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In arte bisogna trovare senza
cercare.
Non è il principio, ma la conclusione d’un lungo ragionamento; del soliloquio a
cui senza saperlo mi sono lasciato andare distogliendo gli occhi da questi
volumi sfogliati e aperti sulla mia scrivania, che in questi giorni mi sono
obbligato a leggere per rimettere a punto il mio giudizio, richiesto, sulla
recente produzione letteraria.
Trovare senza cercare? Fortuna, allora. Sì: eccoli qua in queste duemila pagine
di stampa, i tre o quattro scrittori che tra tutti fermano, ognuno per diversi
riguardi, la mia considerazione: e la maggiore va istintivamente a quello che
appare il più fortunato, intendo come artista. In arte bisogna aver fortuna: in
questo senso è artista, e ha la possibilità di rivelarsi come un grande artista,
solo chi, per tanti segni diffìcilmente dichiarabili, ma che si avvertono di
continuo nella sua opera, e meglio leggendo ad apertura di pagina (e sarà il
tono del suo umore, il piglio degli attacchi, certe furberie innocenti o
addirittura sconvenienze ma che si fanno perdonare e non sai come né perché) ci
dia appunto l'’impressione d’essere in dimestichezza con la volubilissima iddia. Cioè,
d’essere un disgraziato.
Come, come? Sì, signori: d’essere un disgraziato; uno che ha da fare con la
fortuna.
Lontanissimo, come vedete, dalle mie intenzioni che queste parole possano
istigare nei buoni scrittori, buoni, seri, ma che non mi pare minaccino di poter
divenire «grandi» (questione di fortuna), sensi d’invidia verso i
favoriti della sorte.
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Nel constatare che in Italia c’è una bella fioritura di
scrittori sostanziosi e qualcuno fortunato, i quali tutti accresceranno il
valore e terranno alto il tono della patria letteratura, ho provato come
d’obbligo una gran soddisfazione, e poi subito, per il qualcuno, una gran pena:
la vita che l’attende; e la voglia di scrivere due parole per chiarire agli
altri che, rispetto alla vita, i veri fortunati sono essi. Anche perché sono
sempre in tempo, se volessero, a cambiare il mestiere che pur fanno così bene:
ma chi lo fa con quel diavolo che ogni tanto l’aiuta non potrà mai cambiarlo,
per male che gli vada. Non ha scampo. È destinato.
Un artista fortunato è difficile, difficilissimo che sia anche fortunato come
uomo. Questo lo sapete senz’altro e vi pare in confuso che ci sia contraddizione
soltanto perché non ci pensate. E difficile perché, tra una buona occasione per
lui uomo di carne e d’ossa, vestito di panni, nella vita, e un’altrettanto buona
occasione per lui artista, spirito nudo, nel suo lavoro disinteressato, tra la
fortuna e l’immagine della fortuna o la fortuna d’un’immagine, non esiterà mai
nella scelta, se è un vero artista, e sceglierà l’immagine. Voi non credete che
sia così frequente il caso di dover scegliere, in cui queste occasioni si
presentino allo stesso momento e contrastanti? Ma è pure un fatto che succede, e
solo a un artista può succedere, come solo ai galantuomini la scelta tra il
dovere e il piacere. E poi è lo stesso, nel caso che se ne presenti una sola:
mettiamo quella vera: invece di ghermirla ai capelli, come va fatto, l’artista,
col primo moto istintivo, si tirerà un passo indietro per riflettere se la sua
arte non ne soffrirebbe, ecco, e quella intanto passa oltre: prontissimo però ad
afferrarla se riguardasse il suo lavoro: ma allora è quell’altra. Una fortuna
necessaria. Un arnese del mestiere. E una fortuna che per definizione sia
proprio necessaria, proprio sine qua non, è facile scoprire che per lo meno avrà
perduto ogni gusto. Pensateci. Dove sono andati a finire tutti i caratteri
gradevoli della vera fortuna, della fortuna solita, com’è per ogni mortale che
non abbia quella insigne d’esser nato per l’arte, quando non se ne possa più
fare a meno? La fortuna è bella, è fortuna, quando ci carica di superfluo,
quand’è un dono inaspettato della vita, un lusso di bontà che con noi si passa
la sorte: un di più, insomma, come ho detto subito: senza il quale non è vero
che non avremmo potuto tirare avanti. Ma, e quando il poter tirare avanti è solo
a patto d’esser fortunati, sempre, ogni volta, o almeno due volte su tre; cioè
l’avere la fortuna come acqua e pane, come prima cosa per cominciare la
giornata, fondamento primo della giornata di lavoro: ma niente altro che
fondamento perché il resto - cioè tutto, ciò che più importa è poi da ottenere a
forza di fatiche strenuissime, senza le quali quella fortuna così necessaria in
principio, essenziale, resta come se non si fosse avuta? Lasciamo stare. Di
fortuna, non nego, se ne maneggia molta, ma guardate quanta ce ne resta alle
mani: il rimpianto; come succede ai cassieri coi biglietti da mille. (Parlo,
s’intende, d’artisti e di cassieri onesti.)
