La bisbetica domata

 

ATTO IV

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Prima

Seconda

Terza

Quarta

Quinta

 

Scena prima 

 

Entra Grumio.

 

GRUMIO

All'inferno tutti i cavalli sfiancati, tutti i padroni pazzi e tutte le strade infangate! C'è mai stato uno più malridotto? C'è mai stato uno più inzaccherato? C'è mai stato uno più stanco? Mi mandano avanti ad accendere il fuoco e loro vengono dopo per scaldarsi. Be', se non fossi un piccoletto che si scalda subito, le labbra mi si congelerebbero ai denti, la lingua al palato e il cuore alla pancia, prima che arrivi a un fuoco che mi scongeli. Ma io mi scalderò soffiando sul fuoco, visto che con questo tempo uno più grande di me si raggelerebbe. Ehilà, Curzio!

 

Entra Curzio.

 

CURZIO

Chi è che chiama così freddamente?

 

GRUMIO

Un pezzo di ghiaccio. Se non ci credi, per scivolarmi dalla spalla al calcagno ti basterebbe la rincorsa fra la testa e il collo. Un fuoco, buon Curzio.

 

CURZIO

Vengono il padrone e sua moglie, Grumio?

 

GRUMIO

Sì, Curzio, sì - perciò fuoco, fuoco, e non buttarci su acqua.

 

CURZIO

È una bisbetica così bollente come dicono?

 

GRUMIO

Lo era, Curzio, prima di questa gelata. Ma sai che l'inverno doma uomini, donne e bestie, e infatti ha domato il mio vecchio padrone, la mia nuova padrona e anche me, collega Curzio.

 

CURZIO

Ma va là, pollicino. Io non sono una bestia.

 

GRUMIO

E io sarei un pollicino? Le tue corna sono lunghe un piede, e io non sono da meno. Ma vuoi fare questo fuoco, o dovrò lamentarmi di te con la padrona, la cui mano, visto che ora è a portata di mano, assaggerai presto, con fredda consolazione, per la lentezza con cui ci riscaldi?

 

CURZIO

Ti prego, buon Grumio, dimmi, come va il mondo?

 

GRUMIO

Gelidamente, Curzio, in ogni lavoro tranne il tuo; fuoco, perciò. Fa' il tuo dovere e avrai il dovuto, perché il padrone e la padrona sono quasi morti gelati.

 

CURZIO

Il fuoco è gia pronto; allora, le notizie, buon Grumio.

 

GRUMIO

Be',"Ehi, Jack, ecco le nuove", la conosci, no? Tutte le notizie che vuoi.

 

CURZIO

Dai, sempre colle tue birbonerie.

 

GRUMIO

Il fuoco, il fuoco, perché ho preso un gran freddo. Dov'è il cuoco? La cena è pronta, la casa riassettata, avete steso le canne, spazzato le ragnatele, i servi hanno i nuovi abiti di fustagno, le calze bianche, e sono tutti vestiti a nozze? Garzoni e bicchieri sono puliti di dentro, servette e boccali puliti di fuori, messe le tovaglie, e tutto in ordine?

 

CURZIO

È tutto pronto; perciò, ti prego, le notizie.

 

GRUMIO

Prima sappi che il mio cavallo è stanco, e il padrone e la padrona sono tombolati.

 

CURZIO

Come?

 

GRUMIO

Giù di sella nel fango, ed è una storia lunga.

 

CURZIO

Raccontala, buon Grumio.

 

GRUMIO

Porgi l'orecchio.

 

CURZIO

Ecco.

 

GRUMIO

To'. [Lo colpisce.]

 

CURZIO

Questo è sentire una storia, non udirla.

 

GRUMIO

E infatti è una storia tutta da sentire; e la mia botta solo per bussare al tuo orecchio e implorare ascolto. Adesso comincio. Imprimis, scendevamo da una collina tutta fangosa, col padrone che cavalcava dietro la padrona...

 

CURZIO

Tutti e due su un cavallo?

