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Ha visto? Glielo dicevo io? Mi lasci stare! non metta in pubblico il
mio caso! le grideranno che un caso come il mio non s'è mai dato! mi
farà dare dell'imbecille e dello scimunito; e lei sa che non c'è
niente di peggio che le beffe dopo il danno! Vedrà che della mia
imbecillità, della mia scimunitaggine domanderanno conto e ragione a
lei; e le diranno che una fiducia, come quella che ebbi io
nell'onestà di mia moglie e nell'amicizia d'un uomo illustre, non è
credibile; le diranno che una cecità, come quella di cui io ho dato
prova, non è verosimile.
Ma sì! A chi lo dissi? Qualunque
altro scrittore si sarebbe scoraggiato. Lei invece, imperterrito, ha avuto la
faccia tosta di tirare per un atto e mezzo la rappresentazione inconsistente
d'una situazione assurda, di quella situazione assurda nella quale io vivevo
senz'accorgermene, prima che colei che credevo mia figlia mi mettesse sotto il
naso quel tale specchio, che lei in una recente intervista ha chiamato la sua
dannazione. (Già proprio la sua, caro signore! Non quella dei suoi personaggi!
Ma sa che lei è davvero irritante? Non so, vorrei raffigurarmelo come uno di
quei falsi gobbi ammogliati e vestiti con una special cura troppo evidente, che
da piccoli ebbero i bottoni alla schiena; la gobba non pare; ma tutta la cassa
del corpo è da gobbo. Mi fa questa impressione, quando leggo i suoi libri o
assisto alle sue commedie).
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Basta. Non può credere che soddisfazione ho avuto nel leggere nei giornali che
tutta quella rappresentazione in principio e fino alla metà del secondo atto è
apparsa un arruffio d'inutili e superflui particolari (dettagli, li chiama chi
sa scrivere italianamente).[1] Sì, io per me lo so bene: tutto quel preteso
arruffio è l'affannosa costruzione ch'io m'ero fatta per dare a me stesso una
spiegazione del modo con cui gli altri mi trattavano; doveva apparire
inconsistente e arruffata, perché in realtà inconsistente era quella mia
costruzione e complicata per trovare un senso in tutto quell'assurdo in cui
vivevo senza saperlo e che mi spiegavo come potevo, cioè in un modo che agli
altri doveva apparir per forza stranamente ostinato ed esagerato. Non importa!
Sono proprio contento, vorrei dire anzi felice che sia apparso come un difetto
capitale e fondamentale del suo lavoro questa che è invece una chiara e perfetta
verità. |
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[1] Dalla cronaca di Tilgher: «Alla dimostrazione del suo
assunto Pirandello giunge, dunque, soltanto creando attorno a Lori una
situazione terribilmente complicata (e che egli ha complicato ancor più con un
arruffio di inutili e superflui dettagli, che ingombrano tutto il primo atto) ». |
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E con che gioia mi sono stropicciate le mani quando ho letto che i critici
rivolgevano a lei, caro signor Pirandello, in tono d'accusa quelle stesse
domande che io nella sua commedia rivolgo agli altri personaggi, a Palma, a
Salvo Manfroni!
Io, infatti, domando a Palma:
- 'Ma come poté dirti lui (cioè Salvo Manfroni) che tu eri sua figlia? Come ebbe
l'impudenza d'offendere in te tua madre?'
E Palma mi risponde:
- 'Ma me lo disse quando non poteva più offendermi, perché tu gli avevi lasciato
il modo di dimostramelo, ch'era mio padre!'
Palma qui parla come può, come deve in quel momento, con estrema delicatezza; ma
dice tutto. Son passati tanti anni dalla morte della madre, di cui ella del
resto non serba alcun ricordo poiché aveva appena tre anni quando la mamma le
morì; e in tanti anni, ch'io purtroppo lasciai fare da padre al Manfroni, si può
trovare il modo di dirlo, senz'offendere, che uno è padre, dopo averlo per tanto
tempo dimostrato. Ma quand'anche non fosse come dice Palma? Quand'anche Salvo
Manfroni gliel'avesse spiattellato là, con impudenza? Che ci sarebbe in questo
d'innaturale? Sissignori, Salvo Manfroni si sarebbe dimostrato impudente. E con
ciò?
Oh, guardi, guardi... Sto difendendo adesso la sua commedia contro un critico,
signor Pirandello! Sono un ingrato. Dimentico la gioia che quel critico m'ha
procurato. Ma è perché - lei lo avrà capito - mi farebbe anche tanto piacere,
che qualcuno dimostrasse, senza tener conto delle parole di Palma, che Salvo
Manfroni commise allora una vera impudenza.
Andiamo avanti. Un altro appunto
gravissimo d'inverosimiglianza, che ho avuto la gioia di trovar nelle critiche
alla sua commedia, è questo: Come facevano gli altri a credere ch'io sapessi?
come, in tanti anni, vedendomi andare ogni giorno alla tomba di mia moglie, non
riconoscevano di trovarsi di fronte a un imbecille, a uno scimunito?
