È vero che la vita o si vive
o si scrive e che, quando la
si vive, difficilmente nello
stesso tempo, cioè in mezzo
all'azione e alla passione, ci
si può mettere in quelle
condizioni che sono proprie
dell'arte: partirsi dal momento,
superarlo per contemplarlo e
dargli senso universale e valore
eterno. Ma questo, se mai, vuol
dire che i drammi della nostra
vita, se non il teatro d'oggi,
saranno quello di domani. L'arte
può sí anticipare la vita,
predirla; ma invalorar quella
d'oggi, prospettarla sub
specie aeternitatis, è raro
e assai difficile che possa
farlo oggi stesso; le sarà piú
facile domani. Tutto, certo, può
essere materia d'arte, e
l'artista riflette, né potrebbe
non riflettere, nella sua opera,
la vita del suo tempo, in quanto
è lui stesso un prodotto della
civiltà e della vita morale del
suo tempo stesso. Farlo però di
proposito, cioè con l'intenzione
che sia azione pratica e
volontaria del momento, anche
per fini nobilissimi ma estranei
all'arte, sarà far politica e
non arte; e non è detto con ciò
che, in dati momenti della vita
d'un popolo l'arte non debba
diventare anch'essa, come tante
volte del resto è avvenuto,
strumento d'una nobile azione
politica o civile; cioè mancare
a se stessa come arte per
restare nella storia civile d'un
popolo, documento storico se non
piú monumento artistico. Ma ove
questo non si voglia e non si
stimi necessario e opportuno,
ove fuori d'ogni passione
interessata si voglia
considerare che l'arte per sua
natura può solo prestare ajuto
di finzioni e invenzioni, là
dove varrebbero
incontestabilmente di piú
documenti veri e proprii, prove
di fatto, dimostrazioni
eloquenti e persuasive, per cui
l'arte, sacrificando e
annullando se stessa, verrebbe
anche a servire da improprio
strumento, si pensi che il
mistero d'ogni nascita artistica
è il mistero stesso d'ogni
nascita naturale; non cosa che
si possa apposta fabbricare ma
che deve naturalmente nascere,
non a caso e tanto meno a
capriccio degli scrittori, con
libertà senza leggi, come
erroneamente suppone chi non sa,
ma anzi obbedientissima alle sue
inderogabili leggi vitali;
sicché, volendosi per se stessa
e senz'altri fini che in sé non
potrà che esser pura, scevra
d'ogni fine interessato; e se
tale non è, perciò solo non sarà
piú opera d'arte, e come tale
dunque condannabile, non solo in
nome delle cose offese, ma sopra
tutto in nome stesso dell'arte.
Bisogna tener conto anzi tutto
che il nostro Convegno ha un suo
carattere particolare,
culturale, che lo distingue dai
consueti congressi. Si chiama
infatti convegno e non
congresso: convegno d'eletti
studiosi espressamente invitati
a trattare un argomento
prescelto con animo, sí,
appassionato ma di quella
passione disinteressata che si
porta negli studii. Con
quest'animo appunto e senza il
minimo intento polemico ho
inteso parlare dei rapporti tra
politica e arte, cioè in un
senso in cui tutti astrattamente
possono convenire, per arrivare
alla conclusione che, essendo
l'arte il regno del sentimento
disinteressato, disinteressato
ugualmente dovrebbe essere ogni
ajuto che si stimasse doveroso e
opportuno arrecarle.
Ma io non debbo né voglio in
alcun modo con mie particolari
considerazioni preoccupare
l'animo di quanti sono stati qui
chiamati a trattare i temi
proposti dal Convegno e a
discutere su essi; posso sí
formare l'augurio che dalle
vostre trattazioni e discussioni
usciranno chiare e ben
determinate prima di tutto le
condizioni presenti del teatro
di prosa in confronto con gli
altri spettacoli, e non meno
chiari e determinati i
provvedimenti da prendere per
migliorarle. Giacché, se è vero
che il teatro non può morire,
non è men vero che esso ha
bisogno d'esser difeso, o per
dir meglio, d'esser messo in
grado di difendersi, anche da
sé, appunto nella concorrenza
con altri spettacoli che, o
hanno già validi sostegni,
larghi sussidii e dotazioni da
parte dello Stato o di altri
enti pubblici, come ad esempio
il teatro lirico, o hanno il
favore del momento, come i ludi
sportivi, per cui si fabbricano
ovunque nuovi stadii, o sono
spettacoli nuovi, che per
l'enorme vantaggio della loro
riproduzione meccanica e la
conseguente facilità della loro
presentazione, possono ripetersi
anche piú volte al giorno in
vastissime sale di nuova e
appropriata costruzione, o senza
bisogno d'apposite costruzioni,
mediante un piccolo apparecchio,
comodamente possono farsi teatro
d'ogni casa privata.
