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In questa pagina:
Andrea Camilleri - "Pirandello - Dialetto nemico
amatissimo" (da
Lastampa.it)
Liceo Statale "Ettore Majorana" -
"Meditata
scelta di Pirandello fra
dialetto e lingua" (dal sito del Liceo)
Approfondimenti nel
sito:
Sez. Scritti e discorsi -
Luigi Pirandello - 1909 - Teatro
siciliano ?
|
da
Lastampa.it
Teatro dialettale? È il titolo di un articolo che Pirandello pubblica sulla
Rivista popolare di politica, lettere e scienze sociali del 31 gennaio 1909.
Quel punto interrogativo denunzia senza possibilità d’equivoci la posizione
fortemente critica dell’autore il quale, fin dal primo rigo, si dichiara
esser nemico «non dell’arte drammatica, bensì di quel mondo posticcio e
convenzionale del palcoscenico dove l’attore fa proprio il contrario di ciò
che ha fatto il poeta. Rende cioè più reale e tuttavia men vero il
personaggio creato dal poeta; dà una certezza artefatta, in un ambiente
posticcio, illusorio, a persone e azioni che hanno già avuto un’espressione
di vita superiore...». Entrando nel merito del teatro dialettale siciliano, la posizione di
Pirandello si fa più rigida. In quegli anni due grandi attori, Giovanni
Grasso sr e Mimì Aguglia, stanno portando nei teatri di tutto il mondo, e
con grandissimo successo, il repertorio siciliano. Tanto per fare un
esempio, Isaac Babel’, che vedrà qualche anno appresso recitare Grasso in
Russia, ne scriverà un articolo memorabile. Ma questo, in un certo senso,
aggrava quel rapporto di subordinazione dell’autore nei riguardi
dell’attore, perché, scrive Pirandello, stando così le cose, «non si può
creare, ma tutt’al più si possono far soltanto canovacci e scenarii da commedia
dell’arte per le spaventose bravure del signor Grasso e della signora Aguglia»,
vale a dire «manifatturare una Sicilia d’importazione».
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Quella, per
intenderci, del sole ardente, del sangue caldo, del coltello facile, dell’onore
macchiato da lavare col sangue. Quella Sicilia da carretto siciliano o da opera
dei pupi che gli è lontanissima, addirittura estranea. Ma, a parte la situazione
contingente, che senso ha scrivere in dialetto? Ha senso solo, afferma
Pirandello, se un autore ha, o è costretto ad avere, un corredo linguistico
limitato al dialetto e un orizzonte artistico contenibile entro la geografia
regionale, perché «una letteratura dialettale, insomma, è fatta per restare
entro i confini del dialetto». E in quanto al successo di Grasso e dell’Aguglia,
la cosa è spiegabilissima, essi «non avrebbero neanche bisogno di parlare per
farsi applaudire: basterebbe la mimica».
Nella parte conclusiva del lungo articolo, quasi a riprova delle sue
affermazioni, Pirandello ricorda che Nino Martoglio, «genialissimo poeta e
drammaturgo dialettale», tentò di creare un vero teatro siciliano, che
«rappresentasse la vita varia e diversa della Sicilia», al di fuori di ogni
stereotipo, di ogni maniera, ma che l’impresa, com’era prevedibile, fallì. Una
così ferma presa di posizione non lascia dubbio: mai Pirandello scriverà opere
teatrali in dialetto. Ma Pirandello è profondamente siciliano, vale a dire che
la contraddizione è nel suo dna.
Abbiamo cominciato citando un articolo di Pirandello del 1909, terminiamo
citandone un altro, intitolato Dialettalità e apparso sulla rivista Cronache
d’attualità, agosto-ottobre 1921. Quindi, non solo quando la grande
parentesi del teatro in dialetto si è conclusa, ma addirittura dopo la
messinscena dei Sei personaggi. Può considerarsi una sorta di consuntivo? E
se sì, il bilancio si chiude in passivo o in attivo?
