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Giunto in
queste pagine al problema centrale della sua concezione (la compresenza di
opposti sentimenti e modi di vedere), Pirandello si affretta verso la seconda
parte «psicologica ed estetica», nel cui secondo capitolo egli riprende, non a
caso, l'esame del personaggio di Cervantes. L'umorismo è la parziale inibizione
del riso di pura superiorità nei confronti della vittima del ridicolo, con cui
ci si immedesima: è un riso non più «schietto e facile» ma amaro, ambivalente,
turbato e complicato da un sentimento opposto. All'origine di questo passaggio
dall'avvertimento comico all'umoristico «sentimento del contrario», Pirandello
colloca «la riflessione (che) non si nasconde» e che, «da giudice» del
sentimento, «lo analizza, spassionandosene; ne scompone l'immagine». Tale
riflessione non va identificata con lo spirito critico di una riflessione
meramente intellettuale. Non è del tutto chiaro cosa Pirandello intendesse per
«riflessione» (come rilevava Croce), ma il senso complessivo del suo discorso è
espresso dall'immagine utilizzata in proposito - nel terzo capitolo della
seconda parte - del «critico fantastico», sinonimo di umorista, e
dall'affermazione che quella «speciale attività della riflessione» è «una specie
di proiezione della stessa attività fantastica: nasce dal fantasma, come l'ombra
dal corpo».
Nel capitolo successivo è esaminata la «speciale fisionomia psichica»
dell'umoristico uomo «fuori di chiave», «a un tempo violino e contrabbasso»:
«sospeso, perplesso, per tutta la vita» tra il si e il no, egli è, con tutta
evidenza, il moderno Amleto, indicato nel Fu Mattia Pascal (capitolo XII) quale
emblema della tragedia moderna, a fronte di quella antica i cui eroi recitano la
commedia come marionette, «senza soffrir mai vertigini o capogiri».
Nel penultimo capitolo, esaminando la fondamentale tematica della
«scomposizione» umoristica delle convenzioni sociali, delle simulazioni
coscienti, ma altresì delle finzioni psicologiche inconsce, Pirandello esplicita
quali siano le «vertigini» di cui soffre l'uomo umoristico. Nei «momenti di
piena» si manifesta « l'anima istintiva, che è come la bestia originaria
acquattata in fondo a ciascuno di noi»; mentre nei «momenti di silenzio
interiore» - centro emotivo-fantastico-intellettuale del sistema letterario
pirandelliano, descritti in una straordinaria pagina - si ha l'epifania
dell'inconscio in quanto realtà «oltre i limiti», «fuori delle forme dell'umana
ragione». Chi affronta la vertiginosa esperienza di sporgersi sugli «abissi del
mistero», a rischio di sprofondarvi, «di morire o d'impazzire», capisce il
giuoco e non può più credere né dare importanza alla «fantasmagoria meccanica»
della vita quotidiana.
Alla base dello scettico relativismo pirandelliano c'è quindi un'esperienza
dell'oltre che è esperienza del nulla (per il pensiero cosciente), ma anche,
contemporaneamente e in inconciliabile contraddizione, del Tutto (per il sentire
inconscio), come dimostra un'altra straordinaria pagina (ripresa dal capitolo
XII del Fu Mattia Pascal) in cui il sentimento della vita è la favilla prometea,
spenta la quale Pirandello si chiede se «non rimarremo noi piuttosto alla mercé
dell'Essere».
Per tale situazione esistenziale di contemporanea piccolezza e grandezza
dell'uomo, di sospensione tra il nulla del suo pensare e il Tutto del suo
sentire, Pirandello richiama esplicitamente Il Copernico, una delle Operette
morali di Giacomo Leopardi. Tale motivo copernicano (presente anche nel Fu
Mattia Pascal) è la punta di un iceberg di fonti e richiami impliciti che si
gioca in larga parte tra Leopardi e la lettura che ne dette De Sanctis.
L'umorismo rappresenta la chiave di accesso di tutto il sistema letterario
pírandelliano. La prima parte, pur maggiormente legata all'occasione accademica,
è fondamentale per il suo tentativo di saldare la poetica pirandelliana,
espressa nella seconda parte, anzitutto a un'interpretazione storico-letteraria
e critica, e poi a un'estetica che è frutto di un'epistemologia connessa a un
nuovo modello antropologico (basato sulle antinomie, sulla compresenza degli
opposti). Sviluppando il primo collegamento, Pirandello individuava una linea
misconosciuta della tradizione letteraria, poi studiata da Michail Bachtin.
Svolgendo il secondo, egli percorreva un cammino parallelo a quello di Henri
Bergson e Sigmund Freud (che, a inizio secolo, avevano anch'essi dedicato studi,
con forti valenze estetiche ed epistemologiche, al riso e al comico) e
anticipava la bi-logica dell'epistemologia a sfondo psicoanalitico di Ignacio
Matte Blanco.
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Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908 Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
I. La parola “Umorismo”
da
Biblioteca
dei Classici Italiani
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alla buon'anima
di
MATTIA PASCAL
Bibliotecario |
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Alessandro D’Ancona, in quel suo notissimo studio su
Cecco Angiolieri da Siena
, dopo aver
notato quanto vi sia di burlesco in questo nostro poeta del sec. III,
osserva: «Ma per noi l’Angiolieri non è soltanto un burlesco: bensì
anche, e più propriamente, un umorista. E qui i camarlinghi della
favella ci faccian pure il viso dell’arme, ma non pretendano di dire
che in italiano bisogna rassegnarsi a non dir la cosa, perché non
abbiam la parola». |
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[1] - In Studi di Critica e Storia Letteraria (Bologna,
Zanichelli ed., 1880).
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E, accortamente, in una nota a piè di pagina
[2], , soggiunge: |
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«È curioso però che il traduttore
francese di una dissertazione tedesca sull’Humour, inserita nel
Recueil de pièces intéressantes, concernant les antiquités, les beaux-arts, les
belles-lettres et la philosophie, traduites de différentes langues, citando
il Riedel, Theor. d. Schönen Künste, 1. artic. Laune, sostenga che
sebbene gli Inglesi, ed il Congreve in particolare, rivendichino per sé i
vocaboli humour e humourist, “il est néanmoins certain qu’ils
viennent de l’italien”».
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E quindi il D’Ancona
riprende: «Del resto, poi, la nostra lingua ha umore per fantasia,
capriccio, e umorista per fantastico: e gli umori
dell’animo e del cervello ognun sa che stanno in stretta relazione con
la poesia umorista. E l’ Italia ebbe ai suoi tempi le accademie
degli Umorosi a Bologna ed a Cortona e degli Umoristi in
Roma
[3] e speriamo che i
mali umori della politica non le facciano mai venir meno i begli umori
nel regno dell’arte».
La parola umore derivò a noi naturalmente dal latino e col senso
materiale che essa aveva di corpo fluido, liquore, umidità o vapore, e
col senso anche di fantasia capriccio o vigore. «Aliquantum
habeo humoris in corpore, neque dum exarui ex amoenis rebus et
voluptariis» (Plauto). Qui humor non ha evidentemente
senso materiale, perché sappiamo che, fin dai tempi più antichi, ogni
umore nel corpo era ritenuto segno o cagione di malattia.
«Li uomini, - si legge in un vecchio libro di mascalcìa, - hanno quattro
umori: cioè lo sangue, la collera, la flemma e la malinconia: e questi
umori sono cagione delle infermità degli uomini. E in Brunetto Latini:
«Malinconia è un umore, che molti chiamano collera nera, ed è fredda, e
secca, ed ha il suo sedio nello spino» - com’è in somma nel latino di
Cicerone e di Plinio. Sant’Agostino poi in un suo sermone ci fa sapere
che «i porri accendono la collera, i cavoli generano malinconia»
[4].
Sarà
bene, trattando dell’umorismo, tener presente anche quest’altro
significato di malattia della parola umore, e che malinconia,
prima di significare quella delicata affezione o passion d’animo che
intendiamo noi, abbia avuto in origine il senso di bile o fiele e sia
stata per gli antichi un umore nel significato materiale della parola.
Vedremo appresso la relazione che le due parole umore e
malinconia avranno tra loro assumendo un senso spirituale.
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[3] - Anche a Napoli (Arch. stor. p.le prov. nap. v. 608). E perché
non citare anche quella degli Umidi di Firenze di cui il Lasca disse (Lett. a
Mes. Lorenzo Scala, premessa al primo libro delle opere burlesche, ed. Bern.
Giunta 1548): «la quale (Accademia degli Umidi) principalmente fa
professione, essendovi tutte persone dentro allegre e spensierate, dello stil
burlesco, giocondo, lieto, amorevole e, per dir così, buon compagno»? Si
vedano, per altro, a proposito della parole umore e umorismo, il
Baldensperger («Les définitions de l’humour», in Études d’histoire littéraire,
Paris, Hachette,1907) e lo Spingarn nell’introduzione del primo volume della sua
raccolta Critical Essays ol the Seventeenth Century, Oxford, Clarendon
Press, 1908, non che ciò che ne dice il Croce in Critica, vol. vii, pp.
219-20..
[4] - Cecco Angiolieri in uno dei suoi sonetti, parlando della madre
che gli vuol male dopo avere enumerato alcuni cibi dannosi ch’ella gli
consiglia, dice:
E se di questo non avessi voglia
e stessi quasimente su la colla
e molto mi loda porri con la foglia
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Diciamo
intanto che tal relazione, se non mancò affatto nello spirito della nostra
lingua, certo non vi apparve chiaramente. Da noi, infatti, la parola umore o
serba il significato materiale, tanto che un proverbio toscano può dire: «Chi ha
umore non ha sapore» (alludendo alle frutta acquose); o, se assume un
significato spirituale, esprime sì inclinazione, natura, disposizione o stato
passeggero d’animo o anche fantasia, pensiero, capriccio, ma senza una qualità
determinata; tanto vero che dobbiamo dire umor tristo o gajo, o
tetro, buono o cattivo o bell’umore, ecc.
In somma, la
parola italiana umore non è la inglese humour. Questa, come dice
il Tommaseo, racchiude e contempera le nostre espressioni bell’umore,
buonumore, e malumore. C’entrano un po’, dunque, i cavoli di
Sant’Agostino.
Discutiamo
adesso su la parola, non su la cosa: è bene avvertirlo, perché non vorremmo si
credesse che a noi manchi veramente la cosa per il solo fatto che la parola
nostra non riuscì idealmente a serbare e a contemperare in sé ciò che già
materialmente includeva.
Vedremo che
tutto, in fondo, si riduce a un bisogno di più chiara distinzione che sentiamo
noi, perché, o bello o buono o tetro o gajo, umore è
sempre, e non è diverso dall’inglese nell’essenza, ma nelle modificazioni che
naturalmente vi imprimono la lingua diversa e la varia natura degli scrittori.
Del resto,
non si creda che la parola inglese humour e il suo derivato umorismo
siano di così facile comprensione.
Il D’Ancona
stesso, in quel suo saggio su l’Angiolieri, su cui più tardi dovremo ritornare,
confessa: «S’io dovessi dare una definizione dell’umorismo sarei davvero
molto impacciato». Ed ha ragione. Tutti dicono così.
Piuttosto no ’l comprendo, che te ’l dica.
Di tutte
quelle tentate nei secoli XVIII e XIX parla, in un suo studio già citato, il
Baldensperger, per concludere, a modo del Croce, che: «il n ’y a pas
d’humour, il n ’y a que des humouristes», come se per poter dire o
riconoscere che questo o quello scrittore è un umorista, non si dovesse avere un
qualche concetto dell’umorismo, e bastasse sostenere, come fa il Cazamian,
citato dallo stesso Baldensperger, che l’umorismo sfugge alla scienza, perché
gli elementi caratteristici e costanti di esso sono in piccolo numero e sopra
tutto negativi, laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato. Sì.
Anche l’Addison stimava più facile dire ciò che l’humour non è, che dire
ciò che è. E tutte le fatiche che si son fatte per definirlo ricordano veramente
quelle speciosissime che si fecero nel secolo XVII per definir l’ingegno
(oh, il Cannocchiale aristotelico di Emmanuele Tesauro!) e il gusto
o buon gusto e quell’ineffabile non so che, per cui il Bouhours
scriveva: «Les Italiens, qui font mystère de tout, emploient en toutes
rencontres leur non so che: on ne voit rien de plus commun dans leurs
poetes». >Gl’Italiani «qui font mystère de tout». Ma
andate a domandare ai Francesi che cosa intendono per esprit.
Quanto
all’umorismo, «certo è, - seguita il D’Ancona, - che la definizione non è
facile, perché l’umorismo ha infinite varietà, secondo le nazioni, i tempi,
gl’ingegni, e quel di Rabelais e di Merlin Coccajo non è una cosa coll’umorismo
dello Sterne, dello Swift o di Gian Paolo, e la vena umoristica dell’Heine e del
Musset non è di egual sapore. Non vi ha poi forse alcun altro genere nel quale
sia, o dovrebbe esser più sottil differenza dalla forma prosaica alla poetica,
per quanto ciò non venga sempre avvertito dai lettori, e neanche dagli
scrittori. Ma di ciò e delle ragioni di queste differenze, e delle varietà fra
l’umore e la satira e l’epigramma e la facezia e la parodia e il comico
d’ogni foggia e qualità, e se, come vuole il Richter, alcuni umoristi
sieno semplicemente lunatici, non è qui il luogo di discutere. Certo è
questo, che un fondo comune vi è in tutti coloro che la voce pubblica raccoglie
sotto la stessa denominazione di umoristi».
L’osservazione in fondo è giusta; ma - piano con la voce pubblica! - vorremmo
dire al D’Ancona. «Dopo la parola romanticismo, la parola più abusata e
sbagliata in Italia (in Italia soltanto?) è quella di umorismo. Se
fossero realmente umoristi gli scrittori, i libri, i giornali battezzati con
questo nome, noi non avremmo nulla da invidiare alla patria di Sterne e di
Thackeray o a quella di Gian Paolo e di Heine. Non si potrebbe uscir di casa
senza incontrar per la strada due o tre Cervantes e una mezza dozzina di
Dickens... Vogliamo solo notare fin da principio che vi è una babilonica
confusione nell’interpretazione della voce umorismo. Per il gran numero,
scrittore umoristico è lo scrittore che fa ridere: il comico, il burlesco, il
satirico, il grottesco, il triviale: - la caricatura, la farsa, l’epigramma, il
calembour si battezzano per umorismo: come da un pezzo si costuma di
chiamare romantico tutto ciò che vi è di più arcadico e sentimentale, di più
falso e barocco. Si confonde Paul de Kock con Dickens, e il visconte d’Arlincourt
con Victor Hugo».
Questo notava
Enrico Nencioni, già fin dal 1884, in un articolo su la Nuova Antologia
intitolato appunto L’Umorismo e gli Umoristi, che fece molto rumore.
Non si può
dir veramente che la voce pubblica, in tutto questo lasso di tempo, si
sia ricreduta. Anche oggi, per il gran numero, scrittore umoristico è lo
scrittore che fa ridere. Ma, ripeto, perché in Italia soltanto? Da per tutto! Il
volgo non può intendere i segreti contrasti, le sottili finezze del vero
umorismo. Si confondono anche altrove la caricatura, la farsa bislacca, il
grottesco con l’umorismo; si confondono anche là dove al Nencioni sembrava (e
non a lui soltanto) che l’umorismo stesse di casa: non ha forse nome d’umorista
Mark Twain, i cui racconti sono, secondo la sua stessa definizione, «una
collezione di eccellenti cose, prodigiosamente divertenti, che strappano il riso
anche dai volti più ingrugniti?».
Il
giornalismo, un certo giornalismo si è impadronito della parola, l’ha adottata
e, sforzandosi di far ridere più o meno sguajatamente a ogni costo, l’ha
divulgata in questo falso senso.
Cosicché ogni
vero umorista prova oggi ritegno, anzi sdegno a qualificarsi per tale. -
Umorista, si, ma... non confondiamo, - si sente il bisogno d’avvertire: -
umorista nel vero senso della parola.
Come dire:
- Badate
ch’io non mi propongo di farvi ridere facendo sgambettar le parole.
E più d’uno,
per non passar da buffone, per non esser confuso coi centomila umoristi da
strapazzo, ha voluto buttar via la parola sciupata, abbandonarla al volgo, e
adottarne un’altra: ironismo, ironista.
Come da
umore, umorismo; da ironia, ironismo.
Ma ironia, in
che senso? Bisognerà distinguere, anche qui. Perché c’è un modo retorico e un
altro filosofico d’intendere l’ironia.
L’ironia,
come figura retorica, racchiude in sé un infingimento che è assolutamente
contrario alla natura dello schietto umorismo. Implica sì, questa figura
retorica, una contradizione, ma fittizia, tra quel che si dice e quel che si
vuole sia inteso. La contradizione dell’umorismo non è mai, invece, fittizia ma
essenziale, come vedremo, e di ben altra natura.
Quando Dante
aggrava la riprensione eccettuando dal numero dei ripresi chi è più
riprensibile, come per la brigata dei prodighi matti, allor che esclama: ...Or
fu giammai - Gente sì vana? e un dannato risponde: - Tranne lo
Stricca... E tranne la brigata, oppure là dove dice:
Ogni uom v’è barattier fuor che Bonturo;
o quando rammenta il
bene per esacerbare il sentimento del male, come fanno i diavoli al barattier
lucchese:
...Qui non ha luogo il Santo Volto:
Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;
o quando a chi parla fa rammentare i
proprii vantaggi nell’usarli aspramente, come fa quell’altro diavolo che toglie
a S. Francesco l’anima d’un reo, argomentando teologicamente su la penitenza,
per modo che quell’anima presa da lui si sente dire:
Forse
Tu non pensavi ch’io loico fossi;
o quando esclama:
Godi, Firenze, poiché se’ si grande;
oppure:
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
Di questa digression che non ti tocca
...
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde;
Tu ricca, tu con pace, e tu con senno...
dà mirabili esempii
di ironia nel senso retorico della parola: ma né qui, né in altro punto, del
resto, della Comedia, non è traccia d’umorismo.
Un altro
senso, dicevamo, e questo filosofico, fu dato alla parola ironia in
Germania. Lo dedussero Federico Schlegel e Ludovico Tieck direttamente
dall’idealismo soggettivo del Fichte; ma deriva in fondo da tutto il movimento
idealistico e romantico tedesco post-kantiano. L’Io, sola realtà vera, spiegava
Hegel, può sorridere della vana parvenza dell’universo: come la pone, può anche
annullarla; può non prender sul serio le proprie creazioni. Onde l’ironia: cioè
quella forza - secondo il Tieck - che permette al poeta di dominar la materia
che tratta; materia che si riduce per essa - secondo Federico Schlegel - a una
perpetua parodia, a una farsa trascendentale.
Trascendentale più d’un po’, osserveremo noi, questa concezione dell’ironia: né,
del resto, se consideriamo per poco donde ci viene, poteva essere altrimenti.
Tuttavia essa ha, o può avere, almeno in un certo senso, qualche parentela col
vero umorismo, più stretta certamente che non l’ironia retorica, da cui, in
fondo, tira tira, si potrebbe veder derivare. Qui, nell’ironia retorica, non
bisogna prender sul serio quel che si dice; lì, nella romantica, si può non
prender sul serio quel che si fa. L’ironia retorica sarebbe, rispetto alla
romantica, come quella famosa rana della favola, la quale, trasportata nel
macchinoso mondo dell’idealismo metafisico tedesco e abbottandosi qua più di
vento che d’acqua, fosse riuscita ad assumere le invidiate proporzioni del bue.
L’infingimento, quella tal contradizione fittizia, di cui parla la retorica, è
diventata qua, a furia di gonfiarsi, la vana parvenza dell’universo. Ora ecco:
se l’umorismo consistesse tutto nella puntura di spillo che svescia quella rana
abbottata, ironia e umorismo sarebbero press’a poco la stessa cosa. Ma
l’umorismo, come vedremo, non è tutto in questa puntura di spillo.
Al solito,
Federico Schlegel non fece altro qui che esagerare idee e teorie altrui: oltre
all’idealismo soggettivo del Fichte la famosa teoria del giuoco esposta dallo
Schiller nelle 27 lettere Ueber die aesthetische Erziehung des Menschen.
Il Fichte
aveva voluto, in fondo, compire la dottrina kantiana del dovere: dicendo che
l’universo è creato dallo spirito, dall’«Io», che è anche divinità, l’anima
dell’essenza del mondo, che genera tutto ed è impersonale, che è volontà
infaticabile, la quale racchiude in sé ragione, libertà, moralità; aveva voluto
dimostrare il dovere dei singoli uomini di sottomettersi al volere della
totalità e di tendere al culmine dell’armonia morale.
Ora,
quest’«Io» del Fichte diventò l’«io» individuale, il piccolo «io» strambo del
signor Federico Schlegel, che con un cannellino e un po’ d’acqua saponata si
mise allegramente a gonfiar bolle di sapone: vane parvenze d’universo, mondi; e
a soffiarci su.
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E questo era il giuoco. Povero
Schiller! Non poteva esser falsato in modo più indegno il suo
Spieltrieb. Ma il signor Federico Schlegel prese
alla lettera le parole: «des Mensch soll mit der Schonheit nur spielen,
und er soll nur mit der Schonheit spielen. Denn, um es endlich
auf einmal herauszusagen, der Mensch spielt nur, wo er in voller
Bedeutung des Worts Mensch ist, und er ist nur da ganz Mensch, wo er
spielt»
[5],
e disse che per il poeta l’ironia consiste nel non fondersi mai del
tutto con l’opera propria, nel non perdere, neppure nel momento del
patetico, la coscienza della irrealtà delle sue creazioni, nel non
essere lo zimbello dei fantasmi da lui stesso evocati, nel sorridere del
lettore che si lascerà prendere al giuoco e anche di sé stesso che la
propria vita consacra a giocare . |
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[5] - Lettera xv. [«l’uomo deve soltanto giocare con la bellezza, e
deve soltanto con la bellezza giocare. Giacché, per dirla una volta per tutte in
maniera definitiva, l’uomo gioca solo in quando è uomo nella più completa
accezione della parola, e soltanto quando gioca è uomo»].
[6] - Vedi Victor Basch, La poétique de F. Schiller (Paris,
Alcan, 1902).
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Intesa in
questo senso l’ironia, ognun vede come a torto essa venga attribuita a certi
scrittori, come ad esempio, al nostro Manzoni che della realtà oggettiva, della
verità storica si fece una vera e propria fissazione, fino a condannare il suo
stesso capolavoro. Né d’altra parte si può attribuire al Manzoni quell’altra
ironia, la retorica, giacché nessuna contradizione fittizia si trova mai in lui
tra quel che dice e quel che vuole sia inteso, contradizione frutto, di sdegno.
Il Manzoni non si sdegna mai della realtà in contrasto col suo ideale: per
compassione transige qua e là e spesso indulge, rappresentando ogni volta
minutamente, in forma viva, le ragioni del suo transigere e del suo indulgere:
il che, come vedremo, è proprio dell’umorismo.
La
sostituzione di ironismo, ironista a umorismo, umorista non sarebbe quindi
legittima. Dall’ironia, anche quando sia usata a fin di bene, non si sa
disgiungere l’idea di un che di beffardo e di mordace. Ora,
beffardi e mordaci possono essere anche scrittori indubbiamente umoristici, ma
il loro umorismo non consisterà già in questa beffa mordace.
È pur vero
però che a una parola si può per comune accordo alterare il significato. Tante
parole che noi adoperiamo adesso in un senso, ne avevano un altro in antico. E
se alla parola umorismo, come abbiamo veduto, s’è già veramente alterato il
senso, non ci sarebbe in fondo nulla di male se - per determinare, per
significare senza equivoco la cosa - venisse adoperata un’altra parola.
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Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908
Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
II. Questioni preliminari
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
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Prima di entrare a parlar dell’essenza, dei
caratteri e della materia dell’umorismo, dobbiamo sgomberarci il
terreno di tre altre questioni preliminari:
1. se l’umorismo sia
fenomeno letterario esclusivamente moderno;
2. se esotico per noi,
3. se specialmente
nordico.
Queste tre questioni si ricollegano strettamente con quella più
vasta e complessa della differenza dell’arte moderna dall’arte
antica, lungamente agitata durante la lotta tra classicismo e
romanticismo, per un verso; e, per l’altro, del romanticismo
considerato dalle genti anglo-germaniche come una rivalsa contro il
classicismo delle genti latine. |
|
|
|
Vedremo in fatti ripresi nelle varie dispute su
l’umorismo tutti gli argomenti della critica romantica, a cominciare da
quelli dello Schiller, il quale, col saggio famoso Ueber naive und
sentimentalische Dichtung, fu, a dire del Goethe
[7], il fondatore di tutta l’estetica moderna.
Questi argomenti sono ben noti: il subiettivismo del poeta
speculativo-sentimentale, rappresentante dell’arte moderna, in
contrapposto con l’obiettivismo del poeta istintivo o ingenuo,
rappresentante dell’arte antica; il contrasto tra l’ideale e il reale;
la serenità marmorea, l’equilibrio dignitoso, la bellezza esteriore
dell’arte antica contro l’esaltazione dei sentimenti, il vago,
l’infinito, l’indeterminato delle aspirazioni, le melanconie, la
nostalgia, la bellezza interiore dell’arte moderna; e da un canto le
bassure del verismo della poesia ingenua, e dall’altro le nebbie
dell’astrazione e il capogiro intellettuale della poesia sentimentale
;
l’azione del cristianesimo; l’elemento filosofico; l’incoerenza
dell’arte moderna opposta all’armonia della poesia greca; le
particolarità singole di fronte alle tipificazioni classiche; la ragione
che s’interessa del valore filosofico del contenuto più che della
vaghezza della forma esteriore; il sentimento profondo di un’interna
disunione, di una doppia natura dell’uomo moderno, ecc. ecc. |
|
[7] - Zur Naturwissenschaft im Allgemeinen,
Tomo XXXIV delle Opere, ed. Hempel, pp. 96-97. Ma il Goethe non tenne
conto che prima dello Schiller lo Herder aveva distinto Natur-poesie da
Kunst-poesie. Vedi anche V. Basch, op. cit.
[8] - vedi G. Muoni, Note
per una poetica storica del romanticismo (Milano, Società Ed. Libr. 1906) |
|
Per darne
qualche prova, citeremo ciò che scriveva il Nencioni in quel suo studio su
L’Umorismo e gli Umoristi, di cui abbiamo già fatto parola: «L’antichità,
nel suo felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti, guardò con calma statuaria
anche nelle tragiche profondità del destino. L’anima umana era sana e giovine
allora, né il cuore e la intelligenza erano stati tormentati da trenta secoli di
precetti e di sistemi, di dolori e di dubbi. Nessuna penosa dottrina, nessuna
crisi interiore aveva alterato la serena armonia della vita e del temperamento
umano. Ma il tempo e il cristianesimo hanno insegnato all’uomo moderno a
contemplare l’infinito, a paragonarlo con l’effimero e doloroso soffio della
vita presente. Il nostro organismo è continuamente eccitato e sovreccitato; e
secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore. Noi guardiamo nell’anima
umana, e nella natura con una simpatia più penetrante, e vi troviamo delle
arcane relazioni e un’intima poesia ignote all’antichità... Il riso d’artista e
la comica fantasia di Aristofane, alcuni dialoghi di Luciano, sono eccezioni.
L’antichità non ebbe, né poteva avere, letteratura umoristica... Si direbbe che
questa sia la caratteristica delle letterature anglo-germaniche. Il cielo
crepuscolare e l’umido suolo del Nord sembrano esser più acconci a nutrire la
delicata e strana pianta dell’umorismo».
Concedeva
però il Nencioni che «anche sotto il cielo azzurro e nella vita facile delle
razze latine» l’umorismo «ha talora fiorito e due o tre volte in modo unico,
meraviglioso. E parlava in fatti del Rabelais e del Cervantes, e anche
dell’umorismo «realista e vivente» di Carlo Porta e di quello «delicato e
desolato» di Carlo Bini, e diceva il don Abbondio del Manzoni una creazione
umoristica di prim’ordine.
|
Più
reciso nella negazione fu Giorgio Arcoleo
[9],
il quale, pur ammettendo che la nota dell’umorismo, speciale della
letteratura moderna, non manchi di legami col mondo antico, e pur
citando quell’insegnamento di Socrate che dice: |
|
[9] - L’Umorismo nell’arte moderna. Due conferenze al Circolo
filologico di Napoli (Napoli, Detken ed., 1885). |
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«Una è l’origine dell’allegria e della
tristezza: nei contrapposti un’idea non si conosce che per la sua contraria:
della stessa materia si forma il socco e il coturno», soggiungeva: «Questo lo
intelletto greco pensava: ma l’Arte non potea esprimerlo: la percezione dei
contrasti rimaneva nel campo astratto, perché diversa era la vita. La Teogonia
avvolgeva l’anima nel mito; l’Epopea i fatti umani nella leggenda; la Politica
le forze individuali nella suprema legge dello Stato. L’Antichità costrinse
serenamente le forme nell’armonia del finito: vide il Ciclope o lo Gnomo, le
Grazie o le Parche. Come la vita avea liberi o servi, onnipotenti o impotenti,
così la scienza ebbe sorrisi o pianto: Eraclito o Democrito; e la letteratura
ebbe tragedie o commedie. Tutt’al più il contrasto dalla sfera dell’intelletto
passò nell’altra dell’immaginazione, si tramutò in fantasma, e allora Aristofane
fece la satira dei sofisti, Luciano degli Dei. Ma se il Paganesimo si era
obliato nella magnificenza delle forme e della natura, il Medio Evo si tormentò
nei dubbii e nelle angosce dello spirito. Fu triste, ebbe sogni agitati da
spettri: la potenza baronale finiva spesso nei conventi, la bellezza nei
chiostri. La corruttela romana non seduceva neppure come ricordo: la
dissoluzione del grande Impero aveva inoculato negli animi l’idea
dell’impotenza. A rovescio del mondo antico: questo rimpiccolì nelle forme
plastiche le energie soprannaturali; il Medio Evo le allargò nell’infinito: e,
compreso dallo spazio e dal tempo, lo spirito umano si annullò con braminica
rassegnazione. Tale depressione soffocò ogni spirito d’iniziativa e di ricerca.
Nelle credenze sovraneggiò il dogma, nella scienza l’erudizione, nell’arte la
copia, nel costume la disciplina. L’umanità nel suo periodo di decadenza romana
avea sostenuto i dolori della vita coll’indifferenza dello stoico: ne avea
cercato i piaceri con la sensualità dell’epicureo: nel Medio Evo volle sottrarsi
alla vita con l’estasi: donde una nuova mitologia cristiana, popolata di
rimorsi, di paure, di preghiere. Il pensiero seguiva la fede: il manuale di
logica era un’appendice del catechismo. In tali condizioni dominava il terrore,
si aspettava il finimondo... Finalmente nella materia come nello spirito sorge
un nuovo mondo. E un periodo di esultanza e al tempo stesso di mestizia e di
riflessione: ma si rivela con due tendenze spiccate, l’una presso le razze
germaniche, l’altra presso le latine: lì il libero esame o la Riforma: qui il
culto della bellezza e della forza, la Rinascenza. I contrasti si moltiplicano
nelle istituzioni, nella vita privata, nei costumi, nelle leggi, nella
letteratura... Non è antitesi percepita dall’intelletto o intravista dalla
fantasia; non è lotta contro la natura umana, come nell’età di mezzo; è
dissonanza che stride in tutte le sfere del pensiero e dell’azione: è il
dissidio tra lo spirito nuovo e le forme vecchie. In tale situazione il trionfo
dell’uno o dell’altra ha influenza decisiva sulle istituzioni, sulla scienza,
sull’arte. Qui appunto va notata la differenza dei risultati nelle razze
germaniche e nelle latine: differenza che spiega in gran parte perché l’umorismo
ebbe tanto sviluppo presso le prime, e riuscì quasi nullo presso le seconde».
Ora, si
dovrebbe innanzi tutto intendere che, prendendo in esame un’eccezionale e
speciosissima espressione d’arte come l’umoristica, queste rapide sintesi,
queste ideali ricostruzioni storiche, non sono ammissibili.
Come nella
formazione d’una leggenda l’immaginazione collettiva rigetta tutti gli elementi,
i tratti, i caratteri discordanti con la natura ideale d’un dato fatto o d’un
dato personaggio ed evoca invece e combina tutte le immagini convenienti, così,
nel tracciare in breve la sintesi d’una data epoca, inevitabilmente noi siamo
indotti a non tener conto di tanti particolari in contradizione, delle singole
espressioni. Non possiamo prestare orecchio alle voci che protestano in mezzo a
un coro soverchiante. Nella lontananza, si sa, certi colori accesi, sparsi qua e
là, si attenuano, si smorzano, si fondono nella tinta generale, azzurra o
grigia, del paesaggio. Perché questi colori risaltino, riassumendo intera la
loro individualità, bisogna che noi ci avviciniamo: riconosceremo allora come e
quanto ci avesse ingannato la lontananza.
Seguendo le
teorie del Taine, considerando i fenomeni morali come soggetti anch’essi al
determinismo al pari dei fenomeni fisici, la storia umana come parte della
naturale, l’opera d’arte come il prodotto di determinati fattori e di
determinate leggi, e cioè di quella delle dipendenze e di quella delle
condizioni, con le regole che ne derivano: del carattere essenziale o della
facoltà dominante, dalla prima, delle forze primordiali, razza, ambiente,
momento, dalla seconda; e vedendo esclusivamente nelle espressioni artistiche
gli effetti necessarii di forze naturali e sociali; non penetreremo mai
nell’intimità dell’arte, ci rappresenteremo per forza tutte le manifestazioni
d’un dato tempo come solidali tra loro e complementari, per modo che ciascuna
necessiti le altre e tutte insieme rispecchino quelle qualità che, secondo il
nostro concetto o la nostra idea sommaria, le ha raccolte e prodotte; non già la
realtà infinitamente varia e continuamente mutabile, e i singoli sentimenti di
essa, varii infinitamente e continuamente mutabili anch’essi. Dopo aver
considerato il cielo, il clima, il sole, la società, i costumi i pregiudizii,
ecc., non dobbiamo forse appuntar lo sguardo sui singoli individui e domandarci
che cosa siano divenuti in ciascuno di essi questi elementi, secondo lo speciale
organamento psichico, la combinazione originaria, unica, che costituisce questo
o quell’individuo? Dove uno s’abbandona, l’altro si rivolta; dove uno piange,
l’altro ride; e ci può esser sempre qualcuno che ride e piange a un tempo. Del
mondo che lo circonda, l’uomo, in questo o in quel tempo, non vede se non ciò
che lo interessa fin dall’infanzia, senza neppure sospettarlo, egli fa una
scelta d’elementi e li accetta e accoglie in sé, e questi elementi, più tardi,
sotto l’azione del sentimento, s’agiteranno per combinarsi nei modi più
svariati.
«L’Antichità
costrinse serenamente le forme nell’armonia del finito.» Ecco una sintesi. Tutta
l’antichità? Nessun antico escluso? «Il Ciclope o lo Gnomo, le Grazie o le
Parche.» E non anche le Sirene, metà donne, metà pesce? «La vita non aveva che o
liberi o servi .» E non poteva qualche libero sentirsi servo e qualche servo
sentirsi libero entro di sé? Non cita lo stesso Arcoleo Diogene che «chiude il
mondo nella botte, e non accetta la grandezza d’Alessandro, se gli toglie la
vista del sole»? E che vuol dire che l’intelletto greco poteva percepire il
contrasto e l’Arte non poteva esprimerlo perché la vita era diversa? Com’era la
vita? O tutta pianto o tutta riso? E come faceva allora l’intelletto a cogliere
il contrasto? Ogni astrazione bisogna che abbia per forza radice in un fatto
concreto. C’era dunque il pianto e il riso, non il pianto o il
riso; e se l’intelletto poteva cogliere il contrasto, perché non avrebbe potuto
esprimerlo l’arte? «Tutt’al più - dice l’Arcoleo - il contrasto dalla sfera
dell’intelletto passò nell’altra dell’immaginazione, si tramutò in fantasma, e
allora Aristofane fece la satira dei sofisti, e Luciano degli Dei.» Che vuol
dire quel tutt’al più? Se il contrasto dalla sfera dell’intelletto passò
in quella dell’immaginazione e si tramutò in fantasma, vuol dire che divenne
arte. E allora? Lasciamo andare Aristofane che, come vedremo, non ha nulla da
fare con l’umorismo, ma Luciano non è soltanto autore del dialogo degli Dei. E
andiamo avanti.
«Il mondo
antico rimpiccolì nelle forme plastiche le energie soprannaturali.» Ecco
un’altra sintesi. Tutto il mondo antico e tutte le energie soprannaturali? anche
il fato? E tutta l’Italia del rinascimento «rimase nei suoi gusti pagana,
serena; non ebbe curiosità, non intimità»? Vedremo. Parliamo d’umorismo e delle
espressioni artistiche di esso, espressioni eccezionali e speciosissime, ripeto:
ci basterebbe un umorista solo; ne troveremo parecchi, in ogni tempo, in ogni
luogo; e diremo la ragione per cui i nostri segnatamente ci debba parere che non
siano tali.
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Tutte le
partizioni sono arbitrarie. Poco dopo la pubblicazione del saggio del Nencioni,
che negava - come abbiamo veduto - all’antichità una letteratura umoristica, non
solo, ma anche la possibilità di averla, sorsero da noi prima il Fraccaroli, con
uno studio intitolato appunto Per gli Umoristi dell’Antichità
[10], poi il Bonghi
, poi altri ancora a rilevare
nelle letterature classiche, e specialmente nella greca, assai più umorismo, che
non avesse saputo vedere il Nencioni. |
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[10] - Verona, 1885.
[11] - La coltura,
15 gennaio 1886.
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Quel felice
equilibrio, quella calma statuaria e l’anima sana e giovine
e la serena armonia della vita e del temperamento degli antichi, come la
natura rappresentata da questi con precisione e con fedeltà, senza melanconia né
nostalgia, sono vecchi cavalli di battaglia della critica romantica. Già lo
stesso Schiller, autore primo della partizione, dovette riconoscere che
Euripide, Orazio, Properzio, Virgilio non si erano fatti un concetto ingenuo
della natura e quindi concludere che vi erano anime sentimentali presso
gli antichi e anime greche presso i moderni, e cancellare così, come impossibile
a mantenere, la linea divisoria tra ispirazione antica e ispirazione moderna.
|
Su le tracce
del Biese, che scrisse su l’evoluzione del sentimento della natura presso i
greci [12], il Basch dimostrò
agevolmente quanto di sentimentale vi fosse nella poesia e nel pensiero dei
Greci, nella mitologia primitiva, nelle metamorfosi spesso grottesche delle
divinità, nell’utopia nostalgica dell’età dell’oro, nella raffinata melanconia
dei lirici e degli elegiaci in ispecie, che rappresentarono la natura non
solamente «comme cadre des sentiments de l’âme, mais encore comme ayant des
profondes et mystérieuses affinités avec ses sentiments». |
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[12] - A. Biese, Die Entwickelung des Naturgefühls bei den Griechen (Kiel,
1882). Abbiamo su l’argomento lavori più recenti. |
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Anche lo Herder,
autore della partizione tra Natur-poesie e Kunst-poesie, non dava
ad essa un senso rigorosamente cronologico. E il Richter negava che il
cristianesimo fosse causa e origine esclusiva della nuova poesia, giacché i
poemi scandinavi dell’Edda e quelli dell’India erano nati fuori del misticismo
cristiano; e, ripetendo l’osservazione del Herder che «nessun poeta resta fedele
ad un’ispirazione sentimentale unica», chiamava romantici non già gli autori, ma
quelle fra le opere ch’erano d’ispirazione sentimentale. Arrigo Heine diceva
nella Germania che si era caduti in un deplorevole errore chiamando plastica
l’arte classica, come se ogni arte antica o moderna, volendo esser arte, non
dovesse per forza esser plastica nella sua forma esteriore. Ed è inutile
ricordare qui a quali strette si trovò Victor Hugo, volendo additare come
principio dell’arte moderna la famosa teoria del grottesco, di fronte a Vulcano,
a Polifemo, a Sileno, ai tritoni, ai satiri, ai ciclopi, alle sirene, alle
furie, alle Parche, alle arpie, al Tersite omerico, alle dramatis personae
delle commedie aristofanesche.
D’altra parte,
nessuno più si sogna di negare che anch’essi gli antichi avessero l’idea della
profonda infelicità degli uomini. La espressero, del resto, chiaramente filosofi
e poeti. Ma, al solito, anche tra il dolore antico e il dolore moderno si è
voluto vedere da alcuni una differenza quasi sostanziale, e si è sostenuto che
vi è una lugubre progressione nel dolore, svolgentesi con la storia stessa della
civiltà, una progressione che ha fondamento nella sensibilità dell’umana
coscienza, sempre più delicata, e nell’irritabilità e nella incontentabilità di
essa di mano in mano sempre maggiori.
Ma questo lo
aveva già detto, se non c’inganniamo, fin dal tempo dei tempi, Salomone.
Accrescimento di scienza, accrescimento di dolore. E aveva proprio ragione, fin
dal tempo dei tempi, Salomone? Sta a vedere. Se le passioni, quanto più si
afforzano e si affinano, tanto più acquistano una specie d’attrazione e di
compenetrazione scambievole; se con l’ajuto della fantasia e dei sensi noi ci
inoltriamo, come dicono, in un «processo d’universalizzazione» che si fa sempre
più rapido e sempre più invadente, sicché in un dolore ci par di sentire più
dolori, tutti i dolori, soffriamo noi per questo veramente di più? No: perché
questo accrescimento, se mai, è a scapito dell’intensità. E ben per questo il
Leopardi notava acutamente che il dolore antico era un dolor disperato, come
suol essere in natura, com’è ancora nei popoli barbari e semi-selvaggi o nelle
genti della campagna, senza il conforto cioè della sensibilità, senza la dolce
rassegnazione alle sventure.
Facilmente
oggi, agli occhi nostri, se crediamo d’essere infelici, il mondo si converte in
un teatro d’universale infelicità? Vuol dire che, invece di sprofondarci nel
nostro proprio dolore, noi lo allarghiamo, lo diffondiamo nell’universo. Ci
strappiamo la spina, e ci avvolgiamo in una nuvola nera. Cresce la noja, ma si
spunta e si attenua il dolore. Però, ecco, e quel tal tedio della vita
dei contemporanei di Lucrezio? e quella tal tristezza misantropica di Timone?
