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L’umorismo -
prima edizione: 1908 -
seconda edizione aumentata: 1920
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alla buon'anima di Mattia Pascal
Bibliotecario
Parte prima - I. La parola “Umorismo”
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Alessandro D’Ancona, in quel suo
notissimo studio su Cecco
Angiolieri da Siena
[1], dopo
aver notato quanto vi sia di
burlesco in questo nostro poeta
del sec. III, osserva: «Ma per
noi l’Angiolieri non è soltanto
un burlesco: bensì anche, e più
propriamente, un umorista. E qui
i camarlinghi della favella ci
faccian pure il viso dell’arme,
ma non pretendano di dire che in
italiano bisogna rassegnarsi a
non dir la cosa, perché non
abbiam la parola».
E, accortamente, in una nota a
piè di pagina
[2], soggiunge: «È
curioso però che il traduttore
francese di una dissertazione
tedesca sull’Humour, inserita
nel Recueil de pièces
intéressantes, concernant les
antiquités, les beaux-arts, les
belles-lettres et la philosophie,
traduites de différentes langues,
citando il Riedel, Theor. d.
Schönen Künste, 1. artic. Laune,
sostenga che sebbene gli
Inglesi, ed il Congreve in
particolare, rivendichino per sé
i vocaboli humour e humourist,
“il est néanmoins certain qu’ils
viennent de l’italien”».
E quindi il D’Ancona riprende:
«Del resto, poi, la nostra
lingua ha umore per fantasia,
capriccio, e umorista per
fantastico: e gli umori
dell’animo e del cervello ognun
sa che stanno in stretta
relazione con la poesia
umorista. E l’ Italia ebbe ai
suoi tempi le accademie degli
Umorosi a Bologna ed a Cortona e
degli Umoristi in Roma
[3] e
speriamo che i mali umori della
politica non le facciano mai
venir meno i begli umori nel
regno dell’arte».
La parola umore derivò a noi
naturalmente dal latino e col
senso materiale che essa aveva
di corpo fluido, liquore,
umidità o vapore, e col senso
anche di fantasia capriccio o
vigore. «Aliquantum habeo
humoris in corpore, neque dum
exarui ex amoenis rebus et
voluptariis» (Plauto). Qui humor
non ha evidentemente senso
materiale, perché sappiamo che,
fin dai tempi più antichi, ogni
umore nel corpo era ritenuto
segno o cagione di malattia.
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«Li uomini, - si legge in un
vecchio libro di mascalcìa, -
hanno quattro umori: cioè lo
sangue, la collera, la flemma e
la malinconia: e questi umori
sono cagione delle infermità
degli uomini. E in Brunetto
Latini: «Malinconia è un umore,
che molti chiamano collera nera,
ed è fredda, e secca, ed ha il
suo sedio nello spino» - com’è
in somma nel latino di Cicerone
e di Plinio. Sant’Agostino poi
in un suo sermone ci fa sapere
che «i porri accendono la
collera, i cavoli generano
malinconia»
[4].
Sarà bene, trattando
dell’umorismo, tener presente
anche quest’altro significato di
malattia della parola umore, e
che malinconia, prima di
significare quella delicata
affezione o passion d’animo che
intendiamo noi, abbia avuto in
origine il senso di bile o fiele
e sia stata per gli antichi un
umore nel significato materiale
della parola.
Vedremo appresso la relazione
che le due parole umore e
malinconia avranno tra loro
assumendo un senso spirituale.
Diciamo intanto che tal
relazione, se non mancò affatto
nello spirito della nostra
lingua, certo non vi apparve
chiaramente. Da noi, infatti, la
parola umore o serba il
significato materiale, tanto che
un proverbio toscano può dire:
«Chi ha umore non ha sapore»
(alludendo alle frutta acquose);
o, se assume un significato
spirituale, esprime sì
inclinazione, natura,
disposizione o stato passeggero
d’animo o anche fantasia,
pensiero, capriccio, ma senza
una qualità determinata; tanto
vero che dobbiamo dire umor
tristo o gajo, o tetro, buono o
cattivo o bell’umore, ecc.
In somma, la parola italiana
umore non è la inglese humour.
