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teatro
- 1895
- la ragione degli altri - commedia in tre atti
personaggi ed introduzione |
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PERSONAGGI Livia Arciani Elena Orgera
Leonardo Arciani Guglielmo Groa Cesare D’Albis
Ducci Un Uscere Una Cameriera Un Tipografo |

Introduzione
da
teatroteatro.it
Lenti rintocchi di campana – ticchettio sommesso di orologio -
cupe note in sordina. Sonorità che sottolineano il tempo che
incombe, lunghe pause che scandiscono imbarazzi, tensione,
segreti taciuti. Un linguaggio formalmente datato ma attuale
nella descrizione dei contenuti che procede attraverso paradigmi
mentali; circonlocuzioni iperrazionali che illustrano
efficacemente l’impossibilità di comunicare; l’accettazione di
una realtà poliedrica che determina l’annullamento di sé per
poter accettare la ragione degli altri. “Curioso come gli altri
vedano ciò che noi non vediamo”. E’ questo uno degli assiomi
fondamentali dell’etica pirandelliana, che non analizza mai le
questioni morali ma solo le reazioni dei personaggi dinanzi agli
eventi. Livia, moglie annullatasi per evitare lo scandalo,
“fredda, impossibile, sublime” nel suo assurdo subire i fatti,
rassegnatamente inchiodata ad una “apparenza di vita che si
regge sul silenzio”, ha conservato il proprio ruolo di facciata
agli occhi della società.
Leonardo, marito schiavo del suo stesso bisogno, ha commesso un
errore irreparabile e una volta terminata e scontata la colpa
non gli resta che subirne le conseguenze ed il castigo.
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Elena, amante prima e madre poi, costretta a rinunciare
sia all’uomo che alla figlia in quanto il contesto sociale non
le riconosce né il ruolo di moglie né quello di genitrice.
Solo
il padre di Livia, al di fuori del meccanismo perverso di questo
triangolo, conserva i tratti di una semplice ed accorata
spontaneità, e non si capacita di ciò che vede, non potendo
accettare un principio secondo il quale, incredibilmente, gli
atti non offendono mentre le parole vanno sussurrate con
discrezione.
La chiave del dramma non è tanto nel tradimento quanto nel
silenzio imposto allo sdegno, nel comportamento di Livia, che
dopo la scoperta ha “troppo taciuto, e nel silenzio troppo
ascoltato la ragione degli altri”. Ma una volta squarciato il
velo di questa silente condizione, sarà proprio la moglie
abbandonata a rivendicare con crudele raziocinio la propria
verità. La dicotomia tra il ragionare – che immobilizza - ed il
fare, impossibilitato dalle convenienze, trova soluzione in una
assurda situazione in cui “torto o ragione è tutt’uno”: la
bambina verrà riabilitata, cresciuta in una famiglia “ufficiale”
e potrà beneficiare del nome del padre legittimo e del
patrimonio della madre putativa. E la vendetta sta
paradossalmente nella comprensione prima, e nel proporre questa
soluzione atroce poi, come Livia stessa ammette: “la ragione per
cui sono venuta senza astio né odio è più crudele dell’odio
stesso”.
Alla fine la ragione superiore sembra essere il bene della
figlia, inteso ancora una volta come ufficialità del ruolo; il
male è di essere padre e madre al di fuori di una famiglia
“regolare” e riconosciuta, e in contrapposizione a ciò, il bene
è dare alla bambina la luce, la ricchezza, il nome del padre.
Secondo la ragione degli altri, cioè di una società borghese,
formale, stereotipata, l’antitesi sostanziale sta in una vita
alla luce del sole “secondo regole” ed una condanna all’oblio
perenne. Così in nome del “bene della bambina” si consuma un
gesto di mostruosa crudeltà che vede sconfitti tutti i
personaggi e che non lascia speranze alcune di una vita secondo
i sentimenti.
Le tematiche Pirandelliane sono intramontabili per
l’introspezione psicologica, per la vivisezione di sentimenti e
percorsi mentali, per l’analisi psico-sociale delle situazioni.
Eppure questa attualità del testo non esime la messa in scena da
una gravità canonica e con scarsa inventiva, e il risultato è
uno spettacolo formalmente impeccabile ma rigorosamente
classico, ottimamente recitato ma complessivamente piuttosto
freddo, la stessa performance di Paola Gassman pur potentemente
implosiva non riesce a deflagrare, forse per aver concentrato in
un atto unico i tre tempi originali. E il dramma si manifesta
come paradosso logico, non come la straziante situazione che
finirà di fatto per annientare i tre personaggi.
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