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Tutto per bene - Commedia in tre atti - 1906/1920
Atto Secondo
Ricco salone in casa Gualdi. In fondo, il tetto ha una
impalcatura più bassa, in legno, sostenuta da mensole. E
sono in questa parete di fondo due usci vetrati, di piccoli
e spessi vetri opachi, impiombati: da quello a destra si
scende nel giardino; l'altro dà nell'interno della casa. Tra
i due usci è il camino, che si scorge appena, perché ha
davanti, con la spalliera voltata verso il pubblico, un
divano, di modo che tra esso e il camino che gli sta
dirimpetto, sia come un salotto a parte, più intimo,
raccolto attorno al fuoco. Accostato alla spalliera del
divano è un tavolino a sei piedi, antico, su cui è un
magnifico vaso di fiori. Di qua e di là del tavolino, due
lumi d'alto fusto, uguali, con un ampio paralume di seta, e
sedie e sgabelli volti verso il proscenio. Sono nella parete
di sinistra due altri usci a vetri: quello più vicino alla
ribalta dà nella sala da pranzo; l'altro, in quella del
bigliardo. Sul davanti della scena, verso la comune, cioè a
destra, è una tavola ottagonale, con qualche rivista
illustrata, qualche vaso e altri soprammobili; una grande
poltrona di cuojo, con dietro un altro lume a fusto, come i
primi due, e seggiole di stile con molti cuscini. I
rimanenti mobili del salone, disposti tra la comune e la
finestra, e tra i due usci di sinistra, siano di ricca e
sobria eleganza, quali s'addicono alla signorilità e al buon
gusto di chi abita la casa. Il salone è splendidamente
illuminato.
Al levarsi della tela, la scena è vuota.
Poco dopo dall'uscio a vetri di fondo, che dà sul giardino,
entrano, di ritorno dal passeggio Palma e Salvo Manfroni
seguiti dal cameriere, a cui il Manfroni dà il cappello e il
soprabito. Il cameriere va via subito per la comune; mentre
gli altri due seguitano il discorso già incominciato,
scendendo dall'automobile in giardino.
Salvo (mentre il cameriere gli toglie il soprabito):
Sì, sì... Ma c'è sempre modo, credi (il cameriere va via),
c'è sempre modo di dare agli altri una stima di sé, che li
accresca ai loro stessi occhi...
Palma (subito, mentre si sfila i guanti): E li
renda insoffribilmente presuntuosi!
Salvo: No, cara, e che nello stesso tempo, al
contrario, riesca di vantaggio anche a noi.
Palma: Ma io noto ormai tante cose!
Salvo: Tu non noti niente. Sta' bene attenta. Egli (allude
al marito) ti parla. Tu senti che sono parole, dette
così per dire...
Palma: Ma sì, sciocche, senza nessuna realtà!
Salvo: Bene. Nel raccoglierle, tu mostra che
l'abbiano...
Palma: Ma come? Se non ne hanno!
Salvo: Oh bella! Ma dandogliela tu, mettendocela
dentro tu, una realtà, quella che ti conviene, ma come se
invece capisci? ce l'avesse messa lui, che sarà
felicissimo, credi, di vedere le sue parole «consistere» in
qualche modo. Tu te lo farai così, a poco a poco, a modo
tuo; ma lasciandogli l'illusione ch'egli sia invece sempre a
modo suo. Mi sono spiegato?
Palma: Non è facile!
Salvo: Eh, lo so. Non ti sto mica dicendo che è
facile. Ma credi a me, che bisogna far così nella vita.
Palma: Ci vuole una pazienza!
Salvo: Ah sì, cara. Sopra tutto, pazienza. (Poi,
pianissimo:) E non con tuo marito soltanto, qua dentro.
Palma (lo guarda un po', poi domanda): Vuoi
dire con Gina?
Salvo: Mi pare che abbia un musino di volpe quella
signorina!
Palma: Le si è scoperto adesso, da che ha finito di
servire nell'altra casa.
Salvo: Ti sei accorta anche tu del cambiamento?
Palma: È sempre inappuntabile; bada!
Salvo: Ma è rimasta molto amica di là...
Palma: Eppure sa, Dio mio...
Salvo: Zitta. Eccola!
Entra dal secondo uscio di fondo la signorina Cei, che
s'accosta a Palma, per liberarla del cappello e della
mantiglia.
Signorina Cei: Vuole, signora Marchesa ... ?
Salvo: Oh, buona sera, signorina.
Signorina Cei: Buona sera, signor Senatore.
Palma: No, grazie, Gina. Vado io di là un momento. (A
Salvo:) Con permesso.
Salvo: Fai, fai. Ma credo che più tardi ti toccherà
uscir di nuovo, per tua suocera.
Palma: Dio, che seccatura! Ancora?
Salvo: Le ha ripreso la febbre.
Signorina Cei: Sì, signora! Ha mandato ad avvertirlo.
Salvo (con premura, alla signorina Cei): Ma
niente di grave.
Signorina Cei: Al solito...
Salvo (a Palma): Bisogna che tu vada...
Palma: Sopra tutto, pazienza.
Palma, via per il secondo uscio di fondo. Salvo è presso
la tavola ottagonale, prende una rivista illustrata, la
sfoglia, in piedi.
Salvo: Cara signorina, io vorrei stare un po' alla
sua scuola.
Signorina Cei: Lei, signor Senatore? Ma che dice!
Salvo (senza guardarla, seguitando a sfogliar la
rivista): Ammiro i suoi occhi.
Signorina Cei: Ah sì? Non credo poi che siano così
belli...
Salvo: Sono belli. Ma oltre che per questo, li ammiro
perché sono dotti.
Signorina Cei: Dotti?
Salvo: Dotti vuol dire attenti. Ma attenti senza
parere.
Signorina Cei: I miei occhi le sembrano attenti?
