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Luiggi Pirandellu (Girgenti, 1867 — Roma, 1936)

 

Commedia Campestre in tre atti  - 1916

PERSONAGGI
Neli Schillaci, detto Liolà
Don Simone Palummu, ricco massaro
La zia Croce Azzara, sua cugina
Tuzza, figlia della zia Croce
Donna Mita, moglie di don Simone
La zia Ninfa, madre di Liolà
La gnà Gesa, zia di donna Mita
La gnà Càrmina, detta la moscardina
Ciuzza, Luzza, Nedda, giovani contadine
Paliddu, Tiniddu, Caliddu, i tre cardelli di Liolà

Campagna agrigentina. Oggi.

 

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AVVERTENZA 

Questa commedia, rappresentata per la prima volta la sera del 4 novembre 1916 dalla Compagnia comica siciliana di Angelo Musco al teatro Argentina di Roma, è scritta nella parlata di Girgenti che, tra le non poche altre del dialetto siciliano, è incontestabilmente la più pura, la più dolce, la più ricca di suoni, per certe sue particolarità fonetiche, che forse più d’ogni altra l’avvicinano alla lingua italiana.

Non per tanto, la maggioranza degli spettatori, che pure con facilità intende gli altri lavori del nuovo teatro siciliano, stentò molto (com’ebbe a rilevare quasi unanimamente la critica teatrale dei giornali romani) a intender questo. La ragione è semplicissima. Quasi tutti gli altri lavori presentano personaggi, usi e costumi borghesi, e sono scritti, o recitati, in quell’ibrido linguaggio, tra il dialetto e la lingua, che è il cosìa detto dialetto borghese, siciliano qui, in altri lavori del genere, piemontese o lombardo, veneto o napoletano: dialetto borghese che, con qualche goffaggine, appena appena arrotondato, diventa lingua italiana, cioè quella certa lingua italiana parlata comunemente, e forse non soltanto dagli incolti, in Italia. Liolà, commedia campestre, fu recitata, per espressa volontà dell’autore, così com’è scritta, in pretto vernacolo, quale si conveniva ai personaggi, tutti contadini della campagna agrigentina.

Il che vorrebbe dire che, se i comici siciliani recitassero sempre e strettamente nel loro dialetto puro, non sarebbero più compresi, se non con molto stento, dai non siciliani.

Si deve perciò condannare a morte il nuovo teatro siciliano, appena osi varcare i confini dell’isola? Qualche critico ha pronunziato questa sentenza; ma tuttavia il pubblico seguita ad accorrere in folla alle recite della Compagnia comica siciliana del Musco.

Qui, badiamo, non si discute d’arte, ma solo del linguaggio come mezzo di comunicazione. L’opera di creazione, infatti, l’attività fantastica che lo scrittore deve fornire, sia che adoperi la lingua, sia che adoperi il dialetto, è sempre la stessa. E perché allora uno scrittore, se quest’opera dell’attività creatrice è pur la stessa, si serve del dialetto invece che della lingua, cioè d’un mezzo di comunicazione molto più ristretto? Non per ragioni d’arte, evidentemente; ma per altre varie ragioni che restringono tutta la letteratura dialettale come conoscenza, giacché sono appunto ragioni di conoscenza, della parola o delle cose rappresentate. O il poeta non ha la conoscenza del mezzo di comunicazione più esteso, che sarebbe la lingua; oppure, avendone la conoscenza, stima che non saprebbe adoperarla con quella vivezza, con quella natività spontanea che è condizione prima e imprescindibile dell’arte; o la natura dei suoi sentimenti e delle sue immagini è talmente radicata nella regione di cui egli si fa voce, che gli parrebbe disadatto o incoerente un altro mezzo di comunicazione che non fosse l’espressione dialettale; o la cosa da rappresentare è talmente locale, che non potrebbe trovare espressione oltre i limiti della conoscenza della cosa stessa. Una letteratura dialettale, in somma, è fatta per rimanere entro i confini del dialetto. Se ne esce, potrà esser gustata soltanto da coloro che di quel dato dialetto han conoscenza e conoscenza di quei particolari usi, di quei particolari costumi, in una parola di quella particolar vita che il dialetto esprime.

Luigi Settembrini, come qualche altro critico volle generosamente ricordare, faceva obbligo agli Italiani di conoscer questo dialetto siciliano, che fu veramente ed è lingua più che dialetto, non solo per la sua antichissima tradizione letteraria, ma anche per il suo vario e complesso stampo sintattico, ricco di sottilissimi nessi, come per copia e colorita efficacia di vocaboli. Aspettando che gl’Italiani acquistino (se mai vorranno) questa conoscenza, l’autore del Liolà presenta qui, accanto al testo dialettale, la traduzione della commedia in una lingua italiana che vuol serbare fin dove è possibile un certo colore, un certo sapore del vernacolo nativo.

 

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1916

da

INTRODUZIONE

PRIM’ATTU

SECUNN’ATTU

TERZ’ATTU

pirandellu 'n SICILIANU

luiggi pirandellu

1916

LIOLA'

1917

A birritta cu i cincianedDI

1917

A' PATENTI

1925

A' GIARRA