da
Opere letterarie del 900 Italiano
La
composizione di quello che più volte Pirandello definì come una sorta di romanzo
testamentario, è lunga e tormentata, risalendo al 1910 e forse prima, agli anni
del saggio L'umorismo (la cui poetica di scomposizione è qui realizzata), dello
scritto Non conclude (fonte anche del titolo dell'ultimo capitolo) e della
novella Stefano Giogli, uno e due, considerata dai più il diretto antecedente
del romanzo. In questo caso il riuso di materiali e testi, consueto in
Pirandello, è dunque più complesso. Ricostruire (in «Sapientia», 30 gennaio
1915), che ingloba brani della novella Canta l'Epistola (1911), può essere
considerato la prima anticipazione, pur non presentata come tale.
Uno, nessuno e centomila fu pubblicato, a puntate su «La Fiera letteraria» (dal
13 dicembre 1925 al 13 giugno 1926) con una prefazione del figlio dell'autore,
Stefano, e con un lungo sottotitolo, «Considerazioni di Vitangelo Moscarda,
generali sulla vita degli uomini e particolari sulla propria, in otto libri»,
soppresso nell'edizione in volume lievemente modificata.
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L'opera è divisa in otto libri, che si articolano in capitoli titolati di varia
lunghezza, in prevalenza brevi.
La definizione di romanzo testamentario vale nel senso di summa ma anche in
quello, più profondo, del fantasma di una scrittura dall'oltre, opera di un
morto-suicida, di un «fu», di un dimissionario dalla vita, come Mattia Pascal.
Nel romanzo, infatti, Vitangelo Moscarda, non più persona ma personaggio, narra
le vicende del «male» esistenziale della propria
passata storia terrena e del «rimedio» causa della propria
trasfigurazione, del proprio passaggio in quell'oltre; e, ancor
più, le commenta ricorrendo a una pervasiva argomentazione
allocutoria. |
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Il protagonista racconta la frantumazione della propria identità, a partire da
una banale osservazione sul suo naso compiuta dalla moglie e dalla conseguente
apparizione, nello specchio, di un Moscarda dal naso storto, un doppio
inquietante perché finora sconosciuto alla sua coscienza. L'affermazione che
tale scoperta è «un irreparabile guasto sopravvenuto al congegno dell'universo»,
ha un'apparenza di esagerazione comica, ma, in realtà, è commisurata alla
dimensione profondamente catastrofica che si apre alla coscienza del
protagonista e che possiamo definire, riprendendo la nota immagine de Il fu
Mattia Pascal, come uno «strappo nel cielo di carta» del teatrino dei pupi della
sua città di Richieri (strappo che trasforma un eroe classico in un moderno
Amleto). Alla fine del libro primo Moscarda narra del suo proposito di conoscere i propri
innumerevoli doppi e di scomporne la forma, a partire dal primo: il Gengé
«carino sciocchino» della moglie Dida. L'autoanalisi dell'inetto, che si
sviluppa in rapporto a una temibile imago paterna, genera il ribelle in lotta
contro la prigionia delle forme di alcuni dei suoi più temibili doppi (il «lusso
di bontà» del padre il «buon figliuolo feroce» dei suoi concittadini); per
autorigenerarsi, individuarsi nella propria più vera e profonda identità, il
protagonista decide di uccidere il più noto dei suoi doppi: il Moscarda usuraio.
Egli finge dunque di sfrattare una coppia di suoi affittuari e,
nel momento dello sgombero forzato, alla folla che assiste fa
comunicare l'avvenuta donazione della casa e di una ricca somma.
l'esito è però diverso da quello sperato: Moscarda, anziché trasfigurarsi da usuraio in benefattore, si trova
costretto nella diversa, ma ugualmente infamante, forma di «pazzo».