Salvo: No. Appunto. Non sembrano affatto. Ma sono
attenti. E io vorrei, le dico, imparare da essi.
Signorina Cei: Imparare che cosa?
Salvo: Ecco: a domandar così, per esempio, fingendo
di non capir che cosa, mentre lei ha capito benissimo.
Signorina Cei (quasi sfidandolo): Ah, dunque
l'arte di far le viste di non capire?
Salvo (non risponde lì per lì, come se fosse
intento a leggere nella rivista; ma poi nega col dito, e
dopo una breve pausa, soggiunge): Questa è un'arte più
facile. Basta simular l'ignoranza. Ce n'è un'altra più
difficile: quella di non far le viste di capire, quando gli
altri si siano accorti che noi invece abbiamo capito
benissimo (per attenuare ciò che ha detto, fingendo di
non dargli importanza:) oh, una cosa, del resto, che già
capiscono tutti...
Signorina Cei: Sì? E allora!
Salvo: Ah, s'inganna. Ci vuole allora una
naturalezza, che è assai più difficile a simulare di quella
finta ignoranza, che nessuno ci chiede e che ci farebbe
apparir sciocchi.
Signorina Cei: Sarà. Forse però può non essere
un'arte, signor Senatore.
Salvo: No? E che, dunque?
Signorina Cei: Mah! Una necessità penosa...
Salvo: Eh, cara signorina, forse s'impara bene, solo
quando sia una necessità!
Entrano a questo punto, in abito da sera, Flavio Gualdi e
Veniero Bongiani, dalla comune.
Inizio pagina
Flavio: Ah, eccolo qua!
Salvo: Sono già qua da un pezzo.
La signorina Cei, via per il secondo uscio di fondo.
Veniero: Illustre Senatore, le mie più vive
congratulazioni.
Salvo: Grazie, caro Bongiani.
Flavio (a Salvo): Scusa, corrispondente o
effettivo?
Salvo (come uno che non ne possa più): Ma sì,
effettivo! effettivo!
Veniero: D'un'accademia straniera, e poi di quella! I
socii corrispondenti saran parecchi; gli effettivi, uno o due.
Ma mi levi un dubbio, Senatore...
Salvo (c.s.): No no, Bongiani, per carità, non me
ne parli!
Veniero: No, scusi; a proposito di codesta nuova
onorificenza...
Flavio: Ecco, già; si discuteva al circolo, se era
proprio necessario che tu attribuissi il merito ...
Veniero: In parte ...
Flavio: In parte, s'intende! il merito della tua scoperta
scientifica a Bernardo Agliani.
Veniero: Se la scoperta, dicevano, è totalmente sua!
Tutto questo discorso sarà fatto con leggerezza, senza dar
quasi importanza alla cosa.
Salvo: È chiaro che i vostri amici del circolo non hanno
mai veduto, neppur da lontano, il mio libro.
Veniero: Ah, questo è positivo!
Flavio: Perché nel tuo libro è detto ... ?
Salvo: Ragazzi miei, appunto perché nell'introduzione di
esso mi son fatto scrupolo d'attribuire a Bernardo Agliani
qualche merito, tutti ora dicono che avrei potuto farne a meno.
Se non l'avessi fatto...
Veniero: Avrebbero detto il contrario?
Flavio: Gl'incompetenti!
Salvo: No, i competenti, anzi! pur sapendo bene che nelle
carte dì Bernardo Agliani non c'è nulla che lasci neppur
lontanamente balenar l'idea della scoperta, e che egli poneva,
lì, per altri fini, certi suoi problemi di fisica... Ma lasciamo
andare! (Cambiando tono, come se il discorso si facesse
soltanto ora serio e interessante:) Dite, dite: la
scissione, dunque, è proprio avvenuta?
Flavio: Ma che! Una pagliacciata!
Veniero: Si risolverà per tutti quanti in una doppia
spesa, d'ora in poi!
Flavio: Siamo andati a iscriverci socii anche del nuovo
circolo!
Salvo: Ah sì? (Ride.)
Veniero: In massa! Un'invasione!
Flavio: E questa sera si farà l'inaugurazione!
Veniero: Lei, Senatore, verrà con noi?
Salvo: Voi siete matti!
Flavio: Ah no! Verrai con noi!
Veniero: L'abbiamo promesso!
Flavio: Figurati se puoi mancare!
Salvo: Io, cari miei, me ne resto qua (siede, o
meglio, si sdraja beatamente sull'ampia poltrona di cuojo presso
la tavola ottagonale), qua, come ogni sera!
Flavio: Che! che! Ti strapperemo a viva forza!
Salvo: Mi strapperete? Se sapeste a qual prezzo me la
sono guadagnata questa poltrona!
Flavio: Ma via! Per una sera!
Salvo: Non mi par l'ora, ogni sera, che Giovanni, dopo
cena, venga a girar la chiavetta della luce e mi lasci, quasi al
bujo...
Veniero: No, senta: lei non ci farà questo tradimento!
Flavio: Del resto, non ci sarà neanche Palma stasera...
Rientra dal secondo uscio di fondo Palma.
Palma: Parlate di me?
Veniero: Buona sera, Marchesa.
Palma: Buona sera, Bongiani. Che cos'è?
Veniero: Persuadetelo voi per carità a venir con noi
all'inaugurazione del nuovo circolo!
Palma: Ah, si farà poi stasera?
Flavio (a Salvo): Vedrai che ti persuaderà lei.
Salvo: Non mi persuaderà nessuno!
Flavio: Perché, Palma, a te toccherà d'andar di nuovo
dalla mamma.
Palma: Ma è proprio necessario?
Salvo: No, no, tu andrai, tu andrai...
Flavio: Ci son passato adesso e le ho promesso che
saresti andata. Non c'è mica bisogno che ti trattenga a lungo.
