Se talvolta questa specie di traduzione in realtà materiale, che
vediamo sulla scena, non guasta e non diminuisce, vuol dire che lo
scrittore non ha espresso convenientemente l’opera sua, non ha fatto
cioè un’opera d’arte vera e propria, per sé espressa, viva per sé,
libera e intera, ma una specie di canovaccio (quasi uno scenario
da commedia dell’arte, un po’ più diffuso, ma sempre abbozzato)
per la creazione di quel tale attore o di quella tale attrice sulla
scena.
La creazione non può esser che una e originale, ed è del poeta o
dell’attore; se è del poeta, l’attore non fa che una traduzione più
o men fedele, più o meno efficace, ma una traduzione sempre, e per
forza un po’ diminuita e un po’ guasta; se è dell’attore, il poeta
non dà che la materia da elaborare e da plasmare sulla scena.
Premesso questo, io non posso acconciarmi a veder le ragioni dei
traduttori, cioè degli attori. Mi si è fatta questa domanda, a
proposito del nascente teatro dialettale siciliano, che due
valorosissimi attori, il Grasso e l’Aguglia, portano adesso in giro
per il mondo, suscitando a un tempo entusiasmo e ribrezzo: «Può uno
scrittore siciliano essere padrone de’ suoi argomenti, dati i gusti
e le tendenze del pubblico e le stesse qualità rappresentative degli
esecutori?».
L’arte, se vuole essere arte, rispondiamo, ha bisogno innanzi tutto
della sua libertà. Costringere un autore drammatico a tener presenti
nell’atto della creazione le qualità rappresentative degli esecutori
è press’a poco come costringer un poeta a comporre un sonetto a rime
obbligate. Non lo scrittore deve adattarsi alle qualità
dell’esecutore; ma questi a quelle dello scrittore, o meglio,
dell’opera a cui deve dar vita sulla scena. Se l’attore non sa o non
può, vuol dire che è un cattivo attore, o un attore troppo
unilaterale. E se il teatro dialettale siciliano non può disporre
oggi che di questi attori, vuol dire che non ha ancora in sé tanta
vita e tanta forza da produrne altri; e che un teatro dialettale
siciliano non esiste e, date le presenti condizioni, non si può
creare, ma tutt’al più si possono far soltanto canovacci e scenari
da commedia dell’arte per le spaventose bravure del signor Grasso e
della signora Aguglia.
E poi, i gusti e le tendenze del pubblico... Di qual pubblico?
Questo è un altro problema, anche più complesso.
Quali sono le ragioni per cui uno scrittore può esser indotto a
comporre in dialetto anziché in lingua?
L’opera di creazione, l’attività fantastica che lo scrittore deve
impiegare, sia che adoperi la lingua sia che adoperi il dialetto, è
la stessa. Diverso è il mezzo di comunicazione, cioè la parola. Ora,
che cosa sono le parole prese cosi in astratto? Sono i simboli delle
cose in noi, sono le larve che il nostro sentimento deve animare e
la nostra volontà muovere. Prima che il sentimento e la volontà
intervengano, la parola è pura oggettività, e conoscenza. Ora,
queste parole, mezzi di comunicazione, queste conoscenze son fatte
per l’universale, ma non per un universale astratto, poiché non sono
astrazioni logiche, ma rappresentazioni generali. Sono, ad esempio,
la casa, la strada, il cavallo, il monte
ecc. così, in generale, non quella tal casa, quella tale strada,
quel tale cavallo, quel tal monte, con un modo d’esser determinato e
una determinata e particolar qualità. Ragioni storiche,
etnografiche, condizioni di vita, usi, costumi, ecc., allargano o
restringono i confini di queste conoscenze, di queste oggettivazioni
delle cose in noi.