Ogni persona seria capisce da ciò che quella dell’artista è una vitaccia di
rischio; troppo rischio, e per troppo poco, dato che, per noi stessi, si campa
una volta sola. Per conseguenza si guardi l’artista come dalla peste dall’essere
una persona seria.
Gli conviene di più il dare esempio di virtù eroiche. Anzi, è forse il solo a
cui la virtù eroica - così già allo sbaraglio, a mercé di fortuna com’è la sua
vita - sia sempre un buon affare.
Ma perché poi tutta questa necessità di trovare senza cercare?
Un esempio. Parecchi anni fa veniva da me un ragazzo a leggermi a mano a mano
che le scriveva certe novelline. A lettura finita, se ne discuteva a parte a
parte e io mi sforzavo di mettere in chiaro prima il «punto vivo» del
componimento e poi il modo d’arrivarci per la via più diretta; benché a lui
paresse, e me ne accorgevo, che prendendo le cose per questo verso tutto gli si
riducesse: una mortificazione, gli pareva, come se le sue novelline, dopo quel
trattamento, diventassero... come dire?: anche più novelline di prima. In poco,
certo, consistevano; ma che ci potevamo, io e lui, se quel poco erano? Ed erano
tuttavia qualche cosa. (Ancora mi ricordo di una, il caso d’un tale che sapeva
d’avere una faccia antipatica...: carina.) Gli mostravo come va trattata la
fortuna la fortuna d’aver trovato qualche cosuccia, fortuna grande: un
fatterello, un piccolo contrasto di sentimenti, uno scarto specioso dello
spirito -: con quanta pazienza occorre contemplarsela, zitti, senza fiatare,
senza muoversi o girandoci attorno circospetti, l’occhio fermo e aperto, il
cuore in gola, attenti a capirla, a stamparsela in mente, a metterla a fuoco,
per poterci poi entrare in discorso, poterla cogliere quando sia già ben
studiata e conosciuta, già «nostra»: ma allora il disinteresse di non
usarla viziosamente, anzi, cortesia da gentiluomini per invitarla a entrare, per
accoglierla nella fantasìa, e santità da anacoreti per lasciarla libera crescere
e manifestarsi, mai toccarla con le intenzioni, mai imprigionarla nei
pregiudizi; l’amore di servirla, con tutte le nostre facoltà, anche se è cosa da
poco; l’umiltà davanti al fantasma che dev’essere in noi il nostro signore, il
nostro tiranno, non noi, per la bella ragione che siamo di carne e d’ossa, che
siamo vivi, noi, che abbiamo i nostri interessi, che nessun giudice ci metterà
in gabbia se ci comportiamo da prepotenti, non noi i padroni suoi: insomma le
convenienze elementari da conoscere a menadito, chi stimi sé degno di certi
incontri; il galateo di questo cavaliere errante, appiedato, che è l’artista.
E inoltre la rassegnazione preventiva agli errori.
