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Tutto per bene - Commedia in tre atti - 1906/1920
Atto Terzo
Entra dalla comune il vecchio cameriere di Salvo Manfroni.
Ampio scrittojo in casa di Salvo Manfroni, addobbato con
austera magnificenza. La comune è a sinistra.
La stessa sera del secondo atto. Poche ore dopo.
È in iscena, al levarsi della tela, Martino Lori. Ha una
faccia da morto; gli occhi fissi e come insensati. Attende,
chi sa da quanto tempo, nel silenzio della casa. A mano a
mano il volto gli s'atteggia a seconda dei vari sentimenti
che gli tumultuano dentro. Di tratto in tratto si scuote e
mormora tra sé parole inintelligibili, accompagnate da
qualche rapido gesto. Gli avviene anche di abbandonarsi
inconsciamente a qualche distrazione, che può apparire
strana per quanto naturalissima, come, ad esempio, d'andare
a osservar davvicino qualche oggetto sulla scrivania che gli
abbia puerilmente svegliato la curiosità del solo senso
visivo. Ma, arrivato lì davanti, s'arresta, svanito, non
sapendo più perché si sia alzato; e, ripreso dal suo interno
farneticare, si rimette senza voce a parlar con se stesso;
se non che quell'oggetto tutt'a un tratto torna ad
avvistarglisi, e allora egli, senza quasi saperlo, lo prende
in mano, lo guarda ma come se non riuscisse a vederlo e con
esso in mano seguita il suo pensiero tormentoso; poi posa
l'oggetto e ritorna al suo posto.
Cameriere: Eh, tarda ancora, signor commendatore. Io
non so, di solito le altre sere a quest'ora è qui da un
pezzo a scrivere o a leggere. È quasi mezzanotte.
Lori: Ma sì... mi... mi rammento: è andato... dove?
Me l'ha detto... Che anzi, già, prima d'uscire...
Ricorda che il Manfroni gli disse di annunziare a Palma
che andava col Gualdi e col Bongiani; ma stima inutile
seguitare.
A un'inaugurazione... Con suo (sta per dire «genero» e
accenna un ghigno che è come un singulto:) Sì sì... e
con quell'altro... il conte Bongiani.
Cameriere: A un'inaugurazione?
Lori: Mi pare d'un circolo, sì. Non voleva, e poi...
quello lì (ha proprio la tentazione di dire «suo genero»;
dice soltanto:) suo...
E guarda di nuovo il cameriere; poi apre di nuovo la
bocca al ghigno, come se, vedendolo così vecchio, gli
nascesse un pensiero che lo agghiaccia, e alza un dito verso
di lui:
Voi è un pezzo che siete qua con lui?...
Cameriere: Col signor Senatore? Eh!
Lori: Da quando era deputato?
Cameriere: Sono a momenti venticinque anni.
Lori (con un sorriso orribile, ammiccando):
La avrete allora veduta qui, m'immagino!
Cameriere (stordito): Come dice?
Lori: Eh, avventure! avventure del giovane
deputato...
Cameriere (come per evadere, sulle generali):
Donne?
Lori: Chi sa quante!
Cameriere: Eh, ai suoi tempi...
Lori: Signorette maritate di fresco... E quando fu
ministro, poi, giovani mogli d'impiegati... (Notando che
il cameriere si turba, aggiunge subito furbescamente:)
Fui suo capo di gabinetto, e lo so... Posti di fiducia! Non
s'ottengono, caro mio, se non a costo di passare sotto certe
forche...
Fa le corna, pallido e ridente, e gliele mostra. Il
cameriere lo guarda sbigottito. Pausa.
Cameriere (sospirando): Cose antiche, signor
commendatore!
Lori: Ah! Abbiamo già i capelli bianchi... Acqua
passata!... Ormai!