Ora, certamente un grandissimo numero di parole di un dato dialetto
sono su per giù - tolte le alterazioni fonetiche - quelle stesse
della lingua, ma come concetti delle cose, non come particolar
sentimento di esse. Astrazion fatta da questo particolar sentimento,
anche il concetto delle cose però non riuscirà intelligibile, ove
non si abbia conoscenza delle parole, come tali. Ma ci son poi tante
e tante altre parole che, fatta astrazione anche qui dal particolar
sentimento e da quell’eco speciale che il loro suono suscita in noi,
a considerarle soltanto come pure conoscenze sono così locali, che
non possono essere intese che entro i confini d’una data regione.
Ora, perché uno scrittore si servirà di un mezzo di comunicazione
così limitato, quando l’attività creatrice ch’egli dovrà impiegare
sarà pure la stessa? Per varie ragioni, che limitano tutta la
produzione dialettale come conoscenza, perché sono appunto ragioni
di conoscenza, della parola e della cosa rappresentata: o il poeta
non ha la conoscenza del mezzo di comunicazione più esteso che
sarebbe la lingua; oppure, avendone la conoscenza, stima che non
saprebbe adoperarla con quella vivezza, cioè con quella natività
opportuna che è condizione prima e imprescindibile dell’arte; o la
natura dei suoi sentimenti e delle sue immagini è talmente radicata
nella terra, di cui egli si fa voce, che gli parrebbe disadatto o
incoerente un altro mezzo di comunicazione che non fosse
l’espressione dialettale; o la cosa da rappresentare è talmente
locale che non potrebbe trovare espressione oltre i limiti della
conoscenza della cosa stessa.
Una letteratura dialettale, insomma, è fatta per restare entro i
confini del dialetto. Se ne esce, potrà esser gustata soltanto da
coloro che di quel dato dialetto han conoscenza e conoscenza di quei
particolari usi, di quei particolari costumi, in una parola, di
quella particolar vita che il dialetto esprime.
Ora, fuori dei confini dell’isola, che conoscenza si ha della
Sicilia? Una conoscenza limitatissima di poche espressioni
caratteristiche, violente, divenute ormai di maniera.
Il carattere drammatico siciliano s’è fissato, tipificato nella
terribile, meravigliosa bestialità di Giovanni Grasso.
Mancando ogni altra conoscenza della vita pur così varia e
caratteristica della Sicilia, ogn’altra espressione di essa riesce
quasi inintelligibile. Non si parli, dunque, di gusti e di tendenze
del pubblico; qui si tratta di conoscenza soltanto.
Un teatro dialettale, che rappresentasse la vita varia e diversa
della Sicilia, potrebbe esser gustato e accolto con fervore
solamente in Sicilia: fuori della Sicilia possono aver fortuna
soltanto quelle espressioni di cui si ha conoscenza, divenute ormai
tipiche; possono aver fortuna cioè il signor Grasso e la signora
Aguglia, che non avrebbero neanche bisogno di parlare per farsi
applaudire: basterebbe la mimica.
Per concludere: si vuol creare veramente un teatro dialettale
siciliano, o si vuol manifatturare una Sicilia d’importazione per il
signor Grasso e la signora Aguglia?
Quel genialissimo poeta e drammaturgo, che è Nino Martoglio, tentò
sul serio il primo, e non ebbe né avrebbe potuto aver fortuna fuori
della Sicilia, non già per i gusti e le tendenze del pubblico,
ripeto, ma per l’ignoranza in cui questo purtroppo si trova tuttora,
rispetto alla Sicilia, di quella prima parte fondamentale d’ogni
creazione artistica, che è il materiale conoscitivo. L’arte è
creazione e non è conoscenza; ma la creazione dell’arte non è ex
nihilo, ha bisogno della conoscenza, ha bisogno cioè che prima
la cosa sia per astrazione conosciuta in se stessa e nella parola
che ne è il simbolo e la rappresentazione generale, perché venga
intesa poi a dovere e gustata la individuazione di essa, il
subiettivarsi dell’oggettivazione in che l’arte appunto consiste.
L’impresa del Martoglio fallì. Hanno fortuna invece il signor Grasso
e la signora Aguglia; ma che la Sicilia abbia molto da
rallegrarsene, non crederei.
Inizio pagina