Salvo: Ecco. Un'oretta! E io t'aspetterò qua, senza
rinunziare alla mia delizia consueta!
Flavio: Mi fai rabbia, senti!
Veniero: Ma vedrai che verrà!
Salvo: Non verrò!
Palma: Ma sì! Lasciatelo stare!
Veniero: Non possiamo! Non possiamo!
Flavio: Capisci che non ci fanno entrare, se ci
presentiamo senza di lui?
Salvo: E voi non andate!
Palma: Un bell'egoismo, dico! Mi toccherà prima andar
là...
Flavio: Oh Dio mio, una visitina...
Palma: No, scusa. Se non debbo trovar qui, al ritorno,
neanche lui, tanto vale allora che mi trattenga tutta la serata.
Mentre voi andate a divertirvi!
Salvo: Stai sicura, cara, stai sicura che mi lascerai
qua, e mi ritroverai qua.
A questo punto, Martino Lori dalla comune, domanda:
Lori: Permesso?
Tutti hanno un gesto e un moto di fastidio.
Flavio (piano, sbuffando): Oh Dio!
E la conversazione cade subito, mentre il Lori si fa avanti,
con esitazione, tra la freddezza generale.
Lori: Buona sera. Disturbo?
Palma: No, per nulla.
Salvo: Vieni, vieni avanti... Non mi alzo...
Lori (appressandosi a Flavio, che ha tratto in
disparte Veniero per parlare con lui): Buona sera, Flavio...
Flavio (voltandosi appena): Ah, scusi. Buona sera.
Veniero: Caro commendatore ... (Gli stringe la
mano.)
Palma (a Lori): Vieni a sedere ...
Salvo: Qua, qua, accanto a me, Martino.
Flavio (piano a Veniero): Ma sì, è una fortuna!
Vedrai che adesso verrà con noi!
E s'avviano tutti e due per il secondo uscio a
sinistra.
Salvo: Dove andate adesso voialtri?
Flavio: Qua al bigliardo un momento.
Palma: Saremo subito a cena.
Flavio: Vieni, vieni anche tu, Palma, senti...
Palma: Che cos'è?
Flavio: Dobbiamo dirti una cosa... Vieni...
Palma: Con permesso...
Flavio, Veniero e Palma, via per il secondo uscio a sinistra.
Salvo (con un sospiro di stanchezza, rimanendo
sdrajato sulla poltrona): Ebbene, mio caro vecchio amico?
Lori (impicciato, mortificato, angosciato, dice per
non parere, con un risolino:) Eccoci qua... (Poi:)
Stavate a dire forse qualche cosa che non debbo sapere?
Salvo: No, no, niente. Hanno stasera l'inaugurazione d'un
nuovo circolo, e complottano contro di me, che mi son messo a
riposo. Come te. Tu, dal Consiglio di Stato; io da tutte le noje
mondane, amico mio.
Lori: Anche da queste?
Salvo: Da tutte, da tutte...
Lori (con rincrescimento sincero e affettuoso): E
male, per te. Tu che potresti avere ciò che vuoi...
Salvo: Ah, grazie tante, caro amico. Ne ho già fino alla
gola. Per aver qualche cosa, devi dare, dare, dare. Se ti fai il
conto poi di quello che hai dato e di quello che hai avuto...
Lori: Certo, sì. Ma appunto per questo io credo che non
si debba calcolare per se stesso il valore di quel poco che
s'ottiene...
Salvo: E come vorresti calcolarlo?
Lori: In rapporto a ciò che s'è dato.
Salvo: E non dico questo io? Tira le somme, è un
fallimento!
Lori: No, scusa. Per modo, io dico, che a quel poco che
si ottiene il valore per noi venga da quanto abbiamo dato. Guaj
se per me almeno non fosse così!
Salvo (seccato da questo richiamo a sé che fa il Lori):
Ah, ho capito. Tu parli d'altro adesso.
Lori: È un dare e avere anche questo.
Salvo: Un padre dà sempre tutto!
Lori: E più poco di così... (Vorrebbe aggiungere: «non
avrei potuto ottenere», ma il Salvo non gliene lascia il tempo.)
Salvo (interrompendo, con sgarbo, per cangiar
discorso): Di' un po', di' un po', hai liquidato, spero, il
massimo della pensione?
Lori (ferito): Che... che intendi dire?
Salvo (con indifferenza): Niente. Domando.
Lori (c.s. e frenando appena l'ansia e l'angoscia che
prorompono a mano a mano con foga incalzante, quanto più Salvo
Manfroni cerca d'arrestarle con le sue domande e le sue risposte
in diverso tono): Tu non facesti mai pesare su me, finora,
il tuo grado, la tua dignità...
Salvo: Ma che dici?
Lori: Mi hai trattato sempre con la massima confidenza...
Salvo: Certo...
Lori: Con cordialità.
Salvo: Ma sì...
Lori: Fino a darmi e a farti dare del tu, quando questo
poteva impacciarmi, perché trattando con te io ho veduto sempre
nell'amico il superiore.
Salvo: Ma, santo Dio, che discorso mi stai facendo?
Lori: No, no... lasciami dire! Io soffoco
dall'angoscia...
Salvo: Ma perché?
Lori: Mi domandi perché? È il modo di trattarmi questo?
Salvo: Ma io sto parlando con te...
Lori: Non dico tu; tutti, qua... Capisco che a lui la
moglie è venuta più dalle tue mani che dalle mie ...
Salvo: Ma questo, scusa ...
Lori: Lo so; dalle mie mani non se la sarebbe presa. C'è
troppa disparità di condizione; anche di carattere,
d'educazione...
Salvo: Dovevi prevederlo!
Lori: Ma sì, ma sì, è naturale, non può aver piacere di
vedermi. Mi respinge!
Salvo: Ma no...