Moscarda sente l'orrore angoscioso, mortale, della forma e comprende di esserne
prigioniero; sente e pensa di essere nessuno; vive dunque la morte come fosse
già morto. Al limite di morte e follia, Moscarda capisce il giuoco della vita,
grazie al suo intuito, al suo fiuto (il testo è intessuto di una fitta trama di
allegorie nasali-olfattive). Nella «nobile città di Richieri» impera l'aria
malsana dei bisogni del corpo e dell'anima, anzitutto il bisogno della
sopraffazione: consapevole (come quella di Stefano Firbo verso l'impiegato
Turolla) o meno (come quella di Dida); individuale o organizzata,
istituzionalizzata. Moscarda ribellandosi, prende a bersaglio tutti coloro (i
banchieri il notaio e poi i prelati e, in parte, il giudice) che ricoprono i
ruoli essenziali di una società fondata sul denaro e il potere e che, più in
generale, sono i miopi certificatori della realtà esistente, gli artefici della
sopraffazione delle forme e dei fatti, della pretesa di ridurre l'ideale (di
verità, religiosità, giustizia) nei limiti dell'accertabile. Il donchisciottesco
Vitangelo difende, viceversa, quell'ideale trasformandosi perciò
nell'annunciatore - anche a costo del sacrificio - di una sorta di nuovo vangelo
della pazzia, di una nuova verità della Vita fuori della trappola della Forma,
realizzando così il destino inscritto nel suo nome (angelo, annunciatore, della
Vita), evidente alter ego onomastico dell'autore (che interpretava il suo nome
come pyros anghelos).
In seguito alla scoperta del nulla che suscita in lui orrore, Moscarda vorrebbe
illudersi di nuovo, riacquistare una qualsiasi forma benefica che lo pacifichi
con sé e con gli altri; ma gli avvenimenti esterni e la sua coscienza superiore,
ormai inalienabile glielo impediranno. Dopo aver ritirato i capitali dalla sua
banca, Moscarda cerca la protezione del vescovo per difendersi dai soci e dal
suocero, dal loro tentativo d'interdizione legale di cui egli è messo al
corrente da Anna Rosa, un'amica della moglie. La virginale ma vitalistica Anna
Rosa, di cui tutti ben presto lo credono innamorato, è contemporaneamente
attratta e respinta da Vitangelo (dalle sue «curiosissime considerazioni sulla
vita») e un giorno, sul punto di cedergli, dopo averlo abbracciato, impaurita,
gli spara. Le circostanze del ferimento imprigionano l'incolpevole Vitangelo
nell'ultima forma del responsabile di un tentato stupro. Per sottrarsi a una
prigionia che rischia di diventare anche fisica, Moscarda è costretto a una
rinuncia che va oltre le sue iniziali intenzioni: liquidata la banca, dona ogni
avere, fonda un ospizio «in campagna, in un luogo amenissimo» in cui si
ricovera, come un qualsiasi mendicante. «Remissione», il titolo del penultimo
capitolo, compendia le vicende del protagonista: spossessamento, abbandono,
remissività, rinuncia alla rivalsa legale, perdono e, soprattutto, liberazione
del prigioniero che, evadendo definitivamente dalle forme, giunge alla
remissione del sintomo dello sdoppiamento, ineliminabile finché dura il male di
vivere. Vitangelo (non più persona, maschera, nel teatrino di Richieri, ma
personaggio assunto nell'oltre, nel paradiso della natura e dell'arte) non si
specchia più, non si vede più, vive, apparentemente frantumato nelle cose in cui
si proietta, in realtà, attraverso le sue estasi paniche, finalmente indiviso,
parte di una Vita che non conclude, di un Tutto infinito. La totale remissione,
la rinuncia, non indica, dunque, un esito esclusivamente negativo perché in essa
sono anche contenute la salvezza e la nuova, diversa, identità della voce
narrante. Abbandonata l'identificazione con il Padre, con la logica del
possesso, del dominio, della Forma mortifera Vitangelo s'identifica all'opposto
con la logica dello spossessamento oblativo, della Vita in quanto totalità
materna fonte di creatività e scrittura.
«È tutto sperimentato e sofferto», scriveva il figlio Stefano presentando
l'opera come un «breviario di fede» nell'arte. In questa dimensione
metaletteraria, nell'allegoria che raffigura la biografia privata e artistica di
Pirandello, il vangelo della follia annunciato da Moscarda è il vangelo
dell'arte, della Vita del «Dio di dentro» (distinto dal «Dio di fuori» che ne è
la forma) raggiunto nell'ascesi e nel mistico panismo finale. Moscarda ha in sé,
come Francesco d'Assisi, il «candore» (Bontempelli), fusione di religiosità
naturale e poesia che, non potendo essere compresa nella degradata e infernale
città di Richieri, viene confinata in un ospizio che diverrà, nei Giganti della
montagna, la Villa della Scalogna, dove Cotrone, dimissionario dalla vita come
Moscarda, si rinchiuderà con il fez in testa per «il fallimento della poesia
della cristianità».