L’articolo è una risposta a certe affermazioni di Ferdinando Martini circa
l’inesistenza di una letteratura drammatica con caratteristiche nazionali
unitarie, come per esempio accadeva in Francia. Pirandello replica che
questi «caratteri comuni di una generalità» sono impossibili a trovarsi
«perché da noi naturalmente, e non da ora ma fin dal tempo dei tempi, voglio
dire fin da quando è nata la letteratura italiana, la generalità ha questo
di particolare: la dialettalità, da intendere come unico e vero idioma, vale
a dire come essenziale proprietà d’espressione, la quale, come Dante
scrisse: “in qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla”. E questo perché
da noi avvenne ciò che in nessun altro paese è avvenuto, che ogni regione, o
anche solo una città, fu piccola e pure spesso grandissima nazione, e Roma
anche il mondo; il che non è difetto, ma anzi ricchezza, ricchezza di
storia, ricchezza di vita, ricchezza di forme e di costumi, ricchezza di
caratteri; e stolido è per l’arte volervi rinunziare...».
E poco appresso, tornando alla divisione illustrata nel discorso per Verga
tra scrittori di parole e scrittori di cose, Pirandello scrive: «E se
guardiamo bene addentro in queste due (...) categorie di scrittori (...)
vediamo negli uni la lingua, come vive, o non vive, scritta: “letteraria”; e
negli altri sentiamo un sapore idiotico, dialettale, a cominciare da Dante,
che nei dialetti appunto vedeva risiedere il volgare. Dialettale, sì (...) E
questa dialettalità, negli scrittori, non è specchio, ma vera e propria
creazione di forma. La vita d’una regione, per esempio, della Sicilia, nella
realtà che il Verga le dà, cioè com’egli la vede, com’egli la sente, come in
lui s’atteggia e si muove, non può esprimersi altrimenti, che come si
esprime nel Verga. Quella lingua è la sua stessa creazione: fatta non di
parole che vogliono essere per sé, belle o brutte, comuni a tutti, ma
proprie di quelle cose ch’egli vuole dire e che, dicendo, fa vivere».
Son vecchie idee di Pirandello, ma qui ribadite con convinzione e verrebbe
da dire con cognizione di causa. Pirandello ha sperimentato personalmente la
forza e la verità del dialetto e ora nella “dialettalità”, quasi una
categoria superiore, ci pare voglia diluire persino l’antica ripartizione
tra il dialetto che esprime il sentimento della cosa e la lingua che della
medesima cosa esprime il concetto. E quindi il suo bilancio si chiude in
attivo: ora egli sa quale linfa vitale sia stato, e sia, il dialetto per
dare vita e vigore all’albero della sua lingua.
Andrea Camilleri
|
Liceo Scientifico "Ettore
Majorana" San Giovanni La Punta (CT)
Meditata scelta di Pirandello
fra dialetto e lingua |
da
majorana-liceo.it
INTRODUZIONE
"La realtà che io ho
per voi è nella forma che voi mi date"' (L.Pirandello) La realtà che un uomo
vive agli occhi del mondo è la realtà che egli stesso esprime. Da sempre l'uomo
ha avuto bisogno di "comunicarsi" da quando per farlo utilizzava disegni
stilizzati a quando, evolvendosi e civilizzandosi, è arrivato a quella che per
molti è la migliore forma di espressione: la parola.
La parola non
utilizzata soltanto come passivo modo per descrivere immagini, sensazioni, sogni
ma soprattutto come mezzo per descrivere il mondo interiore. Quel mondo
interiore che mai vedrà in ogni sua parte la luce perché l'uomo, nel rapportarsi
con gli altri, utilizza sempre delle "maschere", come afferma Pirandello, ma la
scrittura è un nobile modo per comunicare. La parola diventa quindi non più
semplice espressione verbale bensì chiave del nostro essere. Funge da perfetto
tramite tra l'anima e tutto ciò che ci circonda. La parola ha seguito
un'evoluzione incredibile e diversa in ogni sua tappa. Nasce dapprima come una
semplice convenzione a cui si accomunano sensazioni, emozioni , e semplici
oggetti. Si evolverà poi acquistando valori sempre più complessi dando origine
alla "lingua" che a sua volta, essendo strettamente collegata all'evoluzione
socio-storico-politica della terra, si arricchirà di diverse sfumature dando
quindi origine ai dialetti.
