Libro Settimo
VIII. Aspettando
Non mi restava per il momento che Anna Rosa, la compagnia
ch’ella voleva le tenessi durante la sua infermità.
Se ne stava a letto, col piede fasciato; e diceva che non se ne
sarebbe alzata piú, se, come ancora i medici temevano, fosse
rimasta zoppa.
Il pallore e il languore della lunga degenza le avevano
conferito una grazia nuova, in contrasto con quella di prima. La
luce degli occhi le si era fatta piú intensa, quasi cupa. Diceva
di non poter dormire. L'odore dei suoi capelli densi, neri, un
pò ricciuti e aridi, quando la mattina se li trovava sciolti e
arruffati sul guanciale, la soffocava. Se non era per il
ribrezzo delle mani d'un parrucchiere sul suo capo, se li
sarebbe fatti tagliare. Mi domandò, una mattina, se io non avrei
saputo tagliarglieli. Rise del mio imbarazzo nel risponderle,
poi si tirò sul viso la rimboccatura del lenzuolo e rimase cosí
un gran pezzo col viso nascosto, in silenzio.
Sotto le coperte sindovinavano procaci le formosità del suo
corpo di vergine matura. Sapevo da Dida che ella aveva già
venticinque anni. Certo, standosene cosí col viso nascosto
pensava ch’io non avrei potuto fare a meno di guardare il suo
corpo come si disegnava sotto le coperte. Mi tentava.
Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio
pareva consapevole dell'attesa vana d'una vita che i desiderii
momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai
far nascere né consistere in qualche modo.
Avevo indovinato in lei l'insofferenza assoluta d'ogni cosa che
accennasse a durare e stabilirsi. Tutto ciò che faceva, ogni
desiderio o pensiero che le sorgevano per un momento, un momento
dopo erano già come lontanissimi da lei; e se le avveniva di
sentirsene ancora trattenuta, erano smanie rabbiose, scatti
d'ira e perfino scomposte escandescenze.
Solo del suo corpo pareva si compiacesse sempre, per quanto a
volte non se ne mostrasse per nulla contenta, anzi dicesse di
odiarselo. Ma se lo stava a mirare continuamente allo specchio,
in ogni parte o tratto; a provarne tutti gli atteggiamenti,
tutte le espressioni di cui i suoi occhi cosí intensi lucidi e
vivaci, le sue narici frementi, la sua bocca rossa sdegnosa, la
mandibola mobilissima, potevano essere capaci. Cosí, come per un
gusto d'attrice; non perché pensasse che per sé, nella vita,
potessero servirle se non per giuoco: per un giuoco momentaneo
di civetteria o provocazione.
Una mattina le vidi provare e studiare a lungo nello specchietto
a mano che teneva con sé sul letto un sorriso pietoso e tenero,
pur con un brillío negli occhi di malizia quasi puerile.
Vedermelo poi rifare tal quale, quel sorriso, vivo, proprio come
se le nascesse or ora spontaneo per me, mi provocò un moto di
ribellione.
Le dissi che non ero il suo specchio.
Ma non s’offese. Mi domandò se quel sorriso, come ora
gliel'avevo visto, era
quello stesso che lei s’era veduto e studiato nello specchio
dianzi.
Le risposi, seccato di quell'insistenza:
«Che vuole che ne sappia io? Non posso mica sapere come lei se
l'è veduto. Si faccia fare una fotografia con quel sorriso.
«Ce l'ho,» mi disse. «Una, grande. Là nel cassetto di sotto
dell'armadio. Me la prenda, per favore.»
Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante,
di antiche e di recenti.
«Tutte morte,» le dissi.
Si voltò di scatto a guardarmi.
«Morte?»
«Per quanto vogliano parer vive.»
«Anche questa col sorriso?»
«E codesta, pensierosa; e codesta, con gli occhi bassi.»
«Ma come morta, se sono qua viva?»
«Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo
specchio, nell'attimo che si rimira, lei non è piú.»
«E perché?»
«Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per
vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei
s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un
momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente
vedere se stessa»
«E allora io, viva, non mi sono mai veduta?»
«Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un'immagine di lei che è
mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse
potuto intravederla appena in qualche fotografia istantanea che
le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un'ingrata sorpresa.
Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lí scomposta, in
movimento.»
«È vero.»
«Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando
uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto
a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non
vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo
conoscersi, e non vive.»
«Ma nient'affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un
momento, io.»
«Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. E come se
avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni
mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non
vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli
occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti.
E il sentimento, subito come si vede le si gela. Non si può
vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai.
Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono
gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può
avvenire di non comprendere piú perché lei debba avere
quell'immagine che lo specchio le ridà.
Rimase a lungo con gli occhi fissi a pensare.
Sono certo che anche a lei, come a me, dopo quel discorso e dopo
quanto le avevo già detto di tutto il tormento del mio spirito,
s’aprí davanti in quel momento sconfinata, e tanto piú
spaventosa quanto piú lucida, la visione dell'irrimediabile
nostra solitudine. L'apparenza d'ogni oggetto vi s’isolava
paurosamente. E forse ella non vide piú la ragione di portare la
sua faccia, se in quella solitudine neanche lei avrebbe potuto
vedersela viva, mentre gli altri da fuori, isolandola, chi sa
come gliela vedevano.
Cadeva ogni orgoglio.
Vedere le cose con occhi che non potevano sapere come gli altri
occhi intanto le vedevano.
Parlare per non intendersi.
Non valeva piú nulla essere per sé qualche cosa.
E nulla piú era vero, se nessuna cosa per sé era vera. Ciascuno
per suo conto l'assumeva come tale e se ne appropriava per
riempire comunque la sua solitudine e far consistere in qualche
modo, giorno per giorno, la sua vita.
Ai piedi del suo letto, con un aspetto a me ignoto, e a lei
impenetrabile, io stavo lí, naufrago nella sua solitudine; e lei
nella mia, là davanti a me, sul suo letto, con quegli occhi
immobili e lontanissimi, pallida, un gomito puntato sul
guanciale e il capo arruffato sorretto dalla mano.
Sentiva verso tutto ciò ch’io le dicevo un'invincibile
attrazione e insieme una specie di ribrezzo; a volte, quasi
odio: glielo vedevo lampeggiare negli occhi, mentre con la piú
avida attenzione ascoltava le mie parole.
Voleva tuttavia che seguitassi a parlare, a dirle tutto quello
che mi passava per la mente: immagini, pensieri. E io parlavo
quasi senza pensare, o piuttosto, il mio pensiero parlava da sé,
come per un bisogno di rilasciare la sua spasimosa tensione.
«Lei s’affaccia a una finestra, guarda il mondo, crede che sia
come le sembra. Vede giú per via passare la gente, piccola nella
sua visione ch’è grande, cosí dall'alto della finestra a cui è
affacciata. Non può non sentirla in sé questa grandezza, perché
se un amico ora passa giú per la via e lei lo riconosce,
guardato cosí dall'alto, non le sembra piú grande d'un suo dito.
Ah, se le venisse in mente di chiamarlo e di domandargli: "Mi
dica un pò, come le sembro io, affacciata qua a questa
finestra?". Non le viene in mente, perché non pensa all'immagine
che quelli che passano per via hanno intanto della finestra e di
lei che vi sta affacciata a guardare. Dovrebbe fare lo sforzo di
staccare da sé le condizioni che pone alla realtà degli altri
che passano giú e che vivono per un momento nella sua vasta
visione, piccoli transitanti per una via. Non lo fa questo
sforzo, perché non le sorge nessun sospetto dell'immagine che
essi hanno di lei e della sua finestra, una tra tante, piccola,
cosí alta, e di lei piccola piccola là affacciata con quel
braccino che si muove in aria.
Si vedeva nella mia descrizione, piccola piccola a una finestra
alta, col braccino che si moveva in aria, e rideva.