Oh via! è
proprio inutile sfoggiare esempii e citazioni. Sono questioni, disquisizioni,
argomentazioni accademiche. L’umanità passata non c’è bisogno di cercarla
lontano: è sempre in noi, tal quale. Possiamo tutt’al più ammettere che oggi,
per questa - se vuolsi - cresciuta sensibilità e per il progresso (ahimè) della
civiltà, siano più comuni quelle disposizioni di spirito, quelle condizioni di
vita più favorevoli al fenomeno dell’umorismo, o meglio, di un cerro umorismo;
ma è assolutamente arbitrario il negare che tali disposizioni non esistessero o
non potessero esistere in antico.
A buon conto,
Diogene, con la sua botte e la sua lanterna, non è di jeri; e nulla di più serio
nel ridicolo e di più ridicolo nel serio. Eccezioni, come dice il Nencioni e
ripete l’Arcoleo, Aristofane e Luciano? Ma eccezioni, allora, anche Swift e
Sterne. Tutta l’arte umoristica, ripetiamo, è stata sempre ed è tuttavia arte
d’eccezione.
Diverso il
pianto, secondo questa critica, e diverso naturalmente anche il riso degli
antichi. Notissima, la distinzione di Gian Paolo Richter tra comico classico e
comico romantico: facezia grossolana, satira volgare, derisione de’ vizii e dei
difetti, senza alcuna commiserazione o pietà, quello; umore, questo, cioè riso
filosofico, misto di dolore, perché nato dalla comparazione del piccolo mondo
finito con la idea infinita, riso pieno di tolleranza e di simpatia.
Da noi il
Leopardi, che ebbe sempre la nostalgia del passato e che nei Pensieri di
varia filosofia e di bella letteratura volle far notare che egli sentiva il
dolore non a modo dei romantici, ma a modo degli antichi, cioè il dolore
disperato, difese pure il comico antico contro il moderno, il comico antico che
«era veramente sostanzioso, esprimeva sempre e metteva sotto gli occhi, per dir
così, un corpo di ridicolo», mentre il moderno «un’ombra, uno spirito, un vento,
un soffio, un fumo. Quello empieva di riso, questo appella lo fa gustare; quello
era solido, questo fugace; quello consisteva in immagini, similitudini,
paragoni, racconti, insomma cose ridicole; questo in parole, generalmente e
sommariamente parlando, e nasce da quella tal composizione di voci, da quello
equivoco, da quella tale allusione di parole, da quel giocolino di parole, da
quella tal parola appunto - di maniera che, togliete quelle allusioni,
scomponete e ordinate diversamente quelle parole, levate quell’equivoco,
sostituite una parola in cambio d’un’altra, svanisce il ridicolo».
E cita
l’esempio di Luciano che paragona gli Dei sospesi al fuso della Parca ai
pesciolini sospesi alla canna del pescatore. Poi avverte: «Ma forse e senza
forse, presentemente, e massime ai francesi, par grossolano quel che una volta
si chiamava sale attico, e piacque ai greci, popolo il più civile dell’antichità
e ai latini. E può essere che anche Orazio avesse una simile opinione, quando
disse male de’ sali di Plauto; e in fatti le Satire e le Epistole di Orazio non
sono di così solido ridicolo come l’antico comico greco e latino, ma né anche di
gran lunga così sottile come il moderno. Ora, a forza di motti, si è renduto
spirituale anche il ridicolo, assottigliato tanto che ormai non è più né pur
liquore, ma un etere, un vapore; e questo solo si stima ridicolo degno delle
persone di buon gusto e di spirito e di vero buon tuono, e degno del bel
mondo e della civile conversazione. Il ridicolo delle antiche commedie nasceva
anche molto dalle operazioni stesse che erano introdotti a fare i personaggi
sulla scena, e quivi ancora era non piccola sorgente di sale, ma pura azione,
come nelle Cerimonie del Maffei: commedia piena di vero e antico ridicolo, quel
salire di Orazio per la finestra a fine di evitare i complimenti alle porte .
Un’altra gran differenza tra il ridicolo antico e il moderno è che quello era
preso da cose popolari e domestiche o almeno non della più fina conversazione,
la quale poi non esisteva ancor per lo meno così raffinata; ma il moderno,
massime il francese, versa principalmente intorno al più squisito mondo, alle
cose dei nobili più raffinati, alle vicende domestiche delle famiglie più
moderne, ecc., ecc. (come anche proporzionatamente era il ridicolo d’Orazio):
sicché quello era un ridicolo che avea corpo, e, come il filo di un’arma che non
sia troppo aguzzo, durò lungo tempo; dove questo, come ha una punta
sottilissima, più o meno secondo i tempi e le nazioni, così anche in un batter
d’occhio si logora e si consuma, e dal volgo poi non si sente, come il taglio
del rasojo a prima giunta».
|
Il Leopardi,
evidentemente, parla qui dell’esprit francese in contrapposizione del
ridicolo classico, senza pensare che questo «esprit de conversation, le talent
de faire des mots, le gout des petites phrases vives, fines, imprévues,
ingénieuses, dardées avec gaieté ou malice»
[13], è classico anch’esso e
antichissimo m Francia: Duas res industriosissime persequitur gens Gallorum,
rem militarem et argute loqui. |
|
[13] - Vedi H. Taine,
Notes sur l’Angleterre (Paris, Hachette et Cie, douzième édition,
1903)- ch. VIII, «De l’esprit anglais», p. 339. |
|
Questo esprit nativo in Francia, che
si raffina anch’esso a mano a mano e diviene un po’ convenzionale, elegante,
aristocratico, in certi periodi letterarii, non è certamente l’humour
moderno, e tanto meno quello inglese che il Taine gli contrappone, come fatto
appunto di cose più che di parole o, sotto un certo aspetto fatto di buon senso,
se - come pensava il Joubert - l’esprit consiste nell’aver molte idee
inutili e il buon senso nell’esser provvisto di nozioni necessarie. Non
confondiamo dunque.
|
Nel 1899
Alberto Cantoni, argutissimo nostro umorista
[14], che sentiva profondamente il
dissidio interno tra la ragione e il sentimento e soffriva di non poter essere
ingenuo come prepotentemente in lui la natura avrebbe voluto, riprese
l’argomento in una sua novella critica intitolata Humour classico e moderno
, nella quale immagina che un
bel vecchio rubicondo e gioviale, che rappresenta l’Humour classico,
e un ometto smilzo e circospetto, con una faccia un poco sdolcinata e un poco
motteggiatrice, che rappresenta l’Humour moderno, s’incontrino a
Bergamo innanzi al monumento a Gaetano Donizetti e là, senz’altro si mettono a
disputare tra loro e poi si lanciano una sfida, si propongono cioè d’andare in
campagna lì presso, a Clusone, dove si tiene una fiera, ognuno per conto
proprio, come se non si fossero mai visti, e di ritornare poi la sera,
lì daccapo, innanzi al monumento di Donizetti, recando ciascuno le
fugaci e particolari impressioni della gita per metterle a paragone. |
|
[14] - Vedi su lui il mio saggio «Un critico fantastico», nel vol. Arte e scienza (Roma, W.
Modes ed., 1908)
[15] - Il Cantoni chiama propriamente questo suo lavoro grottesco, forse per la
contaminazione dell’elemento fantastico con la critica. |
|
Invece di discorrere
criticamente della natura, delle intenzioni, del sapore dell’umorismo antico e
del moderno, il Cantoni, in questa novella, riferisce vivacemente, in un dialogo
brioso le impressioni del vecchio gioviale e dell’ometto circospetto raccolte
alla fiera di Clusone. Quelle del primo avrebbero potuto essere argomento d’una
novella del Boccaccio, del Firenzuola, del Bandello; i comenti e le variazioni
sentimentali dell’altro hanno invece il sapore di quelle dello Sterne nel
Sentimental Journey o del Heine nei Reisebilder. Il Cantoni,
prediligendo la natura ingenua e schietta terrebbe nella disputa dalla parte del
vecchio rubicondo, se non fosse costretto a riconoscere ch’esso ha voluto
rimanere tal quale assai più che non lo comportassero gli anni e che è
volgaruccio e spesso vergognosamente sensuale; ma poi, sentendo anche in sé il
dissidio che tiene scissa e sdoppiata l’anima di quell’altro, dell’ometto
smilzo, lo fa mordere dal vecchio con aspre parole:
« - A forza di
ripetere continuamente che tu sembri sorriso e che sei dolore... n’è venuto che
oramai non si sa più né che cosa veramente tu sembri, né che cosa veramente tu
sia. . . Se tu ti potessi vedere, non capiresti, come me, se tu abbia più voglia
di piangere o di sorridere.
- Adesso è vero
- gli risponde l’Humour moderno. - Perché adesso penso solamente
che voi vi siete fermato a mezza via. Al vostro tempo le gioje e le angustie
della vita avevano due forme o almeno due parvenze più semplici e molto
dissimili fra di loro, e niente era più facile che sceverare le une dalle altre
per poi rialzare le prime a danno delle seconde, o viceversa; ma dopo, cioè al
tempo mio, è sopravvenuta la critica e felice notte; s’è brancolato molto tempo
a non sapere né che cosa fosse il meglio, né che cosa fosse il peggio, finché
principiarono ad apparire, dopo essere stati così gran tempo assai nascosti, i
lati dolorosi della gioja e i lati risibili del dolore umano.
Anche gli antichi solevano sostenere che il piacere non era altro che la
cessazione del dolore e che il dolore stesso, ben esaminato, non era punto il
male; ma le sostenevano sul serio queste belle cose: come dire che non ne erano
niente penetrati; adesso invece è venuto pur troppo il tempo mio e si ripete,
aimè, quasi ridendo, cioè con la più profonda persuasione, che i due suddetti
elementi, attaccati da poco in qua alla gioja e al dolore hanno assunto aspetti
così incerti e così trascolorati che non si possono più non ché separare,
nemmeno distinguere. Ne è venuto che i miei contemporanei non sanno ora più
essere né ben contenti, né bene malcontenti mai, e che voi solo non bastate più
né a far fermentare il misurato sollazzo dei primi e né a divergere le
sofistiche tremerelle dei secondi. Ci voglio io, che mescolo tutto scientemente
per fare svanire da una parte quanto più posso ingannevoli miraggi e per
limitare dall’altra quante più trovo superflue asperità. Vivo di espedienti e di
cuscinetti, io...
- Bella vita!
- esclama il vecchio.
E l’ometto
smilzo séguita:
- ...per
arrivare possibilmente ad uno stato intermedio che rappresenti come la sostanza
grigia dell’umana sensibilità. Si sente troppo adesso, come troppo s’è riso a
ufo ed a credenza in altri tempi: urge però che il pensiero regga le briglie
alla più incomposta manifestazione del sentimento... Rimpiango sempre di non
aver potuto ereditare le vostre illusioni, e mi rallegro nello stesso tempo di
trovarmi di qua dal fosso, bene agguerrito contro alle insidie delle illusioni
stesse!
O che avete?
Perché mi affisate a codesto modo?
- Penso -,
risponde il vecchio, - che se vuoi proprio aver due anime in una, fai molto bene
a non assumere la famosa guardatura di quel vedovo innamorato, che a sinistra
piangeva la morta e a destra faceva l’occhietto alla viva. Tu invece vuoi
piangere e far l’occhietto insieme, da tutte due le parti, come dire che non ci
si capisce più nulla».
Come nel dramma
romantico che i due bravi borghesi Dupuis e Cotonet vedevano: «vêtu de blanc et
de noir, riant d’un oeil et pleurant de l’autre».
Ma abbiamo
confusione anche qui. In fondo, il Cantoni viene a dire sott’altra forma quello
stesso che avevano detto il Richter e il Leopardi. Se non che, egli chiama anche
humour quello che gli altri due avevano chiamato comico classico e
ridicolo antico. Il Richter - tedesco - tesse però l’elogio del comico romantico
o humour moderno, e vitupera come grossolano e volgare il comico classico;
mentre il Cantoni, come il Leopardi - da buon italiano - lo difende, pur
riconoscendo che la taccia di vergognosa sensualità non sia affatto immeritata.
Ma anche per lui l’humour moderno non è altro che una sofisticazione
dell’antico. «Via, ho idea, - gli dice infatti l’Humour classico, - che
si sia fatto sempre senza di te, ovvero che tu non sia altro che la parte
peggiore di me medesimo, la quale abbia messo cresta per impertinenza, come ora
usa. E un gran dire però che non s’abbia mai a conoscersi bene da sé soli! Tu mi
sei certo scivolato di sotto ed io non me ne sono avvisto.»
Ora è vero
questo? Ciò che il Cantoni chiama humour classico è proprio humour?
non incorre il Cantoni per un verso nello stesso errore in cui incorse già per
l’altro il Leopardi, confondendo cioè con l’esprit francese tutto il ridicolo
moderno? Più propriamente: ciò che il Cantoni chiama humour classico, non
sarebbe l’umorismo inteso in un senso molto più largo, nel quale sian comprese
la burla, la baja, la facezia, tutto il comico in somma nelle sue varie
espressioni?
Qui è il nodo
vero della questione.
Non c’entra la
diversità dell’arte antica dalla moderna, come non c’entrano le speciali
prerogative di questa o di quella razza. Si tratta di vedere in che senso si
debba considerar l’umorismo, se nel senso largo che comunemente ed erroneamente
gli si suol dare, e ne troveremo allora in gran copia così presso le letterature
antiche come presso le moderne, d’ogni nazione; o se in un senso più ristretto e
più proprio, e ne troveremo allora parimenti, ma in molto minor copia, anzi in
pochissime espressioni eccezionali, così presso gli antichi come presso i
moderni, d’ogni nazione.
|
Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908 Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
III. Distinzioni sommarie
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
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Nel Cap. VIII
del libro Notes sur l’Angleterre il Taine, com’è noto, si provò a
comparare l’esprit francese e quello inglese. «Non deve dirsi che essi
(gl’Inglesi) non abbiano spirito, - scrisse il Taine; - ne hanno uno per conto
loro, in verità poco gradevole, ma affatto originale, di sapor forte e pungente
e anche un po’ amaro, come le lor bevande nazionali. Lo chiamano humour;
e, in generale, è la facezia di chi, scherzando, serba un’aria grave. Questa
facezia abbonda negli scritti di Swift, di Fielding, di Sterne, di Dickens, di
Thackeray, di Sydney Smith; sotto quest’aspetto, il Libro degli snobs e
le Lettere di Peter Plymley son capolavori. Se ne trova anche molto,
della qualità più indigena e più aspra, in Carlyle. Essa confina ora con la
caricatura buffonesca, ora col sarcasmo meditato; scuote rudemente i nervi, o
s’affonda e prende stanza nella memoria. |
|
|
È un’opera dell’immaginazione stramba o dell’indignazione concentrata. Si piace
nei contrasti stridenti, nei travestimenti impreveduti.
Para la follìa con gli abiti della ragione o la
ragione con gli abiti della follìa. Arrigo Heine Aristofane, Rabelais e talvolta
Montesquieu, fuori dell’Inghilterra, sono quelli che ne hanno in più larga dose.
Ma pur si deve in questi tre ultimi sottrarre un elemento straniero, la
estrosità francese, la gioja, la gajezza, quella specie di buon vino che non
si vendemmia se non nei paesi del sole. Nello stato insulare e puro, essa lascia
sempre, in fine, un sapor di aceto.
Chi scherza
così è di raro benevolo e non è mai lieto, sente e tradisce fortemente le
dissonanze della vita. E non ne gode; in fondo anzi ne soffre e se ne irrita.
Per studiar minuziosamente un grottesco, per prolungar freddamente un’ironia,
bisogna avere un sentimento continuo di tristezza e di collera. I saggi perfetti
del genere si devono cercare nei grandi scrittori, ma il genere è talmente
indigeno che si trova ogni giorno nella conversazione ordinaria, nella
letteratura, nelle discussioni politiche, ed è la moneta corrente del Punch.»
La citazione è
un po’ troppo… lunga; ma opportuna per chiarir parecchie cose.
Il Taine riesce
a coglier bene la differenza generale tra la plaisanterie inglese e la francese,
o meglio, il diverso umore dei due popoli. Ogni popolo ha il suo, con caratteri
di distinzione sommaria. Ma, al solito, non bisogna andare tropp’oltre, non
bisogna cioè prender questa distinzione sommaria come solido fondamento nel
trattare d’un’espressione d’arte specialissima come la nostra.
Che diremmo di
uno il quale dal sommario accertamento che vi son certi tratti fisionomici
comuni per cui, così all’ingrosso, distinguiamo un Inglese da uno Spagnuolo, un
Tedesco da un Italiano, ecc., traesse la conseguenza che tutti quanti
gl’Inglesi, per esempio, hanno gli stessi occhi, lo stesso naso, la stessa
bocca?
Per intender
bene quanto sia sommario questo modo di distinguere, chiudiamoci per un momento
nei confini del nostro paese. Noi tutti, d’una data nazione, possiamo notar
facilmente come e quanto la fisionomia dell’uno sia diversa da quella d’un
altro. Ma questa osservazione, ovvia, facilissima per noi, riesce invece
difficilissima a uno straniero, per il quale noi tutti avremo uno stesso aspetto
generale.
Pensiamo a un
gran bosco dove fossero parecchie famiglie di piante: querci, aceri, faggi,
platani, pini, ecc. Sommariamente, a prima vista, noi distingueremo le varie
famiglie dall’altezza del fusto, dalla diversa gradazione del verde, in somma
dalla configurazione generale di ciascuna. Ma dobbiamo poi pensare che in ognuna
di queste famiglie non solo un albero è diverso dall’altro, un tronco
dall’altro, un ramo dall’altro, una fronda dall’altra, ma che, fra tutta quella
incommensurabile moltitudine di foglie, non ve ne sono due, due sole, identiche
tra loro.
Ora, se si
trattasse di giudicare di un’opera d’immaginazione collettiva, come sarebbe
appunto un’epopea genuina, sorta viva e possente dalle leggende tradizionali
primitive d’un popolo, ci potremmo in certa guisa contentare di quella sommaria
distinzione. Non possiamo contentarcene più invece nel giudicar di opere che
siano creazioni individuali, segnatamente poi se umoristiche.
Colto
astrattamente il tipo dell’umore inglese, il Taine mette prima in un fascio
Swift e Fielding e Sterne e Dickens e Thackeray e Sidney Smith e Carlyle, e vi
accozza poi Heine, Aristofane, Rabelais, Montesquieu. Bel fascio! Dall’umorismo
inteso nel senso più largo, come carattere comune, tipico modo di ridere di
questo o di quel popolo, saltiamo a piè pari a considerar le singole e
specialissime espressioni d’un umorismo, che non è più possibile intendere in
quel senso largo, se non a patto di rinunziare assolutamente alla critica: dico
a quella critica che indaga e scopre tutte le singole differenze caratteristiche
per cui l’espressione, e dunque l’arte, il modo d’essere, lo stile d’uno
scrittore si distingue da quello dell’altro: lo Swift dal Fielding, lo Sterne
dallo Swift e dal Fielding, il Dickens dallo Swift e dal Fielding e dallo Sterne
e cosi via.
Le relazioni
che questi scrittori umoristici inglesi possono avere con l’umore nazionale sono
affatto secondarie e superficiali come quelle che essi possono aver fra loro, e
non hanno per la valutazione estetica alcuna importanza.
Quel che di
comune possono aver tra loro questi scrittori non deriva dalla qualità
dell’umore nazionale inglese, ma dal solo fatto ch’essi sono umoristi, ciascuno
sì a suo modo, ma umoristi tutti veramente, scrittori cioè nei quali avviene
quello speciale processo intimo e caratteristico da cui risulta l’espressione
umoristica. E soltanto per questo, non Arrigo Heine e il Rabelais e il
Montesquieu e basta, ma tutti i veri scrittori umoristici d’ogni tempo e d’ogni
nazione possono andare a schiera con quelli. Non però Aristofane, nel quale quel
processo non avviene affatto. In Aristofane non abbiamo veramente il contrasto,
ma soltanto l’opposizione. Egli non è mai tenuto tra il sì e il no; egli non
vede che le ragioni sue, ed è per il no, testardamente, contro ogni novità, cioè
contro la retorica, che crea demagoghi, contro la musica nuova, che, cangiando i
modi antichi e consacrati, rimuove le basi dell’educazione e dello Stato, contro
la tragedia d’Euripide, che snerva i caratteri e corrompe i costumi, contro la
filosofia di Socrate, che non può produrre che spiriti indocili e atei, ecc.
Alcune sue commedie son come le favole che scriverebbe la volpe, in risposta a
quelle che hanno scritto gli uomini calunniando le bestie.
|
Gli uomini in esse
ragionano e agiscono con la logica delle bestie mentre nelle favole le bestie
ragionano e agiscono con la logica degli uomini. Sono allegorie in un dramma
fantastico, nel quale la burla è satira iperbolica, spietata
[16]. Aristofane ha uno scopo
morale, e il suo non è mai dunque il mondo della fantasia pura. Nessuno studio
della verosimiglianza: egli non se ne cura perché si riferisce di continuo a
cose e a persone vere: astrae iperbolicamente dalla realtà contingente e non
crea una realtà fantastica, come, ad esempio, lo Swift. Umorista non è
Aristofane, ma Socrate, come acutamente osserva Teodoro Lipps
[17]. Socrate che assiste alla
rappresentazione delle Nuvole e ride con gli altri della derisione che fa di lui
il poeta, Socrate che «versteht den Standpunkt des Volksbewusstseins zu dessen
Vertreter sich Aristophanes gemacht hat, und sieht darin etwas reiativ Gutes und
Vernünftiges. Er anerkennt eben damit das relative Recht derer,
die seinen Kampf gegen das Volksbewusstsein verlachen. Damit erst wird sein
Lachen zum Mitlachen. Andererseits lacht er doch uber die Lacher. Er thut es und
kann es thun, weil er des höheren Rechtes und notwendigen Sieges seiner
Anschauungen gewiss ist. Eben dieses Bewusstsein leuchtet durch sein Lachen, und
lässt es in seiner Thorheit logisch berechtigt, in seiner Nichtigkeit sittlich
erhaben erscheinen»
[18].
Socrate ha il sentimento del contrario; Aristofane, dunque, se mai, può esser
considerato umorista soltanto se intendiamo l’umorismo nell’altro senso molto
più largo, e per noi improprio, in cui siano compresi la burla, la baja, la
facezia, la satira, la caricatura, tutto il comico in somma nelle sue varie
espressioni. Ma in questo senso anche tanti e tant’altri scrittori faceti,
burleschi, grotteschi, satirici, comici d’ogni tempo e d’ogni nazione dovrebbero
esser considerati umoristi. L’errore è
sempre quello: della distinzione sommaria.
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[16] - Vedi Jacques Denis,
La comédie grecque, vol. l, chap. VI, Paris, Hachette et Cie,
1886, e la bella e dotta prefazione di Ettore Romagnoli alla sua
impareggiabile traduzione delle commedie di A. (Torino, Bocca, 1908).
[17] - Theodor Lipps, Komik und Humor, «eine
psychologisch-ästhetische Untersuchung» (Hamburg u. Leipzig, Voss, 1898).
[18] - [«capisce il punto
di vista della coscienza popolare, della quale Aristofane si è fatto
portavoce, e vi scorge qualcosa di relativamente buono e sensato. Egli
riconosce infatti il relativo diritto di coloro i quali ridicolizzano la
sua battaglia contro la coscienza popolare. Con ciò il suo riso diviene
in primo luogo riso collettivo. D’altronde ride di coloro che ridono. Lo
fa e può farlo, poiché è sicuro di un più alto diritto e dell’importante
conquista delle sue idee. Proprio questa coscienza brilla attraverso il
suo riso e lo fa apparire, nella sua pazzia, logicamente fondato, nella
sua futilità, moralmente elevato».] |
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Sono innegabili
le diverse qualità delle varie razze, è innegabile che la plaisanterie francese
non è l’inglese come non è l’italiana, la spagnuola, la tedesca, la russa, e via
dicendo; innegabile che ogni popolo ha un suo proprio umore; l’errore comincia
quando quest’umore, naturalmente mutabile nelle sue manifestazioni secondo i
momenti e gli ambienti, è considerato, come comunemente il volgo suol fare,
quale umorismo; oppure quando per considerazioni esteriori e sommarie si
afferma sostanzialmente diverso negli antichi e nei moderni; e quando in fine,
per il solo fatto che gl’Inglesi chiamarono humour questo loro umore
nazionale, mentre gli altri popoli lo chiamarono altrimenti, si viene a dire che
soltanto gl’Inglesi hanno il vero e proprio umorismo.
|
Abbiamo già
veduto che, molto prima che quel gruppo di scrittori inglesi del sec. XVIII si
chiamasse degli umoristi [19], in Italia avevamo avuto e
umidi e umorosi e umoristi. Questo, se si vuol discutere sul
nome . Se si vuol poi discutere intorno alla cosa, è da osservare
innanzi tutto che, intendendo in questo senso largo l’umorismo, tanti e
tanti scrittori che noi chiamiamo burleschi o ironici o satirici o
comici ecc., sarebbero chiamati umoristi dagli Inglesi, i quali
sentirebbero in essi quel tal sapore che noi sentiamo nei loro scrittori
e non sentiamo più nei nostri per quella particolarissima ragione, che
con molto accorgimento fu messa in chiaro dal Pascoli. |
|
[19] - Vedi su essi le sei letture del Thackeray, The english Humourists of
the eighteenth Century (Leipzig, Tauchnitz, 1853). Sono: Swift,
Congreve, Addison, Steele, Prior, Gay, Pope, Hogarth, Smollett,
Fielding, Sterne, Goldsmith. |
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«C’è, - disse il Pascoli, - in
ogni lingua e letteratura un quid
speciale e intraducibile, che pochi sanno percepire nella lingua e letteratura
lor propria e avvertono, invece, senza difficoltà nelle altrui. Ogni lingua
straniera, pur da noi non intesa, vi suona all’orecchio più, dirò, mirabilmente,
che la vostra. Un racconto, una poesia, esotici, vi sembrano più belli, anche se
mediocri, di molte belle cose nostrane; e tanto più, quanto più conservano di
quell’essenza nazionale. Ora non crediate che la vostra lingua e letteratura non
abbiano a fare il medesimo effetto negli altri che quelle altre in noi!»
Una prova di
questo fatto si può avere in ciò che W. Roscoe scrisse nel cap. XVI, par. 12,
della sua opera Vita e pontificato di Leon x, a proposito del Berni. Il
Roscoe, inglese, e che perciò di quel che comunemente nel suo paese s’intende
per humour doveva aver coscienza scrisse che le facili composizioni del
Berni e del Bini e del Mauro, ecc. «non è improbabile che abbiano aperta la
strada ad una simile eccentricità di stile in altri paesi» e che «in verità può
concepirsi l’idea più caratteristica degli scritti del Berni e dei compagni e
seguaci di lui col considerare esser quelli in versi facili e vivaci la stessa
cosa, che sono le opere in prosa di Rabelais, di Cervantes e di Sterne».
E non ci dà
Antonio Panizzi, che lungamente visse in Inghilterra e degli scrittori nostri
scrisse in inglese, una definizione dello stile del Berni, che risponde in gran
parte a quella che il Nencioni poi volle dare dell’umorismo?
|
«I precipui
elementi dello stile del Berni - dice il Panizzi - sono: l’ingegno che non trova
somiglianza tra oggetti distanti e la rapidità onde subitamente connette le idee
più remote; il modo solenne onde allude ad avvenimenti ridicoli e profferisce
un’assurdità; l’aria d’innocenza e d’ingenuità con che fa osservazioni piene
d’accorgimento e conoscenza del mondo, la peculiar bonarietà con che sembra
riguardare con indulgenza... gli errori e le malvagità umane
[20]; la sottile
ironia che egli adopera con tanta apparenza di semplicità e d’avversione
all’acerbezza; la singolare schiettezza con che pare desideroso di
scusare uomini e opere nello stesso momento che è tutto inteso a farne
strazio.» A ogni modo, è certo che il Roscoe sentiva nel Berni e negli altri nostri poeti bajoni lo stesso
sapore che sentiva negli scrittori suoi connazionali dotati di humour. |
|
[20] - Nencioni definisce
l’umorismo «una naturale disposizione del cuore e della mente a
osservare con simpatica indulgenza le contradizioni e le assurdità della
vita». |
|
E non lo sentiva forse il Byron nel nostro Pulci, di cui tradusse finanche il
primo canto del Morgante? E lo stesso Sterne non lo sentiva finanche nel
nostro Gian Carlo Passeroni (Passeroni dabben ’, come lo chiamava il
Parini), quel buon prete nizzardo che nel canto XVII, parte III del suo Cicerone
ci fa sapere (str. 122a):
|
E già mi disse
un chiaro letterato
Inglese, che da
questa mia stampita
Il disegno, il
modello avea cavato
Di scrivere in
più tomi la sua vita
[21]
E pien di
gratitudine e d’amore
Mi chiamava suo
duce e precettore.
E, d’altro canto, non risente proprio per nulla degli scrittori francesi del
grand siècle e anche di altri che non appartengono a questo, quel gruppo di
umoristi inglesi di cui abbiamo or ora fatto parola? |
|
[21] - Allude alla Vita
e opinioni di Tristram Shandy. |
|
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Il Voltaire, parlando dello Swift nelle sue Lettres sur les
Anglais dice: «Mr. Swift est Rabelais dans son bon sens et vivant en bonne
compagnie. Il n’a pas, à la verité, la gaîté du premier, mais il a toute la
finesse, la raison, le choix, le bon gout qui manquent à notre curé de Meudon
[22]. Ses vers
sont d’un gout singulier et presque inimitable; la bonne plaisanterie est son
partage en vers et en prose; mais pour le bien entendre, il faut faire un petit
voyage dans son pays». |
|
[22] - Come suonano curiose queste lodi a uno scrittore inglese
raffrontato con uno scrittore francese dopo aver letto nel Taine la pagina su l’esprit
francese e su l’inglese!. |
|
Dans son
pays, va bene; ma c’è anche chi vuol dire che bisognerebbe far pure un
piccolo viaggio alla luna in compagnia di Cyrano de Bergerac.
E chi metterà
in dubbio l’azione del Voltaire e del Boileau sul Pope? E ricorderemo che il
Lessing, accusando il Gottsched nelle sue Lettere su la letteratura moderna,
dice che meglio sarebbe convenuta al gusto e al costume tedesco l’imitazione
degli Inglesi, di Shakespeare, di Jonson, di Beaumont e Fletcher, anzi che
quella dell’infranciosato Addison.
Ma una prova
anche più chiara si può cavar dal fatto che, mentre nessuno di quelli che da noi
si sono occupati di umorismo e, per un pregiudizio snobistico, lo hanno veduto
soltanto in Inghilterra, si è mai sognato dl chiamare umorista i1 Boccaccio per
quelle molte sue novelle che ridono, umorista e anzi il primo degli umoristi è
ritenuto invece in Inghilterra pe’ suoi Canterbury-Tales il Chaucer.
Han voluto
vedere nel poeta inglese, non - com’era giusto - il quid speciale della
diversa lingua, un altro stile; ma, nello stile, una maggiore intimità, e
dimostrar questa maggiore intimità innanzi tutto nell’ingegnoso pretesto delle
novelle (il pellegrinaggio a Canterbury), nei ritratti dei pellegrini
novellatori, segnatamente di quella indimenticabile, graziosissima Prioressa,
Suor Eglantina, e di sir Thopas e della donna di Bath, poi nella rispondenza
delle novelle ai caratteri di chi le racconta, o meglio, nel modo con cui le
varie novelle, che il Chaucer non inventa, prendono colore e qualità dai
pellegrini.
Ma questa che
vuol parere un’osservazione profonda, è, invece, superficialissima, perché si
arresta soltanto alla cornice del quadro. La magnifica opulenza dello stile
boccaccesco, la copia e l’appariscenza della forma si possono forse da un canto
considerare come esteriori e implicano forse dall’altro scarsezza d’intimità
psicologica? Esaminiamo, sotto questo aspetto, a una a una le novelle, i
caratteri dei singoli personaggi, lo svolgimento delle passioni, la dipintura
minuta, spiccata, evidente della realtà, che sottintende una sottilissima
analisi, una conoscenza profonda del cuore umano, e vedremo se il Boccaccio,
segnatamente nell’arte di render verosimili certe avventure troppo strane, non
supera di gran lunga il Chaucer.
Si è troppo
abusato d’una osservazione, al solito sommaria, fatta da coloro che han studiato
con soverchio amore delle cose altrui le relazioni tra le letterature straniere
e la nostra: la osservazione cioè che gli scrittori nostri abbiano dato sempre a
tutto ciò che han tolto dagli stranieri una così detta maggiore bellezza
esteriore, una linea più composta e più armoniosa; e che gli stranieri, invece,
abbiano dato a tutto ciò che han tolto dagli scrittori nostri una maggiore
bellezza interiore, un carattere più intimo e profondo.
Ora questo, se
mai, può valere per certi scrittori nostri mediocri, da cui qualche sommo
scrittore straniero abbia tolto questo o quell’argomento: può valere ad esempio
per certi novellieri nostri, da cui lo Shakespeare cavò la favola per alcuni
suoi drammi possenti. Non può valere per il Boccaccio e per il Chaucer. Bisogna
invece considerare, in questo caso, che cosa uno scheletrico fabliau francese
(ammesso che il Chaucer non abbia preso nulla direttamente dal Boccaccio) sia
diventato nelle novelle dell’uno e dell’altro.
|
Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908
Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
IV. L'umorismo e la retorica
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
|
Giacomo
Barzellotti, nel suo volume Dal Rinascimento al Risorgimento
[23], seguendo i concetti e il
sistema del Taine e anche qualche idea espressa dal Bonghi nelle Lettere
critiche, e da un saggio di etologia della nostra cultura, inteso a
ricercare |
|
[23] - Palermo, R. Sandron
ed., 1904. |
|
la mutua dipendenza tra le
disposizioni morali e sociali, gli abiti della mente, gl’istinti di
razza del nostro popolo e le sue abitudini a concepire e ad
esprimere il bello, passando a studiare il problema storico
della prosa nella Letteratura italiana, disse che uno dei pregiudizii nostri
è «quello di presupporre che l’arte dello scrivere sia, solo o prima di tutto,
un lavoro esterno di forma e di stile, mentre la forma stessa e lo stile, il cui
studio è bensì essenziale allo scrivere sono avanti a tutto, un’opera
intima di pensiero, vale a dire una cosa che si può ottener bene se si
prenda immediatamente e come un fine in sé, una cosa a cui non si giunge se non
muovendo da un’altra parte, cioè dal di dentro, dal pensiero, non dalla parola,
dallo studio, dalla meditazione e dalla elaborazione profonda della materia, del
soggetto e dell’idea». |
|
|
|
Ora questo
pregiudizio, come si sa, fu quello della Retorica, ch’era appunto una poetica
intellettualistica, fondata tutta cioè su astrazioni, in base a un procedimento
logico
[24]. |
|
[24] - «La retorica corrisponde alla logica» - aveva già detto Aristotile (Ret. lib.
1, c. 1). |
|
L ’arte per
essa era abito di operare secondo certi principii. E stabiliva secondo quali
principii l’arte dovesse operare: principii universali, assoluti, come se
l’opera d’arte fosse una conclusione da costruire al pari d’un ragionamento.
Diceva: - «Così si è fatto; così si deve fare». - Raccolti, come in un museo,
tanti modelli di bellezza immutabile, ne imponeva l’imitazione. Retorica e
imitazione sono in fondo la stessa cosa.
E i danni che
essa cagionò in ogni tempo alla letteratura sono senza dubbio come ognun sa,
incalcolabili.
Fondata sul
pregiudizio della così detta tradizione, insegnava ad imitare ciò che non
si imita: lo stile, il carattere, la forma. Non intendeva che ogni forma
dev’essere né antica né moderna, ma unica, quella cioè che è propria
d’ogni singola opera d’arte e non può esser altra né di altre opere, e che
perciò non può né deve esistere tradizione in arte.
Regolata
com’era dalla ragione, vedeva da per tutto categorie e la letteratura come un
casellario: per ogni casella, un cartellino. Tante categorie, tanti generi; e
ogni genere aveva la sua forma prestabilita: quella e non altra.
È vero che
tante volte, poi, s’accomodava; ma darsi per vinta non voleva mai. Quando un
poeta ribelle appioppava un calcio bene scolpito al casellario e creava a suo
modo una forma nuova, i retori gli abbajavano dietro per un pezzo: ma poi, alla
fine, se quella forma riusciva a imporsi, essi se la prendevano, la smontavano
come una macchinetta, la scioglievano in un rapporto logico, la catalogavano,
magari aggiungendo una nuova casella al casellario. Così avvenne, ad esempio,
per il dramma storico di quel gran barbaro dello Shakespeare. Si diede per vinta
la Retorica? No: dopo avere abbajato per un pezzo, prescrisse le norme per il
dramma storico, accolto nel casellario. Ma è anche vero che questi cani, quando
s’abbattevano a un povero poeta indebolito di mente, ne facevano strazio e lo
costringevano a tartassar la propria opera non condotta a puntino sul modello
imposto alla imitazione forzata. Esempio: la Conquistata del Tasso.
La coltura, per
la Retorica, non era la preparazione del terreno, la vanga, l’aratro, il
sarchio, il concime, perché il germe fecondo, il polline vitale, che un’aura
propizia, in un momento felice, doveva far cadere in quel terreno vi mettesse
salde radici e vi trovasse abbondante nutrimento e si sviluppasse vigoroso e
solido e sorgesse senza stento, alto e possente nel desiderio del sole. No: la
coltura, per la Retorica, consisteva nel piantar pali e nel vestirli di frasche.
Gli alberi antichi, custoditi nella sua serra, perdevano il loro verde,
appassivano; e con le fronde morte, con le foglie ingiallite, coi fiori secchi
essa insegnava a parar certi tronchi di idee senza radici nella vita.
Per la Retorica
prima nasceva il pensiero, poi la forma. Il pensiero cioè non nasceva come
Minerva armata dal cervello di Giove: nudo nasceva, poveretto; ed essa lo
vestiva.
Il vestito era
la forma.
La
Retorica, in
somma, era come un guardaroba: il guardaroba dell’eloquenza dove i pensieri nudi
andavano a vestirsi. E gli abiti, in quel guardaroba, eran già belli e pronti,
tagliati tutti su i modelli antichi , o meno adorni, di stoffa umile o mezzana o
magnifica, divisi in tante scansie, appesi alle grucce e custoditi dalla
guardarobiera che si chiamava Convenienza. Questa assegnava gli abiti acconci ai
pensieri che si presentavano ignudi.
- Vuoi essere
un Idillio, tu? un Idillietto leggiadro e pettinato? Su, fammi sentire come
sospiri: Ahi lasso! Oh, bravo. Hai letto Teocrito? hai letto Mosco? hai
letto Bione? e di Virgilio le Bucoliche? Sì? Recita su, da bravo. Sei un
pappagallino bene ammaestrato. Vieni qua.
Apriva la
scansia, su la cui targa in cima si leggeva: Idillii, e ne traeva un
grazioso abituccio di pastorello.
- E tu una
Tragedia vorresti essere? Ma proprio proprio una Tragedia? È cosa ardua, bada!
Devi essere a un tempo grave e lesta, cara mia. In ventiquattr’ore, tutto
finito. E ferma, veh! Scegliti un luogo, e lì. Unità, unità, unità. Lo sai?
Brava. Ma dimmi un po’: ti scorre sangue reale per le vene? E hai studiato
Eschilo, Sofocle, Euripide? Anche il buon Seneca? Brava. Vuoi uccidere i figli
come Medea? il marito come Clitennestra? la madre come Oreste? Tu vuoi uccidere
un tiranno come Bruto; ho capito; vieni qua.
Così i pensieri
facevan da manichini alla forma-vestiario. Cioè la forma non era propriamente
forma, ma formazione: non nasceva, si faceva. E si faceva
secondo norme prestabilite: si componeva esteriormente, come un oggetto. Era
dunque artificio, non arte; copia, non creazione.
|
Ora si deve ad
essa, senza dubbio, la scarsa intimità dello stile che si può notare in genere
in tante opere della nostra letteratura; si deve ad essa se - per restringerci
alla nostra indagine speciale - non pochi scrittori nostri che avrebbero avuto e
anzi ebbero indubbiamente, come per tante testimonianze si può arguire, una
spiccatissima disposizione all’umorismo, non riuscirono a manifestarla, a darle
espressione, per rispettare appunto le leggi della composizione artistica.
L’umorismo,
come vedremo, per il suo intimo, specioso, essenziale processo, inevitabilmente
scompone, disordina, discorda; quando, comunemente, l’arte in genere,
com’era insegnata dalla scuola, dalla retorica, era sopra tutto composizione
esteriore, accordo logicamente ordinato
[25]. E si può veder difatti che
tanto quegli scrittori nostri che si sogliono chiamare umoristi, quanto quegli
altri che sono veramente e propriamente tali, o son di popolo o popolareggianti,
lontani cioè dalla scuola, o son ribelli alla Retorica, cioè alle leggi esterne
della tradizionale educazione letteraria. Si può vedere, infine, che quando
questa tradizionale educazione letteraria fu spezzata, quando il giogo della
poetica intellettualistica del classicismo fu infranto dall’irrompere del
sentimento e della volontà, che caratterizza il movimento romantico, quegli
scrittori che avevano una natural disposizione all’umorismo la espressero nelle
loro opere non per imitazione, ma spontaneamente.
Alessandro D’Ancona in quel suo studio su Cecco Angiolieri, da cui abbiamo preso
le mosse, volle scorgere i caratteri del vero umorismo nella poesia di questo
nostro bizzarro poeta del sec. XIII. Ora questo, no, veramente. L’esempio
dell’Angiolieri può giovarci per chiarire quanto abbiamo detto or ora e non per
altro. Io ho già dimostrato altrove [26] che i caratteri del vero
umorismo mancano assolutamente all’Angiolieri, come gli mancano pur quelli
ritenuti tali dal D’Ancona. La parola malinconia in Cecco, ad esempio, se
non ha più il senso originario che aveva nel latino di Cicerone e di Plinio, è
pur lontanissima dal significare quella delicata affezione o passion d’animo che
intendiamo noi: malinconia per Cecco significa sempre non aver denari da
scialacquare, non tener la Becchina a sua posta, aspettare invano che il padre
vecchissimo e ricco si muoja |
|
[25] - Il Croce, in una recensione su la prima edizione di questo mio
saggio, nel VII volume di Critica, ha voluto credere ch’io, dicendo così,
contrapponessi arte e umorismo e affermassi che umorismo è l’opposto dell’arte,
perché questa compone e quello scompone. Veda il lettore intelligente se è
lecito e giusto argomentare dalle mie parole una così recisa e assoluta
contrapposizione o opposizione; se è lecito e giusto, dopo aver con molta
leggerezza e senz’alcun fondamento argomentato così, aggiungere come fa il
Croce: Ma, forse, la parola è andata di là dal pensiero del P., il quale non
voleva già dire che l’umorismo non sia arte, ma piuttosto che sia un genere
d’arte, che si distingue dagli altri generi d’arte o dal complesso di essi».