Tutto ciò serve a
renderci consapevoli del determinato effetto
che certe parole possono creare al nostro sistema cognitivo e come certi
scrittori possano abilmente utilizzarle per rendere chiaro il loro pensiero o
per manifestare la loro idea. Così prendendo spunto dal discorso tenuto da Luigi
Pirandello il 3 dicembre 1931 alla Reale Accademia d'Italia per la celebrazione
del 500 anniversario della pubblicazione dei Malavoglia, che è il leit-motiv
espresso fin dal 1920 nel Discorso tenuto a Catania per l'800 anniversario
della nascita di Verga e ribadito in Dialettalità, fascicolo agosto-settembre-ottobre 1921, dedicato al "Teatro Sperimentale" e ripreso
appunto nei Discorso del 1931, da cui non si può prescindere se si vuole
affrontare la problematica della lingua e della parola in Pirandello e che è,
dunque, necessario citare :
"Due lineamenti ben
distinti e quasi paralleli corrono lungo tutto il cammino della nostra storia
letteraria; due stili: l'uno di parole e l'altro di cose..." Intravediamo nel
panorama letterario italiano artisti che hanno focalizzato la loro attenzione
sull'estetica della parola ed altri che hanno concentrato i loro sforzi
inserendo nelle loro opere, al di là di infiorate parole, dei significati
profondi e sempre attuali (ciò ricorda la concezione pirandelliana del contrasto
tra Vita e Forma).
Così artisti come
Dante, Ariosto, Manzoni e lo stesso Verga, che hanno abbandonato la retorica per
lasciar posto alle "cose", alle scomode verità, alle dure realtà dell'esperienza
umana, vengono preferiti da Pirandello ad
artisti come Petrarca, Tasso, Monti, D' Annunzio che hanno privilegiato quella
che è l'arte tecnica dello scrivere in maniera persuasiva. Pirandello nella sua
continua ricerca linguistica, fin dai tempi del ginnasio a Palermo e della sua
dissertazione su "Suoni e sviluppi di suoni della parlata di Girgenti", intesa
come esigenza di trovare il perché della sua lingua e del suo stile, scopre che
"...fin da quando è nata la letteratura italiana, la generalità ha questo di
particolare: la dialettalità, da intendere come vero ed unico idioma, vale a
dire come essenziale proprietà di espressione, la quale, come Dante scrisse :
"In qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla".
Questa
"dialettalità" denominatore comune alle espressioni della letteratura
italiana sin dalle origini" ha riproposto il problema della mancanza di
"tecnicità" nella parola che ha prodotto insicurezza nella lingua e difetto
nello stile. Illuminante è il nesso che Pirandello istituisce tra lingua e
stile: "la lingua è conoscenza, e oggettivazione; lo stile è il subiettivarsi
di questa oggettivazione. In questo senso è creazione di forma; è, cioè, la
larva della parola in noi investita e animata dal nostro particolar sentimento e
mossa da una particolare volontà"
Le opere di
Pirandello vedevano l'alternato utilizzo di lingua italiana e dialetto
siciliano, che mai si sono incontrati in un mix che può essere definito verghiano. La scelta linguistica che si poneva di fronte a Pirandello all'inizio
di ogni opera era parecchio complicata. Come davanti a un bivio bisognava
scegliere la direzione da seguire: utilizzare la lingua italiana, consentendo
una facile comprensione da parte di un pubblico non siciliano o utilizzare il
dialetto, adattandolo così perfettamente ai personaggi inseriti in un
particolare contesto, delineandone meglio le caratteristiche.
Stefano Milioto,
insigne studioso pirandelliano, afferma che : "La necessità di farsi uno stile e
l'esigenza di impadronirsi della parola sono coeve alla vocazione poetica di
Pirandello". Pirandello poeta utilizzò la lingua manipolandone l'eleganza in
modo eccellente, cogliendone ogni purezza, cogliendo la musicalità che diede
vita ad una armonia di sensi mai sentita prima. La adoperò per esprimere la sua
inadeguatezza al mondo, l'incomprensione fra l'uomo e la natura, analizzò la
realtà della sua vita e la realtà che egli viveva per gli altri. Non utilizzò
mai la lingua però per narrare della sua terra e di quei "goffi" uomini che la
abitavano. Perciò spesso adottò il dialetto, di cui dimostrò di avere profonda
conoscenza nella sopracitata dissertazione di laurea. Seguito dal maestro
Wendelin Foester, titolare della cattedra di filologia romanza dell'università
di Bonn, stese la sua tesi "avvalendosi del metodo storico-comparativo dei
neogrammatici e basandosi su. una raccolta di fiabe, canti popolari e
improvvisi". La tesi pubblicata dopo il suo dottorato (21 marzo 1891) fu
strutturata in: premessa, in cui l'autore suddivide in aree linguistiche la
provincia di Girgenti; bibliografia; ringraziamenti; segni diacritici, ove
riporta i segni grafici dei suoni; vocalismo; consonantismo; vita e argomenti di
discussione.