Pausa. Il cameriere torna a guardarlo più che mai
sbigottito e costernato. Ma egli è assorto, come se vedesse
innanzi a sé sua moglie giovine, là in quello scrittojo, e
parla quasi tra sé:
Era bella... Che occhi, quando parlava! S'accendeva tutta. (Con
voce brillante e spiccata, e gesto d'evidenza:) Lucida,
precisa... (Poi con amore, come se carezzasse una
lontana e riposta grazia di lei:) E voleva dominare, con
l'intelligenza. Ma una donna, quando è bella... Le si
guardano gli occhi, la bocca... come è fatta... E si sorride
a quelle labbra che parlano, senza badare a ciò che dicono.
Se n'accorgeva subito, lei, e se ne stizziva; ma poi
donna sorrideva di quello stesso sorriso di chi le
guardava le labbra... Ciò che voleva dire rispondere al
bacio che quegli occhi le davano... E allora... (Resta un
po' assorto; poi tentenna il capo e domanda:) Ma io
solo? (Voltandosi d'improvviso, trasfigurato, verso il
cameriere:) Chi sa quante volte se la sarà stretta qua,
lui, così, e baciata, eh?
Cameriere (basito addirittura): Signor
commendatore...
Lori: Eh via! Cose vecchie... Si sanno!
Salvo Manfroni a questo punto si presenta col cappello in
capo sulla soglia della comune.
Cameriere (riscotendosi): Ah, ecco il signor
Senatore...
Salvo: Come, tu qua, Martino? Che cos'è? (Costernato:)
È accaduto qualche cosa?
Lori: No. Debbo parlarti.
Salvo (riferendosi alla scena del second'atto, con
fastidio): Ancora? E a quest'ora?
Lori: No. Precisare, ormai. Due parole.
Intanto il cameriere avrà tolto il soprabito, il cappello
e il bastone a Salvo Manfroni e alla fine della battuta del
Lori si sarà ritirato.
Salvo (appressandosi con la mano tesa):
Dunque?
Lori (scartando la mano con un gesto secco):
Niente mano.
Salvo (restando): Che significa?
Lori: Ecco. Aspetta. Quando ci saremo intesi, te la
darò di nuovo.
Salvo: Ma che cos'è?
Lori: Niente! Niente! Per grazia di Dio, non c'è
bisogno di spiegazioni. Il fatto è certo e innegabile; tanto
che tu e tutti eravate sicuri ch'io lo sapessi; dunque, non
si discute.
Salvo: Ma che dici, scusa?
Lori: Sono venuto a darti, semplicemente, due notizie
e a levarmi una curiosità.
Salvo (vedendolo muovere e parlar così): Io
non ti riconosco più!
Lori: Eh sfido! Sono un altro, da tre ore!
Salvo: Ma che è accaduto?
Lori: Niente. Tutto rovesciato; sottosopra. Sì. Il
mondo che ti si ripresenta tutt'a un tratto nuovo, come non
ti eri mai neppur sognato di poterlo vedere. Apro gli occhi
adesso!
Salvo: Hai parlato con Palma?
Lori (fa cenno di sì col capo ripetutamente, poi):
Sbalordisci! Non sa-pe-vo nul-la!
Salvo (con costernazione, restando): Non...
non sapevi?
Lori: Nulla. Né che mia moglie fosse stata la tua
amante, né che Palma fosse tua figlia...
Salvo: Te l'ha detto lei?
Lori: Lei. Che glie l'avevi detto tu, ch'era tua
figlia; e che io lo sapevo.
Salvo: E non è vero?
Lori (semplice, in naturalissimo tono assertivo):
Non è vero! Non sapevo nulla! (Allo stupore del
Manfroni:) Ma sì! È incredibile! Non sapevo nulla! Da
tre ore mi dico: Ma come? Meglio di così te lo dovevano far
capire? Te l'hanno cantato in tutti i toni; dimostrato
apertamente, sempre, in tutti i modi! Com'hai potuto credere
che un deputato che non ti conosceva, diventando ministro,
prendesse te, umile segretario di ministero, e solo perché
avevi sposato la figlia d'un suo maestro, ti mettesse a capo
del suo gabinetto? e poi, morta la moglie, s'affezionasse
tanto alla tua bambina, e te la crescesse come sua, e le
trovasse marito, costituendole una vistosissima dote?