Lori: Se proprio non mi respinge, m'allontana col suo
tratto.
Salvo: Scusa, scusa, dovresti capire...
Lori: Che i miei modi, forse, sono stati troppo semplici
prima; e che ora sono forse troppo circospetti?
Salvo (non potendone più): Ma è tutto un modo di
agire, il tuo, abbi pazienza, anche di fronte a me...
Lori (Stupito): Il mio?
Salvo: Parliamoci chiaro, amico mio! Certe situazioni
s'accettano o non s'accettano, fin da principio. Quando si sono
accettate, bisogna sapersi rassegnare; risparmiarsi inutili
dispiaceri e risparmiarli anche agli altri.
Lori: Ma se mi sono astenuto e m'astengo quanto più posso
dal venire...
Salvo: E ti sembra necessario?
Lori (c.s.): Che cosa? Venire?
Salvo: Certe volte, con codesta faccia che fai, mi sembra
che provi gusto a sconcertarmi. Venire! Nessuno t'ha detto
finora di non venire. Vieni, ma con un'aria, con un tono più
conveniente, ormai, che renda anche agli altri più agevole il
trattare con te...
Lori: Ma mi sembra che io...
Salvo: Tu l'hai presa male fin dal principio, te l'ho già
detto... e non ci vedo più rimedio ormai! Sarebbe, credi, un
gran sollievo per tutti, anche per te, se tu trovassi qualche
altro modo... Dico, capisci, per il rispetto di te stesso, che
preme anche a me di salvare; e non da ora, tu lo sai!
Lori: Sono rimasto solo... Avevo almeno prima il conforto
dell'amicizia, di cui per tanti anni tu, venendo ogni giorno a
casa mia, avevi voluto onorarmi...
Salvo: Ma mi sembra naturale, scusa, dopo tutto quello
che ho fatto, che ora io venga qua!
Lori: Sì, ma... almeno, dico, per l'apparenza... È
troppo, via, che anche di fronte a un estraneo io debba essere
accolto così...
Salvo: Bongiani è un amico intimo. Caro mio, bisogna
valutar bene le cause, per rendersi conto degli effetti. E tu
non puoi, perché non ti vedi. Ti vedo io, e t'assicuro che
provochi questa reazione. Capisco, capisco che a chi non sappia
nulla, debba o possa apparir troppo. Ma Bongiani sa ciò che
sanno tutti; ciò che, santo Dio, sai anche tu... E perciò ti
dico di smettere, di cambiare, come sono cambiate le
condizioni...
Lori: E come potrei cambiare?
Entra dal primo uscio a sinistra la signorina Cei.
Inizio pagina
Signorina Cei: Ecco, vanno già a tavola, signor Senatore.
Dal secondo uscio a destra, vengono fuori Palma, Flavio e
Veniero.
Flavio: Subito, subito, Salvo! Bisogna far presto!
Salvo: Eccomi, sì, vengo. (E s'avvia verso l'uscio con
Flavio e Bongiani.)
Palma (a Lori): Se vuoi passar di là anche
tu... (Indica l'uscio della sala da pranzo.)
Lori: No, rimango qua...
Palma: Tu ceni sempre tardi, al solito?
Lori: Sì, tardi...
Flavio (entrando con Salvo e Veniero nella sala da
pranzo): Su, Palma!
Palma: Eccomi... Rimane qua lei, Gina?
Signorina Cei: Rimango io, sì...
Palma, via con gli altri per il primo uscio a sinistra.
Durante la scena seguente si sentiranno a tratti le voci
confuse, le risa, l'acciottolìo dei piatti, ecc. dei quattro di
là a cena.
Lori: Ma non s'incomodi per me, se ha da fare...
Signorina Cei: No, non ho niente da fare...
Lori: Mi trattengo ancora un poco, perché vorrei parlare
con Palma.
Signorina Cei (come per proporre un soggetto di
conversazione aliena): Ha saputo, commendatore, della nuova
onorificenza al signor Senatore?
Lori (sovvenendosi e rammaricandosi della propria
dimenticanza): Ah, già! Ho letto la notizia nei giornali...
E mi son dimenticato...
Signorina Cei (piano, come a spegner subito
quel rammarico): Lei dovrebbe custodire più gelosamente un
certo fascio d'appunti, che sono nella sua scrivania...
Lori (di scatto, voltandosi, con uno stupore tra iroso
e atterrito): Come lo sa?
Signorina Cei (fredda, placida): Si ricorda
quel giorno che venni a trovarla al Consiglio di Stato per
domandarle quando sarei potuta venire a ritirare gli ori della
sua signora, da lei messi da parte, perché li portassi qua?
Lori: Sì, ebbene?
Signorina Cei: Lei mi diede la chiave del cassetto della
sua scrivania.
Lori: Ah, già! Ma lei allora ... ?
Signorina Cei: Mi perdoni. Non seppi vincere la
curiosità...
Lori: Ma quelli sono gli appunti, il primo abbozzo
dell'opera dell'Agliani... Ci avrà capito ben poco...
Signorina Cei: Ho capito tutto, signor commendatore.
Lori: Ma no... Formule, calcoli...
Signorina Cei: Lessi la nota scritta di suo pugno: «A
Silvia perché di là mi perdoni»
Lori (con sgomento del segreto scoperto e di tutte le
conseguenze disastrose, che possono derivarne per il Manfroni):
Ah, quella nota... Provai il bisogno di scusarmi con mia
moglie...
Signorina Cei (subito): D'aver lasciato compiere
un delitto?
Lori (con ansia di correre al riparo e, nello stesso
tempo, di scusarsi): No! Io ho taciuto... (taglia subito
la scusa per sé, per aggiungere imperioso:) e così voglio
che taccia anche lei! (E immediatamente, attenuando, con aria
e tono di preghiera:) me lo prometta, me lo prometta,
signorina!