 

GRUMIO

A te che ti frega?

 

CURZIO

Ma il cavallo.

 

GRUMIO

E allora raccontala tu. Ma se non mi avessi contrariato, avresti sentito come il cavallo di lei è caduto, con lei sotto; avresti sentito in che pantano, come si è tutta inzaccherata, come lui l'ha lasciata col cavallo sopra, come mi ha picchiato perché il cavallo era inciampato, come lei si è trascinata nel fango per togliermi il padrone di dosso, come lui imprecava, e lei implorava come non aveva mai fatto prima, come io piangevo, come i cavalli sono scappati, come la sua briglia si è spezzata, come io ho perduto la groppiera - con molte altre cose degne di memoria che ora moriranno nell'oblio, e tu scenderai senza il loro beneficio nella tomba.

 

CURZIO

A sentir questa, lui è più bisbetico di lei.

 

GRUMIO

Sì, e lo scoprirete tu e tutti i temerari come te appena arriverà a casa. Ma perché parlo di questo? Chiama Nataniele, Giuseppe, Nicola, Filippo, Walter, Giulebbe e gli altri. Che abbiano i capelli ben pettinati, le giacche blu ben spazzolate e le giarrettiere non scompagnate; che facciano l'inchino con la gamba sinistra, e non si azzardino a toccare un pelo della coda del cavallo del padrone senza essersi prima baciate le mani. Sono tutti pronti?

 

CURZIO

Sì.

 

GRUMIO

Chiamali.

 

CURZIO

Ehi, mi sentite? Dovete venire incontro al padrone per far buon viso alla padrona.

 

GRUMIO

Ma un viso ce l'ha anche lei.

 

CURZIO

E chi non lo sa?

 

GRUMIO

Tu, a quanto pare, che chiami la gente a farle buon viso.

 

CURZIO

Li chiamo perché le prestino omaggio.

 

GRUMIO

Ma lei non viene a chieder nulla in prestito.

 

Entrano quattro o cinque Servi.

 

NATANIELE

Bentornato, Grumio.

 

FILIPPO

Come va, Grumio?

 

GIUSEPPE

Ehilà, Grumio.

 

NICOLA

Amico Grumio.

 

NATANIELE

Come andiamo, vecchio.

 

GRUMIO

Bentrovato, tu. Come va, tu. Ehilà, tu. Amico, tu. E basta coi saluti. Allora, elegantoni, è tutto pronto, tutte le cose a posto?

 

NATANIELE

Tutte le cose a posto. Quant'è vicino il padrone?

 

GRUMIO

È già qui, ormai sceso da cavallo. Perciò non... Zitti, sacraboldo. Sento il padrone.

 

Entrano Petruccio e Caterina.

 

PETRUCCIO

         Dove sono quei ribaldi? Nessuno alla porta

         a tenermi le staffe e prendermi il cavallo?

         Dove sono Nataniele. Gregorio, Filippo?

 

TUTTI I SERVI

Qui, qui, signore, qui signore.

 

PETRUCCIO

         Qui signore, qui signore, qui signore!

         Teste di rapa e zotici screanzati!

         Come, nessuna accoglienza? Nessun riguardo?

         Nessun omaggio? Dov'è quel furfante

         scervellato che ho mandato avanti?

 

GRUMIO

         Qui, signore, scervellato come prima.

 

PETRUCCIO

         Razza di bifolco! Figlio di puttana

         d'un mulo da mulino. Non ti ho ordinato

         di venirmi incontro nel parco

         e di portare con te questi furfanti?

 

GRUMIO

         La giacca di Nataniele, signore, non era pronta,

         e gli scarpini di Gabriele non erano impuntati

         nel tacco; non c'era il nero per tingere

         il cappello di Pietro, e il pugnale di Walter

         non usciva dal fodero. Nessuno era a posto

         tranne Adamo, Raffo e Gregorio. Il resto

         eran sbrindellati, vecchi, degli straccioni;

         così come sono, vi son però venuti incontro.