Credetti all'onestà di quella donna, capisci? che morì
troppo presto! Ma anche se fosse vissuta a lungo, non mi
sarei accorto di niente lo stesso, perché ma sì, che vuoi!
è incredibile per me, era onesta! E credevo nella tua
amicizia, come nella luce del sole, in questa gran luce che
m'era entrata in casa e rn'illuminava, m'accecava...
Credetti nella tua venerazione per il tuo maestro, non
ostante che poi ebbi la prova che, altro che venerazione, la
tua!
Salvo (turbandosi vivamente): Che vuoi dire?
Lori: Questa è l'altra notizia che ti darò. Aspetta!
Ti devo dire tutto! Quand'ebbi quest'altra prova, fu peggio.
Salvo (c.s.): Prova? Che prova?
Lori: La prova, la prova che complicò tutto, perché
mi fece trovare d'improvviso la mia ingenuità come in un
covo di spine, di spine che la punsero da tutte le parti, a
sangue, poverina, e la fecero tanto soffrire! Ma
coraggiosamente ah! lei le strappò, sì, le raccolse, e
se ne fece un cilizio per imparar a capire, a capir
diversamente. Ma sempre come può capire l'ingenuità,
beninteso!
Squillo del campanello del telefono sulla scrivania.
Ah, senti! Ti chiamano al telefono.
Salvo: Loro? (Fa per prendere il ricevitore
dell'apparecchio.)
Lori (trattenendogli il braccio): No.
Aspetta. Di' che vengano qua.
Salvo: Qua? Ma sei pazzo? Perché?
Lori: Perché voglio che vengano!
Nuovo squillo.
Salvo: A quest'ora?
Lori: Con l'automobile faranno in due minuti.
Salvo: Ma che vuoi che vengano a fare qua?
Nuovo squillo.
Lori: Senti che premura? È lei. Ti Vuol dire della
spiegazione avuta con me.
Nuovo squillo:
Di' pronto. Su.
Salvo: Ma no! Se prima non mi dici...
Lori: Voglio che c'intendiamo bene, tutti e quattro.
Salvo: Ma su che? Se siamo già intesi!
Lori: No. Per l'avvenire. Dobbiamo stabilire tante
cose.
Salvo: Lo faremo domani, se mai!
Lori: Ora! ora!
Inizio pagina
Nuovo squillo.
Salvo (parlando all'apparecchio): Pronto. (Pausa.)
Sì, Palma...
Lori: Di' che ci sono io.
Salvo (c.s.): So... so... (Pausa.) Come? (Pausa.)
Sì, senti... è qua da me.
Lori: Di' che vengano subito, subito.
Salvo (c.s.): Ma sì, purtroppo... Senti... (Pausa.)
Che? (Pausa.) Sì, sì... Ma è bene che tu venga qua. (Pausa.)
Ma sì, subito. (Pausa.) Ma per parlare. (Pausa.)
Con Flavio, sì. Come?
Lori: Non vuol venire?
Salvo (al Lori): No, dice che non sa se
l'automobile... (Tronca per rispondere al telefono:) Sì,
sì. Va bene. T'aspetto, allora. Fate presto. (Posa il
ricevitore sull'apparecchio.) Su che cosa vuoi che
c'intendiamo bene tutt'e quattro?
Lori: Intendiamoci prima tra noi due. Voglio sapere
quando fu!
Salvo: Ma lascia!
Lori: No. Rispondi. Subito dopo il mio matrimonio? (Salvo
scrolla le spalle.) Rispondi. Perché già v'eravate
accordati, fin dal suo arrivo da Perugia?
Salvo: Ma no! Io non ci pensai neppure, allora!
Lori: Ma forse ci pensò lei?
Salvo: No, no! (Attenuando:) Almeno io non so. Non
credo.
Lori: E allora fu quando cominciò a tempestare, che
voleva riprendere la sua carriera di maestra?
Salvo (per troncare): Ma sì! ma sì!
Lori: Che un giorno non la trovai più a casa?
Salvo: Che vai ripensando più adesso?
Lori: Voleva fare come la madre. Andarsene. Venirsene con
te. Eh, ma tu avevi la tua carriera politica...