Fieri di tanti bei princìpi e perdendo la salute per metterli in pratica, troppe
volte ci accorgeremo, a lavoro ultimato, di non aver concluso nulla (oppure non
ce ne accorgeremo noi e se ne accorgeranno gli altri): mentre coloro che fanno
tutto il contrario, cioè con un animo da soperchiatori ambiziosi, sordo alla
simpatia verso l’effimero poetico lume delle cose in vita, governano cimiteri di
lucciole o, come i «prefetti» dei collegi d’un tempo, usano la ferula
sull’umiliazione spaurita delle idee bambine che hanno acciuffato, trovatelle, e
tengono in riga e presentano nei «saggi» a mostra di come hanno saputo
educarle (e Dio ci scampi dall’immaginare ciò che sarà accaduto nel segreto dei
dormitori), costoro, voglio dire certi letterati, non sbagliano mai, non corrono
nessun rischio, concludono sempre qualche cosa: e, poiché scrivono parole sulla
carta e pubblicano libri tal e quale come gli artisti, ci guadagnano non foss’altro
la confusione, il credito che l’esercizio del mestiere gli costi sul serio
sudori di sangue, e sia un vero sacerdozio. Ma sì, che gli capita perfino di
ritenersi e d’esser ritenuti più bravi, che scrivono meglio: come se un baffo di
brigadiere potesse esser più bravo d’un fegatino di triglia o il color verde del
numero cinque.
Mettevo in guardia quel giovane anche su questo punto: si sa che ho avuto sempre
il dente avvelenato contro i letterati, io, per quella benedetta storia dello
«scriver male».
Temo, insomma, d’essere stato un gran seccatore, perché di punto in bianco non
lo vidi più. Ma allora non lo sospettai, tanto m’ero infervorato per il suo
bene: segno, pensai, che s’è proprio offeso, o s’è scoraggiato. Quando tornò,
dopo qualche mese, era invece pieno di coraggio, un leone era; aveva scritto
certe cose. Le stesse, riscritte da cima a fondo.
«Ma come, lei? le ha scritte lei? così? E chi dunque?» Lui in persona. Ma
se erano, oh Dio, tutta un’altra cosa. E che novelline più: avevano cresciuto le
pretese. Sfacciate, truccate, ma un’aria di modestia, di sciatteria quasi, da
far restare trasecolati: nel vedere che strizzavano l’occhiolino al Mistero, al
Destino. Mi disse:
«Che vuole, finalmente ho capito. Oggi si scrive così. Lei non me lo poteva
insegnare, lei è dell’altra generazione.»
Chi scrive così? Tutti, diceva: tutti giovani della sua generazione. Dice che,
adesso, «sentivano così», loro. Forse era esatto: erano in parecchi non
dico a sentire, ma a scrivere in quel gergo, in cooperativa; quanti a priori, ma
naturalmente senza confessarselo avevano rinunciato a correre il gran rischio
dell’arte. La forza che a ciascuno mancava, d’esser se stesso e solo, nudo e
libero a mercé della fortuna, facevano conto d’averla acquistata con quel tacito
accordo. Confessandolo, egli salvava se non altro la sua ingenuità, ch’era
grandissima. Che potevo dirgli. Che a me non la dava a bere? Lo sapeva anche
lui.
Mi congratulai.
Ecco: era uno, che alla fine aveva trovato; ma cercando, come vuole il
proverbio. Ci s’era ingegnato con un po’ di furberia. Ma a sua lode aggiungerò
che non ebbe poi la sfacciataggine di perseverare. (Altrimenti a quest’ora si
sarebbe fatto un buon nome, e io per delicatezza non avrei messo in piazza il
suo caso.) Ha trovato anche un buon posto, dove si richiedeva un uomo di buon
gusto, e lui è quello; e l’arte, un rimpianto o una fisima di gioventù, secondo
l’umore della giornata.
Vuol dire ch’era una persona per bene. E le mie fatiche non furono sprecate; ed
ho salvato la patria da un letterato di più.