 

PETRUCCIO

         Andate, ribaldi, e portatemi la cena. Escono i Servi.

         [Canta.]        Dov'è la vita che una volta vivevo?

                              Dove sono quelle...

         Siediti, Kate, e benvenuta. Cibo, cibo, cibo, cibo!

Entrano i Servi con la cena.

         Ah, era ora! Su, allegra, cara e dolce Kate.

         Toglietemi gli stivali, malnati! Forza, farabutti!

         [Canta.]        Con questa pioggia e con questo vento

                              chi è che bussa al mio convento?

         Ah, malnato! Mi sradichi il piede. To', [Lo picchia.]

         e sta' più attento quando togli l'altro.

         Allegra, Kate. Dell'acqua qui. Uelàaa!

Entra uno con l'acqua.

         Dov'è il mio spaniel Troilo? Via, sciagurato.

         E dite a mio cugino Ferdinando di venir qui.

         Uno, Kate, che devi baciare e conoscere bene.

         Dove sono le mie pantofole? E mi date dell'acqua?

         Vieni, Kate, lavati, e benvenuta di cuore.

         Porco figlio di puttana, vuoi farlo cadere?

[Picchia il Servo.]

 

CATERINA

         Pazienza ti prego, non l'ha fatto apposta.

 

PETRUCCIO

         Zuccone, bastardo, furfante senza testa.

         Vieni, Kate, siediti, so che hai fame.

         Dici tu la preghiera, dolce Kate, o devo farlo io?

         Cos'è questo? Montone?

 

PRIMO SERVO

                                      Sì.

 

PETRUCCIO

                                               Chi l'ha portato?

 

PIETRO

                                                                  Io.

 

PETRUCCIO

         È bruciato, e anche tutto il resto.

         Che cani siete! Dov'è quel furfante del cuoco?

         Come osate, farabutti, portarlo dalla dispensa

         e servirlo così a me che lo detesto?

         Ecco, prendetevelo voi, piatti, tazze e tutto.

[Getta il cibo e i piatti su di loro.]

         Idioti scriteriati e schiavi villanzoni!

         Cosa, borbottate? Vi farò vedere io. [Escono i Servi.]

 

CATERINA

         Ti prego, marito, non t'inquietare così.

         La carne era buona, se ti accontentavi.

 

PETRUCCIO

         Ti dico, Kate, era bruciata e rinsecchita,

         e mi è espressamente vietato di toccarla,

         perché ingenera bile e innesca l'ira;

         e faremmo meglio a digiunare entrambi,

         perché già di natura siamo collerici,

         senza alimentarla con carne stracotta.

         Abbi pazienza, domani si rimedierà,

         e per stasera ci faremo compagnia digiunando.

         Vieni, ti porto alla tua stanza nuziale. Escono.

 

Entrano Servi da varie parti.

 

NATANIELE

Pietro, hai mai visto niente di simile?

 

PIETRO

La uccide con le sue stesse armi.

 

Entra Curzio.

 

GRUMIO

Dov'è?

 

CURZIO

         In camera sua,

         a farle una predica sulla continenza,

         e sbraita, e smoccola, e sgrida, che lei, poveretta,

         non sa da che parte stare, guardare, parlare,

         e pare una appena risvegliatasi da un sogno.

         Via, via, ché sta venendo qui. [Escono.]

 

Entra Petruccio.

 

PETRUCCIO

         Così ho cominciato da politico il mio regno,

         e spero di concluderlo con successo.

         Ora la mia falchetta è affamata e a pancia vuota,

         e finché non si piega non verrà saziata,

         ché se no non guarda più al suo specchietto.

         Ho un altro modo per ammaestrare la mia selvaggia,

         perché risponda e venga al richiamo del padrone,

         ed è di tenerla sveglia, come si fa coi falchi

         che frullano e sbattono le ali senza obbedire.