Uno, nessuno e centomila è umoristico romanzo di scomposizione: della
personalità; della forma narrativa realistica del romanzo ottocentesco (mediante
il commento metanarrativo e l'argomentazione saggistica); del romanzo tout
court, nei suoi confini testuali (il personaggio che, nel secondo libro,
fuoriesce dal testo in cerca di lettore e questi che, viceversa, è risucchiato
nel testo). La chiave interpretativa, tuttavia, non può essere esclusivamente
novecentesca e parodica (anche per Moscarda, che non è solo un antieroe e un
inetto) perché nel testo convivono due diversi piani di scrittura (generati
dalle istanze antinomiche del pensare e del sentire).
Nel romanzo l'ascensione di Vitangelo, il suo passaggio dal «male» di Richieri
al «rimedio» del Paradiso dell'arte, corrisponde infatti a un analogo movimento
sul piano dello stile e della letterarietà: dall'iniziale registro
comico-parodico, quotidiano e realistico, basso, a quello degli ultimi libri,
alto, in una prosa lirica - fortemente figurale, eufonica e ritmata sino alla
rima - e dal prezioso lessico letterario. Uno, nessuno e centomila è romanzo, non meramente parodico ma umoristico, del
«misticismo laico-mondano» (come lo ha definito Renato Barilli, riprendendo
impostazioni e spunti di Adriano Tilgher e Giacomo Debenedetti).
da
Wikipedia
Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma
di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera
letteraria, e poi di volume. Questo romanzo, l'ultimo di
Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore
nel modo più completo. L'autore stesso, in una lettera
autobiografica, lo definisce come il romanzo "più amaro di
tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della
vita". Il protagonista Vitangelo Moscarda, infatti, può
essere considerato come uno dei personaggi più complessi del
mondo pirandelliano, e sicuramente quello con maggior
autoconsapevolezza. Dal punto di vista formale, stilistico,
si può notare la forte inclinazione al monologo del
soggetto, che molto spesso si rivolge al lettore ponendogli
interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo
direttamente nella vicenda, il cui significato è senza
dubbio di portata universale. A dispetto della sua lunga
gestazione, l'opera non è né frammentaria né disorganizzata;
al contrario, può essere considerata come l'apice della
carriera dell'autore e della sua tensione narrativa.
Il protagonista di questa
vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria,
che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di
rendita. Un giorno, tuttavia, in seguito
all'osservazione da parte della moglie che il suo naso è
leggermente storto, inizia ad avere una crisi di
identità, a rendersi conto che le persone intorno a lui
hanno un'immagine della sua persona completamente
diversa dalla sua. Da quel momento l'obiettivo di
Vitangelo sarà quello di scoprire chi è veramente lui.
Decide quindi di cambiare vita (rinunciando ad essere un
usuraio) anche a costo della propria rovina economica e
contro il volere della moglie che nel frattempo è andata
via di casa. In questo suo gesto c'è il desiderio di
un'opera di carità ma anche quello di non essere
considerato più dalla moglie come una marionetta. Anche
Anna Rosa, un'amica di sua moglie che lui conosce poco,
gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a
sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei
immaginava e che non c'era in lui il male. Il
protagonista arriverà alla follia in un ospizio, dove
però si sentirà libero da ogni regola, in quanto le sue
sensazioni lo porteranno a vedere il mondo con altri
occhi. Vitangelo Moscarda conclude che, per uscire dalla
prigione in cui la vita rinchiude, non basta cambiare
nome: proprio perché la vita è una continua evoluzione,
il nome rappresenta la morte. Dunque, l'unico modo per
vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la
vita, rinascendo continuamente in modo diverso.
Titolo e significato dell'opera
Il titolo del romanzo è una chiave di lettura per
comprenderlo fino in fondo, infatti quella di Vitangelo
Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man
mano formando: la consapevolezza che l'uomo non è Uno, e
che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal
considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire
che egli è un nulla (Nessuno), attraverso la presa di
coscienza dei diversi se stesso che via via diventa nel
suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo
la realtà perde la sua oggettività e si sgretola
nell'infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo
di distruggere i centomila estranei che vivono negli
altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di
lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole
accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina.
Vitangelo Moscarda è il "forestiere della vita", colui
che ha capito che le persone sono "schiave" degli altri
e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa
trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il
fatto che la gente l'abbia preso per pazzo è la
dimostrazione che non è possibile distruggere le
centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno
di lui. È possibile solo farle impazzire.
La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna
per un'opera di questa portata. Il rifiuto totale della
persona comporta la frantumazione dell'io, perché esso
si dissolve completamente nella natura. Pieno di
significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed
imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come
un'epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un
divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di
Pirandello.