Signorina Cei: Lei è troppo generoso, signor Lori.
Lori (incalzando nella preghiera, agitatissimo):
No, no! Mi prometta che tacerà, glielo chiedo in nome di ciò che
ha di più sacro!
Signorina Cei: (per calmarlo, guardando verso l'uscio
della sala da pranzo, inquieta): Glielo prometto. Ma non si
faccia scorgere...
Lori: Ho taciuto, perché, a parlare, mi sarebbe parso di
commettere anch'io a mia volta un delitto contro chi ripagava il
male fatto a un morto, già del resto glorioso, col bene che
faceva a mia figlia! (Con orgasmo:) Avrei dovuto
distruggere quegli appunti!
Signorina Cei: Non lo faccia! Non lo faccia! Salvo
Manfroni non sa certamente che lei li possiede.
Lori: Li trovai dopo, dopo che egli, morta mia moglie e
contro la volontà di lei, s'era prese e portate via con sé tutte
le carte del padre.
Signorina Cei: Ah, quelle sì, egli le avrà distrutte!
Lori: Per carità, per carità, entri nel mio sentimento...
Signorina Cei: Sì, signor Lori. Ma egli abusa odiosamente
della sua gratitudine, perché non sa il male che potrebbe
venirgli da lei...
Lori: No, nessun male!
Signorina Cei: Eh, lo so, che lei non glielo farebbe! Ma
dico che lui e gli altri qua non lo tratterebbero più così, se
sapessero che lei possiede quegli appunti...
Lori: Io li distruggerò!
Signorina Cei: Non lo faccia!
Lori: Creda che glieli avrei io stesso consegnati, se non
avessi temuto...
Signorina Cei: Di mortificarlo?
Lori: Eh, più! Lei non sa che cosa è stata per me la
scoperta di quegli appunti... non solo perché ha offeso in me,
offuscato tutt'a un tratto la stima, l'ammirazione infinita che
avevo per lui; no, no, non per questo soltanto. Lui, in fondo...
non lo scuso, no... ma... via, penso che ebbe la debolezza di
non saper resistere alla trista tentazione di profittare di
tutto quel bene che si trovò ad avere in mano...
Signorina Cei: Ma no, che dice! Ha commesso un'azione...
Lori: Orribile, sì! Ma lo vede? Non ne gode... È così
annojato di tutto...
Signorina Cei: Oh, non lo vedo affatto! Almeno qua...
Lori: Ma sì, è così amaro, da tanti anni... Io l'ho
conosciuto ben altro! È divenuto sempre più acre... E poi,
scusi, non si può dire neppure che si dia vanto...
Signorina Cei: Ostentazione...
Lori: No, no. Per me, la cosa più grave è un'altra. Dico,
per ciò che riguarda me; la ragione per cui ho taciuto, pur
sentendo che il mio silenzio si faceva complice della frode,
davanti a mia moglie morta, così gelosa dell'opera e del nome
del padre.
Signorina Cei: Ecco! Non avrebbe dovuto farlo per lei!
Lori: Ma è appunto questo il sentimento, in cui la ho
pregata di entrare, per spiegarsi tutto: la mia condotta, i miei
modi... Io accetto, veda, accetto come un castigo, come un
castigo meritato, il non dover godere di questa vita, di questa
fortuna di mia figlia. Mi sono tratto indietro, quanto più ho
potuto. Ho caro, quasi, di non essere invitato a parteciparne...
Signorina Cei: Ah, è dunque per questo?
Lori: Sì. Mi parrebbe, veda, di divenir più complice, se
ne partecipassi...
Signorina Cei: Sì, capisco.
Lori: Ho la scusa, in questo castigo e nel trattamento
che m'è usato l'unica scusa o meglio, l'unico mezzo che mi
sia dato per pagare il gravissimo debito verso la memoria della
mia compagna. Veda, è questo!
Signorina Cei: Già; ma questo può spiegare perché lei sia
così... così tollerante. Ma non scusa mica loro!
Lori: Sì, è vero. E difatti a me premerebbe che sapessero
salvare un po' meglio le apparenze, per non suscitare... ecco,
in lei per esempio, codesto sdegno...
Signorina Cei: Ma è indignazione, altro che sdegno! Tanto
più che sarebbe loro così facile ...
Lori: Già, sì ... E questo, questo ho detto... sì, sì, a
lui, poco fa. Glie l'ho detto! E lo ripeterò ora anche a mia
figlia, non dubiti. (Di nuovo, con aria e tono di
preghiera:) Ma lei, signorina...
Signorina Cei (subito troncando): Zitto! Si levano
di tavola!
Rientra in iscena Palma, la quale, tenendo i due battenti
dell'uscio a vetri, parla rivolta verso l'interno.
Palma: Sì, subito. Tu dunque resti?
La voce di Salvo: Sì, resto! resto!
Voci di Flavio e di Veniero (insieme
e confuse): No, no! Viene con noi! Viene con noi!
La voce di Salvo (dominando le altre due):
Niente affatto! Ti dico che resto!
Palma: E allora sta bene! (Lascia i due battenti, e
avviandosi di fretta verso il secondo uscio di fondo, dice alla
signorina Cei:) Vuol venire di qua un momento, Gina?
Via Palma e la signorina Cei per il secondo uscio di fondo.
Lori si alza. Rientrano dalla sala da pranzo, conversando tra
loro, Salvo, Flavio e Veniero.
Salvo: Ma sì, certo, ci vuole ogni tanto qualcuno che
metta un po' di confusione nell'ordine della gente savia...
Veniero: Ma no, perché confusione?
Salvo: Anche confusione, per far vedere che in tutto
quell'ordine c'è polvere di vecchiaja! Ma badate che la polvere
che leverete, non impedisca anche a voi di veder poi qual ordine
nuovo sia da rimettere!
