Luigi Pirandello 1867 - 1936

Le opere integrali. Riassunti, analisi, tematiche

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Indice romanzi, in versione integrale

 

1901 - L'esclusa - Introduzione - Parte prima - Parte seconda

1902 - Il turno - Introduzione - Romanzo

1904 - Il fu Mattia Pascal - Introduzione e riassunto - Romanzo

1911 - Suo marito - Introduzione - Romanzo

1913 - I vecchi e i giovani - Introduzione e riassunto - Parte prima - Parte seconda

1915/1925 Quaderni di Serafino Gubbio, operatore (Si gira!) - Introduzione - I Quaderni

1926 - Uno, nessuno e centomila - Introduzione e riassunto - Romanzo

1941 - Giustino Roncella nato Boggiòlo (Suo marito) - Introduzione - Romanzo

 


1901 - L'esclusa


 

Leggi L'Esclusa

     Dopo la laurea filologica a Bonn, Pirandello visse a Roma fin dal 1892, e qui, nel 1901, pubblicava, tra il giugno e l'agosto, il romanzo L'esclusa sulle colonne de "La Tribuna" (il romanzo verrà poi edito in volume nel 1908). Si tratta di una prima espressione letteraria, non ancora pienamente matura, nella quale l’influenza della prosa naturalista, sulla base di modelli costituiti da Giovanni Verga, o da un autore vicino al Pirandello come Luigi Capuana, si manifesta in un tono cronachistico, talora freddo e distaccato, rispetto ad una vicenda che, invece, presenta già i caratteri dei più maturi intrecci pirandelliani.

     Lo scenario è quello della provincia siciliana: Rocco scaccia la moglie Marta, credendo che ella abbia una relazione con Gregorio Alvignani, intellettuale e parlamentare locale. In realtà non esiste alcun rapporto tra i due, salvo alcune appassionate lettere dell’Alvignani alla donna. Anche Francesco Ajala, padre di Marta, crede la figlia colpevole e, per il dolore, si lascia morire, autorecludendosi in casa e mandando in rovina i propri affari. Dopo aver tentato di procacciare da vivere in paese, a se stessa e alla madre, Marta accetta un incarico di maestra a Palermo: nella grande città, la giovane e bella protagonista è fatta oggetto della corte e delle attenzioni dei colleghi, ed il suo cuore risvegliatosi all’amore cede ora agli approcci dell’Alvignani, cui non aveva ceduto prima. Il marito Rocco, intanto, convintosi dell’innocenza della moglie, vuole richiamarla presso di sé, e trova proprio nell’Alvignani un imprevisto alleato.

     Inizia a manifestarsi il gusto pirandelliano per vicende in cui il caso domina l’esistenza dei personaggi, secondo inattesi e paradossali intrecci. Marta non può ora fare a meno di confessare al marito che, seppur prima innocente, ora ella ha davvero ceduto alla corte dell’Alvignani: ma Rocco, in una scena grottesca, in occasione dei funerali della propria madre, pur provando disprezzo per la moglie non può ora scacciarla nuovamente, e si rassegna a vivere con lei.     L’efficacia della trama e delle varie situazioni, che rapidamente si susseguono in virtù della prosa asciutta del narratore, giova a disegnare un quadro della società siciliana negli ultimi anni del secolo XIX, e lascia già intravedere quelli che saranno i temi fondamentali anche nella produzione drammaturgica.

 

 


1902 - Il turno


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Leggi Il turno

     Nel 1902 esce Il turno, un romanzo ancora ambientato in Sicilia e che ancora risente dell'influenza esercitata sull'autore dai suoi modelli.

     La vicenda si presenta semplice, e per questa ragione mette in luce con maggiore evidenza quel gusto per il paradosso sociale che accompagnerà tanta parte dell'esperienza letteraria pirandelliana. Marcantonio Ravì progetta di dare la bella figlia Stellina in sposa ad un anziano e ricco gentiluomo, già quattro volte vedovo, don Diego Alcozèr. Don Diego è vecchio e ricco e - nei progetti di Marcantonio - non potrà vivere ancora a lungo: in seguito la figlia, ormai ricca, sarà libera di sposare il giovane da lei amato, Pepé Alletto, un povero ma serio lavoratore. Il progetto che, più o meno secondo i dettami della loro volontà o del caso, ha visto i tre uomini protagonisti contro le proteste di Stellina, in un girandola di equivoci non si avvera: don Diego si mostra di fibra più sana del previsto e Stellina, ormai stanca della lugubre attesa, ottiene l'annullamento del matrimonio per sposare un terzo incomodo nel frattempo sopraggiunto.

