Libro Ottavo
II. La coperta di lana verde
Ero stato ricondotto dall'ospedale a casa in barella; e, già
entrato in convalescenza, avevo lasciato il letto e me ne stavo
in quei giorni adagiato beatamente su una poltrona vicino alla
finestra, con una coperta di lana verde sulle gambe.
Mi sentivo come inebriato vaneggiare in un vuoto tranquillo,
soave, di sogno. Era ritornata la primavera, e i primi tepori
del sole mi davano un languore d'ineffabile delizia. Avevo quasi
timore di sentirmi ferire dalla tenerezza dell'aria limpida e
nuova ch’entrava dalla finestra semichiusa, e me ne tenevo
riparato; ma alzavo di tanto in tanto gli occhi a mirare
quell'azzurro vivace di marzo corso da allegre nuvole luminose.
Poi mi guardavo le mani che ancora mi tremavano esangui; le
abbassavo sulle gambe e con la punta delle dita carezzavo
lievemente la peluria verde di quella coperta di lana. Ci vedevo
la campagna: come se fosse tutta una sterminata distesa di
grano; e, carezzandola, me ne beavo, sentendomici davvero, in
mezzo a tutto quel grano, con un senso di cosí smemorata
lontananza, che quasi ne avevo angoscia, una dolcissima
angoscia.
Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, cosí tra l'erba al
silenzio dei cieli; empirsi l'anima di tutta quella vana
azzurrità, facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!
Poteva, domando io, capitare piú inopportuno quel giudice?
Mi duole, a ripensarci, se egli quel giorno se n'andò da casa
mia con l'impressione ch’io volessi burlarmi di lui. Aveva della
talpa, con quelle due manine sempre alzate vicino alla bocca, e
i piccoli occhi plumbei quasi senza vista, socchiusi; scontorto
in tutta la magra personcina mal vestita, con una spalla piú
alta dell'altra. Per via, andava di traverso, come i cani;
benché poi tutti dicessero che, moralmente, nessuno sapeva
rigare piú diritto di lui.
Le mie considerazioni sulla vita?
«Ah signor giudice,» gli dissi, «non è possibile, creda, ch’io
gliele ripeta. Guardi qua! Guardi qua!»
E gli mostrai la coperta di lana verde, passandoci sopra
delicatamente la mano.
«Lei ha l'ufficio di raccogliere e preparare gli elementi di cui
la giustizia domani si servirà per emanare le sue sentenze? E
viene a domandare a me le mie considerazioni sulla vita, quelle
che per l'imputata sono state la cagione d'uccidermi? Ma se io
gliele ripetessi, signor giudice, ho gran paura che lei non
ucciderebbe piú me, ma se stesso, per il rimorso d'avere per
tanti anni esercitato codesto suo ufficio. No, no: io non gliele
dirò, signor giudice! È bene che lei anzi si turi gli orecchi
per non udire il terribile fragore d'una certa rapina sotto gli
argini, oltre i limiti che lei, da buon giudice, s’è tracciati e
imposti per comporre la sua scrupolosissima coscienza. Possono
crollare, sa, in un momento di tempesta come quello che ha avuto
la signorina Anna Rosa. Che rapina? Eh, quella della gran
fiumana, signor giudice! Lei l'ha incanalata bene nei suoi
affetti, nei doveri che s’è imposti, nelle abitudini che sè
tracciate; ma poi vengono i momenti di piena, signor giudice, e
la fiumana straripa, straripa e sconvolge tutto. Io lo so. Tutto
sommerso, per me, signor giudice! Mi ci sono buttato e ora ci
nuoto, ci nuoto. E sono, se sapesse, già tanto lontano! Quasi
non la vedo piú. Si stia bene, signor giudice, si stia bene!
Restò lí, stordito, a guardarml come si guarda un malato
incurabile. Sperando di scomporlo da quel penoso atteggiamento,
gli sorrisi; sollevai dalle gambe con tutt'e due le mani la
coperta e gliela mostrai ancora una volta, domandandogli con
grazia:
Ma davvero, scusi non le sembra bella, cosí verde, questa
coperta di lana?
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