Tanto è vero questo, che ormai,
a tanta distanza di tempo,
l’opera vive intera e perfetta,
in tutti i suoi elementi, che
sono tutti proprii e proprio
suoi - unici - i quali tra sé si
tengono a vicenda
meravigliosamente e a vicenda
cooperano a formare un corpo
vivo, senza che per nessuna
parte di essa si possa pensare
che sia cosí, non perché cosí
dovesse essere e non potesse
altrimenti, ma per ubbidire a
quei canoni, che nessuno ormai
sta piú a pensar neanche quali
fossero, della scuola verista, i
quali cosí la volevano pur
potendo essere forse, senza
questa scuola, in altro modo.
Dov’erano estrinseche necessità
naturali dell’opera stessa,
leggi vitali, imprescindibili
correlazioni organiche, la
critica non seppe vedere che le
norme esteriori di quella
scuola, i modi d’una tecnica
appresa, e s’appassionò a
discuterli, traendo anche il
Verga dal suo austero silenzio a
parlar di metodi e di
distinzioni teoriche tra essi, e
a difendere quello verista come
se l’opera della sua maturità
fosse quella che era perché egli
aveva seguito quel metodo e non
perché essa in sé e per se
stessa cosí si fosse voluta,
senz’altro fine che di seguire
la propria legge vitale.
Potrà forse interessare la
testimonianza diretta d’uno come
me, che da giovine si trovò
presente a quelle appassionate
discussioni e che anzi in un
certo senso vi prese parte
manifestando opinioni in
contrasto, perché già ai giovani
succeduti a quelle prime
generazioni di scrittori
contemporanei certe vedute
estetiche si erano aperte, non
chiare ai predecessori ancora
impigliati in vedute storiche,
in concetti di evoluzione di
forma e di forme letterarie.
Interessare non tanto per cose
che io abbia da dire, che non
siano già note a chi conosca la
storia delle ultime nostre
vicende letterarie; ma perché mi
trovai accanto, in quegli anni,
anzi nella intimità della piú
cordiale amicizia con uno che
quella scuola e quel metodo, e
la ragione, anzi - secondo lui -
la necessità d’adottarli per
tentare una narrazione, non piú
storica, ma contemporanea, e i
frutti che essi diedero in
Francia e poi in Italia, e
segnatamente l’opera di Giovanni
Verga, suo amico fraterno e
compagno di lavoro, difese
strenuamente e infaticabilmelite:
Luigi Capuana.
Voglio ricordarlo, non per il
suo valore e per le sue
benemerenze di critico come oggi
si fa comunemente, non so con
quanta coerenza, se quei suoi
lumi critici, mentre sono lodati
per il bene che fecero
rischiarando il cammino
dell’arte al suo grande compagno
di lavoro, son poi denunziati
come prima radice del suo
fallimento di scrittore; ma al
contrario, per dire delle
deficienze della sua critica e
del valore della sua arte,
tutt’a un tratto dai critici
negato, oggi appunto che non si
può esaltar l’opera e l’arte di
Giovanni Verga, senza abbassar
quella di Luigi Capuana.
È una grande ingiustizia e una
grande amarezza.
Nella sua confessione a Neera «Com’io
divenni novelliere» il
Capuana disse le ragioni per
cui, volendo fare una narrazione
di vicende e di passioni non del
passato ma del presente,
credette imprescindibile, in
mancanza di modelli paesani,
rivolgersi alla Francia, ove le
due forme del romanzo e della
novella, dopo lunga
elaborazione, avevano dato gli
ultimi esemplari. Parlò spesso
delle tormentose ricerche di una
«prosa viva, efficace, adatta a
rendere tutte le quasi
impercettibili sfumature del
pensiero moderno». Fino
all’ultimo s’affannò a sostenere
la cosí detta impersonalità
nella narrazione e l’oggettività
nell’arte narrativa.
Il Verga che nel romanzo
giovanile I carbonari della
montagna e nelle Storie del
Castello di Trezza
segue ancora le vecchie forme
narrative romantiche di casa
nostra, che seguirà poi fino al
romanzo Eros le stesse
forme, ma rammodernate, secondo
il gusto e il tono d’una certa
moda letteraria francese, fa sue
infine le idee e suoi i
propositi teorici del Capuana.
Ora, parlare, come fa questi di
tradizioni in arte, come di
qualche cosa da cui l’opera
d’arte dipenda e senza la quale
sia, se non proprio impossibile,
difficilissimo ch’essa nasca, è
- come si fa di solito - porre
male una questione, che va posta
e - per conseguenza - risolta
altrimenti. Non è da parlarne
cosí, perché ogni vera opera
d’arte è e dev’essere «unica» e
dunque senza modelli. Non esiste
per se stessa, in astratto, una
forma «romanzo» o una forma
«novella» che da sé, qua o là, e
qua meno e là piú, si evolvano;
bensí quei tali romanzi,
quelle tali novelle
ciascuno e ciascuna con la sua
forma propria, da non potersi
confondere con altre, se
veramente son opere d’arte.