     Il sottofondo della narrazione è costituito, anche in questa seconda prova, dal ritratto della società provinciale siciliana, con i suoi pregiudizi e le sue maschere: ma in quest'opera, che nelle misure si presenta a metà strada tra il romanzo breve e la novella, emergono già quei tipici equivoci, e l'inarrestabile influenza del fato sulle vicende ed i progetti umani, che distingueranno anche la produzione più matura di Pirandello.

     Accanto al tema del fatale equivoco è un tono di satira grottesca: al termine del romanzo, morto Ciro, il secondo marito di Stellina, si intuisce che verrà ormai "il turno" del povero Pepé, ma, proprio nella camera ardente ecco il commento di Marcantonio, rivolto alla figlia: "Questo, che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di vita! Doman l'altro, sposa Tina Mèndola, la tua cara amica... Don Pepè, dopo tutto...".

     Una battuta, questa conclusiva, che fotografa tanta vita "paesana" italiana, soprattutto nelle regioni meridionali della penisola, e non solo agli albori del Novecento.

 

 


1904 - Il fu Mattia Pascal


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     La pubblicazione de Il fu Mattia Pascal - 1904
    
Apparso sulla rivista "La nuova antologia" tra l’aprile e il giugno 1904, e quindi edito in volume a cura della stessa testata, Il fu Mattia Pascal mostra, dopo l’esperienza dei due romanzi precedenti, una matura acquisizione degli stimoli tematici e dei modelli narrativi più consoni alla personale vicenda letteraria dell’autore. Non sono anni felici quelli in cui Pirandello lavora al romanzo che gli avrebbe dato vasto successo: un allagamento rovina la zolfara in cui il padre aveva investito i beni famigliari e la dote della moglie di Luigi, Maria Antonietta Portulano (sposata nel gennaio 1894). All'attività letteraria su riviste come "Il Marzocco" e "Ariel", fondata dallo stesso Pirandello, si affianca l'impegno didattico: dal 1897 l'autore insegna letteratura italiana all'Istituto superiore di Magistero, e impartisce lezioni di tedesco, per far fronte alle difficoltà economiche che si appianeranno solo nel 1908, allorché il successo del Mattia Pascal, subito tradotto in varie lingue, e del saggio sull'umorismo gli consentiranno di accedere alla prestigiosa casa editrice Treves. Nello stesso anno Pirandello diviene professore ordinario presso il Magistero romano.

     Le due premesse in apertura de Il fu Mattia Pascal
Il romanzo narra la particolare esperienza biografica occorsa a Mattia Pascal: ma prima di avviare l’ordinata cronaca della vita si offrono al lettore due premesse; la seconda è intitolata Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa. Solo con il capitolo terzo (La casa e la talpa) ecco

emergere Mattia, il fratello Roberto, maggiore di due anni, e la madre vedova circondata dall'amministratore Malagna e dalla severa zia Scolastica. La duplice premessa articola un motivo topico nella poetica pirandelliana: il cominciamento. Nella prima il protagonista enuncia la sua unica certezza: "Io mi chiamo Mattia Pascal"; è questo un immediato ed esplicito riferimento al tema dell’identità, chiave del romanzo, e, a un tempo, al relativismo assoluto delle conoscenze umane.      Apprendiamo che Mattia è da due anni impegnato come assistente nella Biblioteca che un monsignor Boccamazza donò al suo Comune (Miragno, nella provincia ligure) ed i cui libri, in condizioni di disordine e disfacimento, in una chiesetta sconsacrata, sono affidati alla custodia di don Eligio Pellegrinotto. È stato quest’ultimo a suggerire a Mattia di stendere una cronaca della sua singolare vicenda, e a indicargli possibili modelli letterari, fra i volumi cinque-secenteschi che affollano la biblioteca, accatastati secondo impensabili combinazioni. Ma la cronaca verrà stesa secondo uno stile che rifiuta espressamente ogni pretesa letteraria, avviata dal modesto "Cominciamo", che chiude la seconda premessa, perché il caso ha posto Mattia in un una particolare condizione "come già fuori della vita". E tuttavia, la seconda premessa, che vorrebbe esaltare il cominciamento nel cuore della vicenda, finisce al contrario col costituire un esordio filosofico, introducendo il tema di un ricorrente motto del protagonista: "Maledetto sia Copernico". E, allo stupore di don Eligio, Mattia si deciderà infine a spiegare che il sistema copernicano, avendo svelato agli uomini che la Terra è "un’invisibile trottolina", li ha privati del ruolo primario che essi ritenevano di avere nelle vicende del mondo. Non è soltanto una concreta sensazione di svuotamento della realtà, quella che in queste righe emerge dalle parole di Mattia: ma risulta parimenti rilevante il concetto che la Terra, pur avendo sempre girato, era come se fosse immobile al centro del creato, fintanto che gli uomini l’hanno considerata così, quasi ad attribuire una valenza cosmica all’umana capacità di dare oggettività al proprio vissuto.