Salvo: Smetti, ti prego!
Lori: E persuadesti la pecorella a ritornare all'ovile!
Salvo: Non so che gusto provi...
Lori: Ma mi brucia adesso a me! mi brucia adesso!
Salvo: Capisco, capisco... Ma pensa che è finito da tanto
tempo! è, morta...
Lori (con scatto goffo e atroce, per l'insorgere d'un
bisogno di vendetta): Oh! t'odiò, t'odiò, quando ritornò a
me! S'accorse che a te era più cara la tua ambizione, e t'odiò!
Salvo: Ma sì, lo so bene...
Lori: E odiò in sé anche il frutto del tuo amore. Non
voleva esser madre, non voleva, lo so. Fu la mia amante, più che
la madre di quella lì. E io, io che pur ne ero felice, ne
soffrivo. Per la bambina che credevo mia, nata da quella nostra
riconciliazione.
Salvo: Basta, basta ora, ti prego!
Lori: Basta? Ah no, caro. Per me comincia adesso!
Salvo: Che comincia?
Lori: Ora lo vedrai. Mi ci son voluti diciannove anni per
comprendere! Ora che tutto era finito, voi dite, così
pulitamente, come usa fra gente per bene...
Salvo: Ma scusa...
Lori: Oh lo so, gente che sa fare a modo le cose... ora
che non c'è più niente da fare, è vero? morta da sedici anni la
moglie; maritata la figliuola, basta, eh? là c'è la porta,
tanti saluti. Ah no! Ora viene la mia volta. Ho capito tutto.
Vagliato tutto.
Salvo: Ma non vedi che tu farnetichi?
Lori: No. Lucidissimo. Ho pensato, pensato. E vedo tutto.
Parlo così, mi muovo così, perché non posso farne a meno. Sono
come un cavallo scappato. Mi frustano tutte le cose, che mi sono
all'improvviso uscite dall'ombra da tutte le parti. Ma so ormai
dove andrò a parare. Guàrdatene! (Lo afferra per un braccio:)
Prima di tutto; sei convinto ora, che non sono quel miserabile
che m'avete creduto e rappresentato agli occhi di tutti?
Salvo: Ma sì! E per ciò non vedo...
Lori: Che cosa io possa fare? Nulla, è vero? Avrei dovuto
saperlo prima, ed essere un miserabile della più vile specie per
profittarne. Non l'ho saputo; e dunque, tu pensi, dopo
diciannove anni... Sbagli, caro mio!
Salvo: Vorresti profittarne adesso?
Lori: No! Sbagli, perché, se l'avessi saputo subito, a
tempo, non ne avrei mai profittato, io! T'avrei ucciso!
Salvo: Non penserai d'uccidermi adesso...,
Lori: Eh, lo so, ora non posso più! non... (S'interrompe,
per un'idea che gli balena e lo agita d'improvviso:) Ma
aspetta! Tu dici, profittarne adesso? E ... e come potrei...
come potrei più, adesso?
Salvo (esitante): Ma... non so, io... io potrei
fare ancora qualche cosa per te ...
Lori (lo guarda prima terribilmente, poi, quasi
saltandogli alla gola, lo fa cadere su una poltrona,
gualcendogli l'abito addosso): Tu? Meriteresti
d'essere ucciso ora, per questo che hai, detto! (Ritraendosi
inorridito, ripreso dall'idea che gli è balenata:) No! Su
su... Rassèttati, rassèttati... C'è, c'è forse il modo... c'è,
c'è ancora il modo di profittarne...
Entrano a questo punto dalla comune Palma e Flavio Gualdi,
ansiosi e sgomenti.
Lori (scorgendosi): Ah, eccoli!
Palma: Che cos'è? che cos'è?
Lori: Niente, niente, Palma! S'è chiarito, s'è chiarito,
s'è chiarito tutto! Ha dovuto riconoscere, richiamato da me a
fatti, a dati precisi, che s'era ingannato. Non è vero che tu
sei sua figlia! Sei mia figlia! mia figlia! (A Salvo:)
Dillo, dichiaralo forte, qua, a tutti e due! È vero, è vero, che
hai dovuto convenirne?
