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L’umorismo
prima edizione: 1908
seconda edizione aumentata: 1920
Saggio -
di Luigi de Bellis
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dal sito di
Biagio Carruba
da
IL SITO DELLA LETTERATURA
Pirandello scrisse L'umorismo
(in cui confluirono non poche
pagine dei suoi scritti
precedenti) per presentarlo come
titolo al concorso a ordinario
presso l'Istituto superiore di
Magistero femminile. Del saggio
uscirono tre anticipazioni:
Umorismo o Ironismo?, in «Il
Ventesimo» di Genova,
Dell'Umorismo, Questioni
preliminari, nella «Rivista di
Sociologia ed Arte, Scienze
Sociali ed Estetica» di Palermo,
L'ironia comica nella poesia
cavalleresca, nella «Nuova
Antologia».
La prima edizione riportava la
dedica «Alla buon'anima / di /
Mattia Pascal / bibliotecario»,
che evidenziava l'identità
d'ispirazione con quel romanzo:
sia per la quasi contemporaneità
(il nucleo più compatto e
l'immediato antecedente
dell'Umorismo è il saggio
Alberto Cantoni; del 1905), sia
per la continuità tra scrittura
saggistica e narrazione
romanzesca. La «seconda edizione
aumentata» del 1920, presentava
numerose aggiunte e correzioni,
la maggior parte delle quali
costituiva, esplicitamente o
meno, una risposta alla
stroncatura di Benedetto Croce
(su «La Critica»).
L'umorismo è composto da una
prima parte erudita e
storico-filologica, più legata
all'occasione concorsuale, e da
una seconda, più importante, di
natura «psicologica ed estetica»
(come Pirandello scriveva a Ugo
Ojetti), con inserti in un
registro "narrativo" che, via
via, si dilata sempre più.
Ciascuna delle due parti è
divisa in sei capitoli, numerati
e titolati nella prima, soltanto
numerati nella seconda, che ha
il titolo generale «Essenza,
caratteri e materia
dell'umorismo».
Il saggio si apre con la
discussione del significato del
termine «umorismo». Pirandello
ne respinge l'accezione comune
(qualcosa che fa ridere) e lo
contrappone all'ironia retorica:
la contraddizione solo verbale e
apparente in questa è, invece,
essenziale in quello. Nel
secondo e nel terzo capitolo
Pirandello smentisce che
l'umorismo sia un fenomeno
letterario moderno e, per lo
più, anglosassone, estraneo alla
tradizione dei popoli latini. Al
di là degli obiettivi polemici
espliciti, tra cui la pretesa
positivistica di collegare
l'umorismo alla race, al milieu
e al moment, la polemica investe
alcune tesi fondamentali
dell'Estetica di Hegel e un
articolo sull'umorismo scritto
da Croce nel 1903.
La confutazione dell'articolo
proseguiva in un passo, poi
soppresso, del quarto capitolo,
in cui Pirandello contestava a
Croce che la conoscenza
intuitiva, da lui posta a
fondamento del fatto estetico,
si limitasse al contenuto
psichico senza tradursi in
forma. Il problema della forme e
dello stile sono infatti al
centro del quarto capitolo, che
polemizza con la precettistica
retorica, con la forma intesa
come esteriorità. L'umorismo, al
contrario, «ha sopra tutto
bisogno d'intimità di stile».
Nel quinto capitolo l'autore
mette in campo la sua formazione
da filologo romanzo per negare
che la poesia cavalleresca sia
sorta come parodia dell'epica
medievale, confutando cioè - al
di là degli obiettivi dichiarati
- una tesi dell'Estetica
hegeliana ripresa da Francesco
De Sanctis nelle sue lezioni
zurighesi. Il capitolo culmina
nelle pagine dedicate a Don
Chisciotte (emblema, nelle
lettere giovanili di Pirandello,
del poeta nella società
moderna), che se per Hegel e De
Sanctis era una caricatura
frutto di un'ironia puramente
negativa, per Pirandello,
invece, «ha del tragico nella
sua comicità». Giunto in queste
pagine al problema centrale
della sua concezione (la
compresenza di opposti
sentimenti e modi di vedere),
Pirandello si affretta verso la
seconda parte «psicologica ed
estetica», nel cui secondo
capitolo egli riprende, non a
caso, l'esame del personaggio di
Cervantes.