Considerando per sé le forme e
indicando i modelli e
prescrivendo le regole e il
metodo con cui quelle narrazioni
dovevano esser condotte, si
veniva a cader nello stesso
errore intellettualistico della
retorica, che consisteva appunto
in questo, come anche nella
ricerca esteriore
dell’espressione, quasi che il
linguaggio fosse qualcosa da
prender da fuori per rendere ciò
che ci sta dentro e non qualcosa
che si formi in noi col pensiero
stesso e che è anzi il pensiero
stesso che si vede in noi chiaro
in tutte le sue parti; e quasi
che, del resto, benché adoperata
in una narrazione mista, noi non
avessimo di già in casa nostra,
con tutto il tormento di una
triplice elaborazione, l’esempio
di una prosa viva, efficace,
adatta a rendere le piú lievi e
riposte pieghe della passione e
del pensiero nei Promessi
Sposi del Manzoni. La
questione infine dell’impersonalità
o dell’oggettivismo nell’arte
narrativa non ci voleva molto a
vedere che si riduceva tutta a
nient’altro che a un diverso
atteggiamento dello spirito
nell’atto della
rappresentazione, poiché l’arte,
come coscienza del soggetto, non
può esser mai oggettiva se non a
patto di porre ciò che è
creazione nostra, fuori di noi,
come se non fosse appunto
nostra, ma una realtà per sé,
che noi dovessimo solamente
ritrarre con fedeltà,
senz’affatto mostrare di
parteciparvi, da spettatori
diligenti e spassionati.
In fondo, il Capuana cadde, come
tutti i teorici del naturalismo,
per mancanza di discernimento
estetico, nello stesso errore,
per cui il Manzoni doveva
condannare il suo capolavoro;
con la sola differenza che il
Manzoni aberrò esteticamente per
uno scrupolo verso la Storia, il
Capuana e i naturalisti per lo
scrupolo della Scienza qual’era
intesa ai loro giorni; ma non
per sostenere che si doveva far
cosí.
Mostrare o non mostrare
coscienza della propria
creazione: è tutto qui:
atteggiarsi liricamente, cioè
attraverso gli elementi
soggettivi dello spirito, il
sentimento e la volontà; o
atteggiarsi storicamente, cioè
attraverso l’elemento oggettivo:
l’intelletto. L’opera d’arte
perfetta è rarissima, perché
assai di raro avviene che tutto
lo spirito nei suoi varii
elementi, accordati all’unisono,
lavori, senza il prevalere di
questo su quello, come sempre
avviene in un tempo o
nell’altro, per azioni e
reazioni improvvise. E sempre,
difatti, dietro o accanto a ogni
movimento letterario abbiamo un
diverso orientarsi del pensiero
filosofico; e come per reazione
all’intellettualismo, che ebbe
la sua poetica nel classicismo,
irrompono i due elementi
soggettivi conculcati, il
sentimento e la volontà
naturalmente disordinati e quasi
ciechi, perché ribelli a ogni
lume d’intelletto, elementi che
avranno la loro poetica nel
romanticismo; cosí piú tardi,
per reazione all’idealismo
romantico avremo il materialismo
e il positivismo sperimentale
che troveranno la loro poetica
nel naturalismo letterario, che
si propone di darci «documenti
umani» e «pezzi di vita» e di
annegare l’arte nella scienza.
Avremo reazione anche a questo;
e per meno - in un certo senso
-il Fogazzaro, e per assai piú
in altro senso il D’Annunzio
vogliono essere, piú che in
realtà non siano, i campioni di
questa reazione. E ora si
ritorna, sazii e stanchi di
forme concluse e troppo sonore,
ai frammenti puri, ai «pezzi di
vita»; si ritorna umiliati alla
grande arte del Verga, il quale
per sua ventura ebbe per queste
cose scarso intelletto e si
valse di quello del Capuana solo
per quel tanto che gli occorse a
veder chiara tutta quella
solidità elementare, che il
sentimento originario della sua
terra gli poneva, e facendo che
ad essa la sua volontà
ritemprata, potente e schietta,
aderisse perfettamente.
Nocque senza dubbio il troppo
intelletto al Capuana; troppo
esso, e spesso, gli fece - per
dir cosí - meccanizzare quegli
elementi del tempo che dovevano
per necessità naturale
condizionare cosí la sua coltura
come la sua opera; ma non di
rado egli, anche dimenticando
tutta la sua critica, e
abbandonandosi intero alla tanta
vita ch’era in lui, creò cose
che non passeranno: tante delle
novelle paesane, pagine di pura
bellezza nel Marchese di
Roccaverdina e in Profumo.
Non è possibile a tutti ritrarsi
a tempo dal lavoro, che ha
stancato la mente e la mano;
premono dure necessità e
costringono alla fretta senza
piú quella libertà e quella
serenità di cui l’arte non può
fare a meno. È ingiusto giudicar
da questo lavoro soltanto, piú
noto perché piú recente, uno
scrittore, dimenticando quel che
egli nel suo miglior tempo ci
diede.
Toccò invece a Giovanni Verga, e
meritamente, la stessa
invidiabile sorte dell’altro
nostro sommo scrittore, che poco
fa ho nominato, e a cui anche
per questo può star vicino,
oltre che per certe qualità
intrinseche dell’arte e per la
simpatia per gli umili: la
stessa invidiabile sorte
d’Alessandro Manzoni; cioè:
superstite alla sua opera di
scrittore, poter esser sicuro
della vita imperitura di essa,
dopo averla saggiata al paragone
d’un lungo silenzio.
