Libro Ottavo
III. Remissione
Mi consolavo con la riflessione che tutto questo avrebbe
facilitato l'assoluzione d`Anna Rosa. Ma d'altra parte c'era lo
Sclepis che piú volte con un gran tremore di tutte le sue
cartilagini era accorso a dirmi ch’io gli avevo reso e seguitavo
a rendergli piú che mai difficile il cómpito della mia
salvazione.
Possibile che non mi rendessi conto dello scandalo enorme
suscitato con quella mia avventura, proprio nel momento che
avrei dovuto dar prova d'avere piú di tutti la testa a segno? E
non avevo, invece, dimostrato che aveva avuto ragione mia moglie
a scapparsene in casa del padre per l'indegnità del mio
comportamento verso di lei? Io la tradivo; e solo per farmi
bello agli occhi di quella ragazza esaltata avevo protestato di
non volere piú che in paese mi si chiamasse usurajo! E tanto era
il mio accecamento per quella passione colpevole, che avevo
voluto e m'ostinavo a voler rovinare me e gli altri, con tutto
che per poco non m'era costata la vita, questa colpevole
passione!
Ormai allo Sclepis, di fronte alla sollevazione di tutti, non
restava che riconoscere le mie deplorevoli colpe, e per salvarmi
non vedeva piú altro scampo che nella confessione aperta di esse
da parte mia. Bisognava però, perché questa confessione non
fosse pericolosa, che io dimostrassi nello stesso tempo cosí
viva e urgente per la mia anima la necessità d'un eroico
ravvedimento, da ridare a lui l'animo e la forza di chiedere
agli altri il sacrifizio dei proprii interessi.
Io non facevo che dir di sí col capo a tutto quello che lui mi
diceva, senza forzarmi a scrutare quanto e fin dove quella che
era soltanto argomentazione dialettica, prendendo a mano a mano
calore, diventasse in lui realmente sincera convinzione. Certo
appariva sempre piú soddisfatto; ma dentro di sé, forse, un pò
perplesso, se quella sua soddisfazione fosse per vero sentimento
di carità o per l'accorgimento del suo intelletto.
Si venne alla decisione chè io avrei dato un esemplare e
solennissimo esempio di pentimento e d'abnegazione, facendo dono
di tutto, anche della casa e d'ogni altro mio avere, per fondare
con quanto mi sarebbe toccato dalla liquidazione della banca un
ospizio di mendicità con annessa cucina economica aperta tutto
l'anno, non solo a beneficio dei ricoverati, ma anche di tutti i
poveri che potessero averne bisogno; e annesso anche un
vestiario per ambo i sessi e per ogni età, di tanti capi
all'anno; e che io stesso vi avrei preso stanza, dormendo
senz'alcuna distinzione, come ogni altro mendico, in una branda,
mangiando come tutti gli altri la minestra in una ciotola di
legno, e indossando l'abito della comunità destinato a uno della
mia età e del mio sesso.
Quel che piú mi coceva era che questa mia totale remissione
fosse interpretata come vero pentimento, mentre io davo tutto,
non m'opponevo a nulla, perché remotissimo ormai da ogni cosa
che potesse avere un qualche senso o valore per gli altri, e non
solo alienato assolutamente da me stesso e da ogni cosa mia, ma
con l'orrore di rimanere comunque qualcuno, in possesso di
qualche cosa.
Non volendo piú nulla, sapevo di non poter piú parlare. E stavo
zitto, guardando e ammirando quel vecchio diafano prelato che
sapeva voler tanto e la volontà esercitare con arte cosí fina, e
non per un utile suo particolare, né tanto forse per fare un
bene agli altri, quanto per il merito che ne sarebbe venuto a
quella casa di Dio, di cui era fedelissimo e zelantissimo
servitore.
Ecco: per sé, nessuno.
Era questa, forse, la via che conduceva a diventare uno per
tutti.
Ma c'era in quel prete troppo orgoglio del suo potere e del suo
sapere. Pur vivendo per gli altri, voleva ancora essere uno per
sé, da distinguere bene dagli altri per la sua sapienza e la sua
potenza, e anche per la piú provata fedeltà e il maggior zelo.
Ragion per cui, guardandolo - sí, seguitavo ad ammirarlo - ma mi
faceva anche pena.
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