Ritornerò su questo appunto più oltre quando tratterò della speciale attività
della riflessione nella concezione dell’opera umoristica. Mi contenterò qui per
ora di rispondere al Croce, ch’egli fa - non so se volutamente o no - una
confusione tra i cosi detti «generi letterarii» come li intendeva la retorica,
la cui eliminazione è da accettare, con quelle distinzioni, che non solo sono
legittime, ma anche necessarie tra le varie espressioni, quando non si voglia
confondere l’una con l’altra, abolendo ogni critica, per concludere
filosoficamente che tutte sono arte e che ciascuna come arte non si può
distinguere dalla restante arte. L’umorismo non è un «genere letterario», come
poema, commedia, romanzo, novella, e via dicendo: tanto vero che ognuno di
questi componimenti letterarii può essere o non essere umoristico. L’umorismo è
qualità d’espressione, che non è possibile negare per il solo fatto che ogni
espressione è arte e come arte non distinguibile dalla restante arte. La molta
preparazione filosofica (la mia, si sa è pochissima) ha condotto il Croce a
questa edificante conclusione. Si può sì parlare di questo o di quell’umorista;
egli, filosoficamente, non ha nulla in contrario; ma guai a parlar
dell’umorismo! Subito la filosofia del Croce diventa un formidabile cancello di
ferro che è vano scrollare. Non si passa! Ma che c’è dietro quel cancello?
Niente. Questa sola equazione: intuizione = espressione, e l’affermazione che è
impossibile distinguere arte da non arte, l’intuizione artistica da intuizione
comune. Ah, va bene! Non vi pare che si possa benissimo passar davanti a questo
cancello chiuso, senza neanche voltarci a guardarlo?
[26] - Vedi il mio volume
Arte e scienza ( Roma, W. Modes ed., 1908): I sonetti di Cecco
Angiolieri. |
|
ed e’ morrà
quando il mar sarà sicco
sì ll’à dio
fatto per mio strazio sano!
Un certo verso che il D’Ancona chiama singhiozzante e che cita per ultimo a
concludere che ogni sforzo che il poeta faccia per liberarsi della malinconia
gli riesce inutile:
con gran malinconia sempre istò,
non ha affatto il carattere compendioso, né il valore espressivo che il D’Ancona
gli vuole attribuire. Il contrasto, quel che par sorriso ed è dolore, in Cecco
in somma non c’è mai. A provarlo, il D’Ancona cita anche qui due versi,
staccandoli da tutto il resto e dando ad essi un valore espressivo che non
hanno:
Però malinconia non prenderaggio
anzi
m’allegrerò del mi’ tormento.
Segue in fatti a questi due versi una terzina, che non solo spiega l’apparente
contrasto, ma lo distrugge affatto. Cecco non prenderà malinconia, anzi
s’allegrerà del suo tormento, perché ha udito dire a un uomo saggio:
che ven un dì che val per più di cento.
E il dì sarà quello della morte del padre, che gli permetterà di far gavazze,
come allude in un altro sonetto:
Sed i’ credesse vivar un dì solo
più di colui
che mi fa vivar tristo,
assa’ di volte
ringrazere’ Cristo...
Questo giorno ha pur da venire: bisognerà aspettarlo con pazienza, perché:
l’uom non può sua ventura prolungare
né far più
brieve c’ordinato sia;
ond’ i’ mi
credo tener questa via
di lasciar la
natura lavorare
e di guardarmi, s’io ’l potrò fare
che non
m’accolga più malinconia,
ch’ i’ posso
dir che per la mia follia
i’ ò perduto
assai buon sollazzare.
Anche che troppo tardi mi n’avveggio
non lascerò
ch’i’ non prenda conforto,
c’a far d’un
danno due sarebbe peggio.
Ond’i’ mi allegro e aspetto buon porto,
ta’ cose nascer
ciascun giorno veggio,
che ’n dì di
vita (mia) non m’isconforto.
Sul valore della parola malinconia, tante volte ripetuta da Cecco, non è
possibile farsi, come il D’Ancona ha voluto farsi, alcuna illusione. Cecco non
s’allegra mai veramente del suo tormento, sì lo riveste d’una
forma arguta e vivace, la quale per me, spesso, più che per intenzione burlesca
o satirica, proviene dalla sua natura paesana, ed è affatto popolare senese.
Tutto il popolo
toscano, che meritamente si vanta il più arguto d’Italia, olendo anche oggidì
narrare le sue sventure e le sue afflizioni, esprimere gli odii suoi e i suoi
amori, manifestar lo sdegno o il rimprovero o un desiderio, non usa una forma
diversa. In genere, colorir comicamente la frase è virtù nel popolo spontanea,
nativa.
|
Il Belli, per esempio, non vuol tradurre in romanesco per Luigi Luciano
Bonaparte il vangelo di San Matteo, perché la lingua della plebe è buffona
e «appena riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso i sacri volumi»
[27]. |
|
[27] - Vedi Morandi,
Prefaz. ai sonetti romaneschi del Belli (Città di Castello, Lapi,
vol. 1, 1889). |
|
Qui abbiamo, in somma, l’ironia, cioè
quella tal contradizione fittizia tra quel che si dice e quel che
si vuole sia inteso. Il contrasto non è nel sentimento, è solo verbale.
Dobbiamo,
dunque, da un canto tener conto di questo generale umore del popolo, di questa
lingua buffona della plebe, e dall’altro intender l’umorismo in quel senso largo
e improprio, se vogliamo includere tra gli umoristi Cecco Angiolieri e non Cecco
Angiolieri soltanto, allora, ma tutto quel gruppo dl poeti toscani non di
scuola, ma di popolo, pieni di naturalezza nell’arte loro non ancora ben sicura,
nel cui petto per prima si ridesta o di dolce voglia o per casi reali, per
sentimenti veri, un’anima di canto umano, tra le insulse sconsolanti scimierie
dei poeti per distrazione o per sollazzo o per moda o per galanteria, tra i
bisticci pur che siano della scuola provenzaleggiante: di quei poeti in fine,
ne’ cui versi, per dirla col Bartoli, è l’annunzio del carattere realistico che
assumeranno le nostre lettere.
Son toscani,
questi poeti, e in Toscana segnatamente troveremo queste espressioni così dette
umoristiche in senso largo: in Toscana, e nella non scarsa letteratura nostra
dialettale. Perché? Perché l’umorismo ha sopra tutto bisogno d’intimità di
stile, la quale fu sempre da noi ostacolata dalla preoccupazione della forma, da
tutte quelle questioni retoriche che si fecero sempre da noi intorno alla
lingua. L’umorismo ha bisogno del più vivace, libero, spontaneo e immediato
movimento della lingua, movimento che si può avere sol quando la forma a volta a
volta si crea. Ora la retorica insegnava, non a crear la forma ma ad
imitarla, a comporla esteriormente; insegnava a cercar la lingua fuori, come
un oggetto, e naturalmente nessuno riusciva a trovarla se non nei libri, in quei
libri che essa aveva imposti come modelli, come testi. Ma che movimento si
poteva imprimere a questa lingua esteriore, fissata, mummificata, a questa forma
non creata a volta a volta, ma imitata, studiata, composta?
Il movimento è
nella lingua viva e nella forma che si crea. E l’umorismo che non può farne a
meno, (sia nel senso largo, sia nel suo proprio senso) lo troveremo - ripeto -
nelle espressioni dialettali, nella poesia macaronica e negli scrittori ribelli
alla retorica.
C’è bisogno
d’intendersi su questa creazione della forma, cioè su le relazioni tra la
lingua e lo stile? Avvertiva acutamente lo Schleiermacher nelle sue Vorles.
üb. Aesth. che l’ artista adopera strumenti che di lor natura non son fatti
per l’individuale, ma per l’universale: tale il linguaggio. L’artista, il poeta,
deve cavar dalla lingua l’individuale, cioè appunto lo stile. La lingua è
conoscenza, è oggettivazione; lo stile è il subiettivarsi di questa
oggettivazione. In questo senso è creazione di forma: è, cioè, la larva
della parola in noi investita e animata dal nostro particolar sentimento e mossa
da una nostra particolar volontà. Non dunque creazione ex nihilo. La fantasia
non crea nel senso rigoroso della parola, non produce cioè forme genuinamente
nuove. Se, in fatti, esaminiamo anche i rabeschi più capricciosi, i grotteschi
più strani, i centauri, le sfingi, i mostri alati, vi troveremo sempre, più o
meno alterate per le loro combinazioni, immagini rispondenti a sensazioni reali.
Ebbene, una
forma, press’a poco, o meglio, in un certo senso corrispondente al grottesco
nelle arti figurative troviamo nell’arte della parola, ed è appunto lo stil
macaronico: creazione arbitraria, contaminazione mostruosa di diversi elementi
del materiale conoscitivo.
|
E avvertiamo
che esso sorse appunto come ribellione e come derisione, e che non fu solo che
ebbe cioè a compagni altri linguaggi burleschi, fittizii. «Il dialetto sprezzato
- notava Giovanni Zannoni, illustrando I precursori di Merlin Cocai
[28] - volle
insinuarsi malignamente nel latino per sfregiare la togata lingua dei dotti e
quello che era stato un elemento parziale della satira popolare e goliardica
divenne elemento massimo; |
|
[28] - Città di Castello, Lapi ed.; 1883. |
|
volle mostrare la propria
flessibilità, quando il volgare ancora accademico, grave, impacciato non poteva
piegarsi a tutte le esigenze dell’umorismo, e ad un tratto formò una nuova
maniera di sogghigno. In tal modo, da due cause contrarie ebbe origine il
linguaggio macaronico che fu la più grossa e fragorosa risata del risorgimento,
la beffa più atroce al classicismo e che, pure involontariamente, giovò tanto al
definitivo trionfo del volgare.»
Ma quanti
furono questi scrittori ribelli? pochi o molti? pochi ahimè, perché il maggior
numero è sempre dei mediocri: servum pecus. Il Barzellotti riconosce che
«un primo moto di originalità e di feconda spontaneità creatrice» si era fatto
«nella mente e nella vita degli Italiani durante i secoli decimoterzo e
decimoquarto»; ma poi dice «tutti o quasi tutti gli umanisti avere
interrotto con l’imitazione e la ripetizione degli antichi quel primo moto
d’originalità».
|
Ora questa a
noi sembra un’altra di quelle considerazioni molto sommarie che abbiamo
deplorato più su, considerazione che s’accorda con altre simili su la
scettica indifferenza, ad esempio, su la pagana serenità, su la
mortificazione delle energie individuali, su la mancanza d’aspirazioni,
sul riposo nelle forme e nel senso, ecc., ecc., del nostro grande
rinascimento, come se il culto dell’antichità non fosse stato già di per sé
un’idealità grande, tanto grande che illuminò tutto il mondo, il riacquisto d’un
patrimonio che si fece fruttare sapientemente e produsse opere immortali, e come
se esso non fosse venuto anzi a tempo a riempire il vuoto d’idealità cadute o
cadenti; come se insieme con quattro o cinque dotti aridi e vacui non ce ne
fossero stati tant’altri pieni di vita e d’ardire, nel cui latino palpitano e
vibrano le energie tutte della lingua italiana; come se per entro al
Facetiarum libellus unicus di Poggio, per esempio, non spirassero aure nuove
[29]; come se il Valla fosse
soltanto autore del trattato Elegantiarum latinae linguae; come se nel
Pontano e nel Poliziano e in tanti altri non fosse così intero e fresco il
sentimento della realtà, che il Poliziano poi, componendo in volgare, poté aver
tutte le grazie ingenue d’un poeta popolare. |
|
[29] - Quanti spunti di vero e proprio umorismo in Poggio! Basterà
ricordare il patto di quel buon’uomo col cantastorie di piazza per differir la
morte di Ettore, che tanto lo addolorava; la risposta di quel cardinal di Spagna
ai soldati della Santa Sede: «Ancora non ho fame»; la disperazione di quel
bandito per la goccia di latte venutagli in gola durante la quaresima, ecc. ecc. |
|
E sotto questo mondo dei dotti, così
sommariamente considerato, non c’era forse il popolo? E si può dire, d’altro
canto, che i nostri poeti cavallereschi, ad esempio, diedero solamente una
maggior bellezza esteriore, una linea più composta, più armoniosa alla materia
romanzesca, se da capo a fondo la ricrearono con la fantasia? Altro che bellezza
esteriore!
Si è troppo
ripetuto, e con troppa leggerezza, che nell’indole della nostra gente predomini
l’intelletto più che il sentimento e la volontà, cioè la parte obiettiva più che
la subiettiva dello spirito, donde il carattere dell’arte nostra più
intellettualistica che sentimentale, più esteriore che interiore.
L’equivoco qui
è fondato nell’ignoranza del procedimento di quell’attività creatrice dello
spirito, che si chiama fantasia: ignoranza che era fondamentale nella Retorica.
L’artista deve sentire la propria opera com’essa si sente e volerla com’essa si
vuole. Avere un fine e una volontà esteriori, vuol dire uscire dall’arte.
E ne escono
difatti quanti s’ostinano a ripetere che l’arte nostra del rinascimento fu
splendida di fuori e vuota di dentro. Vuota in che senso? Nel senso che non ebbe
volontà e fini oltre a sé stessa? Ma questo fu un pregio e non un difetto. O se
no, bisognerebbe dimostrare che fu arte falsa, cioè artificio. Si può dimostrar
questo? Sì, certamente, se prendiamo i mediocri, gli schiavi della retorica, la
quale insegnava appunto l’artificio, la copia! Ma perchè dobbiamo prendere i
mediocri? perché dobbiam guardare cosi taineamente all’ingrosso, senza
distinguere? Arte falsa, quella dell’Ariosto?
Buttando via in
un fascio i mediocri, e affrontando i veri poeti, ci accorgeremo subito di fare
una questione di contenuto e non di forma, una questione dunque estranea
all’arte. Ma questo stesso contenuto, che fa tanto dispetto, come fu assunto dai
poeti veri, da coloro che ebbero innegabilmente uno stile, e dunque originalità
e intimità? Non c’è proprio nulla che riempia il vuoto che ci si vuol sentire?
Non c’è l’ironia di questi poeti? E perché non si vuol riconoscere il valore
positivo, sottinteso, di questa ironia? Itali rident, sì, ma con questo
riso si cacciò il Medio Evo; e quanto fiele sotto a questo riso! E che ha di
diverso questo riso in Erasmo di Rotterdam, in Ulrico di Hutten? Perché si
disconosce soltanto nei nostri questo valore positivo dell’ironia e si riconosce
invece negli stranieri? si disconosce in Pulci e nel Folengo per esempio, e si
riconosce in Rabelais? Forse perché questi ebbe l’accortezza d’invitare i
lettori a imitare il cane innanzi all’osso e quegli altri no?
«...Vites-vous oncques chiens rencontrans quelque os méduilaire? C’est, comme
Platon dit (lib. Il De Rep.), la bête du monde plus philosophe. Si vû
l’avez, vous avez pû noter de quelle dévotion il le guette, de quel soin il le
garde, de quelle ferveur il le tient, de quelle prudence il l’entomme, de quelle
affection il le bris et de quelle diligence il le succe. Qui l’induit à ce
faire? Quel est l’espoir de son étude? Quel bien prétend-il? Rien plus sinon
qu’un peu de moüelle.»
|
E l’osso
gettato dal Rabelais ai critici è stato difatti spiato con devozione, preso con
cura, tenuto con fervore, scalfito con prudenza, spezzato con affetto e
succhiato con diligenza. E perché non così quelli del Pulci e del Folengo?
[30] Ma ogni qual volta si butta
un osso a un critico si deve dunque dire: - Bada, c’è dentro il midollo? - o far
che questo midollo si mostri un tantino da qualche parte fuori dell’osso? Ma
tanto più pregevole è un’opera d’arte, quanto maggiore è l’assorbimento della
volontà e del fine nella creazione artistica. Questo maggiore assorbimento
rischia di parere indifferenza verso gli ideali della vita a chi consideri le
opere con criterii estranei all’arte, e le opere d’arte superficialmente; ma -
a prescindere che gl’ideali della vita, per sé stessi, non hanno nulla da vedere
con l’arte, che dev’essere creazione spontanea e indipendente - pure
quell’indifferenza, in fondo non c’è, perché altrimenti non ci sarebbe neppur
l’ironia. Se l’ironia c’è, ed è innegabile, non c’è l’indifferenza, di cui tanto
s’è parlato.
Piuttosto deve
dirsi che questa ironia non riesce se non di rado a drammatizzarsi comicamente,
come avviene nei veri umoristi: resta quasi sempre comica senza dramma, e dunque
facezia, burla, caricatura più o men grottesca. Lo stesso però avviene in
Rabelais: |
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[30] - Vedi sul Pulci il libro di Attilio Momigliano L’indole e il riso di L.P. (Rocca S.
Casciano, Cappelli, 1907), da cui però in gran parte io dissento, come
dirò appresso; e quel che dicono del Folengo il De Sanctis nella sua
Storia d. lett. ital., cap. XIV, il Canello nel suo Cinquecento
e gli studii dello Zumbini e dello Zannoni.
|
|
Mieulx est de ris que des larmes escripre:
Pour ce que rire est le propre de l’homme.
E Alcofribas Nasier è condamné en Sorbonne pour les facétiès
de haute graisse qui caractérisent son livre. Che hanno di più o di
diverso queste facéties de haute graisse di quelle del Pulci e del
Folengo e del Berni? Rileggiamo con questo intento il Morgante Maggiore e
il Baldus e poi La vie de Gargantua e Les faits et les dits
héroïques du bon Pantagruel roi des Dipsodes, e ci salteranno agli occhi a
ogni passo la parentela spirituale innegabile, le innegabili derivazioni.
E rileggiamo il
Berni. Lasciando anche da parte le 18 stanze al principio del canto xx del
Rifacimento dell’Orlando Innamorato e l’opuscolo del Vergerio sul
protestantesimo del Berni e tutte le altre riflessioni filosofiche, sociali e
politiche sparse qua e là nel Rifacimento stesso, lasciando da parte il
Dialogo contro i poeti e le parodie del Petrarca in derisione dei
petrarchisti, e l’invettiva famosa: Nel tempo che fu fatto papa Adriano VI
e i sonetti contro Clemente VII:
Il papa non fa altro che mangiare,
Il papa non fa
altro che dormire;
e tutti gli altri sonetti contro a preti e abati, e anche quel sonetto che
comincia:
|
Poiché da voi, signor, m’è pur vietato
Che dir le vere
mie ragion non possa,
Per consumarmi
le midolle e l’ossa
Con questo
nuovo strazio e non usato
[31]; |
|
[31] - Si legga a questo proposito quel che dice il Graf nel suo
aureo libro Attraverso il
Cinquecento su le condizioni del letterato nel sec. XVI. |
|
e lasciando anche da parte il capitolo in lode d’Aristotile (che non affetta il
favellar toscano) dedicato a Messer Pietro Buffetto cuoco, spigoliamo proprio in
quei capitoli che pajono i più frivoli e spigoliamo nelle lettere del Berni. A
Messer Latino Juvenale scrive: «Ecco il Valerio mi riprende, e dice ch’io farei
bene a lasciare andar queste baje e a rivolgere i miei pensieri a miglior parte;
che maledetto sia egli, e chi sente talmente seco. Che penitenza è la mia, a
dare ad intendere al mondo che questo si debba piuttosto imputare alla mia
disgrazia che ad alcuna elezione? Io non ho comprato a contanti questo tormento,
né me lo sono andato cercando a posta per far rider la gente del fatto mio: che
non se ne ridon però se non gli scempi». E a Monsignor Cornaro scrive: «Ma che
la natura e la fortuna mi ha fatto tale, dico, asciutto di parole e poco
cerimonioso, e per ristoro intrigato in servitù». In un’altra lettera confessa:
«Io, spinto dalla furia del dolore, sono ricorso al rimedio della poesia». Egli
si governa, come dice in una poesia, a volte di cervello, e a Messer
Agnolo Divizio scrive: «conciossiaché alla giornata io operi e faccia tutte le
mie azioni. Che si cava di questo mondo finalmente altro che ’l contentarsi o
almeno cercare di contentarsi».
Ciascun faccia secondo il suo cervello
Che non siam
tutti d’una fantasia.
E a Giovan Francesco Bini: «Nondimeno ancora io sono stoico come voi, e lascio
correre alla ’ngiù l’acqua di questo fiume». In mezzo alla peste, allo stesso
Divizio suo padrone, che andava fuggendo di qua e di là per paura, scrive: «Se
ben son uomo, e come uomo tengo conto della vita, ho anche tanta grazia da Dio,
che a luogo e tempo so non ne tener conto; ch’è anche cosa da uomo. Sicché non
mi dite pauroso, ché io sono piuttosto degno di esser chiamato temerario». E
come uno stoico veramente fu in mezzo alla peste, ne vinse il terrore e riuscì
ad acquistarne quel sentimento che vedremo essere fondamentale dell’umorismo,
cioè il sentimento del contrario: l’ironia, nei due capitoli in lode
della peste, riesce a drammatizzarsi comicamente, e però va oltre alla facezia,
oltre alla burla, oltre al comico. Nel flagello vede, come vedrà poi don
Abbondio, la scopa, ma con ben altre riflessioni filosofiche.
Non fu mai malattia senza ricetta
La natura l’ha
fatte tutt’e due,
Ella imbratta
le cose, ella le netta.
E la natura, dopo aver trovato il bujo e le candele e aver fatto gli orecchi e
le campane,
Trovò la peste perché bisognava;
bisognava, perché:
... a questo corpaccio del mondo
Che per esser
maggior più feccia mena,
Bisogna spesso
risciacquare il fondo.
E la natura
che si sente piena
Piglia una
medicina di moria.
Ma la natura ha anche «forte del buffone» e il Berni sa bene avvertirne tutti i
contrasti amari e le aspre dissonanze e riderne, rappresentandoli. In una
lettera in versi al pittore Sebastiano del Piombo, parlando anche di
Michelangelo, comune amico, dice:
Ad ogni modo è disonesto a dire
che voi che
fate i legni e i sassi vivi,
Abbiate poi
com’asini a morire.
Basta che
vivon le querci e gli olivi,
I sorbi, le
cornacchie, i cervi e i cani,
E mille
animalacci più cattivi.
Ma
questi son ragionamenti vani,
Però lasciamli
andar, ché non si dica
Che noi siam
mammalucchi o luterani.
|
Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908 Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
V. L'ironia comica nella poesia
cavalleresca
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
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Quando il
Brunetière, su la Revue des Deux Mondes prima
[32], poi nel volume Études
critiques sur l’histoire de la littérature française
[33], si scagliò contro
l’erudizione contemporanea e la letteratura francese nel Medio Evo, a difender
questa e quello sorsero, fieramente indignati, molti critici, segnatamente
romanisti, e non soltanto della Francia.
Certo, la
difesa dell’erudizione contemporanea sarebbe riuscita molto più efficace, se i
difensori non si fossero da un canto lasciati andare per ripicco a dire ogni
sorta di villanie contro la critica estetica, e non si fossero, dall’altro,
provati a difendere con troppo zelo anche le bellezze della poesia medievale,
epica e cavalleresca, della Francia.
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[32] - 1879, III, p. 620
ss.
[33] - Paris, 1880.
[34] - Trad. del Gorra
(Torino, Loescher, 1888). Vedi Lib. III, cap. III (Valore dell’Epopea)
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Ricordo, fra le
altre, la difesa di Cr. Nyrop, nella sua Storia dell’Epopea francese
nel M.E.
[34], per la ingenua
speciosità degli argomenti. «Si è fatto un rimprovero ai poemi dicendo che sono rozzi e
ruvidi e che i personaggi che vi agiscono non possono pretendere al nome di
eroe, poiché tutto il loro sforzo non tende ad altro che ad uccidere.» -
Ebbene, da questa accusa di rozzezza, di ruvidità, di crudeltà, come difendeva
egli i poemi? Non li difendeva affatto: «Si concederà volentieri, - egli dice
anzi, - che in molti poemi si cantano e celebrano cose le quali, osservate dal
punto di vista del nostro tempo, non possono chiamarsi altro che crudeltà,
abominevoli e bestiali crudeltà, e che gli eroi spesso sfogano la loro ira in
modo inumano sopra coloro che per mala ventura sono venuti in loro potere». Cita
alcuni esempii e quindi, a mo’ di scusa, soggiunge: «ma il Medio Evo non era -
osservato cogli occhi del nostro tempo - neppure differente; l’antico poema
francese non si è certamente reso colpevole di nessuna esagerazione, poiché la
storia ha conservato memoria di molte simili crudeltà».
Bella scusa, la
fedeltà storica, di fronte all’estimativa estetica! Ma anche la crudeltà più
atroce, come tutto, può essere argomento d’arte; e crudelissimo si dimostra
Achille nel trascinare attorno alle mura di Troja il cadavere di Ettore:
bisognava dimostrare che la crudeltà, nei poemi francesi, è rappresentata, non
solo con fedeltà storica (il che in fondo importerebbe poco), ma artisticamente:
e questo il Nyrop non poteva, perché «gli eroi, - riconosce egli stesso, -
considerati dal lato psicologico sono figure poco complesse, i loro moti
interiori, i loro momenti di dubbio, le lotte del loro animo sono qualche cosa
di cui i poeti non fanno quasi mai parola... Analizzare e notomizzare un’anima è
solamente possibile e può soltanto interessare in un periodo di civiltà più
avanzato. Il poeta del Medio Evo non conosce tutti questi delicati gradi del
sentimento: per lui esistono soltanto i più spiccati segni esteriori, per lui
gli uomini sono prodi o vigliacchi, lieti o afflitti, credenti o eretici, e
quello che essi sono, lo sono completamente ed egli non spende mai molte parole
per dirlo a’ suoi uditori o a’ suoi lettori».
Esaminando poi
a uno a uno tutti i poemi, il Nyrop è costretto a riconoscere che la religione,
la quale, accanto al furore bèllico, si presenta come uno dei principali motivi
nell’epica francese, è una concezione «puerile», anzi la religiosità egli dice,
«occorre il più delle volte nei poemi come qualche cosa di esteriore, aggiunto
agli eroi, per la qualcosa sta in generale anche in contradizione con le loro
azioni. In altre parole: gli eroi non sembrano essere intieramente convinti
della verità di tutte le belle sentenze cristiane che si pongono loro in bocca;
il loro carattere e il loro interiore mal s’accorda coi miti ed umani dommi del
cristianesimo, e ne risulta perciò spesso una contradizione insolubile che
apparisce fortemente nei loro discorsi e nelle loro azioni. Così, per recare un
esempio, non è raro che l’uno o l’altro eroe dimentichi nelle sue preghiere sé
stesso al punto di aggiungere le peggiori minacce se Dio non gli concede quello
che egli chiede. Ed io credo, - soggiunge il Nyrop, - che il Gautier e il
D’Avril siano molto fuor di strada, quando considerano la religiosità come il
più importante elemento dell’epopea.
|
L’entusiasmo
del Gautier ogni volta che gli eroi nominano il nome di Dio è talora ridicolo,
egli va in estasi per la frase più bassa e triviale in cui si parli di angeli ed
esclama tosto: sublime, incomparabile; e quando s’imbatte in
qualche verso così stereotipo come questo “Foi que doi Dieu, le fils sainte
Marie”, egli lo chiama una energica affermazione di fede. Il suo punto di
veduta, preso nel suo insieme, è così limitato ed estremamente cattolico, che
non vale la pena di combatterlo. Io concepisco solo la religiosità degli eroi
come qualche cosa che per una parte fu aggiunta più tardi, forse al tempo delle
crociate, e diventa perciò soltanto un fattore concomitante ma subordinato; la
mia opinione può ben anche essere appoggiata da questo che gli ecclesiastici,
specialmente i monaci, sono di rado messi in una luce di cui abbiano molto a
lodarsi; se essi vogliono poter pretendere al favore dei poeti, devono, come
Turpino, presentarsi con la spada a fianco»
[35].
Ho voluto
ricordar questo, perché mi sembra che troppo se ne siano dimenticati quanti,
discorrendo con scarsa cognizione dell’epopea francese, notano in essa serietà e
profondità di sentimento religioso e non so quali e quanti fieri e nobili
ideali, per venir poi a dire che quel sentimento e questi ideali non potevano
trovar eco nei nostri poeti cavallereschi fioriti in un tempo di scettica
indifferenza, di pagana serenità, privo di aspirazioni, ecc.
ecc.
Tutte queste
frasi fatte non c’entrano e la ragione del riso dei nostri poeti cavallereschi
va cercata altrove.
|
|
[35] - I cavalieri si permettono anche, e questo accade negli stessi
poemi della crociata, di farsi beffe dei cerimonieri. Così nell’Antioche accade una scena
piacevole e caratteristica, quando i cavalieri francesi escono dalla
città per combattere contro Kerboga. Enguerrant de Saint-Pol sta loro
alla testa e il suo lucido elmo forbito e la sua corazza splendente
scintillano ai raggi del sole. Quando sono usciti dalla città si fermano
e un arcivescovo implora la benedizione del cielo sopra di loro e vuole
aspergerli con acqua benedetta, ma Enguerrant fa qualche obiezione e lo
prega di non macchiargli l’elmo: «Anqui le vurrai bel a Sarrasins
mostrer» (vedi Pigeonneau, Cycle de la Croisade, pp. 90-91). |
|
Già l’ironia
per la materia, la satira della vita cavalleresca, la troviamo in Francia fin
nei poemi, come ad esempio nell’Aiol; l’irrisione per l’Imperatore, gli
indizii della degradazione graduale di lui si trovano già in un poema antico
come l’Ogier le Danois, dove Carlo non ha più la prudenza
tranquilla e si lascia facilmente vincere dall’ira, e ingiuria e poi ha paura
della vendetta degli ingiuriati. A poco a poco, lo vediamo divenire imbecille,
«assotez», bersaglio delle beffe, e moralmente corrotto. Nel Carin de
Montglane, com’è noto, arriva finanche a giocarsi a scacchi la Francia.
La ragione di
questo degradamento, di questa irrisione la troviamo facilmente; è in ispecie
nei poemi in cui si vuol glorificare qualche eroe provinciale, poemi composti da
troveri che servivan vassalli se non al tutto ribelli, quasi indipendenti, ai
quali piaceva di ridere alle spalle dell’autorità imperiale.
Come
l’irrisione della vita cavalleresca e la degradazione dei cavalieri, esaltati
prima alle spalle dei vilan, si troverà nei poemi non più cantati a corte
o nei castelli. Se il nostro buon Tassoni avesse potuto leggere nel Siège de
Neuville l’impresa di quei bravi tessitori fiamminghi capitanati da Simone
Banin, non si sarebbe forse vantato più inventore del poema eroicomico. Troviamo
finanche questo in Francia purus et putus.
E allora? Il
Rajna avverte che «la propagazione della materia dalla regione transalpina alla
cisalpina par seguita sopra tutto di buon’ora ed essersi poi rallentata, ché
altrimenti poco si capirebbe come l’Italia abbia conosciuto meglio gli strati
arcaici delle chansons de geste che i successivi, tanto da conservare
racconti e forme di racconto dimenticati poi e alterati nella Francia, e da
ignorare invece quasi affatto le creazioni ibride che introdussero nel genere il
meraviglioso dei romanzi d’avventura». E traccia in brevi linee il tipo più
comune del romanzo cavalleresco prevalso nell’età franco-italiana: tipo a cui
risponde in grandissima parte il Morgante del Pulci. Ma è da notare
altresì col Rajna stesso che «la letteratura romanzesca toscana, senza
distinzione di prosa e di rima, ha rapporti diretti e immediati colle età
precedenti... Non mancano testi in prosa fabbricati sulle versioni rimate oppure
ad un tempo su queste e sulle forme anteriori, francesi o franco-italiane».
Il fatto è che
quando in Francia i più antichi poemi furon tradotti in forma di romanzi e
scesero tra il popolo, l’epica era morta; e che all’opposto in Italia – se non
l’epica, che non era possibile - il poema cavalleresco cominciò a nascere
quando, con versioni in prosa o rimate, la produzione francese e franco-
italiana o veneta entrò in Toscana e vi trovò il suo metro, l’ottava; e che in
tutto questo movimento la materia o rimase qual’era, degradata, o per
ringentilirsi si contaminò (nel senso classico della parola) e anche si sollevò
fino a drammatizzarsi seriamente.
Che ci han
dunque da vedere lo scetticismo del tempo, l’indifferenza, la mancanza d’ogni
ideale, se anzi i nostri poeti cavallereschi tendono invece a rialzare a mano a
mano, a nobilitar la materia, a rivagheggiar quasi in sogno quegli ideali,
lavando del troppo sangue gli eroi e rendendoli più umani e più gentili? Che se,
anche così, poi essi non riescono bene a prenderli sul serio, non è già perché
li vedano innanzi a loro spogli di quegli ideali e non più animati dall’antico
sentimento religioso, ma perché la rappresentazione che di essi aveva fatto la
poesia medievale (tranne qualche rarissima eccezione), ruvida e rozza, non li
poteva in alcun modo né per alcun lato far prendere sul serio. A poeti colti e
maturi, che leggono e sanno ammirare i classici, quegli eroi tutti d’un pezzo,
foggiati tutti su lo stesso stampo, dovevano apparir per forza fantocci.
Eppure il
popolo ancora e anche i signori prendevano gusto al racconto delle loro gesta
inverosimili.
Il popolo si
capisce: se ne diletta vivamente tuttora, a Napoli, a Palermo; e la materia si
modifica, s’accresce, prende nutrimento e qualità dai sentimenti, dai costumi,
dalle aspirazioni della gente innanzi a cui si rappresenta, assumendo una rozza
forma, di cui facilmente quella si contenta. Il popolo crede; in ispecie il
popolo meridionale, inculto, appassionato e ancor quasi primitivo, serba anche
oggidì tutti quegli elementi d’ingenua meraviglia e di credulità superstiziosa e
fanatica, che rendon possibili la nascita e lo sviluppo della leggenda: e se
Garibaldi, vestito di fiamma, passa in mezzo ad esso, è investito senz’altro,
spontaneamente, dei più antichi attributi leggendarii: è creduto invulnerabile,
e che abbia nella spada un capello di Santa Rosalia, patrona di Palermo, proprio
come Orlando aveva in Durendala un capello della Vergine. E tutti noi, del
resto, anche privi della beata ignoranza popolare, non abbiamo forse di
Garibaldi, la cui vita fu e volle essere una vera creazione in tutto, fin nel
modo di vestirsi, fuori e sopra le conoscenze d’ogni realtà contingente, noi
tutti, dico, non abbiamo di Garibaldi un sentimento leggendario, epico, che si
offende se minimamente un tratto discordante si voglia metter in luce, un
documento storico tenti in qualche punto di diminuircelo? Noi tutti però non
potremmo più affatto contentarci oggi d’una epopea garibaldina vera e propria,
sorta cioè dal popolo con quegli ingenui e primitivi attributi leggendarii; come
per altro non ci contentiamo dei componimenti epico-lirici su questo Eroe,
componimenti in cui il poeta tenta di sostituire la immaginazione collettiva del
popolo con la propria fantasia individuale, e non ci riesce, perché quell’Eroe
con la volontà e col sentimento creò di per sé epicamente la propria vita,
cosicché la sua storia è di per sé epopea, e nulla potrebbe aggiungervi la
fantasia d’un poeta, come gl’ingrandimenti meravigliosi e ingenui della
immaginazione collettiva del popolo la renderebbero a noi diminuita e ridicola:
parodia d’epopea a volerla rappresentare; qual è, ad esempio La scoperta
dell’America di Cesare Pascarella.
Per il popolo
la storia non è scritta; o, se è scritta, esso la ignora o non se ne cura; la
sua storia esso se la crea, e in modo che risponda a’ suoi sentimenti e alle sue
aspirazioni.
A una sola
storia, se mai, il popolo avrebbe potuto credere, in materia cavalleresca: alla
famosa Cronaca dello pseudo-Turpino, la quale, all’uopo, per un esempio,
avrebbe potuto confermargli che il gigante di nome Ferràu o Ferracutus fuit
de genere Goliat, poiché la sua statura era quasi cubitis xx, facies erat
longa quasi unius cubiti et nasus illius unius palmi mensurati et brachia et
crura ejus quatuor cubitum erant et digiti ejus tribus palmis. Ma non ce
n’era punto bisogno! Perché anzi il bisogno del popolo è sempre un altro: quello
di credere, non di dubitare minimamente di ciò che gli piace credere.
Questo dubbio poteva nascere nei tardi raffazzonatori pseudo-letterati
dell’epica francese, quando, alterate a lor modo le antiche leggende, tiravano
in ballo Turpino o le cronache di S. Dionigi:
Et qui ice voudrai a mançogne tenir
Se voist lire l’estoire en France, a Paris.
Dal che si vede che neanche in questo sarebbero stati originali i nostri poeti
cavallereschi, ogni qual volta a mo’ di scusa aggiungevano: «Turpin lo dice».
Quando questa
materia cavalleresca, dalle piazze ove ormai è caduta, risale, per capriccio o
per curiosità o per vaghezza che se ne abbia, ai palagi, alle corti dei signori,
che avviene?
Ma bisogna
innanzi tutto avvertire all’indole, ai gusti, ai costumi di queste corti, a cui
sale!
Quale fosse la
corte di Lorenzo de’ Medici, quali le abitudini, i piaceri, gl’intendimenti di
lui, è ben noto; e basterebbe, anche senza dare tutto quel peso che si deve alla
diversa indole e alla diversa educazione dei poeti, a spiegarci in gran parte
perché il Morgante Maggiore sia così diverso dell’Innamorato del
Bojardo e del Furioso dell’Ariosto.
Il Morgante
risponde perfettamente alla corte di Lorenzo, il quale si piace della
espressione popolare e per il popolo compone, parodiando, come nella Nencia
da Barberino.
|
Egli ha il gusto della parodia, e lo dimostra anche coi
Beoni, parodia dantesca, letteraria, qui; parodia dell’espressione popolare
nella Nencia: «Ben è vero che il Medici, - notò il Carducci nella
prefazione alle poesie di Lorenzo de’ Medici
[36], - contraffece e parodiò più
presto che non ritraesse la espressione degli affetti e il modo di favellare de’
nostri campagnuoli: ché i Rispetti più volte stampati negli ultimi anni
mostrano aperto avere il popolo di Toscana più gentilezza d’affetto, più
squisitezza di fantasia, più forbitezza di favella che non piacesse
prestargliene a Lorenzo dei Medici detto il Magnifico e a Luigi Pulci suo
cortegiano. |
|
[36] - Firenze, Barbèra, 1859.
|
|
Il quale, com’è de’ cortegiani, volle dar a divedere ch’e’ facea
conto del poeta potente imitandolo nella Beca da Dicomano; e com’è degli
imitatori, per superarlo l’esagerò, sfoggiando lo strano e il grottesco dove il
Medici pur nella parodia s’era tenuto al delicato.»
Ma è chiaro che
l’intenzione parodica comunica per forza alla forma la caricatura, giacché, chi
voglia imitare un altro, bisogna che ne colga i caratteri più spiccati e su
questi insista: tale insistenza genera inevitabilmente la caricatura.
La presenza di
quella pia donna che fu Lucrezia Tornabuoni potrebbe poi anche spiegarci, almeno
in parte, la mascheratura religiosa che il Pulci volle dare al suo poema;
parodia anch’essa, per altro, a mio modo di vedere, come tutto il resto.
Basta trattare
di religione con la lingua buffona della plebe, perché si abbia l’irriverenza.
|
Ricorderò qui,
a questo proposito, ancora una volta quello che il Belli faceva rispondere a
Luigi Luciano Bonaparte che gli proponeva la traduzione in romanesco del vangelo
di San Matteo. Ma questa irriverenza che nasce dalla lingua buffona della plebe
non denota punto per sé stessa irreligiosità. E ricorderò anche l’aneddoto che
si racconta in Sicilia d’un altro grande poeta dialettale, notissimo nell’isola
e ignoto affatto nel Continente, Domenico Tempio, il quale chiamato un giorno
dal vescovo di Catania e paternamente esortato a non più cantare cose oscene e a
dare invece al popolo durante la settimana santa un bell’esempio di contrizione
sciogliendo un cantico sacro su la passione e morte di Cristo, rispose a
Monsignore che volentieri lo avrebbe soddisfatto, essendo egli credentissimo e
divoto; e volle anzi dargliene un saggio lì per lì, scagliandosi con due versi
d’estrosa improvvisazione contro Ponzio Pilato così sconci, che fecero subito
passar la voglia a Monsignore del bell’esempio di contrizione da offrire al
popolo catanese durante la settimana santa.
Tutte le
dispute che si son fatte intorno alla irriverenza verso la religione, anzi
all’empietà, all’ateismo del Pulci, non possono veramente non apparir vane
quando si intendano a dovere lo spirito del poema, la qualità e la ragione della
sua ironia e del suo riso.
Non è
possibile, o è ingiustissimo, giudicare in sé e per sé esclusivamente i1
Morgante Maggiore, come fece ad esempio una prima volta il De Sanctis
[37], il quale credette e volle
dimostrare che il Pulci, nel comporre il suo poema, non avesse vera e profonda
coscienza del suo scopo; e però condannò come insufficienze del poeta la
puerilità delle situazioni, la rudimentalità psicologica dei personaggi, le
ripetizioni nell’ordito, ecc. ecc. Il Pulci, invece, è coscientissimo del suo
scopo, e tra i due casi che pone il De Sanctis di chi dice sciocchezze con
intenzione comica e fa ridere non di lui, ma di quel che dice, e di chi
all’incontro dice sciocchezze per sciocchezza e fa ridere di lui e non di quel
che ha detto, l’autore del Morgante sta certamente nel primo caso, non
già nel secondo. Il Pulci dice sciocchezze con intenzione comica o, più
propriamente, parodica, e fa ridere, non tanto però quanto vorrebbe far credere
in un suo libro recente Attilio Momigliano
[38], come vedremo appresso. |
[37] - Vedi Scritti
varii inediti o rari, a cura di B. Croce, vol. I, Napoli, Morano e
figlio, 1898. Il De Sanctis poi nella sua Storia della letteratura it.
corresse il suo giudizio sul Pulci e sul poema. Qui ho citato il suo
primo giudizio solo perché anche da un errore (del resto riparato) del
sommo critico, si può trarre profitto, ponendo in giusta evidenza, in
questa facile confutazione, tra i due casi di cui egli parla, quale
veramente sia quello del Pulci.