Perché sia necessario trovare senza cercare, l’ho già detto così tra le righe, è
l’unica salvezza possibile di quella naturalezza a cui è condizionata ogni opera
d’arte. Non la naturalezza della retorica, rispetto alla «scelta»
dell’eloquio o alla condotta dell’intreccio (logica, verosimiglianza,
proporzioni: regole esteriori che un artista dovrebbe «applicare» e non
può senza perdere proprio la naturalezza a cui esse pretenderebbero di
condurlo); ma quella intima, dei movimenti dello spirito abbandonato alla sua
meccanica spontanea. Intendiamoci, non dico che un «soggetto» non si
possa anche cercare, e magari nella cronaca nera d’un giornale. (Shakespeare li
cercava nelle novelle italiane e nella storia.) Ma non è la fantasia creatrice
che lo cerca. Lo cercherà la nostra curiosità, il nostro bisogno pratico di
avere un pretesto, o che so io. E questo non è il cercare che pregiudica,
purché, una volta accettato quel pretesto dalla fantasia, cessi, come deve
cessare, ogni ricerca esterna. La sacra matrice che genera non ha papille
nervose che le diano stimoli a cercarsi un germe da allevare: essa, se è
feconda, dev’essere in un certo senso stupida, assorta. Così il germe come gli
alimenti per nutrirlo, i quali rifluiranno in essa secondo il bisogno, la
fantasia deve trovarli in sé ignorando beatamente come li possieda: se quello fu
cercato con altre facoltà dello spirito o se per caso sia caduto in essa, se il
fornire questi alle altre facoltà dello spirito costi poco o moltissimo per la
fantasia generante è lo stesso: non ha importanza. Importante è che accada al
momento della fecondazione quell’attimo di felicità per cui l’artista ha il
senso d’aver «trovato», e che forse si può spiegare con la corrispondenza
segreta della qualità del germe, delle sue possibilità di sviluppo, con le
attitudini peculiari della fantasia in cui si è fissato. Allora, non ci sarà
pericolo che l’artista corrompa le sue facoltà lavorando studiosamente a
crescere un frutto che spontaneamente non potrebbe dare. Ecco, questo è il
punto. È salva la naturalezza: è possibile la perfezione dell’opera: avvenne
l’incontro con la fortuna; almeno all’atto del concepimento; perché poi la
naturalezza è ancora da salvare e la fortuna da ritrovare ad ogni passo durante
il processo della creazione, in cui lo sviluppo dell’opera non è sorretto da
leggi e necessità della vita organica talmente forti da poterlo condurre a
compimento e da salvaguardarlo da ogni pericolo quasi naturalmente: ma rimane
esposto e soggetto a mille influenze esterne e, più, all’estrema mobilità dello
spirito, il quale resta pur sempre più padrone della sua creatura che non sia un
corpo schiavo rispetto al feto o un albero al suo frutto.
Per fare un altro paragone, dev’essere un po’ il caso delle libere bestie, che
noi chiamiamo belve: come imparano a vivere. Dipanando il filo misterioso
dell’istinto. Essendosi prima ridotte ubbidienti all’istinto, con l’estrarre
ragioni ed esperienze coordinate da una serie di brancolamenti e di urti paurosi
contro i limiti; avendo affinato, educato, certamente a costo di molta
disciplina e di chi sa quante rinunce, un’ubbidienza incondizionata al proprio
istinto chiarito e svelato. Secondandolo con questa servilità, saranno libere.
Soltanto allora e così potranno trovare tutto ciò ch’è loro necessario e venire
assistite dalla fortuna. Una vita di rischio. A mercé di fortuna. Una vita pura.
Che pare libera, ma è legata attimo per attimo a mille condizioni: ma questa è
la libertà. Una vita di potenza, in maestà. Voi credete che il leone, il tigre,
cerchino la preda? Non cercano mai. A un certo punto la preda è chiara in essi,
nella purità del loro istinto, purità mantenuta in atto da quelle ubbidienze di
cui abbiamo detto, da una regola inflessibile di vita: e allora essi vanno
dritti alla preda, con tutte le cautele necessarie per appropriarsela. Sanno
attendere la fortuna, ma degni della fortuna. E non vivono che di fortuna.
Ma noi addomestichiamo le belve. Ecco i cattivi artisti, che hanno corrotto il
loro istinto, perduta la naturalezza, orsi e leoni ammaestrati. Meglio parlare
di scimmie. Ma è triste sapere che non vi sono soltanto scimmie ammaestrate, vi
sono anche leoni. Il Vico, per esempio, libera magnifica belva nella Scienza
Nuova, è un povero leone ammaestrato nelle altre opere auliche; come il Tasso
nella Conquistata. Per scrivere queste cose essi cercavano: e qualche cosa
trovavano, uomini d’ingegno. Si trova male a cercare: e di solito cose perdute
dagli altri. Quando non è il caso peggiore: che le abbiamo... trovate nelle
tasche degli altri.
Luigi Pirandello
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