Flavio: Ecco! Benissimo!
Salvo: Caro Bongiani, e quanto alla polvere, non vi
illudete: ricadrà sempre, e presto, su codesto vostro ordine
nuovo; perché è del mondo, che è vecchio, questa polvere, (queste
parole, quasi cantarellate) e voi vi sciupereste i polmoni a
furia di soffiarci su. La solleverete per un po'; tornerà a
posarsi su tutte le cose, inevitabilmente. (Accostandosi al
Lori e ponendogli una mano sulla spalla:) Sei ancora qua?
Veniero: Ma capirà che con codesta filosofia...
Salvo: No, basta, amico mio. Non ci guastiamo la
digestione...
Flavio: E allora, andiamo via! Se proprio non vuoi
guastartela, scusa...
Inizio pagina
Ammicca furtivamente al Lori, per significare: «rimanendo
qua, te la guasteresti di sicuro».
Veniero: Già! già! Il meglio che le convenga fare, ormai...
Salvo (come se non udisse, rivolto al Lori): Ma Palma,
sai, deve uscire a momenti...
Lori: Tu vai con lei?
Salvo: Io no!
Veniero: Verrà con noi, lui; è ormai stabilito!
Flavio: Andiamo, su! andiamo!
Salvo: Aspettate, perdio! (A Lori:) Tu vuoi
parlarle?
Lori: Vorrei dirle una cosa...
Salvo: Ma non avrà tempo, credo...
Lori: Oh, non sarà un lungo discorso...
Salvo (voltandosi agli altri due): Eh, quasi quasi,
allora...
Flavio: Ma sì! Andiamo! andiamo! andiamo!
Veniero: Garantito che si divertirà!
Salvo: Quanto a questo poi! (A Lori:) Oh, fammi il
piacere di dire a Palma ch'io vado con loro.
Saluti reciproci, con molta freddezza; e Salvo, Flavio e Veniero
escono per la comune. Lori resta un momento come indeciso, e poi
siede sulla poltrona di cuojo, su cui ogni sera è solito sedere,
dopo cena, Salvo Manfroni. Momento d'attesa. Poco dopo, dall'uscio
della sala da pranzo entra il cameriere e smorza il lampadario,
lasciando solo accesi i tre lumi a fusto. La luce bisogna che
risulti di molto attenuata sulla scena. Il cameriere si ritira
subito. Entra alla fine col cappello in capo e una mantella addosso,
Palma dal secondo uscio di fondo.
Palma (dirigendosi alla poltrona e sporgendo di sulla
spalliera le mani per cingerle al mento di chi sta seduto, dice
piano, teneramente): Papà...
Lori (subito, con slancio, commosso di riconoscenza):
Figlia mia!
Palma (nello stupore di non trovar lì Salvo Manfroni non
riuscendo a frenare un grido, tra di ribrezzo e di paura,
ritraendosi): Ah!... Tu? E come?
Lori (allibito nella certezza che quell'appellativo non
era rivolto a lui): Io... Ma dunque, sei arrivata anche a
chiamarlo così, da sola a solo?
Palma (esasperata e spinta dallo sdegno per il suo stesso
errore a un'estrema risolutezza): Oh, finiamola! Io lo chiamo
così, perché debbo chiamarlo così!
Lori: Perché t'ha fatto lui da padre?
Palma: Ma no! via! Finiamo una buona volta questa commedia!
Io ne sono stufa!
Lori: Commedia? Che dici?
Palma: Commedia! Commedia! Ne sono stufa, ti dico! Tu sai
bene che mio padre è lui, e che io non debbo chiamare così altri che
lui!
Lori (come colpito in testa, non raccapezzandosi):
Lui... tuo padre?... Che... che dici?
Palma: Vuoi fingere ancora di non saperlo?
Lori (afferrandola per le braccia, ancora smarrito, ma già
con la violenza di ciò che comincia a presentire): Che dici? Che
dici? Chi te l'ha detto? lui?
Palma (svincolandosi): Ma sì, lui, lasciami, basta!
Lori: T'ha detto che tu sei sua figlia?
Palma (ferma, recisa): E che tu sai tutto!
Lori (trasecolato): Io?
Palma (restando alla voce di lui e guardandolo così
trasecolato): Ma come?
Lori: T'ha detto che io so? (Di fronte allo
smarrimento di lei, quasi vanendo e aggrappandosi alle sue stesse
esclamazioni per sorreggersi:) Oh Dio... Oh Dio!... Ah che
cosa!... (Tornando a prenderle un braccio:) Come t'ha detto?
dimmi come t'ha detto!
Palma (intendendo il senso riposto della domanda che si
riferisce alla madre): Che vuoi che m'abbia detto?
Lori: Voglio saperlo! voglio saperlo!
Palma (con rammarico quasi pauroso, e pur quasi cercando
di non cedere ancora all'evidenza): Ma dunque non sai davvero?
Lori: Non so nulla! Ti disse che tua madre ... ? Parla!
Parla!
Palma: Ma io non so... M'accennò...
Lori: Che lei... di'? di'?
Palma: Ma non so nulla io...
Lori: Ti disse che fu la sua amante?
Palma: Ma no...
Lori: No? Come no? Se ti disse che sei sua figlia! Vero o non
vero questo, se poté dirtelo, è certo che lei... Oh Dio... oh Dio...
Possibile? Possibile? Lei! ... Non è possibile! No! Egli ha mentito
... ha mentito... ha mentito... perché ... perché non... non è
possibile ... che lei ... (Come a un baleno:) Ah Dio! Ma
allora?... No, no... Dio! Ah Dio ... tranne che non fosse stato
allora! Ah... E come?... e come poté poi?... No, non è possibile!...
Lei?... Lei?... Lei?...
Dirà questi tre «lei» con tre diversi toni, pieni dell'orrore di
tre diverse visioni; e alla fine cascherà, come schiantato, a
sedere, rompendo in un pianto convulso.