Inizio pagina
Silenzio non soltanto suo, in
quanto egli seppe «col suo
formidabile buon senso compire
l’estrema rinunzia, quella
dell’arte, quando s’accorse di
non potersi piú superare»; ma
silenzio anche del tempo nella
sua opera, che come fuoco sicuro
e inestinguibile ha potuto
covare a lungo sotto la cenere
di tant’altre ambizioni che
superbamente le s’eran fatte
sopra, vampando.
Qualcuno ha voluto vedere la
ragione della non larga
risonanza di quest’opera negli
animi dei lettori, nell’assenza
da essa d’un contenuto
ideologico, o comunque
spirituale, affettivo dello
scrittore, che desse facile e
abbondante materia di
discussione alla critica e
destasse e stuzzicasse curiosità
e interessi extra artistici nei
lettori, come è avvenuto ad
esempio per il Fogazzaro o per
il Pascoli o per il D’Annunzio.
Ora questo può esser vero solo
in parte. Prima di tutto perché
qualunque opera d’arte può
sempre dal pensiero riflesso,
cioè dalla critica esser risolta
in un rapporto logico, per
trarne regole di vita e materia
di discussioni, che non han
nulla da vedere con l’arte,
perché riguardano appunto il
contenuto, la materia della
costruzione fantastica e non
questa costruzione che è la sola
che importi. Se in Verga non è
mai ostentato, non appar mai di
fuori, è riassorbito tutto nella
forma, non per questo la critica
non poteva desumerlo da tutti
gli atteggiamenti di questa
forma, sia rispetto ai
personaggi per quanto
elementari, sia rispetto alle
cose rappresentate per farlo
oggetto (come fece del resto)
di. discussioni - riguardo
all’arte - oziose: la concezione
dei vinti; l’anima di essi;
tutta la morale sociale, che il
Verga attinse, ideologicamente,
al positivismo, come
naturalista: la lotta per
l’esistenza, implacabile,
dapprima intesa nel senso piú
materiale, poi a mano a mano
complicata di bisogni superiori.
Piú che in tutti gli altri,
anzi, nel Verga c’erano segreti
da scoprire in questo senso.
Tutto patente, negli altri;
tutto da scoprire, nel Verga;
attraverso la sua
«impersonalità», non volendo o
non sapendo il critico, tanto
per il Verga quanto per gli
altri scrittori, restar nei
limiti del suo vero e difficile
compito: risolvere cioè
solamente il problema artistico:
dati questi e questi materiali
costruttivi; ecco la
costruzione; esaminarla.
Mostrare di rappresentare da
spettatore spassionato un mondo
di povero gusto e di povere
cose, vuol dire proprio
appassionarsi di tutto e di
tutti, anche dei minimi
contrarii, e anzi tanto degli
uni quanto degli altri; e quel
che appare semplice à il piú
complesso che si possa
immaginare, perché colto nella
sintesi di certi atti immediati,
che per essere intesi come il
Verga li intende tutti
«umanamente» e non come atti di
bruti, presuppongono un intenso
e sagace lavorio interno
d’analisi, taciuto e non
ostentato, come il Verga stesso
ebbe a osservare parlando dei
narratori della scuola
psicologica.
La ragione è un’altra: la
ragione è in una grande, o
piuttosto, prestigiosa avventura
letteraria, che prese tutt’a un
tratto e tenne per tanto tempo
gli animi in un abbaglio
fascinoso: quella d’un uomo
adatto e magnifico, nato per
l’avventura, cosí nell’arte come
nella vita, e in una tal
confusione d’arte e di vita da
non potersi dire quanta della
sua vita sia nella sua arte,
quanta della sua arte nella sua
vita; una tal confusione
salvando nel solo modo con cui
era possibile salvarla, cioè in
apparenza, da fuori, sotto il
lussuoso paludamento d’una
continua letteratura. Ho detto
Gabriele d’Annunzio.
Giovanni Verga è il piú
«antiletterario» degli
scrittori; il D’Annunzio è tutto
letteratura, anche là dove
l’esperta e istrutta, acutissima
sensibilità riesce a farlo
veramente vivo: noi sentiamo
sempre che è «troppo» anche là,
e che questo troppo gli è dato
dalla letteratura, la quale ha
arricchito col piú dovizioso
ausilio verbale, raffinandolo
fin quasi a renderlo anormale,
il nativo acume dei suoi sensi
vivi.