Questa, come dice il Tommaseo,
racchiude e contempera le nostre
espressioni bell’umore,
buonumore, e malumore. C’entrano
un po’, dunque, i cavoli di
Sant’Agostino.
Discutiamo adesso su la parola,
non su la cosa: è bene
avvertirlo, perché non vorremmo
si credesse che a noi manchi
veramente la cosa per il solo
fatto che la parola nostra non
riuscì idealmente a serbare e a
contemperare in sé ciò che già
materialmente includeva.
Vedremo che tutto, in fondo, si
riduce a un bisogno di più
chiara distinzione che sentiamo
noi, perché, o bello o buono o
tetro o gajo, umore è sempre, e
non è diverso dall’inglese
nell’essenza, ma nelle
modificazioni che naturalmente
vi imprimono la lingua diversa e
la varia natura degli scrittori.
Del resto, non si creda che la
parola inglese humour e il suo
derivato umorismo siano di così
facile comprensione.
Il D’Ancona stesso, in quel suo
saggio su l’Angiolieri, su cui
più tardi dovremo ritornare,
confessa: «S’io dovessi dare una
definizione dell’umorismo sarei
davvero molto impacciato». Ed ha
ragione. Tutti dicono così.
Piuttosto no ’l comprendo, che
te ’l dica.
Di tutte quelle tentate nei
secoli XVIII e XIX parla, in un
suo studio già citato, il
Baldensperger, per concludere, a
modo del Croce, che: «il n ’y a
pas d’humour, il n ’y a que des
humouristes», come se per poter
dire o riconoscere che questo o
quello scrittore è un umorista,
non si dovesse avere un qualche
concetto dell’umorismo, e
bastasse sostenere, come fa il
Cazamian, citato dallo stesso
Baldensperger, che l’umorismo
sfugge alla scienza, perché gli
elementi caratteristici e
costanti di esso sono in piccolo
numero e sopra tutto negativi,
laddove gli elementi variabili
sono in numero indeterminato.
Sì. Anche l’Addison stimava più
facile dire ciò che l’humour non
è, che dire ciò che è. E tutte
le fatiche che si son fatte per
definirlo ricordano veramente
quelle speciosissime che si
fecero nel secolo XVII per
definir l’ingegno (oh, il
Cannocchiale aristotelico di
Emmanuele Tesauro!) e il gusto o
buon gusto e quell’ineffabile
non so che, per cui il Bouhours
scriveva: «Les Italiens, qui
font mystère de tout, emploient
en toutes rencontres leur non so
che: on ne voit rien de plus
commun dans leurs poetes».
Gl’Italiani «qui font mystère de
tout». Ma andate a domandare ai
Francesi che cosa intendono per
esprit.
Quanto all’umorismo, «certo è, -
seguita il D’Ancona, - che la
definizione non è facile, perché
l’umorismo ha infinite varietà,
secondo le nazioni, i tempi,
gl’ingegni, e quel di Rabelais e
di Merlin Coccajo non è una cosa
coll’umorismo dello Sterne,
dello Swift o di Gian Paolo, e
la vena umoristica dell’Heine e
del Musset non è di egual
sapore. Non vi ha poi forse
alcun altro genere nel quale
sia, o dovrebbe esser più sottil
differenza dalla forma prosaica
alla poetica, per quanto ciò non
venga sempre avvertito dai
lettori, e neanche dagli
scrittori. Ma di ciò e delle
ragioni di queste differenze, e
delle varietà fra l’umore e la
satira e l’epigramma e la
facezia e la parodia e il comico
d’ogni foggia e qualità, e se,
come vuole il Richter, alcuni
umoristi sieno semplicemente
lunatici, non è qui il luogo di
discutere. Certo è questo, che
un fondo comune vi è in tutti
coloro che la voce pubblica
raccoglie sotto la stessa
denominazione di umoristi».