Che gusto! Lo domandano a lei, caro signor Pirandello, come se io stesso non lo
avessi domandato prima a Palma e poi al Manfroni; ma proprio così, proprio con
le stesse parole; e come se, non solo essi, ma anche io stesso non le avessi
dette le ragioni, per cui gli altri dovevano credere che io sapessi. Ma i fatti!
i fatti! Se la mia buona fede è incredibile? Che vuol dire incredibile? Che
nessuno può crederla! E non l'hanno creduta, difatti. Han creduto ch'io sapessi
e che fingessi, con quell'ostinata, ostentata, esagerata buona fede, di non
sapere. Me la rinfaccia continuamente Salvo Manfroni per tutto il primo atto e
per metà del secondo la mia 'esagerazione'! E non lasciai fare da padre a lui?
Come poteva non essere una prova questa, per Salvo Manfroni e per Palma, che io
sapessi? E la mia rapida carriera, vale a dire le promozioni che m'ero prese
come in pagamento? Ah - dicono - ma quel mio andare ogni giorno al camposanto...
Già! Appunto: la parte del vedovo inconsolabile, la parte del padre trascurato,
rappresentate con la solita ostinazione, con la solita esagerazione... E io ci
andavo invece per l'ardente incancellabile ricordo dei tre anni d'amore che
quella donna mi diede dopo il pentimento, come nessuna donna al mondo ne diede
mai altrettanto a un uomo! Nessuno - ci ho gusto - ha voluto tener conto di
questo; nessuno ha pensato che un uomo come me poteva, anche sapendo, recarsi al
camposanto, e non parer strano al Manfroni che conosceva il pentimento di mia
moglie dopo la colpa e l'amore ch'ella fino alla sua morte immatura aveva avuto
per me. Era morta, questa donna, quando già amava me e odiava il Manfroni e non
voleva che costui ci venisse più per casa. Orbene io che, secondo il Manfroni,
ero già passato sopra al tradimento e m'ero preso l'amore di lei, dopo, potevo
bene andare adesso al camposanto, senza che questo fatto diventasse una prova
per lui della mia ignoranza del tradimento. È chiaro! Potevo tutt'al più
sembrare esagerato. Ed è appunto ciò che mi rimproverano tutti.
Nessuno, nessuno infine ha pensato, con mio sommo compiacimento, che io invece
sapevo. Sì, sì, io sapevo, sapevo una cosa, che spiegava benissimo, a mio modo
di credere, la ragione per cui Salvo Manfroni faceva la fortuna di mia figlia.
Egli aveva rubato una scoperta scientifica nelle carte d'un morto; e io credevo
in buona fede ch'egli volesse ripagar così, con questo bene che faceva a mia
figlia, il male fatto alla memoria del padre di Silvia Agliani, mia moglie. È
parso un particolare, anzi un dettaglio inutile e superfluo questo, ed era
invece il mio più segreto dolore, la ragione del mio silenzio, dei miei modi
circospetti e ritenuti, la ragione ch'io davo a me stesso della fortuna di mia
figlia, a cui m'era grato non partecipare, perché partecipandone, mi sarebbe
parso di farmi quasi complice di quella frode.
- 'Entri, entri, per carità, nel mio sentimento!' - mi fa lei gridare a quella
brava signorina Cei, l'unica che creda sinceramente alla mia buona fede.
Ma nessuno c'è voluto entrare, e ci ho gusto!
Si diverta, si diverta, caro signor Pirandello, a
schiaffare in faccia ai suoi personaggi quel suo
specchio, così come ha fatto a me tutt'a un tratto,
quando meno me l'aspettavo. Naturalmente io ho fatto, ho
dovuto far cose da pazzi.
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Ma
ha visto? Lei ha avuto la punizione che meritava. Le hanno detto che ho fatto
una scena alla Bernstein e che lei derogava a se stesso proprio là dove più e
dove meglio quel suo famoso specchio s'affermava. È arte questa? Un altro
critico, a proposito di questa scena, le ha messo sotto gli occhi quel che il
Manzoni disse una volta: 'Se un bel giorno entrassi nella stanza di mia moglie
mentre essa dà latte al suo ultimo nato e con un pugnale in mano facessi il
gesto di voler uccidere il bambino, mia moglie troverebbe parole di superba
bellezza per intenerirmi e richiamarmi alla ragione. Ma sarebbe arte questa?'[2]
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[2] Si tratta sempre di Tilgher che, dopo aver citato la frase di
Manzoni, s'era chiesto: «È arte, questa? domandiamo noi a proposito della
tremenda scena drammatica che chiude il second'atto e che decide il successo del
lavoro?». |
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Se non che - oh Dio mio! - mi nasce un dubbio. Se questo critico ha potuto
citare, con evidente intenzione di stroncar lei, quell'osservazione del Manzoni
sulle parole di superba bellezza che troverebbe una madre vera per intenerire e
richiamare alla ragione uno che veramente minacciasse di ucciderle il figlio, mi
ha preso forse per un uomo vivo e vero là sulla scena, e non come un personaggio
creato dalla fantasia d'un crudelissimo scrittore?
Ah, basta, basta! Mi abbia, signor Pirandello, per il suo
non affezionato protagonista
Martino Lori
Indignato da questa lettera, che per me è l'espressione della più nera
ingratitudine, di cui possa dar prova un personaggio verso il suo autore,
dichiaro pubblicamente, che se il signor Martino Lori con le sue frasi ambigue
ha inteso di difender la critica contro di me, io do torto alla critica contro
di lui, e che se invece ha inteso di farsi beffe della critica, io do torto a
lui e ragione alla critica, pur di non esser d'accordo con lui, in nessun modo.
Luigi Pirandello
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