"La dissertazione di
laurea non va vista soltanto come lavoro filologico in senso stretto, ma per le
tracce indelebili che rimasero nella formazione linguistica e letteraria di
Pirandello.Prima fra tutte una nitida coscienza della lingua, emergente sempre
nella sua 'teoresi letteraria ed artistica', nelle varie articolazioni del
connubio tra lingua parlata e lingua scritta, dell'uso comune della lingua, del
rapporto tra lingua e stile un importante noviziato, dunque, per il futuro
scrittore". La parlata dialettale e in particolar modo quella siciliana
differisce dalla lingua italiana nella concretezza e nella schiettezza delle
espressioni. Il dialetto siciliano, infatti, permette a Pirandello di dar vita a
dialoghi accesi pieni di risposte immediate e permeati di un tono velatamente
sarcastico.
Altro discorso va
fatto per la lingua italiana; le autotraduzioni dello stesso scrittore siciliano
dimostrano come nel passaggio tra dialetto e lingua i dialoghi perdano molto
della loro efficacia e della loro capacità di penetrare negli animi di un
audience desideroso di passionali azioni siciliane. La Sicilia ricca di culture
diverse a causa delle sue tredici dominazioni, pur non essendo mai completamente
assimilata da alcune di esse, accoglieva apporti linguistici di notevole
importanza che come metalli in un crogiuolo si sono fusi dando alla parlata
della Trinacria una bellezza e una concretezza pari a poche altre, senza mai
perdere i tre caratteri distintivi di popolo, costituiti, come notò pure
Cicerone, dall'intelligenza, dalla diffidenza e dall'umorismo. Grande
importanza ebbero le influenze latine, francesi, arabe, spagnole ma le
dominazioni di cui sicuramente la Sicilia porta ancora i segni più evidenti sono
state la dominazione dei Dori e quella degli Ioni.
Ma come dichiarò lo
storico greco Tucidide "Noi non siamo né Dori nè Ioni ma siamo Siciliani". Il
dialetto siciliano non è solamente complesso ma anche affascinante. La "lingua"
siciliana (da notare l'utilizzo di lingua, perchè data la vastità del suo
vocabolario, il dialetto siciliano deve essere considerato una lingua) non solo
presenta differenze sostanziali tra le diversissime nove province bensì svariate
sfumature tra paese e paese. Nella lingua siciliana e in particolare in quella
utilizzata da Pirandello troviamo parole come: "magasì", derivata dall'arabo
mahazan/mahazin, magazzino, "panaro" dal latino panarium (cesta di pane),
"zuccu" dall'aragonese soccu e spagnolo zoque ed incroci come "assalarma"
probabilmente derivata dal greco aksai (voce di richiamo dei niarinai, infinito
aoristo di ago) e dal latino alma (derivato da alo) che dimostrano quanto
numerose siano le influenze nella parlata siciliana.
Pirandello
sicuramente sarà rimasto incantato dal fascino di questo dialetto, tant' è vero
che scelse addirittura di scrivere alcune delle sue opere, prima in dialetto per
poi tradurle in lingua italiana. La commedia "Liolà" costituisce un esempio
eclatante di quella che fu la precisa e netta scelta linguistica di Pirandello e
di come la traduzione in lingua italiana abbia fatto perdere di particolarità il
testo originale in dialetto siciliano, dove la concretezza più che i personaggi
è la vera protagonista della commedia campestre in tre atti. Concretezza
linguistica che contemporaneamente a rendere l'opera pirandelliana singolare ed
unica in ogni sua parte ha creato l'incomprensione più grande fra Pirandello e
il suo pubblico, illudendone uno e deludendone l'altro.