Non piú di tempo in tempo, come
prima soleva, o per le grandi
feste o per le grandi ricorrenze
religiose, il popolo è attratto
agli spettacoli, ma ormai
cotidianamente per una abitudine
divenuta bisogno, che è frutto
d'incivilimento. Ancor oggi, o
nei mesi estivi o di primavera
all'aperto, in antichi
anfiteatri, o per feste annuali
o biennali in questa o in quella
città, in piazze o in luoghi
predisposti, il popolo è
chiamato ad assistere a
rappresentazioni straordinarie,
magnifiche ma che non risolvono
il problema del teatro come col
tempo è venuto a imporsi alla
considerazione d'ogni Paese che
vuol esser civile, problema di
civiltà: il teatro chiuso d'ogni
sera. Voi vedrete se è possibile
che lo risolva il cosí detto
teatro di masse, o se questo non
sia concepibile altrimenti che
nell'altro senso, cioè per
ricorrenze festive e spettacoli
grandiosi e temporanei, come
sono del resto i ludi sportivi
che attraggono, sí, grandi masse
di spettatori, un pubblico
strabocchevole, ma hanno un
carattere d'eccezionalità e non
sono né potrebbero essere
cotidiani.
Il problema di soddisfare questa
cotidiana sete di spettacoli,
che ormai ha il popolo, è
riuscito per ora a risolverlo
soltanto il cinematografo. Se si
vuole che anche il teatro di
prosa lo risolva, nelle
condizioni in cui ormai è venuto
a trovarsi in confronto con
quello, bisognerà studiare se
non sia il caso di prendere
dapprima almeno quei
provvedimenti che già alcune
nazioni hanno preso col limitare
a uno solo e a ora fissa lo
spettacolo serale dei
cinematografi. Si verrebbe cosí
a mettere il teatro di prosa in
condizioni, non di vantaggio, ma
almeno di parità nella
concorrenza, e in facoltà del
pubblico di scegliere l'uno o
l'altro spettacolo, senza il
vantaggio per il cinematografo
d'avvalersi della riproduzione
meccanica dello stesso
spettacolo che, almeno fintanto
che il cinematografo non trova -
com'è nei voti di tutti - una
sua propria espressione
artistica, è fatto non poche
volte a spese del teatro. Ma si
dovrebbe poi provvedere alla
costruzione dei teatri nuovi,
cosí come si costruiscono i
nuovi stadii per le gare
sportive, giacché ancora al
teatro si fa respirare l'aria
soffocante delle vecchie sedi
non piú confacenti alle nuove
esigenze, non solo dell'arte
stessa, ma anche e sopra tutto
dell'economia e del costume.
In tutte le sue manifestazioni
la vita nuova rifugge dalle
antiche distinzioni, sia di
caste sia di privilegi comunque
acquisiti; e si ha perciò
l'impressione che i teatri, come
furono costruiti nei tempi in
cui tali distinzioni erano vive,
siano luoghi ormai
anacronistici, da cui quasi
istintivamente ci s'allontana.
È da augurare che dalle proposte
e dalle discussioni di questo
Convegno risulti che il
provvedimento piú efficace e il
mezzo anche piú pratico per
riaccostare il popolo al teatro
sia quello di costruire queste
nuove sedi: e forse con ciò
sarebbe risolto anche, nello
spirito, l'auspicato teatro di
masse. Sale appropriatamente
architettate, capaci
d'accogliere tanto pubblico da
pagare largamente le spese dello
spettacolo, tenendo il prezzo
dei posti pari a quello dei
cinematografi, e i posti
senz'altra distinzione tra loro
che quella inovviabile della
maggiore o minore distanza dalla
scena; e palcoscenici di nuova
attrezzatura e dotati di tutti i
nuovi mezzi tecnici perché ogni
rappresentazione possa diventare
anche spettacolo, piú proprio e
non meno attraente di quello a
cui la cinematografia ha ormai
abituato il pubblico.
