Libro Ottavo
I. Il giudice vuole il suo tempo
Di solito, alle normali operazioni della giustizia non è da
rimproverare la fretta.
Il giudice incaricato d'istruire il processo contro Anna Rosa,
onesto per natura e per principio, volle essere scrupolosissimo
e perdere mesi e mesi di tempo prima di venire al cosí detto
accertamento dei fatti, dopo aver raccolto, s’intende, dati e
testimonianze.
Ma non era stato possibile avere da me una qualunque risposta al
primo interrogatorio che avrebbero voluto farmi, subito dopo
trasportato dalla cameretta d'Anna Rosa all'ospedale. Quando poi
i medici mi permisero d'aprir bocca la prima risposta che diedi,
anziché mettere nell'imbarazzo chi m'interrogava, mise
nell'imbarazzo me.
Ecco: cosí fulmineo era stato in Anna Rosa il trapasso da quella
pietà, per cui mi aveva teso le braccia dal letto, all'impulso
istintivo che l'aveva spinta a compiere su me quell'atto
violento, ch’io, già cieco nel sentirmi accosto il calore della
sua procacissima persona, veramente non avevo avuto né il tempo
né il modo d'accorgermi di come avesse fatto a cavare
improvvisamente la rivoltella di sotto al guanciale per tirarmi.
Cosicché, non parendomi allora ammissibile ch’ella, dopo avermi
attratto a sé, avesse poi voluto uccidermi, con la piú schietta
sincerità diedi, a chi m'interrogava, quella spiegazione del
caso che mi sembrava piú probabile, cioè che il ferimento, anche
quel mio ferimento come già il suo al piede, fosse stato
accidentale dovuto al fatto, certo riprovevole, di quella
rivoltella che si trovava sotto il guanciale e che certo io
stesso dovevo avere urtato e fatto esplodere nello sforzo di
sollevare l'inferma che m'aveva domandato d'essere messa a
sedere sul letto.
Per me la bugia (bugia doverosa) era soltanto in quest'ultima
parte della risposta; a chi m'interrogava apparve invece tutta
quanta cosí sfacciata, che ne fui aspramente rimbrottato. Mi si
fece sapere che la giustizia si trovava già, per fortuna, in
possesso della confessione esplicita della feritrice. Io allora,
per un bisogno irresistibile di dimostrare la mia sincerità, fui
cosí ingenuo da dare a vedere, nello sbalordimento, la piú viva
curiosità di conoscere qual mai ragione avesse potuto dare la
feritrice del suo atto violento contro di me.
La risposta a questa domanda fu una fragorosissima sbruffata che
quasi mi lavò la faccia.
«Ah, lei voleva soltanto metterla a sedere sul letto?»
Restai basito.
La giustizia doveva già anche trovarsi in possesso d'una prima
deposizione di mia moglie, la quale, ora piú che mai con quella
prova di fatto, aveva certo potuto testimoniare in perfettissima
coscienza dell'antica data del mio innamoramento per Anna Rosa.
Cosí sarebbe rimasto, senza dubbio, acquisito alla giustizia che
Anna Rosa aveva tentato d'uccidermi per difendersi da una mia
brutale aggressione, se Anna Rosa stessa non avesse assicurato
con giuramento il giudice che non c'era stata veramente nessuna
aggressione da parte mia, ma solo quel tale fascino
involontariamente esercitato su lei con le mie curiosissime
considerazioni sulla vita: fascino da cui ella s’era lasciata
prendere cosí fortemente, da ridursi a commettere quella pazzia.
Il giudice scrupoloso, non soddisfatto del sommario ragguaglio
che Anna Rosa aveva potuto dargli di quelle mie considerazioni,
stimò suo dovere averne una piú precisa e particolare
informazione, e volle venire di persona a parlare con me.
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