[38] - Vedi il vol. già
citato L’indole e il riso di L.P., Rocca S. Casciano, Cappelli,
1907.
|
|
Ho ricordato più su La scoperta dell’America di Cesare Pascarella.
Ebbene, si può dire che, esteticamente, il Pulci si trovi, di fronte alla
materia cavalleresca, in certo qual modo nella stessa posizione del poeta
romanesco di fronte alla scoperta dell’America narrata da un popolano. Il
Pascarella infatti sorprende, o finge di sorprendere, in un’osteria un popolano
saputo, che racconta ad amici quella scoperta, commovendosi della gloria e della
sventura di Colombo. Chi si sognerebbe d’attribuire al poeta romanesco le
sciocchezze che dice quel popolano? La puerilità ridicola di quei dialoghi col
re di Spagna portoghese? tutte le altre meraviglie non meno ridicole e infantili
del viaggio, dell’arrivo, del ritorno? E si noti che codeste meraviglie
suscitano anche, a un certo punto qualche reazione d’incredulità in chi ascolta:
- «Come le sai tu codeste cose?» - «Eh! c’è la storia». (Turpin lo dice).
E, qua e là, paragoni che par dimostrino con la massima evidenza qualche cosa e
invece non dimostrano nulla: e certe tirate calorose di sdegno o d’ammirazione;
e certe spiegazioni in cui la logica rudimentale del popolano si compiace quando
vuol farsi ragione di qualche caso o avvenimento straordinario; e certi impeti
di commozione che fanno ridere non per intenzione comica di chi racconta, ma o
per false deduzioni o per immagini improprie e stonate o per incongrue frasi.
Ciaripensa, e
te scopre er cannocchiale.
Chi si sognerebbe di dire che il Pascarella voglia metter qui in dileggio
Galileo? Ma egli non può, pur serbando affatto oggettiva la rappresentazione di
quel racconto d’osteria, non ridere entro di sé e di quel popolano che narra in
tal modo la gloria di Colombo e d’altri sommi Italiani e anche della scoperta
dell’America in tal modo narrata. E questo suo riso segreto forma quasi un’aria
ilare un’atmosfera di comicità irresistibile attorno a quella rappresentazione
oggettiva. L’intenzione comica del poeta, nel riferire oggettivamente le
sciocchezze di quel popolano, non si appalesa mai; il poeta non fa mai capolino.
Questo, veramente, non si può dire del Pulci. Mentre il Pascarella ritrae
semplicemente, il Pulci spesso contraffà per parodia. Ma non si debbono imputare
a lui tutte le sciocchezze, le volgarità, le puerilità dei cantastorie o della
letteratura epica e romanzesca venuta di Francia o dall’Italia settentrionale,
poiché egli anzi, contraffacendo e parodiando, se ne beffa apertamente. Sarebbe
come prendere sul serio una cosa fatta per giuoco, o come incolpare il
Pascarella d’aver deriso la gloria di Colombo, ritraendo il racconto che ne
faceva quel popolano. Il Pulci non si sogna neppur lui di deridere la cavalleria
o la religione; si spassa a contraffare i cantastorie di piazza, a cantar coi
loro modi, con la loro lingua, con la loro psicologia infantile, coi loro mezzi
inventivi stereotipati, la materia epica e cavalleresca; di tratto in tratto
segue e interpreta il sentimento popolare per qualche scena patetica, per
qualche azione che suscita l’ira o il compianto o lo sdegno, ecc. Naturalmente,
tutto questo, se rappresenta per lui uno spasso, un giuoco, per il solo fatto
poi ch’egli v’impiega l’arte sua e studio e tempo, non può non esser anche preso
sul serio; e non di rado, dunque, egli si immedesima davvero nel racconto, ma
sempre col sentimento, con la logica, con la psicologia del popolo, e trova
espressioni efficacissime. È vero che poi, tutt’a un tratto, rompe questa
serietà con una risata. Ma non è mai, secondo me, per intenzione satirica:
l’uscita è spesso burlesca, popolare: segue e interpreta anche qui spesso il
sentimento del popolo.
|
E sbaglia,
dunque, secondo me, il Momigliano e contradice anche a sé stesso, quando afferma
[39] che «il sorriso del
Morgante è soggettivo: soggettivo nel senso che è la naturale, incoercibile
irruzione dell’indole del Pulci nella materia epica. |
[39] -
Pp. 120-121 del vol. cit. |
|
In questo senso, - anzi egli aggiunge,
- il Morgante è uno dei poemi epici più soggettivi, che io
conosca, potrebbe esser definito: il mondo cavalleresco veduto attraverso un
temperamento giocondo. Anzi, dopo tante discussioni sul suo protagonista, - chi
vuole sia Morgante, chi Gano - io credo che l’unico personaggio, che domina
tutta l’azione, attorno al quale tutta l’azione si svolge, sia l’autore stesso:
all’infuori di lui non c’è protagonista».
|
Poche pagine
innanzi [40],
egli aveva detto: «In quell’età di riso spensierato più che satirico, il riso
del Morgante non è che la vernice del tempo, che si sovrappone alla
materia tradizionale deformandone soltanto la superficie».
|
|
E, indagando e studiando nella prima
parte del volume l’indole di Luigi Pulci: «Certo mentre l’uomo piangeva, il
poeta rideva. Non fu piccola forza d’animo durar a scrivere un poema giocondo
come il
Morgante, col cuore straziato da sempre nuove ferite, fra le minacce
della fame e della prigione per debiti. Non sono infrequenti i casi di poeti,
che si ridono dei proprii travagli, ma è rarissimo quello di un poeta
sventurato, che impiega la sua attività artistica in un’opera, nella quale il
riso non si vela mai di pianto. È un miracolo, nel quale probabilmente ebbe
qualche parte l’influsso della Rinascenza».
Confesso di passata ch’io non riesco a veder così giocondo lo spirito del nostro
Rinascimento, come il Momigliano insieme con altri lo vede. Diffido degli inviti
a godere, specialmente quando son così insistenti e vogliono aver l’aria
d’essere spensierati, diffido di chi vuol essere gajo ad ogni costo. Il
Trionfo di Bacco e d’Arianna? Ma è il carpe diem d’Orazio.
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem Di
dederint...
E può dirsi giocondità quella di chi si stordisce per non pensare? Potrebbe
esser, se mai, filosofia di saggi, non giocondità di giovani. E quante cose
tristi non dicono i famosi canti carnascialeschi a chi sappia leggervi ben
addentro!
Ma lasciamo
star questo, che per il momento sarebbe questione oziosa, tanto più che per me
il Pulci ritrae tutto dall’aspetto caratteristico dell’indole fiorentina e la
sua è la lingua buffona del popolo, e le idee e il sentimento del popolo,
rispetto alla materia epica e cavalleresca, nelle espressioni d’un cantastorie,
egli vuol contraffare e parodiare nel suo Morgante, il quale per me,
ripeto, non è poi tutto quel monumento di giocondità che il Momigliano ci
vorrebbe far credere.
Per spiegarci
il miracolo, di cui parla il Momigliano, basta por mente a questo, cioè più allo
scopo che il Pulci s’è proposto, che alla sua indole. Se la vita del poeta è
tristissima, se egli nel componimento Io vo’ dire una frottola confessa:
«I’ ho mal quand’i’ rido» e «io non sarò mai lieto», «... non piacqui mai - A me
stesso, né piaccio», se egli è inclinato fin dalla nascita alla mestizia e alla
malinconia, come il Momigliano stesso dimostra per altre testimonianze, oltre a
questa della Frottola composta negli anni tardi, se «egli aveva due modi
per mitigare i propri dolori: rassegnarcisi - ed era il rimedio al quale
ricorreva più di raro - o riderci su al modo degli umoristi: vera
consolazione da disperato», e «quest’umorismo triste - soggettivo nel Pulci, non
oggettivo - manca quasi affatto nel Morgante», come diventa poi
soggettivo, invece, il riso del Morgante, naturale, incoercibile irruzione
dell’indole del Pulci nella materia epica? Come può esser il Pulci il vero
protagonista del suo poema?
Magari fosse
stato! Ma il Pulci, se in parte nelle lettere e nella Frottola riesce a
ridere dei suoi dolori a modo degli umoristi, non riesce mai a oggettivare nel
suo poema la disposizione naturale all’umorismo . Egli vive due vite, ma non le
fa vivere nel suo poema. «Dualismo doloroso, - esclama qua il Momigliano, - che
condanna il Pulci a rappresentare nel Morgante la parte d’una maschera
allegra, mentre, quando s’è raffreddata la sua fantasia, onde i facili versi
sono fluiti come una brigata perennemente gaja dalle porte d’un palazzo fatato,
il dolore della vita tormentata di ogni giorno lo deve, pel contrasto,
riassalire più acuto che mai!». O dunque? Se è una maschera, non è l’indole che
naturalmente e incoercibilmente irrompe nella materia epica!
Ma non è
neanche una maschera. Di veramente soggettivo nel poema non c’è quasi nulla: il
Morgante è «la materia cavalleresca infusa d’un’anima plebea» come dice
il Cesareo, il quale nel gigante armato di battaglio e in Margutte vede il
popolo stesso che si mira allo specchio del suo rozzo e sincero naturalismo. Il
primo è «ignorante, vorace, manesco, burlone, ma non ha perfidia, e compie le
imprese più ardue a un sol cenno del suo padrone; è la forza ignara e subitanea
del popolo acconciamente diretta da un sentimento che ne sviluppi le qualità
oscure, l’onestà, la giustizia, l’indulgenza, la devozione, l’amorevolezza.
Margutte invece è il popolo senza fede e senza sentimento, la canaglia abietta e
impudente, motteggiatrice ed obliqua, criminosa e spavalda». E il vero
protagonista del poema è dunque Morgante, il buon popolo, che segue, ammirato,
le strampalate avventure dei paladini di Francia e vi partecipa a suo modo. Il
Pulci non ha voluto rappresentare altro, nella sua parodia.
Ora il vero suo «io» il
Pulci, se dobbiamo stare all’indagine che ne fa lo stesso Momigliano - ripeto -
non lo dimostra affatto nel Morgante. Se vi rappresenta la parte d’una
maschera allegra! Per me è gravissimo torto attribuire direttamente al poeta ciò
che va attribuito al sentimento, alla logica, alla psicologia, alla lingua
buffona della plebe, nella parodia ch’egli ne fa.
|
Non posso
indugiarmi a rilevare tutte le false conseguenze che il Momigliano trae dalla -
secondo me - erronea convinzione che il riso del Morgante sia soggettivo.
Egli è in buona compagnia: anche per il Rajna le novità del Morgante
consistono «in certi episodi, dove l’Autore introduce curiosi personaggi di sua
fattura e si scapriccia tanto colla fantasia quanto colla ragione,
soprattutto poi nella dimostrazione del suo io e nell’atteggiamento che
prende di fronte all’opera sua»
[41].
|
[41] -
Vedi
Introduzione alle Fonti dell’Orl. Fur., seconda ed., p. 20 (Firenze,
Sansoni, 1900).
|
|
Così ad
esempio, il Momigliano a un certo punto osserva: «Non oserei però sostenere la
perfetta innocenza del Pulci, quando Ulivieri mi vien fuori a spiegare il
mistero della Trinità con quel certo esempio della candela, che non spiega un
bel nulla». Come se di queste spiegazioni che non spiegano nulla non fosse piena
tutta la letteratura popolare! E poi, se il paragone si trova già nell’Orlando,
che c’entra la malizia del Pulci? Più sotto, a proposito della conversione di
Fuligatto, osserva: «Già queste conversioni e questi battesimi - e per la loro
rapidità e per la loro frequenza e per il troppo fervore dei neofiti - più o
meno insospettiscono sempre». Ma se questo è uno dei tratti caratteristici, che
dimostrano appunto la puerilità della concezione religiosa nella epopea
francese! Appena conquistata una città, i vincitori impongono agl’infedeli la
conversione: chi si rifiuta, tagliato a fil di spada; e i battezzati diventano
d’un tratto cristiani zelantissimi. Che c’entra il Pulci? A proposito
dell’episodio d’Orlando motteggiato nel c. XXI dai ragazzacci della città, che
il paladino attraversa su Vegliantino così mal ridotto, che non si regge in
piedi, il Momigliano dice che il Pulci non sente la maestà cavalleresca, e poi
nota: «Pel nostro poeta il riso è una delle grandi leggi, a cui tutti devono
pagare il proprio tributo. Il Pulci, quindi, accenna ne’ suoi personaggi tanto i
lati seri quanto i lati ridicoli e li riduce a quando a quando ai limiti
dell’umano. Così, in quest’episodio, pare che egli prenda in giro Orlando, ma
non è vero: un paladino invitto, col palafreno cascante - anche Vegliantino qui
scade dalla dignità solita nei cavalli degli eroi - non è sottoposto ad una
deminutio capitis, non s’avvicina un po’ al Cavaliere dalla trista figura? E
questo non può accadere ad un paladino? Ma fate che gli s’avvicini un petulante
a beffeggiarlo e vedrete che egli non è un Don Quijote, ma un paladino
autentico: ecco in qual modo Orlando, abbassato per un momento, subito si
rialza. Nella fonte c’è qualche cosa di molto simile (Orl. L. 30- 37).
Siam già vicini alla beffa, ma non l’abbiamo raggiunta ancora: la beffa si avrà
solo, quando il riso sarà l’esplosione della ribellione meditata del
raziocinio». Anche qui è attribuito al Pulci quel che già, prima di tutto, si
trova nella fonte, e che si trova poi in altri poemi, come ad esempio nell’Aiol
e nel Florent et Octavien. Così, quella certa facilità di commozione che
hanno i paladini, e che al Momigliano sembra non molto naturale in guerrieri di
quella tempra, si trova già, come è noto, nell’epopea francese, dove centinaja
di volte si leggono versi come questi (formule epiche stereotipate):
Trois fois se pasme sor le corant destrier.
Quando non sviene un intero esercito:
Cent milie franc s’en pasment cuntre terre.
Dato il concetto che il Momigliano s’è formato dell’umorismo, che questo cioè
sia «il riso che penetra più finemente o più profondamente nel proprio oggetto,
e, anche quando non si eleva alla contemplazione di un fatto generale, è
tuttavia indizio di uno spirito avvezzo a cercare il nocciolo delle cose»,
s’intende com’egli possa trovare con molta buona volontà anche l’umorismo nel
Morgante, non ostante che prima egli stesso abbia detto che «il genere di
riso del Morgante non scaturisce da una psicologia profonda» e che questo
procede «da due ragioni, dall’inettitudine del Pulci e dalla materia, che di
solito si appaga di caratteri inconsistenti» e che il Pulci «vede specialmente
il ridicolo fisico, il ridicolo delle forme, degli atteggiamenti, delle movenze
d’un corpo» e il suo sia di solito «un riso superficiale» che «nella sua quasi
costante leggerezza ritrae dello spirito e della letteratura dei tempi». Ma ora
per lui: «il pianto, l’indulgenza, la simpatia, ecc. ecc., sono tutti elementi
accessori» dell’umorismo, il quale, in somma, è - come ha detto il Masci - «il
senso generale della comicità», e nient’altro. Inteso così, l’umorismo si può
trovare da per tutto. Ulivieri è sbalzato di sella da Manfredonio davanti a
Meridiana e dice:
Alla mia vita
non caddi ancor mai,
Ma ogni cosa
vuol cominciamento - ?
Umorismo! Meridiana gli risponde:
Usanza è in guerra cader dal destriere,
Ma chi si fugge non suol mai cadere - ?
Umorismo!
Rinaldo, dimentico di Luciana, si innamora di Antea e raccomanda a Ulivieri di
servirla con ogni cura, e l’amico risponde: «Cosi va la fortuna, Cércati d’altro
amante, Luciana; Da me sarai d’ogni cosa servito?» - «Risposta stringata,
filosofica, umoristica» commenta il Momigliano, e via di questo passo.
Ma no! Il vero
umorismo non si può trovare nel Morgante. Si sarebbe potuto trovare, se
il Pulci fosse riuscito a trasfondere i suoi dolori, le sue miserie in qualcuno
dei personaggi o in qualche scena, e ne avesse riso, come nella Frottola
o in qualcuna delle lettere; se la sua ironia, la vana parvenza di quello
sciocco, puerile o grottesco mondo cavalleresco, fosse riuscita in qualche punto
a drammatizzarsi, attraverso il suo sentimento, comicamente. Ma egli non solo
non vede, né può vedere sé nel dramma, ma non riesce neanche a vedere il dramma
nell’oggetto rappresentato. E come si può parlare dunque d’umorismo? Dico del
vero umorismo, che non è punto quel che crede il Momigliano, seguendo il Masci.
Dell’altro, cioè dell’umorismo inteso nel senso più largo e comune, di cui ho
già fatto parola, eh, di quello sì, ce n’è in lui solo tanta copia, quanta in
cento scrittori inglesi messi insieme, che dal Nencioni o dall’Arcoleo sarebbero
tenuti in conto di veri umoristi. Questo è indubitabile.
Mi sono
intrattenuto cosi a lungo sul Morgante perché fra i tre nostri maggiori poemi
cavallereschi è quello in cui certamente ha più campo l’ironia: l’ironia che -
secondo l’espressione dello Schlegel - riduce la materia a una perpetua parodia
e consiste nel non perdere, neppure nel momento del patetico, la coscienza della
irrealità della propria creazione.
L’intendimento
dei due altri poeti, il Bojardo e l’Ariosto, è più serio. Ma bisogna bene
intendersi su questa maggior serietà... Il Pulci è poeta popolare, nel senso che
non solleva per nulla dal popolo la materia che tratta, anzi ve la tiene per
riderne parodiandola, in una corte borghese come quella di Lorenzo che della
parodia, come ho detto, ha il gusto. Il Bojardo è poeta cortegiano, nel senso
che ha, per usare le parole stesse del Rajna, «una profonda simpatia per i
costumi e i sentimenti cavallereschi, cioè per l’amore, la gentilezza, il
valore, la cortesia» e se «non ha ritegno a scherzare col soggetto, né ha
rimorso di esporre alla derisione i suoi personaggi, gli è che egli intende a
celebrare la prodezza, la cortesia e l’amore, non già Orlando e Ferraguto»;
cortegiano, dunque, nel senso che scrive per dar buon tempo e gradito sollazzo a
una corte che, vivendo in ozii agiati ed eleganti, appassionandosi ai casi di
Ginevra e di Isotta, alle avventure dei cavalieri erranti, non avrebbe potuto
far buon viso ai paladini di Francia, se questi le fossero venuti innanzi senza
amore e senza cortesia. L’Ariosto, se per condizioni di vita, rispetto alla casa
d’Este, è - in un altro senso - poeta cortegiano anche lui, rispetto però alla
materia che prende a trattare, non guarda che alle condizioni serie dell’arte.
Abbiamo veduto
che nella stessa Francia già da tempo il mondo epico e cavalleresco aveva
perduto ogni serietà. Come avrebbero potuto i poeti italiani trattare seriamente
ciò che già da tempo era cessato di esser serio? L’ironia comica era
inevitabile. Ma «chi fa un lavoro comico - osserva giustamente il De Sanctis -
non è esentato dalle condizioni serie dell’arte».
Ebbene, queste
condizioni serie dell’arte rispetta più di tutti l’Ariosto, meno di tutti il
Pulci, ma non per difetto d’arte, come era parso prima al De Sanctis, bensì -
ripetiamo - per lo scopo ch’egli si prefisse.
Chi fa una
parodia o una caricatura è certamente animato da un intento o satirico o
semplicemente burlesco: la satira o la burla consistono in un’alterazione
ridicola del modello, e non sono perciò commisurabili se non in relazione con le
qualità di questo e segnatamente con quelle che spiccano di più e che già
rappresentano nel modello una esagerazione. Chi fa una parodia o una caricatura
insiste su queste qualità spiccate; dà loro maggior rilievo; esagera
un’esagerazione. Per far questo è inevitabile che si sforzino i mezzi
espressivi, si àlteri stranamente, goffamente o anche grottescamente la linea,
la voce o, comunque, l’espressione; si faccia in somma violenza all’arte e alle
condizioni serie di essa. Si lavora su un vizio o su un difetto d’arte o di
natura, e il lavoro deve consistere nell’esagerato, perché se ne rida. Ne
risulta inevitabilmente un mostro; qualcosa che, a considerarla in sé e per sé,
non può avere alcuna verità, né, dunque, alcuna bellezza; per intenderne la
verità e però la bellezza, bisogna esaminarla in relazione col modello. Si esce
così dal campo della fantasia pura. Per ridere di quel vizio o di quel difetto o
per deriderli, dobbiamo anche scherzare con lo strumento dell’arte; esser
coscienti del nostro gioco, che può esser crudele, che può anche non aver
intenzioni maligne o averne anche di serie, come le aveva ad esempio Aristofane
nelle sue caricature.
Se dunque il
Pulci nel suo lavoro comico viene meno alle condizioni serie dell’arte, non è
per insufficienza d’arte, ripeto. Lo stesso non si può dire del Bojardo. La
maggior serietà di questo deve considerarsi non già nell’intenzion dell’arte,
che gli difetta, bensì in quella di piacere alla sua corte, seguendo anche il
suo gusto e il piacer suo.
Si arrivò
finanche a dire che il Bojardo tratta seriamente, nel suo poema, la cavalleria.
Il Rajna, che - com’è noto - nel suo libro su Le Fonti dell’Orl. Fur. par
che si sia proposto di rialzare il Bojardo a costo del «suo continuatore», a
proposito della distinzione da farsi tra l’Innamorato e il Furioso,
domanda: «La faremo noi consistere nella cosiddetta ironia ariostesca?
Certo starebbe bene, se fosse vero, come si pretende, che l’Ariosto avesse, con
un sorriso incredulo, sciolto in fumo l’edificio del Bojardo, e trasformato in
fantasmi i personaggi dell’Innamorato. Il male si è che quell’edificio,
quei personaggi, erano già una fantasmagoria anche per il Conte di Scandiano. Se
Lodovico non crede al mondo che canta e se ne fa giuoco, non ci crede
maggiormente e all’occasione non se ne fa meno giuoco il suo predecessore e
maestro; se ironia c’è nel Furioso, non ne manca nemmeno nell’Innamorato».
E, alcune pagine innanzi: «Certo il sentir parlare di burlesco e umorismo, a
proposito dell’Innamorato, deve far meraviglia, e non poca. Si è tanto
avvezzi a sentir ripetere su tutti i toni, e da uomini autorevolissimi e
giudiziosissimi, che il Bojardo canta le guerre d’Albraccà, e le avventure
d’Orlando e di Rinaldo, con quella medesima serietà e convinzione, colla quale
il Tasso celebrava un secolo dopo le imprese dei Cristiani in Palestina e
l’acquisto di Gerusalemme! È un errore di cui mi par superflua la
confutazione... Non ci vuol molto ad accorgersi che tra il Bojardo ed il mondo
da lui preso a rappresentare, c’è un vero contrasto, dissimile soltanto per
grado e per tono da quello che impediva al Pulci d’immedesimarsi colla sua
materia. Ché agli occhi di ogni Italiano colto del secolo xv erano ridicoli quei
terribili colpi di lancia e di spada, che al paragone avrebbero fatto apparir
fanciulli gli eroi di Omero; ridicolo quel frapparsi (!) le armature e le carni
per le ragioni più futili, od anche senza un motivo al mondo; ridicole le
profonde meditazioni amorose, che assorbivano tutta l’anima per ore ed ore, e
sopprimevano ogni ombra di coscienza; ridicole, insomma, tutte le esagerazioni
dei romanzi cavallereschi. O come si vuole che un uomo imbevuto fino al midollo
di coltura classica, e dotato di un buon senso a tutta prova, avesse a
contemplare e rappresentare questo mondo senza mai prorompere in uno scoppio di
riso? E infatti il Bojardo ride, e si studia di far ridere; anche in mezzo alle
narrazioni più serie esce in frizzi e facezie; e più d’una volta egli crea
scene, che si potrebbero credere trovate dal Cervantes per beffare la cavalleria
ed i suoi eroi».
|
Il Rajna crede di difendere così il Bojardo da una
ingiustizia. Il suo torto – e gli è stato rilevato alla ristampa del
libro dal Cesareo
[42] -
è quello di trattare la questione dei rapporti tra il Bojardo e
l’Ariosto senza una adeguata preparazione estetica.
|
|
[42]
- Vedi in Critica militante (Messina, Trimarchi, 1907) 1o
studio «La fantasia dell’Ariosto» (pubbl. prima su la Nuova
Antologia)
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Eppure, già il De Sanctis, trattando della poesia
cavalleresca in un corso di lezioni all’Università di Zurigo, aveva avvertito
maravigliosamente: «La facoltà poetica per eccellenza è la fantasia: ma il poeta
non lavora solo con le facoltà estetiche, tutte le facoltà cooperano: il poeta
non è solo poeta; mentre la fantasia forma il fantasma, l’intelletto e i sensi
non rimangono inerti. Un poeta può avere potente virtù estetica ed esser povero
d’immaginazione, commettere errori nel disegno o spropositi storici e
geografici: questi difetti non toccano l’essenza della poesia. Ma se un poeta
che ha in alto grado queste alte facoltà, che ha un bel disegno ed una perfetta
esecuzione meccanica, ha debole fantasia, non saprà render vivente quanto vede:
la mancanza di fantasia è la morte del poeta. Ecco la distinzione da farsi. Fin
qui non avete diritto di mettere in quistione l’ingegno poetico del Bojardo; i
difetti, che abbiamo enumerato, dipendono da altre facoltà. Per venire ad
esaminarlo come poeta, bisogna dunque vedere fino a qual punto abbia la potenza
formativa del fantasma. Ha una grande inventiva: è stato il poeta italiano che
ha raccolto il più vasto e vario materiale di poesia; non solo per quantità ma
anche per qualità. L’inventiva è già una prima condizione del poeta; e per tal
riguardo il Bojardo è superiore al Pulci. - Ma, non che basti, è poca cosa:
l’invenzione nell’arte è il meno. Dumas lascia ai suoi segretarii l’incarico di
raccogliere i materiali, ne’ quali si riserba d’infonder poi la vita. Raccolto
il materiale, il Bojardo lo sa lavorare? Ecco la quistione. Non lo lascia nudo
ed arido come il Pulci; ha la facoltà del concepimento, dà ad ogni fatto e
personaggio le determinazioni necessarie perché acquisti una fisionomia propria.
Non gli basta l’abbozzare un personaggio; e anzi, egli è uno dei principali
disegnatori della poesia italiana. Pochi sanno dar con più sicurezza i
lineamenti ad un carattere... Che resta da fare al poeta? Mostrar vivo il
personaggio. Chi ha dato tal forma e tal carattere, lo deve far vivere. Bisogna
che la concezione diventi situazione. Anche i più appassionati non
sono sempre appassionati. Volendo mettere in opera le determinazioni, bisogna
scegliere tali circostanze che, mediante di esse, possano manifestarsi le forze
interne d’un personaggio. V’è situazione estetica quando il personaggio è posto
nelle condizioni più favorevoli, perché possa rivelarsi. Ma il Bojardo non sa
mutar la concezione in situazione».
Il Cesareo, che
svolge ampiamente e precisa nel suo studio su La fantasia dell’Ariosto
questa stupenda intuizione del De Sanctis, nota a questo punto che, in verità
«quando una creatura vive nella fantasia d’un poeta, ella si rivelerà intera in
qualunque circostanza si trovi. Il poeta non ha da sceglier nulla, perché quella
creatura è libera, autonoma, fuori del poeta medesimo e non si può trovare se
non in quelle situazioni a cui la sospinge il suo carattere in contrasto coi
caratteri circostanti. Le situazioni vengon da sé, non le sceglie il poeta; il
quale deve soltanto curare che in ciascuna situazione, anche la meno drammatica,
il personaggio apparisca tutto, con tutte le sue determinazioni interiori . E
allora una sola situazione basterà a farci conoscere quella creatura; e noi
sapremo a un dipresso ciò che ella farà in situazioni “più favorevoli”. Il
carattere di Farinata è già tutto ne’ primi sei versi co’ quali ei si volge a
Dante; quello d’Amleto è già tutto nella scena dell’udienza a Corte; quello di
don Abbondio è già tutto nella sua passeggiata in vista de’ bravi. Certo, la
successione delle situazioni accresce intensità ed evidenza al carattere; ma
qualunque situazione è una situazione estetica».
Per il Cesareo,
al Bojardo manca per l’appunto la visione completa del carattere; ed io son
d’accordo con lui. Su un altro punto io dissento dal De Sanctis, cioè là dove
egli dice che il Bojardo «per intenzioni pedantesche, ha voluto fare seriamente
quanto è sostanzialmente ridicolo». Codeste intenzioni pedantesche nel Bojardo
veramente non so vederle, come non so vedere ch’egli abbia voluto esser serio e
che soltanto «per la forza dei tempi» sia riuscito ridicolo. Se, come dice lo
stesso De Sanctis, egli «ride delle sue invenzioni», non ha voluto esser serio.
Secondo me, anzi, il torto del Bojardo è proprio là dove il Rajna crede di
difenderlo da una ingiustizia: che egli, cioè, nobile cavaliere, animato da una
profonda simpatia per i costumi cavallereschi, cioè per l’amore, la gentilezza,
il valore, la cortesia, non ha voluto esser serio, come per il sentimento suo
poteva e come per il rispetto alle condizioni serie dell’arte doveva. E, non
volendo esser serio, egli non ha saputo ridere, perché a quella materia solo un
riso ormai conveniva, quello della forma, e la forma sopra tutto manca al
Bojardo. Dice bene il Rajna che «non ci vuol molto ad accorgersi che tra il
Bojardo ed il mondo da lui preso a rappresentare, c’è un vero contrasto,
dissimile soltanto per grado e per tono da quello che impediva al Pulci
d’immedesimarsi colla sua materia». Ma l’inferiorità del Bojardo rispetto al
Pulci e all’Ariosto è appunto qui, nel grado e nel tono del suo
riso. Egli volle badar soltanto a sollazzare sé e gli altri, e non intese che,
volendo sollevar dal popolo quella materia e non volendo più farne
deliberatamente la parodia, come aveva fatto il Pulci, si dovevano rispettare le
condizioni serie dell’arte, come l’Ariosto le rispettò.
Non è affatto
vero che il poeta del Furioso con sorriso incredulo sciolga in fumo
l’edificio del Bojardo e trasformi in fantasmi i personaggi dell’Innamorato.
Al contrario! Egli dà anzi a quell’edificio e a quei personaggi ciò che loro
mancava: consistenza e fondamento di verità fantastica e coerenza estetica.
Bisogna bene
intendersi sul non credere del poeta al mondo che canta o che, comunque,
rappresenta. Ma si potrebbe dire che non solo per l’artista, ma non esiste per
nessuno una rappresentazione, sia creata dall’arte o sia comunque quella che
tutti ci facciamo di noi stessi e degli altri e della vita, che si possa credere
una realtà. Sono, in fondo, una medesima illusione quella dell’arte e quella che
comunemente a noi tutti viene dai nostri sensi.
Pur non di
meno, noi chiamiamo vera quella dei nostri sensi, finta quella
dell’arte. Tra l’una e l’altra illusione non è però questione di realtà,
bensì di volontà, e solo in quanto la finzione dell’arte è voluta,
voluta non nel senso che sia procacciata con la volontà per un fine estraneo a
sé stessa; ma voluta per sé e per sé amata, disinteressatamente; mentre quella
dei sensi non sta a noi volerla o non volerla: si ha, come e in quanto si hanno
i sensi. E quella dunque è libera, e questo no. E l’una finzione è dunque
immagine o forma di sensazioni, mentre l’altra, quella dell’arte, è creazione di
forma.
Il fatto
estetico, effettivamente, comincia solo quando una rappresentazione acquisti in
noi per sé stessa una volontà, cioè quando essa in sé e per sé stessa si
voglia, provocando per questo solo fatto, che si vuole, il movimento
(tecnica) atto ad effettuarla fuori di noi. Se la rappresentazione non ha in sé
questa volontà, che è il movimento stesso dell’immagine, essa è soltanto un
fatto psichico comune; l’immagine non voluta per sé stessa; fatto
spirituale-meccanico, in quanto non sta in noi volerla o non volerla; ma che si
ha in quanto risponde in noi a una sensazione.
Abbiamo tutti, più o meno, una volontà che provoca in noi quei movimenti atti a
creare la nostra propria vita. Questa creazione, che ciascuno fa a sé stesso
della propria vita, ha bisogno anch’essa, in maggiore o minor grado, di tutte le
funzioni e attività dello spirito, cioè d’intelletto e di fantasia, oltre che di
volontà; e chi più ne ha e più ne mette in opera, riesce a creare a sé stesso
una più alta e vasta e forte vita. La differenza tra questa creazione e quella
dell’arte è solo in questo (che fa appunto comunissima l’una e non comune
l’altra): che quella è interessata e questa disinteressata, il che
vuol dire che l’una ha un fine di pratica utilità, l’altra non ha alcun fine che
in sé stessa; l’una è voluta per qualche cosa; l’altra si vuole per sé stessa. E
una prova di questo si può avere nella frase che ciascuno di noi suol ripetere
ogni qual volta, per disgrazia, contro ogni nostra aspettativa, il proprio fine
pratico, i proprii interessi siano stati frustrati: «Ho lavorato per amore
dell’arte». E il tono con cui si ripete questa frase ci spiega la ragione
per cui la maggioranza degli uomini, che lavorano per fini di pratica utilità e
che non intendono la volontà disinteressata, suol chiamare matti i poeti veri,
quelli cioè in cui la rappresentazione si vuole per sé stessa senz’altro fine
che in sé medesima, e tale essi la vogliono, quale essa si vuole. Non ricorderò
qui la domanda del cardinale Ippolito a Messer Lodovico. Il quale però, per
tutta risposta, avrebbe potuto rileggergli quell’ottava del canto ove si narra
del viaggio di Astolfo alla Luna:
Non sì pietoso
Enea, né forte Achille
Fu, com’è fama,
né sì fiero Ettorre;
E ne son stati
e mille e mille e mille
Che lor si puon
con verità anteporre:
Ma i donati
palazzi e le gran ville
Dai discendenti
lor, gli ha fatto porre
In questi senza
fin sublimi onori
Dall’onorate
man degli scrittori...
Dal che si può vedere come anche in un grandissimo poeta un sentimento almeno in
parte non disinteressato poté macchiar l’opera e mortificarla.
Fortunatamente
questo avvenne per una parte soltanto del poema. In qualche altro punto si può
notare che la riflessione più che il sentimento, muova la rappresentazione; la
quale allora perde l’azione spontanea, d’essere organico e vivente, e acquista
un movimento rigido e quasi meccanico. È là dove il poeta dimostra d’essersi
proposto a freddo il rispetto delle condizioni serie dell’arte, là cioè dove non
le rispetta più istintivamente, ma per intenzione preconcetta. Citerò per
esempio le personificazioni di Melissa e di Logistilla.
Ma là dove il
poeta rispetta istintivamente le condizioni serie dell’arte, cessa l’ironia?
riesce il poeta a perder la coscienza della irrealità della sua creazione? e
come s’immedesima egli con la sua materia?
Questo è il
punto da chiarire e che richiede l’analisi più sottile. E qui il segreto dello
stile dell’Ariosto.
Nella lontananza del tempo e dello spazio, il poeta vede innanzi a sé un mondo
meraviglioso che in parte la leggenda, in parte le capricciose invenzioni dei
cantori han costruito attorno a Carlo Magno. Egli vede l’Imperatore non già come
quella cosa oscura del Pulci, che passeggia per la mastra sala impaurito dei
formidabili eserciti dei Saracini o, più spesso, delle minacciate vendette dei
Paladini per i tradimenti di Gano, che lo mena per il naso a sua posta: né lo
vede come il Bojardo, Carlone rimbambito, che s’indugia a parlar con Angelica,
affocato in volto e con gli occhi lustri, poiché si sente toccar l’ugola anche
lui. Egli comprende che è da farsa o da teatrino di marionette un imperatore
così fatto. Rida il volgo, ridano i fanciulli dei fantocci. Il riso è facile
quando con burlesca grossolanità si sconci una figura o si faccia comunque
ridicola violenza alla realtà. Questo non può voler l’Ariosto; e questo lo pone
già di gran lunga sopra ai suoi predecessori, non solo, ma tanto alto forse, che
- quantunque egli poi si sforzi o di dissennarsi o di tirar su fino alla sua
altezza quella materia - essa, per ciò che ha in sé di irriducibile ormai, gli
resta in parte di troppo inferiore. Egli la domina da assoluto padrone e secondo
l’imprevedibile capriccio della sua maravigliosa fantasia creatrice combina e
separa, associa e dissocia tutti gli elementi ch’essa gli fornisce. Con questo
giuoco, che meraviglia e incanta per la sua prodigiosa agilità, egli riesce a
salvar sé e la materia. Dov’egli può, cioè in quel che han di eterno i
sentimenti umani e le umane illusioni, egli s’immedesima tutto, fino a dar la
stessa consistenza della realtà alla sua rappresentazione; dove non può, dove
agli occhi suoi stessi si scopre la irrealità irreparabile di quel mondo, egli
dà invece alla rappresentazione una leggerezza, quasi di sogno, che si ilara
tutta d’una sottilissima ironia diffusa, che non rompe quasi mai l’incanto né di
questa o di quell’opera di magia rappresentata, né quello assai più meraviglioso
che opera la magia del suo stile.
Ecco, ho detto la parola: la magia dello stile. Il poeta ha compreso che a un
solo patto si poteva dar coerenza estetica e verità fantastica a quel mondo, ove
appunto la magia ha tanta parte: a patto che il poeta diventasse un mago a sua
volta, e il suo stile dalla magia prendesse qualità e virtù. E c’è l’illusione
che il poeta crea a noi, e talvolta anche a sé stesso, immedesimandosi nel
giuoco fino ad abbandonarvisi tutto. Ah, quel giuoco tanto gli par bello, che
bramerebbe crederlo realtà: non è, pur troppo! Tanto che, di tratto in tratto,
il velo sottilissimo si squarcia; attraverso lo squarcio la realtà vera, del
presente, si scopre, e allora l’ironia diffusa si raccoglie d’un subito e con
improvviso scoppio s’appalesa. Questo scoppio però non stride, non urta mai
troppo: si presente sempre. E oltre alle illusioni che il poeta crea a noi e a
sé stesso, ci son quelle che i personaggi si creano e quelle che a loro creano i
maghi e le fate. È tutto un giuoco d’illusioni, fantasmagorico. Ma la
fantasmagoria non è tanto nel mondo rappresentato, che ha sovente, ripeto, la
consistenza stessa della realtà; quanto nello stile e nella rappresentazione del
poeta, il quale con meraviglioso accorgimento ha compreso, che cosí soltanto,
rivaleggiando cioè con la stessa magia, poteva salvar gli elementi irriducibili
della materia e renderli con tutto il resto coerenti. Ne vogliamo una prova? Il
poeta rivaleggia con la magia d’Atlante, nel canto XII: il mago ha innalzato un
castello, ove i cavalieri si travagliano invano a cercar le loro donne ch’essi
vi credono rapite; tre, Orlando, Ferraù e Sacripante, vi cercano la finta
immagine d’Angelica, che essi credon vera. Ebbene, il poeta, più mago d’Atlante,
fa che Angelica viva e vera entri in quel castello. Angelica che può rendersi
vana come quella vana immagine creata da Atlante per magia.
Quivi entra,
che veder non la può il Mago;
E cerca il
tutto, ascosa dal suo anello;
E trova Orlando
e Sacripante vago
Di lei cercar
invan per quello ostello.
Vede come
fingendo la sua imago
Atlante usa
gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba
di lor molto rivolve
Nel suo
pensier, né ben se ne risolve.
....
L’anel trasse
di bocca, e di sua faccia
Levò dagli
occhi a Sacripante il velo
Credette a lui
sol dimostrarsi, e avvenne
Ch’Orlando e
Ferraù le sopravvenne.
....
Corser di par
tutti alla donna, quando
Nessun
incantamento gl’impediva;
Perché l’anel
ch’ella si pose in mano
Fece d’Atlante
ogni disegno vano.
È una magia che entra in un’altra. Il poeta si avvale di quest’elemento, lo fa
anzi siffattamente suo, che in un momento innanzi agli occhi nostri illusi la
realtà diventa magia e la magia realtà: appena Angelica si scopre, la realtà
d’un subito avventa e crolla l’incanto; sparisce mercé l’anello, ed ecco il
castello d’Atlante assumer quasi consistenza reale innanzi a noi. Che stupenda
finezza in questo giuoco! E giuoco di magia; ma la magia vera è quella dello
stile ariostesco.
Che ne volete più di quei poveri cavalieri?
Volgon pel
bosco or quinci or quindi in fretta
Quelli scherniti la stupida faccia.
Chi li fa andare incontro a questi scherni e a guai anche peggiori? Ma l’amore,
signori miei, che se non è proprio proprio una pazzia, tante pur ne fa fare,
jeri come oggi, e tante ne farà fare domani e sempre!
Chi mette il
piè su l’amorosa pania,
Cerchi
ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;
Ché non è in
somma Amor se non Insania
A giudizio de’
savi universale:
E sebben come
Orlando ognun non smania,
Suo furor
mostra a qualch’altro segnale.
E quale è di
pazzia segno più espresso,
Che, per altri
voler, perder sé stesso?
Vari gli
effetti son; ma la pazzia
È tutt’una
però, che li fa uscire.
Gli è come
una gran selva, ove la via
Conviene a
forza, a chi vi va, fallire.
In questi due ultimi versi il poeta dà una perfetta immagine del suo poema, che
poggia per tanta parte su quest’amore che dissenna. Fontane, giardini, castelli
incantati? Ma sì! Se sono oggi per noi larve inconsistenti, furono come realtà
per le pazzie che l’Amore fece far jeri, là in quel mondo lontano; ridetene, se
vi piace; ma pensate che altre fallaci immagini crea oggi e creerà domani con
l’eterna magia delle sue illusioni l’Amore, a scherno e a tormento degli uomini.
Se voi ridete di quelli, potreste ugualmente ridere di voi.
Frate, tu vai
L’altrui
mostrando e non vedi il tuo fallo.