Purtroppo la prima
rappresentata la sera del quattro novembre del 1916 dalla compagnia comica
siciliana al teatro Girgentino di Roma non ebbe quel successo atteso dallo
stesso Pirandello. Le cause dell'insuccesso non sono da ricercare nella scarsa
vena artistica degli attori, infatti la Compagnia Comica Siciliana vantava nel
suo organico attori come la Morabito, il Pandolfini e Angelo Musco, che
avrebbero garantito un sicuro successo ai botteghini. Inoltre Pirandello
definisce così, in una lettera datata 24 ottobre 1916 diretta al figlio Stefano
prigioniero degli austriaci, la sua creazione : "E' dopo il Fu Mattia Pascal, la
cosa mia a cui io tengo di più: forse è la più fresca e viva. Già sai che si
chiama Liolà. L'ho scritta in quindici giorni, quest' estate ed è stata la mia
villeggiatura.
Difatti si svolge in
campagna. Mi pare di averti già detto che il protagonista è un contadino poeta
ebbro di sole e tutta la commedia è piena di canti e di sole. E' così gioconda
che non pare mia". Ma quindi a cosa si deve l'insuccesso della commedia?Le
cause furono probabilmente: la presenza di un finale piuttosto atipico per
quanto riguarda il teatro siciliano in quanto si aspettava, come erano solite le
commedie di quel tempo, o un matrimonio o un assassinio e la scelta della lingua
adottata da Pirandello per rappresentare la sua opera. Per quanto concerne il
dramma della storia letteraria europea, nel periodo che possiamo definire
pirandelliano, si evidenzia una profonda crisi la cui unica soluzione sembra
essere quella del dramma negato.
Questa soluzione
obbliga l'autore ad immedesimarsi nel ruolo dei suoi personaggi mettendo nelle
loro bocche alcune spontanee parole che in effetti costituiscono il dramma.
Nelle parole quindi possiamo intravvedere gli slanci o le paure dettati dal
fervore delle persone bruciate da esperienze troppo scottanti. Altro discorso
bisogna affrontare per la lingua adottata dal poeta agrigentino in Liolà. Il
quadro linguistico di fine ottocento si presentava vario e difforme. Secondo
Pirandello la lingua italiana è in disuso; ognuno parla il suo dialetto, lo
stesso autore siciliano pur conoscendo le varie sfumature della "lingua
siciliana" si rivolge al "pretto vernacolo", alla parlata di Girgenti.
La scelta non dipese
certamente dalla non conoscenza della lingua italiana o dall'incapacità di
adoperarla adeguatamente. Essa fu dovuta, in particolar modo, all'impossibilità
di rappresentare propriamente con una lingua non dialettale i sentimenti e le
immagini caratteristiche del luogo in cui è ambientata la commedia. Pirandello
giudica la parlata di Girgenti "la più pura, la più dolce, più ricca di suoni,
per certe sue particolarità fonetiche che forse più d'ogni altra l'avvicinano
alla lingua italiana". Nel dialetto agrigentino alcune espressioni come "p'u
mezzu", che differisce dal catanese-
siracusano "n'du menzu", o "dritta" che in siracusano diventa "ritta",
dimostrano quanto più vicino all'italiano sia questo dialetto rispetto ai
restanti della Sicilia.
Altri esempi delle
differenze fonetiche li troviamo in espressioni conio 'vogliu" che nel dialetto
della parte sud-orientale della Sicilia diventa "vogghiu" o "figliu't che
diventa "figghiu" (da notare il raddoppiamento della g e la trasformazione della
"l" in "h"). Inoltre la scelta del "pretto vernacolo" riflette esattamente la
volontà di Pirandello di voler polemizzare contro quell'ibrido linguaggio tra
dialetto e lingua italiana, che egli definisce "dialetto borghese" o "forma
interna" che egli ravvisa nel dialetto arrotondato di Verga. Si potrebbe anche
pensare che la scelta della "forma esterna" del pretto vernacolo agrigentino
voglia testimoniare il profondo legame interno tra Pirandello e la realtà di Girgenti vista come la fonte dei sentimenti e delle immagini dello scrittore.