         Oggi non ha toccato cibo, e non ne toccherà;

         iernotte non ha dormito, e stanotte non dormirà;

         come col cibo, qualche difetto immaginario

         troverò su come è stato fatto il letto,

         e butterò qua il guanciale, là il capezzale,

         da una parte la coperta, dall'altra le lenzuola.

         Sì, e in mezzo allo sconquasso farò credere

         che sia per la cura premurosa che ho di lei.

         In conclusione, veglierà tutta la notte,

         e se appena si appisola, io sbraito e strillo,

         e col fracasso la terrò costantemente sveglia.

         Ecco come uccidere una moglie con le gentilezze,

         così stroncherò il suo umor pazzo e caparbio.

         Chi sa modo migliore di domare una bisbetica

         parli adesso; è una questione d'etica. Esce.

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Scena seconda

 

Entrano Tranio e Ortensio.

 

TRANIO

         È possibile, amico Licio, che madonna Bianca

         si sia invaghita d'altri che Lucenzio?

         Vi dico, signore, che mi prende per il naso.

 

ORTENSIO

         Signore, per convincervi di quanto vi ho detto,

         state da parte e osservate come l'ammaestra.

 

Entrano Bianca [e Lucenzio].

 

LUCENZIO

         Ebbene, signora, profittate di quel che leggete?

 

BIANCA

         E voi che leggete, maestro? Prima chiarite questo.

 

LUCENZIO

         Leggo quel che professo; L'arte di amare.

 

BIANCA

         E possiate riuscir padrone della vostra arte.

 

LUCENZIO

         E voi, mia cara, padrona del mio cuore.

 

ORTENSIO

         Caspita, che progressi. Che ne dite, vi prego,

         voi che giuravate che madonna Bianca

         non amava nessuno al mondo come Lucenzio.

 

TRANIO

         O amor sprezzante, donne incostanti!

         Vi dico, Licio, che è incredibile.

 

ORTENSIO

         Basta equivoci, io non sono Licio,

         né un musicista come sembro, ma uno

         che spregia di vivere camuffato così

         per una donna che lascia un gentiluomo

         e fa un dio di un tale miserabile.

         Sappiate, signore, che io mi chiamo Ortensio.

 

TRANIO

         Signor Ortensio, ho sentito spesso

         del vostro sincero amore per Bianca,

         e poiché i miei occhi sono testimoni

         della sua leggerezza, se voi acconsentite

         rinnego con voi per sempre l'amore di Bianca.

 

ORTENSIO

         Guardate come si baciano e amoreggiano!

         Signor Lucenzio, ecco la mia mano; qui giuro

         di non corteggiarla più, e la ripudio

         come indegna di tutti i passati favori

         che le ho stupidamente tributato.

 

TRANIO

         E qui io faccio lo stesso sincero giuramento

         di non sposarla mai, anche se m'implorasse.

         Puah! In che modo bestiale amoreggia con lui.

 

ORTENSIO

         La ripudiassero tutti, tranne lui!

         Io, per mantenere fermamente il voto,

         sposerò entro tre giorni una ricca vedova

         che mi ama fin da quando io ho amato

         questa falchetta altera e disdegnosa.

         Con questo, addio, signor Lucenzio.

         La bontà delle donne, non il bel sembiante,

         conquisterà il mio amore; così mi congedo

         risoluto a tener fede al mio giuramento. [Esce.]

 

TRANIO

         Signora Bianca, vi benedica la grazia

         che spetta al caso beato d'una innamorata!

         Ah, vi ho colta sul fatto, signora mia,

         e vi ho ripudiata assieme a Ortensio.

 

BIANCA

         Tranio, scherzate; ripudiata da entrambi?

 

TRANIO

         Sì, signora.

 

LUCENZIO

                            Eccoci sbarazzati di Licio.

 

TRANIO

         Già, adesso si prende una vedova allegra,

         da corteggiare e sposare in un sol giorno.

 

BIANCA

         Dio gli conceda felicità.

 

TRANIO

         Sì, e la domerà.