Sotto la favola è la verità. Vedete: il poeta non ha che a gravare un tantino la
mano, perché la favola gli si muti in allegoria. E la tentazione è forte, e qua
e là egli difatti vi casca; la fantasia però subito lo risolleva, per fortuna, e
lo richiama al giusto grado e al giusto tono, in cui fin da principio s’era
messo: - Dirò d’Orlando,
Che per amor venne in furore e matto
D’uom che sí
saggio era stimato prima;
Se da colei che
tal quasi m’ha fatto,
Che ’l poco
ingegno ad ora ad or mi lima,
Me ne sarà però
tanto concesso
Che mi basti a
finir quanto ho promesso.
E fin da principio lo stile ha virtù magica. Tutto il primo canto è, nella
rappresentazione, fantasmagorico, corso da lampi, d’apparizioni fugaci. E questi
lampi non sprazzano per abbagliar soltanto i lettori, ma anche gli attori della
scena. Ecco: ad Angelica balza innanzi Rinaldo; a Ferraù, che cerca l’elmo,
l’Argalia; a Rinaldo, Bajardo, a Sacripante, Angelica; a tutt’e due, Bradamante,
e poi il messaggero, e poi Bajardo di nuovo e poi di nuovo Rinaldo. E questi
lampi, dopo il rapidissimo guizzo, si estinguono comicamente, con la frode
dell’illusione improvvisa. Il poeta esercita, cosciente, questa sua magia; non
dà mai tempo; lascia questo e prende quello; sbalordisce e sorride dello
sbalordimento altrui e de’ suoi stessi personaggi.
Non va molto Rinaldo che si vede
Saltare innanzi
il suo destrier feroce:
Ferma, Bajardo
mio, deh ferma il piede!
Che l’esser
senza te troppo mi nuoce.
Per questo il
destrier sordo a lui non riede,
Anzi più se ne
va sempre veloce.
Segue Rinaldo,
e d’ira si distrugge,
Ma seguitiamo
Angelica che fugge.
Figurarsi se Bajardo voleva fermarsi! Il suo padrone è innamorato, dunque e
matto. E
Quel destrier, ch’avea ingegno a meraviglia
capisce quel che il suo padrone non può capire. Ecco: il senno che l’Amore
toglie agli uomini è dato dal poeta a una bestia. Nel c. II (s. 20) dice, a mo’
d’aggiunta, «il destrier ch’avea intelletto umano». Umano, sì, ma - intendiamoci
– non d’uomo innamorato!
Non giurerei proprio che qui non ci sia una punta di satira. L’ironia del poeta
è una sottilissima sega, che ha tanti denti, e anche quello della satira, che
morde un po’ tutti, fino fino, sotto sotto, a cominciar dal cardinale Ippolito,
suo padrone.
Oh gran bontà
dei cavalieri antiqui!
Vi par che qui l’ironia consista soltanto nel fatto che Ferraù e Rinaldo, dopo
essersi picchiati a quel modo che sapete, cavalchino insieme, come se nulla
fosse stato? Il Rajna dice che i romanzi francesi recano in buona fede molti
esempii di siffatte magnanime cortesie, e tre ne reca dal Tristan per
concludere: «Questa è la cortesia e la lealtà dei cavalieri di Bretagna».
Benissimo! Ma non già dei due cavalieri dell’Ariosto, che non dimostrano ombra
di cavalleria. Per intenderlo, bisogna pensare a che cosa avrebbe potuto
rispondere Ferraù alla proposta di Rinaldo di smettere il duello: «Io non
combatto per una preda, io combatto per difendere una donna che m’invoca ajuto;
e se io son riuscito a difenderla, non ho combattuto invano». Un buon cavaliere
antico, veramente nobile, avrebbe risposto così. Ma tanto Rinaldo quanto Ferraù
non vedono in Angelica che una preda da appropriarsi, e poiché questa è uscita
lor di mano, s’ajutano entrambi a rintracciarla con un criterio molto positivo e
pochissimo cavalleresco. Quella esclamazione dunque «oh gran bontà dei cavalieri
antiqui!» è veramente ironica e suona irrisione. Tanto è vero, che poco dopo,
nel c. II, ripetendosi la medesima situazione del duello interrotto per la
stessa ragione, Rinaldo lascia Sacripante a piedi:
E dove aspetta il suo Bajardo, passa,
E sopra vi si
lancia, e via galoppa;
Né al cavalier,
ch’a piè nel bosco lassa,
Pur dice addio,
non che lo ’nviti in groppa.
Ripetete sul serio, se vi riesce, dopo questo:
Oh gran bontà dei cavalieri antiqui!
|
Il poeta scherza, e con quel povero re di Circassia, «quel d’amor travagliato
Sacripante», lo scherzo del poeta è veramente crudele e passa la parte. Già,
come lo dipinge: «Un ruscello / Parean le guance, e ’l petto un Mongibello!».
Gli pone accanto, benigna, colei per cui si duole
[43]; poi, sotto gli occhi di
Angelica, lo fa buttare in terra miseramente da un cavaliere che passa di corsa;
e Angelica non ha ancor finito di confortarlo con fine ironia, attribuendo cioè,
al solito, la colpa della caduta al cavallo, che gli fa dare il calcio
dell’asino da quel messaggero che sopravviene afflitto e stanco su un ronzino:
Tu dêi saper che ti levò di sella
L’alto valor
d’una gentil donzella.
C’è da morirne! Ma non basta: ecco Rinaldo; Angelica fugge; e il povero
Sacripante, re di Circassia, resta scornato, bastonato e a piedi.
Ma alla fin
fine può consolarsi, che non avvengono soltanto a lui simili disgrazie. Ad altri
ne occorrono anche di peggiori. Ce n’è per tutti! Il poeta si spassa a
rappresentar la frode delle varie illusioni e a frodar anche i maghi che le
frodi ordiscono. È un mondo in balia dell’amore, della magia, della fortuna; che
ne volete? E come dell’amore le pazzie e della magia gl’inganni, egli
rappresenta della fortuna la mutabilità.
Ferraù,
staccatosi al bivio da Rinaldo, gira gira, si ritrova «onde si tolse», e poiché
non spera di ritrovar la donna, si scorda le botte date e ricevute, la tenzone
differita, e si rimette a cercar l’elmo che gli era caduto nell’acqua.
Or se fortuna (quel che non volesti
Far tu) pone ad effetto il voler mio,
Non ti turbar,
li grida l’Argalia emerso dalle onde con l’elmo in mano, l’elmo caduto a Ferraù
giusto dove il cadavere dell’Argalia era stato gittato. |
|
[43]
- È curioso veramente il notare a quali aberrazioni poté
essere condotto il Rajna dalla smania
di sorprendere a ogni costo il poeta del Furioso con le mani nel sacco
altrui. A proposito di questo episodio di Sacripante e Angelica, cita
nientemeno che 12 esemplari, che l’Ariosto avrebbe dovuto aver presenti.
E non si accorge ch’è stupido senz’altro il ravvicinamento di queste
pretese fonti, poiché nell’Ariosto, invece del solito cavaliere che
ascolta furtivo i lamenti, abbiamo Angelica, proprio lei in persona. Ma
questo, - ha il coraggio di notare il Rajna, - «è una differenza di
sommo momento per Sacripante, ma secondaria per noi». Già! come
dire che, se veramente il Tasso ebbe presente il battesimo di Sorgalis
nei Chétifs a proposito del battesimo di Clorinda, è differenza
secondaria che Tancredi battezzi Clorinda in luogo di un altro cavaliere
qualsiasi! Sapete quali sono invece le parti sostanziali? Erba,
alberi, acqua, se è giorno o notte, e simili altre amenità. Come se
Angelica non fosse nel bosco fin dal principio del canto! Avrebbe potuto
risparmiarsi il Rajna tanto sfoggio di erudizione e venir senz’altro
all’episodio di Prasildo nel Bojardo. La differenza però rimane sempre
sostanziale. L’Ariosto prende un verso al Bojardo: Che
avria spezzato un sasso di pietade
ma
glielo corregge così:
Che
avrebbe di pietà spezzato un sasso
Ecco
tutto
|
|
Un tratto che a noi non
suona comicamente, ma che forse poteva sonar comico a coloro che avevan
dimestichezza col poema e i personaggi del Bojardo, è nei versi che dipingono
l’orrore di Ferraù all’apparir dell’ombra d’Argalia:
Ogni pelo arricciosse
E scolorosse
al Saracino il viso.
Ora Ferraguto era stato raffigurato dal Bojardo,
Tutto ricciuto e ner come carbone.
Gli si poteva arricciare il pelo e scolorir il viso?
Non giuoca
forse anche qui, dunque, il poeta?
L’altro
contendente, Rinaldo, spedito da Carlo in Bretagna per ajuti e distolto cosí
d’andar cercando Angelica
Che gli avea il cor di mezzo il petto tolto,
arrivato a Calesse, lo stesso giorno,
Contro la volontà d’ogni nocchiero,
Pel gran desir
che di tornare avea,
Entrò nel mar
ch’era turbato e fiero;
ma, sissignori, spinto dal vento nella Scozia, si scorda di Angelica, si scorda
di Carlo e della gran fretta che avea di ritornare, e s’affonda solo nella gran
selva Caledonia, facendo ora una, ora un’altra via
Dove più aver strane avventure pensa.
E capitato a una badia, prima mangia, poi domanda all’abbate come si possano
ritrovare queste avventure per dimostrarsi valente. E «i monachi e l’Abbate»:
Risposongli, ch’errando in quelli boschi,
Trovar potria
strane avventure e molte:
Ma come i
luoghi, i fati ancor son foschi;
Ché non se n’ha
notizia le più volte.
Cerca, diceano,
andar dove conoschi
Che l’opre tue
non restino sepolte,
Acciò dietro al
periglio e alla fatica
Segua la fama,
e il debito ne dica.
Il Rajna qua si compiace nel notare che «mai un barone del ciclo di Carlo Magno
fu convertito così espressamente in Cavaliere Errante come in questo caso», ma
non può non avvertire che «le parole degli ospiti dànno tuttavia a conoscere
come lo spirito della cavalleria romanzesca sia ormai svanito» poiché sempre per
i principali tra gli Erranti la modestia è uno dei primissimi doveri, tal che
nulla è tanto difficile, quanto indurli a confessarsi autori di qualche opera
gloriosa, e anche quando essi si trovano dinanzi a migliaja di spettatori,
procurano di celarsi con ignote divise; cavalcano quasi sempre sconosciuti,
mutando spesso di insegne, e nascondendosi molte volte anche agli amici più cari
e più fidi.
E allora? Non
dobbiamo arguire che qui ci sia un’intenzione satirica, e che anzi questa
intenzione sia stata così forte nel poeta, da farlo venir meno una volta tanto
alle condizioni serie dell’arte, che pure egli più di tutti suol rispettare?
L’incoerenza estetica, difatti, nella condotta di Rinaldo è lampantissima e
inescusabile il personaggio non apparisce libero, ma soggetto all’intenzione
dell’autore.
Ho voluto notar
questo perché mi sembra che troppo si tenda, da qualche tempo in qua, a sforzare
i termini dell’immedesimazione del poeta con la sua materia. Certo è
difficilissimo vederli netti e precisi, questi termini. Ma non li vede affatto,
secondo me, o ha ben poco chiaro il lume del discorso, chi, riconoscendo
- com’è giusto - l’immedesimazione del poeta col suo mondo, nega l’ironia o in
gran parte la esclude o gli dà poca importanza. Bisogna riconoscere l’una cosa e
l’altra - l’immedesimazione e l’ironia - poiché nell’accordo, se non sempre
perfetto quasi sempre però raggiunto, d’entrambe queste cose a prima vista
contrarie, sta, ripeto, il segreto dello stile ariostesco.
L’immedesimazione del poeta col suo mondo consiste in questo, che egli con la
fantasia potente vede, digrossato, finito anzi in ogni contorno, preciso,
limpido, ordinato e vivo, quel mondo che altri aveva messo insieme
grossolanamente e aveva popolato di esseri, che, o per la loro goffaggine o per
la loro sciocchezza o per la puerile loro incoerenza, ecc. non potevano in alcun
modo esser presi sul serio neppure dai loro stessi autori; e poi di maghi e di
fate e di mostri che, naturalmente, ne accrescevano la irrealità e la
inverosimiglianza. Il poeta toglie questi esseri dal loro stato di fantocci o di
fantasmi, dà loro consistenza e coerenza, vita e carattere. Obbedisce fin qui
alla propria fantasia, istintivamente. Poi subentra la speculazione. C’è, ho
detto, un elemento irriducibile in quel mondo, un elemento cioè che il poeta non
riesce a oggettivar seriamente, senza mostrar coscienza della irrealità di esso.
Con quel meraviglioso accorgimento, di cui ho fatto parola più su, egli però
s’industria di renderlo coerente con tutto il resto. Ma non sempre in questo
giuoco la fantasia lo assiste. E allora egli s’ajuta con la speculazione: la
vita perde il movimento spontaneo, diventa macchina, allegoria. E uno sforzo. Il
poeta intende di dare una certa consistenza a quelle costruzioni fantastiche, di
cui sente la irrealità irriducibile, per mezzo di una – dirò così - impalcatura
morale. Sforzo vano e malinteso, perché il solo fatto di dar senso allegorico a
una rappresentazione dà a veder chiaramente che già si tien questa in conto di
favola che non ha alcuna verità né fantastica né effettiva, ed è fatta per la
dimostrazione di una verità morale. C’è da giurare che al poeta non prema
affatto la dimostrazione d’alcuna verità morale, e che quelle allegorie siano
nel poema suggerite dalla riflessione, per rimedio. Quello era il mondo; quelli,
gli elementi, ch’esso offriva. L’elemento della magia, del meraviglioso
cavalleresco non si poteva in alcun modo eliminare senza snaturare al tutto quel
mondo. E allora il poeta o cerca di ridurlo a simbolo, o senz’altro lo accoglie,
ma - naturalmente - con un sentimento ironico.
Un poeta può,
non credendo alla realtà della propria creazione, rappresentarla come se ci
credesse, cioè non mostrare affatto coscienza della irrealità di essa può
rappresentar come vero un suo mondo affatto fantastico, di sogno, regolato da
leggi sue proprie, e, secondo queste leggi, perfettamente logico e coerente.
Quando un poeta si mette in codeste condizioni, il critico non deve più vedere
se quel che il poeta gli ha posto innanzi è vero o è sogno, ma se come sogno è
vero; poiché il poeta non ha voluto rappresentare una realtà effettiva, ma un
sogno che avesse apparenza di realtà, s’intende di sogno, fantastica, non
effettiva.
Ora questo non
è il caso dell’Ariosto. In più d’un punto, come abbiamo già notato, egli mostra
apertamente coscienza della irrealità della sua creazione, la mostra anche dove
all’elemento meraviglioso di quel mondo dà valore morale e consistenza logica,
non fantastica. Il poeta non vuol creare e rappresentare come vero un sogno; non
è preoccupato soltanto della verità fantastica del suo mondo, è preoccupato
anche della realtà effettiva; non vuole che quel suo mondo sia popolato di larve
o di fantocci, ma di uomini vivi e veri, mossi e agitati dalle nostre stesse
passioni; il poeta in somma vede, non le condizioni di quel passato leggendario
divenute realtà fantastica nella sua visione, ma le ragioni del presente,
trasportate e investite in quel mondo lontano. Ora naturalmente, allorché esse
vi trovano elementi capaci di accoglierle, la realtà fantastica si salva; ma
allorché non li trovano, per la irriducibilità stessa di quegli elementi,
l’ironia scoppia, inevitabile, e quella realtà si frange.
Quali sono
queste ragioni del presente? Sono le ragioni del buon senso, di cui il poeta è
dotato; sono le ragioni della vita entro i limiti della possibilità naturale:
limiti che in parte la leggenda, in gran parte il capriccioso arbitrio di rozzi
e volgari cantatori aveva balordamente, goffamente o grottescamente violati;
sono le ragioni del tempo, in fine, in cui il poeta vive.
Abbiamo veduto Ferraù e Rinaldo a cavallo insieme, guidati - com’ho detto - da
un criterio molto positivo e pochissimo cavalleresco; abbiamo ascoltato il
consiglio dell’abbate a Rinaldo in cerca d’avventure; tant’altri esempii
potremmo recare, ma basterà senz’altro quello della volata di Ruggiero su
l’ippogrifo. Anche quando il poeta con la magia dello stile riesce a dar
consistenza di realtà a quell’elemento meraviglioso, levandosi poi a un volo
troppo alto in questa realtà fantastica, tutt’a un tratto, quasi temesse
d’averne lui stesso o chi l’ascolta il capogiro, precipita a posarsi su la
realtà effettiva, rompendo così l’incanto della fantastica. Ruggiero vola
sublime su l’ippogrifo; ma anche dalla sublimità di quel volo il poeta avvista
in terra le ragioni del presente, che gli gridano: - Cala! cala!
Non crediate,
Signor, che però stia
Per sí lungo
cammin sempre su l’ale:
Ogni sera
all’albergo se ne gia
Schivando a suo
poter d’alloggiar male.
E quest’ippogrifo è vero? proprio vero? Lo rappresenta cioè il poeta senza
mostrare affatto coscienza dell’irrealità di esso? Lo vede la prima volta calar
dal castello d’Atlante sui Pirenei, con in groppa il mago, e dice che - sí - il
castello, come castello, non era vero, era finto, opera di magia; ma l’ippogrifo
no, l’ippogrifo era vero e naturale. Proprio vero? proprio naturale? Ma sí,
generato da un grifo e da una giumenta. Sono animali che vengono nei monti
Rifei.
- Ah sì?
proprio proprio? e come va che non se ne vedono mai? - Oh Dio; ne vengono, ma
rari... - Quest’attenuazione, prettamente ironica, mi fa pensare a quella farsa
napoletana, ove un impostore si lagna delle sue sciagure, e tra le altre, di
quella del padre, che, prima di morire, penò tanto, ridotto a vivere, poveretto,
non so per quanti mesi senza fegato: all’osservazione, che senza fegato non si
può vivere, concede che sì, ne aveva, ma poco, ecco! Così gl’ippogrifi; ne
vengono; ma rari! Proprio da impostore, il poeta non vuol passare. Ha l’aria di
dirvi: - Signori miei, di codeste fole io non posso farne a meno, bisogna pure
che c’entrino, nel mio poema; e bisogna che io, fin dove posso, mostri di
crederci. - Ecco qua la gran muraglia che cinge la città d’Alcina:
... Par che la sua altezza a ciel s’aggiunga
E d’oro sia
dall’alta cima a terra.
Ma come? Una muraglia di tal fatta, tutta d’oro?
Alcun dal mio parer qui si dilunga
E dice ch’ella
è alchimia; e forse ch’erra,
Ed anco forse
meglio di me intende:
A me par oro,
poiché sí risplende.
Come ve lo deve dir meglio il poeta? Sa come voi che «non è tutt’oro, quel che
luce»; ma a lui oro deve parere, «poiché sì risplende...». Per intonarsi
quanto più può con quel mondo, fin da principio s’è dichiarato matto come il suo
eroe. È tutto un giuoco di continui accomodamenti per stabilir l’accordo tra sé
e la materia, tra le condizioni inverosimili di quel passato leggendario e le
ragioni del presente. Dice:
Chi va lontan dalla sua patria, vede
Cose da quel
che già credea, lontane;
Che narrandole
poi, non se gli crede,
E stimato
bugiardo ne rimane;
Ché ’l sciocco
vulgo non gli vuol dar fede
Se non le vede
e tocca chiare e piane.
Per questo io
so che l’inesperienza
Farà al mio
canto dar poca credenza.
Poca o
molta ch’io ci abbia non bisogna
Ch’io
ponga mente al vulgo sciocco e ignaro.
A voi so
ben che non parrà menzogna
Che ’l
lume del discorso avete chiaro.
Qui «aver chiaro il lume del discorso» significa «saper leggere sotto il velame
dei versi». Siamo nel canto d’Alcina: e il poeta ci suggerisce: «S’io dico
Alcina, s’io dico Melissa, s’io dico Erifilla, s’io dico l’iniqua frotta,
o Logistilla, Andronica o Fronesia o Dicilla o Sofrosina, voi intendete bene a
che cosa io voglia alludere». È un altro espediente (non felice) per stabilir
l’accordo, ma che pure, come tutti gli altri, scopre l’ironia del poeta, cioè la
coscienza della irrealità della sua creazione. Dove l’accordo non si può
stabilire, questa ironia però non scoppia mai stridula o stonata, appunto perché
l’accordo è sempre nell’intenzione del poeta, e quest’intenzione d’accordo è per
sé stessa ironica.
L’ironia è
nella visione che il poeta ha, non solo di quel mondo fantastico, ma della vita
stessa e degli uomini. Tutto è favola e tutto è vero, poiché è fatale che noi
crediamo vere le vane parvenze che spirano dalle nostre illusioni e dalle
passioni nostre; illudersi può esser bello, ma del troppo immaginare si piange
poi sempre la frode: e questa frode ci appare comica o tragica secondo il grado
della partecipazione nostra ai casi di chi la subisce, secondo l’interesse o la
simpatia che quella passione o quell’illusione ci suscitano, secondo gli effetti
che quella frode produce. Così avviene che noi vediamo il sentimento ironico del
poeta mostrarsi anche sotto un altro aspetto nel poema, non più spiccato ed
evidente, ma attraverso la rappresentazione stessa, in cui è riuscito a
trasfondersi per modo che essa cosi si senta e così si voglia. Il sentimento
ironico, in somma, oggettivato, spira dalla rappresentazione stessa anche là
dove il poeta non mostra apertamente coscienza della irrealità di essa.
Ecco qua
Bradamante in cerca del suo Ruggiero: per salvarlo, ha corso rischio di perire
per mano del maganzese Pinabello; il poeta le fa soffrire insieme coi lettori il
supplizio di sentirsi predire e di vedersi mostrare a dito dalla maga Melissa
tutti gl’illustri suoi discendenti; e poi va, va per monti inaccessibili, sale
balze, traversa torrenti, arriva al mare, trova l’albergo ov’è Brunello (e qui
non dice se ella vi mangia); riprende la via
Di monte in monte e d’uno in altro bosco,
e si riduce fin sui Pirenei; s’impadronisce dell’anello; lotta con Atlante;
riesce a romper l’incanto; scioglie in fumo il castello del mago; e, sissignori,
dopo aver corso tanto, dopo essersi tanto affannata e travagliata, si vede
portar via dall’ippogrifo il suo Ruggiero liberato. Non le resta che ricevere le
congratulazioni di coloro ch’ella non s’era curata di liberare! Ma neanche
queste, perché:
Le donne e i cavalier si trovar fuora
Delle superbe
stanze alla campagna
E furon di lor
molte a cui ne dolse;
Che tal
franchezza un gran piacer lor tolse.
L’Ariosto non aggiunge altro. Un vero umorista non si sarebbe lasciata sfuggire
la stupenda occasione di descrivere gli effetti nelle donne e nei cavalieri
dell’improvviso sciogliersi dell’incanto, del ritrovarsi alla campagna, e il
dolore del perduto bene della schiavitù per una libertà che dal bel sogno li
faceva piombare nella realtà nuda e cruda. La descrizione manca affatto. Il
poeta si compiace in un’altra descrizione, invece, come già Atlante si
compiaceva di scherzare coi cavalieri che venivano a sfidarlo; voglio dire nella
descrizione comica di tutti quei liberati, che vorrebbero impadronirsi
dell’ippogrifo, il quale li mena per la campagna:
Come fa la cornacchia in secca arena
Che seco il
cane or qua or la si mena.
Perché manca quell’altra descrizione? Ma perché il poeta si è posto fin da
principio, rispetto alla sua materia, in condizioni del tutto opposte a quelle
in cui si sarebbe messo un umorista. Egli schiva il contrasto e cerca l’accordo
tra le ragioni del presente e le condizioni favolose di quel mondo passato: lo
ottiene sì, ironicamente, perché, com’ho detto, è per sé stessa ironica
quell’intenzione d’accordo; ma l’effetto è che quelle condizioni non si
affermano come realtà nella rappresentazione, si sciolgono, per dirla col De
Sanctis, nell’ironia, la quale, distruggendo il contrasto, non può più
drammatizzarsi comicamente, ma resta comica, senza dramma.
Si affermano
invece le ragioni del presente trasportate e investite negli elementi di quel
mondo lontano capaci d’accogliere, e allora possiamo anche avere il dramma, ma
seriamente e finanche tragicamente rappresentato: Ginevra, Olimpia, la pazzia
d’Orlando. I due elementi - comico e tragico - non si fondono mai.
Si fonderanno
in un’opera, nella quale il poeta, ben lungi dal mostrar coscienza della
irrealità di quel mondo fantastico; ben lungi dal cercar con esso l’accordo che
di necessità non è possibile se non ironicamente, palesata in tanti modi la
coscienza di quella irrealità; ben lungi dal trasportare in quel mondo
fantastico le ragioni del presente per investirne gli elementi capaci
d’accoglierle; darà a questo mondo fantastico del passato consistenza di persona
viva, corpo, e lo chiamerà Don Quijote, e gli porrà in mente e gli darà per
anima tutte quelle fole e lo porrà in contrasto, in urto continuo e doloroso col
presente. Doloroso, perché il poeta sentirà viva e vera entro di sé questa sua
creatura e soffrirà con essa dei contrasti e degli urti.
A chi cerca
contatti e somiglianze tra l’Ariosto e il Cervantes, basterà semplicemente por
bene in chiaro in due parole le condizioni in cui fin da principio il Cervantes
ha messo il suo eroe e quelle in cui s’è messo l’Ariosto. Don Quijote non finge
di credere, come l’Ariosto, a quel mondo meraviglioso delle leggende
cavalleresche: ci crede sul serio; lo porta, lo ha in sé quel mondo, che è la
sua realtà, la sua ragion d’essere. La realtà che porta e sente in sé l’Ariosto
è ben altra; e con questa realtà in sé, egli è come sperduto nella leggenda. Don
Quijote, invece, che ha in sé la leggenda, è come sperduto nella realtà. Tanto è
vero che, per non vaneggiar del tutto, per ritrovarsi in qualche modo, così
sperduti come sono, l’uno si mette a cercar la realtà nella leggenda; l’altro,
la leggenda nella realtà.
Come si vede,
son due condizioni al tutto opposte.
Sì: vi dice Don
Quijote, i molini a vento son molini a vento, ma sono anche giganti: non io, Don
Quijote, ho scambiato per giganti i molini a vento; ma il mago Freston ha
cangiato in molini a vento i giganti.
Ecco la
leggenda nella realtà evidente.
Si: vi dice
l’Ariosto, Ruggiero vola su l’ippogrifo: il mago Freston, cioè la stramba
immaginazione dei miei antecessori, ha cacciato dentro a questo mondo anche
bestie siffatte, e bisogna ch’io ci faccia volar su il mio Ruggiero: però vi
dico che ogni sera egli se ne va all’albergo e schiva a suo potere d’alloggiar
male.
Ecco nella
leggenda evidente la realtà.
Ma intanto, altro è fingere di credere, altro è credere sul serio. Quella
finzione, per sé stessa ironica, può condurre a un accordo con la leggenda, la
quale, o si scioglie facilmente nell’ironia, come abbiamo veduto, o con un
procedimento inverso a quello fantastico, cioè con una impalcatura logica, si
lascia ridurre a parvenza di realtà. La realtà vera, invece, se per un momento
si lascia alterare in forme inverosimili dalla contemplazione fantastica d’un
maniaco, resiste e rompe il naso, se questo maniaco non si contenta più di
contemplarla a suo modo da lontano, ma viene a darvi di cozzo. Altro è
abbattersi a un castello finto, che si lascia a un tratto sciogliere in fumo,
altro a un molino a vento vero che non si lascia atterrare come un gigante
immaginario.
- Mire vuestra merced, grida Sancho al suo padrone, que aquellos que
allì se parecen, no son gigantes, sino molinos de viento, y lo que en ellos
parecen brazos son las aspas, que volteadas del viento hacen andar la piedra del
molino.
Ma Don Quijote volge uno sguardo compassionevole al suo panciuto scudiero, e
grida ai molini:
- Pues aunque moveis mas brazos que los del gigante Briareo, me lo habeis de
pagar.
La paga lui, ohimè. E noi ridiamo. Ma il riso che qua scoppia per quest’urto con
la realtà è ben diverso di quello che nasce là per l’accordo che il poeta cerca
con quel mondo fantastico per mezzo dell’ironia, che nega appunto la realtà di
quel mondo. L’uno è il riso dell’ironia, l’altro il riso dell’umorismo.
Allorché
Orlando urta anche lui contro la realtà e smarrisce del tutto il senno, getta
via le armi, si smaschera, si spoglia d’ogni apparato leggendario, e precipita,
uomo nudo, nella realtà. Scoppia la tragedia. Nessuno può ridere del suo aspetto
e de’ suoi atti; quanto vi può esser di comico in essi è superato dal tragico
del suo furore.
|
Don Quijote è
matto anche lui; ma è un matto che non si spoglia; è un matto anzi che si veste,
si maschera di quell’apparato leggendario e, cosi mascherato, muove con la
massima serietà verso le sue ridicole avventure.
Quella nudità e
questa mascheratura sono i segni più manifesti della loro follia. Quella, nella
sua tragicità, ha del comico; questa ha del tragico nella sua comicità. Noi però
non ridiamo dei furori di quel nudo; ridiamo delle prodezze di questo
mascherato, ma pur sentiamo che quanto vi è di tragico in lui non è del tutto
annientato dal comico della sua mascheratura, cosi come il comico di quella
nudità è annientato dal tragico della furibonda passione. Sentiamo in somma che
qui il comico è anche superato, non però dal tragico, ma attraverso il comico
stesso
[44]. Noi commiseriamo ridendo, o
ridiamo commiserando.
Come è riuscito
il poeta a ottenere questo effetto? |
|
[44]
- Applico qui la formula del Lipps che definisce appunto l’umorismo: «Erhabenheit in der
Komik und durch dieselbe» [«sublimità nel e attraverso il comico
stesso»] (vedi op. cit., p. 243). Ma come si spiega questo superamento
del comico attraverso il comico stesso? La spiegazione che dà il Lipps
non mi sembra accettabile per quelle stesse ragioni che infirmano tutta
la sua teoria estetica. Vedi su questa la critica del Croce nella
seconda parte della sua Estetica, p. 434.
|
|
Per conto mio, non so proprio capacitarmi che l’ingegnoso gentiluomo Don Quijote
sia nato en un lugar de la Mancha, e non piuttosto in Alcalà de Henares
nell’anno 1547. Non so capacitarmi che la famosa battaglia di Lepanto, che
doveva, come tante magnanime imprese della cavalleria, strepitosamente
apparecchiate, cader nel vuoto, così che l’arguto Gran Visir di Selim poté dire
ai cristiani: - «Noi vi abbiamo tagliato un braccio prendendovi l’isola di
Cipro; ma voi che ci avete fatto, distruggendoci tante navi subito ricostruite?
La barba, che ci è rinata il giorno dopo!» - non so capacitarmi, dicevo, che la
famosa battaglia di Lepanto, di cui i confederati cristiani non seppero trarre
alcun profitto, non sia qualcosa come la espantable y jamàs imaginada
aventura de los molinos de viento.
- Questa è, -
dice Don Quijote al suo fido scudiero, - questa è, Sancho, buona guerra, e gran
servizio a Dio toglier tanto mal seme dalla faccia della terra!
Non vedeva
dunque il turbante turco Don Quijote in capo a quei giganti, che al buon Sancho
parevano molini a vento?
Forse erano,
per la Spagna.
L’isola di
Cipro poteva premere ai signori veneziani, una guerra contro i Turchi poteva
premere a Pio V, fiero papa domenicano, nelle cui vecchie vene fremeva ancor
caldo il sangue della giovinezza. Ma a que’ bei dì di primavera, quando il
Torres giunse in Ispagna, inviato dal Papa a patrocinar la causa de’ Veneziani,
Filippo II moveva verso i festeggiamenti sontuosi di Cordova e di Siviglia:
molini a vento, le navi del Gran Visir!
Non per Don
Quijote, però: dico per il Don Quijote, non della Mancha, ma di Alcalà. Eran
giganti veri per lui, e con che cuore di gigante mosse incontro a loro.
Gli avvenne
male, ahimè ! Ma all’evidenza, come ad alcun nemico, come alla sorte ingrata,
egli non volle arrendersi mai! E disse allora che le cose della guerra van
soggette più delle altre a continui mutamenti: pensò, e gli parve la verità, che
il tristo incantatore suo nemico, il mago Freston, colui che gli aveva tolto i
libri e la casa, aveva cangiato i giganti in molini per togliergli anche il
vanto della vittoria.
Questo
soltanto? Anche una mano gli tolse, il tristo mago. Una mano, e poi la libertà.
Molti han
voluto cercar la ragione per cui Miguel Cervantes de Saavedra, prode soldato,
reduce di Lepanto e di Terceira, piuttosto che cantare epicamente, come alla sua
natura eroica sarebbe meglio convenuto, le gesta del Cid o i trionfi di Carlo v,
o la stessa giornata di Lepanto o la spedizione delle Azzorre, poté concepire un
tipo come il Cavaliere dalla Trista Figura e comporre un libro come il Don
Quijote. E si è voluto finanche supporre che il Cervantes creasse il suo eroe
per la stessa ragione per cui più tardi il nostro buon Tassoni il suo Conte di
Culagna. Qualcuno, è vero, si è spinto fino a dire che la vera ragione del
lavoro sta nel contrasto, costante in noi, fra le tendenze poetiche e quelle
prosaiche della nostra natura, fra le illusioni della generosità e dell’eroismo
e le dure esperienze della realtà. Ma questa che, se mai, vorrebbe essere una
spiegazione astratta del libro, non ci dà la ragione per cui fu composto.
Scartate come
inammissibili le vedute del Sismondi e del Bouterwek, tutti, o più o meno, si
sono attenuti a ciò che lo stesso Cervantes dichiara nel prologo della prima
parte del suo capolavoro e nella chiusa del secondo volume: che il libro cioè
non ha altro fine che quello d’arrestare e di distruggere l’importanza che hanno
nel mondo e presso il volgo i libri di cavalleria, e che il desiderio
dell’autore altro non è stato che quello di abbandonare all’esecrazione degli
uomini le false stravaganti storie della cavalleria, le quali, colpite a morte
da quella del suo vero Don Quijote, non camminano più se non traballando
e hanno indubbiamente a cadere del tutto.
Ora noi ci
guarderemo bene dal contradire allo stesso autore; tanto più che è noto a tutti
qual potere avessero a quei dì in Ispagna i libri di cavalleria e come il gusto
per siffatta letteratura avesse assunto il grado della follia. Ci avvarremo anzi
anche noi di queste parole e ci serviremo dell’autore stesso e della stessa
storia della sua vita per dimostrare la vera ragione del libro e quella, più
profonda, dell’umorismo di esso.
Come nasce al
Cervantes l’idea di coglier vivo e vero nel suo paese e nel tempo suo, anziché
lontano, in Francia, al tempo di Carlomagno, l’eroe da celebrare con
quell’intento espresso nelle parole del prologo? Quando e dove gli nasce
quest’idea e perché?
Non è senza
ragione il favore straordinario per la letteratura epica e cavalleresca in quel
tempo: è l’incubo del secolo del poeta la lotta fra Cristianità e Islamismo. E
il poeta, fin dall’infanzia anche lui sotto il fascino dello spirito
cavalleresco, povero, ma altero discendente d’una nobile famiglia da più secoli
devota alla monarchia e alle armi, fu per tutta la vita uno strenuo difensore
della sua fede. Non aveva dunque bisogno d’andarlo a cercar lontano, nella
leggenda, l’eroe, cavaliere della fede e della giustizia: lo aveva presente in
sé. E quest’eroe combatte a Lepanto; quest’eroe tien testa per cinque anni,
schiavo in Algeri, ad Hassan, il feroce re berbero: quest’eroe combatte in tre
altre campagne per il suo re contro a Francesi e Inglesi.
Come mai,
tutt’a un tratto, gli si mutano in molini a vento queste campagne, e l’elmo che
ha in testa in un vil piatto da barbiere?
Ha avuto molta
fortuna una considcrazione del Sainte-Beuve, che cioè nei capolavori del genio
umano viva nascosta una plusvalenza futura, la quale si svolge di per sé
sola, indipendentemente dagli autori medesimi, come dal germe si svolgono il
fiore ed il frutto senza che il giardiniere abbia fatto altro se non avere
zappato bene, rastrellato, innaffiato il terreno, e dato ad esso tutte quelle
cure e conferito quegli elementi che meglio valessero a fecondarlo. Di questa
considerazione avrebbero potuto farsi forti tutti coloro che nel Medio Evo
scoprivano non so che allegorie nei poeti greci e latini. Era anche questo un
modo di sciogliere in rapporti logici le creazioni della fantasia. Certo, quando
un poeta riesce veramente a dar vita a una sua creatura, questa vive
indipendentemente dal suo autore, tanto che noi possiamo immaginarla in altre
situazioni in cui l’autore non pensò di collocarla, e vederla agire secondo le
intime leggi della sua propria vita, leggi che neanche l’autore avrebbe potuto
violare; certo, questa creatura, in cui il poeta riuscì a raccogliere
istintivamente, ad assommare e a far vivere tanti particolari caratteristici e
tanti elementi sparsi qua e là, può divenir poi quel che suol dirsi un tipo,
ciò che non era nell’intenzione dell’autore nell’atto della creazione.
Ma si può dir
questo veramente del Don Quijote del Cervantes? Si può dire e sostenere sul
serio che l’intenzione del poeta nel comporre il suo libro era solamente quella
di toglier con l’arma del ridicolo ogni autorità e prestigio che avevan nel
mondo e presso il volgo i libri di cavalleria, a fine di distruggerne i mali
effetti, e che il poeta non si sognò mai di porre in quel suo capolavoro tutto
quello che ci vediamo noi?
Chi è Don
Quijote, e perché è ritenuto pazzo?
Egli in fondo
non ha - e tutti lo riconoscono - che una sola e santa aspirazione: la
giustizia. Vuol proteggere i deboli e atterrare i prepotenti, recar rimedio agli
oltraggi della sorte, far vendetta delle violenze della malvagità. Quanto più
bella e più nobile sarebbe la vita, più giusto il mondo, se i propositi
dell’ingegnoso gentiluomo potessero sortire il loro effetto! Don Quijote è mite,
di squisiti sentimenti, prodigo e non curante di sé, tutto per gli altri. E come
parla bene! Quanta franchezza e quanta generosità in tutto ciò che dice! Egli
considera il sacrificio come un dovere, e tutti i suoi atti, almeno nelle
intenzioni, son meritevoli d’encomio e di gratitudine.
E allora la
satira dov’è? Noi tutti amiamo questo virtuoso cavaliere; e le sue disgrazie se
da un canto ci fanno ridere, dall’altro ci commuovono profondamente.
Se il Cervantes
voleva far dunque strazio dei libri di cavalleria, per i mali effetti che essi
producevano negli animi de’ suoi contemporanei, l’esempio ch’egli reca con Don
Quijote non è calzante. L’effetto che quei libri producono in Don Quijote non è
disastroso se non per lui, per il povero Hidalgo. Ed è cosi disastroso, solo
perché l’idealità cavalleresca non poteva più accordarsi con la realtà dei nuovi
tempi.
Orbene, questo
appunto, a sue spese, aveva imparato don Miguel Cervantes de Saavedra. Com’era
stato egli rimeritato del suo eroismo, delle due archibugiate e della perdita
della mano nella battaglia di Lepanto, della schiavitù sofferta per cinque anni
in Algeri, del valore dimostrato nell’assalto di Terceira, della nobiltà
dell’animo, della grandezza dell’ingegno, della modestia paziente? che sorte
avevano avuto i sogni generosi, che lo avevano tratto a combattere sui campi di
battaglia e a scrivere pagine immortali? che sorte le illusioni luminose? S’era
armato cavaliere come il suo Don Quijote, aveva combattuto, affrontando nemici e
rischi d’ogni sorta per cause giuste e sante, s’era nutrito sempre delle più
alte e nobili idealità, e qual compenso ne aveva avuto? Dopo aver miseramente
stentato la vita in impieghi indegni di lui; prima scomunicato, da commissario
di proviande militari in Andalusia; poi, da esattore, truffato, non va forse a
finire in prigione? E dov’è questa prigione? Ma lì, proprio lì nella Mancha! In
un’oscura e rovinosa carcere della Mancha, nasce il Don Quijote.
Ma era già nato
prima il vero Don Quijote: era nato in Alcalà de Henares nel 1547. Non s’era
ancora riconosciuto, non s’era veduto ancor bene: aveva creduto di combattere
contro i giganti e di avere in capo l’elmo di Mambrino. Lì, nell’oscura carcere
della Mancha, egli si riconosce, egli si vede finalmente; si accorge che i
giganti eran molini a vento e l’elmo di Mambrino un vil piatto da barbiere. Si
vede, e ride di sé stesso. Ridono tutti i suoi dolori. Ah, folle! folle! folle!
Via, al rogo, tutti i libri di cavalleria!
Altro che
plusvalenza futura! Leggete nello stesso prologo alla prima parte ciò che il
Cervantes dice all’ozioso lettore: «lo non ho potuto contravvenire all’ordine
naturale che vuole che ogni cosa generi ciò che le somiglia. E così, che
cosa poteva mai generare lo sterile e mal coltivato ingegno mio, se non la
storia d’un figlio rinsecchito, ingiallito e capriccioso, pieno di pensieri
varii non mai finora da alcun altro immaginati; generato com’ei fu in una
carcere, dove ogni angustia siede ed ha stanza ogni tristo umore?».
Ma come si
spiegherebbe altrimenti la profonda amarezza che è come l’ombra seguace d’ogni
passo, d’ogni atto ridicolo, d’ogni folle impresa di quel povero gentiluomo
della Mancha? E il sentimento di pena che ispira l’immagine stessa nell’autore,
quando, materiata com’è del dolore di lui, si vuole ridicola. E si vuole così,
perché la riflessione, frutto d’amarissima esperienza, ha suggerito all’autore
il sentimento del contrario, per cui riconosce il suo torto e vuol punirsi con
la derisione che gli altri faranno di lui.
Perché
Cervantes non cantò il Cid Campeador? Ma chi sa se nell’oscura e rovinosa
carcere l’immagine di quest’eroe non gli s’affacciò veramente, a destargli
un’angosciosa invidia!
Tra Don
Quijote, che nel suo tempo volle vivere come, non già nel loro, ma fuori del
tempo e fuori del mondo, nella leggenda o nel sogno dei poeti avevano vissuto i
cavalieri erranti, e il Cid Campeador che, ajutando il tempo, poté facilmente
far leggenda della sua storia, non avvenne in quella carcere, alla presenza del
poeta, un dialogo?