Erano lampi, guizzi; poi nella cameretta si rifaceva il
silenzio. Ogni tanto compariva, come un'ombra, la vecchia zia
con cui Anna Rosa abitava: grassa, apatica, con gli enormi occhi
biavi orribilmente strabi. Stava un pò sulla soglia, nella
penombra liquida della cameretta, con le mani gonfie e pallide
sul ventre; pareva un mostro d'acquario, non diceva nulla e se
n'andava.
Con quella zia ella non scambiava che pochissime parole durante
tutto il giorno. Viveva con sé, di sé; leggeva, fantasticava, ma
sempre insofferente, cosí delle letture come delle sue stesse
fantasticherie; usciva a far compere, a trovar questa o quella
amica; ma le sembravano tutte sciocche e vane; provava piacere a
sbalordirle; poi, rincasando, si sentiva stanca e seccata di
tutto. Certi invincibili disgusti, che si potevano indovinare in
lei da uno scatto o da un verso improvviso per qualche
allusione, forse li doveva alla lettura di libri di medicina
trovati nella biblioteca del padre, ch’era stato medico. Diceva
che non avrebbe mai preso marito.
Io non posso sapere che idea si fosse fatta di me. Mi
considerava certo con uno straordinario interesse smarrito come
in quei giorni le apparivo nei miei stessi pensieri e
nell'incertezza di tutto. Quest'incertezza che in me rifuggiva
da ogni limite, da ogni sostegno, e ormai quasi istintivamente
si ritraeva da ogni forma consistente come il mare si ritrae
dalla riva; quest'incerteza, vaneggiandomi negli occhi, senza
dubbio la attraeva, ma a volte, guardandola, avevo pure la
strana impressione che le paresse un pò divertente; una cosa
infine un pò anche da ridere, avere lí ai piedi del letto un
uomo in quelle incredibili condizioni di spirito, cosí tutto
scisso e che non sapeva come avrebbe fatto a vivere domani,
quando, riavuto per mezzo dello Sclepis il danaro della banca,
si sarebbe spogliato e liberato di tutto.
Perché ella era certa che io sarei ormai arrivato alle ultime
conseguenze, come un perfettissimo pazzo. E questo la divertiva
enormemente, con un certo orgoglio, anche, d'avere indovinato,
nelle discussioni con mia moglie, non propriamente questo, ma
ch’io fossi ad ogni modo un uomo non comune, singolare
dall'altra gente; da cui ci si poteva aspettare, un giorno o
l’altro, qualcosa di straordinario. Come per dare subito agli
altri, e specialmente a mia moglie, la prova ch’ella aveva avuto
ragione nel pensare cosí di me, s’era affrettata a chiamarmi, a
informarmi delle intenzioni che si avevano contro di me, a
spingermi ad andare da Monsignore; e adesso era di me
contentissima, vedendomi là ai piedi del suo letto, come mi
vedeva, fermo e placido in attesa di quanto doveva
necessariamente avvenire, senza piú cura di nulla né di nessuno.
Eppure fu proprio lei a volermi uccidere, e proprio quando da
questa soddisfazione ch’io le davo, e che la faceva un pò
ridere, passò a una grande pietà di me, per rispondere, come
affascinata, a quella che, certo, io dovevo avere negli occhi,
mentre la guardavo come dall'infinita lontananza d'un tempo che
avesse perduto ogni età.
Non so precisamente come avvenne. Quand'io, guardandola da
quella lontananza, le dissi parole che piú non ricordo, parole
in cui ella dovette sentire la brama che mi struggeva di donare
tutta la vita ch’era in me, tutto quello che io potevo essere,
per diventare uno come lei avrebbe potuto volermi e per me
veramente nessuno, nessuno. So che dal letto mi tese le braccia;
so che m'attrasse a sé.
Da quel letto poco dopo rotolai, cieco, ferito al petto
mortalmente dalla piccola rivoltella ch’ella teneva sotto il
guanciale.
Devono esser vere le ragioni ch’ella poi disse in sua discolpa:
cioè che fu spinta ad uccidermi dall'orrore istintivo,
improvviso, dell'atto a cui stava per sentirsi trascinata dal
fascino strano di tutto quanto in quei giorni io le avevo detto.
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