Non era possibile che in un
tempo pieno (e in principio,
anzi, tutto quanto
grottescamente echeggiante) di
questa avventura letteraria,
avesse se non una mediocre
risonanza nell’animo dei lettori
l’opera e l’arte di Giovanni
Verga, che è la piú antitetica
che si possa dare. Là tutto il
volubile delle opportunità
propizie; qua la statica
monotonia d’uno scoraggiamento
disperato e rassegnato; là la
pomposa opulenza non solo d’una
prosa tutta tumida polpa con
sapienza truccata, ma anche
opulenza materiale di cose
rappresentate, perché e ville e
ozii e smanie e superbi orgogli
di signori; qua asciutta
magrezza d’ossatura e povertà
nuda di parole e di cose, la
piazza sempre quella e le
vecchie case d’un umile
villaggio, il mare (ma non il
poetico, divino mare) il mare
avaro e crudele dei pescatori,
deserte campagne infestate dalla
malaria, gli stenti, i bisogni,
le passioni chiuse, originarie e
sospettose di un’infima gente
che vuol salire, o che è già
salita e n’ha l’affanno che le
vieta non solo il riposo, ma
ogni consolazione. Là, insomma,
per aprire davanti a noi in una
piú vasta veduta letteraria due
lineamenti ben distinti e quasi
paralleli lungo tutto il cammino
della nostra storia artistica,
là uno stile di parole, qua uno
stile di cose. Li abbiamo fin
dagli inizii della nostra
letteratura questi due stili
opposti: Dante e Petrarca, e
possiamo seguirli a mano a mano
fino a noi, Machiavelli e
Guicciardini, l’Ariosto e il
Tasso, il Manzoni e il Monti, il
Verga e il D’Annunzio. Negli uni
la parola che none la cosa e per
parola non vuol valere se non in
quanto esprime la cosa, per modo
che tra la cosa e il lettore che
deve vederla, essa, come parola,
sparisca, e stia lí, non parola,
ma la cosa stessa. Negli altri,
la cosa che non tanto vale per
sé quanto per come è detta, e
appar sempre il letterato che vi
vuol far vedere com’è bravo a
dirvela, anche quando non si
scopra. E lí, dunque, una
costruzione da dentro, le cose
che nascono e vi si pongono
innanzi sí che voi ci camminate
in mezzo, vi respirate, le
toccate: terra, pietre, carne,
quegli occhi, quelle foglie,
quell’acqua; e qua una
costruzione da fuori, le parole
dei repertorii linguistici e le
frasi che vi sanno dir queste
cose, e che alla fine, poiché ci
sentite la bravura, vi saziano e
vi stancano.
Guardate bene a queste due
discendenze, o famiglie, o
categorie di scrittori, per ciò
che riguarda la famosa, eterna
questione della lingua, veduta
come s’è vista sempre,
esteriormente e non come
creazione. Negli uni è la
lingua, come vive scritta:
«letteraria». Negli altri tutti,
un sapore idiotico, dialettale,
a cominciar da Dante, che nei
dialetti appunto, e non in
questo o in quello, vedeva
risiedere il volgare. E tutta la
pompa piú doviziosa della lingua
è in D’Annunzio; e dialettale è
il Verga.
Dialettale? Sí. Ma come è
proprio, volendo fare arte e non
letteratura, che si sia
dialettali in una nazione che
vive soltanto, propriamente,
della varia vita, e dunque nel
vario linguaggio delle sue molte
regioni. Questa «dialettalità»
del Verga è una vera creazione
di forma, da non considerare
perciò al modo usato, cioè come
«questione di lingua», notandone
lo stampo sintattico, spesso
prettamente siciliano, e tutti
gli idiotismi.
Qui idiotico vuol dire
«proprio». La vita d’una regione
nella realtà che il Verga le
diede, cioè com’egli la sentí,
come la vide, come in lui si
atteggiò e si mosse, vale a dire
come su lui si volle, non poteva
esprimersi altrimenti: quella
lingua è la sua stessa
creazione. E non è colpa degli
scrittori italiani, né povertà,
ma anzi ricchezza per la loro
letteratura, se essi «creano la
regione». Nazione da noi vuol
dire o volgarità meccanica e
stereotipata di stile
burocratico e scolastico, o
astratta verbosità di lingua
letteraria e retorica: quello
che sempre, se pure in prima
musicalmente piace, alla fine
sazia e stanca.
E il ritorno al Verga,
inevitabile, è infatti ora dei
giovani sazii e stanchi di
quella troppa letteratura. E ne
godo io -radicalmente diverso -
che mi trovai solo in mezzo a
quell’avventura a rider degli
avanzi sfortunati di ciò che a
volte parve 1’impazzimento d’uno
sconcio carnevale; io freddo e
sordo e duro, non fatto per star
nelle grazie né di me stesso né
di nessuno. Doveva avvenire.
Perché la vita o si vive o si
scrive. Dove non c’è la cosa, ma
le parole che la dicono; dove
vogliamo esser noi per come le
diciamo, c’è, non la creazione,
ma la letteratura, e anche
letterariamente, non l’arte ma
l’avventura, una bella
avventura, che si vuol vivere
scrivendola o che si vive per
scriverla.
Inizio pagina
E ne è esempio lo stesso Verga
giovane nella sua prima opera,
che è appunto lo sfogo delle sue
sentimentalità romantiche e
sensuali; mondo composto
esteriormente e - ciò che può
sembrare un paradosso - fuori
d’ogni sentimento diretto, non
perché questo sentimento non
fosse allora vero e suo, anzi
perché lo era troppo e non
riusciva a investir da dentro
una realtà, che voleva esser
veduta, cioè posta fuori in un
personaggio, in quel personaggio
appunto della sua aspirazione
romanzesca, suscitata e
rinsaldata dalla lettura di
certi romanzi francesi. C’era
insomma l’ambizione di viverli,
questi romanzi, scrivendoli, e
non poteva seguirne che
l’artificio: il torbido di
quelle aspirazioni, facendo
impeto al filtro dell’arte e
ingorgandosi, non riusciva a
purificarsi. Ma fu un’esperienza
necessaria per la sua natura
appassionata, che tentava
d’incarnarsi nell’arte, che
cercava il suo romanzo, e
cominciava col foggiarselo
artificialmente, campato in
aspirazioni di gusto francese.