La lingua italiana in
questo quadro non viene però definitivamente abbandonata. Molte espressioni
puramente dialettali servono a spiegare forme italiane inconsuete che provengono
da una stato originario chiaramente dialettale. Infatti nelle autotraduzioni
troviamo nuove forme morfologico-lessicali. Queste forme possono essere
raggruppate in tre sezioni: arcaismi, neologismi e creazioni effimere. Per
quanto riguarda gli arcaismi essi spesso conferiscono all'opera pirandelliana
un tono più raffinato e più nobile. Tale utilizzo pregiudica la vivezza del
parlato creando così il rischio di cadere nell'anacronismo puro. Pirandello
stesso scrive: "Mancando così la sicurezza della lingua, che debba mancare anche
la tecnicità della parola e debba prodursi l'elasticità del senso della parola
stessa, vien di conseguenza.
Alcuni esempi di
arcaismi sono: "alvo materno" in "Ciaula scopre la luna" (arcaismo raro),
"agiati" in "Il Fu Mattia Pascal" (utilizzato nel senso di largo, grande,
parlando di pantaloni), "greppina" in "Uno nessuno centomila" (divano da riposo
in uso alla fine dell'Ottocento). L'aspetto arcaicizzante viene comunque
bilanciato dalla presenza, non indifferente, dei neologismi. Questi formano
certamente la sezione più creativa del lessico pirandelliano, quello che si è
integrato perfettamente con la lingua italiana e continua attraverso
l'espressione poetica dei suoi posteri. In realtà i neologismi sono, più che
altro, varianti morfologiche o semantiche di termini già in uso. Questa sezione
comprende parole come "evi", vocabolo già in uso dal Cinquecento nella forma
singolare per indicare un periodo storico lungo, Pirandello ne modifica soltanto
il numero creando la forma plurale indicante periodi; o "abluzione" lavatura
al singolare.
Certamente le
maggiori spinte innovative vengono dal dialetto agrigentino. Infatti nell'opera pirandelliana che precede il teatro dialettale sono presenti molti
sicilianismi che, pur essendo espressi nella forma italiana, conservano il loro
significato dialettale. Per esempio il verbo siciliano "avvertiri" verbo
intransitivo badare, fare attenzione. Pirandello trasforma un verbo dialettale
della terza coniugazione in -ere in un verbo italiano in -ire,
conservando però il significato del verbo dialettale. La parte del lessico
pirandelliano che non si conforma all'italiano letterario mostra due
componenti: quella tradizionalista con elementi che si ispirano al lessico
antiquato e quella composta dai neologismi.
Queste creazioni
vengono definite "effimere" in quanto non intaccano più di tanto la realtà
linguistica italiana ma mostrano palesemente la continua lotta per arrivare al
traguardo di una. lingua italiana fortemente espressiva. Soprattutto per questo
Pirandello usa creazioni che possiamo interpretare come libertà linguistiche
personali, ad esempio l'uso dell'aggettivo bisillabico in funzione di
avverbio: "ridere acre" ridere malignamente in analogia con "piangere forte" ed
altri: o l'uso di composti verbali con preposizioni come : "abbruscato" (agg -'
'abbrustolito', "I vecchi e i giovani") e "atticciato" (agg., 'tarchiato',
'tozzo "Il Fu Mattia Pascal"). La ricerca della naturalità espressiva è un'
altra peculiarità dello stile pirandelliano.
Nella commedia
"Liolà" ad esempio la naturalità espressiva raggiunge il massimo della
concretezza nel dialogo tra il protagonista e Zio Simone, in cui alludendo all'impossibilità di procreare di quest' ultimo, Liolà usa delle espressioni che
sembrano tratte dal linguaggio delle falloforie o dei fescennini, specie quando
atavicamente identifica la fertilità della terra con la fecondità della donna:
"Scusassì, cca' cc'è un pezzu di terra; si vossia si la sta a taliari senza
faricci nenti, chi cci fa a terra? Nenti. Comu a fimmina. Chi cci duna 'u
figliu? Vegnu iu, ni stu pezzu di terra; l'zzappu; la conzu; cci fazzu un
pirtuso; cci jettu u civu: spunta l'arbulu". (Scusi. Qua c'è un pezzo di terra ;
la zappo; la concimo; ci faccio un buco; vi butto il seme: spunta l'albero) o
quando attraverso la sua logica stringente, tipica del contadino, dice che la
terra è di chi la lavora. Concetto da cui si potrebbe cogliere in nuce già una
coscienza di classe: "A cù l'ha datu st' arbulu 'a terra? A mmia. Veni vossia e
dici no, è miu. Pirchì? Pirchì a terra e so? Ma la terra beddu zu' Simuni chi
sapi a cu apparteni? Duna u fruttu a cù la lavura". (A chi l'ha dato quest'
albero la terra? A me! Viene lei e dice di no, dice che è suo. Perché suo?
