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PERSONAGGI
Neli Schillaci, detto Liolà
Don Simone Palummu, ricco massaro
La zia Croce Azzara, sua cugina
Tuzza, figlia della zia Croce
Donna Mita, moglie di don Simone
La zia Ninfa, madre di Liolà
La gnà Gesa, zia di donna Mita
La gnà Càrmina, detta la moscardina
Ciuzza, Luzza, Nedda, giovani contadine
Paliddu, Tiniddu, Caliddu, i tre cardelli di
Liolà
Campagna agrigentina. Oggi.
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AVVERTENZA
Questa commedia, rappresentata per la prima volta la
sera del 4 novembre 1916 dalla Compagnia comica
siciliana di Angelo Musco al teatro Argentina
di Roma, è scritta nella parlata di Girgenti che, tra le
non poche altre del dialetto siciliano, è
incontestabilmente la più pura, la più dolce, la più
ricca di suoni, per certe sue particolarità fonetiche,
che forse più d’ogni altra l’avvicinano alla lingua
italiana.
Non per tanto, la maggioranza degli spettatori, che pure
con facilità intende gli altri lavori del nuovo teatro
siciliano, stentò molto (com’ebbe a rilevare quasi
unanimamente la critica teatrale dei giornali romani) a
intender questo. La ragione è semplicissima. Quasi tutti
gli altri lavori presentano personaggi, usi e costumi
borghesi, e sono scritti, o recitati, in
quell’ibrido linguaggio, tra il dialetto e la lingua,
che è il cosìa detto dialetto borghese, siciliano
qui, in altri lavori del genere, piemontese o lombardo,
veneto o napoletano: dialetto borghese che, con
qualche goffaggine, appena appena arrotondato, diventa
lingua italiana, cioè quella certa lingua italiana
parlata comunemente, e forse non soltanto dagli incolti,
in Italia. Liolà, commedia campestre, fu
recitata, per espressa volontà dell’autore, così com’è
scritta, in pretto vernacolo, quale si conveniva ai
personaggi, tutti contadini della campagna agrigentina.
Il che vorrebbe dire che, se i comici siciliani
recitassero sempre e strettamente nel loro dialetto
puro, non sarebbero più compresi, se non con molto
stento, dai non siciliani.
Si deve perciò condannare a morte il nuovo teatro
siciliano, appena osi varcare i confini dell’isola?
Qualche critico ha pronunziato questa sentenza; ma
tuttavia il pubblico seguita ad accorrere in folla alle
recite della Compagnia comica siciliana del
Musco.
Qui, badiamo, non si discute d’arte, ma solo del
linguaggio come mezzo di comunicazione. L’opera di
creazione, infatti, l’attività fantastica che lo
scrittore deve fornire, sia che adoperi la lingua, sia
che adoperi il dialetto, è sempre la stessa. E perché
allora uno scrittore, se quest’opera dell’attività
creatrice è pur la stessa, si serve del dialetto invece
che della lingua, cioè d’un mezzo di comunicazione molto
più ristretto? Non per ragioni d’arte, evidentemente; ma
per altre varie ragioni che restringono tutta la
letteratura dialettale come conoscenza, giacché sono
appunto ragioni di conoscenza, della parola o delle cose
rappresentate. O il poeta non ha la conoscenza del mezzo
di comunicazione più esteso, che sarebbe la lingua;
oppure, avendone la conoscenza, stima che non saprebbe
adoperarla con quella vivezza, con quella natività
spontanea che è condizione prima e imprescindibile
dell’arte; o la natura dei suoi sentimenti e delle sue
immagini è talmente radicata nella regione di cui egli
si fa voce, che gli parrebbe disadatto o incoerente un
altro mezzo di comunicazione che non fosse l’espressione
dialettale; o la cosa da rappresentare è talmente
locale, che non potrebbe trovare espressione oltre i
limiti della conoscenza della cosa stessa. Una
letteratura dialettale, in somma, è fatta per rimanere
entro i confini del dialetto. Se ne esce, potrà esser
gustata soltanto da coloro che di quel dato dialetto han
conoscenza e conoscenza di quei particolari usi, di quei
particolari costumi, in una parola di quella particolar
vita che il dialetto esprime.
Luigi Settembrini, come qualche altro critico volle
generosamente ricordare, faceva obbligo agli Italiani di
conoscer questo dialetto siciliano, che fu veramente ed
è lingua più che dialetto, non solo per la sua
antichissima tradizione letteraria, ma anche per il suo
vario e complesso stampo sintattico, ricco di
sottilissimi nessi, come per copia e colorita efficacia
di vocaboli. Aspettando che gl’Italiani acquistino (se
mai vorranno) questa conoscenza, l’autore del Liolà
presenta qui, accanto al testo dialettale, la
traduzione della commedia in una lingua italiana che
vuol serbare fin dove è possibile un certo colore, un
certo sapore del vernacolo nativo.
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