La follia in Uno, nessuno e centomila
Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione
vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo
movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante
trasformazione da uno stato all'altro.
Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma
distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce,
comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per
l'uomo: si distacca dall'universale assumendo una forma
individuale entro cui si costringe, una maschera ("persona")
con la quale si presenta a se stesso. Non esiste però la
sola forma che l'io dà a se stesso; nella società esistono
anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa
moltiplicazione l'io perde la sua individualità, da «uno»
diviene «centomila», quindi «nessuno».
È proprio dalla disgregazione dell'io individuale che
partono in quest’opera le vicende del protagonista: quando
la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni
suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, primo fra
tutti una leggera pendenza del naso, Vitangelo si renderà
conto come l'immagine che aveva sempre avuto di sé non
corrispondesse in realtà a quella che gli altri avevano di
lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato
inaccessibile del suo io. Da tale sforzo verso un obiettivo
irraggiungibile nascerà la sua follia. La follia è infatti
in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza
delle forme fasulle della vita sociale, l'arma che fa
esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e
rivelandone l'incoscienza.
Inizia così la serie delle pazzie di Moscarda: prima sfratta
un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che
persino il padre usuraio, per pietà, gli aveva concesso
gratuitamente, e in tal modo suscita l'esecrazione di tutta
la città. Poi, con un improvviso colpo di scena, rivela alla
folla indignata, accorsa per assistere allo sfratto, di aver
donato un'altra casa migliore a di Dio. In seguito impone
agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta
la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. A
questo punto i due amministratori, la moglie e il suocero
congiurano per farlo interdire. Viene informato della
macchinazione da Anna Rosa, un'amica di Dida, ed egli,
rivelandole le proprie considerazioni sull'inconsistenza
della persona, sulle forme che gli altri ci impongono,
l'affascina, ma fa anche saltare il suo equilibrio psichico,
e la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara,
ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme: tutta la
città è convinta che tra lui e Anna Rosa ci sia una
relazione colpevole. A Moscarda, consigliato da un
sacerdote, non resta che riconoscere tutte le colpe
attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona
tutti i suoi averi per fondare un ospizio di mendicità, ed
egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti
gli altri mendicanti, "vestendo la divisa della comunità e
mangiando nella ciotola di legno", come scrive Pirandello.
È il fallimento del tentativo del Moscarda che, cerca
l'evasione attraverso la follia: nel tentativo di sfuggire
alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover
accettare una nuova, ennesima maschera, quella
dell'adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata
pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria,
una cura alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la
consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di
orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado
l'alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità
personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e
si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire
del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni
attimo, sempre nuovo e senza ricordi, senza la costrizione
di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni
cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle
forme coatte che essa impone.
da
ItalicaRai
Ultimo
romanzo di Pirandello, pubblicato nel 1926, "Uno, nessuno e centomila" è una
sorta di riepilogo di tutta l’attività narrativa e teatrale dell'autore, che lo
definisce il "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione
della vita".
Vitangelo Moscarda, detto Gengè, scopre un giorno, guardandosi allo specchio, di
avere il naso lievemente storto; da questa banalissima constatazione,
riguardante l’altrettanto banale difetto fisico, nasce in lui la consapevolezza
di essere visto e giudicato dagli altri in modi molteplici e differenti, di
essere visto in “centomila” prospettive diverse ed inconciliabili. La ricerca di
un’immagine obiettiva di sé lo porterà progressivamente alla rovina. Nel
tentativo di trovare una propria identità, Gengè inizia a commettere azioni
impreviste, per stravolgere le convinzioni che gli altri si son fatti sul suo
conto: ora è crudele ora generoso, ora disinteressato ora egoista, fino a
comunicare la propria “pazzia” ad un’amica della moglie che, durante un
singolare amplesso, lo ferisce con un colpo di pistola. Continuando ad opporsi
alla “finzione” della società, Vitangelo Moscarda finirà in un ospizio per il
resto dei suoi giorni e scoprirà, con amarezza, che l’uomo è immerso in un
continuo flusso di morte e rinascita; l’unica immagine possibile di sé consiste
nelle cose, nella natura, nell’aria che riflettono e rendono eterna la parte
veramente viva d’ogni creatura. Una volta giunto ad esser ritenuto pazzo,
Vitangelo si dichiara soddisfatto di questa conclusione che “non conclude”,
accetta di rinascere
"nuovo e senza ricordi: vivo e intero… in ogni cosa fuori", totalmente escluso
dalla vita sociale e dalla visione comune degli uomini.