     Il fu Mattia Pascal: la vicenda narrata nel romanzo
Lungo la narrazione della vita giovanile di Mattia, il protagonista - io narrante costruisce un legame continuo tra le sue intime volontà, i genuini impulsi della sua coscienza, e quanto gli accade fatalmente, determinando la sua vita in modo imprevedibile. La figura che si autodisegna è così un personaggio alquanto "debole", e apparirà naturale che, avutane l'occasione, egli scelga una sorta di "fuga" dalla realtà come apparente soluzione al problema quotidiano del vivere. Mattia e Roberto, orfani fin dall'infanzia, vissero felici con la madre, amorevole, ma di indole schiva e costituzione gracile. Il padre aveva lasciato loro un ingente patrimonio la cui amministrazione era condotta in modo disonesto da Malagna, e nel volgere di non troppi anni condusse alla rovina, senza che a nulla valessero gli inascoltati moniti di zia Scolastica, una sorella del padre di Mattia, bisbetica e zitella. Quasi una "commedia degli errori" conduce Mattia al matrimonio con Romilda, nipote di Malagna e figlia di Marianna Dondi, vedova Pescatore, che per la figlia meditava ben altre nozze, più vantaggiose, con lo stesso amministratore. Mattia voleva indurre Romilda a sposare il ricco amico Pomino, ed intanto intratteneva una relazione con la giovane moglie di Malagna, Oliva. Il risultato di quest'intreccio fu che Malagna credette (o volle piuttosto credere) proprio il figlio che Mattia aveva dato a Oliva, mentre costrinse il giovane a sposare la nipote Romilda, anch'essa in attesa di un figlio da Mattia, ma piegata dalla volontà della madre a far credere fosse figlio di Malagna. L'intreccio è dominato dall'assurdità del caso, e dall'idea che gli uomini finiscano col giuocare nella vita i ruoli che a loro impone la consuetudine sociale. Si tratta di un tema, qui accennato, che avrà compiuto sviluppo nell'opera drammaturgica pirandelliana. La convivenza con la moglie e la suocera-vedova risulta ben presto insopportabile a Mattia, che con l'aiuto di Pomino e della madre riesce ad ottenere l'incarico di bibliotecario che gli consente di mantenere la famiglia in dignitosa povertà. La morte contemporanea delle due figlie neonate e della madre lascia Mattia quasi svuotato e incapace di dolere. Il capitolo VI è intitolato Tac, tac, tac... (un'onomatopea, ossia una parola che nel suono evoca un rumore naturale, in questo caso il rotolare della pallina nella roulette). Infatti il lettore incontra Mattia.

 

 


1911/1941 - Giustino Roncella nato Boggiolo (Suo marito)


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Leggi Giustino Roncella

           nato Boggiolo

     Pubblicato nel 1911, e non più ristampato per non offendere Grazia Deledda che si era riconosciuta in questa vicenda, Suo marito fu ripubblicato postumo, nel 1941, da Stefano Pirandello, dandone la parziale revisione compiuta dal padre con il titolo Giustino Roncella nato Boggiòlo.