Tutte queste scorie romantiche
bisognava che bruciassero,
perché l’oro poi riuscisse a
colar puro; bisognava che il
Verga arrivasse a questa
conclusione della sua opera
giovanile, che si legge nel
romanzo Eros: «Tutta la scienza
della vita sta nel semplificare
le umane passioni, e nel ridurle
alle proporzioni naturali». Vale
a dire nel poco da scavare in
profondo, perché la quercia
tanto piú si radichi quanto piú
alta e ferrigna si leverà nel
sole, anziché nel vasto da
coltivar superficialmente perché
vi spuntino appena piante d’una
sola stagione. Bisognava,
insomma, che il fuoco dell’arte
- bruciate queste scorie -
investisse in lui;, nel
profondo, una materia viva.
Qual’è nel Verga questa materia
viva?
È troppo vago dire, come è stato
detto, la passione, e riassumere
l’uomo Verga, quale forse è,
quale, a ogni modo, vien fuori
dalla sua opera, in queste note:
«Siciliano triste, appassionato,
austero, che nella realtà vede
il mondo quale esso è, e si
spiega che non può esser diverso
da quello che è, e mentre soffre
della realtà, tosto ne riconosce
la razionalità, la sua
malinconica fatalità».
Siciliano triste - va bene.
Tutti i siciliani in fondo sono
tristi, perché hanno quasi tutti
un senso tragico della vita, e
anche quasi una istintiva paura
di essa oltre quel breve ambito
del covo, ove si senton sicuri e
si tengono appartati; per cui
son tratti a contentarsi del
poco, purché dia loro sicurezza.
Avvertono con diffidenza il
contrasto tra il loro animo
chiuso e la natura intorno,
aperta, chiara di sole, e piú si
chiudono in sé, perché di
quest’aperto, che da ogni parte
è il mare che li isola, cioè che
li taglia fuori e li fa soli,
diffidano, e ognuno è e si fa
isola a sé, e da sé si gode, ma
appena, se l’ha, la sua poca
gioia, da sé, taciturno e senza
cercar conforti, si soffre il
suo dolore spesso disperato. Ma
ci son di quelli che evadono; di
quelli che passano non solo
materialmente il mare, ma che,
bravando quell’istintiva paura,
si tolgono (o credono di
togliersi) da quel loro poco e
profondo che li fa isole a sé, e
vanno ambiziosi di vita ove una
loro certa fantastica sensualità
li porta, spassionandosi, o
piuttosto soffocando e tradendo
la loro vera, riposta passione,
con quella ambizione di vita
effimera. Il Verga, giovine, fu
uno di questi; e dunque non
veramente appassionato in
principio e neanche austero.
Austero, anzi, propriamente, o
meglio, in un certo senso
moralistico, non sarà mai, né
per quel che pensa della vita né
per quel che sente, come ognuno
che veda e scusi le opposte
passioni e riconosca sempre le
ragioni degli altri.
Non ha poi senso il dire «nella
realtà egli vede il mondo quale
esso è, e si spiega che non può
essere diverso da quello che è».
Il mondo non è per se stesso in
nessuna realtà, se non gliela
diamo noi; e dunque, poiché
gliel’abbiamo data noi, è
naturale che ci spieghiamo che
non possa esser diverso.
Bisognerebbe diffidar di noi
stessi, della realtà del mondo
posta da noi. Per sua fortuna il
Verga non ne diffida se si
spiega che il mondo non può
esser diverso da quello che è. E
dunque il Verga non è, né può
essere, nel senso vero e proprio
della parola, un umorista.
Bisogna intendersi bene su tutto
questo.
Non solo per l’artista, ma non
esiste per nessuno una
rappresentazione, sia creata
dall’arte o sia comunque quella
che tutti ci facciamo di noi
stessi e degli altri e della
vita, che si possa credere «una
realtà». Sono in fondo una
medesima illusione quella
dell’arte e quella che
comunemente a noi tutti viene
dai nostri sensi.
Pur non di meno, noi chiamiamo
«vera» quella dei nostri sensi,
e «finta» quella dell’arte.
Ma se ben guardiamo, tra l’una e
l’altra non è mai però questione
di «realtà», bensí di «volontà»
e solo in quanto la finzione
dell’arte è sempre «voluta» -
voluta non nel senso che sia
procacciata con la volontà per
un fine estraneo a se stessa; ma
voluta per sé e per sé amata,
«disinteressatamente»; mentre
quella dei sensi non sta a noi
volerla o non volerla: si ha,
come e in quanto si hanno i
sensi. E quella, dunque, è
libera; e questa, no. E l’una è
dunque immagine o forma di
sensazioni; mentre l’altra -
quella dell’arte - è creazione
di forma.
