Libro Ottavo
IV. Non conclude
Anna Rosa doveva essere assolta; ma io credo che in parte la sua
assoluzione fu anche dovuta all'ilarità che si diffuse in tutta
la sala del tribunale, allorché, chiamato a fare la mia
deposizione, mi videro comparire col berretto, gli zoccoli e il
camiciotto turchino dell'ospizio.
Non mi sono piú guardato in uno specchio, e non mi passa neppure
per ll capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia
faccia e di tutto il mio aspetto. Quello che avevo per gli altri
dovette apparir molto mutato e in un modo assai buffo, a
giudicare dalla maraviglia e dalle risate con cui fui accolto.
Eppure mi vollero tutti chiamare ancora Moscarda, benché il dire
Moscarda avesse ormai certo per ciascuno un significato cosí
diverso da quello di prima, che avrebbero potuto risparmiare a
quel povero svanito là, barbuto e sorridente, con gli zoccoli e
il camiciotto turchino, la pena d'obbligarlo a voltarsi ancora a
quel nome, come se realmente gli appartenesse.
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome
d'oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il
concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha
il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e
non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno
lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine
con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli piú. Non è
altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai
morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita
non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro
trèmulo di foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola;
domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo.
Tutto fuori, vagabondo.
L'ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco
ogni mattina, all'alba, perché ora voglio serbare lo spirito
cosí, fresco d'alba, con tutte le cose come appena si scoprono
che sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne
secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d'acqua là
pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere piú
larga e chiara nella grana d'ombra ancora notturna, quella verde
piaga di cielo. E qua questi fili d'erba, teneri d'acqua
anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell'asinello rimasto
al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e
sbruffa in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a
mano pare gli s’allontani cominciando, ma senza stupore a
schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena sulle
campagne deserte e attonite. E queste carraie qua, tra siepi
nere e muricce screpolate, che su lo strazio dei loro solchi
ancora stanno e non vanno. E l'aria è nuova. E tutto, attimo per
attimo, è com'è, che savviva per apparire. Volto subito gli
occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e
morire. Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo
per attimo. Impedire che il pensiero sí metta in me di nuovo a
lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del
vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non
piú dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono
di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro
pieno di sole caldo tra lo stridío delle rondini o nel vento
nuvoloso, pesanti e cosí alte sui campanili aerei. Pensa alla
morte, a pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne
fanno voce le campane. Io non l'ho piú questo bisogno, perché
muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e
intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori.
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