Inizio pagina
L’osservazione in fondo è
giusta; ma - piano con la voce
pubblica! - vorremmo dire al
D’Ancona. «Dopo la parola
romanticismo, la parola più
abusata e sbagliata in Italia
(in Italia soltanto?) è quella
di umorismo. Se fossero
realmente umoristi gli
scrittori, i libri, i giornali
battezzati con questo nome, noi
non avremmo nulla da invidiare
alla patria di Sterne e di
Thackeray o a quella di Gian
Paolo e di Heine. Non si
potrebbe uscir di casa senza
incontrar per la strada due o
tre Cervantes e una mezza
dozzina di Dickens... Vogliamo
solo notare fin da principio che
vi è una babilonica confusione
nell’interpretazione della voce
umorismo. Per il gran numero,
scrittore umoristico è lo
scrittore che fa ridere: il
comico, il burlesco, il
satirico, il grottesco, il
triviale: - la caricatura, la
farsa, l’epigramma, il calembour
si battezzano per umorismo: come
da un pezzo si costuma di
chiamare romantico tutto ciò che
vi è di più arcadico e
sentimentale, di più falso e
barocco. Si confonde Paul de
Kock con Dickens, e il visconte
d’Arlincourt con Victor Hugo».
Questo notava Enrico Nencioni,
già fin dal 1884, in un articolo
su la Nuova Antologia intitolato
appunto L’Umorismo e gli
Umoristi, che fece molto rumore.
Non si può dir veramente che la
voce pubblica, in tutto questo
lasso di tempo, si sia
ricreduta. Anche oggi, per il
gran numero, scrittore
umoristico è lo scrittore che fa
ridere. Ma, ripeto, perché in
Italia soltanto? Da per tutto!
Il volgo non può intendere i
segreti contrasti, le sottili
finezze del vero umorismo. Si
confondono anche altrove la
caricatura, la farsa bislacca,
il grottesco con l’umorismo; si
confondono anche là dove al
Nencioni sembrava (e non a lui
soltanto) che l’umorismo stesse
di casa: non ha forse nome
d’umorista Mark Twain, i cui
racconti sono, secondo la sua
stessa definizione, «una
collezione di eccellenti cose,
prodigiosamente divertenti, che
strappano il riso anche dai
volti più ingrugniti?».
Il giornalismo, un certo
giornalismo si è impadronito
della parola, l’ha adottata e,
sforzandosi di far ridere più o
meno sguajatamente a ogni costo,
l’ha divulgata in questo falso
senso.
Cosicché ogni vero umorista
prova oggi ritegno, anzi sdegno
a qualificarsi per tale. -
Umorista, si, ma... non
confondiamo, - si sente il
bisogno d’avvertire: - umorista
nel vero senso della parola.
Come dire:
- Badate ch’io non mi propongo
di farvi ridere facendo
sgambettar le parole.
E più d’uno, per non passar da
buffone, per non esser confuso
coi centomila umoristi da
strapazzo, ha voluto buttar via
la parola sciupata, abbandonarla
al volgo, e adottarne un’altra:
ironismo, ironista.
Come da umore, umorismo; da
ironia, ironismo.
Ma ironia, in che senso?
Bisognerà distinguere, anche
qui. Perché c’è un modo retorico
e un altro filosofico
d’intendere l’ironia.
L’ironia, come figura retorica,
racchiude in sé un infingimento
che è assolutamente contrario
alla natura dello schietto
umorismo. Implica sì, questa
figura retorica, una
contradizione, ma fittizia, tra
quel che si dice e quel che si
vuole sia inteso. La
contradizione dell’umorismo non
è mai, invece, fittizia ma
essenziale, come vedremo, e di
ben altra natura.
Quando Dante aggrava la
riprensione eccettuando dal
numero dei ripresi chi è più
riprensibile, come per la
brigata dei prodighi matti,
allor che esclama: ...Or fu
giammai - Gente sì vana? e un
dannato risponde: - Tranne lo
Stricca... E tranne la brigata,
oppure là dove dice:
Ogni uom v’è barattier fuor che
Bonturo;
o quando rammenta il bene per
esacerbare il sentimento del
male, come fanno i diavoli al
barattier lucchese:
...Qui non ha luogo il Santo
Volto:
Qui si nuota altrimenti che nel
Serchio;
o quando a chi parla fa
rammentare i proprii vantaggi
nell’usarli aspramente, come fa
quell’altro diavolo che toglie a
S. Francesco l’anima d’un reo,
argomentando teologicamente su
la penitenza, per modo che
quell’anima presa da lui si
sente dire:
Forse
Tu non pensavi ch’io loico
fossi;
o quando esclama:
Godi, Firenze, poiché se’ si
grande;
oppure:
Fiorenza mia, ben puoi esser
contenta
Di questa digression che non ti
tocca
...