Presso le altre
genti il romanzo cavalleresco aveva creato a sé stesso personaggi fittizii, o
meglio, il romanzo cavalleresco era sorto dalla leggenda che si era formata
intorno ai cavalieri. Ora la leggenda che fa? Accresce, trasforma, idealizza,
astrae dalla realtà comune, dalla materialità della vita, da tutte quelle
vicende ordinarie, che creano appunto le maggiori difficoltà nell’esistenza.
Perché un personaggio non più fittizio, ma un uomo che prenda a modello le
smisurate immagini ideali messe su dall’immaginazione collettiva o dalla
fantasia d’un poeta, riesca a riempir di sé queste grandiose maschere
leggendarie, ci vuole non solo una grandezza d’animo straordinaria, ma anche il
tempo che ajuti. Questo avvenne al Cid Campeador.
Ma Don Quijote?
Coraggio a tutta prova, animo nobilissimo, fiamma di fede; ma quel coraggio non
gli frutta che volgari bastonate; quella nobiltà d’animo è una follia; quella
fiamma di fede è un misero stoppaccio ch’egli si ostina a tenere acceso, povero
pallone mal fatto e rappezzato, che non riesce a pigliar vento, che sogna di
lanciarsi a combattere con le nuvole, nelle quali vede giganti e mostri, e va
intanto terra terra, incespicando in tutti gli sterpi e gli stecchi e gli
spuntoni, che ne fanno strazio, miseramente.
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Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908
Seconda edizione aumentata: 1920
Parte prima
VI. Umoristi italiani
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
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Non è mia
intenzione tracciare, neppure per sommi capi, la storia dell’umorismo presso le
genti latine e segnatamente in Italia. Ho voluto soltanto, in questa prima parte
del mio lavoro, oppormi a quanti han voluto sostenere che esso sia un fenomeno
esclusivamente moderno e quasi una prerogativa delle genti anglo-germaniche, in
base a certi preconcetti, a certe divisioni e considerazioni, arbitrarie le une,
sommarie le altre, come mi sembra di aver dimostrato.
La discussione
intorno a queste divisioni arbitrarie e considerazioni sommarie, se forse mi ha
fatto ritardare alquanto il cammino, che mi ero proposto più spedito,
trattenendomi a osservar da presso certi particolari aspetti, certe particolari
condizioni nella storia della nostra letteratura; tuttavia non mi ha disviato
mai dall’argomento principale, che del resto vuol essere trattato con sottile
penetrazione e minuta analisi. Vi ho girato attorno, ma per circuirlo sempre più
e penetrarlo meglio da ogni parte.
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A qualcuno che
forse avrà creduto di trovare una contradizione tra il mio assunto e gli esempii
finora recati di scrittori italiani, nei quali non ho riconosciuto la nota del
vero umorismo, ricorderò che io ho parlato in principio di due maniere
d’intenderlo, e ho detto che il vero nodo della questione è appunto qui: cioè,
se l’umorismo debba essere inteso nel senso largo con cui comunemente si suole
intendere, e non in Italia soltanto; o in un senso più stretto e particolare,
con peculiari caratteri ben definiti, che è per me il giusto modo d’intenderlo.
Inteso in quel senso largo - ho detto - se ne può trovare in gran copia nella
letteratura così antica come moderna d’ogni paese; inteso in questo senso
stretto e per me proprio, se ne troverà parimenti, ma in molto minor copia, anzi
in pochissime espressioni eccezionali, così presso gli antichi come
presso i moderni d’ogni paese, non essendo prerogativa di questa o di quella
razza, di questo o di quel tempo, ma frutto di una specialissima disposizione
naturale, d’un intimo processo psicologico che può avvenire tanto in un savio
dell’antica Grecia, come Socrate, quanto in un poeta dell’Italia moderna, come
Alessandro Manzoni.
Non è lecito
però assumere a capriccio questo o quel modo d’intendere e applicar l’uno a una
letteratura, per concludere che essa non ha umorismo, e applicar l’altro a
un’altra per dimostrare che l’umorismo vi sta di casa. Non è lecito sentir
soltanto negli stranieri, a causa della lingua diversa, quel particolar sapore,
che per la familiarità dello stesso strumento espressivo non si avverte più nei
nostri, ma nei quali intanto gli stranieri a lor volta lo avvertono. Cosi
facendo, noi saremo i soli a non riconoscer traccia d’umorismo nella nostra
letteratura, mentre vedremo gl’Inglesi, ad esempio, porre a capo della loro un
umorista, il Chaucer, il quale, se mai, può esser considerato per tale, ove si
assuma l’umorismo nel senso più largo, in quel senso cioè per cui può esser
considerato quale umorista anche il Boccaccio e tanti altri scrittori nostri con
lui.
Nessuna
contradizione, dunque, da parte nostra. La contradizione invece è in coloro che,
dopo aver affermato che l’umorismo è un fenomeno nordico e una prerogativa delle
genti anglo-germaniche, quando poi vogliono recare due esempii mirabili del più
schietto e compiuto umorismo, citano Rabelais e Cervantes, un francese e uno
spagnuolo; oppure il Rabelais e il Montaigne; e citando il Rabelais non hanno
occhi per vedere in casa loro il Pulci, il Folengo, il Berni; e, citando il
Montaigne, che è il tipo dello scettico sereno, non avido di lotte, sorridente,
senza impeti, senza ideali da difendere, senza virtù da seguire, lo scettico che
tollera tutto senza aver fede in nulla, che non ha né entusiasmi né aspirazioni,
che si serve del dubbio per giustificare l’inerzia con la tolleranza, che
dimostra una percezione della vita serena, ma sterile, indice di egoismo e di
decadenza di razza, giacché il libero esame che non spinge all’azione può meglio
che salvare dalla schiavitù, accettare, o rendersi complice del dispotismo, non
s’accorgono, dico, che le ragioni per cui han negato a tanti scrittori italiani
non solo la nota umoristica, ma anche la possibilità d’averla, sono appunto
queste che dicono d’aver prodotto l’umorismo del Montaigne.
Un peso, come
si vede, e due misure.
Noi vedremo
che, in realtà, l’avere una fede profonda, un ideale innanzi a sé, l’aspirare a
qualche cosa e il lottare per raggiungerla, lungi dall’essere condizioni
necessarie all’umorismo, sono anzi opposte; e che tuttavia può benissimo essere
umorista anche chi abbia una fede, un ideale innanzi a sé, un’aspirazione, e
lotti a suo modo per raggiungerla. Un ideale qualsiasi, in somma, per sé stesso,
non dispone affatto all’umorismo, anzi ostacola questa disposizione. Ma l’ideale
può ben esserci; e se c’è, l’umorismo, che deriva da altre cause, certamente
prenderà qualità da esso, come del resto da tutti gli altri elementi costitutivi
dello spirito di questo o di quell’umorista. In altre parole: l’umorismo non ha
affatto bisogno d’un fondo etico, può averlo o non averlo: questo dipende dalla
personalità, dall’indole dello scrittore; ma, naturalmente, dall’esserci o dal
non esserci, l’umorismo prende qualità e muta d’effetto, riesce cioè più o meno
amaro, più o meno aspro, pende più o meno o verso il tragico o verso il comico,
o verso la satira, o verso la burla, ecc.
Chi crede che
sia tutto un giuoco di contrasto tra l’ideale del poeta e la realtà, e dice che
si ha l’invettiva, l’ironia, la satira, se l’ideale del poeta resta offeso
acerbamente e sdegnato dalla realtà; la commedia, la farsa, la beffa, la
caricatura, il grottesco, se poco se ne sdegna e delle apparenze della realtà in
contrasto con sé è piuttosto indotto a ridere più o meno fortemente; e che
infine si ha l’umorismo, se l’ideale del poeta non resta offeso e non si sdegna,
ma transige bonariamente, con indulgenza un po’ dolente, mostra d’avere
dell’umorismo una veduta troppo unilaterale e anche un po’ superficiale. Certo
molto dipende dalla disposizione d’animo del poeta; certo l’ideale di questo in
contrasto con la realtà può o sdegnarsi o ridere o transigere, ma un ideale che
transige non dimostra in verità d’esser molto sicuro di sé e profondamente
radicato. E consisterà l’umorismo in questa limitazione dell’ideale? No. La
limitazione dell’ideale sarà, se mai, non causa, ma conseguenza di quel
particolar processo psicologico che si chiama umorismo.
Lasciamo star
dunque una buona volta gl’ideali, la fede, le aspirazioni e via dicendo: lo
scetticismo, la tolleranza, il carattere realistico, che le nostre lettere
assunsero fin quasi dal loro inizio, furon bene disposizioni e condizioni
favorevoli all’umorismo; l’ostacolo maggiore fu la retorica imperante, che
impose leggi e norme astratte di composizione, una letteratura di
testa, quasi meccanicamente costruita, in cui gli elementi soggettivi dello
spirito eran soffocati. Infranto il giogo, abbiamo detto, di questa poetica
intellettualistica dalla ribellione appunto degli elementi soggettivi dello
spirito, che caratterizza il movimento romantico, l’umorismo si affermò
liberamente, massime in Lombardia che del romanticismo italiano fu il campo. Ma
questo così detto romanticismo fu l’ultima e clamorosa levata di scudi della
volontà e del sentimento ribelli all’intelletto; in tanti altri periodi, in
tanti altri momenti della storia letteraria d’ogni nazione avvennero di tali
ribellioni, e ci furon sempre solitarie anime ribelli, e ci fu sempre il popolo
che si espresse nei varii dialetti senza imparare a scuola regole e leggi.
Fra questi
scrittori solitarii ribelli alla retorica, fra i dialettali bisogna cercar gli
umoristi e, in senso largo, ne troveremo in gran copia, fin dagli inizii della
nostra letteratura, segnatamente in Toscana; nel senso vero e proprio pochi ne
troveremo, ma non se ne trovano di più certo nelle letterature degli altri
paesi, né questi pochi nostri son da meno dei pochi stranieri, che a confusione
nostra ci son messi innanzi di continuo, e son sempre quelli, se ben s’avverte,
da contarli su le dita d’una mano. Solo che il valore e il sapor dei nostri, noi
non lo abbiamo saputo mai né metter bene in rilievo, e pregiare, né avvertire e
distinguere a dovere, perché alle loro singole e specialissime individualità la
critica, guidata nella maggior parte delle nostre storie letterarie da
pregiudizii che non hanno nulla che vedere con l’estetica o, comunque, da
criterii generali, non ha saputo a volta a volta adattarsi e piegarsi, e ha
giudicato come errori, eccessi o difetti quelli che eran caratteri peculiari.
Dico questo soltanto: chi sa che giudizio troveremmo nelle nostre storie
letterarie d’un libro come la Vita e opinioni di Tristram Shandy, se
scritto in italiano, da uno scrittore italiano, chi sa che capolavoro d’umorismo
sarebbero, ad esempio, la Circe o I capricci di Giusto Bottajo, se
scritti in inglese, da uno scrittore inglese, o magari la stessa Vita di
Cicerone di Gian Carlo Passeroni!
Discorrevo,
qualche anno fa, appunto di questo, con un cultissimo signore inglese,
conoscitore profondo della letteratura italiana.
- Neanche nel
Machiavelli? - mi domandava egli con meraviglia quasi incredula. - I vostri
critici non riconoscono umorismo neanche nel Machiavelli? neanche nella novella
di Belfagor?
Ed io pensavo alla grandezza nuda di questo Sommo nostro, che non andò mai a
vestirsi nel guardaroba della retorica; che come pochi comprese la forza delle
cose; a cui la logica venne sempre dai fatti; che contro ogni sintesi confusa
reagì con l’analisi più arguta e più sottile; che ogni macchina ideale smontò
coi due strumenti dell’esperienza e del discorso; che ogni esagerazione di forma
distrusse col riso; pensavo che nessuno ebbe maggiore intimità di stile di lui e
più acuto spirito d’osservazione; che poche anime furono come la sua disposte
all’apprensione dei contrasti, a ricevere più profondamente l’impressione delle
incongruenze della vita; pensavo che, parendo a molti un carattere dell’umorismo
quella certa cura delle minuzie e una - come dice il D’Ancona - «a giudicarla
astrattamente e a prima vista, trivialità e volgarità», anch’egli, il
Machiavelli, alla moltitudine talvolta si mescolò fino alla volgarità, tanto che
scrisse: «Così involto tra questi pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo
questa malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per questa via
per vedere se la se ne vergognassi»; ma anche:
Però se alcuna
volta io rido o canto
Facciol perché
non ho se non quest’una
Via da sfogare il mi’ angoscioso pianto;
pensavo anche a
un’acuta osservazione del De Sanctis, che cioè: «il Machiavelli adopera la
tolleranza che comprende e assolve: non già la tolleranza indifferente dello
scettico, dell’ebete, dello sciocco; ma la tolleranza dello scienziato, che non
sente odio contro la materia ch’egli analizza e studia, e la tratta coll’ironia
dell’uomo superiore alle passioni e dice: - ti tollero, non perché ti approvi,
ma perché ti comprendo» - pensavo a tutti questi elementi che, a farlo apposta,
se li mettiamo in fila, son proprio quelli che gl’intenditori delle letterature
straniere riconoscono proprii dei veri e più celebrati umoristi (s’intende,
inglesi o tedeschi), e - Dio me lo perdoni - non sapevo più se piangere o ridere
di tutte le meraviglie che questi intenditori han sempre detto... che so? delle
Lettere d’un drappiere e degli altri scritti politici del decano Gionata
Swift!
A questi
intenditori, che delle letterature straniere ci pongono innanzi i soliti cinque
o sei scrittori umoristi, basta dare della letteratura nostra un giudizio così
fatto: «L’opera d’arte è scherzo geniale di fantasia, è riso fugace
d’impressione destato dalle immagini, non dalle cose, gajezza accademica di
ricordi, erudita ilarità; manca il sentimento profondo della famiglia (e ne
aveva tanto lo Swift, difatti!), della natura, della patria; o meglio manca
in quella forma gaja e ne assume un’altra, acre e violenta (e che miele,
difatti, nello Swift!), che ricorda Persio e Giovenale. Non fo nomi; basti
accennare che le tradizioni classiche, lo spirito d’imitazione, la lingua
ristretta nel vocabolario, schiva del popolo, impedirono nell’arte la libertà di
atteggiamenti, di forma, di stile indispensabile all’humour: come altri
ostacoli, il Papato, la dominazione straniera, le discordie intestine, la boria
regionale e le accademie e le scuole impedirono la libertà politica, religiosa,
scientifica. Ne affligge antico male; in scienza pedanti, in arte retori, nella
vita attori, solenni sempre o gravi, insofferenti di analisi, corrivi alle
grandi idee, sdegnosi delle modeste e lente esperienze, cercatori di tesi e di
antitesi, vaporosi o empirici, atei o mistici, manierati o barbari. La nostra
coltura è a strati, e non sempre nazionale; lo straniero persiste dentro a noi;
le forme letterarie hanno tipi fissi; una generazione fa il testo, altre
parecchie fanno le note; così si pensa e sente per riflesso, per reminiscenza o
per fantasia; così ne sfugge il senso reale della vita, si ottunde quella
libertà di percezione e di attitudini che crea l’umorismo; e si riproduce il
circolo vizioso; gli scrittori umoristi non sorgono perché mancano le condizioni
adatte, e queste non mutano perché mancano gli scrittori. Il difetto è alla
radice; poco sviluppato lo spirito di curiosità; fioca la nota intima.
|
L’humour vuole l’uno e l’altra; vuole
il pensatore e l’artista; ma l’arte e la scienza presso noi son divise tra loro
e divise dalla vita» [45]. |
|
[45]
- Vedi Arcoleo,
op. cit., pp. 94-95.
|
|
Ho citato il
Machiavelli. Citerò, a questo proposito, un altro piccolo nostro che non ebbe
quella «libertà di atteggiamenti, di forma, di stile indispensabile all’humour»,
a cui «il Papato... le accademie e le scuole impedirono la libertà politica,
religiosa e scientifica», un insofferente d’analisi, pedante in scienza e retore
in arte, uno che ebbe poco sviluppato lo spirito di curiosità, ecc.: Giordano
Bruno, se permettete, academico di nulla academia, autore, tra l’altro,
dello Spaccio de la Bestia trionfante, della Cabala del Cavallo
Pegaseo, dell’Asino Cillenico e del Candelajo; colui che ebbe
per motto, come tutti sanno: In tristitia hilaris, in hilaritate tristis,
che pare il motto dello stesso umorismo.
E la candela di
quel suo candelajo «potrà chiarir alquanto certe ombre dell’idee, le quali
invero spaventano le bestie», - dice egli stesso; e dice anche: - «Considerate
chi va, chi viene, che si fa, che si dice, come s’intende, come si può
intendere; ché certo, contemplando quest’azioni e discorsi umani col senso
d’Eraclito, o di Democrito, avrete occasion di molto o ridere o piangere».
Per conto suo,
l’autore le ha contemplate col senso di Eraclito e di Democrito a un tempo.
«Qua Giordano
parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona
il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non copre
quel ch’ella mostra aperto, chiama il pane pane, il vino vino, il piede piede,
et altre parti di proprio nome; dice il mangiare mangiare, il dormire dormire,
il bere bere, e così gli altri atti naturali significa con proprio titolo.»
Questo, nella
Epistola esplicatoria che precede lo Spaccio de la Bestia trionfante.
Apriamo un po’ questo Spaccio e sentiamo che cosa Mercurio dice di Giove.
Ecco qua: «Ha ordinato che oggi a mezzogiorno doi meloni tra gli altri, nel
melonajo di Fronzino, sieno perfettamente maturi: ma che non sieno colti senon
tre giorni a presso, quando non saran giudicati buoni a mangiare. Vuole che al
medesimo tempo de la iviuma che sta a le radici del monte di Cicala, in casa di
Gioan Bruno, trenta iviomi sieno perfetti colti, e diecesette cadano scalmati in
terra, quindici siano rosi da’ vermi; che Nasta, moglie d’Albenzio, mentre si
vuole increspar li capegli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato il
ferro, a bruciarsene cinquantasette, ma che non si scotte la testa, e per questa
volta non biastemi quando sentirà il puzzo, ma con pazienza la passe; che dal
sterco del suo bove nascano dugento cinquanta doi scarafoni, de’ quali
quattordici sieno calpestati e uccisi per il pie’ di Albenzio, vinti sei muojano
di rinversato, vinti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per
il cortile, quaranta doi si retirino a vivere sotto quel ceppo vicino a la
porta, sedici vadano isvoltando le pallotte per dove meglio li vien comodo, il
resto corra a la fortuna... Che Ambrogio ne la centesima e duodecima spinta
abbia spaccio et ispedito il negozio con la mogliera, e che non la ingravide per
questa volta, ma ne l’altra volta, con quel seme in cui si convertisce quel
porro cotto che mangia al presente con sapa e pane miglio».
E questo per
dimostrare a Sofia che s’inganna se pensa che ai celesti non sieno a cura cosi
le cose minime, come le più grandi.
Come si chiama
questo?
Dice di sé
Giordano nell’Antiprologo del Candelajo: «L’autore, se voi lo
conoscete, direste ch’have una fisionomia smarrita; par che sempre sia in
contemplazione de le pene de l’inferno; par sia stato a la pressa, come le
barrette; un che ride, sol per far come fan gli altri. Per il più lo vedrete
fastidito, restio e bizzarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio
d’ottant’anni, fantastico come un cane». E Dedalo si chiama «circa gli abiti
dell’intelletto» nella proemiale epistola al De l’infinito Universo et
Mondi, e come Momo, dio del riso, s’introduce nello Spaccio.
|
«Lo stile del
Bruno, - osserva nel suo studio mirabile su Tre commedie italiane nel
Cinquecento il Graf
[46] - lo stile del Bruno è
l’immagine viva della mente onde muove. Ad un’amplissima varietà di forme, di
figurazioni e di processi, s’accoppia in esso un’efficacia impareggiabile. Pien
di vitale fervore esso non si adagia ne’ simmetrici spartimenti retorici, ma si
devolve per effluente, organica funzione. Di natura proteiforme, con pari
agevolezza s’adegua al più arduo pensiero della mente disquisitiva, e al più
volgar sentimento di un’anima abjetta. Le parole vi si affrontano in riscontri
impensati, e dal cozzar loro erompe sfavillando nuova luce d’idee. Esso è un
vivo fermento di peregrini concetti, d’immagini epifaniche, di clausole feconde.
La lingua copiosa, proporzionata alla varietà e al numero delle cose che per
essa si debbono significare, non conosce, o disprezza, i ritegni e le leggi
dell’accademica purità, e s’impingua di elementi tratti così da’ ripositorii più
augusti dell’eloquenza classica, come dagli ultimi fondi della parlata
vernacola. Un istrumento sì fatto era necessario ad un ingegno che, senza
smarrire mai l’equilibrio, trascorre tutti i gradi dell’essere, dagli imi
termini del reale ai supremi dell’ideale. Sia che raffronti, e associi o sceveri
i termini del pensiero, sia che narri o descriva, la virtù sua rimane sempre
uguale a sé stessa» [47]. Le
contradizioni innegabili che il Graf in questo suo studio scopre nella mente del
filosofo panteista, per cui confessa di non intendere «come si generi in essa il
momento del riso» si spiegano, secondo me, perfettamente con quell’intimo e
particolar processo psicologico in cui consiste appunto l’umorismo e che implica
per sé stesso queste e tant’altre contradizioni. |
|
[46]
- Vedi in Studii
drammatici (Torino, Loescher, 1878). Le tre commedie sono La
Calandria, La Mandragola, Il Candelajo.
[47]
- Certe tropologie del Bruno sono di un’efficacia senza
pari; così, quando di un inetto ragionatore dice che è venuto
armato di parole e scommi che si
muojono di fame e di freddo. Certe comparazioni scolpiscono, come là
dove di due presuntuosi sapienti dice che l’uno parea il conestabile
de la gigantessa dell’orco, l’altro l’amostante de la dea riputazione.
Nella Cabala del Cavallo Pegaseo così è descritto Don Cocchiarone,
mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien d’infinita e nobil
meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove rimosso dal rude ed
ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or quinci or quindi de la
litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo or quell’altro
piede, rigettando or verso il destro or verso il sinistro fianco il
petto, con il testo commento sotto l’ascella, e con gesto di voler
buttar quel pulce ch’ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata
fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati, in gesto d’un
uomo fortemente maravigliato, conchiudendola con un grave et enfatico
sospiro farà pervenire a l’orecchio de’ circostanti questa sentenza:
Hucusque alii Philosophi non pervenerunt». |
|
Del resto, il
Graf stesso soggiunge: «Può darsi che la contradizione tragga la origine da una
certa disformità preesistente fra l’intelletto e l’indole da una parte, e fra la
virtù apprensiva e la raziocinativa da un’altra».
Ma io non posso
indugiarmi a discorrere su ogni scrittore che mi avvenga di nominare in questa
rapida corsa. Debbo limitarmi a fuggevoli accenni, rimandando a miglior tempo
uno studio compiuto e un’antologia degli umoristi italiani, che qui, dato il mio
compito, sarebbe fuor di luogo. Basterà porre in vista alcuni pochi nomi; e due
ne abbiamo già citati di sommi, e un terzo di più modesto scrittore, che fu di
popolo e artigiano, uso, come disse egli stesso «tutto il giorno a combattere
con la forbice e con l’ago: cose che se bene sono strumenti da donne, e le muse
son donne, non si legge però ch’elle fussino mai adoperate da loro»:
Giambattista Gelli, voglio dire, che nei giardini del Rucellai si pascolò di
filosofia e diede fuori quella Circe e quei Capricci di Ciusto Bottajo,
che – ripeto - chi sa che capolavori d’umorismo sembrerebbero, se scritti in
inglese, da scrittore inglese.
Ma sul serio, se son considerati umoristi in Inghilterra il Congreve, lo Steele,
il Prior, il Gay, non troveremo noi nella letteratura nostra da contrapporre
altri nomi di scrittori, che noi, per conto nostro, non ci siamo mai sognati di
chiamare umoristi, anche del Settecento, e anche di due e di tre secoli innanzi?
Ma quanti bizzarri e gaj ingegni tra quei bajoni nostri del Cinquecento!
E il Cellini? Sul serio, se ci vediamo porre innanzi The Dunciad del
Pope, non abbiamo da prendere a piene mani, per seppellirla, tutta una
letteratura, di cui sogliamo vergognarci, a cominciar dai Mattacini del
Caro? Mancassero guerre d’inchiostro tra i letterati nostri d’ogni tempo, giù
giù dai sonetti di Cecco Angiolieri contro Dante, all’Atlantide di Mario
Rapisardi! Riso anche questo, sicuro, gajezza mala, umore, cioè fiele, collera
fredda e secca, come la chiama Brunetto Latini, o malinconia nel senso
originario della parola: la malinconia appunto dello Swift libellista. Penso al
Franco, all’Aretino e, più qua, a quel terribile monsignor Lodovico Sergardi. A
questi soltanto? Ma a ben più d’uno
è forza ch’io
riguardii,
Il qual mi
grida e di lontano accenna
E priega ch’io nol lasci nella penna,
vedendo con quanta larghezza gli altri imbarchino scrittori su questo
Narrenschiff dell’umorismo! Ma sì, perché no? anche tu, Ortensio Lando, se
pur volontariamente non pazzeggi come Bruto per aver diritto di vivere e di
parlare con libertà, come disse Carlo Tenca; monta anche tu, autore dei
Paradossi e del Commentario delle cose mostruose d’Italia e d’altri
luoghi, tu che, non foss’altro, avesti il coraggio di dare ai tuoi dì
dell’animalaccio ad Aristotile. Io, per me, ti lascerei a terra con tutti gli
altri, a terra col Doni, a terra col Boccalini, Tacito proconsolo nell’isola di
Lesbo, a terra col Dotti, a terra con tanti prima e dopo di te, il Caporali e il
Lippi e il Passeroni; ma non vorrei essere io solo così rigoroso, massime quando
vedo dalla barca uno che ha il diritto di starvi, incontestabile, Lorenzo
Sterne, far cenni e invitar quell’ultimo dei nostri che ho nominati, a montarvi.
E Alessandro
Tassoni? si deve lasciare a terra anche lui? Nelle recenti feste in suo onore,
parecchi han voluto veder stoffa d’umorista vero in questo acuto e acerbo
derisore, anzi disprezzatore del suo tempo. Se fosse inglese o tedesco, sarebbe
già da un pezzo nella barca anche lui e degno di starvi
a giudizio de’ savi universale.
Siamo sempre lì: in che senso si deve intendere l’umorismo?
L’Arcoleo, su
la fine della sua seconda conferenza, dichiara di non essere incline a quella
critica che, rispetto a forme letterarie, dispensa facilmente scomuniche e
ostracismi, e dice che non sono molto complesse le ragioni per le quali in
Italia ebbe poca vita la forma umoristica, e che egli non vuol profanare
quest’argomento che merita studio speciale. Quali sieno queste ragioni molto
complesse, che al lume degli stessi esempii recati dall’Arcoleo appajono qua e
là contradittorie, abbiamo già veduto: da noi non c’è spirito d’osservazione né
intimità di stile, siamo pedanti e accademici, siamo scettici e indifferenti,
non aspiriamo a nulla. Contro queste accuse, noi abbiamo citato parecchi nomi,
che mai, neppure in un lampo, sono sorti in mente all’Arcoleo. Una sola volta,
parlando del Heine in fin di vita, che ride del suo dolore, pensa, per
combinazione, al Leopardi che si sentiva anche lui «un tronco che pena e vive» e
al Brighenti scriveva: «Io sto qui deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti,
di maniera che se vi penso mi fa raccapricciare. Tuttavia mi avvezzo a ridere
e ci riesco». Sì, ma «restò lirico», osserva, «l’educazione classica non gli
permise di essere umorista!». Ma scrisse anche certi dialoghi, se non
c’inganniamo, e certe altre prosette... Restò lirico anche lì? L’educazione
classica... Ma almeno la tendenza romantica avrà permesso al Manzoni di essere
umorista? Che! Il suo don Abbondio «non aspira a nulla, litiga tra il dovere e
la paura; è ridicolo senz’altro» . Non è questo un modo abbastanza spiccio di
giudicare e mandare? Ma questo modo, veramente, tiene l’Arcoleo dal principio
alla fine delle due conferenze: l’argomento è trattato così a sprazzi, per
sentenze inappellabili. Umorismo: fuoco d’artifizio di scoppiettanti
definizioni; poi, prima fase: dubbio e scetticismo - «ridere del proprio
pensiero» - Amleto; seconda fase, lotta e adattamento - «ridere del
proprio dolore» - Don Giovanni. E tra gli umoristi della prima fase son
citati due francesi, Rabelais e Montaigne, e due inglesi, Swift e Sterne; tra
gli umoristi della seconda, due tedeschi, Richter e Heine, tre inglesi, Carlyle,
Dickens, Thackeray e poi... Marco Twain. Come si vede, nessun italiano. E dire
che arriviamo fino a Marco Twain!
L’Arcoleo
conclude così: «Lo spirito comico rimase avviluppato nell’embrione della
commedia dell’arte o nella poesia dialettale; e molto e ricco sviluppo ebbero
invece e in poesia e in prosa, in poemi, novelle, romanzi e saggi, l’ironia e la
satira. Basta confondere con queste forme l’humour, perché n’esca giudizio
opposto al mio, o perché io sembri esagerato e ingiusto. Non intendo parlare di
tentativi o abbozzi; si trovano facilmente in ogni storia artistica e di ogni
forma: ma io non so vedere fra noi una letteratura umoristica e all’uopo non
avrei che a fare un paragone tra l’Ariosto e Cervantes».
Questo paragone
l’abbiamo fatto noi, e con un giudizio non opposto a quello ch’egli avrebbe
dato, se avesse fatto il paragone. Tra parentesi però, Cervantes - come
Rabelais, come Montaigne - è un latino; e non crediamo che la Riforma
propriamente in Spagna... Lasciamo andare! Veniamo in Italia. Noi non vogliamo
affatto confondere lo spirito comico, l’ironia, la satira con l’umorismo:
tutt’altro! Ma non si deve neanche confondere l’umorismo vero e proprio l’humour
inglese, cioè con quel tipico modo di ridere o umore che, come tutti gli altri
popoli, hanno anche gl’Inglesi. Non si pretenderà, che gl’Italiani o i Francesi
abbiano l’humour inglese; come non si può pretendere che gl’Inglesi ridano a
modo nostro o facciano dello spirito come i Francesi. L’avranno magari fatto,
qualche volta; ma ciò non vuol dire. L’umorismo vero e proprio è un’altra cosa,
ed è anche per gl’Inglesi un’eccentricità di stile. Basta confondere l’una cosa
e l’altra - diciamo anche noi a nostra volta - perché si venga a riconoscere una
letteratura umoristica a un popolo e a negarla a un altro. Ma una letteratura
umoristica si può avere a questo solo patto, cioè di far questa confusione; e
allora ogni popolo avrà la sua, assommando tutte le opere in cui questo tipico
umore si esprime nei più bizzarri modi; e noi potremmo cominciar la nostra, ad
esempio, con Cecco Angiolieri, come gl’Inglesi la cominciano col Chaucer, e non
direi che la comincino bene, non per il valore del poeta, ma perché egli mostra
di aver mescolato alla bevanda nazionale un po’ del vino che si vendemmia nel
paese del sole. Altrimenti, una letteratura umoristica vera e propria non è
possibile, presso nessun popolo: si possono avere umoristi, cioè pochi e rari
scrittori in cui per natural disposizione avviene quel complicato e
speciosissimo processo psicologico che si chiama umorismo. Quanti ne cita l’Arcoleo?
Certamente,
l’umorismo nasce da uno speciale stato d’animo, che può, più o meno,
diffondersi. Quando un’espressione d’arte riesce a conquistare l’attenzione del
pubblico, questo si dà subito a pensare e a parlare e a scrivere secondo le
impressioni che ne ha ricevuto; di modo che quella espressione, sorta dapprima
dalla particolare intuizione d’uno scrittore, penetrata rapidamente nel
pubblico, è poi da questo variamente trasformata e diretta. Così avvenne per il
romanticismo, così per il naturalismo: diventarono le idee del tempo, quasi
un’atmosfera ideale; e molti fecero per moda i romantici o i naturalisti, come
molti per moda fecero gli umoristi in Inghilterra nel sec. XVIII, e molti furon
degli umidi nel Cinquecento in Italia, e degli arcadi nel Settecento. Uno stato
d’animo si può creare in noi e divenir coerente o rimaner fittizio, secondo che
risponda o no alla speciale fisionomia dell’organismo psichico. Ma poi le idee
del tempo mutano, cangia la moda, i pòmpili seguaci si mettono appresso ad altre
navi. Chi resta? Restano quei pochi, da contar su le dita, quei pochi che
ebbero, primi, l’intuizione straordinaria, o in cui quello speciale stato
d’animo divenne così coerente che poteron creare un’opera organica, resistente
al tempo e alla moda.
Sul serio poi
l’Arcoleo crede che nella nostra letteratura dialettale non ci sia altro che
spirito comico? Egli è siciliano, e certamente ha letto il Meli, e sa quanto sia
ingiusto il giudizio di arcadia superiore dato della poesia di lui, che
non fu sonata soltanto su la zampogna pastorale, ma ebbe anche tutte le corde
della lira e si espresse in tutte le forme. Non c’è vero e proprio umorismo in
tanta parte della poesia del Meli? Ma basterebbe citar soltanto La cutuliata
per dimostrarlo!
Tic tic... chi fu? Cutuliata.
E non c’è umorismo, vero e proprio umorismo, in tanti e tanti sonetti del Belli?
E senza parlare delle figure del Maggi, il Giovannin Bongee, il
Marchionn di gamb avert di Carlo Porta non son due capolavori d’umorismo? E,
poiché si parla di tipi rimasti imperituri, il Monsù Travet del Bersezio,
Il Nobilomo Vidal del Gallina?
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E un altro scrittore dialettale
abbiamo, finora quasi del tutto ignoto, grandissimo: umorista vero, se mai ce ne
fu, e - a farlo apposta - meridionalissimo, di Reggio Calabria: Giovanni Merlino,
rivelato or son parecchi anni, in una conferenza
[48], da
Giuseppe Mantica, suo conterraneo, che sarebbe stato anche lui un forte
scrittore umorista se, nel breve corso della sua esistenza, la politica non lo
avesse troppo presto distratto dalle lettere. |
|
[48]
- Vedi Giovanni
Merlino, umorista, Napoli, Pierro, 1898. |
|
Scrisse il Merlino i suoi libri per 55 lettori, che
nomina uno per uno e divide in quattro categorie, imponendo a ciascuna di esse
alcuni speciali obblighi in ricompensa del piacere loro procurato. Uno de’ suoi
volumi, ancora tutti inediti, è detto: Miscellanea di varie cose sconnesse e
piacevoli, «fatta per coloro che, avendo poco cervello, vogliono istruirsi
sul modo più acconcio per perderlo interamente»; gli altri sono Memorie utili
ed inutili ai posteri, ossia la vita di Giovanni Merlino del quondam Antonino di
Reggio, principiata a 27 decembre 1789 e proseguita fino al 1850, composta di
sette volumi. Vorrei poter citare per disteso il lungo Dialogo alla
calabrese tra Domine Dio e Giovanni Merlino o il Conto con Domine Dio
per dimostrare che umorista fosse il Merlino. Nell’attesa che gli eredi lo
rendano a tutti noto pubblicando i volumi, rimando alla pubblicazione che il
Mantica fece di questi due impareggiabili Dialoghi, con la traduzione a fronte.
|
Questo, per la
letteratura dialettale. Non scopre poi sul serio altro che ironia e satira l’Arcoleo
negli scrittori italiani? Io penso a un certo Socrate immaginario d’un
certo abbate del Settecento; penso al Didimo chierico del Foscolo; ad
alcune volate in prosa del Baretti; penso ai Promessi Sposi del Manzoni,
tutto infuso di genuino umorismo
[49]; |
|
[49]
- Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell’umorismo
di don Abbondio, che all’Arcoleo
sembra una figura ridicola o comica senz’altro. |
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penso al Sant’Ambrogio
del Giusti, vera poesia umoristica, unica forse tra le tante satiriche o
sentimentali; penso a quei certi dialoghi e a quelle certe prosette del
Leopardi; penso all’Asino e al Buco nel muro del Guerrazzi; penso
al Fanfulla del D’Azeglio; penso a Carlo Bini; penso a quella tal cucina nel
castello di Fratta delle Confessioni d ’un ottuagenario del Nievo; penso
a Camillo De Meis, al Revere; e, poiché l’Arcoleo arriva fino a Marco Twain,
penso al Re umorista, al Demonio dello stile, all’Altalena
delle antipatie, al Pietro e Paola, a Scaricalasino, all’lllustrissimo
del Cantoni; al Demetrio Pianelli del De Marchi; penso ai poeti della
scapigliatura lombarda e a tante note di schietto e profondo umorismo nelle
liriche del Carducci e del Graf; penso ai tanti personaggi umoristici che
popolano i romanzi e le novelle del Fogazzaro, del Farina, del Capuana, del
Fucini, e anche ad alcune opere di più giovani scrittori, da Luigi Antonio
Villari all’Albertazzi, al Panzini... ed ecco, la Lanterna di Diogene di
quest’ultimo vorrei porre in una mano all’Arcoleo e nell’altra la candela del
Candelajo del Bruno: son sicuro che parecchi scrittori umoristi scoprirebbe
nella letteratura italiana antica e nuova.
|
Luigi Pirandello
Saggio
L’UMORISMO
Prima edizione: 1908 Seconda edizione aumentata: 1920
Parte seconda
Essenza,
caratteri
e materia dell'umorismo
da
Biblioteca
dei Classici Italiani |
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1. Che cosa è l’umorismo?
Se volessimo tener conto di tutte le risposte che si son date
a questa domanda, di tutte le definizioni che autori e critici han tentato,
potremmo riempire parecchie e parecchie pagine, e probabilmente alla fine,
confusi tra tanti pareri e dispareri, non riusciremmo ad altro che a ripetere la
domanda: - Ma, in somma, che cos’è l’umorismo?
Abbiamo già detto che tutti coloro, i quali, o di proposito o
per incidenza, ne han parlato, in una cosa sola si accordano, nel dichiarare che
è difficilissimo dire che cosa sia veramente, perché esso ha infinite varietà e
tante caratteristiche che a volerlo descrivere in generale, si rischia sempre di
dimenticarne qualcuna.
|
|
|
Questo è vero; ma è vero altresì che da un pezzo ormai avrebbe dovuto capirsi
che partire da queste caratteristiche non è la via migliore per arrivare a
intendere la vera essenza dell’umorismo, poiché sempre avviene che una se ne
assuma per fondamentale, quella che si è riscontrata comune a parecchie opere o
a parecchi scrittori studiati con predilezione; di modo che tante definizioni si
vengono infine ad avere dell’umorismo, quante sono le caratteristiche
riscontrate, e tutte naturalmente hanno una parte di vero, e nessuna è la vera.
|
Certamente, dalla somma di tutte queste varie caratteristiche
e delle conseguenti definizioni si può arrivare a comprendere, così, in
generale, che cosa sia l’umorismo; ma se ne avrà sempre una conoscenza sommaria
ed esteriore, appunto perché fondata su queste sommarie ed esteriori
determinazioni.
La caratteristica, ad esempio, di quella tale peculiar
bonarietà o benevola indulgenza che scoprono alcuni nell’umorismo, già definito
dal Richter «malinconia d’un animo superiore che giunge a divertirsi finanche di
ciò che lo rattrista» [1], quel «tranquillo, giocondo e
riflesso sguardo su le cose», quel «modo d’accogliere gli spettacoli divertenti,
che sembra, nella sua moderazione, soddisfare il senso del ridicolo e domandar
perdono di ciò che v’è di poco delicato in tal compiacimento», quella tale
«espansione degli spiriti dall’interno all’esterno incontrata e ritardata dalla
corrente contraria d’una specie di benevolenza pensosa», di cui parla il Sully
nel suo Essai sur le rire
[2], non si trovano in tutti gli
umoristi. Alcuni di questi tratti, che al critico francese, e non a lui
soltanto, pajono principali dell’umorismo, si troveranno in alcuni, in altri no;
e in certuni anzi si troverà il contrario, come ad esempio nello Swift, che è
malinconico nel senso originario della parola, cioè pieno di fiele; e del resto
noi vedremo un po’ più innanzi, parlando del don Abbondio del Manzoni, a che
cosa in fondo si riduca quella peculiar bonarietà o simpatica indulgenza.
Al contrario, quella «acre disposizione a scoprire ed
esprimere il ridicolo del serio e il serio del ridicolo umano», di cui parla il
Bonghi, calzerà allo Swift e a umoristi al pari di lui beffardi e mordaci; non
calzerà ad altri; né del resto, come osserva il Lipps, opponendosi alla teoria
del Lazzarus, che considera anch’esso l’umorismo soltanto come una disposizione
d’animo, questo modo di considerarlo è compiuto. Né compiuto sarà quello del
Hegel che lo dice «attitudine speciale d’intelletto e di animo onde l’artista si
pone lui stesso al posto delle cose», definizione che, a non porsi bene a
guardare da quel solo lato da cui lo Hegel lo guarda, ha tutta l’aria d’un
rebus.
|
|
[1]
- Del Richter si possono citare parecchie definizioni.
Egli chiama anche l’umorismo «sublime a rovescio»La descrizione
migliore, secondo il suo modo d’intenderlo, e quella a cui già
abbiamo accennato altrove, parlando della diversità del riso
antico dal riso moderno: «L’umore romantico è l’atteggiamento
grave di chi compari il piccolo mondo finito con l’idea
infinita: ne risulta un riso filosofico che è misto di dolore e
di grandezza. E un comico universale, pieno di tolleranza cioè e
di simpatia per tutti coloro che, partecipando della nostra
natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che
annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi,
anche applicata in un senso meno filosofico. Der Humor kann,
dice il Lipps, schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein
solcher, wenn der Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der
Beschränkheit seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch
relativen Nichtigkeit bewusst ist [«L’umorismo può essere infine
cosciente di se stesso. E tale, allorché colui che lo possiede è
conscio tanto del diritto, quanto della limitatezza del suo punto di
vista, tanto della sua sublimità quanto della sua relativa nullità»].