Salvo: Sì, è vero. (Momento di silenzio.)
Lori: È vero! (A Flavio:) Hai inteso, tu?
Flavio (a bassa voce, aprendo appena le braccia):
Ho inteso...
Lori: No! Dico per il rispetto che tu mi devi d'ora in
poi, come al padre di tua moglie, che sono io! sono io!
Flavio (c.s.): Sì, va bene...
Lori: E perché non debba arrischiarti più d'ora in poi
d'accogliermi come un intruso, come uno che non abbia saputo mai
rappresentar le sue parti in commedia. Sfido! Me le avete fatte
rappresentare a mia insaputa; tutte: quella del marito gabbato e
contento; quella dell'amico; del vedovo; del padre; del suocero.
E le ho rappresentate male! Sfido! Non sapevo di rappresentarle!
Ma ora che lo so, ora che lo so; vedrete!
Trapassa così, senz'avvertirlo, trascinato dalla foga della
passione, a palesar la commedia che sta rappresentando dal
sopraggiungere di Palma e di Flavio.
Palma (avvertendo, con stupore): Come!
Flavio (c.s. rivolto a Salvo, che si tiene in disparte):
Che dice?
Lori (ripigliandosi): Che dico? (Si
volta verso Palma:) Dico... dico che tua madre... purtroppo,
sì... resta, resta il tradimento... ma che quest'infamia, no!
quest'altra infamia non è vera! non è vera!
Inizio pagina
Lungo silenzio, Salvo Manfroni e Flavio restano a capo chino.
Palma è come interdetta, sospesa a un ansioso sgomento. Il Lori
guarda prima quei due; poi Palma. Nota quel suo atteggiamento e se
ne compenetra; provando anche lui, subito, quasi sgomento di quella
sua reiterata asserzione di fronte a lei così sospesa, e della
commedia che s'ostina a rappresentare. Non per tanto, quasi a sfida
del suo stesso sentimento, ripete, accostandosi a lei amorosamente,
con un tono diverso, quasi infuso d'ironia per l'effimera
soddisfazione che s'è presa:
Non è vera! Quantunque a te, eh! di' la verità, forse non ti fa
piacere!
Palma: Ma sì... sì....
Lori (spiandola negli occhi, non volendo crederle):
Sì?
Palma: Sì.
Lori: Che sia io tuo padre?
Palma: Ma sì.
Lori: Io, e non lui?
Palma: Ti dico sì...
Lori: Quantunque io sia un pover'uomo, che tu, fino a poco
fa, hai disprezzato?
Palma: Ma sì, per questo, anzi.
Lori: Uno che tutti, sempre, disprezzeranno, perché non posso
più far credere a nessuno, io, che non sapevo, capisci? Se lo dico,
faccio ridere!
Palma: Ma ci credo io! E ci ho creduto subito, appena tu me
l'hai detto. E tanto più ci credo ora se tu mi dici che non è vero
quanto lui (accenna al Manfroni) aveva supposto!
Lori (commosso, rabbrividendo, quasi atterrito dal vuoto
che tocca): Vedi? vedi? È spaventoso! Basta sapere una cosa, e
cangia, cangia subito tutto! Io ero così, come te, fino a poche ore
fa! Mi credevo tuo padre; e tu mi disprezzavi, perché sapevi di non
esser mia figlia! Ora, invece, che tu cominci a credermi tuo padre,
e ti volti a me cangiata, io non posso, non posso raccoglierti tra
le braccia, perché so, so che non sei mia figlia, e che sto facendo
la commedia davanti a lui, davanti a tuo marito e a te!
Palma (di nuovo, con stupore): La commedia?
Flavio (c.s.): Ah, ma dunque...
Lori (nervosamente, aspro, quasi cattivo per reagire alla
sua commozione e difendersene): La commedia! E l'ho fatta bene,
no? Tanto bene, che per un momento ci avete creduto! (Accenna un
riso amaro.) Ah! ah! E anch'io, ecco qua, senza volerlo (si
passa le dita sugli occhi e poi le mostra), fino alle
lagrime! (Accostandosi a Flavio:) No! Tranquillo, caro,
tranquillo!
