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Riccardo III
1591 -
1594
La società inglese dilaniata dai conflitti di interesse al termine della Guerra delle due Rose, combattuta tra le casate dei Lancaster e degli York nel 1400, appariva la metafora esemplare di infiniti altri nuclei sociali, non importa se piccoli o grandi, se passati presenti o futuri, in cui l’ambizione, l’intrigo, la paura, l’incertezza, il sospetto, il tradimento, la menzogna, inevitabilmente accompagnano la lotta senza esclusione di colpi per la conquista e il mantenimento del potere. In questo mondo, che le scelte registiche hanno collocato in una sorta di platoniana caverna popolata di ombre e veli, non c’è riposo e non si dorme perché non ci si può permettere nemmeno per un attimo di abbassare la guardia. Fin dall’inizio ci è chiaro che interiormente tutti sono contro tutti, e di tutti diffidano. Eppure esteriormente ogni cosa risulta apparire sotto controllo. E l’odio e la diffidenza sono contenuti e dissimulati. Siamo di fronte a una società la cui intima essenza potrebbe ricondurre iconograficamente all’universo dei mostri di Bosch o di Bacon e che tuttavia ci appare formalmente impeccabile. Ma tutto è destinato a degenerare. Alleanze e complicità svelano presto la loro precarietà e ipocrisia in un susseguirsi di ribaltoni in cui gli “amici” di ieri diventano i nemici di oggi e viceversa e in cui il male interiore deborda e si espande su tutto. Principale motore dell’azione è Riccardo, non avvoltoio in un gregge di pecore, ma “straordinario” rapace in un branco di rapaci. Attore, stratega, affabulatore, genio della menzogna venduta come verità, approfittatore di chiunque gli possa servire per raggiungere i suoi fini, manipolatore talmente abile da far sembrare altruistiche anche le più abbiette ed egoistiche macchinazioni e da volgere a suo vantaggio persino le circostanze più sfavorevoli, Riccardo parla, comunica, dichiara. E la sua parola si fa azione immediata. Primo spettatore di se stesso, compiaciuto ma anche stupito delle sue istrioniche interpretazioni, Riccardo brucia il tempo e non concede a nessuno il tempo per pensare. E’ l’attore e il suo pubblico, è l’inquadratura da riprendere e l’obbiettivo che la inquadra, è il pensiero che agisce nel momento stesso in cui si manifesta. E agli altri non resta che soccombere. |