[2]
- Paris, Alcan, 1904,
p. 276. |
|
Caratteristiche più comuni, e però più generalmente
osservate, sono la «contradizione» fondamentale, a cui si suol dare per causa
principale il disaccordo che il sentimento e la meditazione scoprono o fra la
vita reale e l’ideale umano o fra le nostre aspirazioni e le nostre debolezze e
miserie, e per principale effetto quella tal perplessità tra il pianto e il
riso; poi lo scetticismo, di cui si colora ogni osservazione, ogni pittura
umoristica, e in fine il suo procedere minuziosamente e anche maliziosamente
analitico.
Dalla somma, ripeto, di tutte queste caratteristiche e
conseguenti definizioni si può arrivare a comprendere, così, in generale, che
cosa sia l’umorismo, ma nessuno negherà che non ne risulti una conoscenza troppo
sommaria. Che se accanto ad alcune determinazioni affatto incompiute, come
abbiamo veduto, altre ve ne sono indubbiamente più comuni, l’intima ragione di
esse non è poi veduta affatto con precisione né spiegata.
Rinunzieremo noi a vederla con precisione e a spiegarla,
accettando l’opinione di Benedetto Croce che nel Journal of Comparative
Literature (fasc. III, 1903) dichiarò indefinibile l’umorismo come tutti gli
stati psicologici, e nel libro dell’Estetica lo annoverò tra i tanti
concetti dell’estetica del simpatico? «L’indagine dei filosofi - egli dice - si
è a lungo travagliata intorno a questi fatti, e specialmente intorno ad alcuni
di essi, come, in prima linea, il comico, e poi il sublime, il
tragico, l’umoristico e il grazioso. Ma bisogna evitar
l’errore di considerarli come sentimenti speciali, note del
sentimento, ammettendo così delle distinzioni e classi di sentimenti, laddove il
sentimento organico per sé stesso non può dar luogo a classi; e bisogna chiarire
in che senso possano dirsi fatti misti. Essi dan luogo a concetti
complessi, ossia di complessi di fatti, nei quali entrano sentimenti
organici di piacere e dispiacere (o anche sentimenti spirituali-organici), e
date circostanze esterne che forniscono a quei sentimenti meramente organici o
spirituali-organici un determinato contenuto. Il modo di definizione di questi
concetti è il genetico: Posto l’organismo nella situazione a,
sopravvenendo la circostanza b, si ha il fatto c. Questo e simili
processi non hanno col fatto estetico nessun contatto: salvo quello generale che
tutti essi, in quante costituiscono la materia o la realtà, possono essere
rappresentati dall’arte; e l’altro, accidentale, che in questi processi
entrino talvolta dei fatti estetici, come nel caso dell’impressione di
sublime che può produrre l’opera di un artista titano, di un Dante o di uno
Shakespeare, o di quella comica del conato di un imbrattatele o di un
imbrattacarte. Anche in questi casi il processo è estrinseco al fatto estetico:
al quale non si lega se non il sentimento del piacere e dispiacere, del valore e
disvalore estetico, del bello e del brutto.»
Innanzi tutto, perché sono indefinibili gli stati
psicologici? Saranno forse indefinibili per un filosofo, ma l’artista, in fondo,
non fa altro che definire e rappresentare stati psicologici. E poi se l’umorismo
è un processo o un fatto che dà luogo a concetti complessi, ossia complessi di
fatti, come diventa poi esso un concetto? Concetto sarà quello a cui l’umorismo
dà luogo, non l’umorismo.
Certamente se per fatto estetico deve intendersi quel che
intende il Croce, tutto diviene estrinseco ad esso, non che questo processo. Ma
noi abbiamo dimostrato altrove e anche nel corso di questo lavoro, che il fatto
estetico non è né può essere quel che il Croce intende. E, del resto, che
significa la concessione che «questo e simili processi non hanno col fatto
estetico nessun contatto, salvo quello generale che tutti essi, in quanto
costituiscono la materia o la realtà, possono essere rappresentati
dall’arte»? L’arte può rappresentare questo processo che dà luogo al concetto di
umorismo. Ora, come potrò io, critico, rendermi conto di questa rappresentazione
artistica, se non mi rendo conto del processo da cui risulta? E in che
consisterebbe allora la critica estetica? «Se un’opera d’arte, - osserva il
Cesareo nel suo saggio su La critica estetica appunto, - ha da provocare
uno stato d’animo, appar manifesto che tanto più pieno sarà l’effetto finale,
quanto più intense e concordi vi coopereranno tutte le singole determinazioni.
Anche in estetica la somma è in ragion delle poste. L’esame di tutte a una a una
le particolari espressioni ci darà la misura dell’espressione totale. Or come
la perfetta riproduzione d’uno stato d’animo, in cui per l’appunto consiste la
bellezza estetica, è un fatto emozionale che può risultare soltanto dalla somma
d’alcune rappresentazioni sentimentali così l’analisi psicologica d’un’opera di
poesia è il necessario fondamento di qualsiasi valutazione estetica.»
Parlando di questo mio saggio su la sua rivista La Critica
(vol. VII, a 1909, pagg. 219-23), il Croce, a proposito dello studio del
Baldensperger «Les définitions de l’humour» (in Études d’histoire
littéraire, Paris, Hachette, 1907), si compiace di dire che il Baldensperger
ricorda anche le ricerche del Cazamian, edite nella Revue germanique del
1906: Pourquoi nous ne pouvons définir l’humour, in cui l’autore, seguace
del Bergson, sostiene che l’umorismo sfugge alla scienza, perché gli elementi
caratteristici e costanti di esso sono in piccolo numero e sopra tutto negativi,
laddove gli elementi variabili sono in numero indeterminato. Per cui, il compito
della critica è di studiare il contenuto e il tono di ogni umore, e cioè, la
personalità di ciascun umorista.
- Il n’y a pas d’humour, il n’y a que des
humouristes, - dice il signor Baldensperger.
E il Croce s’affretta a concludere:
- La questione è così esaurita.
Esaurita? Torniamo e torneremo sempre a domandare come mai,
se l’umorismo non c’è, né si sa, né si può dire che cosa sia, ci sieno poi
scrittori, di cui si possa sapere e dire che sono umoristi. In base a che cosa
si saprà e si potrà dire?
L’umorismo non c’è; ci sono scrittori umoristi. Il comico non
c’è; ci sono scrittori comici.
Benissimo! E se un tale, sbagliando, afferma che un tale
scrittore umorista è un comico, come farò io a chiarirgli lo sbaglio, a
dimostrargli che è un umorista e non un comico?
Il Croce pone innanzi la pregiudiziale metodica circa la
possibilità di definire un concetto. Io gli pongo innanzi questo caso, e gli
domando come potrebbe egli dimostrare, per esempio, all’Arcoleo, il quale
afferma che il personaggio di don Abbondio è comico, che invece no, quel
personaggio è umoristico, se non avesse ben chiaro in mente che cosa sia e che
debba intendersi per umorismo.
Ma egli dice, in fondo, di non muover guerra alle
definizioni, e che anzi il suo modo di rifiutarle tutte, filosoficamente, è
l’accettarle tutte, empiricamente. Anche la mia; che del resto non è, né vuol
essere una definizione, ma piuttosto la spiegazione di quell’intimo processo che
avviene, e che non può non avvenire, in tutti quegli scrittori che si dicono
umoristi.
L’Estetica del Croce è così astratta e negativa, che
applicarla alla critica non è assolutamente possibile, se non a patto di negarla
di continuo, com’egli stesso fa, accettando questi così detti concetti empirici
che, cacciati dalla porta, gli rientrano dalla finestra.
Ah, una bella soddisfazione, la filosofia!
II.
|
Vediamo dunque, senz’altro, qual è il processo da cui risulta
quella particolar rappresentazione che si suol chiamare umoristica; se questa ha
peculiari caratteri che la distinguono, e da che derivano: se vi è un particolar
modo di considerare il mondo, che costituisce appunto la materia e la ragione
dell’umorismo.
Ordinariamente, - ho già detto altrove
[3], e qui m’è forza
ripetere – l’opera d’arte è creata dal libero movimento della vita interiore che
organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi
han corrispondenza tra loro e con l’idea-madre che le coordina. |
|
[3]
- Vedi nel mio volume già citato Arte e scienza il
saggio «Un critico fantastico». |
|
La riflessione,
durante la concezione, come durante l’esecuzione dell’opera d’arte, non resta
certamente inattiva: assiste al nascere e al crescere dell’opera, ne segue le
fasi progressive e ne gode, raccosta i varii elementi, li coordina, li compara.
La coscienza non rischiara tutto lo spirito; segnatamente per l’artista essa non
è un lume distinto dal pensiero, che permetta alla volontà di attingere in lei
come in un tesoro d’immagini e d’idee. La coscienza, in somma, non è una potenza
creatrice, ma lo specchio interiore in cui il pensiero si rimira; si può dire
anzi ch’essa sia il pensiero che vede sé stesso, assistendo a quello che esso fa
spontaneamente. E, d’ordinario, nell’artista, nel momento della concezione, la
riflessione si nasconde, resta, per così dire, invisibile: è, quasi, per
l’artista una forma del sentimento. Man mano che l’opera si fa, essa la critica,
non freddamente, come farebbe un giudice spassionato, analizzandola, ma d’un
tratto, mercé l’impressione che ne riceve.
Questo, ordinariamente. Vediamo adesso se, per la natural
disposizione d’animo di quegli scrittori che si chiamano umoristi e per il
particolar modo che essi hanno di intuire e di considerar gli uomini e la vita,
questo stesso procedimento avviene nella concezione delle loro opere; se cioè la
riflessione vi tenga la parte che abbiamo or ora descritto, o non vi assuma
piuttosto una speciale attività.
Ebbene, noi vedremo che nella concezione di ogni opera
umoristica, la riflessione non si nasconde, non resta invisibile, non resta cioè
quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si
rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandosene; ne
scompone l’immagine; da questa analisi però, da questa scomposizione, un altro
sentimento sorge o spira: quello che potrebbe chiamarsi, e che io difatti chiamo
il sentimento del contrario.
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non
si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata
d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora
è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe
essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa
impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma
se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia
signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che
forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così,
nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del
marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima,
perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel
primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del
contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è
tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.
- «Signore, signore! oh! signore, forse, come gli altri, voi
stimate ridicolo tutto questo; forse vi annojo raccontandovi questi stupidi e
miserabili particolari della mia vita domestica: ma per me non è ridicolo,
perché io sento tutto ciò...» - Cosi grida Marmeladoff nell’osteria, in
Delitto e Castigo del Dostojevski, a Raskolnikoff tra le risate degli
avventori ubriachi. E questo grido è appunto la protesta dolorosa ed esasperata
d’un personaggio umoristico contro chi, di fronte a lui, si ferma a un primo
avvertimento superficiale e non riesce a vederne altro che la comicità.
Ed ecco qua un terzo esempio, che per la sua lampante
chiarezza, si potrebbe dir tipico. Un poeta, il Giusti, entra un giorno nella
chiesa di Sant’Ambrogio a Milano, e vi trova un pieno di soldati.
Di que’ soldati settentrionali,
Come sarebbe boemi e croati,
Messi qui nella vigna a far da pali...
Il suo primo sentimento è d’odio:
quei soldatacci ispidi e duri son lì a ricordargli la patria schiava. Ma ecco
levarsi nel tempio il suono dell’organo: poi quel cantico tedesco lento lento,
D’un suono grave flebile, solenne
che è preghiera
e pare lamento. Ebbene, questo suono determina a un tratto una disposizione
insolita nel poeta, avvezzo a usare il flagello della satira politica e civile:
determina in lui la disposizione propriamente umoristica: cioè, lo dispone a
quella particolar riflessione che, spassionandosi del primo sentimento,
dell’odio suscitato dalla vista di quei soldati, genera appunto il sentimento
del contrario. Il poeta ha sentito nell’inno
la dolcezza amara
Dei canti uditi da fanciullo: il core,
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore.
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio...
E riflette che quei soldati,
strappati ai loro tetti da un re pauroso,
A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno.
Ed ecco il contrario dell’odio di
prima:
Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male...
Il poeta è costretto a fuggir
dalla chiesa perché
Qui, se non fuggo, abbraccio un
caporale
Colla su’ brava mazza di nocciuolo
Duro e piantato lì come un piuolo.
Notando questo, avvertendo cioè
questo sentimento del contrario che nasce da una speciale attività della
riflessione, io non esco affatto dal campo della critica estetica e psicologica.
L’analisi psicologica di questa poesia è il necessario fondamento della
valutazione estetica di essa. Io non posso intenderne la bellezza, se non
intendo il processo psicologico da cui risulta la perfetta riproduzione di
quello stato d’animo che il poeta voleva suscitare, nella quale consiste appunto
la bellezza estetica.
Vediamo ora un esempio più complesso, nel quale la speciale
attività della riflessione non si scopre così a prima giunta; prendiamo un libro
di cui abbiamo già discorso: il Don Quijote del Cervantes.
Vogliamo giudicarne il valore estetico. Che faremo? Dopo la prima lettura e la
prima impressione che ne avremo ricevuto, terremo conto anche qui dello stato
d’animo che l’autore ha voluto suscitare. Qual è questo stato d’animo? Noi
vorremmo ridere di tutto quanto c’è di comico nella rappresentazione di questo
povero alienato che maschera della sua follia sé stesso e gli altri e tutte le
cose; vorremmo ridere, ma il riso non ci viene alle labbra schietto e facile;
sentiamo che qualcosa ce lo turba e ce l’ostacola; e un senso di commiserazione,
di pena e anche d’ammirazione, sì, perché se le eroiche avventure di questo
povero hidalgo sono ridicolissime, pur non v’ha dubbio che egli nella sua
ridicolaggine è veramente eroico. Noi abbiamo una rappresentazione comica, ma
spira da questa un sentimento che ci impedisce di ridere o ci turba il riso
della comicità rappresentata; ce lo rende amaro. Attraverso il comico stesso,
abbiamo anche qui il sentimento del contrario. L’autore l’ha destato in noi
perché s’è destato in lui, e noi ne abbiamo già veduto le ragioni. Ebbene,
perché non si scopre qui la speciale attività della riflessione? Ma perché essa
- frutto della tristissima esperienza della vita, esperienza che ha determinato
la disposizione umoristica nel poeta - si era già esercitata sul sentimento di
lui, su quel sentimento che lo aveva armato cavaliere della fede a Lepanto.
Spassionandosi di questo sentimento e ponendovisi contro, da giudice, nella
oscura carcere della Mancha, ed analizzando con amara freddezza, la riflessione
aveva già destato nel poeta il sentimento del contrario, e frutto di esso è
appunto il Don Quijote: è questo, sentimento del contrario oggettivato.
Il poeta non ha rappresentato la causa del processo - come il Giusti nella sua
poesia, - ne ha rappresentato soltanto l’effetto, e però il sentimento del
contrario spira attraverso la comicità della rappresentazione; questa comicità è
frutto del sentimento del contrario generato nel poeta dalla speciale attività
della riflessione sul primo sentimento tenuto nascosto.
Ora, che bisogno ho io d’assegnare un qualsiasi valore etico
a questo sentimento del contrario, come fa Theodor Lipps nel suo libro Komik und
Humor?
Cioè - indendiamoci bene - al Lipps veramente non si affaccia
mai questo sentimento del contrario. Egli, da un canto, non vede che una specie
di meccanismo così del comico come dell’umore: quello stesso che il Croce nella
sua Estetica cita come un esempio di spiegazione accettabile di siffatti
«concetti»: - «Posto l’organismo nella situazione a, sopravvenendo la
circostanza b, si ha il fatto c». - E, dall’altro canto,
s’impaccia di continuo di valori etici, poiché per lui ogni godimento artistico
ed estetico in genere è godimento di qualcosa che ha valore etico: non già come
elemento di un complesso, ma come oggetto dell’intuizione estetica. E tira
continuamente in ballo il valore etico della personalità umana, e parla di
positivo umano e di negazione di esso. Egli dice:
|
«Dass durch
die Negation, die am positiv Menschlichen geschieht, dies positiv Menschliche
uns näher gebracht, ins einem Wert offenbarer und fühlbarer gemacht wird, darin
besteht wie wir sahen, das allgemeinste Wesen der Tragik. Ebendarin besteht
auch das allgemeinste Wesen des Humors. Nur dass hier die Negation anderer Art
ist als dort, namlich komische Negation. Ich sagte vom Naivkomischen dass as auf
dem Wege liege von der Komik zum Humor. Dies heisst nicht: die naive Komik ist
Humor. Vielmehr ist auch hier die Komik als solche das Gegenteil des Humors. Die
naive Komik entsteht, indem das vom Standpunkte der naiven Persönlichkeit aus
Berechtigte, Gute, Kluge von unserem Standpunkte aus im gegenteiligen Lichte
erscheint. Der Humor entsteht umgekehrt, indem jenes relativ Berechtigte, Gute,
Kluge aus dem Prozess der komischen Vernichtung wiederum emportaucht, und nun
erst recht in seinem Werte einleuchtet und genossen wird»
[4]. E poco più
oltre: «Der eigentliche Grund und Kern des Humors ist überall und jederzeit
das relativ Gute, Schöne, Vernünftige, das auch da sich findet, wo es nach
unseren gewöhnlichen Begriffen nicht vorhanden, ja geflissentlich negiert
erscheint»
[5]. Dice anche: «in
der Komik nicht nur das Komische in nichts zergeht, sondern auch wir in gewisser
Weise, mit unserer Erwartung, unserem Glauben an eine Erhabenheit oder Grösse,
den Regeln oder Gewohnheiten unseres Denkens u.s. w. “zu nichte” werden. Über
dieses eigene Zunichtewerden erhebt sich der Humor. Dieser Humor, der Humor den
wir angesichts des Komischen haben, besteht schliesslich ebenso wie derjenige,
den der Träger des bewusst humoristischen Geschehens hat, in der
Geistesfreiheit, der Gewissheit des eigenen Selbst und des Vernünftigen, Guten
und Erhabenen in der Welt, die bei aller objektiven und eigenen Nichtigkeit
bestehen bleibt, oder eben darin zur Geltung kommt»
[6]. Ma è poi
costretto a riconoscere egli stesso che «nicht jeder Humor diese höchste
Stufe erreicht» e che vi ha «neben dem versöhnten, einen entzweiten Humor»
[7].
Ma che bisogno ho io, ripeto, di dare un qualsiasi valore
etico a quello che ho chiamato il sentimento del contrario, o di determinarlo
a priori in alcun modo? Esso si determinerà da sé, volta per volta, secondo
la personalità del poeta o l’oggetto della rappresentazione. Che importa a me,
critico estetico, di sapere in chi o dove stia la ragion relativa e il giusto e
il bene? Io non voglio né debbo uscire dal campo della fantasia pura. Io mi
pongo dinanzi qualunque rappresentazione artistica, e mi propongo soltanto di
giudicarne il valore estetico. Per questo giudizio, ho bisogno innanzi tutto di
sapere lo stato d’animo che quella rappresentazione artistica vuol suscitare: lo
saprò dall’impressione che ne ho ricevuto. Questo stato d’animo, ogni qual volta
mi trovo innanzi a una rappresentazione veramente umoristica, è di perplessità:
io mi sento come tenuto tra due: vorrei ridere, rido, ma il riso mi è turbato e
ostacolato da qualcosa che spira dalla rappresentazione stessa. Ne cerco la
ragione. Per trovarla, non ho affatto bisogno di sciogliere l’espressione
fantastica in un rapporto etico, di tirare in ballo il valore etico della
personalità umana e via dicendo. |
|
[4]
- [«Come abbiamo visto, l’essenza più generale del
tragico risiede nel fatto che l’elemento umano positivo, che si
attua attraverso la negazione della sua stessa positività, ci è
portato più vicino, reso più manifesto e più sensibile nel suo
valore. In ciò risiede anche l’essenza più generale
dell’umorismo. Soltanto che, in questo caso, la negazione è di
tutt’altra natura rispetto alla precedente, si tratta cioè di
una negazione comica. Io sostenni riguardo al comico spontaneo
che esso si trova a metà strada tra la comicità e l’umorismo.
Questo non significa che la comicità spontanea sia umorismo.
Anzi, anche in questo caso, la comicità è il contrario
dell’umorismo. La comicità spontanea nasce nell’istante in cui
ciò che dal nostro punto di vista è percepito come giusto,
buono, saggio, considerato dal punto di vista della personalità
spontanea, appare in una luce del tutto contraria. L’umorismo,
al contrario nasce allorché ciò che viene sentito come
relativamente giusto, buono, saggio emerge attraverso
l’annientamento comico, allora soltanto viene reso evidente a
pieno e apprezzato nel suo valore»]
[5]
- [«Il vero e proprio principio base dell’umorismo è,
ovunque e in ogni epoca, il relativamente giusto, buono,
ragionevole; princìpi che si trovano anche
laddove, assenti secondo il nostro usuale modo di giudicare, appaiono
negati di proposito.»]
[6]
- [«Nel comico non solo la comicità si dissolve nel
nulla, ma anche noi, in certo senso, ci dissolviamo; noi, con la
nostra attesa, con la nostra fede in una sublimità o grandezza
secondo le regole o le abitudini del nostro modo di pensare,
ecc. Su questo caratteristico processo di annientamento
s’innalza l’umorismo. Questo umorismo, l’umorismo che noi
avvertiamo davanti al comico, consiste per concludere – così
come quello che avverte colui che è consapevole dell’accadere
umoristico – nella libertà dl spirito, nella certezza del
proprio sé e del ragionevole, del buono e del sublime nel mondo,
che continua ad esistere insieme con sua propria e oggettiva
nullità, e anzi proprio in ciò si valorizza.»]
[7]
- [«Non ogni umorismo raggiunge questo massimo livello»
(e che vi ha) «oltre all’umorismo conciliato, un umorismo
diviso.»] |
|
Trovo questo sentimento del contrario, qualunque esso sia,
che spira in tanti modi dalla rappresentazione stessa, costantemente in tutte le
rappresentazioni che soglio chiamare umoristiche. Perché limitarne eticamente la
causa, oppure astrattamente, attribuendola, ad esempio, al disaccordo che il
sentimento e la meditazione scoprono fra la vita reale e l’ideale umano o fra le
nostre aspirazioni e le nostre debolezze e miserie? Nascerà anche da questo,
come da tantissime altre cause indeterminabili a priori. A noi preme soltanto
accertare che questo sentimento del contrario nasce, e che nasce da una speciale
attività che assume nella concezione di siffatte opere d’arte la riflessione.
III.
Teniamoci a questo; seguiamo questa attività speciale della
riflessione, e vediamo se essa non ci spiega a una a una le varie
caratteristiche, che si possono riscontrare in ogni opera umoristica.
Abbiamo detto che, ordinariamente, nella concezione
d’un’opera d’arte, la riflessione è quasi una forma del sentimento, quasi uno
specchio in cui il sentimento si rimira. Volendo seguitar quest’immagine, si
potrebbe dire che, nella concezione umoristica, la riflessione è, sì, come uno
specchio, ma d’acqua diaccia, in cui la fiamma del sentimento non si rimira
soltanto, ma si tuffa e si smorza: il friggere dell’acqua è il riso che suscita
l’umorista; il vapore che n’esala e la fantasia spesso un po’ fumosa dell’opera
umoristica.
- A questo mondo c’è giustizia finalmente! - grida
Renzo, il promesso sposo, appassionato e rivoltato.
- Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa
più quel che si dica, - commenta il Manzoni.
Ecco la fiamma là del sentimento, che si tuffa qua e si
smorza nell’acqua diaccia della riflessione.
La riflessione, assumendo quella sua speciale attività, viene
a turbare, a interrompere il movimento spontaneo che organa le idee e le
immagini m una forma armoniosa. È stato tante volte notato che le opere
umoristiche sono scomposte, interrotte, intramezzate di continue digressioni.
Anche in un’opera cosi armonica nel suo complesso come I Promessi Sposi,
è stato notato qualche difetto di composizione, una soverchia minuzia qua e là e
il frequente interrompersi della rappresentazione o per richiami al famoso
Anonimo o per l’arguta intrusione dell’autore stesso. Questo, che ai critici
nostri è sembrato un eccesso per un verso, un difetto per l’altro, è poi la
caratteristica più evidente di tutti i libri umoristici. Basta citare il
Tristram Shandy dello Sterne, che è tutto quanto un viluppo di variazioni e
digressioni, non ostante che l’autobiografo si proponga di narrare tutto ab
ovo, punto per punto, e cominci dall’alvo di sua madre e dalla pendola che
il signor Shandy padre soleva puntualmente caricare.
Ma se questa caratteristica è stata notata, non se ne son
vedute chiaramente le ragioni. Questa scompostezza, queste digressioni, queste
variazioni non derivano già dal bizzarro arbitrio o dal capriccio degli
scrittori, ma sono appunto necessaria e inovviabile conseguenza del turbamento e
delle interruzioni del movimento organatore delle immagini per opera della
riflessione attiva, la quale suscita un’associazione per contrarii: le immagini
cioè, anziché associate per similazione o per contiguità, si presentano in
contrasto: ogni immagine, ogni gruppo d’immagini desta e richiama le contrarie,
che naturalmente dividono lo spirito, il quale, irrequieto, s’ostina a trovare o
a stabilir tra loro le relazioni più impensate.
Ogni vero umorista non è soltanto poeta, è anche critico, ma
- si badi – un critico sui generis, un critico fantastico: e dico
fantastico non solamente nel senso di bizzarro o di capriccioso, ma anche nel
senso estetico della parola, quantunque possa sembrare a prima giunta una
contradizione in termini. Ma è proprio così; e però ho sempre parlato di una
speciale attività della riflessione.
Questo apparirà chiaro quando si pensi che se, indubbiamente,
una innata o ereditata malinconia, le tristi vicende, un’amara esperienza della
vita, o anche un pessimismo o uno scetticismo acquisito con lo studio e con la
considerazione su le sorti dell’umana esistenza, sul destino degli uomini, ecc.
possono determinare quella particolar disposizione d’animo che si suol chiamare
umoristica questa disposizione poi, da sola, non basta a creare un’opera d’arte.
Essa non è altro che il terreno preparato: l’opera d’arte è il germe che cadrà
in questo terreno, e sorgerà, e si svilupperà nutrendosi dell’umore di esso,
togliendo cioè da esso condizione e qualità. Ma la nascita e lo sviluppo di
questa pianta debbono essere spontanei. Apposta il germe non cade se non nel
terreno preparato a riceverlo, ove meglio cioè può germogliare. La creazione
dell’arte è spontanea: non è composizione esteriore, per addizione d’elementi di
cui si siano studiati i rapporti: di membra sparse non si compone un corpo vivo,
innestando, combinando. Un’opera d’arte, in somma, è, in quanto è «ingenua»; non
può essere il risultato della riflessione cosciente.
La riflessione, dunque, di cui io parlo, non è un’opposizione
del cosciente verso lo spontaneo; è una specie di projezione della stessa
attività fantastica: nasce dal fantasma, come l’ombra dal corpo; ha tutti i
caratteri della «ingenuità» o natività spontanea; è nel germe stesso della
creazione, e spira in fatti da essa ciò che ho chiamato il sentimento del
contrario.
Ben per questo ho soggiunto che l’umorismo potrebbe dirsi un
fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione. La concezione dell’opera
d’arte non è altro, in fondo, che una forma dell’organamento delle immagini.
L’idea dell’artista non è un’idea astratta; è un sentimento, che divien centro
della vita interiore, si impadronisce dello spirito, l’agita e, agitandolo,
tende a crearsi un corpo d’immagini. Quando un sentimento scuote violentemente
lo spirito, d’ordinario, si svegliano tutte le idee, tutte le immagini che son
con esso in accordo: qui invece, per la riflessione inserta nel germe del
sentimento, come un vischio maligno, si sveglian le idee e le immagini in
contrasto. E la condizione, è la qualità che prende il germe, cadendo nel
terreno che abbiamo più su descritto: gli s’inserisce il vischio della
riflessione; e la pianta sorge e si veste d’un verde estraneo e pur con essa
connaturato.
A questo punto si fa avanti il Croce con tutta la forza della
sua logica raccolta in un cosicché, per inferire da quanto ho detto più
su, ch’io contrappongo arte e umorismo. E si domanda: - «Vuol egli dire che
l’umorismo non è arte, o che esso è più che arte? E, in questo caso, che cosa è
mai? Riflessione sull’arte e cioè critica d’arte? Riflessione sulla vita, e cioè
filosofia della vita? O una forma sui generis dello spirito, che i
filosofi, finora, non hanno conosciuta? Il P., se l’ha scoperta lui, avrebbe
dovuto, a ogni modo, dimostrarla, assegnarle un posto, dedurla e farne intendere
la connessione con le altre forme dello spirito. Il che non ha fatto,
limitandosi ad affermare che l’umorismo è l’opposto dell’arte».
Io mi guardo attorno sbalordito. Ma dove, ma quando mai ho
affermato questo? Qui sta tra due: o io non so scrivere, o il Croce non sa
leggere. Come c’entra la riflessione sull’arte che è critica d’arte, e la
riflessione sulla vita che è filosofia della vita? Io ho detto che
ordinariamente, in generale, nella concezione d’un’opera d’arte, cioè mentre
uno scrittore la concepisce, la riflessione ha un ufficio che ho cercato di
determinare, per poi venire a determinare quale speciale attività essa assuma,
non già sull’opera d’arte, ma in quella speciale opera
d’arte che si chiama umoristica. Ebbene, perciò l’umorismo non è arte, o è più
che arte? Chi lo dice? Lo dice lui, il Croce, perché vuol dirlo, non perché io
non mi sia espresso chiaramente, dimostrando che è arte con questo particolare
carattere, e chiarendo da che cosa le provenga, cioè da questa speciale attività
della riflessione, la quale scompone l’immagine creata da un primo sentimento
per far sorgere da questa scomposizione e presentarne un altro contrario, come
appunto s’è veduto dagli esempii recati e da tutti gli altri che avrei potuto
recare, esaminando a una a una le più celebrate opere umoristiche.
Non vorrei ammettere un’ipotesi quanto mai ingiuriosa per il
Croce, che cioè egli creda che un’opera d’arte si componga come un qualunque
pasticcio con tanto d’uovo, tanto di farina, tanto di questo o di quell’altro
ingrediente, che si potrebbe anche mettere o lasciar fuori. Ma pur troppo mi
vedo costretto da lui stesso ad ammettere una siffatta ipotesi, quand’egli «per
farmi toccare con mano che l’umorismo come arte non si può distinguere dalla
restante arte» pone questi due casi circa alla riflessione, di cui io - secondo
lui - vorrei fare carattere distintivo dell’arte umoristica, quasi che fosse lo
stesso dire così, in generale, la riflessione e parlare com’io faccio,
d’una speciale attività della riflessione, più come processo intimo,
immancabile nell’atto della concezione e della creazione di tali opere, che come
carattere distintivo che per forza debba mostrarsi. Ma lasciamo andare. Pone,
dicevo, questi due casi: che cioè, la riflessione «o entra come componente nella
materia dell’opera d’arte e, in questo caso, tra l’umorismo e la commedia (o la
tragedia o la lirica, e via dicendo), non vi ha differenza alcuna, giacché in
tutte le opere d’arte entra, o può entrare, il pensiero e la riflessione; ovvero
rimane estrinseca all’opera d’arte, e allora si avrà critica e non mai arte, e
neppure arte umoristica».
È chiaro. Il pasticcio! Recipe: tanto di fantasia,
tanto di sentimento, tanto di riflessione: impasta e avrai una qualunque opera
d’arte, perché nella composizione di una qualunque opera d’arte possono entrare
tutti quegli ingredienti, e anche altri.
Ma domando io: come c’entra questo pasticcio, questa
composizione d’elementi come materia dell’opera d’arte, qualunque e comunque
sia, con quello che io ho detto più su e che ho fatto vedere, punto per punto,
parlando per esempio del Sant’Ambrogio del Giusti, quando ho mostrato
come la riflessione, inserendosi come un vischio nel primo sentimento del poeta,
che è d’odio verso quei soldatacci stranieri, generò a poco a poco il contrario
del sentimento di prima. E forse perché questa riflessione, sempre vigile e
specchiante in ogni artista durante la creazione, non segue qua il primo
sentimento, ma a un certo punto gli s’oppone, diventa perciò estrinseca
all’opera d’arte, diventa perciò critica? Io parlo d’una attività
intrinseca della riflessione, e non della riflessione come materia
componente dell’opera d’arte. E chiaro! E non è credibile che il Croce non
l’intenda. Non vuole intenderlo. E ne è prova quel suo voler far credere che
siano imprecise le mie distinzioni e che io le ripeta e le modifichi e le
temperi di continuo e che, quando altro non sappia, ricorra alle immagini,
mentre invece negli esempii ch’egli cita di queste mie pretese ripetizioni e
modificazioni e soccorrevoli immagini, sfido chiunque a scoprire il minimo
disaccordo, la minima modificazione, il minimo temperamento della prima
asserzione, e non piuttosto una più chiara spiegazione, una più precisa
immagine; sfido chiunque a riconoscere con lui il mio imbarazzo, poiché i
concetti, a suo dire, mi si sformano tra mano quando li prendo per porgerli
altrui.
Tutto questo è veramente pietoso. Ma tanto può sul Croce ciò
che una volta egli s’è lasciato dire: che cioè dell’umorismo non si debba, né si
possa parlare.
Andiamo avanti.
IV.
Per spiegarci la ragione del
contrasto tra la riflessione e il sentimento, dobbiamo penetrar nel terreno in
cui il germe cade, voglio dire nello spirito dello scrittore umorista. Che se la
disposizione umoristica per sé sola non basta, perché ci vuole il germe della
creazione, questo germe poi si nutre dell’umore che trova. Lo stesso Lipps che
vede tre modi d’essere dell’umore, cioè:
a. l’umore, come disposizione, o modo di considerar le cose;
b. l’umore, come rappresentazione;
c. l’umore obiettivo;
conclude poi che in verità l’umore è
soltanto in chi lo ha: soggettivismo e oggettivismo non sono altro che un
diverso atteggiamento dello spirito nell’alto della rappresentazione. La
rappresentazione cioè dell’umore, che è sempre in chi lo ha, può essere
atteggiata in due modi: subiettivamente od obiettivamente.
|
Quei tre modi d’essere si presentano al Lipps perché egli
limita e determina eticamente la ragione dell’umorismo, il quale è per lui, come
abbiamo già veduto, superamento del comico attraverso il comico stesso. Sappiamo
che cosa egli intenda per superamento. Io, secondo lui, ho
umore, quando: «ich selbst bin der Erhabene, der sich Behauptende, der Träger
des Vernünftigen oder Sittlichen. Als dieser Erhabene, oder in Lichte dieses
Erhabenen betrachte ich die Welt. Ich finde in ihr Komisches und gehe
betrachtend in die Komik ein. Ich gewinne aber schliesslich mich selbst, oder
das Erhabene in mir, erhoht, befestigt, gesteigert wieder»[8] Ora questa per noi è una considerazione assolutamente
estranea, prima di tutto, e poi anche unilaterale. Togliendo alla formula il
valore etico, l’umorismo poi con essa riman considerato, se mai, nel suo
effetto, non nella causa. |
|
[8]
- [«... Io stesso sono il sublime, colui che afferma se
stesso, colui che possiede ciò che è ragionevole o morale. Io
osservo il mondo, in quanto sublime o alla luce di questa
sublimità. Io trovo in esso qualcosa di comico e, tramite la mia
contemplazione, penetro nel comico stesso. Tuttavia, per
concludere, io conquisto me stesso, o il sublime che è in me ad
un livello più alto, più forte e più elevato.»] |
|
Per noi tanto il comico quanto il suo contrario sono nella
disposizione d’animo stessa ed insiti nel processo che ne risulta. Nella sua
anormalità, non può esser che amaramente comica la condizione d’un uomo che si
trova ad esser sempre quasi fuori di chiave, ad essere a un tempo violino e
contrabbasso, d’un uomo a cui un pensiero non può nascere, che subito non gliene
nasca un altro opposto, contrario; a cui per una ragione ch’egli abbia di dir
sì, subito un’altra e due e tre non ne sorgano che lo costringono a dir
no; e tra il sì e il no lo tengan sospeso, perplesso, per tutta la vita;
d’un uomo che non può abbandonarsi a un sentimento, senza avvertir subito
qualcosa dentro che gli fa una smorfia e lo turba e lo sconcerta e lo
indispettisce.
Questo stesso contrasto, che è nella disposizione dell’animo,
si scorge nelle cose e passa nella rappresentazione.
È una speciale fisionomia psichica, a cui è assolutamente
arbitrario attribuire una causa determinante; può esser frutto d’una esperienza
amara della vita e degli uomini, d’una esperienza che se, da un canto, non
permette più al sentimento ingenuo di metter le ali e di levarsi come
un’allodola perché lanci un trillo nel sole, senza ch’essa la trattenga per la
coda nell’atto di spiccare il volo, dall’altro induce a riflettere che la
tristizia degli uomini si deve spesso alla tristezza della vita ai mali di cui
essa è piena e che non tutti sanno o possono sopportare; induce a riflettere che
la vita, non avendo fatalmente per la ragione umana un fine chiaro e
determinato, bisogna che, per non brancolar nel vuoto, ne abbia uno particolare,
fittizio, illusorio, per ciascun uomo, o basso o alto; poco importa, giacché non
è, né può essere il fine vero, che tutti cercano affannosamente e nessuno trova,
forse perché non esiste. Quel che importa è che si dia importanza a qualche
cosa, e sia pur vana: varrà quanto un’altra stimata seria, perché in fondo né
l’una né l’altra daranno soddisfazione: tanto è vero che durerà sempre
ardentissima la sete di sapere, non si estinguerà mai la facoltà di desiderare,
e non é detto pur troppo che nel progresso consista la felicità degli uomini.
Tutte le finzioni dell’anima, tutte le creazioni del
sentimento vedremo esser materia dell’umorismo, vedremo cioè la riflessione
diventar come un demonietto che smonta il congegno d’ogni immagine, d’ogni
fantasma messo su dal sentimento; smontarlo per veder com’è fatto; scaricarne la
molla, e tutto il congegno striderne, convulso. Può darsi che questo faccia
talvolta con quella simpatica indulgenza di cui parlan coloro che vedono
soltanto un umorismo bonario. Ma non c’è da fidarsene, perché se la disposizione
umoristica ha talvolta questo di particolare, cioè questa indulgenza, questo
compatimento o anche questa pietà, bisogna pensare che esse son frutto della
riflessione che si è esercitata sul sentimento opposto; sono un sentimento del
contrario nato dalla riflessione su quei casi, su quei sentimenti, su quegli
uomini, che provocano nello stesso tempo lo sdegno, il dispetto, l’irrisione
dell’umorista, il quale è tanto sincero in questo dispetto, in questa irrisione,
in questo sdegno, quanto in quell’indulgenza, in quel compatimento, in quella
pietà. Se così non fosse, si avrebbe non più l’umorismo vero e proprio, ma
l’ironia, che deriva - come abbiamo veduto - da una contradizione soltanto
verbale, da un infingimento retorico, affatto contrario alla natura dello
schietto umorismo.
Ogni sentimento, ogni pensiero, ogni moto che sorga
nell’umorista si sdoppia subito nel suo contrario: ogni sì in un no, che viene
in fine ad assumere lo stesso valore del sì. Magari può fingere talvolta
l’umorista di tenere soltanto da una parte: dentro intanto gli parla l’altro
sentimento che pare non abbia il coraggio di rivelarsi in prima; gli parla e
comincia a muovere ora una timida scusa, ora un’attenuante, che smorzano il
calore del primo sentimento, ora un’arguta riflessione che ne smonta la serietà
e induce a ridere.
Così avviene che noi dovremmo tutti provar disprezzo e
indignazione per don Abbondio, per esempio, e stimar ridicolissimo e spesso un
matto da legare Don Quijote; eppure siamo indotti al compatimento, finanche alla
simpatia per quello, e ad ammirare con infinita tenerezza le ridicolaggini di
questo, nobilitate da un ideale così alto e puro.
Dove sta il sentimento del poeta? Nel disprezzo o nel
compatimento per don Abbondio? Il Manzoni ha un ideale astratto, nobilissimo
della missione del sacerdote su la terra, e incarna questo ideale in Federigo
Borromeo. Ma ecco la riflessione, frutto della disposizione umoristica,
suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto per una rarissima
eccezione può incarnarsi e che le debolezze umane sono pur tante. Se il Manzoni
avesse ascoltato solamente la voce di quell’ideale astratto, avrebbe
rappresentato don Abbondio in modo che tutti avrebbero dovuto provar per lui
odio e disprezzo, ma egli ascolta entro di sé anche la voce delle debolezze
umane. Per la naturale disposizione dello spirito, per l’esperienza della vita,
che gliel’ha determinata, il Manzoni non può non sdoppiare in germe la
concezione di quell’idealità religiosa, sacerdotale: e tra le due fiamme accese
di Fra Cristoforo e del Cardinal Federigo vede, terra terra, guardinga e mogia,
allungarsi l’ombra di don Abbondio. E si compiace a un certo punto di porre a
fronte, in contrasto, il sentimento attivo, positivo, e la riflessione negativa;
la fiaccola accesa del sentimento e l’acqua diaccia della riflessione; la
predicazione alata, astratta, dell’altruismo, per veder come si smorzi nelle
ragioni pedestri e concrete dell’egoismo.
Federigo Borromeo domanda a don Abbondio: - «E quando vi
siete presentato alla Chiesa per addossarvi codesto ministero, v’ha essa fatto
sicurtà della vita? V’ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi
da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v’ha detto forse che dove
cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O non v’ha espressamente
detto il contrario? Non v’ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i
lupi? Non sapevate voi che c’eran de’ violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò
che a voi sarebbe comandato? Quello da Cui abbiam la dottrina e l’esempio, ad
imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a
esercitarne l’ufizio, mise forse per condizione d’aver salva la vita? E per
salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla terra, a spese
della carità e del dovere, c’era bisogno dell’unzione santa, della imposizion
delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta il mondo a dar questa virtù, a
insegnar questa dottrina. Che dico? oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il
mondo fa anch’esso le sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo
vangelo anch’esso, un vangelo di superbia e d’odio; e non vuol che si dica che
l’amore della vita sia una ragione per trasgredire i comandamenti. Non lo vuole
ed è ubbidito! E noi! noi figli e annunziatori della promessa! Che sarebbe la
Chiesa se codesto vostro linguaggio fosse quello di tutti i vostri confratelli?
Dove sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con codeste dottrine?».