Perché è sua la terra? Ma la terra, caro zio Simone, sa forse a chi appartiene?
Dà il frutto a chi la lavora).
Da queste brevi
battute si capisce come l'utilizzo della parlata di Girgenti risponda meglio
alle esigenze di Pirandello. Liolà d' altronde è una commedia campestre, nella
quale solo l'utilizzo del "pretto vernacolo" rende la giusta concretezza dei
mondo contadino dell'entroterra siciliano. Le idee della roba come segno di
potere, della prole come fonte di ricchezza e della donna come "mezzo" di
procreazione sono idee appartenenti ad una cultura antiquata e retrogada. I
termini "gistri" (dal latino canestrum, cesto), panara (dal latino panariuni,
cesto per pane), antu (dai latino ante, il luogo dove lavorano i contadini),
rappa (dal germanico krappa, granello d'uva) mettono in luce la natura contadina
del popolo siciliano. I personaggi della commedia sono immersi in questo mondo
agreste. Liolà è un "contadino ebbro di sole". Egli è il perfetto opposto di
quello che si potrebbe definire un personaggio misogeno. Liolà è un Casanova
siciliano, spensierato e amico della natura, accompagnato sempre da grande
allegria che trasmette anche agli altri. Anche nel gioco dell'inganno riesce a
speculare sulle parole e a confondere con espressioni ambigue ed equivoche il
suo diretto avversario: Don Simone Palumbo. "U Zu' Simuni" è il possidente della
terra: lui ha la "robba".
Questo termine
ricorre spesso nella commedia, nella duplice accezione di "roba", intesa come
casa colonica (robba è la casa colonica di zio Simone e rubbicedda, diminutivo
di robba, è la casa modesta di gna' Gesa; da notare l'uso dei diminutivi per
indicare le condizioni sociali dei meno abbienti) e "robba" nel senso di averi,
terre possedute a cui corrisponde il verghiano "roba". E' proprio la "robba" che
condiziona il mondo contadino. Don Simone deve avere un erede a cui poterla dare
e dopo la morte della moglie decide di risposarsi, ma anche con la bella e
prosperosa Mita non c è nulla da fare. Rimanendo sempre legati alla realtà
contadina siciliana d' inizio secolo, la colpevolezza del mancato concepimento
non è attribuibile all'uomo ma solo alla donna poiché la donna deve assoltitamente essere capace di procreare. Anche la conformazione fisica della
donna gioca un ruolo importante: la donna magra, ad esempio è indice di
sterilità come si evince dall'affermazione di zia Croce che riferendosi a donna
Rosaria, la quale non aveva avuto figli, dice:" Ma chi cci' avia a ff'ari idda?
Un filo a la porta, puveredda. D' idda 'un si putia aspittari". Al contrario, la
donna prosperosa e simbolo di fecondità e di salute e "strumento" sicuro di
procreazione.
Proprio per dare un
figlio a zio Simone nasce il gioco dell'inganno, in cui Tuzza voleva avere la
meglio, ma "a jucata non ci vinni para" (la giocata non gli è riuscita). Quest'
insuccesso provoca in Tuzza uno scatto di pazzia abilmente sedato da Liolà.
Pazzia necessaria e "sufficiente" per completare il passaggio dalle tre zone.
Secondo tale teoria elaborata da don Nociu Pampina: il personaggio sostiene che
"li paroli ca nescinu dì mucca " sono come sono perché provengono da tre zone:
la zona civile che serve "cchiù di tutti duvennu viviri in società" (più di
tutte dovendo vivere in società), altrimenti "nni mancirriamu tutti... unu cu
l'autru, comu tanti cani arraggiati" ( ci mordiamo tutti come cani arrabbiati) e
che ricorda tanto la concezione di Hobbes "homo homini lupiis"; la zona seria
che viene in soccorso quando le cose si mettono male e ognuno vuol difendere la
propria causa la terza ed ultima zona è la zona pazza che viene utilizzata
quando la situazione è ormai degenerata e il personaggio non riesce più a
frenare gli istinti. Il dialetto della zona seria è per esempio quello di Liolà,
bisognoso di capire le sue debolezze e di soddisfare il suo desiderio con un
inganno e quello di don Simone, avvilito dal troppo lavoro e deciso ad avere un
erede a cui lasciare tutte le ricchezze accumulate.
