Libro Settimo
VII. Un colloquio con Monsignore
Monsignor Partanna mi ricevette nella vasta sala dell'antica
cancelleria nel Palazzo Vescovile.
Sento ancora nelle narici l'odore di quella sala dal tetro
soffitto affrescato, ma cosí coperto di polvere che quasi non vi
si scorgeva piu nulla. Le alte pareti dall'intonaco ingiallito
erano ingombre di vecchi ritratti di prelati, anch’essi bruttati
dalla polvere e qualcuno anche dalla muffa, appesi qua e là
senz'ordine, sopra armadii e scansíe stinte e tarlate.
In fondo alla sala s’aprivano due finestroni, i cui vetri, d'una
tristezza infinita sulla vanità del cielo velato, erano scossi
continuamente dal vento che s’era levato d'improvviso,
fortissimo: il terribile vento di Richieri che mette l'angoscia
in tutte le case.
Pareva a momenti che quei vetri dovessero cedere alla furia
urlante del libeccio. Tutto il colloquio tra me e Monsignore
ebbe l'accompagnamento sinistro di sibili acuti e veementi, di
cupi, lunghi mugolíi che, distraendomi spesso dalle parole di
Monsignore, mi fecero sentire con un indefinibile sbigottimento,
come non l'avevo sentito mai, il rammarico della vanità del
tempo e della vita.
Ricordo che da uno di quei finestroni si scorgeva il terrazzino
d'una vecchia casa dirimpetto. Su quel terrazzino apparve a un
tratto un uomo, che doveva essere scappato dal letto con la
folle idea di provare la voluttà del volo.
Esposto lí al vento furioso, si faceva svolazzare attorno al
corpo magro, d'una magrezza che incuteva ribrezzo, la coperta
del letto: una coperta di lana rossa, appesa e sorretta con le
due braccia in croce, sulle spalle. E rideva, rideva con un
lustro di lagrime negli occhi spiritati, mentre gli volavano di
qua e di là, lingueggiando come fiamme, le lunghe ciocche dei
capelli rossicci.
Quell'apparizione mi stupí tanto, che a un certo punto non potei
piú tenermi di farne cenno a Monsignore, interrompendo un
discorso molto serio sugli scrupoli della coscienza a cui egli
da un pezzo s’era lasciato andare con evidente compiacimento del
suo eloquio.
Monsignore si voltò appena a guardare; e, con uno di quei
sorrisi che fanno benissimo le veci d'un sospiro, disse:
«Ah, sí: è un povero pazzo che sta lí.»
Con tal tono d'indifferenza lo disse, come per cosa da tanto
tempo divenuta ai suoi occhi abituale, che mi sorse lí per lí la
tentazione di farlo sobbalzare, annunziandogli:
«No, sa: non sta lí. Sta qui, Monsignore. Quel pazzo che vuol
volare sono io.»
Mi contenni, e non lo dissi. Anzi, con la stess’aria
d'indifferenza gli domandai:
«E non c'è pericolo che si butti giú dal terrazzino?
«No, è cosí, da tant'anni,» mi rispose Monsignore. «Innocuo,
innocuo.»
Spontaneamente, proprio senza volerlo, mi scappò detto allora:
«Come me.»
E Monsignore non poté fare a meno di sobbalzare. Ma io gli
mostrai subito una faccia cosí placida e sorridente, che d'un
tratto lo rimise a posto. M'affrettai a spiegargli che intendevo
innocuo anch’io nel concetto del signor Firbo e del signor
Quantorzo, di mio suocero e di mia moglie, e insomma di tutti
coloro che mi volevano interdire.
Monsignore, rasserenato, riprese il discorso sugli scrupoli
della coscienza, che a lui pareva il piú proprio al mio caso, e
l'unico a ogni modo da far valere con l'autorità e il prestigio
del suo potere spirituale sulle intenzioni e le mene di quei
miei nemici.
Potevo fargli intendere che il mio non era propriamente un caso
di coscienza com'egli s’immaginava?
Se mi fossi arrischiato a farglielo intendere, sarei d'un tratto
diventato pazzo anche ai suoi occhi.
Il Dio che in me voleva riavere il danaro della banca perché io
non fossi piú chiamato usurajo, era un Dio nemico di tutte le
costruzioni.
Il Dio, invece, a cui ero venuto a ricorrere per aiuto e
protezione, era appunto quello che costruiva. Mi avrebbe dato,
sí, una mano per farmi riavere il danaro, ma a patto ch’esso
servisse alla costruzione di almeno una casa a un altro dei piú
rispettabili sentimenti umani: voglio dire, la carità.
Monsignore, al termine del nostro colloquio mi domandò con aria
solenne se non volevo questo.
Dovetti rispondergli che volevo questo.
E allora egli sonò un vecchio annerito e insordito campanellino
d'argento che stava timido timido sulla tavola. Apparve un
giovane chierico biondo e molto pallido. Monsignore gli ordinò
di far venire Don Antonio Sclepis, canonico della Cattedrale e
direttore del Collegio degli Oblati, ch’era in anticamera.
L'uomo che ci voleva per me.
Conoscevo piú di fama che di persona questo prete. Ero andato
una volta per incarico di mio padre a consegnargli una lettera
su al Collegio degli Oblati, che sorge non lontano dal Palazzo
Vescovile, nel punto piú alto della città, ed è un vasto,
antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto
dal tempo e dalle intemperie, ma tutto bianco, arioso e
luminoso, dentro. Vi sono accolti i poveri orfani e i
bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni, i
quali vi imparano le varie arti e i varii mestieri. La
disciplina vi è cosí dura, che quando quei poveri Oblati alla
mattina e al vespro cantano al suono dell'organo nella chiesa
del Collegio le loro preghiere, a udirle da giú, quelle
preghiere accorano come un lamento di carcerati.
A giudicarne dall'aspetto, non pareva che il canonico Sclepis
dovesse avere in sé tanta forza di dominio e cosí dura energia.
Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se tutta l'aria
e la luce dell'altura dove viveva lo avessero non solo scolorito
ma anche rarefatto, e gli avessero reso le mani d'una gracilità
tremula quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le
pàlpebre piú esili d'un velo di cipolla. Tremula e scolorita
aveva anche la voce e vani i sorrisi su le lunghe labbra
bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.
Appena entrato e informato da Monsignore dei miei scrupoli di
coscienza e delle mie intenzioni, si mise a parlare con me in
gran fretta, con grande confidenza, battendomi una mano su la
spalla e dandomi del tu:
«Bene bene, figliuolo! Un gran dolore, mi piace. Ringraziane
Dio. Il dolore ti salva, figliuolo. Bisogna esser duri con tutti
gli sciocchi che non vogliono soffrire. Ma tu per tua ventura
hai molto, molto da soffrire, pensando a tuo padre che,
poveretto, eh... fece tanto tanto male! Sia il tuo cilizio il
pensiero di tuo padre! il tuo cilizio! E lascia combattere a me
col signor Firbo e il signor Quantorzo! Ti vogliono interdire?
Te li accomodo io, non dubitare!»
Uscii dal Palazzo Vescovile con la certezza che l'avrei avuta
vinta su coloro che mi volevano interdire; ma questa certezza e
gl'impegni che ne derivavano, contratti ora col vescovo e con lo
Sclepis, mi gettavano in un mare d'incertezze senza fine su ciò
che sarebbe stato di me, spogliato di tutto, senza piú né stato,
né famiglia.
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