Il fatto estetico,
effettivamente, comincia solo
quando una rappresentazione
acquisti in noi «per se stessa»
una volontà, cioè quando essa in
sé e per se stessa «si voglia»,
provocando per questo solo
fatto, «che si vuole», il
movimento atto a effettuarla
fuori di noi. Se la
rappresentazione non ha in sé
questa volontà, che è - come
abbiamo detto - il movimento
stesso dell’immagine, essa è
soltanto un fatto psichico
comune: l’immagine non voluta
per se stessa; fatto
spirituale-meccanico, in quanto
non sta a noi, ripeto, volerla o
non volerla; ma che si ha in
quanto risponde in noi a una
sensazione.
Abbiamo tutti, chi piú chi meno,
una volontà che provoca in noi
quei movimenti atti a creare la
nostra propria vita. Questa
creazione che ciàscuno fa di sé
a se stesso, ha anch’essa
bisogno, in maggiore o minor
grado, di tutte le funzioni e
attività dello spirito, cioè
d’intelletto e di fantasia,
oltre che di volontà; echi piú
neha piú ne mette in opera, e
riesce a creare a se stesso una
piú alta e vasta e forte vita.
La differenza tra questa
creazione e quella dell’arte è
solo in questo (che fa appunto
comunissima l’una e non comune
l’altra); che quella è
«interessata» e questa
«disinteressata», il che vuol
dire che l’una ha un fine di
pratica utilità, l’altra non ha
alcun fine che in se stessa;
l’una è voluta per qualche cosa,
l’altra si vuole per se stessa.
E una prova di questo si può
avere nella frase che ciascuno
di noi suol ripetere ogni qual
volta, per disgrazia, contro
ogni nostra aspettativa, il
proprio fine pratico, i proprii
interessi siano stati frustrati:
«Ho lavorato per amore
dell’arte». E il tono con cui si
ripete questa frase ci spiega la
ragione per cui la maggioranza
degli uomini, che lavorano per
fini di pratica utilità e che
non intendono la volontà
disinteressata, suol chiamare
matti i poeti veri, quelli cioè
in cui la rappresentazione si
vuole per se stessa, senz’altro
fine che in se medesima, e tale
essi la vogliono, quale essa si
vuole.
In questo totale disinteresse, e
non in altro può consistere la
impersonalità dello scrittore
nella realtà da lui creata. In
tutto il resto è lui, sempre,
per forza, e tanto piú, starei
per dire, quanto meno si scopre.
Perché realtà non esiste se non
nei sentimenti che ce la
compongono. La vivremmo
ciecamente, se a ciascuno il
lume dell’intelletto, o piú o
meno, secondo i casi e i
temperamenti, non ce la
rischiarasse. Composta dai
nostri sentimenti - com’ha
bisogno dell’intelletto per
esser veduta - cosí della
volontà per muoversi in noi, per
noi e con noi.
L’arte è arte, perché ciò che è
realtà, vale a dire appunto
questa composizione dei nostri
sentimenti, rischiarata dal
nostro intelletto e mossa dalla
nostra volontà, cosa
infinitamente varia e
continuamente mutevole,
condizionata sempre nella sua
molteplicità (e appunto perché
molteplice) di spazio e di tempo
- è fissata per sempre dalla
fantasia in un momento o in piú
momenti essenziali, fuori di
questo molteplice (e dunque
dello spazio e del tempo) -
eterna e una - ma non
nell’assoluto di un’astrazione,
bensí eterna perché di tutti i
tempi, ed una perché quella,
che ha vita nel consenso di
tutti e in tutti, naturalmente,
in un suo particolar modo:
liberata da tutto ciò che è
comune, ovvio, caduco, da tutti
quegli ostacoli che, nella
creazione della nostra propria
vita, spesso ci distraggono, ci
arrestano, ci deformano.
Non bisogna dunque dire che uno
scrittore, quale il Capuana lo
voleva, quale per lui era il
Verga, e poteva anche essere
ogni altro scrittore al pari di
lui impersonale, il Flaubert, lo
Zola, il Maupassant, il Capuana
stesso, «veda il mondo qual’esso
è nella realtà e si
spieghi che non può esser
diverso da quello che è» - ma
bisogna invece vedere quali
sentimenti pongano a questo o a
quello scrittore, al Verga nel
caso nostro, la sua realtà, la
realtà del suo mondo, con quale
intelletto egli se la rischiari,
con quale volontà la muova.
Il Verga quale naturalmente si
condiziona nella storia del suo
tempo, cioè per quel suo
particolar modo di essere come
poteva e doveva generarsi in lui
nel suo tempo e col suo tempo,
non ha una fede attiva, una
norma direttiva nella vita, e
non la cerca nemmeno, perché
crede che non ci sia. Ce l’ha in
fondo, nascosta; ma è per il
sentimento - e dunque oscura -
non per il pensiero. La norma
affettiva: degli affetti
immediati: la famiglia, la sua
terra, i costumi della sua
gente, gli interessi, le
passioni di essa. E qui
soltanto, difatti, egli riesce a
porre a se stesso una realtà.
Non crea, dunque,
ideologicamente, un mondo, non
riesce cioè a ordinarlo secondo
una sua idea, da fuori, in una
realtà ch’egli possa o sappia
dargli superandolo, cioè a dire
superandosi. Lo accetta in
quella realtà oscura che a volta
a volta gli pone il suo
sentimento, da dentro, e dice
che essa è cosí, perché è cosí.