     Il nuovo titolo alludeva al ribaltamento dei ruoli tradizionali che costituisce la vicenda - limite del romanzo, qui riproposto nell'originaria stesura, l'unica completata dall'autore. Giustino Boggiòlo, marito di una famosa scrittrice e suo press-agent, è infatti sarcasticamente denominato dagli amici col cognome della moglie. Tema portante è dunque quello, prettamente pirandelliano, della forma che mortifica il nostro flusso vitale, cioè della "parte" in cui l'individuo è fissato, inchiodato dalla società, pronta altrimenti a deriderlo e a sbeffeggiarlo.

     Ma il romanzo è anche un quadro satirico dell'ambiente letterario romano, fatuo e vano, occupato solo in invidiose, reciproche denigrazioni e minuti pettegolezzi, qui ritratto con divertita e maligna volontà caricaturale. Precipita in queste pagine anche una materia urgentemente autobiografica, ad iniziare dalla folle gelosia (fino omicida) di Livia per Maurizio, drammatica proiezione della malattia di Antonietta, moglie dello stesso Pirandello. Ma il gioco di specchi tra autore e personaggi si protrae: evidente doppio pirandelliano è infatti la scrittrice protagonista, Silvia Roncella, che fonda la sua poetica proprio sul concetto base di scomposizione della realtà.

 

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1913 - I vecchi e i giovani


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     Ne I vecchi e i giovani Luigi Pirandello sembra voler dimostrare che il caos predomina sui progetti, nobili e meno nobili, e sulle aspirazioni, leggittime o inconfessabili, di tutti. Nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo della politica; negli ambienti dell'aristocrazia come in quelli della borghesia e della plebe, persino (caos=pazzia) a livello della fisiologia e dei sentimenti. Unico ordine, unico “disegno” che possiede una possibilità di concretizzarsi è uno stato di disordine incontrollabile in cui gli spiriti, per quanto nobili, vengono trascinati nella polvere, i migliori propositi sortiscono esiti devastanti e i desideri più innocenti e puri sfociano nella follia.
     Scritto nel 1899, all'indomani dello scandalo della Banca Romana (1893) – un esempio di malgoverno che non cessa di riproporsi ciclicamente, pure in mutevoli forme e molteplici varianti, a fasi alterne nella storia della Repubblica Italiana – sei anni dopo il drammatico epilogo dei Fasci siciliani, I vecchi e i giovani si sviluppa intorno ad alcuni episodi che appartengono alla biografia e al periodo di Luigi Pirandello: la crisi mineraria zolfara, la malattia della moglie, l'impatto con la vita e la mondanità romana, i moti che sfociarono nella repressione e nel sangue. Il «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione» (Pirandello), è un romanzo «accorato», «l'opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola), «dove l'identità unificante del passato è

opposta alla politica, categoria negativa del presente» (Guglielmetti-Joli).

     Pubblicato dapprima nel 1909 sulla «Rassegna contemporanea» e quindi nel 1913 dall'editore Treves, I vecchi e i giovani sfugge a una facile collocazione nella produzione pirandelliana, «fatta di pièces l'una legata all'altra, in vista di un ipotetico insieme» (Macchia), una prova a sé stante che esaurisce un'esigenza personale dell'autore di venire a capo del proprio vissuto, storico e autobiografico.

La vicenda ha inizio con l'annuncio dell'unione in seconde improbabili e tardive nozze tra don Ippolito Laurentano, capostipite di una famiglia aristocratica agrigentina, e Adelaide Salvo, matura e florida sorella di un facoltoso e intraprendente borghese, con appetiti illimitati e pochi scrupoli. Questo evento “capriccioso” s'inserisce nella contingenza di un evento di portata più vasta: le elezioni politiche per designare l'uomo deputato a rappresentare a Roma gli interessi della città di Girgenti, in cui il candidato del «Partito Clericale Militante», Ignazio Capolino ha da vedersela con quello dei socialisti, Roberto Auriti, nel contesto di intrighi – con lo scambio tra le parti di ignobili accuse, a cui rispondono indignate proteste... – che una ricorrenza di tale portata reca con sé, ma nel disincanto della popolazione.

 


1915/1925 - Quaderni di Serafino Gubbio operatore (Si gira!)