Palma (commossa, accostandoglisi): Perdonami...
perdonami... Io non sapevo... Credevo... M'assicurò che a te era
noto tutto ... Ma tu stesso, per quello che sei stato per me... per
ciò che hai lasciato fare ...
Lori (balzando a queste ultime parole, come per un lampo
di speranza): Ah, ma dunque forse per questo? Te l'avrà detto
forse perché ho lasciato fare a lui da padre? (E resta a
spiar Palma, che col suo atteggiamento lo disillude.) No? Ti
disse che sei proprio sua figlia? (Per un bisogno istintivo
d'offenderla subito:) E tu dunque ti sei gloriata del disonore
di tua madre? Perché vuol dire che lei fu la sua amante! E allora...
allora per questo m'avete trattato così?
Palma: Ma abbiamo creduto che tu sapessi!
Lori: Questo? io? potevo saper questo e sopportare d'esser
trattato così? e che lui... Ah Dio... fu certo allora... Sì, sì...
Dovette essere allora... Sì... L'insegnamento... Voleva riprender
l'insegnamento... Diceva che non potevo avere opinioni, io, perché
non avevo nervi... Ecco perché tutto quell'inferno del primo anno!
S'innamorò subito, si innamorò subito, venuta da Perugia alla morte
del padre, si innamorò subito del suo giovane deputato... Eh, perciò
tutta accesa, quando venne con lui da me al Ministero, per farsi
presentare e raccomandare da lui. Era stato allievo del padre; era
ora il deputato... S'innamorò subito di lui e sposò me! Ma già! Ma
ecco... ecco perché lui, quando fu Ministro, prese me... E io
abbagliato, abbagliato da due glorie, da quella del padre, dal
prestigio di lui, mio capo supremo, mio padrone, non vidi nulla! non
vidi nulla!... E poi vennero fuori quelle carte del padre... per
questo! per questo! Ma lei s'era già pentita! S'era già pentita!
Quando tu nascesti, s'era già pentita! Era mia! era mia! Fu mia da
allora, fu mia, mia, mia soltanto, dalla tua nascita alla sua morte,
per tre anni, mia, come nessuna donna fu mai d'un uomo! Per questo
io sono rimasto così! Non m'accorsi di nulla prima; non era
possibile che me n'accorgessi più, dopo! Lo cancellò lei, lei con
tutto quel suo amore, ogni vestigio del tradimento. E fu tanto,
tanto quel suo amore, che m'ha impedito di scoprirlo anche dopo la
sua morte... (Ripigliandosi:) Ma come... come hai potuto
credere tu che io lo sapessi? Tu m'hai pur veduto, m'hai pur veduto
fin da bambina andare ogni giorno alla fossa di lei!
Palma: Sì... ma... per ciò appunto... io...
Lori: Che cosa?
Palma: Io non t'ho nascosto ...
Lori: Ah, già... il tuo sdegno ... Ah Dio, tutti... Ah,
dunque per questo?... Il vostro disprezzo... Credevate che io
sapessi e mi stessi zitto? Ma perché dimmi un po' perché mi
sarei stato zitto, sapendo che tu non eri mia figlia? perché avrei
finto di non accorgermi del vostro disprezzo? Lo vedo, ora, lo vedo,
voi mi avete disprezzato. Ma se io sapevo che tu non eri mia figlia,
non potevo fingere per un riguardo a te, al tuo avvenire! E allora?
Per che cosa?
Pianissimo, accennando più volte a sé con le mani, quasi non
osando, non che dire, ma neppur pensare l'orribile sospetto:
Per... per me?... per... avvantaggiarmi nella carriera? Mi avete
creduto capace di questo? fino al punto d'andar lì ogni giorno a
rappresentar quella commedia? (Casca a sedere con le mani sul
volto. Poi, balzando in piedi:) Ma che essere vile sono io
dunque stato per voi?
Palma: No... non questo... non vile...
Lori: Vile! vile! Ma come! Più vile di così?
Palma: Ma no, abbiamo creduto che ti volessi ostinare...
Lori: Già... eh sì... tante volte me l'avete detto, che
m'ostinavo, che esageravo ... Ma sì! Mi avete parlato sempre chiaro,
voi! E io perciò non comprendevo ... Debbo darvi il merito della
vostra franchezza... Me l'avete dimostrato in tutti i modi, il
vostro disprezzo!... (Smarrendosi, come alienato all'improvviso
da tutto:) E dove sono stato io?... Come sono stato?... Oh Dio!
Ma allora non sono stato mai nella vita, io,.. Non m'ha tradito
nessuno! Non m'ha ingannato nessuno! Io, io non ho visto... ma sì
... sì... tante cose... Oh Dio! ma sì... adesso, adesso mi vengono
tutte a mente ... (Riafferrato dal dolore, dopo lo sbalordimento,
commovendosi di tenerezza per se stesso così crudelmente offeso:)
E io l'ho pianta, l'ho pianta sedici anni, io, quella donna! (Scoppia
di nuovo a piangere.)
Palma (provandosi a confortarlo): Via... via...
su... pensa che...
Lori: Mi muore adesso, mi muore adesso, uccisa dal suo
tradimento! Capisci che adesso non ho più nulla, io, che regga in
me? Dove sono ora? Che sto a far qui? Tu non sei mia figlia... Io lo
so ora. Tu lo sapevi da un pezzo, e me lo facevi intendere da un
pezzo con tutti gli altri, ch'era inutile che seguitassi a venir qui
...
Palma: No ... Io volevo...
Lori: Ma sfido! Hai ora tuo marito e lui tuo padre che
puoi averlo qua, ora, apertamente. Perciò egli m'ha detto... Ma
sì... me l'ha detto poco fa di non star più a venire. E tu lo chiami
forse papà, ora, anche davanti a tutti, è vero?