Don Abbondio ascolta questa lunga e animosa predica a capo
basso. Il Manzoni dice che lo spirito di lui «si trovava tra quegli argomenti,
come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione
sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata». Il paragone è bello,
quantunque a qualcuno l’idea di rapacità e di fierezza che è nel falco sia
sembrata poco conveniente al Cardinal Federigo. L’errore, secondo me, non è
tanto nella maggiore o minor convenienza del paragone, quanto nel paragone
stesso, per amore del quale il Manzoni, volendo rifar la favoletta d’Esiodo s’è
forse lasciato andare a dir quello che non doveva. Si trovava don Abbondio
veramente sollevato in una regione sconosciuta tra quegli argomenti del Cardinal
Borromeo? Ma il paragone dell’agnello tra i lupi si legge nel Vangelo di Luca,
dove Cristo dice appunto agli apostoli: «Ecco, io mando voi come agnelli tra
i lupi». E chi sa quante volte dunque don Abbondio lo aveva letto; come in
altri libri chi sa quante volte aveva letto quegli ammonimenti austeri; quelle
considerazioni elevate. E diciamo di più: forse lo stesso don Abbondio, in
astratto, parlando, predicando della missione del sacerdote, avrebbe detto su
per giù le stesse cose. Tanto vero che, in astratto egli le intende benissimo:
- Monsignore illustrissimo, avrò torto, - risponde infatti,
ma s’affretta a soggiungere: - Quando la vita non si deve contare, non so cosa
mi dire.
E allorché il Cardinale insiste:
- E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il
nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete
maestro? qual è la buona nuova che annunziate ai poveri? Chi pretende da voi che
vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se
abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; ché a questo non vi fu dato né
missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoperati i mezzi ch’erano
in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la
temerità di proibirvelo.
- Anche questi santi son curiosi, - pensa don Abbondio: - in
sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due giovani,
che la vita d’un povero sacerdote.
E poiché il Cardinale è rimasto in atto di chi aspetti una
risposta, risponde:
- Torno a dire, monsignore, che avrò torto io... il
coraggio, uno non se lo può dare.
Il che significa appunto: - Sissignore, ragionando
astrattamente, la ragione è dalla parte di Vossignoria illustrissima; il torto
sarà mio. Però Vossignoria illustrissima parla bene, ma quelle facce le ho viste
io, le ho sentite io quelle parole.
- E perché dunque, - gli domanda in fine il Cardinale, - vi
siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le
passioni del secolo.
Oh, il perché noi lo sappiamo bene: il Manzoni stesso ce l’ha
detto fin da principio, ce l’ha voluto dire e poteva anche farne a meno: don
Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era accorto, prima
quasi di toccare gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come
un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di
ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero
prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili
fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche
agio e mettersi in una classe privilegiata e forte gli eran sembrate due ragioni
più che sufficienti per una tale scelta.
In lotta dunque con le passioni del secolo? Ma se egli s’è
fatto prete per guardarsi appunto dagli urti di quelle passioni e col suo
sistema particolare di scansar tutti i contrasti!
Bisogna pure ascoltare, signori miei, le ragioni del
coniglio! Io lo immaginai una volta che alla tana della volpe, o di Messer
Renardo, com’essa si suol chiamare nel mondo delle favole, accorressero a una a
una tutte le bestie per la notizia che tra loro s’era sparsa di certe
controfavole che la volpe avesse in animo dl comporre in risposta a tutte quelle
che da tempo immemorabile gli uomini compongono, e da cui esse bestie han forse
motivo di sentirsi calunniate. E tra le altre alla tana di Messer Renardo veniva
il coniglio a protestare contro gli uomini che lo chiamano pauroso, e diceva:
«Ma ben vi so dire per conto mio, Messer Renardo, che topi e lucertole e uccelli
e grilli e tant’altre bestiole ho sempre messo in fuga, le quali, se voi
domandaste loro che concetto abbiano di me, chi sa che cosa vi risponderebbero,
non certo che io sia una bestia paurosa. O che forse pretenderebbero gli uomini
che al loro cospetto io mi rizzassi su due piedi e movessi loro incontro per
farmi prendere e uccidere? Io credo veramente, Messer Renardo, che per gli
uomini non debba correre alcuna differenza tra eroismo e imbecillità!».
Ora, io non nego, don Abbondio è un coniglio. Ma noi sappiamo
che Don Rodrigo, se minacciava, non minacciava invano, sappiamo che pur di
spuntare l’impegno egli era veramente capace di tutto; sappiamo che tempi
eran quelli, e possiamo benissimo immaginare che a don Abbondio, se avesse
sposato Renzo e Lucia, una schioppettata non gliel’avrebbe di certo levata
nessuno, e che forse Lucia, sposa soltanto di nome, sarebbe stata rapita,
uscendo dalla chiesa, e Renzo anch’egli ucciso. A che giovano l’intervento, il
suggerimento di Fra Cristoforo? Non è rapita Lucia dal monastero di Monza? C’è
la lega dei birboni, come dice Renzo. Per scioglier quella matassa ci
vuol la mano di Dio; non per modo di dire, la mano di Dio propriamente. Che
poteva fare un povero prete?
Pauroso, sissignori, don Abbondio; e il De Sanctis ha dettato
alcune pagine meravigliose esaminando il sentimento della paura nel povero
curato; ma non ha tenuto conto di questo, perbacco: che il pauroso è ridicolo, è
comico, quando si crea rischi e pericoli immaginarii: ma quando un pauroso ha
veramente ragione d’aver paura, quando vediamo preso, impigliato in un
contrasto terribile, uno che per natura e per sistema vuole scansar tutti i
contrasti, anche i più lievi, e che in quel contrasto terribile per suo dovere
sacrosanto dovrebbe starci, questo pauroso non è più comico soltanto. Per quella
situazione non basta neanche un eroe come Fra Cristoforo, che va ad affrontare
il nemico nel suo stesso palazzotto! Don Abbondio non ha il coraggio del proprio
dovere; ma questo dovere, dalla nequizia altrui, è reso difficilissimo, e però
quel coraggio è tutt’altro che facile; per compierlo ci vorrebbe un eroe. Al
posto d’un eroe troviamo don Abbondio. Noi non possiamo, se non astrattamente,
sdegnarci di lui, cioè se in astratto consideriamo il ministero del sacerdote.
Avremmo certamente ammirato un sacerdote eroe che, al posto di don Abbondio, non
avesse tenuto conto della minaccia e del pericolo e avesse adempiuto il dovere
del suo ministero. Ma non possiamo non compatire don Abbondio, che non è l’eroe
che ci sarebbe voluto al suo posto, che non solo non ha il grandissimo coraggio
che ci voleva; ma non ne ha né punto né poco; e il coraggio, uno non se lo
può dare!
Un osservatore superficiale terrà conto del riso che nasce
dalla comicità esteriore degli atti, dei gesti, delle frasi reticenti ecc. di
don Abbondio, e lo chiamerà ridicolo senz’altro, o una figura semplicemente
comica. Ma chi non si contenta di queste superficialità e sa veder più a fondo,
sente che il riso qui scaturisce da ben altro, e non è soltanto quello della
comicità.
Don Abbondio è quel che si trova in luogo di quello che ci
sarebbe voluto. Ma il poeta non si sdegna di questa realtà che trova, perché,
pur avendo, come abbiamo detto, un ideale altissimo della missione del sacerdote
su la terra, ha pure in sé la riflessione che gli suggerisce che quest’ideale
non si incarna se non per rarissima eccezione, e però lo obbliga a limitare
quell’ideale, come osserva il De Sanctis. Ma questa limitazione dell’ideale che
cos’è? è l’effetto appunto della riflessione che, esercitandosi su quest’ideale,
ha suggerito al poeta il sentimento del contrario. E don Abbondio è appunto
questo sentimento del contrario oggettivato e vivente; e però non è comico
soltanto, ma schiettamente e profondamente umoristico.
Bonarietà? Simpatica indulgenza? Andiamo
adagio: lasciamo star codeste considerazioni, che sono in fondo estranee e
superficiali, e che, a volerle approfondire, c’è il rischio che ci facciano
anche qui scoprire il contrario. Vogliamo vederlo? Sì, ha compatimento il
Manzoni per questo pover’uomo di don Abbondio; ma è un compatimento, signori
miei, che nello stesso tempo ne fa strazio, necessariamente. In fatti, solo a
patto di riderne e di far rider di lui, egli può compatirlo e farlo compatire,
commiserarlo e farlo commiserare. Ma, ridendo di lui e compatendolo nello stesso
tempo, il poeta viene anche a ridere amaramente di questa povera natura umana
inferma di tante debolezze; e quanto più le considerazioni pietose si stringono
a proteggere il povero curato, tanto più attorno a lui s’allarga il discredito
del valore umano. Il poeta, in somma, ci induce ad aver compatimento del povero
curato, facendoci riconoscere che è pur umano, di tutti noi, quel che costui
sente e prova, a passarci bene la mano su la coscienza. E che ne segue? Ne segue
che se, per sua stessa virtù, questo particolare divien generale, se questo
sentimento misto di riso o di pianto, quanto più si stringe e determina in don
Abbondio, tanto più si allarga e quasi vapora in una tristezza infinita, ne
segue, dicevamo, che a voler considerare da questo lato la rappresentazione del
curato manzoniano, noi non sappiamo più riderne. Quella pietà, in fondo, è
spietata: la simpatica indulgenza non è così bonaria come sembra a tutta prima.
Gran cosa come si vede, avere un ideale - religioso, come il
Manzoni; cavalleresco, come il Cervantes - per vederselo poi ridurre dalla
riflessione in don Abbondio e in Don Quijote! Il Manzoni se ne consola, creando
accanto al curato di villaggio Fra Cristoforo e il Cardinal Borromeo; ma è pur
vero che essendo egli sopra tutto umorista, la creatura sua più viva è
quell’altra, quella cioè in cui il sentimento del contrario s’è incarnato. Il
Cervantes non può consolarsi in alcun modo perché, nella carcere della Mancha,
con Don Quijote - come egli stesso dice - genera qualcuno che gli somiglia.
V.
È un considerar superficialmente, abbiamo detto, e da un lato
solo l’umorismo, il vedere in esso un particolar contrasto tra l’ideale e la
realtà. Un ideale può esserci, ripetiamo; questo dipende dalla personalità del
poeta; ma se c’è, ecco, è per vedersi decomposto, limitato, rappresentato a
questo modo. Certamente, come tutti gli altri elementi costitutivi dello spirito
d’un poeta, esso entra e si fa sentire nell’opera umoristica, le dà un
particolare carattere, un particolar sapore, ma non è condizione
imprenscindibile: tutt’altro! ché anzi è proprio dell’umorista, per la speciale
attività che assume in lui la riflessione, generando il sentimento del
contrario, il non saper più da qual parte tenere, la perplessità lo stato
irresoluto della coscienza.
E quest’appunto distingue nettamente l’umorista dal comico,
dall’ironico, dal satirico. Non nasce in questi altri il sentimento del
contrario; se nascesse, sarebbe reso amaro, cioè non più comico, il riso
provocato nel primo dall’avvertimento di una qualsiasi anormalità; la
contradizione che nel secondo è soltanto verbale, tra quel che si dice e quel
che si vuole sia inteso, diventerebbe effettiva, sostanziale, e dunque non più
ironica; e cesserebbe lo sdegno o, comunque, l’avversione della realtà che è la
ragione di ogni satira.
Non che all’umorista però piaccia la realtà! Basterebbe
questo soltanto, che per poco gli piacesse, perché esercitandosi la riflessione
su questo suo piacere, glielo guastasse.
Questa riflessione s’insinua acuta e sottile da per tutto e
tutto scompone: ogni immagine del sentimento, ogni finzione ideale, ogni
apparenza della realtà, ogni illusione.
Il pensiero dell’uomo, diceva Guy de
Maupassant, «tourne comme une mouche dans une bouteille». Tutti i
fenomeni, o sono illusorii, o la ragione di essi ci sfugge, inesplicabile. Manca
affatto alla nostra conoscenza del mondo e di noi stessi quel valore obiettivo
che comunemente presumiamo di attribuirle. È una costruzione illusoria continua.
Cominciamo da quella che l’illusione fa a ciascuno di noi,
dalla costruzione cioè che ciascuno per opera dell’illusione si fa di sé stesso.
Ci vediamo noi nella nostra vera e schietta realtà, quali siamo, o non piuttosto
quali vorremmo essere? Per uno spontaneo artificio interiore, frutto di segrete
tendenze o d’incosciente imitazione, non ci crediamo noi in buona fede diversi
da quel che sostanzialmente siamo? E pensiamo, operiamo, viviamo secondo questa
interpretazione fittizia e pur sincera di noi stessi.
Ora la riflessione, sì, può scoprire tanto al comico e al
satirico quanto all’umorista questa costruzione illusoria. Ma il comico ne
riderà solamente, contentandosi di sgonfiar questa metafora di noi stessi messa
su dall’illusione spontanea; il satirico se ne sdegnerà; l’umorista, no:
attraverso il ridicolo di questa scoperta vedrà il lato serio e doloroso;
smonterà questa costruzione, ma non per riderne solamente; e in luogo di
sdegnarsene, magari, ridendo, compatirà.
Il comico e il satirico sanno dalla riflessione quanta bava tragga dalla vita
sociale il ragno dell’esperienza per comporre la ragna della mentalità in questo
e in quell’individuo, e come in questa ragna resti spesso avviluppato ciò che si
chiama il senso morale. Che cosa sono, in fondo, i rapporti sociali della così
detta convenienza? Considerazioni di calcolo, nelle quali la moralità è quasi
sempre sacrificata. L’umorista va più addentro, e ride senza sdegnarsi scoprendo
come, anche ingenuamente, con la massima buona fede, per opera d’una finzione
spontanea, noi siamo indotti a interpretar come vero riguardo, come vero
sentimento morale, in sé, ciò che non è altro, in realtà, se non riguardo o
sentimento di convenienza, cioè di calcolo.
|
E va anche più in là e
scopre che può diventar convenzionale finanche il bisogno d’apparir peggiori di
quello che si è realmente, se l’essere aggregati a un qualsiasi gruppo sociale
importi che si manifestino idealità e sentimenti che sono proprii a quel
gruppo, e che tuttavia a chi vi partecipa appariscono contrarii e inferiori al
proprio intimo sentimento
[9] .
La conciliazione delle tendenze stridenti, dei sentimenti ripugnanti, delle
opinioni contrarie, sembra più attuabile su le basi d’una comune menzogna, che
non su la esplicita e dichiarata tolleranza del dissenso e del contrasto,
sembra, insomma, che la menzogna debba ritenersi più vantaggiosa della veracità,
in quanto quella può unire, laddove questa divide; il che non impedisce che,
mentre la menzogna è tacitamente scoperta e riconosciuta, si assuma poi a
garanzia della sua efficacia associatrice la veracità stessa, facendosi apparire
come sincerità l’ipocrisia.
La ritenutezza, il riserbo, il lasciar credere più di quanto
si dica o si faccia, il silenzio stesso non scompagnato dalla sapienza dei segni
che lo giustifichi – oh indimenticabile Conte zio del Consiglio segreto
[10], - sono arti che si usano di
frequente nella pratica della vita; e così pure il non dare occasione che si
osservi ciò che si pensa, il lasciar credere che si pensi meno di quanto si
pensa effettivamente, il pretendere di essere creduti differenti da ciò che in
fondo si è.
Notava il Rousseau nell’Émile:
«Si può fare ciò che si è fatto e non si doveva fare. |
[9] - Mi avvalgo qui di
alcune acute considerazioni contenute nel libro di Giovanni Marchesini,
Le finzioni dell’anima (Bari, Gius. Laterza e figli, 1905).
[10] - «Un parlare
ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringere
d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere,
un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più
o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io non posso niente in
questo affare, detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che
non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto e quindi la
realtà, del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in
qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è
nulla: ma servono per mantenere il credito alla bottega». |
|
Poiché un interesse maggiore può far sì che si
violi una promessa che si era fatta per un interesse minore, ciò che importa è
che la violazione avvenga impunemente. Il mezzo a questo fine è la menzogna, che
può essere di due specie, potendo riguardare il passato, onde ci si dichiara
autori di ciò che in realtà non facemmo, o essendone autori dichiariamo di non
essere; - e potendo riguardare il futuro, come avviene quando ci facciamo
promesse che si ha in animo di non mantenere. È evidente che la menzogna,
nell’uno e nell’altro caso, sorge dai rapporti della convenienza, come mezzo a
conservar l’altrui benevolenza e ad accaparrarsi l’altrui soccorso».
Quanto più difficile è la lotta per la vita, e più è sentita
in questa lotta la propria debolezza, tanto maggiore si fa poi il bisogno del
reciproco inganno. La simulazione della forza, dell’onestà, della simpatia,
della prudenza, in somma d’ogni virtù massima della veracità, è una forma
d’adattamento, un abile strumento di lotta. L’umorista coglie subito queste
varie simulazioni per la lotta della vita; si diverte a smascherarle; non se
n’indigna: - è così!
E mentre il sociologo descrive la vita sociale qual essa
risulta dalle osservazioni esterne, l’umorista armato del suo arguto intuito
dimostra, rivela come le apparenze siano profondamente diverse dall’essere
intimo della coscienza degli associati. Eppure si mentisce psicologicamente come
si mentisce socialmente. E il mentire a noi stessi, vivendo coscientemente solo
la superficie del nostro essere psichico, è un effetto del mentire sociale.
L’anima che riflette sé stessa è un’anima solitaria; ma non è mai tanta la
solitudine interiore che non penetrino nella coscienza le suggestioni della vita
comune, con gl’infingimenti e le arti trasfigurative che la caratterizzano.
Vive nell’anima nostra l’anima della razza o della collettività di cui siamo
parte; e la pressione dell’altrui modo di giudicare, dell’altrui modo di sentire
e di operare, è risentita da noi inconsciamente: e come dominano nel mondo
sociale la simulazione e la dissimulazione, tanto meno avvertite quanto più sono
divenute abituali, così simuliamo e dissimuliamo con noi medesimi, sdoppiandoci
e spesso anche moltiplicandoci.
|
Risentiamo noi stessi
quella vanità di parer diversi da ciò che si è, che è forma consunstanziata
nella vita sociale; e rifuggiamo da quell’analisi che, svelando la vanità,
ecciterebbe il morso della coscienza e ci umilierebbe di fronte a noi stessi. Ma
quest’analisi la fa per noi l’umorista, che si può dar pure l’ufficio di
smascherare tutte le vanità, e di rappresentar la società, come fa appunto Thackeray, quale una Vanity Fair
[11]. |
[11] -
Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel Libro degli Snobs e in quella
«Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele stesse
dell’autore». |
|
E l’umorista sa bene che anche la pretesa della logicità
supera spesso di gran lunga in noi la reale coerenza logica, e che se ci
fingiamo logici teoreticamente, la logica dell’azione può smentire quella del
pensiero, dimostrando che è una finzione il credere alla sua sincerità assoluta.
L’abitudine, l’imitazione incosciente, la pigrizia mentale concorrono a crear
l’equivoco. E quand’anche poi alla ragione rigorosamente si aderisca, poniamo,
col rispetto e l’amore verso determinati ideali, è sempre sincero il riferimento
che facciamo di essi alla ragione? È sempre nella ragione pura, disinteressata,
la sorgente vera e unica della scelta degli ideali e della perseveranza nel
coltivarli? O invece non è più conforme alla realtà il sospettare che essi siano
talora giudicati non già con un criterio obiettivo e razionale, ma piuttosto a
seconda di speciali impulsi affettivi e di oscure tendenze?
|
Le barriere, i limiti che noi poniamo alla nostra coscienza,
sono anch’essi illusioni, sono le condizioni dell’apparir della nostra
individualità relativa; ma, nella realtà, quei limiti non esistono punto. Non
soltanto noi, quali ora siamo, viviamo in noi stessi, ma anche noi, quali fummo
in altro tempo, viviamo tuttora e sentiamo e ragioniamo con pensieri e affetti
già da un lungo oblìo oscurati, cancellati, spenti nella nostra coscienza
presente, ma che a un urto, a un tumulto improvviso dello spirito, possono
ancora dar prova di vita, mostrando vivo in noi un altro essere insospettato. I
limiti della nostra memoria personale e cosciente non sono limiti assoluti. Di
là da quella linea vi sono memorie, vi sono percezioni e ragionamenti. Ciò che
noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte
di quello che noi siamo [12]. |
[12] -
Vedi nel libro di Alfredo Binet Les altérations de la
personnalité quella rassegna di meravigliosi esperimenti
psico-fisiologici, da cui queste e tant’altre considerazioni si possono
trarre, come notava già G. Negri nel libro Segni dei tempi. |
|
E tante e tante cose, in
certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni,
ragionamenti, stati di coscienza, che son veramente oltre i limiti relativi
della nostra esistenza normale e cosciente. Certi ideali che crediamo ormai
tramontati in noi e non più capaci d’alcuna azione nel nostro pensiero, su i
nostri affetti, su i nostri atti, forse persistono tuttavia, se non più nella
forma intellettuale, pura, nel sostrato loro, costituito dalle tendenze
affettive e pratiche. E possono essere motivi reali di azione certe tendenze da
cui ci crediamo liberati e non aver per l’opposto efficacia pratica in noi, se
non illusoria, credenze nuove che riteniamo di possedere veramente, intimamente.
E appunto le varie tendenze che contrassegnano la personalità
fanno pensare sul serio che non sia una l’anima individuale. Come
affermarla una, difatti. se passione e ragione, istinto e volontà,
tendenze e idealità, costituiscono in certo modo altrettanti sistemi distinti e
mobili, che fanno sì che l’individuo, vivendo ora l’uno ora l’altro di essi, ora
qualche compromesso fra due o più orientamenti psichici, apparisca come se
veramente in lui fossero più anime diverse e perfino opposte, più e opposte
personalità?
Non c’è uomo, osservò il Pascal, che differisca più da un
altro che da sé stesso nella successione del tempo.
La semplicità dell’anima contradice al concetto storico
dell’anima umana. La sua vita è equilibrio mobile; è un risorgere e un assopirsi
continuo di affetti, di tendenze, di idee; un fluttuare incessante fra termini
contradittorii, e un oscillare fra poli opposti, come la speranza e la paura, il
vero e il falso, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto e via dicendo. Se
d’un tratto si disegna nell’immagine oscura dell’avvenire un luminoso disegno
d’azione, o vagamente brilla il fiore del godimento, non tarda ad apparire,
vindice dei diritti dell’esperienza, il pensiero del passato, non di rado cupo e
triste; o interviene a infrenare la briosa fantasia il senso riottoso del
presente. Questa lotta di ricordi, di speranze, di presentimenti, di percezioni,
d’idealità, può raffigurarsi come una lotta d’anime fra loro, che si contrastino
il dominio definitivo e pieno della personalità.
Ecco un alto funzionario, che si crede, ed è, poveretto, in
verità, un galantuomo. Domina in lui l’anima morale. Ma un bel giorno, l’anima
istintiva, che è come la bestia originaria acquattata in fondo a ciascuno di
noi, spara un calcio all’anima morale, e quel galantuomo ruba. Oh, egli stesso,
poveretto, egli per il primo, poco dopo, ne prova stupore, piange, domanda a sé
stesso, disperato: - Come, come mai ho potuto far questo? - Ma,
sissignori, ha rubato. E quell’altro là? Uomo dabbene, anzi dabbenissimo:
sissignori, ha ucciso. L’idealità morale costituiva nella personalità di lui
un’anima che contrastava con l’anima istintiva e pure in parte con quella
affettiva o passionale; costituiva un’anima acquisita che lottava con l’anima
ereditaria, la quale, lasciata per un po’ libera a sé stessa, è riuscita
d’improvviso al furto, al delitto.
La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo d’arrestare,
di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi già
siamo forme fissate, forme che si muovono in mezzo ad altre immobili, e che però
possono seguire il flusso della vita, fino a tanto che, irrigidendosi man mano,
il movimento, già a poco a poco rallentato, non cessi. Le forme, in cui
cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i
concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni
che ci creiamo, le condizioni lo stato in cui tendiamo a stabilirci. Ma dentro
di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima, e che è la vita in noi, il flusso
continua, indistinto, sotto gli argini, oltre i limiti che noi imponiamo,
componendoci una coscienza, costruendoci una personalità. In certi momenti
tempestosi, investite dal flusso, tutte quelle nostre forme fittizie crollano
miseramente; e anche quello che non scorre sotto gli argini e oltre i limiti, ma
che si scopre a noi distinto e che noi abbiamo con cura incanalato nei nostri
affetti, nei doveri che ci siamo imposti, nelle abitudini che ci siamo tracciate
in certi momenti di piena straripa e sconvolge tutto.
Vi sono anime irrequiete, quasi in uno stato di fusione
continua, che sdegnano di rapprendersi, d’irrigidirsi in questa o in quella
forma di personalità. Ma anche per quelle più quiete, che si sono adagiate in
una o in un’altra forma, la fusione è sempre possibile: il flusso della vita è
in tutti.
E per tutti però può rappresentare talvolta una tortura,
rispetto all’anima che si muove e si fonde, il nostro stesso corpo fissato per
sempre in fattezze immutabili. Oh perché proprio dobbiamo essere così, noi? - ci
domandiamo talvolta allo specchio, - con questa faccia, con questo corpo? -
Alziamo una mano nell’incoscienza; e il gesto ci resta sospeso. Ci pare strano
che l’abbiamo fatto noi. Ci vediamo vivere. Con quel gesto sospeso
possiamo assomigliarci a una statua; a quella statua d’antico oratore, per
esempio, che si vede in una nicchia, salendo per la scalinata del Quirinale. Con
un rotolo di carta m mano, e l’altra mano protesa a un sobrio gesto, come pare
afflitto e meravigliato quell’oratore antico d’esser rimasto lì, di pietra, per
tutti i secoli, sospeso in quell’atteggiamento, dinanzi a tanta gente che è
salita, che sale e salirà per quella scalinata!
In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra
si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti
e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita e in sé stessa la vita,
quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana
impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella
che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle
forme dell’umana ragione. Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza
quotidiana, quasi sospesa nel vuoto di quel nostro silenzio interiore, ci appare
priva di senso, priva di scopo, e quella realtà diversa ci appare orrida nella
sua crudezza impassibile e misteriosa, poiché tutte le nostre fittizie relazioni
consuete di sentimenti e d’immagini si sono scisse e disgregate in essa. Il
vuoto interno si allarga, varca i limiti del nostro corpo diventa vuoto intorno
a noi, un vuoto strano, come un arresto del tempo e della vita, come se il
nostro silenzio interiore si sprofondasse negli abissi del mistero. Con uno
sforzo supremo cerchiamo allora di riacquistar la coscienza normale delle cose,
di riallacciar con esse le consuete relazioni, di riconnetter le idee, di
risentirci vivi come per l’innanzi, al modo solito. Ma a questa coscienza
normale, a queste idee riconnesse, a questo sentimento solito della vita non
possiamo più prestar fede, perché sappiamo ormai che sono un nostro inganno per
vivere e che sotto c’è qualcos’altro, a cui l’uomo non può affacciarsi, se non a
costo di morire o d’impazzire. È stato un attimo; ma dura a lungo in noi
l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità,
pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che
s’aggira piccola, solita, fra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più
per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza?
come portarle rispetto?
Oggi siamo, domani no. Che faccia ci hanno dato per
rappresentar la parte del vivo? Un brutto naso? Che pena doversi portare a
spasso un brutto naso per tutta la vita... Fortuna che, a lungo andare, non ce
n’accorgiamo più. Se ne accorgono gli altri, è vero, quando noi siamo finanche
arrivati a credere d’avere un bel naso; e allora non sappiamo più spiegarci
perché gli altri ridano, guardandoci. Sono tanti sciocchi! Consoliamoci
guardando che orecchi ha quello e che labbra quell’altro; i quali non se
n’accorgono nemmeno e hanno il coraggio di ridere di noi. Maschere, maschere...
Un soffio e passano, per dar posto ad altre. Quel povero zoppetto là... Chi è?
Correre alla morte con la stampella.. . La vita, qua, schiaccia il piede a uno;
cava là un occhio a un altro... Gamba di legno, occhio di vetro, e avanti!
Ciascuno si racconcia la maschera come può - la maschera esteriore. Perché
dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori. E niente è
vero! Vero il mare, sì, vera la montagna; vero il sasso; vero un filo d’erba; ma
l’uomo? Sempre mascherato, senza volerlo, senza saperlo, di quella tal cosa
ch’egli in buona fede si figura d’essere: bello, buono, grazioso generoso,
infelice, ecc. ecc. E questo fa tanto ridere, a pensarci. Sì, perché un
cane, poniamo, quando gli sia passata la prima febbre della vita, che fa? mangia
e dorme: vive come può vivere, come deve vivere; chiude gli occhi, paziente, e
lascia che il tempo passi, freddo se freddo, caldo se caldo; e se gli dànno un
calcio se lo prende, perché è segno che gli tocca anche questo. Ma l’uomo? Anche
da vecchio, sempre con la febbre: delira e non se n’avvede; non può fare
a meno d’atteggiarsi, anche davanti a sé stesso, in qualche modo, e si figura
tante cose che ha bisogno di creder vere e di prendere sul serio.
L’ajuta in questo una certa macchinetta infernale che la
natura volle regalargli, aggiustandogliela dentro, per dargli una prova
segnalata della sua benevolenza. Gli uomini, per la loro salute, avrebbero
dovuto tutti lasciarla irrugginire, non muoverla, non toccarla mai. Ma si!
Certuni si sono mostrati così orgogliosi e stimati così felici di possederla,
che si son messi subito a perfezionarla, con zelo accanito. E Aristotile ci
scrisse sopra finanche un libro, un leggiadro trattatello che si adotta ancora
nelle scuole, perché i fanciulli imparino presto e bene a baloccarcisi. È una
specie di pompa a filtro che mette in comunicazione il cervello col cuore.
La chiamano Logica
i signori filosofi.
Il cervello pompa con essa i sentimenti dal cuore, e ne cava
idee. Attraverso il filtro, il sentimento lascia quanto ha in sé di caldo, di
torbido: si refrigera, si purifica, si i-de-a-liz-za. Un povero sentimento,
così, destato da un caso particolare, da una contingenza qualsiasi, spesso
dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta,
diviene idea astratta generale, e che ne segue? Ne segue che noi non dobbiamo
affliggerci soltanto di quel caso particolare, di quella contingenza passeggera;
ma dobbiamo anche attossicarci la vita con l’estratto concentrato, col sublimato
corrosivo della deduzione logica E molti disgraziati credono di guarire così di
tutti i mali di cui il mondo è pieno, e pompano e filtrano, pompano e filtrano,
finché il loro cuore non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello
non sia come uno stipetto di farmacia pieno di quei barattolini che portano su
l’etichetta nera un teschio fra due stinchi in croce e la leggenda: VELENO.
L’uomo non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì
un sentimento mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna. Ora la
logica, astraendo dai sentimenti le idee, tende appunto a fissare quel che è
mobile, mutabile, fluido; tende a dare un valore assoluto a ciò che è relativo.
E aggrava un male già grave per sé stesso. Perché la prima radice del nostro
male è appunto in questo sentimento che noi abbiamo della vita. L’albero vive e
non si sente: per lui la terra, il sole, l’aria, la luce, il vento, la pioggia,
non sono cose che esso non sia. All’uomo invece, nascendo è toccato questo
triste privilegio di sentirsi vivere, con la bella illusione che ne risulta: di
prendere cioè come una realtà fuori di sé questo suo interno sentimento della
vita, mutabile e vario.
Gli antichi favoleggiarono che Prometeo rapì una favilla al
sole per farne dono agli uomini. Orbene, il sentimento che noi abbiamo della
vita è appunto questa favilla prometèa favoleggiata. Essa ci fa vedere sperduti
su la terra; essa proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di
luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se la
favilla non fosse accesa in noi; ombra che noi però dobbiamo purtroppo creder
vera, fintanto che quella ci si mantiene viva in petto. Spenta alla fine dal
soffio della morte, ci accoglierà davvero quell’ombra fittizia, ci accoglierà la
notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione o non rimarremo noi
piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà rotto soltanto le vane forme della
ragione umana? Tutta quell’ombra, l’enorme mistero, che tanti e tanti filosofi
hanno invano speculato e che ora la scienza, pur rinunziando all’indagine di
esso, non esclude, non sarà forse in fondo un inganno come un altro, un inganno
della nostra mente, una fantasia che non si colora? Se tutto questo mistero, in
somma, non esistesse fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente, per il
famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita? Se la morte fosse
soltanto il soffio che spegne in noi questo sentimento penoso, pauroso, perché
limitato, definito da questo cerchio d’ombra fittizia oltre il breve àmbito
dello scarso lume che ci proiettiamo attorno, e in cui la vita nostra rimane
come imprigionata, come esclusa per alcun tempo dalla vita universale, eterna,
nella quale ci sembra che dovremo un giorno rientrare, mentre già ci siamo e
sempre vi rimarremo, ma senza più questo sentimento di esilio che ci angoscia?
Non è anche qui illusorio il limite, e relativo al poco lume nostro, della
nostra individualità? Forse abbiamo sempre vissuto, sempre vivremo con
l’universo; anche ora, in questa forma nostra, partecipiamo a tutte le
manifestazioni dell’universo; non lo sappiamo, non lo vediamo, perché purtroppo
quella favilla che Prometeo ci volle donare ci fa vedere soltanto quel poco a
cui essa arriva.
E domani un umorista potrebbe raffigurar Prometeo sul Caucaso
in atto di considerare malinconicamente la sua fiaccola accesa e di scorgere in
essa alla fine la causa fatale del suo supplizio infinito. Egli s’è finalmente
accorto che Giove non è altro che un suo vano fantasma, un miserevole inganno,
l’ombra del suo stesso corpo che si projetta gigantesca nel cielo, a causa
appunto della fiaccola ch’egli tiene accesa in mano. A un solo patto Giove
potrebbe sparire, a patto che Prometeo spegnesse la candela, cioè la sua
fiaccola. Ma egli non sa, non vuole, non può; e quell’ombra rimane, paurosa e
tiranna, per tutti gli uomini che non riescono a rendersi conto del fatale
inganno.
Così il contrasto ci si dimostra inovviabile, inscindibile,
come l’ombra dal corpo. Noi l’abbiamo veduto, in questa rapida visione
umoristica, allargarsi man mano, varcare i limiti del nostro essere individuale,
ov’ha radice, ed estendersi intorno. Lo ha scoperto la riflessione, che vede in
tutto una costruzione o illusoria o finta o fittizia del sentimento e con
arguta, sottile e minuta analisi la smonta e la scompone.
Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che
smontò non propriamente la macchina dell’universo, ma l’orgogliosa immagine che
ce n’eravamo fatta. Si legga quel dialogo del Leopardi che s’intitola appunto
dal canonico polacco.
Ci diede il colpo di grazia la scoperta del telescopio: altra
macchinetta infernale, che può fare il pajo con quella che volle regalarci la
natura. Ma questa l’abbiamo inventata noi, per non esser da meno. Mentre
l’occhio guarda di sotto, dalla lente più piccola, e vede grande ciò che la
natura provvidenzialmente aveva voluto farci veder piccolo, l’anima nostra, che
fa? salta a guardar di sopra, dalla lente più grande, e il telescopio allora
diventa un terribile strumento, che subissa la terra e l’uomo e tutte le nostre
glorie e grandezze.
Fortuna che è proprio della riflessione umoristica il
provocare il sentimento del contrario; il quale, in questo caso, dice: - Ma è
poi veramente così piccolo l’uomo come il telescopio rivoltato ce lo fa vedere?
Se egli può intendere e concepire l’infinita sua piccolezza, vuol dire ch’egli
intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo. E come si può dir
piccolo dunque l’uomo?
Ma è anche vero che se poi egli si sente grande e un umorista
viene a saperlo, gli può capitare come a Gulliver, gigante a Lilliput e balocco
tra le mani dei giganti di Brobdingnag.
VI.
Da quanto abbiamo detto finora intorno alla speciale attività
della riflessione nell’umorista, appare chiaramente quale dell’arte umoristica
necessariamente sia l’intimo processo.
Anch’essa l’arte, come tutte le costruzioni ideali o
illusorie, tende a fissar la vita: la fissa in un momento o in varii momenti
determinati: la statua in un gesto il paesaggio in un aspetto temporaneo,
immutabile. Ma, e la perpetua mobilità degli aspetti successivi? e la fusione
continua in cui le anime si trovano?
L’arte in genere astrae e concentra, coglie cioè e
rappresenta così degli individui come delle cose, l’idealità essenziale e
caratteristica. Ora pare all’umorista che tutto ciò semplifichi troppo la natura
e tenda a rendere troppo ragionevole o almeno troppo coerente la vita. Gli pare
che delle cause, delle cause vere che muovono spesso questa povera anima umana
agli atti più inconsulti, assolutamente imprevedibili, l’arte in genere non
tenga quel conto che secondo lui dovrebbe. Per l’umorista le cause, nella vita,
non sono mai così logiche, così ordinate, come nelle nostre comuni opere d’arte,
in cui tutto è, in fondo, combinato congegnato, ordinato ai fini che lo
scrittore s’è proposto. L’ordine? la coerenza? Ma se noi abbiamo dentro quattro,
cinque anime in lotta fra loro: l’anima istintiva, l’anima morale, l’anima
affettiva, l’anima sociale? E secondo che domina questa o quella, s’atteggia la
nostra coscienza; e noi riteniamo valida e sincera quella interpretazione
fittizia di noi medesimi, del nostro essere interiore che ignoriamo, perché non
si manifesta mai tutt’intero, ma ora in un modo, ora in un altro, come volgano i
casi della vita.
Sì, un poeta epico o drammatico può rappresentare un suo
eroe, in cui si mostrino in lotta elementi opposti e repugnanti; ma egli di
questi elementi comporrà un carattere, e vorrà coglierlo coerente in ogni suo
atto. Ebbene, l’umorista fa proprio l’inverso: egli scompone il carattere nei
suoi elementi; e mentre quegli cura di coglierlo coerente in ogni atto, questi
si diverte a rappresentarlo nelle sue incongruenze.
L’umorista non riconosce eroi; o meglio, lascia che li
rappresentino gli altri, gli eroi; egli, per conto suo, sa che cosa è la
leggenda e come si forma, che cosa è la storia e come si forma: composizioni
tutte, più o meno ideali, e tanto più ideali forse, quanto più mostran pretesa
di realtà: composizioni ch’egli si diverte a scomporre; né si può dir che sia un
divertimento piacevole.
Il mondo, lui, se non propriamente nudo, lo vede, per così
dire, in camicia: in camicia il re, che vi fa così bella impressione a vederlo
composto nella maestà d’un trono con lo scettro e la corona e il manto di
porpora e d’ermellino; e non componete con troppa pompa nelle camere ardenti su
catafalchi i morti, perché egli è capace di non rispettar neppure questa
composizione tutto questo apparato; è capace di sorprendere, per esempio, in
mezzo alla compunzione degli astanti, in quel morto lì, freddo e duro, ma
decorato e in marsina, un qualche borboglio lugubre nel ventre, e d’esclamare
(poiché certe cose si dicono meglio in latino):
- Digestio post mortem.
Anche quei soldatacci austriaci della poesia del Giusti, di
cui ci siamo occupati in principio, son veduti in fine dal poeta come tanti
poveri uomini in camicia: sono spogliati cioè di quelle loro uniformi odiose,
nelle quali il poeta vede un simbolo della schiavitù della patria. Quelle
uniformi compongono nell’animo del poeta una rappresentazione ideale, della
patria schiava; la riflessione scompone questa rappresentazione, spoglia quei
soldati e vede in essi una forma di poveretti addogliati e derisi.
«L’uomo è un animale vestito, - dice il Carlyle nel suo
Sartor Resartus, - la Società ha per base il vestiario.” E il vestiario
compone anch’esso, compone e nasconde due cose che l’umorismo non può
soffrire.
La vita nuda, la natura senz’ordine almeno apparente, irta di
contradizioni, pare all’umorista lontanissima dal congegno ideale delle comuni
concezioni artistiche, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a
vicenda e a vicenda cooperano.
Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un carattere si stagliano su
un fondo di vicende ordinarie, di particolari comuni. Ebbene gli scrittori, in genere, non se n’avvalgono, o poco se ne curano, come
se queste vicende, questi particolari non abbiano alcun valore e siano inutili e
trascurabili. Ne fa tesoro invece l’umorista. L’oro, in natura, non si trova
frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra
e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la
loro marca e il loro stemma bene impresi. Ma l’umorista sa che le vicende
ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita in somma, così varia
e complessa, contradicono poi aspramente quelle semplificazioni ideali,
costringono ad azioni, ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta quella
logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti dagli scrittori ordinarii.
E l’impreveduto che è nella vita? E l’abisso che è nelle anime? Non ci sentiamo
guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri
inconseguenti, inconfessabili finanche a noi stessi, come sorti davvero da
un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Di qui,
nell’umorismo, tutta quella ricerca dei particolari più intimi e minuti, che
possono anche parer volgari e triviali se si raffrontano con le sintesi
idealizzatrici dell’arte in genere, e quella ricerca dei contrasti e delle
contradizioni su cui l’opera sua si fonda, in contrapposizione alla coerenza
cercata dagli altri; di qui quel che di scomposto, di slegato, di capriccioso,
tutte quelle digressioni che si notan nell’opera umoristica, in opposizione al
congegno ordinato, alla composizione dell’opera d’arte in genere.
Sono il frutto della riflessione che scompone. «Se il naso di
Cleopatra fosse stato più lungo, chi sa quali altre vicende avrebbe avuto il
mondo». E questo se, questa minuscola particella che si può appuntare,
inserire come un cuneo in tutte le vicende, quante e quali disgregazioni può
produrre, di quanta scomposizione può esser causa, in mano d’un umorista come,
ad esempio, lo Sterne, che dall’infinitamente piccolo vede regolato tutto il
mondo!
Riassumendo: l’umorismo consiste
nel sentimento del contrario, provocato dalla speciale attività della
riflessione che non si cela, che non diventa, come ordinariamente nell’arte, una
forma del sentimento, ma il suo contrario, pur seguendo passo passo il
sentimento come l’ombra segue il corpo. L’artista ordinario bada al corpo
solamente: l’umorista bada al corpo e all’ombra, com’essa ora s’allarghi ed ora
s’intozzi, quasi a far le smorfie al corpo, che intanto non la calcola e non se
ne cura.
Nelle rappresentazioni comiche medievali del diavolo,
troviamo uno scolare che per farsi beffe di lui gli dà ad acchiappare la propria
ombra sul muro. Chi rappresentò questo diavolo non era certamente un umorista.
Quanto valga un’ombra l’umorista sa bene: il Peter Schlemil di Chamisso
informi.
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