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     Pubblicato nel 1915 col cinematografico titolo Si gira!, riedito nel 1925 come Quaderni di Serafino Gubbio operatore, questo è il romanzo in cui Pirandello si misura più direttamente col suo tempo di rivoluzionarie innovazioni tecnologiche.

     Romanzo polemico e controcorrente nel clima di una modernolatria dannunziana e futurista, i Quaderni si propongono a difesa di un teatro/vita (crocevia di partecipazioni emotive attori-pubblico), contro un cinema/forma (frigido ripetitore di stereotipati fotogrammi).

     Minacciato dall'incombente morte dell'arte, l'artista, rifugiatosi in una scrittura-terapia, rivendica un ruolo demistificatore verso la pervasiva e mercificante industria culturale, in grado di asservire alla logica del guadagno le più varie figure di intellettuali. Su toni anticipatori più dell'orrore allucinante di un Fritz Lang che dell'amara ironia di Chaplin, si consuma una moderna discesa agli inferi da cui emerge la persistenza della parola scritta.

     La struttura riflessiva dei Quaderni, sottolineata nella nuova titolazione, mentre afferma la morte del romanzo ottocentesco - adombrato nella vieta storia di amore e morte presa a mero pretesto di narrazione - apre al nuovo romanzo del Novecento, affidato a scansioni spazio-temporali tutte interiori.

     I Quaderni registrano in forma di diario, con frequenti recuperi e scarti della memoria, la

fluidità di un'esperienza professionale di cui è titolare passivo il protagonista, portato per la sua formazione filosofica allo studio degli altri per coglierne l'oltre acquattato nel profondo. Un di là da se stessi che gli uomini comuni non percepiscono e che in certi momenti si manifesta, turbandoli, al di fuori del linguaggio e dei comportamenti consueti.     Serafino Gubbio, napoletano, con il «baco in corpo della filosofia», avvalendosi di una modesta eredità, a ventisei anni aveva intrapreso gli studi universitari in Belgio. Tornato a Napoli, si era abbandonato a una «vita da scapigliato» fra giovani artisti, fino a esaurire il piccolo patrimonio. Una rigida sera di novembre Serafino Gubbio giunge a Roma «con scarse speranze» e, in cerca di alloggio, si imbatte in un vecchio amico sardo, Simone Pau, che lo conduce a Borgo Pio nel suo albergo, un Ospizio di Mendicità, dove, malgrado la tristezza del luogo, Serafino accetta di restare. L'indomani inizia la sua grottesca avventura.

 

 


1926 - Uno, nessuno e centomila


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     La composizione di quello che più volte Pirandello definì come una sorta di romanzo testamentario, è lunga e tormentata, risalendo al 1910 e forse prima, agli anni del saggio L'umorismo (la cui poetica di scomposizione è qui realizzata), dello scritto Non conclude (fonte anche del titolo dell'ultimo capitolo) e della novella Stefano Giogli, uno e due, considerata dai più il diretto antecedente del romanzo. In questo caso il riuso di materiali e testi, consueto in Pirandello, è dunque più complesso. Ricostruire (in «Sapientia», 30 gennaio 1915), che ingloba brani della novella Canta l'Epistola (1911), può essere considerato la prima anticipazione, pur non presentata come tale.
     Uno, nessuno e centomila fu pubblicato, a puntate su «La Fiera letteraria» (dal 13 dicembre 1925 al 13 giugno 1926) con una prefazione del figlio dell'autore, Stefano, e con un lungo sottotitolo, «Considerazioni di Vitangelo Moscarda, generali sulla vita degli uomini e particolari sulla propria, in otto libri», soppresso nell'edizione in volume lievemente modificata.
L'opera è divisa in otto libri, che si articolano in capitoli titolati di varia lunghezza, in prevalenza brevi.

     La definizione di romanzo testamentario vale nel senso di summa ma anche in quello, più profondo, del fantasma di una scrittura dall'oltre, opera di un morto-suicida, di un fu, di un dimissionario dalla vita, come Mattia Pascal. Nel romanzo, infatti, Vitangelo Moscarda, non più persona ma personaggio, narra le vicende del male esistenziale della propria passata storia terrena e del «rimedio» causa della propria trasfigurazione, del proprio passaggio in quell'oltre; e, ancor più, le commenta ricorrendo a una pervasiva argomentazione allocutoria.

 


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