Palma: No... no...
Lori: Non per me, certo... non per un riguardo a me... Ah
Dio, più che cieco, più che cieco... Non sono stato mai nulla, non
sono più nulla, non ho più nulla, neanche quella morta, più nulla! (Di
nuovo sbalordito, come smemorato:) In una illusione ho
vissuto senza nessun sostegno! perché voi tutti me li avete sempre
tolti, tolti, perché vi parevano inutili, e mi lasciavate con
scherno, con disprezzo appoggiare a quella morta per la
rappresentazione esagerata della mia commedia. Ah, che cosa! (Con
scatto di rabbia:) Ma almeno dirmelo, allora!
Palma: Ma scusa...
Lori: Me lo avete forse detto?
Palma: No, apertamente, mai...
Lori: È possibile anche questo, che voi me l'abbiate detto
apertamente, e che io non l'abbia capito. Avete creduto che non ci
fosse nulla da nascondermi perché io sapevo tutto...
Palma: Capirai che se minimamente fosse nato il dubbio che tu
non sapessi...
Lori: Che io non fossi quel miserabile...
Palma: Ma no... non dirlo più!
Lori: Ma come fece lui a dirtelo, che tu eri sua figlia?
Com'ebbe quest'impudenza d'offendere in te tua madre?
Palma: Ma me lo disse, quando non mi poteva più offendere,
poiché tu gli avevi lasciato il modo di dimostrarmelo, che era mio
padre.
Lori: Eh già... io... sì... gli resi anche facile la via. E
ora... e ora, basta, eh? ora sono licenziato?
Palma: Ma no! Perché? Ora cambia tutto...
Lori: Che cambia?
Palma: Se tu non sapevi...
Lori: Diventi mia figlia, perché non sapevo?
Palma: No, ma cambia, è già cambiato il mio sentimento per
te!
Lori: Ma non sai tu che io ora... ora, io, io... sì! posso
fare cose, io... io...
Palma: Che cosa?
Lori: Cose... cose che io stesso non so... Io sono come...
come tutto vuotato... Non ho più nulla in me... E andando via di
qua, quello che... quello che può nascere in me, io non lo so... io
... io...
Palma: Ma siedi... siedi, siedi qui ... Tu tremi tutto...
Siedi. (Lo fa sedere sulla poltrona; gli s'inginocchia
davanti, pietosa, premurosa:) Io posso esser per te quella che
non sono stata finora...
Lori (voltandosi con scatto ferino): E lui?
Palma: Che vorresti più fare ora contro di lui?
Lori: Perché m'ha pagato?
Palma: No!
Lori: Sì. Pagato la moglie; pagato la figlia...
Palma: No... no...
Lori: Come no? La mia devozione... Era come il sole per me!
Palma: Io dico dopo tanti anni...
Lori (d'un tratto sorpreso da una visione lontana che lo
fa fremere tutto): Che cosa sto vedendo... Senti. Morta. Io ero
come un insensato. Morta in tre giorni, per causa sua, per aver
voluto portar te, piccina di tre anni, a un circo equestre...
D'inverno, prese freddo all'uscita, e in tre giorni... quand'era già
mia, tutta mia, e non voleva più ch'egli ci venisse in casa, e se la
prendeva con me, che non avevo il coraggio d'impedirglielo... ma
tu capisci: era stato il mio superiore mi... mi morì allora! Io
rimasi... non so, come sono adesso... vuoto. Ebbene, lui mi cacciò
via dalla camera mortuaria, mi forzò a recarmi da te che volevi la
tua mamma. Mi disse che sarebbe rimasto lui a vegliare. Mi lasciai
mandar via; ma poi, nella notte, ricomparvi come un'ombra nella
camera. Lui era lì, con la faccia affondata nella sponda del letto,
su cui giaceva lei tra i quattro ceri. Mi parve dapprima che, vinto
dal sonno, avesse reclinato la testa inavvertitamente; poi,
osservando meglio, m'accorsi che il suo corpo era scosso a tratti,
come da singhiozzi soffocati. (Si volta a guardar la
figlia, sbalordito ora di questa tracotanza del Manfroni.) La
piangeva, la piangeva, là, sotto i miei occhi... E io non capii,
tanto ero ormai sicuro dell'amore di quella morta là, e di lui. Il
pianto, che finora non aveva potuto rompermi dal cuore, assalì
furiosamente anche me, allora, vedendo pianger lui. Ma di scatto
egli allora si levò, e com'io, convulso, gli tendevo le mani per
abbracciarlo, mi respinse, mi respinse con rabbia, a spintoni nel
petto, e io ricaddi nel mio sbalordimento e pensai che fosse
l'orgasmo del rimorso, e che non potesse vedermi piangere, perché il
mio pianto lo accusava della sciagura che mi aveva cagionato. Ah, ma
quel pianto me lo paga, me lo paga, ora!
Si alza, furente, per andarsene. Palma lo trattiene. Le battute
seguenti si succederanno con la massima concitazione.
Palma: Ora?
Lori: Io lo so ora!
Palma: Ma è assurdo, che dopo tanto tempo, scusa... Dove vai?
Lori (come un pazzo): Non lo so...
Palma: Che pensi di fare?
Lori (cercando di svincolarsi): Non lo so.
Palma: Rimani ancora qua.
Lori: No... no...
Palma: Sì, a parlare ancora qua con me...
Lori: Con te? E perché più?
Palma: Ma sì, posso esser per te quella che tu mi credevi...
Lori: Per paura?
Palma: No!
Lori: Per pietà?
Palma: No!
Lori: Nulla tu per me, nulla io per te, più nulla. (Si
svincola e la respinge da sé.) E se sapessi come lo sento
adesso, tutt'a un tratto, che sono tanti anni, di questo nulla!
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