Flavio: Dunque... non è vero?...
Lori: Non è vero! Ho tentato; ma non posso. Mi stomaca. Mi fa
piangere...
Salvo: E dunque basta, via...
Lori (voltandosi di scatto): Non ti va? Eppure
dovrebbe seguitare, almeno questa commedia; poiché il dramma passò
nella mia vita senza che me n'accorgessi; e non posso più farlo! Ma
stai tranquillo anche tu. Non posso far più neanche la commedia. Lo
so! Se non la svelavo io, domani andavi a casa loro, a dire che
avevi dovuto far le viste di riconoscere davanti a loro l'inganno,
per pietà del mio stato; e li avresti persuasi a far le viste di
crederci anche loro...
Salvo: Ma no! Perché t'immagini questo?
Lori (con forza): Non sono mica un imbecille!
Salvo: Ma chi te lo dice?
Lori: Oh! Vi foste contentati di credermi soltanto un
miserabile! Nossignori Anche un imbecille! Ma io ho potuto essere un
imbecille, finché ho creduto a cose sante e pure: all'onestà!
all'amicizia! Ora no, più! E se, per vendicarmi, mi potessi
sobbarcare a essere ancora, agli occhi di tutti, quel miserabile che
m'avete fatto credere, non potrei esser più umile, timido, schivo,
quel pover'uomo che andava a fare quella buffonata ogni giorno, là,
al camposanto! Lo capite, questo? È chiaro! E dunque... e dunque,
io... io...
Si guarda smarrito intorno, come se cercasse e non
trovasse più via di scampo, e accenna un lieve e vano annaspare
delle mani; poi, recandosele al volto:
oh Dio, come... come farò più a vivere io?
Salvo: Ma no! Ma perché fai così?
Palma: Se tutto è passato, finito!
Lori: Ma appunto per questo! Perché tutto è finito, non posso
più vivere! Se è finito! se non posso più distruggerlo quello che
sono stato per gli altri! è qua in questo mio corpo in questi
miei occhi che guardavano senza vedere chi ero per tutti; in questa
mano che porgevo, senza sapere che apparteneva a uno, di cui tutti
ridevano o avevano schifo! Come faccio più ora a guardar la gente? a
porgere questa mano? Ne ho io, ora, schifo e raccapriccio! Di me
stesso, sì, quale ora mi vedo e mi tocco: uno che non sono io, che
non sono stato mai io e da cui non mi par l'ora di fuggire! non mi
par l'ora! (Accenna così dicendo, smarritamente, di volersene
andare.) Non mi par l'ora!
Salvo (parandoglisi davanti per impedirglielo): Ma che
vorresti fare?
Lori (lo guarda, come trasognato poi, sovvenendosi):
Ah, sì: oltre a questa, un'altra cosa. Me ne scordavo. L'unica
che possa fare contro te. E la faccio, non perché m'importi; la
faccio per provarti che non sono un imbecille. Mi vendico, sì, a
freddo, mi vendico nell'unico modo che mi sia possibile ormai;
facendo a te ciò che tu hai fatto a me: lasciarti vivo, ma come tu
hai lasciato vivere me, senza più la stima di nessuno, dimostrando
che il miserabile sei tu, tu! (Voltandosi a Palma e a Flavio:)
È lui, questo che tu ti sei gloriata d'avere per padre, un
miserabile, non solo per quello che ha fatto a me, ma anche, sai?
perché è un ladro!
Salvo (facendoglisi sopra, minaccioso): Che?
Lori (subito fermo, tenendogli testa): Un ladro! Un
ladro! (Voltandosi agli altri due:) E un ladro, perché ha
rubato a Bernardo Agliani!
Salvo (rompendo a ridere sonoramente): Ah! ah! ah!
Lori (lo guarda un pezzo, poi si volta a Palma e a Flavio,
e dice): Ride. Ho la prova a casa!