E per forza il sentimento in
questo suo porsi a caso e senza
lume, s’intristisce sempre piú e
si logora a mano a mano, come un
meccanismo governato da
un’angosciosa fatalità. Egli
rappresenta il consistere quasi
fatale di questi sentimenti in
realtà che non possono esser che
quelle, perché il sentimento è
questo ed è cosí - cosí triste!
cosí implacabilmente triste!
Rileggete Vita dei campi
e Novelle rusticane,
rileggete Per le vie e
Vagabondaggio, I
Malavoglia e Mastro don
Gesualdo. Eppure parve al
Verga che le irrequietudini del
pensiero vagabondo potessero
addormentarsi dolcemente in lui
«nella pace serena di sentimenti
miti, semplici, che si succedono
calmi e inalterati di
generazione in generazione»,
considerando come cose
seriissime e rispettabilissime
il tenace attaccamento d’una
povera gente allo scoglio sul
quale la fortuna li lasciò
cadere, la rassegnazione
coraggiosa a una vita di stenti,
la religione della famiglia, che
si riverbera sul mestiere, sulla
casa e sui sassi che la
circondano. Troppo egli, e
invano, cercò di scorgere entro
al turbine della fatua vita
cittadina, di là dal mare, e gli
parve alfine di leggere una
fatale necessità nelle tenaci
affezioni dei deboli,
nell’istinto che hanno i piccoli
di stringersi fra loro per
resistere alle tempeste della
vita, e cercò di decifrare il
dramma modesto e ignoto che
sgomina gli attori plebei del
suo capolavoro: I Malavoglia;
un dramma il cui nodo, come egli
stesso dice, consiste in questo:
«che, allorquando uno di quei
piccoli vuole staccarsi dal
gruppo per vaghezza dell’ignoto,
o per brama di meglio, o per
curiosità di conoscere il mondo,
il mondo da pesce vorace com’è,
se lo ingoja, e i suoi prossimi
con lui». Questo è il pensiero
che fa lume al suo sentimento.
Un ben triste lume. E il
sentimento che è d’amore per
quegli umili, per quei deboli,
per quelle povere cose, diventa
per forza, a quel lume,
passione, e la passione
tormento. Altro che dolce
addormentarsi! altro che pace
serena! altro che sentimenti
miti e semplici in calme vicende
inalterate di generazione in
generazione! E un mondo, un
povero mondo di bisogni primi,
di primi affetti, intimi,
originarii, nudi, e di nude
cose, di semplicità elementare,
in preda a una necessità fatale.
Egli per il primo ne soffre, ma
subito quel lume gli fa
riconoscere che non può esser
che cosí e non c’è via di scampo
in altra realtà che potrebbe
esser diversa, a guardarla da un
altro lato ó da sopra, o facendo
che il sentimento dei
personaggi, a volte, si
rimirasse anche di sfuggita
nello specchio d’una riflessione
estranea, cioè dello stesso
scrittore, come avviene spesso
in Manzoni. No; egli la guarda
sempre, sempre da dentro, con
gli occhi dei suoi stessi
personaggi, in una
immedesimazione continua: e la
realtà è quella sola, quale la
pongono i sentimenti di quei
personaggi, implacabilmente,
inesorabilmente quella. Non che
qualche volta non sia comica o
non s’ironizzi per dir cosí da
sé, nei commenti degli altri
attori della scena o nei
contrasti, spesso crudeli, anche
se goffi, della vita provinciale
o di campagna. Ma incombe sempre
anche qui quella necessità
fatale, che rende perciò
malinconica l’ironia e triste la
goffaggine, come in Malaria,
come nel Reverendo, come in
Cos’è il Re, o in Libertà
o in Don Licciu Papa, e
qua e là un po’ da per tutto
nelle novelle e nei
Malavoglia e in Mastro
don Gesualdo. Bisogna farsi
una ragione di questa fatalità
incombente, e guaj a chi non se
la fa o non se la vuol fare:
avrà il danno e anche le beffe.
E questa è la rassegnazione
verghiana, che è cosí amara
anch’essa! Non razionalità,
dunque, che dà l’idea d’una
rigidezza meccanica, ma
rassegnazione alla necessità
fatale, che vince tutti, e che
non ammette che qualcuno le si
ribelli.
Piú facile e meno amara, perché
confortata, è questa
rassegnazione se si raccoglie
attorno al focolare domestico,
che per il Verga, come per tutti
i siciliani, è sacro. Morte e
dannazione a chi lo tradisce, a
chi se ne scorda. Tn quasi tutta
l’opera verghiana c’è questo
fulcro sacro, a cui l’autore,
sempre attraverso gli occhi dei
suoi personaggi, guarda con
venerazione, con nostalgia, con
tenerezza, pieno di pietà per
chi non poté averne, per chi
dalle miserie della vita fu
costretto ad allontanarsene o a
perderlo. «A ogni uccello il suo
nido è bello!» Oh i proverbii di
Padron ’Ntoni, per cui gli
uomini son fatti come le dita
della mano! Oh la casa del
Nespolo, indimenticabile! e
tutte le pene per riscattarla,
per poi morirne lontano, in un
albergo dei poveri in città, con
gli occhi sempre alla porta per
vedere se qualcuno entrasse per
portarselo via, là dove, non
potendo piú vivere, voleva
almeno morire! E ciò che forma
la tristezza piú grande di
Mastro don Gesualdo è il suo
morire come un cane nel palazzo
della figlia, lui che per far
la roba non s’era mai dato
un momento di requie!
