Naturalmente, questa proiezione del problema su un nuovo piano è
solo una sostituzione, una creatura ibrida che s’incontra molto
lontano dall’idea del vero lavoro del cinema. Esso sarà perciò
sperimentato dall’autore fin dal principio come una pura visione, e
che può per conseguenza essere riprodotto.
Tutto ciò che nel cinema attuale ricorda il teatro, ogni elemento
che si richiami alla comprensione e non influenzi solo l’anima
dell’osservatore, esclusivamente per mezzo del senso visivo, deve
sparire. Voglio indicare nuove strade al cinema. Come sarà
tecnicamente possibile che queste strade risultino transitabili è
ancora il mio segreto, il quale però sarà presto rivelato dal mio
lavoro che darò al pubblico.
Naturalmente, l’occupazione intensa di una forma artistica di
espressione non è una sufficiente giustificazione per considerare
l’altra forma praticata finora, come un punto di vista che è stato
superato. Al contrario credo che il dramma abbia ancora molto da
insegnare all’umanità, e spero che mi sarà concesso esprimermi su
questo argomento. Recentemente ultimavo un mio nuovo dramma, un
dramma di Lazzaro, che tratta con nuova maniera il problema della
risurrezione dopo la morte, come un risveglio, come una seconda vita
terrena. Esso dimostra la conversione dei risuscitati ad una nuova
religione, che costruisce la vita terrena sopra una base d’amore,
dopo che la morte «ha aperto gli occhi» di una persona dandole il
potere di comprendere il valore dell’esistenza terrena.
Attualmente mi sto occupando di un nuovo assunto drammatico. È anche
un mito, la forma di dramma al quale mi dedico preferentemente fin
dalla mia Nuova colonia. Si chiama I
giganti della montagna, e tratta il problema della
complicata e futile lotta sostenuta attualmente per il potere
intellettuale e fisico, contro la supremazia della materia corporale
nel senso più stretto. In esso si descrive un’artista che desiderosa
di far comprendere alle masse l’opera che il suo amato poeta ha
lasciato, si vede burlata e disprezzata, trovando finalmente nei
giganti, che nella solitudine delle loro montagne vivono, il suo
uditorio.
Però, costoro, che non sono capaci di comprendere il sentimento
della produzione, né di convincere l’artista, la cui parte è quella
della donna diabolica che abbandona il suo ruolo, la uccidono.
Tale è il destino che soffre attualmente la vera arte in tutte le
parti del mondo. Però questo lo si deve comprendere unicamente in
relazione al dramma, e non deve essere preso personalmente. Riflette
le attualità e non le mie esperienze personali, malgrado che molti
successi amari, molte recenti disillusioni avessero potuto condurmi
a simili supposizioni. Però il problema del mio dramma non ha niente
a che vedere col nascente teatro italiano che ebbi la speranza di
creare e non fu mai realizzato. È il simbolo della vita moderna nel
mondo intero, un mondo che glorifica Dempsey e che attraverso la sua
stima unilaterale della forza fisica minaccia di distruggere ogni
altro stimato proposito.
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