 

BIANCA

                            Lo dice lui, Tranio.

 

TRANIO

         Be', è andato alla scuola per domatori.

 

BIANCA

         La scuola per domatori? Esiste un posto simile?

 

TRANIO

         Sì, signora, e Petruccio è il maestro,

         che insegna a puntino come si faccia

         a domare una bisbetica e stregarne la linguaccia.

 

Entra Biondello.

 

BIONDELLO

         Padrone, padrone, sto all'erta da tanto

         che sono stanco morto; ma alla fine ho scorto

         un galantuomo di vecchio stampo scendere il colle

         che farà al caso nostro.

 

TRANIO

                                      Che cos'è, Biondello?

 

BIONDELLO

         Un mercante, padrone, o un pedante,

         non so bene; ma ben vestito, dall'incedere

         e dal portamento proprio come un padre.

 

LUCENZIO

         Che ne facciamo, Tranio?

 

TRANIO

         Se è credulone e si beve la mia storia

         lo renderò felice di impersonare Vincenzo

         e dare garanzie a Battista Minola

         come se fosse il vero Vincenzo.

         Rientrate con l'amata e lasciate fare a me.

[Escono Lucenzio e Bianca.]

 

Entra un Pedante.

 

PEDANTE

         Dio vi salvi, signore.

 

TRANIO

                                      E voi, signore. Benvenuto.

         Andate lontano, o siete giunto alla meta?

 

PEDANTE

         Alla meta per una settimana o due,

         signore. Ma poi proseguirò fino a Roma

         e di lì a Tripoli, se Dio mi darà vita.

 

TRANIO

         Di che paese siete, di grazia?

 

PEDANTE

                                               Di Mantova.

 

TRANIO

         Di Mantova? Santo cielo, Dio ci scampi!

         E venite a Padova, incurante della vita?

 

PEDANTE

         Della vita? Come, di grazia? È una cosa seria.

 

TRANIO

         C'è la morte per chiunque di Mantova

         venga a Padova. Non ne sapete il motivo?

         Le vostre navi sono bloccate a Venezia,

         e per una bega personale col vostro Duca,

         il Doge l'ha pubblicamente proclamato.

         È strano, ma se non foste appena arrivato

         lo avreste sentito proclamare dappertutto.

 

PEDANTE

         Ahimè, signore, per me è ancora peggio!

         Perché io ho delle lettere di cambio

         da Firenze, e le devo incassare qui.

 

TRANIO

         Be', signore, per farvi una cortesia

         posso far questo, darvi un buon consiglio;

         ma prima ditemi, siete mai stato a Pisa?

 

PEDANTE

         Sì, signore, sono stato spesso a Pisa,

         rinomata per la serietà dei cittadini.

 

TRANIO

         Conoscete uno di loro, un certo Vincenzo?

 

PETRUCCIO

         Non lo conosco, ma ne ho sentito parlare,

         un mercante di incomparabile ricchezza.

 

TRANIO

         È mio padre, signore, e a dire il vero,

         d'aspetto vi assomiglia parecchio.

 

BIONDELLO

         [A parte.] Come una mela a un'ostrica, stessa cosa.

 

TRANIO

         Per salvarvi la vita in questo frangente,

         vi farò questo favore per amor suo,

         e non considerate vostra minor fortuna

         assomigliare tanto al signor Vincenzo.

         Assumerete il suo nome e il suo rango

         e alloggerete amichevolmente a casa mia.

         Badate di recitare la parte come si conviene.

         Voi mi capite, signore. Resterete così

         finché avrete sbrigato gli affari in città.

         Se è una cortesia, signore, accettatela.

 

PEDANTE

         Oh, signore, accetto, e vi terrò in eterno

         patrono della mia vita e della mia libertà.

 

TRANIO

         Allora venite con me ad attuare il piano.

         Questo, intanto, vi rendo noto; mio padre

         è atteso da un giorno all'altro a Padova

         per garantire una dote matrimoniale

         fra me e la figlia qui di un certo Battista.