Il dialetto della
zona civile è il più italianizzato proprio per dare risalto al carattere
borghese che Pirandello conserva lasciandovi molta sintassi nella stesura in
lingua. Il dialetto della zona pazza predomina generalmente nel finale della
commedia ed è il dialetto concitatissimo e liberatorio. E' il dialetto
ingiurioso di zia Croce a don Simone: " E ora v' addifinniti a idda, vecchiu
beccu, 'nfacci a n' autri" ( E ora, no? Non è più vera ora per vostra moglie,
vecchio becco), quello di don Simone che libera la verità "E' miu, e miu, e miu,
sissignuri e miu! E nuddu s' avi arrisicari di diri cosa contra di me muglieri
ca vasannu vi fazzii a vidiri a Cristu sdignato!" ( E' mio! mio! e guai a chi
s'attenta a dir cosa contro mia moglie...). Quindi è proprio in questa zona che
Pirandello trova parecchie difficoltà nel tradurre alcune espressioni dal
dialetto in lingua.
Molte di esse perdono
nella traduzione italiana la loro aggressività ed efficacia espressiva. La cosa
particolarmente pittoresca sta nel vedere come espressioni formalizzate sotto lo
schema dei dialetto serio si mescolano alla componente proverbiale-metaforico
del parlar civile, come ad esempio : "Chi aviti forsi 'u carbuni vagnatu ?
l'avi bbonu addumatu e cuvatu dintra" (Avete forse il carbone bagnato? l'ha bene
acceso e covato dentro), oppure "gaddina chi camina, s'arricogli c' à vozza
china" (gallina che va e gira, col gozzo pieno si ritira), o "cu cerca trova e
cu secuta vinci" (chi cerca trova e chi seguita vince.), o "u tavirnaru voli i
picciuli" (il tavernaio vuole essere pagato), o ancora "come s' avissiru
pigliato un ternu" (come se avessero preso un temo).
La più grande
originalità diPirandello sta nell'aver creato una specie di "stato d' animo "
del mondo contemporaneo: cioè di avergli dato un nome, il suo. Oggi con il
termine pirandelliano indichiamo qualsiasi situazione contraddittoria e
grottesca. Eppure Pirandello fa la cosa più naturale: descrive la "semplice e
complicata" realtà siciliana. Realtà che si può esprimere solo tramite le
parole, che sono "...larve da riempire e ognuno le riempie del senso che ha per
se, nel proprio intimo... e ben lo sa il Padre quando nei 'Sei personaggi in
cerca d' autore' esclama: 'ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo
tutti dentro un mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle
parole che io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me;
mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che
hanno per sé del mondo come egli l'ha dentro?... "
Nonostante viviamo in
un mondo tecnologico dove tutto sembra essere facile, si è avvertito il bisogno
di analizzare la parola "secondo" Pirandello proprio perché, nell'intento
di utilizzarla al meglio, non soltanto ne ha colto l'importanza ma soprattutto
il limite."... Crediamo d'intenderci non ci intendiamo mai"
BIBLIOGRAFIA
Antonio Trama,
Vocabolario siciliano-italiano, Centro editoriale meridionale
M.Pasqualino, Vocabolano etimologico siciliano, Reale stamperia, Palermo 1785.
Sandro Attanasio, 'Parole di Sicilia', Mursia 1977
Salvatore Giarrizzo, Dizionano etimologico siciliano Herbita, Palermo l989
Sarah Zappulla Muscarà 'Pirandello dialettale.', Palumbo Palermo 1983
Luigi Pirandello 'Maschere Nude' Mondadori, 1968
Luigi Pirandello 'Saggi, Poesie, Scritti vari', Mondadori Milano
Leonardo Sciascia, Pirandello e il dialetto: 'Liolà'., in La corda pazza,
Torino, Emaudi, 1970
Luigi Pirandello 'Tutto il teatro in dialetto', a cura Sarah Zappulla Muscarà,
Bompiani 1994
A.A.V.V 'Breve storia della Sicilia', Mondadori
Luigi Pirandello ,'La parlata di Girgeti' a cura di Stefano Milioto, Vallecchi
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