Or ti fa lieta, ché tu hai ben
onde;
Tu ricca, tu con pace, e tu con
senno...
dà mirabili esempii di ironia
nel senso retorico della parola:
ma né qui, né in altro punto,
del resto, della Comedia, non è
traccia d’umorismo.
Inizio pagina
Un altro senso, dicevamo, e
questo filosofico, fu dato alla
parola ironia in Germania. Lo
dedussero Federico Schlegel e
Ludovico Tieck direttamente
dall’idealismo soggettivo del
Fichte; ma deriva in fondo da
tutto il movimento idealistico e
romantico tedesco post-kantiano.
L’Io, sola realtà vera, spiegava
Hegel, può sorridere della vana
parvenza dell’universo: come la
pone, può anche annullarla; può
non prender sul serio le proprie
creazioni. Onde l’ironia: cioè
quella forza - secondo il Tieck
- che permette al poeta di
dominar la materia che tratta;
materia che si riduce per essa -
secondo Federico Schlegel - a
una perpetua parodia, a una
farsa trascendentale.
Trascendentale più d’un po’,
osserveremo noi, questa
concezione dell’ironia: né, del
resto, se consideriamo per poco
donde ci viene, poteva essere
altrimenti. Tuttavia essa ha, o
può avere, almeno in un certo
senso, qualche parentela col
vero umorismo, più stretta
certamente che non l’ironia
retorica, da cui, in fondo, tira
tira, si potrebbe veder
derivare. Qui, nell’ironia
retorica, non bisogna prender
sul serio quel che si dice; lì,
nella romantica, si può non
prender sul serio quel che si
fa. L’ironia retorica sarebbe,
rispetto alla romantica, come
quella famosa rana della favola,
la quale, trasportata nel
macchinoso mondo dell’idealismo
metafisico tedesco e
abbottandosi qua più di vento
che d’acqua, fosse riuscita ad
assumere le invidiate
proporzioni del bue.
L’infingimento, quella tal
contradizione fittizia, di cui
parla la retorica, è diventata
qua, a furia di gonfiarsi, la
vana parvenza dell’universo. Ora
ecco: se l’umorismo consistesse
tutto nella puntura di spillo
che svescia quella rana
abbottata, ironia e umorismo
sarebbero press’a poco la stessa
cosa. Ma l’umorismo, come
vedremo, non è tutto in questa
puntura di spillo.
Al solito, Federico Schlegel non
fece altro qui che esagerare
idee e teorie altrui: oltre
all’idealismo soggettivo del
Fichte la famosa teoria del
giuoco esposta dallo Schiller
nelle 27 lettere Ueber die
aesthetische Erziehung des
Menschen.
Il Fichte aveva voluto, in
fondo, compire la dottrina
kantiana del dovere: dicendo che
l’universo è creato dallo
spirito, dall’«Io», che è anche
divinità, l’anima dell’essenza
del mondo, che genera tutto ed è
impersonale, che è volontà
infaticabile, la quale racchiude
in sé ragione, libertà,
moralità; aveva voluto
dimostrare il dovere dei singoli
uomini di sottomettersi al
volere della totalità e di
tendere al culmine dell’armonia
morale.