Salvo: L'hanno data a intendere anche a te? Te l'hanno
fabbricata a Perugia, codesta prova?
Lori: No, caro. È di mano dello stesso Agliani.
Salvo: Ma se le ho io qua (indica la scrivania)
le carte dell'Agliani!
Lori: Eh, tutte no!
Salvo: Tutte! tutte!
Lori: Tutte, no.
Salvo (smarrendosi di fronte alla reiterata affermazione):
Tranne che... tranne che tu non ne abbia delle altre, che io
ignoro...
Lori: Ti smarrisci...
Salvo: No!
Lori: Ti sei fatto pallido. E ora arrossisci!
Salvo: Ma perché non vorrei che l'Agliani, in altri appunti
posteriori...
Lori: No: sono anteriori: i primi! Il primo abbozzo di quella
copia che hai tu.
Salvo: Ma se nelle carte che ho qua dell'Agliani non c'è
nulla che...
Lori: Non saranno tutte!
Salvo: Tutte! tutte!
Lori: Fin dove ti sarà convenuto di conservarle! Le altre, le
avrai distrutte!
Salvo: Questa è una calunnia!
Lori: Te lo posso provare.
Salvo: Che cosa? Potrai provarmi, se mai, che forse all'Agliani,
in seguito, sorse da quei suoi problemi l'idea anche a lui...
Lori: Ecco, benissimo. Ma non anche a lui; a lui soltanto, e
tu te l'appropriasti. (Voltandosi a Palma e a Flavio:) Ho gli
appunti a casa: un fascio così!
Salvo: Sta bene! E provamelo, se qua, nelle carte che ho qua,
(batte furiosamente sulla scrivania), non c'è neppure il più
lontano cenno di quell'idea! Provamelo!
Lori: Ah, ora non neghi più, mi sfidi!
Salvo (con sprezzo): Ma che vuoi che sfidi, uno come
te? Chi vuoi che presti fede a te e non a me, se io affermo che non
ho conosciuto com'è vero codesti nuovi appunti dell'Agliani, ed
esibisco le carte che ho qua di lui?
Lori: Eh già! Se non ci fosse il tuo libro...
Salvo (smarrendosi di nuovo): Il mio libro?
Lori: A cui si deve prestar fede! A me, no; ma al tuo libro,
sì. La prova è lì!
Salvo (c.s.): Nel mio libro?
Lori (rivolgendosi agli altri due): Ma come volete che
uno, ignaro come me, potesse capire qualche cosa in tutte quelle
formule, in tutti quei calcoli? L'evidenza del furto m'è saltata
chiara davanti agli occhi, senza cercarla, confrontando quegli
appunti col tuo libro.
Salvo: Non ti degno di risposta!
Lori: E l'ho scoperto da un pezzo, io, sai? e mi sono stato
zitto per lei (indica Palma), per il bene che facevi a
mia figlia, perché ignoravo l'altro tuo delitto, di cui questo forse
è soltanto la conseguenza accidentale. Perché non hai avuto mai
nessuna vera passione tu; e codeste carte dell'Agliani ti servirono
soltanto, dapprima, per nascondere la tresca; per darti il pretesto
di stare a casa mia, vicino a lei! Vuoi che pubblichi, se non hai
nulla da temere, quegli appunti che ho in casa, così come sono?
Sarei venuto a darteli...
Salvo (subito): Dàmmeli, e li pubblicherò io stesso,
riconoscendo innanzi a tutti...
Lori: Che cosa? La tua appropriazione indebita?
Salvo (con forza): Questa non c'è! E non la crederà
mai nessuno!
Lori: Eh già... Tra te e me... (Voltandosi verso Palma e
notando il suo atteggiamento, tra sdegnato e avvilito:) Ma
guarda! Mi basta che lo creda lei se glielo dico io uno che per
lei ha taciuto uno che non parlerà più, domani! Che vuoi che
m'importi del tuo libro!... di chi l'ha scritto!... di te!... (Afferra
per le braccia Palma, spiandola negli occhi:) Tu mi
credi?
Palma: Sì!
Lori: Credi a me e non a lui?
