. Non le faccio niente.
Me ne vado. Che sciocco, zia Marta! non lo avevo capito... - Non
piangete, non piangete... - Tanto, che fa? Fortuna, anzi! Fortuna.
Così dicendo, riprende la valigetta e il sacchetto e s'avvia per
uscire; ma gli viene in mente che lì, dentro il sacchetto, ci sono
le belle lumìe, ch'egli aveva portato a Teresina dal paese.
Oh, me ne scordavo: guardate, zia Marta... Guardate qua...
Scioglie la bocca al sacchetto e, facendo riparo d'un braccio,
versa su la tavola i freschi frutti fragranti.
Sina (facendo per accorrere): Oh! Le lumìe! le
lumìe!
Micuccio (subito fermandola): Tu non le
toccare! Tu non devi neanche guardarle da lontano!
Ne prende una e la avvicina al naso di zia Marta.
Sentite, sentite l'odore del nostro paese... - E se mi mettessi
a tirarle a una a una su le teste di quei galantuomini là?
Marta: No, per carità!
Micuccio: Non temete. Sono per voi sola, badate, zia
Marta! Le avevo portate per lei... (Indica Sina.) E
dire che ci ho anche pagato il dazio...
Vede sulla tavola il danaro, tratto poc'anzi dal portafogli; lo
afferra e lo caccia nel petto di Sina, che rompe in pianto.
Per te, c'è questo, ora. Qua! qua! ecco! così! E basta! - Non
piangere! - Addio, zia Marta! - Buona fortuna!
Si mette in tasca il sacchetto vuoto, prende la valigia,
l'astuccio dello strumento, e va via.
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