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Rinunciando totalmente al filo che persisterebbe a unirlo ancora
all’arte, del tutto differente, del dramma, il cinema dovrebbe
trasformarsi in pura visione: cioè dovrebbe cercare di realizzare il suo
effetto nella stessa maniera che un sogno (tanto quanto una pura
visione) influenza lo spirito di una persona addormentata. Per questa
ragione non c’è, secondo la mia maniera di vedere, assurdo più grande
degli esperimenti che si stanno facendo in materia di cinema parlato.
Fin dal principio lo considero
come un’esperienza senza esito, perché tenta di ottenere nel cinema effetti
riservati per la scena e perché non può allo stesso tempo rendere giustizia
all’idea della produzione e all’idea della pellicola.
Assurdi come sono i rumori che pretendono associarsi con piani al cinematografo
parlato, debbo ammettere ciò nonostante che ho idea di mettermi a lavorare con
il compito di cercare un’opera d’arte per il cinema, un’opera d’arte che sia di
pura visione, completamente distinta dal linguaggio che ho impiegato finora come
mezzo di esprimere la mia esperienza della vita. Il dialogo ha sempre avuto nei
miei drammi una parte più importante dell’azione.
Il mio dramma Sei personaggi in cerca d’autore sarà posto adesso in
lavorazione. Dire che lo sarà non risulta molto corretto: piuttosto
cerco di risolvere in maniera puramente ottica il problema che
s’incontra nella stessa radice del mio dramma; e che è trattato in esso
trascuratamente.
Mi sto sforzando di
rendere intelligibile, attraverso questo mezzo visivo, come i
Sei personaggi e i loro destini furono concepiti nella mente dell’autore, e
imbevutisi di vita si resero indipendenti da lui.
Naturalmente, questa proiezione del problema su un nuovo piano è solo una
sostituzione, una creatura ibrida che s’incontra molto lontano dall’idea del
vero lavoro del cinema. Esso sarà perciò sperimentato dall’autore fin dal
principio come una pura visione, e che può per conseguenza essere riprodotto.
Tutto ciò che nel cinema attuale ricorda il teatro, ogni elemento che si
richiami alla comprensione e non influenzi solo l’anima dell’osservatore,
esclusivamente per mezzo del senso visivo, deve sparire. Voglio indicare nuove
strade al cinema. Come sarà tecnicamente possibile che queste strade risultino
transitabili è ancora il mio segreto, il quale però sarà presto rivelato dal mio
lavoro che darò al pubblico.
Naturalmente, l’occupazione intensa di una forma artistica di espressione non è
una sufficiente giustificazione per considerare l’altra forma praticata finora,
come un punto di vista che è stato superato. Al contrario credo che il dramma
abbia ancora molto da insegnare all’umanità, e spero che mi sarà concesso
esprimermi su questo argomento. Recentemente ultimavo un mio nuovo dramma, un
dramma di Lazzaro, che tratta con nuova maniera il problema della risurrezione
dopo la morte, come un risveglio, come una seconda vita terrena. Esso dimostra
la conversione dei risuscitati ad una nuova religione, che costruisce la vita
terrena sopra una base d’amore, dopo che la morte «ha aperto gli occhi»
di una persona dandole il potere di comprendere il valore dell’esistenza
terrena.
Attualmente mi sto occupando di un nuovo assunto drammatico. È anche un mito, la
forma di dramma al quale mi dedico preferentemente fin dalla mia Nuova
colonia. Si chiama I giganti della montagna, e tratta il problema
della complicata e futile lotta sostenuta attualmente per il potere
intellettuale e fisico, contro la supremazia della materia corporale nel senso
più stretto. In esso si descrive un’artista che desiderosa di far comprendere
alle masse l’opera che il suo amato poeta ha lasciato, si vede burlata e
disprezzata, trovando finalmente nei giganti, che nella solitudine delle loro
montagne vivono, il suo uditorio.
Però, costoro, che non sono capaci di comprendere il sentimento della
produzione, né di convincere l’artista, la cui parte è quella della donna
diabolica che abbandona il suo ruolo, la uccidono.
Tale è il destino che soffre attualmente la vera arte in tutte le parti del
mondo. Però questo lo si deve comprendere unicamente in relazione al dramma, e
non deve essere preso personalmente. Riflette le attualità e non le mie
esperienze personali, malgrado che molti successi amari, molte recenti
disillusioni avessero potuto condurmi a simili supposizioni. Però il problema
del mio dramma non ha niente a che vedere col nascente teatro italiano che ebbi
la speranza di creare e non fu mai realizzato. È il simbolo della vita moderna
nel mondo intero, un mondo che glorifica Dempsey e che attraverso la sua stima
unilaterale della forza fisica minaccia di distruggere ogni altro stimato
proposito.
Luigi Pirandello
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