         Di tutte queste circostanze vi darò conto.

         Venite con me, vi abbiglierò come si deve. Escono.

 

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Scena terza

 

Entrano Caterina e Grumio.

 

GRUMIO

         No, no, davvero, non ho il coraggio.

 

CATERINA

         Più mi maltratta, più mostra malvolere.

         Ma come, mi ha sposata per affamarmi?

         I mendicanti che alla porta di mio padre

         chiedono l'elemosina, la ricevono subito,

         o trovano altrove chi gli fa la carità.

         Ma io, che non ho mai saputo implorare,

         né ho mai avuto bisogno d'implorare,

         sono morta di fame, barcollo dal sonno,

         tenuta sveglia a improperi e nutrita di strilli.

         E quel che mi rode più di queste privazioni,

         è che lo fa spacciandolo per perfetto amore,

         come se a dormire o a mangiare incorressi

         in malattia mortale o morte immediata.

         Ti prego, va' a prendermi qualcosa da mangiare,

         non importa cosa, basta che sia roba sana.

 

GRUMIO

         Che ne direste di un piede di bue?

 

CATERINA

         Ottimo, ottimo. Ti prego, portamelo.

 

GRUMIO

         Ho paura che sia cibo che infiamma la bile.

         Che ne direste di trippa alla graticola?

 

CATERINA

         Mi piace, mi piace. Portamela, buon Grumio.

 

GRUMIO

         Non so, ho paura che infiammi la bile.

         Che ne direste del manzo con la senape?

 

CATERINA

         Un piatto che mangio proprio volentieri.

 

GRUMIO

         Sì, ma la senape riscalda un po' troppo.

 

CATERINA

         E allora il manzo, senza la senape.

 

GRUMIO

         No, così no. O prendete la senape

         o Grumio non vi darà neanche il manzo.

 

CATERINA

         Allora tutt'e due, o solo una, quel che vuoi.

 

GRUMIO

         Be', allora la senape senza manzo.

 

CATERINA

         Via, vattene, falso gaglioffo ingannatore, Lo picchia.

         che mi nutri di cibo solo a parole.

         Un canchero a te e a quelli come te,

         che esultano della mia disgrazia!

         Va', vattene, ti dico.

 

Entrano Petruccio e Ortensio con del cibo.

 

PETRUCCIO

         Come sta la mia Kate? Giù di corda, tesoro?

 

ORTENSIO

         Come va, signora?

 

CATERINA

                            A bocca asciutta, ecco.

 

PETRUCCIO

         Su con la vita, fammi buon viso.

         Ecco, guarda, amore, con quanta cura

         ti preparo io stesso da mangiare e te lo porto.

         Sono sicuro, dolce Kate, che questa cortesia

         merita un grazie. Come, neanche una parola?

         Ah, allora non ti piace, e tutto il mio daffare

         non è servito a nulla. To', porta via il piatto.

 

CATERINA

         No, vi prego, lasciatelo qui.

 

PETRUCCIO

         Il servizio più umile merita un grazie,

         e così il mio, prima che tu tocchi cibo.

 

CATERINA

         Vi ringrazio, signore.

 

ORTENSIO

         Signor Petruccio, vergogna! Siete da biasimare.

         Venite, signora Kate, vi terrò compagnia.

 

PETRUCCIO

         [A parte.] Mangialo tutto tu, Ortensio, se mi ami. -

         Buon pro ti faccia al tuo cuore gentile.

         Kate, sbrigati a mangiare. E ora, dolcezza mia,

         ce ne ritorneremo a casa di tuo padre

         a far festa agghindati come i migliori,

         con vesti e cappelli di seta, preziosi anelli,

         collari e polsini e gonne a sboffo e orpelli,

         scialli e ventagli e doppi cambi di crinolina,

         bracciali d'ambra, collane, e roba sopraffina.

         Allora, hai mangiato? Il sarto aspetta fuori,

         per agghindarti coi suoi splendidi tesori.