Ora, quest’«Io» del Fichte
diventò l’«io» individuale, il
piccolo «io» strambo del signor
Federico Schlegel, che con un
cannellino e un po’ d’acqua
saponata si mise allegramente a
gonfiar bolle di sapone: vane
parvenze d’universo, mondi; e a
soffiarci su. E questo era il
giuoco. Povero Schiller! Non
poteva esser falsato in modo più
indegno il suo Spieltrieb. Ma il
signor Federico Schlegel prese
alla lettera le parole: «des
Mensch soll mit der Schonheit
nur spielen, und er soll nur mit
der Schonheit spielen. Denn, um
es endlich auf einmal
herauszusagen, der Mensch spielt
nur, wo er in voller Bedeutung
des Worts Mensch ist, und er ist
nur da ganz Mensch, wo er spielt»
[5], e disse che per il poeta
l’ironia consiste nel non
fondersi mai del tutto con
l’opera propria, nel non
perdere, neppure nel momento del
patetico, la coscienza della
irrealtà delle sue creazioni,
nel non essere lo zimbello dei
fantasmi da lui stesso evocati,
nel sorridere del lettore che si
lascerà prendere al giuoco e
anche di sé stesso che la
propria vita consacra a giocare
[6].
Intesa in questo senso l’ironia,
ognun vede come a torto essa
venga attribuita a certi
scrittori, come ad esempio, al
nostro Manzoni che della realtà
oggettiva, della verità storica
si fece una vera e propria
fissazione, fino a condannare il
suo stesso capolavoro. Né
d’altra parte si può attribuire
al Manzoni quell’altra ironia,
la retorica, giacché nessuna
contradizione fittizia si trova
mai in lui tra quel che dice e
quel che vuole sia inteso,
contradizione frutto, di sdegno.
Il Manzoni non si sdegna mai
della realtà in contrasto col
suo ideale: per compassione
transige qua e là e spesso
indulge, rappresentando ogni
volta minutamente, in forma
viva, le ragioni del suo
transigere e del suo indulgere:
il che, come vedremo, è proprio
dell’umorismo.
La sostituzione di ironismo,
ironista a umorismo, umorista
non sarebbe quindi legittima.
Dall’ironia, anche quando sia
usata a fin di bene, non si sa
disgiungere l’idea di un che di
beffardo e di mordace. Ora,
beffardi e mordaci possono
essere anche scrittori
indubbiamente umoristici, ma il
loro umorismo non consisterà già
in questa beffa mordace.
È pur vero però che a una parola
si può per comune accordo
alterare il significato. Tante
parole che noi adoperiamo adesso
in un senso, ne avevano un altro
in antico. E se alla parola
umorismo, come abbiamo veduto,
s’è già veramente alterato il
senso, non ci sarebbe in fondo
nulla di male se - per
determinare, per significare
senza equivoco la cosa - venisse
adoperata un’altra parola.
NOTE
[1]
- In Studi di Critica e
Storia Letteraria (Bologna,
Zanichelli ed., 1880).
[2]
- P. 179.
[3] - Anche a Napoli (Arch. stor.
p.le prov. nap. v. 608). E
perché non citare anche quella
degli Umidi di Firenze di cui il
Lasca disse (Lett. a Mes.
Lorenzo Scala, premessa al primo
libro delle opere burlesche, ed.
Bern. Giunta 1548): «la quale
(Accademia degli Umidi)
principalmente fa professione,
essendovi tutte persone dentro
allegre e spensierate, dello
stil burlesco, giocondo, lieto,
amorevole e, per dir così, buon
compagno»? Si vedano, per altro,
a proposito della parole umore e
umorismo, il Baldensperger («Les
définitions de l’humour», in
Études d’histoire littéraire,
Paris, Hachette,1907) e lo
Spingarn nell’introduzione del
primo volume della sua raccolta
Critical Essays ol the
Seventeenth Century, Oxford,
Clarendon Press, 1908, non che
ciò che ne dice il Croce in
Critica, vol. vii, pp. 219-20.
[4] - Cecco Angiolieri in uno
dei suoi sonetti, parlando della
madre che gli vuol male dopo
avere enumerato alcuni cibi
dannosi ch’ella gli consiglia,
dice:
E se di questo non avessi voglia
e stessi quasimente su la colla
e molto mi loda porri con la
foglia
[5] - Lettera xv. [«l’uomo deve
soltanto giocare con la
bellezza, e deve soltanto con la
bellezza giocare. Giacché, per
dirla una volta per tutte in
maniera definitiva, l’uomo gioca
solo in quando è uomo nella più
completa accezione della parola,
e soltanto quando gioca è
uomo»].
[6]
- Vedi Victor Basch, La
poétique de F. Schiller (Paris,
Alcan, 1902).
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