Gli studiosi della scenotecnica
hanno qui un vastissimo campo
aperto alle loro proposte e ai
loro disegni. Ed è sperabile che
sia definita la questione che da
tempo si dibatte, se il teatro
sia fatto per offrire uno
spettacolo in cui l'opera
d'arte, la creazione del poeta
entri come uno dei tanti
elementi in mano e al comando
d'un regista, a pari
dell'apparato scenico e del
giunco delle luci e di quello
degli attori, o se invece tutti
questi elementi e l'opera
unificatrice dello stesso
regista, creatore responsabile
soltanto dello spettacolo, non
debbano essere adoperati a dar
vita all'opera d'arte che tutti
li comprende e senza la quale
ciascuno per se stesso, sera per
sera, non avrebbe ragion
d'essere: quella vita, intendo,
inviolabile perché coerente in
ogni punto a se stessa che
l'opera d'arte vuole avere per
sé e che perciò non dovrebbe
essere ad arbitrio del regista
alterare né tanto meno
manomettere.
L'opera d'arte è quella che
resta, anche se nel tempo vive
nel momentaneo spettacolo che se
ne dà nei teatri. E, tra tutti
gli altri spettacoli che possono
per un momento entrare nella
vita del popolo, il teatro è
quello che ne assomma e
rispecchia piú intimamente i
valori morali: il teatro è
quello che resta. Dando voce a
sentimenti e pensieri,
evidentissimi nel vivo giunco
delle passioni rappresentate e
che, per la natura stessa di
questa forma d'arte, debbono
esser posti in termini quanto
mai chiari e fermi, il teatro
propone quasi a vero e proprio
giudizio pubblico le azioni
umane quali veramente sono,
nella realtà schietta e eterna
che la fantasia dei poeti crea
ad esempio e ammonimento della
vita naturale cotidiana e
confusa: libero e umano giudizio
che efficacemente richiama le
coscienze degli stessi giudici a
una vita morale sempre piú alta
e esigente. Tutti i tempi della
storia umana ci hanno tramandato
un teatro, vivo ora in un popolo
ora in un altro, e sempre questo
teatro segna un grande momento
della vita di questi popoli.
Patrimonio sacro e monumentale,
a cui tanti Stati, dai piú
grandi ai piú piccoli, hanno già
sentito il dovere d'apprestare
le sedi che possano accoglierlo,
non come un museo di statue
inerti, ma in cui le opere
d'arte piú degne possano ancora
e sempre aver vita e le nuove
che per avventura siano create
anch'esse possano vivere fuori
di tutte quelle avverse
condizioni precarie del momento.
Per la prima volta si avrà in
questo Convegno una notizia
compiuta e precisa di tutte le
provvidenze con cui i varii
Stati d'Europa hanno assicurato
o cercato d'assicurare le sorti
dei loro teatri nazionali. Di
non poco giovamento reciproco
saranno certo i confronti che i
rappresentanti dei varii
organismi statali potranno fare
sui dati forniti dalle
relazioni, e cosí potrà esser
proficua la somma delle altrui
esperienze a quei Paesi in cui
un teatro di Stato non sia
ancora sorto, l'informazione sui
programmi e lo studio da farne,
le trattative per gli scambi tra
i varii teatri nazionali, le
aspirazioni a perfezionamenti
nella legislazione di essi come
s'intravedono da parecchie
relazioni.
Anche occupandoci con sereno
animo di studiosi nella
trattazione dei temi proposti e
addentrandoci in questioni
tecniche o pratiche, avremo
sempre di mira che i nostri
lavori serviranno a tener desto
il culto e a sostenere le sorti
di questa che i Greci
considerarono la suprema e piú
matura espressione dell'arte: il
Teatro.
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