Nel costruire il protagonista di "Uno, nessuno e centomila", Pirandello esprime
la propria filosofia al massimo delle sue potenzialità: Vitangelo Moscarda è il
personaggio più “smontato” e più carico di autoconsapevolezza del mondo
pirandelliano, assorbe in sé e supera tutti i protagonisti dei romanzi e delle
novelle dello scrittore ed anche il testo recupera materiali accumulati nel
corso degli anni. Attraverso lo stile spesso involuto, dal ritmo spezzato, con monologhi intessuti
d’interrogazioni ed esclamazioni (si pensi ad esempio al soliloquio di Gengè
davanti allo specchio "Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo
che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare
per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori
intanto dalla mia?"), l'autore afferma l’impossibilità della conoscenza.
«Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo
che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare
per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori
intanto dalla mia?»
L’ultimo romanzo di Pirandello, in
gestazione già dai primi anni Dieci, ma uscito, dapprima in rivista e poi in
volume, solo nel 1926 (Bemporad, Firenze), è intessuto di interrogativi e di
esclamazioni sulla scia del passo sopra riportato, interrogativi spesso e
volentieri rivolti dal protagonista del romanzo direttamente al lettore, con la
precisa volontà di coinvolgere quest’ultimo nella vicenda, che si può senza
ombra di dubbio definire "universale".
Vitangelo Moscarda, chiamato dalla
moglie Gengè, partendo dalla scoperta di avere il naso lievemente storto, si
avventura in una serie di ricerche speculative che lo porteranno alla rovina. Ma
si tratta davvero della rovina? La banalissima constatazione, riguardante
l’altrettanto banale difetto fisico, gli provoca la consapevolezza di essere
visto e giudicato dagli altri in modi molteplici e differenti, di essere visto
in “centomila” prospettive diverse e inconciliabili.
Progressivamente, egli è assillato dal bisogno di scoprire
un’immagine obiettiva di sé.
Nel tentativo di uscire da questa
situazione inizia a commettere azioni
impreviste, capovolgendo le convinzioni che
gli altri si sono fatti sul suo conto,
scopre contraddittoriamente di saper essere
crudele o generoso, disinteressato o
egoista, fino a comunicare la
propria “pazzia” a un’amica della moglie che
durante un singolare amplesso lo ferisce con
un colpo di pistola. Gengè è nei guai fino
al collo, ma anche questa è una “finzione”
della società alla quale si oppone. In
effetti egli continua le sue ricerche in un
ospizio, dove finirà a vivere il resto dei
suoi giorni e nel quale scoprirà, amaramente
appagato, che l’uomo è immerso in un
continuo flusso durante il quale muore e
rivive ogni istante; l’unica immagine
possibile di sé consiste nelle cose, nella
natura, nell’aria che riflettono e rendono
eterna la parte veramente viva di ogni
creatura.
Una volta giunto a essere ritenuto pazzo, Vitangelo si dichiara soddisfatto
di questa conclusione che “non conclude”, accetta di rinascere «nuovo e senza
ricordi: vivo e intero… in ogni cosa fuori», totalmente escluso dalla vita
sociale e dalla visione comune degli uomini. L’alienazione di Moscarda consiste
nella totale scomposizione dell’io, nell’impossibilità di calarsi in un
qualunque tipo di ruolo, perché la realtà muta incessantemente e nulla può
interromperne il flusso.
Si può tranquillamente affermare che in questo romanzo la filosofia
pirandelliana trovi totale compimento e si dispieghi al massimo delle sue
potenzialità. Il protagonista dell’ultimo romanzo del narratore siciliano
assorbe in sé e supera tutti i personaggi presenti nei romanzi e nelle novelle
dello scrittore. Non a caso il testo recupera materiali che erano andati via via
accumulandosi nel corso degli anni sulla scrivania dello scrittore.
L’opera è considerata un riepilogo di tutta l’attività, narrativa e teatrale
di Pirandello, qualcosa di compiuto nella forma e incompiuto nella sostanza. Il
romanzo «più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della
vita» (così afferma l’autore in una lettera autobiografica) mette in scena il
personaggio più “smontato” e più carico di autoconsapevolezza del mondo
pirandelliano, fortemente desideroso di tornare alla freschezza dell’impressione
immediata.
Anche l’andamento stilistico appare involuto e franto, organizzato in un
monologo ricco di interrogazioni ed esclamazioni, proprio per affermare
l’impossibilità di una conoscenza organica e coerente della persona e del mondo
stesso.
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