Ma don Gesualdo Motta non vale
Padron ’Ntoni Malavoglia. Il suo
romanzo si mostra un po’
costruito d’elementi che
visibilmente si riportano
attorno a lui, senza quella
compatta e schietta naturalezza
del primo romanzo, tanto piú
mirabile e quasi prodigiosa, in
quanto non si sa come risulti
cosí fusa attorno a quella casa
del Nespolo tutta la vita di
quel borgo di mare e come venga
fuori senza intreccio e pieno di
tanta passione il romanzo in cui
le vicende sembrano a caso.
E non è da dire che tutto questo
non sia voluto, perché era
nell’aspirazione e dunque
nell’intenzione dello scrittore,
se, dedicando a Salvatore Farina
la novella L’amante di
Gramigna nella Vita dei
campi, scriveva che il
trionfo del romanzo si sarebbe
raggiunto «allorché l’affinità e
la coesione di ogni sua parte
sarà cosí completa che il
processo della creazione rimarrà
un mistero, come lo svolgersi
delle passioni umane; e che
l’armonia delle sue forme sarà
cosí perfetta, la sincerità
della sua realtà cosí evidente,
il suo modo e la sua ragione di
essere cosí necessarie, che la
mano dell’artista rimarrà
assolutamente invisibile, e il
romanzo avrà l’impronta
dell’avvenimento reale e l’opera
d’arte sembrerà essersi fatta
da sé, aver maturato ed
esser sorta spontanea come un
fatto naturale, senza serbare
alcun punto di contatto col suo
autore... ch’essa stia per
ragion propria, pel solo fatto
che è come dev’essere ed è
necessario che sia, palpitante
di vita ed immutabile al pari di
una statua di bronzo, di cui
l’autore abbia avuto il coraggio
divino di eclissarsi e sparire
nella sua opera immortale».
L’aspirazione divenne realtà nei
Malavoglia. Il segreto
del prodigio è nella visione
totale dell’autore, che dà a
quanto appare sparso e a caso
nell’opera quell’intima vitale
unità che non domina mai da
fuori, ma si trasfonde e vive
nei singoli attori del dramma, i
quali, sí, son tanti, ma si
conoscono tutti e ciascuno sa
tutto dell’altro e del piccolo
borgo intende ogni aspetto e
ogni voce, se suona una campana,
da qual chiesa suoni, un grido,
chi ha gridato e perché ha
gridato, legati tutti da ogni
piccola vicenda che si fa subito
comune.
Cosí, da un capo all’altro, per
tanti fili, che non sono di
questo o di quel personaggio, ma
che partono da quella necessità
fatale dominante, l’opera d’arte
si tiene tutta,
meravigliosamente, con quello
scoglio, con quel mare, con
l’antica dirittura solenne di
quel vecchio uomo di mare, in
una primitività quasi omerica,
ma su cui incombe quasi un senso
della fatalità dell’antica
tragedia, se la rovina di uno è
la rovina di tutti, e con
l’ammonimento che ne emana, tra
la pietà sbigottita per la sorte
dei vinti. I vinti! Siamo un po’
tutti noi, sempre, nella
concezione del Verga che, al
lume di quel suo triste
pensiero, si fa veramente
totale.
L’arte di Giovanni Verga
dimostra a chi è tutto in una
superficiale e vivace
sensibilità, che s’offende di
nulla e nulla sopporta e subito
grida e sa farsi valere, che
essa sia in fondo, e da che
provenga, quella che sembra
istintività selvaggia e
inconsulta impulsività. Quando
si ha molto sofferto e tutto
sopportato, basta un nulla, la
goccia proverbiale a far
traboccare il vaso. E allora chi
è abituato a gridare per nulla e
non sopporta nulla, ci accusa di
istintività e di impulsività,
solo perché soffrendo e
sopportando, fino a tanto che
n’eravamo capaci, abbiamo
taciuto, e per quel che pare poi
un punto, un’inezia, un futile
pretesto ma che era proprio il
di piú, ci siamo ribellati: per
forza con animo di vinti - non
dagli altri, vinti - ma dal
nostro stesso sentimento che ha
tutto sopportato e alla fine non
ne ha potuto piú.
Oggi piú che mai è nostra questa
concezione dei vinti che vive
nell’opera immortale del nostro
piú grande scrittore
contemporaneo.
Subiamo il triste destino degli
uomini che han vissuto l’atroce
affanno e il tormento per una
conquista, che non tanto gli
altri quanto i nostri animi
stessi vogliono far vana; non
per viltà, ma perché siamo
abituati a sopportare tutto e
sappiamo soffrire con coraggiosa
rassegnazione. Con cuore
taciturno, entro il poco che ci
è dato, scaviamo in profondo. Ma
bisogna che la misura, per
quanto capace, non si colmi.
Giovanni Verga, certo, non ha
voluto dimostrar questo con la
sua grande arte, per un
proposito estraneo all’arte
stessa; ma questo che emana
dalla realtà viva e dolorosa di
tutta la sua opera, questo che è
il sentimento suo, com’è di noi
e di tutta la gente nostra,
questo lo fa oggi piú che mai
nostro.
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