Palma: Sì! Sì!
Lori: E mi basta questo! Non pubblico niente! non faccio
niente! Ero venuto qui per fare non so quante cose, contro te,
contro tutti... Mi son cadute di mano tutte le armi... Che armi? Non
ne ho!... Neanche uno spillo!... E poi perché? È piccolo, è meschino
e brutto quello che ho fatto... Ne provo onta io stesso, ora... (Rivolgendosi
ancora una volta a Palma:) Tu mi credi?
Palma: Sì, sì.
Pausa.
Lori: Mi basta questo. Addio.
Palma (commossa, accorrendo a lui, abbracciandolo per
trattenerlo): Ah no! no! Saprò impedirtelo io! Per vivere! Per
vivere ti deve bastare!
Lori: No... no...
Palma (incalzando): Come no? sì! Se ora tu hai tutta
la mia stima, il mio affetto! (Invita con la mano Flavio ad
accostarsi, a farsi attorno, premuroso:) Tutto il rispetto...
Flavio (eseguendo): Sì, sì, certo...
Lori (cupo, quasi duro): Io posso ormai, senza
inganno, riaccostarmi solo a chi, dopo la colpa, si pentì e mi
compensò con tanto amore. L'unica cosa viva e vera, ch'io m'abbia
avuto, dopo il delitto. Tutto il resto è stato inganno. Chi più
m'ingannò, m'ingannò meno. Non potrei, non potrei, senza ribrezzo
per me e per voi, riaccostarmi alla vostra vita.
Palma: Ma no! Perché ribrezzo? Nessun ribrezzo! Quello che tu
hai detto, scusa, l'inganno suo (indica Salvo Monfroni)
l'inganno suo sul mio conto...
Lori: Ma non è vero!
Palma: Eppure io l'ho creduto subito, entrando qua con lui. (Indica
Flavio.) Ebbene, così lo crederanno anche gli altri! E
sarò io, sarò io la prima a farlo credere, a farlo credere a tutti,
perché abbiamo tutti per te rispetto, considerazione...
Lori: Tu? Ma non puoi mica dire...
Palma: Non c'è bisogno di dire! Mi vedranno con te, accanto,
intorno a te, come nessuno finora m'ha veduta! E d'accordo tutti,
qua, d'ora in poi...
Lori (per tentare ancora una difesa contro questa carità
di lei, che lo investe, lo frastorna, e quasi lo fa mancare a se
stesso): Ma... ma non posso crederlo io!
Palma (incalzando sempre più): Anche tu! anche tu! lo
crederai anche tu, per forza!
Lori (c.s.): Io?... come?...
Palma: Ma perché è vero, vedi! è vero ora il mio affetto per
te! Non è mica un inganno! Il mio affetto, la mia stima, sono una
realtà, in cui tu puoi vivere, e che s'imporrà a tutti e anche a te!
Flavio: È giusto! è giusto! Sarà così.
Lori (stremato, sfinito, come stroncato dalla commozione,
si piega sul braccio di Palma; poi. c. s., rialzando la faccia
smorta e quasi balbettando): La... la commedia, allora?
Palma: No! Nessuna commedia! Il mio affetto vero, ti dico!
Flavio: Sì, certo... Sarà così...
Lori (a Flavio): Tutto per bene?...
Palma (affettuosa, abbracciandolo, quasi sostenendolo):
Su, su! sarai tanto stanco... Andiamo, andiamo ... Ti
accompagneremo noi a casa...
Flavio: Sì, è già molto tardi ...
Palma: C'è giù l'automobile, faremo presto...
Lori: A casa... in automobile... Eh sì... tutto per bene...
tutto per bene...
S'avvia con Palma, quasi rimbecillito, seguito da Flavio. A un
certo punto si ferma, si volta, guarda Salvo Manfroni, e dice a
Palma, indicandoglielo:
E... e lui?
Palma (spiandolo, sospesa): Che dici?
Lori: Eh, salutiamo anche lui, allora... (Gli fa un
saluto con le mani accennando anche un inchino, poi, rivolgendosi a
Palma:) Tutto per bene...
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