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L'umorismo è la parziale
inibizione del riso di pura
superiorità nei confronti della
vittima del ridicolo, con cui ci
si immedesima: è un riso non più
«schietto e facile» ma amaro,
ambivalente, turbato e
complicato da un sentimento
opposto. All'origine di questo
passaggio dall'avvertimento
comico all'umoristico
«sentimento del contrario»,
Pirandello colloca «la
riflessione (che) non si
nasconde» e che, «da giudice»
del sentimento, «lo analizza,
spassionandosene; ne scompone
l'immagine». Tale riflessione
non va identificata con lo
spirito critico di una
riflessione meramente
intellettuale. Non è del tutto
chiaro cosa Pirandello
intendesse per «riflessione»
(come rilevava Croce), ma il
senso complessivo del suo
discorso è espresso
dall'immagine utilizzata in
proposito - nel terzo capitolo
della seconda parte - del
«critico fantastico», sinonimo
di umorista, e dall'affermazione
che quella «speciale attività
della riflessione» è «una specie
di proiezione della stessa
attività fantastica: nasce dal
fantasma, come l'ombra dal
corpo».
Nel capitolo successivo è
esaminata la «speciale
fisionomia psichica»
dell'umoristico uomo «fuori di
chiave», «a un tempo violino e
contrabbasso»: «sospeso,
perplesso, per tutta la vita»
tra il si e il no, egli è, con
tutta evidenza, il moderno
Amleto, indicato nel Fu Mattia
Pascal (capitolo XII) quale
emblema della tragedia moderna,
a fronte di quella antica i cui
eroi recitano la commedia come
marionette, «senza soffrir mai
vertigini o capogiri».
Nel penultimo capitolo,
esaminando la fondamentale
tematica della «scomposizione»
umoristica delle convenzioni
sociali, delle simulazioni
coscienti, ma altresì delle
finzioni psicologiche inconsce,
Pirandello esplicita quali siano
le «vertigini» di cui soffre
l'uomo umoristico. Nei «momenti
di piena» si manifesta « l'anima
istintiva, che è come la bestia
originaria acquattata in fondo a
ciascuno di noi»; mentre nei
«momenti di silenzio interiore»
- centro
emotivo-fantastico-intellettuale
del sistema letterario
pirandelliano, descritti in una
straordinaria pagina - si ha
l'epifania dell'inconscio in
quanto realtà «oltre i limiti»,
«fuori delle forme dell'umana
ragione». Chi affronta la
vertiginosa esperienza di
sporgersi sugli «abissi del
mistero», a rischio di
sprofondarvi, «di morire o
d'impazzire», capisce il giuoco
e non può più credere né dare
importanza alla «fantasmagoria
meccanica» della vita
quotidiana.
Alla base dello scettico
relativismo pirandelliano c'è
quindi un'esperienza dell'oltre
che è esperienza del nulla (per
il pensiero cosciente), ma
anche, contemporaneamente e in
inconciliabile contraddizione,
del Tutto (per il sentire
inconscio), come dimostra
un'altra straordinaria pagina
(ripresa dal capitolo XII del Fu
Mattia Pascal) in cui il
sentimento della vita è la
favilla prometea, spenta la
quale Pirandello si chiede se
«non rimarremo noi piuttosto
alla mercé dell'Essere».
Per tale situazione esistenziale
di contemporanea piccolezza e
grandezza dell'uomo, di
sospensione tra il nulla del suo
pensare e il Tutto del suo
sentire, Pirandello richiama
esplicitamente Il Copernico, una
delle Operette morali di Giacomo
Leopardi. Tale motivo
copernicano (presente anche nel
Fu Mattia Pascal) è la punta di
un iceberg di fonti e richiami
impliciti che si gioca in larga
parte tra Leopardi e la lettura
che ne dette De Sanctis.
L'umorismo rappresenta la chiave
di accesso di tutto il sistema
letterario pírandelliano. La
prima parte, pur maggiormente
legata all'occasione accademica,
è fondamentale per il suo
tentativo di saldare la poetica
pirandelliana, espressa nella
seconda parte, anzitutto a
un'interpretazione
storico-letteraria e critica, e
poi a un'estetica che è frutto
di un'epistemologia connessa a
un nuovo modello antropologico
(basato sulle antinomie, sulla
compresenza degli opposti).
Sviluppando il primo
collegamento, Pirandello
individuava una linea
misconosciuta della tradizione
letteraria, poi studiata da
Michail Bachtin. Svolgendo il
secondo, egli percorreva un
cammino parallelo a quello di
Henri Bergson e Sigmund Freud
(che, a inizio secolo, avevano
anch'essi dedicato studi, con
forti valenze estetiche ed
epistemologiche, al riso e al
comico) e anticipava la
bi-logica dell'epistemologia a
sfondo psicoanalitico di Ignacio
Matte Blanco.
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