Entra il Sarto.

         Entra, sarto, vediamo questi ornamenti.

         Sciorina la veste.

Entra il Merciaio.

                            Tu che porti, messere?

 

MERCIAIO

         Ecco il cappello ordinato da Vossignoria.

 

PETRUCCIO

         Ma come, è stato modellato su una ciotola!

         Una terrina di velluto! Puah! È uno schifo.

         È una conchiglia, un guscio di noce, una burla,

         una baia, una bolla, una cuffia da neonato.

         Portalo via! Su, dammene uno più grande.

 

CATERINA

         Non lo voglio più grande. Questo è di moda,

         e le gentildonne portano cappelli così.

 

PETRUCCIO

         Quando sarai gentile, ne avrai uno anche tu,

         ma non prima.

 

ORTENSIO [A parte.]

                            Non sarà tanto presto.

 

CATERINA

         Ma signore, confido d'aver licenza di parlare,

         e parlerò. Non sono una bimba, una poppante.

         Gente meglio di voi m'ha lasciato dir la mia,

         e se voi non volete, tappatevi le orecchie.

         Sfogherò con la lingua l'ira che ho nel cuore,

         o soffocandola il mio cuore si spezzerà,

         ed io piuttosto che si spezzi darò sfogo,

         pieno sfogo alle parole, come voglio.

 

PETRUCCIO

         Sì, hai ragione, che schifo di cappello,

         una crostina, un nulla, una frittella di seta;

         che non ti piaccia fa crescere il mio amore.

 

CATERINA

         Amore o non amore, il cappello mi piace,

         e avrò quello, oppure nessun altro.

 

PETRUCCIO

         E la veste? Già. Su, sarto, faccela vedere.

[Esce il Merciaio.]

         O santo cielo! Che mascherata è questa?

         E questa, cos'è? Una manica? Ma è un cannoncino.

         Con gli spacchi su e giù come una torta di mele?

         E tagli, tagliuzzi, crepe, squarci e sbreghi,

         come un braciere bucherellato da un barbiere.

         Che nome del diavolo, sarto, dai a questo?

 

ORTENSIO [A parte.]

         Vedo che non avrà né cappello né veste.

 

SARTO

         Mi avete ordinato di fare un lavoro a puntino,

         secondo gli ultimi dettami della moda.

 

PETRUCCIO

         Sì, caspita. Ma se ti ricordi,

         non ti ho ordinato di sfigurarlo coi dettami.

         Va', vattene a casa saltando tutti i fossi,

         ché salterai il mio ordine, messere.

         Non lo voglio. Fila! Fanne quel che vuoi.

 

CATERINA

         Non ho mai visto una veste meglio tagliata,

         più elegante, più graziosa o più ammirevole.

         Forse volete far di me una pupattola.

 

PETRUCCIO

         Giusto, lui vuol far di te una pupattola.

 

SARTO

         Lei dice che Vossignoria vuol far di lei una pupattola.

 

PETRUCCIO

         O che mostruosa arroganza! Tu menti,

         gomitolo di filo, ditale, metro, tre quarti.

         mezzo metro, quarto di metro, due pollici,

         pulce, pidocchietto, grillo d'inverno, tu!

         Mi sfidi a casa mia con una matassa di refe?

         Vattene, straccetto, scampolo, sbrendolo,

         o ti misurerò io con il tuo metro,

         e in vita tua ci penserai prima di cianciare.

         Io ti dico che hai sfigurato quella veste.

 

SARTO

         Vossignoria si sbaglia; la veste è fatta

         proprio come il mio padrone ha specificato.

         Grumio ha dato l'ordine come andava fatta.

 

GRUMIO

Io non gli ho dato l'ordine, ma la stoffa.

 

SARTO

         Ma come avevate detto che andava fatta?

 

GRUMIO

Perbacco, signore, con ago e filo.

 

SARTO

         Ma non avevate richiesto di tagliarla?